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Puro Puro Puro! al Jana Off Festival | Recensione

Puro Puro Puro!

Puro Puro Puro! di Nicholas Rapp il 26 giugno ha portato sul palcoscenico della rassegna teatrale Jana Off Festival un mondo distopico terribilmente somigliante a quello reale. Il collettivo di teatro sperimentale Civil words è partito da Milano per approdare ad Amorosi (BN) e contribuire alla costruzione di un piccolo universo sospeso fuori dal tempo e dallo spazio e dunque dai meccanismi di produzione culturale. Ha dato vita a uno spettacolo in aperto conflitto con L’istituzione e con tutti i subdoli meccanismi di carcerazione e controllo delle menti e della libertà creativa tipici della società del controllo.

Il collettivo milanese, insieme al regista Nicholas Rapp, contro il «marketing onirico» alimentato dal nostro attuale governo e dal suo finto progressismo, ha fatto un lavoro di indagine interiore, partendo da una residenza artistica, in cui ha analizzato per filo e per segno i sogni e gli incubi di ogni attore per delineare questa nuova drammaturgia contemporanea. Ciascun interprete è diventato protagonista e al contempo scrittore di un episodio dello spettacolo. Il processo d’improvvisazione è finito per coincidere con la genesi di una messinscena pura, che sceglie di fare i conti con timori e ossessioni, predatori quotidiani dell’inconscio collettivo.

Titolo Spettacolo Regia Compagnia Teatrale Cast Interpreti Scena, Costumi e Luci
Puro Puro Puro! Nicholas Rapp Civil words Alexandra Lazazzera, Adriano Pozzi, Irene Consonni, Camilla Quadri, Alessandro Carfagna Johanna Tedde (Scena e Costumi), Vasco Menichelli (Luci)

Uno «Zoo Sociale» per impuri o A chi ci si deve rivolgere per rovesciare il mondo?

Puro Puro Puro!
Gli accessori degli attori sono rossi come il colore della Resistenza

Non appena si accendono le luci tre donne e due uomini, interamente vestiti di grigio, compaiono sulla scena. Sembrano persone ordinarie, forse anche un po’ aride e scialbe, ma osservando meglio mi rendo conto che ognuno di loro ha un dettaglio rosso: un fazzoletto al collo, dei guanti, persino le bretelle di un reggiseno. L’assenza di colore, il grigio-ufficio, dà loro un’aria seriosa, prudente e assennata. Ma quel rosso, quegli accessori rossi, proprio non c’entrano nulla. Si tratta forse di una divisa comica alla Gian Burrasca?

E una delle prime battute è infatti: «non dovresti saltare scuola. La gente potrebbe pensare che ragioni con la tua testa», così una ragazza si rivolge all’altra che prontamente le risponde – come da manuale: «non lo farei mai! È solo una giornata divertente, niente di più!».

Mentre Alexandra scorre Brindfeed, subito noto che il suo è molto di più di un consueto scrolling. Lei sta controllando gli attori in scena, stabilisce cosa devono dire e come si devono muovere. Questa constatazione comincia già a inquietarmi, sollevando il tema urgente dell’alienazione tecnologica.

Ed è solo l’inizio perché appena un minuto dopo… Cambio di scena: ci troviamo in un bar, Camilla incontra Irene e le chiede se sta scrivendo qualcosa sul suo quaderno. Dopo la sua risposta affermativa, le propone di fare una scommessa, ma lo sketch resta aperto. È solo il prologo (o il reel, si direbbe oggi) di una storia telecomandata non così distante dalla nostra…

Alexandra switcha al terzo episodio e «gli attori si organizzano nella formazione autobus», ma pure qui abbiamo solo un assaggio della trama: Irene importuna un passeggero silenzioso e distratto, per chiedergli se è veramente lui Adriano, mentre gli altri la guardano straniti. Del resto come in ogni tragitto sui mezzi pubblici che si rispetti a ognuno è richiesto di farsi gli affari propri.

