Io non posso entrare in scena al Teatro 7 – Recensione

Cosa accadrebbe se, anche solo per un attimo,  gli animali potessero parlare? Proviamo ad immaginare una realtà in cui i nostri amici a quattro zampe trovino finalmente voce per raccontare, con occhi diversi, la loro visione dell’uomo. Cosa ci direbbero?  “Io non posso entrare” torna al Teatro 7 di Roma dal 1 all’11 maggio, portando sul palco una riflessione inedita su convenzioni, regole e assurdità della nostra società. Il tutto ribaltando prospettive e ruoli; a diventare i protagonisti, infatti, sono proprio tre cani: Artù, Lollo e Randagio, osservatori e giudici del mondo umano.

Andrea Perrozzi e Alessandro Salvatori, accompagnati da Andrea Pirolli, tornano in in una pièce ormai cult, applaudita da anni in tutta Roma. La regia è quella di Paola Tiziana Cruciani che assieme alle musiche, firmate dallo stesso Perrozzi, riesce a creare un’atmosfera vivace e scanzonata, ma al contempo dissacrante, dove il linguaggio teatrale si fa specchio della nostra vita, filtrata, però, attraverso occhi e orecchie degli animali che vivono nella loro sincera autenticità.

Tra sketch esilaranti e battute graffianti, in Io non posso entrare si snoda un racconto che mette a nudo le contraddizioni umaneI tre protagonisti, con voci diverse, frutto di vissuti distanti tra loro, ma un destino comune – una gabbia fisica e metaforica –  ci parlano fra le righe di: emarginazione, abbandono, paura del diverso, senso dell’amicizia.

Io non posso entrare

Io non posso entrare: Artù, Randagio e Lollo

Randagio è un meticcio, un cane che non ha mai avuto un padrone: un “senza nome” che appartiene solo a se stesso. Con  distacco, ma lasciando trasparire un velo di sconforto, ci ripete che un nome, in fondo, non serve a nulla. Nel corso della sua vita lo hanno chiamato in mille modi: “Aoo”, “Rambo”, “Vattene via, brutto cagnaccio”, una sola volta “Amore”, oppure con un semplice fischio. La sua diffidenza verso il mondo umano nasce da un’esistenza vissuta ai margini, dove ha imparato a cavarsela da solo. In un confronto con Artù, il nostro secondo protagonista, ci svelerà i retroscena di questa sua sfiducia, frutto di un percorso segnato sin dalla tenera età. Randagio incarna l’indipendenza e la trasgressione, anche se, infondo, desidera anche lui un po’ d’amore

La filosofia di vita del meticcio si scontra proprio con quella di Artù, un border collie di razza – con pedigree, come precisa con fierezza –  domestico, attento alle regole e ricco di conoscenze sul mondo degli uomini, apprese vivendo a stretto contatto con i suoi padroni – o, come tiene a definirli lui, “i suoi umani” – e grazie a quella strana scatola con le immagini in movimento che chiama televisione, e che Randagio, invece, ricor da solo come una cosa associata ad “goal” urlato. Artù nonostante l’abbandono, conserva una fiducia incrollabile nei suoi padroni. Rappresenta l’ingenuità, la speranza, la bontà incondizionata, visibilmente  in contrasto con il cinismo di Randagio.​

Tra i protagonisti di questa storia, Lollo è un “sopravvissuto”. Scopriamo nell’arco del racconto che la sua vita non è mai davvero iniziata. Il beagle nasce in un laboratorio, tra pareti sterili e mani che sperimentano. Cosmetici, farmaci e prodotti chimici aggressivi: tutto testato su di lui. Finito quell’incubo si ritrova catapultato in un’altra prigione: le sbarre di un canile, freddo e silenzioso.  Un rossetto indelebile sul muso, una fascia stretta intorno alla testa, la narcolessia – che lo attanaglia improvvisamente dopo brevi momenti di euforia – sono le cicatrici fisiche che Lollo è costretto a portare con se;  testimonianza diretta e cruda di un dolore intimamente più profondo.

Eppure, il beagle non si mostra mai abbattuto; lo vediamo interagire con i suoi compagni di gabbia con una vitalità disordinata ed esuberante, sempre pronto a divertire e a divertirsi. Il nostro terzo ed ultimo protagonista incarna la  virtù della resilienza, quel coraggio di restare aggrappato alla vita, nonostante tutto.

Il testo di Manuela D’Angelo: un gioiello teatrale 

Il testo, scritto con profondità e ritmo da Manuela D’Angelo, prende voce in una messa in scena spiritosa, ma diretta e priva di fronzoli; il confine tra comicità e denuncia sociale si fa labile. Il risultato? un piccolo gioiello teatrale che non solo sa far divertire, ma invita ad una riflessione profonda a partire da un inedito punto di vista.

Attraverso i dialoghi serrati, al Teatro 7 si ride – e  tanto – ma si finisce anche per riconoscersi, magari con un po’ di imbarazzo, nei tic, nelle incoerenze, nei pregiudizi che i cani osservano con i loro occhi limpidi e privi di sovrastrutture. 

Randagio vorrebbe tornare ad essere libero, Lollo lo segue nelle sue idee, Artù aspetta solo che la sua famiglia torni a prenderlo. Questi personaggi, diversissimi tra di loro, ma con grandi sogni e speranze, riescono a creare una narrazione che ci invita a riscoprire l’empatia. Infondo, a guardarli meglio, questi “cani” sembrano capirci molto più di quanto immaginiamo. Il trio intona, in uno dei bellissimi brani dell’opera: “Io sarò pure un animale chi lo sa, se sono il peggio della vostra società o è questa umanità”.

Dopo una vita trascorsa davanti al cartello “Io non posso entrare” esposto fuori da ristoranti, bar e negozi, il paradosso per i tre è che stavolta non possano, invece, più uscire. Ma se è vero che non hanno accesso ai luoghi degli umani, è altrettanto vero che, con questo spettacolo, riescono ad entrare nel  cuore di noi spettatori con un’autenticità disarmante.

Foto articolo “Io non posso entrare: in scena al Teatro 7 “:  ufficio stampa Teatro 7

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