Fino al 4 ottobre 2026, la Fondazione Antonio e Carmela Calderara di Vacciago di Ameno (NO) ospita l’esposizione “Azuma. 100 x 100 Kokoro”. L’evento segna il centenario della nascita dello scultore giapponese e i vent’anni dalla monografica curata da Luciano Caramel proprio negli spazi sul Lago d’Orta.
| Dato chiave | Dettagli esposizione |
|---|---|
| Titolo mostra | Azuma. 100 x 100 Kokoro |
| Luogo | Fondazione Antonio e Carmela Calderara, Vacciago di Ameno (NO) |
| Termine | 4 ottobre 2026 |
| Curatori | Anri Ambrogio Azuma, Paola Bacuzzi, Eraldo Misserini |
Indice dei contenuti
- Il sodalizio artistico tra Kengiro Azuma e Antonio Calderara
- Il percorso espositivo e le opere inedite a Vacciago
- Il significato di Kokoro per il centenario di Azuma
- Il dialogo visivo sui concetti Zen di vuoto e pieno
- Le installazioni inedite e la riedizione di Luce a Vacciago
- Le affinità spirituali tra la pittura e la scultura dei due artisti
- L’eredità di Azuma e l’impegno nella Fondazione Calderara
Il sodalizio artistico tra Kengiro Azuma e Antonio Calderara
Curata da Anri Ambrogio Azuma, con la collaborazione di Paola Bacuzzi ed Eraldo Misserini, la mostra analizza il sodalizio umano e artistico tra Kengiro Azuma (1926-2016) e Antonio Calderara. I due autori hanno condiviso una stretta affinità poetica, basata sull’indagine della realtà attraverso gli opposti: positivo e negativo, vuoto e pieno, visibile e invisibile.
Il legame di Azuma con l’istituzione piemontese ha radici profonde. Allievo di Marino Marini, lo scultore ha assunto un ruolo attivo all’interno della Fondazione dopo la morte di Calderara. Entrato nel Consiglio Direttivo, ha firmato la targa all’ingresso della villa secentesca. Questa raccolta di oltre trecento pezzi, voluta e disposta da Calderara, si configura oggi come un vero e proprio testamento estetico, ideato per dialogare con il contesto architettonico della casa in cui il pittore ha vissuto e operato fino alla sua scomparsa nel 1978.
Il percorso espositivo e le opere inedite a Vacciago
Il percorso espositivo si concentra sui materiali custoditi nell’archivio di Azuma e presenta sculture, dipinti e bassorilievi in gesso mai esposti al pubblico prima d’ora. Nel cortile della Casa museo trova spazio la riedizione dell’installazione “Luce a Vacciago”, concepita dall’artista giapponese due decenni fa. Tre opere di Azuma figurano nella collezione permanente al piano superiore.
Tra i documenti esposti in due teche dedicate, spiccano una poesia manoscritta da Azuma per Calderara e lo schizzo di una scultura realizzata appositamente per il loggiato al secondo piano della Fondazione. L’opera incorpora due gradini di pietra preesistenti e chiude l’accesso a un balconcino. L’area bookshop ospita il bozzetto della croce donata da Azuma a papa Paolo VI, abitualmente conservata nell’appartamento privato di Calderara.
Per esplorare in profondità l’anima di questo progetto espositivo, abbiamo intervistato in esclusiva i curatori della mostra. Di seguito l’intervista integrale.
Il significato di Kokoro per il centenario di Azuma
La mostra si intitola “100 x 100 Kokoro” e celebra il centenario della nascita di Kengiro Azuma. Qual è il significato profondo del termine “Kokoro” e in che modo rappresenta il nucleo spirituale e artistico di questo progetto espositivo?
Anri Ambrogio Azuma: «la mostra alla Fondazione Antonio e Carmela Calderara è la sintesi perfetta del significato di “Kokoro”, in giapponese unione inscindibile di cuore, corpo e cervello, le tre “C”. Allo stesso tempo rappresenta il legame tra arte, amicizia e amore, le tre “A”. Il 100 indica l’anniversario della nascita di mio padre. Infine, 100×100 Kokoro incarna il vissuto tra le famiglie Calderara e Azuma, un misto magico di Mediterraneo e di Oriente. Il risultato è vivere il presente, per segnare il futuro nelle tracce del passato per 10.000 cicli di vita. Antonio e Carmela sono stati degli zii per noi, con i nostri parenti lontani migliaia di chilometri».
Il dialogo visivo sui concetti Zen di vuoto e pieno
Tra Kengiro Azuma e Antonio Calderara esisteva una profonda affinità umana e poetica. Come dialogano visivamente, all’interno degli spazi della Casa museo, l’indagine di Azuma sui concetti zen di vuoto e pieno con la visione di Calderara?
Anri Ambrogio Azuma: «il segno tangibile del rapporto tra Antonio e Kengiro è la targa all’ingresso del Museo. L’arte li ha fatti avvicinare e conoscere, l’amicizia e la stima reciproca li ha stretti insieme alle famiglie. Il Museo Calderara è un piccolo gioiello di grande qualità, da cui si esce carichi di emozioni. Il ciclo della vita si esprime tramite le generazioni di passaggio per sempre; il segno lasciato da ognuno di noi sulla terra è un indizio per il futuro della ricerca, la fantasia e la creatività. Nella Fondazione sono presenti due gessi, uno di grandi e uno di piccole dimensioni, monocromi, legati al MU, il vuoto che in giapponese è anche infinito. Tutta la ricerca artistica di mio padre è stata dedicata a questo. Le opere di Calderara cercano un oltre per accogliere il mistero: in questo i due artisti si incontrano e trasformano l’arte nel loro lessico per una teologia del tangibile».
