Disclosure Day, nuovo film di Steven Spielberg, scritto da David Koepp e prodotto e distribuito da Universal Pictures, è uno di quei titoli destinati a dividere. Non perché sia incomprensibile o volutamente provocatorio, ma perché arriva con un peso enorme sulle spalle: Spielberg ha già legato il proprio nome a due film che hanno ridefinito l’immaginario alieno al cinema, “Incontri ravvicinati del terzo tipo” ed “E.T. l’extra-terrestre”, senza dimenticare l’ottimo “La guerra dei mondi” del 2005 con Tom Cruise.
Uno degli errori, sia da parte del pubblico sia forse della stessa comunicazione del film, è stato leggere Disclosure Day come una sorta di erede diretto di quelle opere, in particolare di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Ma il nuovo Spielberg non sembra voler raccontare la meraviglia dell’incontro, né costruire un grande film sugli alieni nel senso più classico del termine. È piuttosto un film su come reagiremmo oggi davanti alla verità più destabilizzante possibile. Da questo punto di vista, il riferimento più utile potrebbe essere quasi Signs: non perché i due film siano identici, ma perché entrambi usano gli alieni come espediente narrativo per osservare la reazione degli esseri umani davanti a qualcosa che mette in crisi certezze e percezione della realtà. Ed è proprio qui che, pur con alcuni difetti, Disclosure Day diventa molto più interessante di quanto diverse critiche abbiano lasciato intendere.
| Elemento principale | Dettagli dell’opera |
|---|---|
| Regia | Steven Spielberg |
| Sceneggiatura | David Koepp |
| Produzione e distribuzione | Universal Pictures |
| Cast protagonista | Josh O’Connor, Eve Hewson, Emily Blunt, Colin Firth |
| Tematica centrale | Reazione umana al crollo delle certezze e della fiducia collettiva |
- Disclosure Day: la trama in breve
- Le critiche al film: cosa funziona bene e cosa meno
- Disclosure Day: perché alcune critiche sono state troppo feroci
- La regia di Spielberg vale già il prezzo della visione
- La televisione come simbolo di una verità condivisa
- Non un film sugli alieni, ma sulle persone davanti agli alieni
- Disclosure Day: un film imperfetto, ma da rivalutare
Disclosure Day: la trama in breve
La storia segue Daniel Kellner (Josh O’Connor), giovane esperto di cybersicurezza entrato in possesso di prove, immagini e documenti capaci di dimostrare l’esistenza di una presenza extraterrestre. La sua scelta di rendere pubblica la verità lo trasforma rapidamente in un fuggitivo, insieme alla fidanzata Jane Blankenship (Eve Hewson), coinvolta in una corsa contro il tempo.

Gli altri personaggi della vicenda sono rappresentati da Margaret Fairchild (Emily Blunt), meteorologa ed ex giornalista che entra progressivamente in contatto con il mistero alieno e diventa una figura centrale nella costruzione dell’evento pubblico. Dall’altra c’è Noah Scanlon (Colin Firth), capo della potente Wardex, vero antagonista del film: non il classico cattivo da fantascienza, ma l’uomo che rappresenta il controllo della prova, della narrazione e del momento in cui una verità può o non può essere consegnata al mondo.

La premessa è semplice, quasi classica e quasi fa eco alle moderne teorie del complotto: qualcuno sa qualcosa che il mondo non dovrebbe sapere, o almeno non ancora. Ma Spielberg non sembra interessato soltanto alla dinamica del complotto o del documento segreto. Il vero punto del film è un altro: cosa succede quando una prova enorme arriva in una società che non sa più riconoscere una verità comune? In Disclosure Day gli extraterrestri ci sono, naturalmente, ma il film osserva soprattutto gli esseri umani: il loro bisogno di controllo, il potere delle immagini, il ruolo dei media e la fragilità della fiducia collettiva.

Le critiche al film: cosa funziona bene e cosa meno
Disclosure Day è un film riuscito: visivamente solido, ben diretto, con un buon ritmo e una trama che, pur con qualche forzatura, riesce a mantenere viva l’attenzione. Alcune critiche rivolte a Disclosure Day non sono del tutto infondate. La struttura, per esempio, è uno degli elementi più discussi. Il film procede spesso per ripetizione: fuga, rifugio, scoperta, nuova fuga. Questo andamento rischia a tratti di rendere la parte centrale meno incisiva di quanto dovrebbe e finisce per tradire in parte la promessa narrativa iniziale: quello che sembra annunciarsi come un film sulla rivelazione aliena scivola spesso verso un action di spionaggio con elementi soprannaturali o un chase thriller in cui si passa il tempo a fuggire. Come in un film di Terminator ma senza vedere mai il Terminator.