Per un momento la mia mente si catapulta altrove: di fronte a me non ci sono più degli attori di teatro, ma è come se ci fosse lo schermo della mia smart TV. Ho appena aperto Netflix e sto scorrendo tutte le preview delle serie TV per decidere cosa guardare. Gli sprazzi di episodi che Puro Puro Puro! mi sta proponendo sono simili a quelle anteprime, con la differenza che qui non sono io a scegliere quale prodotto consumare, e, anche se fa male, mi sento obbligata a stare ferma sulla sedia e concentrarmi sulla visione. Cavolo, penso, mi hanno aperto gli occhi su una delle tante forme di schiavitù a cui ogni giorno mi piego.

Puro Puro Puro!: quando ancora era concesso sbagliare, starnutire, invecchiare e non procreare

Dopo questa sfilza di storie incompiute, finalmente sul proscenio si fa avanti un personaggio: Beppe Puzzo. Ci racconta di quando da ragazzino lo portarono a fare una gita scolastica al «Museo dei Virus umani»: «la gente spesso si chiede com’era il mondo prima di Brin — prima, quando c’era una separazione tra impresa e Stato. È per questo che i bambini vanno in musei come quello. Per vedere quanto andavano male le cose una volta». Questo vorrebbe dire che sotto il controllo di Brin tutto va come deve andare? Niente si trova fuori posto? E ogni cosa ha una spiegazione? Persino uno starnuto?

Quante domande che mi induce a pormi questo spettacolo, che non stia forse provando a esercitare un controllo sulla mia mente? Lo starnuto, in questa distopia che è Brin, è assolutamente vietato, addirittura considerato un reato. Penso dunque – e tiro un sospiro di sollievo perché ancora mi sento libera di pensare – che lo starnuto in sé, come riflesso involontario per liberare le vie respiratorie da sostanze irritanti, sia qui utilizzato in senso metaforico come una spia per segnalare che qualcosa non va in questa società iperregolarizzata, che probabilmente non è tutto vero quello che ci stanno propinando.

E come una conferma della mia riflessione arriva poi la battuta seguente di Beppe (mi sta leggendo dentro?): «non è forse ontologicamente necessario che, se esistono cose che devono accadere, debbano esistere anche cose che accadono senza dover accadere?»

Lo spettacolo sta ora decisamente prendendo una piega filosofica e non so se riuscirò ad arrivare alla fine senza provare una sorta di angosciosa consapevolezza che Civil words mi sta illustrando il presente. Beppe difatti sta pian piano intuendo che probabilmente la sua vita altro non è che una storia nel Brinfeed di qualcuno. Non posso a questo punto non lasciarmi persuadere dall’idea che ci siano esplicite allusioni alle storie di Instagram, in cui frammenti della mia e della nostra vita possono comparire nel feed degli altri semplicemente perché un algoritmo lo ha stabilito. Non posso non scorgere riferimenti espliciti all’IA che, con poche dritte (e a volte pure senza), anticipa le frasi che il mio cervello sta per formulare. Forse, come nel film Bugonia (2025) di Yorgos Lanthimos, si dovrebbe solo spegnere tutti i dispositivi e iniziare a dare la caccia a questi «andromediani» che, nascosti ai vertici del potere, sembrano governare il mondo e hanno in programma di annientare il genere umano.

Intensificando così sempre di più la forza meta-teatrale di Puro puro puro!, la scena che segue è proprio quella di un sequestro di persona – esattamente come avviene nei primi minuti di Bugonia, dove ad essere rapita è Emma Stone nei panni di un’aliena dirigente di una grande multinazionale. Anche qui, seppur in forma diversa, il rapimento è il primo sacrosanto passo per la liberazione.

Meglio restare nella «zona d’ombra» per cominciare a vederci chiaro

La scena del rapimento rappresenta il fulcro centrale dello spettacolo. Il momento in cui tutto sembra apparire più chiaro. Beppe Puzzo viene catturato da un gruppo di persone mascherate, appartenenti alla «Società Spinoza» – un nome non casuale se si ricorda il filosofo olandese che considerava l’uomo come «una piccola parte dell’ordine naturale», identificando Dio con la Natura. La Società rivela infatti a Beppe che si trova in «una zona d’ombra», che è uscito dalla «zona centrale della città», quella sorvegliata. E ancora, immobilizzandolo, si propone di liberarlo, estraendogli dal corpo le «nanomacchine», per amore degli uomini e della verità.