Le installazioni inedite e la riedizione di Luce a Vacciago
Vengono presentati per la prima volta bassorilievi in gesso e dipinti inediti, oltre alla riedizione dell’installazione “Luce a Vacciago”. Quale aspetto meno noto o più intimo della ricerca di Kengiro emerge da queste specifiche scelte curatoriali?
Anri Ambrogio Azuma: «il Museo è un piccolo giardino Zen a Vacciago, raccolto tra le quattro mura e simile ai giardini dei templi di Kyoto. All’ingresso il visitatore viene accolto dalla targa realizzata da Azuma, si entra e da uno stretto corridoio si sale per nove gradini per scoprire gli archi. Gli archi del Museo sono il contenitore di espressioni e di segni artistici come il vuoto e il pieno di Azuma. L’installazione “Luce di Azuma a Vacciago” tra il prato e gli archi vuole celebrare il percorso artistico di tutti loro. I triangoli bianchi rappresentano gli artisti, gli spettatori, gli amici, figure astratte specchiate vicine con la vista sulla vita pronta a scorrere attraverso il cielo. I triangoli gialli sotto gli archi dell’ultimo piano tendono verso l’alto, con lo sguardo aperto sul Lago d’Orta. I bassorilievi mostrano l’abilità di Kengiro nel realizzare i modelli direttamente in gesso, materia viva, ma non nobile ed eterna. La nuova vita ha valorizzato la bellezza dei gessi monocromi incorniciati con fondi colorati vivaci scelti dalla famiglia. I dipinti sono stati avvolti per anni in carta velina e conservati in scatole di latta al buio. Dalla conservazione in scatole giapponesi di legno e di cartone nascono dipinti realizzati nelle pause dal bronzo. Sono puro divertimento del colore con forme e disegni in tecnica mista alla ricerca del “MU”. La vista di uno scultore non è solo in bianco, bronzo e nero, ma è una visione espressiva d’autore in fantasia di colore e di segno. La scelta delle opere è avvenuta in collaborazione con la famiglia Alemani e i curatori della Fondazione A. C. Calderara, a cui va un sincero ringraziamento».
Le affinità spirituali tra la pittura e la scultura dei due artisti
Casa Calderara custodisce una collezione concepita come un’opera organica e unitaria, disposta secondo le direttive del suo fondatore. Quali sono state le ispirazioni per inserire l’arte di Azuma in un ambiente così strutturato e carico di memoria?
Paola Bacuzzi ed Eraldo Misserini: «le affinità tra Calderara e Azuma si possono rintracciare nelle rispettive poetiche, entrambe orientate a una ricerca di carattere spirituale ed esistenziale. Pur con linguaggi e mezzi espressivi differenti, entrambi indagano la realtà contingente e la concepiscono come il risultato dell’interazione di due elementi inseparabili. Nel caso di Azuma, questa visione si esprime attraverso una prospettiva radicata nel pensiero orientale, in particolare nel concetto di Mu, il vuoto inteso non come assenza, ma come spazio aperto e disponibile ad accogliere l’esperienza dell’altro, nella dimensione umana e divina. Il Mu non può essere compreso se non in relazione al suo opposto complementare, lo Yu, il pieno: una polarità dinamica vicina al principio del Tao. Per Calderara la ricerca si sviluppa attorno al dualismo tra il finito e l’infinito, tra la realtà sensibile e la struttura invisibile pronta a sostenerla. La sua pittura si colloca sulla soglia tra un aldiquà percepibile dai sensi e un aldilà soltanto intuibile e diventa una forma di meditazione laica. Con una progressiva riduzione del linguaggio pittorico, Calderara indaga il limite della percezione ottica, nella tensione verso un vedere utile a oltrepassare l’apparenza fenomenica».
L’eredità di Azuma e l’impegno nella Fondazione Calderara
Kengiro Azuma non è stato solo un grande amico di Calderara, ma si è impegnato attivamente nel Consiglio Direttivo della Fondazione per tutelarne l’eredità. In che modo il percorso espositivo racconta questo senso di responsabilità, affetto e dedizione personale?
Paola Bacuzzi ed Eraldo Misserini: «quello tra Calderara e Azuma è stato un rapporto di costante dialogo, profonda amicizia e sostegno reciproco. La mostra è dedicata a Kengiro Azuma, come omaggio della Fondazione nei confronti dell’amico e consigliere storico, oltre che come segno di continuità tra le famiglie. All’interno del percorso espositivo ci sono due teche contenenti documenti, edizioni, poesie e progetti volti a raccontare questo legame. Tra questi figurano una poesia manoscritta da Azuma per Calderara e lo schizzo della scultura pensata ad hoc per lo spazio della Fondazione allora in fase di allestimento. L’opera nasce dalla richiesta di Calderara di riempire un muro appena creato per chiudere l’accesso a un balconcino e rendere più sicuro il museo nascente. Azuma accetta la proposta e progetta un’opera perfettamente inserita nello spazio. Nella parte dedicata al bookshop è possibile vedere il bozzetto della croce donata da Azuma a papa Paolo VI e ora conservata nei Musei Vaticani. Il bozzetto di questa croce di norma è custodito nell’appartamento di Calderara, segno di un legame intimo, personale, prezioso».

