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L’intelligenza artificiale e la lotta per il potere mondiale

L’intelligenza artificiale e la nuova lotta per il potere mondiale (di Yuleisy Cruz Lezcano). L’intelligenza artificiale non è soltanto una rivoluzione tecnologica. È il terreno sul quale si sta giocando una delle più grandi partite di potere del XXI secolo. Dietro gli algoritmi, i chatbot (strumenti che spingono persino all’elaborazione di una tendenza a imitare l’intelligenza artificiale nello scrivere come un bot), i satelliti, i data center e le promesse di un futuro migliore si sta delineando una trasformazione che coinvolge politica, economia, filosofia (su cui pesa il dibattito sul legame tra filosofia e intelligenza artificiale nella formazione oggi) e persino la concezione stessa dell’essere umano.

Protagonista della sfida Visione o ruolo strategico
Stati Uniti (Donald Trump) Ritorno a una visione fortemente nazionalista dell’economia e della sicurezza nazionale
Cina (Xi Jinping) Modello sinergico in cui Stato, tecnologia e strategia geopolitica avanzano uniti
Elon Musk Progetto lungotermista globale (Marte, IA, satelliti) per preservare la specie umana
Grandi imprese private Controllo di risorse infrastrutturali e dati superiori a intere nazioni sovrane

La sfida geopolitica tra Stati Uniti e Cina

La competizione tra Stati Uniti e Cina rappresenta oggi il cuore di questa nuova fase storica. Da una parte Donald Trump e il suo ritorno a una visione fortemente nazionalista dell’economia e della sicurezza nazionale; dall’altra Xi Jinping, che ha costruito un modello in cui Stato, tecnologia e strategia geopolitica procedono nella stessa direzione. Sebbene le due visioni siano profondamente diverse, entrambe condividono la convinzione che il controllo delle tecnologie avanzate determinerà gli equilibri del mondo futuro.

L’intelligenza artificiale è diventata ciò che il nucleare rappresentò nel Novecento: una tecnologia strategica capace di ridefinire rapporti di forza, capacità militari, competitività economica e influenza politica. La differenza è che questa volta il potere non appartiene esclusivamente agli Stati. Grandi imprese private possiedono risorse, dati e infrastrutture che spesso superano quelle di intere nazioni.

Elon Musk, il lungotermismo e la tecnocrazia

È in questo contesto che la figura di Elon Musk assume un significato che va oltre quello dell’imprenditore di successo. Come osserva il giornalista Fabio Chiusi nel suo libro dedicato al cosiddetto “muskismo”, Musk appare come un uomo animato da una missione storica. La sua ambizione dichiarata non consiste semplicemente nel costruire automobili elettriche o razzi spaziali, ma nel garantire la sopravvivenza a lungo termine della specie umana. La colonizzazione di Marte, l’intelligenza artificiale, le reti satellitari globali e la trasformazione energetica sono tasselli di un progetto più ampio che guarda a secoli o millenni nel futuro.

Questa visione affonda le proprie radici nel lungotermismo, una corrente filosofica sviluppatasi soprattutto nell’ambiente accademico di Oxford. Secondo autori come Nick Bostrom, Toby Ord e Will MacAskill, il benessere delle generazioni future deve avere lo stesso peso morale di quello delle persone che vivono oggi. Se il futuro potrebbe ospitare miliardi o addirittura trilioni di esseri umani, preservare la sopravvivenza della civiltà diventa una priorità assoluta.

Ma proprio qui emerge uno dei nodi più controversi. Chi decide quali sacrifici presenti siano accettabili in nome di un futuro migliore? Quanto dolore, quanta disuguaglianza e quanta compressione dei diritti possono essere tollerati oggi per proteggere un’umanità che ancora non esiste? È la domanda che molti critici del lungotermismo pongono con crescente insistenza.

Fabio Chiusi individua un altro rischio ancora più profondo: quello della tecnocrazia. Se la tecnologia viene considerata la soluzione a ogni problema, allora la politica rischia di apparire come un ostacolo. Se esiste un algoritmo per ottimizzare una scelta, perché affidarsi al lento e imperfetto confronto democratico? In questa prospettiva il potere tende a spostarsi dai cittadini agli esperti, dagli elettori agli ingegneri, dai parlamenti ai proprietari delle infrastrutture tecnologiche.

Il capitalismo della sorveglianza e le risorse strategiche

Non è difficile comprendere perché questo scenario preoccupi molti studiosi di geopolitica. Le tecnologie digitali consentono infatti livelli di sorveglianza e controllo impensabili fino a pochi decenni fa. La Cina rappresenta il caso più evidente, con sistemi avanzati di riconoscimento facciale, raccolta dati e monitoraggio diffuso. Tuttavia sarebbe un errore pensare che il problema riguardi esclusivamente i regimi autoritari. Anche nelle democrazie occidentali miliardi di persone affidano quotidianamente dati personali a piattaforme private che conoscono abitudini, preferenze, spostamenti, relazioni sociali e orientamenti culturali.

La sociologa Shoshana Zuboff ha definito questo fenomeno “capitalismo della sorveglianza“. Non si tratta necessariamente di repressione politica tradizionale. Il controllo può assumere forme più sottili, attraverso la capacità di prevedere, influenzare e orientare i comportamenti collettivi. La vera questione non è se le macchine governeranno gli esseri umani, ma chi governerà le macchine e con quali regole.

Parallelamente si sta sviluppando una nuova corsa alle risorse st

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