Un altro limite riguarda alcune scelte narrative un po’ forzate. In particolare, la presenza degli animali alieni è forse l’elemento meno convincente del film. L’idea, sulla carta, poteva funzionare: immaginare una manifestazione extraterrestre attraverso forme animali avrebbe potuto aprire una dimensione simbolica, quasi spirituale, legata al rapporto tra vita terrestre e vita aliena. Nel risultato, però, alcuni momenti sembrano più costruiti per l’effetto visivo che per reale necessità narrativa.
Il cervo, per esempio, entra in scena con una solennità molto marcata, quasi da immagine pensata per il trailer. Anche la volpe in CGI non sempre convince, soprattutto perché il peso simbolico della scena avrebbe richiesto una resa più sottile. È probabilmente la parte che avrei ridimensionato o eliminato, perché rischia di rendere troppo esplicito un mistero che funzionava meglio quando restava più trattenuto.
Detto questo, i difetti ci sono, ma non bastano a liquidare il film come un’opera riuscita male.
Disclosure Day: perché alcune critiche sono state troppo feroci
Il problema di molte letture negative è che giudicano Disclosure Day per ciò che non è. Non è un thriller tecnologico contemporaneo sulla diffusione di documenti segreti. Non è un film costruito per spiegare nel dettaglio la biologia aliena, la tecnologia extraterrestre o il funzionamento degli artefatti. Non è nemmeno il ritorno puro e semplice dello Spielberg della meraviglia infantile.
È un film con un inizio e un finale volutamente aperti, e con molte risposte lasciate in sospeso: non si sa perché Noah della Wardex conosca e come abbia ottenuto le tecnologie aliene, né tantomeno come abbia imparato ad usarle. Inoltre, non si sa cosa vogliono gli alieni e perché siano sulla Terra. Gli alieni fanno da ponte a una narrativa volta all’essere umano, alla riflessione sulle guerre e sulle grandi rivelazioni. E proprio questo aspetto, che molti hanno interpretato come limite, è invece una delle sue chiavi più interessanti.

La domanda del film non è “come dimostrare oggi che gli alieni esistono?”. La domanda è: “anche davanti a una prova enorme, siamo ancora capaci di crederci insieme?”. È una differenza fondamentale.
- Nel primo caso avremmo un film su leak, server, social network, giornalisti, hacker e piattaforme.
- Nel secondo caso abbiamo un film sul collasso della fiducia collettiva.
E Spielberg sceglie chiaramente la seconda strada. Anche la scelta di restare nell’immaginario degli “alieni grigi”, altra critica rivolta al film, ha una sua coerenza: Spielberg si rifà alle teorie del complotto più sedimentate, dagli uomini in nero a Roswell e all’Area 51.

La regia di Spielberg vale già il prezzo della visione
Si può discutere la sceneggiatura di Disclosure Day, ma liquidarlo come un film girato con il pilota automatico sarebbe ingeneroso. La regia resta uno degli elementi più forti dell’opera. Spielberg sa ancora costruire attesa, lavorare sugli sguardi, dare peso alle immagini e trasformare un’inquadratura in qualcosa di più di una semplice informazione visiva.
Nei momenti migliori, il film non mostra soltanto “una prova sugli alieni”. Mostra un’immagine che potrebbe cambiare il mondo. Ed è una differenza enorme. Perché il cinema di Spielberg, anche quando non è al suo massimo, conserva una capacità rara: farci sentire il peso simbolico di ciò che stiamo guardando.

La macchina da presa sa dove stare, quando avvicinarsi, quando trattenersi, quando lasciare che il mistero resti nello spazio tra un volto e una reazione. Anche quando la trama procede in modo più semplice del necessario, la regia prova a darle profondità. In questo senso, Disclosure Day è un film imperfetto ma mai visivamente povero.
Riprese col drone, inseguimenti, stunt, telecamera che attraversa “magicamente” la staccionata e sale in macchina con Daniel proiettando lo spettatore direttamente dentro l’azione. E già questo, oggi, non è poco. Soprattutto in un panorama di blockbuster spesso efficienti ma privi di vero sguardo.

La televisione come simbolo di una verità condivisa
Uno degli aspetti più discussi del film è l’uso della televisione. Nel 2026 può sembrare strano che una rivelazione di portata mondiale passi ancora da una diretta televisiva. Verrebbe naturale chiedersi perché non caricare tutto online, inviare le prove a decine di giornalisti, diffondere i file su piattaforme digitali o affidarsi a una rete decentralizzata.
“Perché non caricare tutto, semplicemente, su internet e dare così la grande rivelazione al mondo?” è una delle frasi forse più presente su blog, commenti e alcune recensioni.
Ma questa critica, pur comprensibile, si ferma al primo livello. La televisione, in Disclosure Day, non è scelta perché tecnologicamente più efficace. È scelta perché rappresenta qualcosa che internet non riesce più a garantire: un rito collettivo.
La TV è il mezzo uno-a-molti, l’immagine condivisa nello stesso momento, la possibilità che milioni di persone guardino la stessa cosa e riconoscano insieme un evento. Internet, al contrario, oggi frammenta tutto: ogni immagine diventa opinione, meme, complotto, debunking, reazione, sospetto, parodia. Dare tutto su internet forse sarebbe stato possibile a livello di trama, ma avrebbe creato una narrativa frastagliata con milioni di persone a guardare e commentare in momenti diversi queste rivelazioni, molto increduli su ciò che era comparso e demandando tutto all’intelligenza artificiale.

