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Cosa ci succede dentro quando viaggiamo da soli

Partire da soli non è solo una questione logistica. È un piccolo esperimento di psicologia applicata, in cui l’unico ingrediente che cambia siamo noi.

La prima volta che ho viaggiato davvero da sola avevo poco più di trent’anni ed ero su un autobus traballante sulle Ande, senza nessuno accanto a cui sussurrare “guarda che meraviglia”. Mi aspettavo di sentirmi sperduta, e invece, dopo qualche ora di silenzio e finestrino, è successa una cosa che non avevo previsto: ho cominciato a sentirmi a casa dentro di me. Sono passati molti anni e più di ottanta paesi da allora, e da quando nel 2012 ho fondato Viaggiare da Soli, il primo blog italiano dedicato ai viaggiatori solitari, continuo a studiare proprio questo, da psicologa turistica: cosa accade nella nostra mente quando togliamo le persone familiari dall’equazione e restiamo soli con il mondo, e con noi stessi.

Perché viaggiare da soli non è semplicemente viaggiare con un posto vuoto accanto. È un cambiamento di stato interiore, e una volta che lo si conosce è difficile dimenticarlo.

 

Sparisce il rumore di fondo

La prima cosa che noto, in viaggio e nelle persone che accompagno, è il silenzio che si fa attorno alle decisioni. Quando siamo in compagnia, ogni scelta passa per una piccola contrattazione, dove mangiamo, quanto restiamo, se giriamo a destra o a sinistra. Sono negoziati gentili, spesso impercettibili, ma ci abituano a smussare di continuo i nostri desideri per incontrare quelli degli altri. Da soli, quel rumore di fondo si spegne. Resta solo una domanda, semplice e quasi spiazzante nella sua nudità: cosa voglio fare io, adesso?

Sembra banale, e invece per molti è una piccola rivelazione. A casa deleghiamo una quantità sorprendente di micro-scelte, e finiamo per perdere il contatto con ciò che ci piace davvero. Il viaggio in solitaria ce lo restituisce, perché non c’è nessuno su cui appoggiarsi, e quindi nessuno dietro cui nascondersi. È un allenamento all’ascolto di sé che funziona proprio perché non possiamo barare.

La solitudine che non è solitudine

La paura più diffusa, tra chi mi scrive, è quella di sentirsi soli. Ed è qui che vale la pena fare una distinzione che in psicologia è tutt’altro che sottile: stare soli e sentirsi soli sono due cose diverse. Il primo è uno spazio, il secondo è una mancanza. In viaggio da soli capita spesso di abitare lo spazio senza sentire la mancanza, perché quando nessuno riempie i vuoti al posto nostro, il mondo si fa improvvisamente più vivido.

Senza un interlocutore che assorbe la nostra attenzione, i sensi si accendono. Notiamo i dettagli, i volti, gli odori di una strada, le nostre stesse reazioni. Si viaggia più lentamente, e si guarda più a fondo. Paradossalmente, viaggiando da soli si finisce per parlare con molte più persone di quante se ne incontrino in coppia, perché diventiamo avvicinabili, e perché siamo noi i primi ad avere voglia di un contatto autentico.

Una vera palestra emotiva

Sarei disonesta se raccontassi solo la parte luminosa. Viaggiare da soli è anche fatica, qualche paura, momenti di silenzio che pesano e un autobus perso a mille chilometri da casa con nessuno a cui dare la colpa. Ne ho scritto senza filtri in un articolo che chiamo, senza troppi giri di parole, le verità poco patinate sul viaggio in solitaria, perché credo che raccontare solo i tramonti perfetti faccia un torto a chi parte davvero.

Eppure è esattamente in quei momenti difficili che avviene la magia psicologica. Ogni problema risolto da soli, un treno saltato, una lingua che non conosciamo, una decisione presa sotto pressione, deposita dentro di noi una piccola prova concreta che possiamo farcela. Gli psicologi la chiamano autoefficacia, quella sensazione fondata di essere capaci di affrontare ciò che la vita ci mette davanti. Non nasce dai discorsi motivazionali, nasce dall’esperienza diretta. E il viaggio in solitaria, in questo senso, è una delle palestre emotive più efficaci che conosca.

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Chi torna non è chi è partito

C’è un’ultima cosa che succede dentro di noi, e si rivela solo al ritorno. Spesso ci aspettiamo che a cambiare siano le mete, le foto, i racconti da condividere. In realtà ciò che cambia di più è il punto di osservazione. Si torna con un’idea più nitida di chi siamo quando nessuno ci dice chi dobbiamo essere, e questa nuova consapevolezza non sempre trova spazio nella vita di prima.

Il rientro, infatti, è la fase di cui si parla meno e che invece andrebbe accudita di più. Conviene tenere traccia delle emozioni provate, scriverle, rileggerle a distanza di tempo, perché è lì, nella quiete del ritorno, che il viaggio finisce davvero di trasformarci. Chi parte da solo non torna mai esattamente la stessa persona, e imparare a integrare quel cambiamento è parte del viaggio quanto il viaggio stesso.

E se la paura ti blocca prima ancora di partire

So bene che tra il capire tutto questo e prenotare quel volo c’è di mezzo un nodo allo stomaco. La paura, però, non è un semaforo rosso, è semplicemente il segnale che stiamo per fare qualcosa che conta. Nel mio lavoro accompagno le persone, soprattutto donne, proprio in questo passaggio, attraverso un percorso di travel coaching che unisce gli strumenti della psicologia a quelli concreti del coaching, per trasformare i blocchi in primi passi. Perché alla fine la domanda non è se siamo pronti a viaggiare da soli, ma se siamo pronti a incontrarci.

E quell’incontro, ve lo assicuro, vale ogni singolo chilometro percorso in silenzio.

L’autrice. Francesca Di Pietro è psicologa turistica, travel coach e autrice per Feltrinelli di Il bello di viaggiare da soli. Dal 2012 racconta e studia il viaggio in solitaria, soprattutto al femminile, sul suo sito viaggiaredasoli.net e nel podcast Travel Therapy.

 

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