Scegliere soltanto cinque film di Steven Spielberg è quasi un’operazione ingiusta. Parliamo di uno dei registi più importanti della storia del cinema contemporaneo, capace di attraversare generi molto diversi senza perdere mai la riconoscibilità per la quale è famoso. Avventura, fantascienza, thriller, cinema storico, melodramma, film bellico, racconto di formazione: Spielberg ha lavorato su quasi tutto, spesso ridefinendo il modo stesso in cui il pubblico guarda un genere.
Sarebbe impossibile fare una “classifica definitiva“, l’obiettivo è scegliere cinque film fondamentali per capire tanto perché Steven Spielberg sia diventato Spielberg quanto il modo in cui ha cambiato il cinema popolare contemporaneo: non solo un grande narratore popolare, ma un autore capace di trasformare immagini, paure, meraviglia e infanzia in linguaggio cinematografico.
| Titolo del film | Anno e genere |
|---|---|
| Lo squalo (Jaws) | 1975 – Thriller/Horror |
| I predatori dell’arca perduta | 1981 – Avventura |
| E.T. l’extra-terrestre | 1982 – Fantascienza/Ragazzi |
| Jurassic Park | 1993 – Fantascienza/Avventura |
| The Fabelmans | 2022 – Autobiografico/Drammatico |
Indice dei contenuti
- Film di Steven Spielberg: Lo squalo
- E.T. l’extra-terrestre: la fantascienza vista con gli occhi di un bambino
- Film di Steven Spielberg: i predatori dell’arca perduta
- Jurassic Park: quando Spielberg ci ha fatto vedere i dinosauri
- The Fabelmans: il film per capire tutto Spielberg
- Film di Steven Spielberg: perché questi cinque film lo raccontano
Film di Steven Spielberg: Lo squalo
Partire da Lo squalo significa partire non solo dal film che lanciò definitivamente Spielberg, ma anche dalla pellicola che trasformò gli squali in una paura moderna e condivisa. Prima ancora di inventare il blockbuster estivo, Jaws cambiò l’immaginario collettivo: da quel momento il mare non fu più soltanto uno spazio di vacanza, ma anche il luogo invisibile di una minaccia possibile. Uscito nel 1975, Jaws è stato, inoltre, il film che ha contribuito a inventare l’idea moderna di blockbuster estivo. Prima di allora l’estate era spesso considerata una stagione meno centrale per le sale cinematografiche. Con Lo squalo, invece, il periodo estivo diventa improvvisamente il momento perfetto per un grande evento popolare, capace di attirare masse di spettatori e trasformare un film in fenomeno culturale. Da quel momento in poi Hollywood non sarà più la stessa.
Lo squalo funziona ancora oggi perché è costruito con una precisione quasi perfetta. Spielberg capisce che la paura non nasce solo da ciò che vediamo, ma soprattutto da ciò che immaginiamo. Per buona parte del film lo squalo resta fuori campo, suggerito dall’acqua, dai movimenti improvvisi, dal panico dei personaggi e soprattutto dal tema musicale di John Williams. Quelle due note sono diventate una delle intuizioni sonore più iconiche della storia del cinema. Un motivo semplicissimo, quasi primitivo, capace di trasformare il pericolo in presenza. Non serve vedere lo squalo per sapere che sta arrivando: basta sentirlo. Proprio da qui nasce anche uno dei sodalizi più importanti del cinema contemporaneo, quello tra Spielberg e Williams, destinato ad accompagnare molti dei film più celebri del regista.
Curiosamente, alcune delle scelte più efficaci del film nacquero anche da problemi produttivi. Lo squalo meccanico, soprannominato “Bruce”, diede parecchi problemi durante le riprese in mare aperto, costringendo Spielberg a mostrarlo meno del previsto. Quello che poteva diventare un limite si trasformò invece in una risorsa: meno squalo si vede, più lo spettatore lo immagina. E più lo immagina, più fa paura. Proprio per questo, anche se oggi la presenza scenica della creatura mostra inevitabilmente i segni del tempo, lo squalo resta iconico: non per il realismo assoluto, ma per la cura artigianale e per il modo in cui Spielberg riuscì a trasformarla in una delle immagini più riconoscibili della cultura pop.
