Quando l’amore genitoriale diventa veleno? Quanto un figlio è disposto a perdere di sé stesso per il genitore? Zappatore – Studio per una liturgia del figlio aiuta a riflettere sui rapporti che quotidianamente costruiamo con noi stessi e con gli altri.
| Concetto chiave | Dettagli e segmenti del progetto |
|---|---|
| Spettacolo teatrale | Zappatore – Studio per una liturgia del figlio |
| Drammaturgo ispiratore | Il celebre dramma di Libero Bovio |
| Regia e drammaturgia | Fabio Di Gesto |
| Cast artistico | Carmine Bianco, Miriam della Corte, Luca Lombardi, Maria Claudia Pesapane, Nello Provenzano |
| Firma della recensione | Lea Luisa Berardi |
- Il ricatto emotivo e il ribaltamento dello Zappatore tradizionale
- L’incapacità di accogliere la realtà e i desideri del figlio
- La liturgia dell’ambizione sociale e il veleno dell’amore malato
- La regia di Fabio Di Gesto: la gabbia emotiva della ripetizione
- Le dichiarazioni del regista sulla scelta della reiterazione
- Il cast e il paradosso dei rituali scenici
- Perché Zappatore è uno spettacolo necessario per genitori e figli
Il ricatto emotivo e il ribaltamento dello Zappatore tradizionale
«Sia lodato il protettore d’avvocato!», è una delle frasi che risuona ossessivamente nelle bocche dei genitori del protagonista. Ispirata al celebre dramma di Libero Bovio, questa nuova rivisitazione di Zappatore sposta i riflettori su una questione tanto cruciale quanto taciuta: l’amore genitoriale che, anziché proteggere e riscaldare, si trasforma in una coperta che soffoca. Se la tradizione ci ha abituati alla narrazione dei “figli ingrati”, lo spettacolo ribalta la prospettiva, portando in scena padri e madri accecati dai propri stessi sacrifici; genitori che usano quelle rinunce come arma di ricatto emotivo per:
- non lasciare andare i figli;
- tenerli legati a sé;
- o per costringerli a diventare ciò che loro non sono mai stati.
L’incapacità di accogliere la realtà e i desideri del figlio
Il cuore drammatico della pièce risiede proprio nell’incapacità di accogliere un figlio per quello che è, aiutandolo a realizzare i propri desideri anziché le proiezioni altrui. Emblematico, in questo senso, è il grido disperato del protagonista: «Voi non mi avete mai chiesto cosa volessi fare da grande». Una domanda semplice, che ogni genitore dovrebbe porre se davvero ama, e che racchiude il bisogno universale di sentirsi visti, capiti e apprezzati nella propria unicità.
La liturgia dell’ambizione sociale e il veleno dell’amore malato
Al contrario, sul palco assistiamo a una vera e propria liturgia dell’ambizione: i genitori venerano il figlio in quanto “avvocato”, trattandolo alla stregua di un santo da cui ci si aspetta il miracolo. Un miracolo che serve a salvare la famiglia, alimentandone l’onore e la rispettabilità sociale. Ma un amore così malato si rivela un veleno: è proprio questo soffocamento a spingere il figlio a mettere radici altrove, spezzando definitivamente il legame biologico.
La regia di Fabio Di Gesto: la gabbia emotiva della ripetizione
La regia e drammaturgia di Fabio Di Gesto restituisce questa gabbia emotiva attraverso una struttura formale ipnotica, dominata dalla ripetizione. I genitori, la fidanzata, le figure che orbitano attorno al protagonista si muovono dentro una partitura di gesti e parole reiterati in modo quasi ossessivo, a tratti fastidioso dal punto di vista sonoro, eppure capaci di ammaliare lo spettatore come in un antico rituale. È una dinamica evidente nella scena della partenza: mentre il figlio cerca disperatamente un confronto reale per svelare la propria verità, i genitori lo interrompono sistematicamente alzando un muro di formule meccaniche «Portaci rispetto», «Non ti scordare della famiglia». Questa iterazione diventa il simbolo dell’ottusità e dell’arroccamento culturale di due genitori che non sono pronti ad ascoltare le vere esigenze del figlio.
Le dichiarazioni del regista sulla scelta della reiterazione
Interpellato su questa specifica e potente scelta estetica, il regista Fabio Di Gesto ha convalidato la presente analisi, confermando come il dispositivo della ripetizione serva a far percepire al pubblico lo stesso esasperante disagio vissuto dal protagonista: «Ho introdotto la ripetizione perché per me significa spostare l’angolazione e vedere le cose con gli occhi del figlio: al figlio pure un semplice gesto diventa fastidioso e ripetitivo». La reiterazione, dunque, è il mezzo con cui la regia ci proietta nell’alienazione del ragazzo, traducendo in partitura scenica la sordità degli adulti. Come aggiunge lo stesso Di Gesto: «La ripetizione mi permette di creare una linea musicale che è un po’ la spina del lavoro, e che richiama la sceneggiata».
Il cast e il paradosso dei rituali scenici
Lo spettacolo si sviluppa così con un ritmo incalzante, sorretto dall’energia magnetica e costante degli attori in scena:
- Carmine Bianco;
- Miriam della Corte;
- Luca Lombardi;
- Maria Claudia Pesapane;
- e Nello Provenzano.
I numerosi rituali che si susseguono in scena non sono semplici decorazioni, ma svelano un paradosso doloroso: spesso compiamo gesti e tramandiamo abitudini con assoluta convinzione amorosa, senza renderci conto del danno profondo che stanno generando.
Perché Zappatore è uno spettacolo necessario per genitori e figli
Zappatore – Studio per una liturgia del figlio si impone come uno spettacolo necessario. Dovrebbero guardarlo i genitori, per comprendere che le loro aspirazioni appartengono solo a loro stessi; ma dovrebbero guardarlo anche i figli, per trovare il coraggio di non assecondare le proiezioni altrui e ricordare che i sogni non si ereditano per dovere dinastico: sono, e devono rimanere, solo nostri.
Recensione di
Lea Luisa Berardi
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