Ecco affiorare in me un altro interrogativo, che già mi tormentava fin dai primi episodi di questa messinscena: e se la scelta di ogni nostro gesto, parola e relazione dipendesse dal tecno-ingegno di una «nanomacchina» installata nel nostro corpo?

Lo scenario non è così distopico se si attraversano con un minimo di consapevolezza questi tempi dominati dal capitalismo della sorveglianza in cui si è costantemente bombardati di informazioni e di immagini che manipolano la nostra capacità di interpretare il mondo, le esperienze e le persone.

Così Puro Puro Puro! è gravido di esempi di estorsione della nostra autonomia di pensiero e di azione. Dal water che prende in giro il padrone di casa perché ha «il gamberetto piccolo» – in fondo lui ha scelto «un piano water economico», ma di certo non si aspettava di essere sbeffeggiato da una tazza del cesso (non è forse questa un’anticipazione grottesca di un’Alexa del futuro?) – passando per i «Pizza Boys»: pizzaioli che lavorano senza sosta come robot, impastando, stendendo pizze e aumentando progressivamente il ritmo dei movimenti, come pilotati da un sadico datore di lavoro. Per arrivare ai daimon (nella doppia accezione di spiriti divini e insieme demoni) che suggeriscono a una coppia in pieno litigio cosa dirsi. Affinché i rapporti convenzionali e monogami possano perpetuarsi, è necessario pronunciare le frasi giuste, quelle da “codice d’amore per fidanzati tristi”. Infine non può mancare il tema della solitudine e della sofferenza combattute con la distrazione e l’alienazione, frutti del consumo indiscriminato e acritico di serie TV e programmi televisivi spazzatura, prodotti demenziali dati in pasto a chi non riesce a stare con il proprio dolore. What’s your age, un programma in cui si indovina l’età del partecipante con in palio un premio in denaro, rappresenta l’apice di questo stato di impoverimento delle facoltà cognitive che il collettivo mette in scena senza mezze misure.

Spot puri contro una vita di spot occulti

Puro Puro Puro! di Nicholas Rapp
Beppe ha vinto un soggiorno nella Casa del Felice Addio per Anziani che Lavorano

Civil words ha lavorato, studiandole nella loro psicologia, sulle strategie persuasive della comunicazione pubblicitaria. Una buona fetta di Puro Puro Puro! si dedica quindi con ironia agli spot pubblicitari. Ora per mezzo di uno schermo posto al di sotto del palcoscenico su cui scorrono estratti di vecchi inserti televisivi con orsi robotici dispensatori di affetto, che soddisfano «il tuo bisogno primordiale di connessione emotiva e fisica con altri esseri viventi». Ora attraverso una truccatrice in carne e ossa impegnata, sul set di un show di becero intrattenimento, a stendere fondotinta sul viso di un concorrente, un cosmetico per «uniformare l’incarnato», «in offerta a soli 400 crediti». Si tratta di una critica spietata contro la società della performatività e dell’estetica, vuota di contenuti e di valori, anaffettiva e individualista: «la bellezza è dolore», seguita infatti a dire la truccatrice. E appunto, in questo contesto sociale, per sentirsi accettati bisogna dimostrare sempre meno dell’età che si ha, mantenersi giovani per non sfigurare, perché, come sostiene il conduttore di What’s your age, è meglio avere «un’età desiderabile» (tipo ventiquattro anni) per evitare di finire nella «Casa Felice per Orfani che Lavorano» (se si è ancora ragazzi) o al contrario nella «Casa del Felice Addio per Anziani che Lavorano» (se si è invece troppo vecchi).

E la donna com’è considerata in questo incubo totalitario? Quale posto occupa nell’utopia negativa del «tecnofascismo»?

Per rispondere basti notare come Camilla, nello «stupido programma» in cui conta solo l’età, diventa, per lo splendido e invadente presentatore, «la signora Beppe». Ma lei ci tiene a precisare, con imbarazzo – come avesse introiettato la vergogna che prova chi la osserva giudicandola – che è «signorina», perché «Beppe in realtà non le ha ancora chiesto di sposarlo». La donna a quanto pare in televisione (e pure in questa società che ne è lo specchio) può soltanto essere o una velina, dunque oggetto del desiderio maschile – per lei sono riservate dagli uomini solo spudorate avances – o una buona madre, una moglie accondiscendente e premurosa oppure, peggio, una badante discreta e remissiva. È emblematico di questa deriva patriarcale il giornalista del TG che si rivolge alla sua collega come a un soprammobile messo lì per bella presenza: «Cami, se avessi voluto un commento personale, non avrei fatto scrivere ai produttori un copione per te», e ancora, per ridicolizzare le sue affermazioni: «sinceramente non riesco a credere che ti abbiano scritto questa battuta».

