Dal pronto soccorso alla rete territoriale: il Codice Rosa tra buone pratiche e nodi irrisolti

L’introduzione del percorso denominato “Codice Rosa”, nato in alcuni contesti regionali già dagli anni 2010 e progressivamente esteso fino all’adozione delle Legge 31 luglio 2017, n. 119 (pur questa riguarda formalmente le vaccinazioni e non specificamente il Codice Rosa) e delle successive linee guida nazionali del 24 novembre 2017, ha rappresentato un passo significativo nell’ottica della presa in carico delle vittime di violenza di genere. In particolare il DPCM 24 novembre 2017 ha definito le «Linee guida nazionali per le Aziende sanitarie e le Aziende ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza».

Queste linee prevedono che, all’interno dei Pronto Soccorso e delle strutture sanitarie, venga attivato un percorso dedicato alle donne vittime di maltrattamento o violenza, che comprende triage tempestivo (in genere codice giallo o equivalente), definizione di aree protette, équipe multidisciplinari e il raccordo con servizi sociosanitari e territoriali.

I punti di forza di questo modello sono evidenti: innanzitutto la formalizzazione di un “canale privilegiato” che riconosce che le donne vittime di violenza non sono semplicemente pazienti che subiscono un evento occasionale, ma portatrici di un percorso di vulnerabilità che richiede attenzione sia sanitaria che sociale. Ad esempio, in Toscana nel 2017 sono stati registrati 3.142 accessi al Codice Rosa nei pronto soccorso, di cui 2.592 adulti e 550 minori: questo dato segnala come il fenomeno non sia marginale. Grazie a queste misure, molte regioni hanno potuto sperimentare la costituzione di équipe multidisciplinari che coinvolgono medico,psicologo, assistente sociale, infermiere, e – in stretta connessione – la rete antiviolenza, con un impianto che assicura almeno sul piano teorico continuità tra ospedale, territorio e servizi specialistici.
 In questo senso il Codice Rosa funge da modello e da “porta d’ingresso” per la protezione delle vittime, riconoscendo l’importanza di un coordinamento tra sanità, giustizia, servizi sociali e associazioni.

Tuttavia, accanto a questi elementi positivi, emergono anche una serie di debolezze significative nella sua applicazione che ne attenuano l’efficacia nella pratica. Uno dei problemi più ricorrenti è la disomogeneità territoriale: non tutte le regioni hanno implementato il percorso con lo stesso grado di completezza, e in molte strutture mancano le aree protette, i referenti dedicati, o l’addestramento specifico del personale (quest’ultimo poi è un punto critico, perché spesso il personale non un percorso di studio ben delineato e non viene scelto secondo studi conseguito, ma esiste ancora una grande improvvisazione nella selezione del personale predisposto). Ad esempio, nel documento di legge regionale del Veneto si prevede l’individuazione di almeno due referenti in ogni pronto soccorso, la formazione del personale e l’area protetta separata; ma l’effettiva realizzazione pratica risente delle risorse e delle organizzazioni regionali. Altro anello mancante è la comunicazione fra gli enti coinvolti: ospedale, pronto soccorso,118, servizi sociali, centri antiviolenza, forze dell’ordine. Sebbene le linee guida nazionali ne prevedano il raccordo, nella pratica si riscontrano spesso ritardi nell’attivazione, modalità poco formalizzate di segnalazione, assenza di sistema di monitoraggio e scambio di informazioni. In alcuni casi la vittima viene presa in carico in pronto soccorso, ma il passaggio alla rete territoriale non è garantito e così aumentando il rischio di “caduta” del percorso protettivo dopo la dimissione.

In questo  articolo si insiste sul limite che riguarda la formazione del personale, perché la consapevolezza dei segnali della violenza di genere, la sensibilità ai pregiudizi, il coordinamento multidisciplinare richiedono un investimento formativo che in molte strutture non è ancora pienamente garantito. La tesi sull’implementazione del Codice Rosa nei pronto soccorso marchigiani rileva come infermieri e operatori sanitarî possano incontrare difficoltà sia nel riconoscere la violenza non dichiarata sia nel attivare il percorso in modo sistematico e come all’interno delle strutture sanitarie non venga valorizzato il personale formato, non si organizzino nemmeno concorsi per selezionare il personale che abbia dei titoli e conoscenze in queste tematiche documentate, lasciando tutto a una fallimentare improvvisazione.

Infine, un punto critico: la protezione delle vittime non finisce con la presa in carico sanitaria. Molte donne restano in condizioni di vulnerabilità una volta uscite dall’ospedale, per mancanza di alloggi adeguati, risorse economiche, sostegno psicologico continuativo e percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Il grado di connessione tra la presa in carico sanitaria e il reale “progetto di vita” che permetta di interrompere la dinamica violenta è ancora limitato.

Un elemento fondamentale che collega queste debolezze all’ambito culturale è la persistenza di stereotipi di genere, che incidono sia sulla domanda di aiuto sia sulla risposta istituzionale. I dati della ISTAT mostrano che nel 2023 il 48,7% degli intervistati italiani ha ancora almeno uno stereotipo sulla violenza sessuale, e il 39,3% degli uomini crede che una donna possa sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole; quasi il 20% ritiene che la violenza sia provocata dal modo di vestire delle donne.

Tale persistenza culturale alimenta difficoltà: le vittime possono non riconoscersi come tali, non chiedere aiuto oppure arrivare tardi nella rete; allo stesso tempo gli operatori possono sottovalutare segnali o essere influenzati da stereotipi che condizionano l’attivazione del percorso Codice Rosa. Uno degli articoli denuncia che il Pronto Soccorso rischia perfino di trasformarsi in “trappola” se la donna non viene ascoltata come soggetto autonomo ma solo come paziente da una procedura standard. In sintesi, il Codice Rosa rappresenta una struttura importante, adeguata, persino innovativa nella prospettiva della tutela delle vittime di violenza di genere, ma il suo potenziale resta parzialmente inespresso. I nodi principali riguardano la reale gestione integrata tra attori sanitari, sociali e giuridici; la continuità del percorso oltre l’emergenza ospedaliera; la formazione e sensibilizzazione del personale; la mappatura e omogeneità territoriale. E più in profondità, la trasformazione delle mentalità: finché gli stereotipi di genere restano radicati, ogni struttura rischia di essere un dotato dispositivo tecnico ma poco penetrante nella realtà delle relazioni di violenza. Per migliorare, è essenziale rafforzare il monitoraggio, prevedere indicatori di esito, potenziare il collegamento con i servizi territoriali e dedicare risorse alla formazione e alla cultura che rompe i pregiudizi, oltre che fare concorsi per selezionare personale formato e dedicato.

di Yuleisy Cruz Lezcano

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