Inoltre, in sceneggiatura, questa cosa si chiama, semplificando, giustificazione diegetica: il racconto deve trovare un motivo interno al suo mondo per cui quella soluzione non è disponibile. Negli horror il cellulare viene perso, non funziona o non prende proprio perché chiamando la polizia il film terminerebbe in cinque minuti. In “Mamma ho perso l’aereo” i McCallister non si accorgono all’aeroporto che gli manca un figlio. Oppure che in Gremlins, si parla di “mai dar da mangiare a un Mogwai dopo la mezzanotte” senza chiedersi cosa ne sappia la biologia delle creature dell’orologio, tanto che sono nate delle teorie tra i fan del fatto che non sia la mezzanotte effettiva, ma una questione di bioritmi e cicli di sonno.
Inoltre, la televisione nel film è anacronistica, sì, ma lo è in modo significativo. Spielberg sembra raccontare la nostalgia di un tempo in cui esisteva ancora l’idea di un evento comune. Una diretta capace di fermare il mondo, almeno per un istante, in cui tutti, in contemporanea, da TV, computer, smartphone guardano ogni canale trasmettere la stessa, grande, rivelazione.
La sequenza in cui tutto si blocca davanti alla trasmissione è una delle più belle del film proprio per questo. Non conta soltanto ciò che viene mostrato, ma il fatto che l’umanità, per un momento, guardi nella stessa direzione. È una visione forse ingenua, forse impossibile nel presente, ma proprio per questo potente.
Non un film sugli alieni, ma sulle persone davanti agli alieni
Paragonare Disclosure Day a E.T. o Incontri ravvicinati del terzo tipo rischia di essere fuorviante. Quei film raccontavano altre cose: la meraviglia, il contatto, la comunicazione, la possibilità di un incontro capace di allargare l’immaginario umano. Qui Spielberg sembra muoversi su un terreno diverso.
Il paragone più utile, semmai, è con Signs. Anche lì gli alieni erano presenti, ma non erano davvero il centro assoluto del racconto. Il cuore del film era la reazione umana: la fede dopo il trauma, la ricerca di senso, il dubbio che il mondo fosse solo caos o che esistesse ancora una trama nascosta.
Disclosure Day fa qualcosa di simile, ma su scala più ampia. Usa gli alieni come detonatore sociale, politico e spirituale. Mostra come reagirebbero le istituzioni, i media, le persone comuni e persino la religione. Non cerca soltanto di rispondere alla domanda “esistono?”, ma a una domanda più difficile: cosa diventiamo noi quando scopriamo che esistono?
È per questo che alcune spiegazioni restano aperte. Il film non vuole trasformarsi in un manuale tecnico sugli alieni. Gli oggetti, gli artefatti, le immagini e le prove non vengono spiegati fino in fondo perché il centro non è il funzionamento della tecnologia extraterrestre, ma il modo in cui l’umanità prova a controllare qualcosa che non comprende davvero.

Disclosure Day: un film imperfetto, ma da rivalutare
Disclosure Day non è un film perfetto. La struttura è ripetitiva, alcuni passaggi narrativi sono fragili e la gestione degli animali “alieni” convince solo in parte. Ma ridurlo a un film noioso o semplicemente fuori tempo significa forse perdere il punto.
Spielberg non sta raccontando solo una rivelazione sugli alieni. Sta raccontando la difficoltà di condividere una verità in un mondo che non sa più fidarsi delle immagini, delle istituzioni, dei media e forse nemmeno di se stesso.
Il risultato è un film imperfetto, ma pieno di regia, immagini e idee. Non sempre tutto funziona, ma ciò che funziona resta. E soprattutto continua a lavorare nella testa dopo la visione.
In un’epoca in cui molti blockbuster finiscono e vengono dimenticati pochi minuti dopo, Disclosure Day ha almeno il merito di porre una domanda forte: cosa succederebbe oggi se la verità più grande della storia arrivasse davanti a noi e non fossimo più capaci di crederci insieme?
Forse non è il miglior Spielberg. Ma non è nemmeno Spielberg col pilota automatico. È un film fragile, anacronistico e a tratti discutibile, ma proprio per questo molto più interessante di quanto sembri.
Immagini: courtesy of Universal Pictures