«Viviamo in un mondo felice di felice tecnofascismo»

Puro Puro Puro!
Sta iniziando il telegiornale

Alla fine è proprio il telegiornale che, spacciandole per fake news, finalmente diffonde notizie chiarificatrici. Tutto ciò che ci viene comunicato, che viene trasmesso come disinformazione, appare talmente assurdo da sembrare vero, analizzato retrospettivamente alla luce degli episodi a cui abbiamo assistito – tutti quei campanelli d’allarme dovevano pur significare qualcosa. L’inganno viene svelato e con esso il senso dell’intera rappresentazione: «sono circolate voci su un gruppo ribelle di assassini armati e pericolosi. Non esiste alcuna Società Spinoza». «In altre notizie, è circolato il pettegolezzo secondo cui Brin starebbe in qualche modo fornendo il materiale video per ogni canale su BrinFeed tramite microchip impiantati negli occhi delle persone».

Ma menomale che nel mondo esistono ancora i matti, i disobbedienti, chi, per infrazioni più o meno gravi, dovrebbe finire nel cosiddetto «Zoo Sociale»: una sorta di riformatorio per «disadattati» e «reietti», per quelli «che hanno fallito nella vita». In questa categoria ovviamente rientrano coloro i quali non sono stati in grado di trovare un partner «entro l’età massima stabilita dal governo», coloro che non svolgono un lavoro produttivo ed economicamente vantaggioso, insomma quelle persone che sfuggono al controllo dello Stato. Per osservare queste specie rare (e si spera in estinzione) è necessario comprare un biglietto. Guardarle vivere è come partecipare a un safari preconfezionato in cui ci viene illustrato tutto ciò che non bisogna fare a contatto con la flora e la fauna. L’unica differenza è che qui non sono protagonisti gli animali, ma gli esseri umani.

All’improvviso però un senzatetto spegne il videogioco e fa cadere la farsa, l’incredibile dissimulazione su cui è stato architettato questo mondo. Timidamente si avvicina verso il proscenio e, con la schiena ricurva e la voce sommessa, si confida con il pubblico, elencando delle verità solo apparentemente banali – «ogni volta che sorge il sole è un nuovo giorno!» – e poi tra queste la grande verità che soppianta tutte le altre: «le nostre vite sono mercificate da BrinFeed, che sorveglia tutto ciò che facciamo!».

Puro Puro Puro! – con il punto esclamativo per sottolineare l’urgenza di questa tanto attesa purezza – mi ripulisce dalle scorie del presente in questa accurata recensione teatrale, mi invita inoltre a riflettere sul valore del teatro e sul suo potere comunicativo che agisce su diversi piani ed è tanto più profondo quanto più dice ciò che non si può dire, ciò che non andrebbe detto. Il collettivo milanese è politicamente scorretto e teatralmente insolito quando si pone dinanzi agli spettatori per giudicare i loro comportamenti o semplicemente le loro posture ed espressioni, ma soprattutto perché ha scelto di non somministrarci del mero intrattenimento per farci divertire e non pensare. Così ci ha obbligati a prendere parte a un rituale di purificazione interiore. E a noi non resta altra scelta che sottoporci a questa dolorosa operazione.

Fonte foto: fotografa Sonia Assanti

  • PURO PURO PURO!
  • REGIA DI NICHOLAS RAPP
  • CON:
    • ALEXANDRA LAZAZZERA
    • ADRIANO POZZI
    • IRENE CONSONNI
    • CAMILLA QUADRI
    • ALESSANDRO CARFAGNA
  • SCENA & COSTUMI: JOHANNA TEDDE
  • LUCI: VASCO MENICHELLI

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A proposito di Chiara Aloia

Chiara Aloia nasce a Formia nel 1999. Laureata in Filologia moderna.

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