Cheerleading: storia, regole e il lato oscuro di uno sport olimpico

Cheerleading: l'evoluzione di uno sport oscuro

Il termine cheerleading deriva dall’inglese “to cheer” (incitare) e “leader” (capo). Sono le atlete delle serie tv americane, immortalate da film come Bring It On con Kirsten Dunst, Hellcats o il cult Grease. Tuttavia, dietro l’immagine stereotipata delle “ragazze pon-pon”, si nasconde uno sport complesso, con una storia sorprendente e un lato oscuro fatto di regole ferree, infortuni e battaglie per i diritti.

La nascita del cheerleading: origini inaspettatamente maschili

Contrariamente all’immaginario comune, il cheerleading nacque come un’attività esclusivamente maschile. I primi incitamenti organizzati si ebbero nel 1880 durante una partita di football a Princeton. La data di nascita ufficiale, però, è il 2 novembre 1898, quando lo studente Johnny Campbell dell’Università del Minnesota si alzò in piedi e diresse il tifo del pubblico con un coro organizzato. Il successo fu tale che l’università creò una squadra di sei studenti maschi, i cosiddetti “yell leader”. La prima organizzazione, la Gamma Sigma, nacque nel 1903. La presenza femminile divenne predominante solo a partire dal 1923, e in modo massiccio durante la Seconda Guerra Mondiale, quando gli uomini partirono per il fronte.

Una figura chiave fu Lawrence “Herkie” Herkimer, che nel 1948 fondò la National Cheerleaders Association (NCA), inventò i famosi pon-pon e creò il salto iconico che ancora oggi porta il suo nome (Herkie jump). La “cheerleading mania” esplose negli anni ’70 con le cheerleader dei Dallas Cowboys della NFL, che definirono l’immagine moderna della disciplina con costumi iconici e coreografie complesse.

Timeline della storia del cheerleading

Anno Evento chiave
1898 Johnny campbell dirige il primo coro organizzato, segnando la nascita del cheerleading.
1923 Le donne vengono ammesse nelle squadre di cheerleading dell’università del minnesota.
1948 Lawrence herkamer fonda la national cheerleaders association (nca).
Anni ’70 Le cheerleader dei dallas cowboys diventano un fenomeno culturale globale.
2021 Il comitato olimpico internazionale (cio) concede il pieno riconoscimento al cheerleading come sport olimpico.

È uno sport? la distinzione tra sideline e competitive cheer

Una delle domande più frequenti è se il cheerleading sia uno sport. La risposta richiede una distinzione. Esiste il sideline cheerleading, quello che si vede a bordo campo durante le partite di football o basket, il cui scopo è incitare la squadra e intrattenere il pubblico. Esiste poi il competitive cheer (o “All-Star”), una disciplina agonistica a tutti gli effetti. Le squadre si esibiscono in routine di 2 minuti e 30 secondi che combinano elementi di ginnastica (tumbling), acrobatica (stunts e piramidi), salti e danza, e vengono giudicate da una giuria in base a difficoltà e precisione. Grazie alla sua componente atletica e alla sua diffusione globale, governata dalla International Cheer Union (ICU), il cheerleading ha ottenuto nel 2021 il pieno riconoscimento come sport dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO).

Il lato oscuro: infortuni, regole e discriminazione

Dietro i sorrisi si cela una realtà di disciplina ferrea, documentata da serie come Cheer di Netflix. Le regole per le cheerleader professioniste, specialmente nella NFL, sono state spesso definite rigidissime e discriminatorie: limiti di peso, controlli sugli atteggiamenti in pubblico e sui social media. L’ex cheerleader Bailey Davis ha denunciato le politiche di anti-fraternizzazione dei New Orleans Saints, che imponevano solo alle donne di non avere contatti con i giocatori, pena il licenziamento. In un articolo di Vanity Fair, la Davis ha rivelato: «Se al ristorante arriva un giocatore, siamo noi a dover lasciare il locale». Questi episodi, insieme ad accuse di sfruttamento sessuale e salari bassissimi, hanno portato a numerose cause legali e a una profonda riflessione sulle condizioni di lavoro in questo settore.

L’evoluzione moderna: l’inclusività e il ritorno degli uomini

Le denunce e una maggiore consapevolezza sociale hanno innescato un cambiamento. Molte squadre, come il Washington Football Team, hanno rinnovato i loro corpi di ballo con un’ottica più inclusiva e meno sessualizzata. Inoltre, si è assistito al ritorno dei male cheerleaders (cheerleader uomini) nella NFL, con atleti come Quinton Peron e Napoleon Jinnies che sono diventati i primi ad esibirsi al Super Bowl in oltre 50 anni. Oggi il cheerleading è presente in tutto il mondo, Italia compresa, con un focus crescente sulla sua dimensione atletica e inclusiva. Il percorso per superare gli stereotipi e le ingiustizie è ancora lungo, ma il riconoscimento sportivo segna un passo fondamentale per il futuro di questa disciplina.

Fonte immagine: Pixabay

Articolo aggiornato il: 18/09/2025

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A proposito di Di Costanzo Mariachiara

Mariachiara Di Costanzo, classe 2000. Prossimamente laureata in Lingue e Culture Comparate all'Università degli Studi di Napoli L'Orientale. Appassionata di moda, musica e poesia, il suo più grande sogno è diventare redattrice di Vogue.

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