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Le Baccanti di Theodoros Terzopoulos al Pompeii Theatrum Mundi | Recensione

Le Baccanti di Theodoros Terzopoulos al Pompeii Theatrum Mundi | Recensione

Mentre la notte avvolge gli scavi di Pompei, anche gli ultimi caldi raggi di sole lasciano il posto al bianco riflesso lunare che quasi giocosamente si posa sulle colonne romane che precedono l’ingresso al Teatro Grande. Questo non tarda a riempirsi di vita, anche in una torrida notte di metà giugno e poche sono le sedute ancora libere per la prima serata del Pompeii Theatrum Mundi, rassegna del Teatro di Napoli che anche quest’anno conferma la propria capacità di attrarre un pubblico ampio e trasversale, fatto di studiosi, appassionati o semplici curiosi accomunati dall’interesse per un teatro antico che – a distanza di secoli – continua a parlare al nostro presente. 

Le Baccanti di Terzopoulos: il rito antico che interroga il presente 

Le Baccanti di Theodoros Terzopoulos al Pompeii Theatrum Mundi | Recensione
In scena Roberto Latini (Dioniso) con Marco Cacciola (Penteo)

Le Baccanti di Theodoros Terzopoulos va in scena per la settima volta e non è un caso che sia stato scelto per l’apertura della rassegna pompeiana. Lo spettacolo celebra infatti le origini stesse del teatro, riportando al centro la danza, la performance e il mimo, come elementi fondativi della tragedia greca. Una dimensione a lungo marginalizzata dalla tradizione teatrale ottocentesca, che privilegiava la parola e il primato del grande attore, ma che qui ritorna a imporsi come forza primaria e generatrice del rito teatrale. 

La danza è contagiosa e si «espande con la medesima forza di un incendio», come dice lo stesso Penteo (v. 778) nel testo di Euripide – di cui Terzopoulos sceglie la traduzione italiana di Sanguinetiin scena fino al 20 giugno nella splendida cornice pompeiana. Già in scena, Cadmo (padre di Agave e nonno di Penteo) interpretato da Enzo Vetrano in abito dorato è immobile in una capsula fantascientifica ed è tenuto in vita dalle due bombole d’ossigeno poste ai lati di essa. Alle sue spalle una figura mormora in maniera volutamente inudibile e incomprensibile (sia perché il testo è in greco, sia perché i suoi sottotitoli non compaiono sin dal principio). L’azione ha inizio con l’ingresso di Gemma Carbone, corifea, la cui figura filiforme fuoriesce dalla futuristica struttura come da cavità uterina, evocando con forza lidea primordiale della nascita. Solo dopo, dai due pàrodoi laterali, fanno il loro ingresso altre due figure vestite di bianco e caratterizzate da sorrisi beffardi che facilmente si piegano in smorfie perturbanti, mentre i dodici membri del coro – dalle fisicità eterogenee e con mani e caviglie legate – avanzano emettendo soffi daria ritmici che sembrano tendere ad invocare il dio. Dodici come le dodici coppie di stivali militari disposte geometricamente lungo la circonferenza dell’orchestra a delimitare lo spazio circoscritto e sacro della scena dai gradoni della cavea da cui il pubblico assiste all’azione.

Il conflitto Penteo-Dioniso, il «dio dello strepito»

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In primo piano Gemma Carbone, in secondo piano alcuni membri del coro

L’opera euripidea ruota tutta attorno al conflitto Penteo-Dioniso – figure che incarnano due visioni antitetiche del mondoTuttavia, mentre nelle Baccanti di Euripide, nessuno dei due può essere considerato un autentico eroe positivo, nella rilettura di Theodoros Terzopoulos invece, è il dio Dioniso a farsi espressione di una forza primordiale e per questo positiva e inarrestabile alla quale l’uomo non può opporsi senza creare una profonda frattura mente-corpo che lo conduce inevitabilmente alla rovina. 

Dioniso si presenta ed è il primo a parlare in italiano, rompendo la barriera linguistica con gli altri personaggi che lo hanno preceduto esprimendosi invece in greco. Il dio si professa adirato contro Tebe e contro il suo re Penteo, che nega la natura divina di Dioniso (egli è infatti figlio di Zeus) e si professa contrario alle atrocità compiute dalle donne rintanatesi sul monte Citerone per celebrare i misteri bacchici. Il coro accompagna la transizione recitando a turno i versi euripidei fino al prorompere del grido rituale e collettivo «Venite, o baccanti». In questo clima di estasi entra Tiresia, anch’egli avvolto in abiti dorati, brandendo ventagli è accompagnato da una donna che seduta a terra indietreggia con movenze quasi lascive intonando un canto melodioso che richiama la tradizione dell’opera lirica italiana.

