Prova a chiudere gli occhi e a fare un salto nei tuoi ricordi d’infanzia, rispondendo a una semplice domanda: qual era il tuo giocattolo preferito? Se sei Millennial, GenZ e tutte le generazioni precedenti avrai sicuramente avuto il tuo “Woody”: un peluche consumato, una macchinina sgangherata, una bambola che vestivi in mille modi. I bambini di oggi, invece, potrebbero rispondere diversamente, indicando il riflesso bluastro di uno schermo touch e citando il nome di un’applicazione o di un videogioco. Proprio di questo cortocircuito generazionale si occupa Toy Story 5, da poco arrivato nelle sale e già diventato un fenomeno social… ma anche sociologico.
| Elemento narrativo | Dettaglio film |
|---|---|
| Protagonista umana | Bonnie (8 anni) |
| Minaccia principale | schermi touch e dispositivi digitali |
| Dispositivo nel film | Lillipad (tablet per bambini) |
| Tematica centrale | solitudine infantile e apatia da schermo |
Indice dei contenuti
La trama: Bonnie e la solitudine del gioco “offline”
Partiamo però dalla trama: il film racconta il proseguimento della storia di Bonnie, bambina a cui Andy ha donato i suoi giocattoli prima di partire per il college. Bonnie ha otto anni, ma fatica ad avere amici perché gioca “ancora” in modo tradizionale: con i suoi giochi. Tutti i suoi coetanei, al contrario, li hanno abbandonati, preferendogli tablet e i dispositivi. I genitori, nel tentativo di aiutarla a farsi degli amici, le comprano un “Lillipad” (un tablet pensato per i più piccoli), tramite il quale può entrare in contatto con gli altri bambini e giocare insieme a loro in un universo virtuale. Da questo momento, però, la bambina verrà totalmente assorbita dallo schermo, dimenticando i suoi giocattoli che, nel frattempo, fanno di tutto per trovarle un’amica vera. Sul proseguimento… no spoiler! Vi consigliamo di vedere il film per capire come è finita. Ma perché Toy Story 5 è piaciuto così tanto anche agli adulti? Oltre al classico effetto “nostalgia” (molti dei genitori che oggi portano i figli a vedere Toy Story sono cresciuti con i primi film, usciti negli anni ’90), oltre al fatto che tornare bambini ogni tanto ci fa bene… il motivo è ben più profondo. Il film mette i genitori (e non solo) davanti ad un dubbio spaventoso: i bambini, oggi, non sanno più giocare?
L’infanzia su schermo: il vero “villain” di Toy Story 5
Pensiamoci un attimo: un bambino di otto anni (ma anche ben più giovani, considerando che molti bimbi a sei anni hanno già un dispositivo proprio) ha davvero bisogno di un tablet o di un cellulare? Cosa può dargli davvero? È veramente questo l’unico modo per far interagire i bambini? Per farli giocare insieme? O forse, più semplicemente, c’è bisogno di un babysitter digitale, che annulli il disordine delle camerette e che sia in grado di calmare un bambino piangente in pochi secondi? Se ci riflettiamo un secondo, ci rendiamo conto che un tablet messo nelle mani di un bambino di sei anni serve più al genitore che al bambino stesso.
Il problema, però, è a monte, perché questa è indubbiamente un’epoca particolare per essere bambini. Primo, scordati di essere un bambino. Composto, immobile, silenzioso, e soprattutto adattati a mamma e papà, anche se questo vuol dire trovarti fuori casa alle 23 (quando fino al giorno prima eri a letto alle 20). E ovviamente non osare lamentarti. Secondo, dimenticati la noia. Scuola, poi sport, infine mille corsi diversi. Intrattieniti, possibilmente da solo. E soprattutto – siamo sempre lì – non dare fastidio. Terzo, non correre, non sudare e non ti sporcare. Poco male se sei al parco, con 40 gradi e i gavettoni pronti. Capiamo bene che in un contesto così, un dispositivo è l’alleato perfetto per ogni genitore: il bambino sta fermo, non frigna, non si sporca e non si annoia mai. Fantastico! Se non fosse che l’infanzia, a questi bambini, la stiamo togliendo. E questo nel film emerge chiaramente: Bonnie viene emarginata perché non ha un tablet, dagli stessi bambini che ormai non sanno giocare più. Più avanti, verrà addirittura presa in giro nella chat delle sue amiche di danza, per lo stesso motivo: è considerata “troppo grande” per giocare “ancora” con i suoi giocattoli. Ricordiamo che Bonnie nel film ha otto anni. Molti di noi, fino ai dieci, ancora credevano a Babbo Natale. Parliamo, dunque, di una generazione di bambini che cresce troppo in fretta, senza immaginazione, iniziativa, voglia di cercare l’altro e di giocarci insieme. Possiamo dunque davvero lamentarci se, tra dieci anni, ci ritroveremo un’orda di ragazzini apatici?
Attenzione: nessuno demonizza la tecnologia, né lo fa Toy Story 5. Sarebbe a dir poco utopico pretendere un mondo come quello degli anni ’70… d’altronde, Millennial e GenZ sono cresciuti anche con Game Boy, Nintendo, Wii, Playstation… ma è proprio in quell’ “anche” la differenza. Ieri i videogiochi erano un momento della giornata, una parentesi che si apriva per poco, che si chiudeva non appena qualcuno urlava: “È pronta la cena!” o “Si va al parco!” o eventualmente quando fuori pioveva. E poi, diciamocelo: chi non ha almeno un ricordo di una mamma arrabbiata che staccava la presa della tv dopo il duecentesimo “Spegni!“? La coesistenza era, insomma, pacifica: conclusa (o fatta concludere dalla mamma arrabbiata di cui sopra) la partita alla console, si tornava a far volare i supereroi di plastica o a giocare con gli amici in cortile. Oggi, quell’“anche” è sostituito da un “solo”. La tecnologia non affianca più la realtà: l’ha sostituita del tutto. Ha creato un nuovo mondo, parallelo e alternativo, che non è più semplicemente solo uno svago o un rifugio dalle giornate no. I dispositivi moderni sono progettati per creare dipendenza, per trattenere lo sguardo dei bambini attraverso algoritmi studiati per non farli annoiare mai. È questo il dramma silenzioso che i giocattoli di Toy Story 5 si trovano a dover combattere. La banda di Woody, Buzz e Jessie non deve sconfiggere un nuovo “giocattolo cattivo”, ma un nemico invisibile e onnipresente: l’apatia da schermo.
Torniamo, dunque, alla domanda iniziale: i bambini non sanno più giocare? La risposta che suggerisce il film è tutt’altro che rassegnata. Anzi, ciò che ci racconta è che i bambini ne hanno ancora un disperato bisogno. Ma dobbiamo dar loro gli strumenti per farlo, accettando che ci saranno i “Mamma, mi annoio” o i “Papà, giochi con me?”. Le varie bande di giocattoli sono ancora lì, nelle camerette nei nostri bambini. Sta a noi, ora, fare la nostra.

Immagini da Movieplayer e Disney Press.