L’ingresso di Penteo invece – forse inizialmente concepito come un momento di netta cesura e destinato a incrinare gli equilibri costruiti fino a quel punto – non imprime alcuna particolare accelerazione nel ritmoNeppure il ritmo marziale dei suoi passi – che allude ad un orizzonte politico-culturale immediatamente riconoscibile – riesce dunque a produrre la frattura tanto desiderata. Egli pronuncia parole contro il dio Dioniso «portatemi questo straniero che sembra una femmina» e invita tutti a iniziare una caccia allo straniero. L’intuizione drammaturgica risiede proprio nella capacità di decostruire il testo euripideo per far emergere i meccanismi sotterranei della sua peculiare ironia tragica. Lo straniero non è altro allora che la negazione della spinta irrazionale della psiche umana che l’apparato normativo tenuto in piedi da Penteo, tenta di censurare imprigionando Dioniso. 

Il corpo liberato nel rito millenario di Terzopoulos

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In scena Stefano Randisi (Tiresia) e alcuni membri del coro

Il disegno ritmico procede secondo un andamento sicuramente uniforme e privo di repentini picchi. Questo rigore formale trova la sua unica, deflagrante eccezione nel momento in cui avviene il crollo di Penteo che capitola di fronte alla sottile seduzione psicologica del dio Dioniso, che lo induce al travestirsi da donna per andare sul monte Citerone e riportare le donne perdute in città. L’iconografia del potere che Penteo rappresenta resta schiacciata sotto un imponente struttura cilindrica nera e rossa – in una efficace trasposizione scenica del tirso  greco – di chiara simbologia fallica.

La rovina del re si prefigura sul piano visivo mediante un cono di luce rossa che taglia e isola geometricamente la testa di Penteo dal resto del corpo, preannunciandone la decapitazione per mano della madre Agave (Alvia Reale) – anch’ella coinvolta nei riti – concretizzando in un’immagine potente l’impossibilità di una vita vissuta in assenza della sua componente irrazionale.

Spogliato dal coro dei vari strati di abiti militari ed antiproiettili, Penteo rivela un pantalone rosso da odalisca e si libera in una danza del ventre con movimenti ondeggianti di bacino e braccia flessuose. Attorno a lui, il coro si dispone a semicerchio e fissa lo spettatore emettendo suoni che esprimono un piacere accondiscendente, modulati sulla partitura di una musica lasciva e liberatoria perfettamente costruita da Panagiotis Velianitis. Il servo di Penteo annuncia la sua morte per mano della madre Agave che ne ha fatto scempio ed il coro – come a volersi liberare del senso di colpa – pulisce il pavimento (e la coscienza) bianco con fazzoletti rosso sangue e urla «Ateo, illegale, ingiusto» riferendosi al defunto re. L’ingresso di Agave è anticipato dalla corifea a torso nudo che percuote un grande tamburo, una citazione filologica e vivente delle raffigurazioni vascolari greche, il cui ritmo ossessivo preannuncia lo strazio della madre che stringe a sé quella che crede essere la testa di un leone, ma che si rivelerà essere la testa di suo figlio, reo d’aver peccato contro un dio benigno, perseguitandolo e intrappolandolo.

Il profondo turbamento che questa tragedia continua a innescare nella coscienza dello spettatore risiede precisamente nel paradosso etico, che solo il dispositivo teatrale è in grado di portare alla luce con tale potenza. Resistere a Dioniso equivale a reprimere l’ordine naturale delle cose e, nonostante il pubblico ne avverta l’inevitabile verità, al contempo, il rifiuto della ratio di Penteo appare una scelta talmente destrutturante che chi osserva non può che esperire – sul finale – un sentimento di puro terrore. Un orrore reso certo ancor più tangibile e storicamente pregno dalla consapevolezza, supportata dalle fonti frammentarie circa l’esistenza storica delle menadi, che cala lo spettatore in una realtà antropologica spaventosamente concreta e affatto distante dalla propria. Le Baccanti di Theodoros Terzopoulos è andato in scena per la prima volta nel lontano 1986 a Delfi, eppure la standing ovation tributata dal pubblico – scattato in piedi dopo l’ingresso in scena del regista – non fa che confermare la straordinaria potenza e fascino di un’opera teatrale davvero senza tempo.

Crediti
LE BACCANTI
di Euripide
traduzione Edoardo Sanguineti
regia, adattamento, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
con Roberto Latini (Dioniso)Alvia Reale (Agave), Enzo Vetrano (Cadmo)Stefano Randisi (Tiresia)Marco Cacciola (Penteo)Paolo Musio (Corifeo)Gemma Carbone (Corifea)Giulio Germano Cervi (Primo Messaggero)Rocco Ancarola (Secondo Messaggero)
coro (in o.a.) Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati
musiche originali Panagiotis Velianitis
regista assistente e collaboratore alla drammaturgia Savvas Stroumpos
assistente alla regia Stravos Papadopoulos
assistente alla drammaturgia Michalis Traitsis
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Attis Theatre Company

Qui il programma del Pompeii Theatrum Mundi

Fonte immagini: Ufficio stampa

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