All’uscita, il risultato fu clamoroso divenendo il primo film della storia a superare i 100 milioni di dollari al botteghino.
E.T. l’extra-terrestre: la fantascienza vista con gli occhi di un bambino
Se Lo squalo è il film della paura invisibile, E.T. l’extra-terrestre è il film di Steven Spielberg della meraviglia. Uscito nel 1982, è probabilmente uno dei manifesti più puri della poetica spielberghiana: infanzia, solitudine, separazione, desiderio di contatto e paura di perdere ciò che si ama. Se prima del 1982 gli alieni erano stati raffigurati prevalentemente come invasori ostili, mostri tentacolari o entità minacciose e misteriose, con E.T. Spielberg ha ribaltato completamente il paradigma: trasforma l’alieno in una creatura fragile, spaesata, bisognosa di aiuto. Qui l’ignoto non fa paura perché è mostruoso, ma perché è indifeso. L’extraterrestre diventa uno specchio del bambino, della sua solitudine e della sua capacità di stabilire legami fuori dalle regole degli adulti.
Il film è costruito quasi interamente attorno allo sguardo infantile. Gli adulti, spesso, vengono ripresi dal basso, tagliati, distanti, quasi incompleti, come figure appartenenti a un mondo che i bambini non riescono ancora a decifrare fino in fondo. Spielberg costringe lo spettatore ad abbassarsi all’altezza di Elliott e dei suoi fratelli, a guardare la casa, la scuola, il quartiere e perfino il cielo come spazi enormi, misteriosi, pieni di possibilità. Anche qui il contributo di John Williams è fondamentale. Dopo Lo squalo, il sodalizio con Spielberg trova in E.T. una delle sue espressioni più emotive: il volo in bicicletta davanti alla luna, ormai una delle immagini più riconoscibili della storia del cinema, funziona proprio perché unisce regia, musica e immaginario infantile in un’unica icona pop.
La creatura di E.T. riesce ancora oggi a commuovere anche perché non appare mai perfetta o levigata. Il lavoro di Carlo Rambaldi, celebre effettista italiano già legato a opere come King Kong del 1976 e Alien, le dà una fisicità fragile, quasi artigianale. E.T. è strano, rugoso, goffo, a tratti perfino sgraziato. A completare l’effetto contribuirono anche gli interpreti che diedero corpo al personaggio nelle scene in costume, tra cui attori con nanismo e Matthew DeMeritt, nato senza gambe, capace di muoversi in modo particolare all’interno del costume.
Con E.T., Spielberg prende la fantascienza e ci fa credere agli alieni parlando, in realtà, della parte più fragile dell’infanzia.
Film di Steven Spielberg: i predatori dell’arca perduta
Con I predatori dell’arca perduta, uscito nel 1981, Spielberg firma uno dei film d’avventura più importanti della storia del cinema. Qui si incontrano tre forze decisive: l’immaginario produttivo e autoriale di George Lucas, la regia di Steven Spielberg e la presenza scenica di Harrison Ford, che dopo Han Solo riesce a creare un altro personaggio destinato a entrare per sempre nella cultura pop. Indiana Jones ricordato sia come un archeologo con frusta, cappello e giacca di pelle tanto quanto un professore, vulnerabile, acculturato ma capace di sbagliare.
Il film nasce guardando ai vecchi serial d’avventura degli anni Trenta e Quaranta. Spielberg e Lucas prendono quell’immaginario fatto di tesori perduti, mappe, trappole, nazisti, misteri archeologici e viaggi esotici, e lo trasformano in una macchina narrativa. Ogni sequenza è costruita per aumentare il ritmo, complicare l’azione e rivelare qualcosa del protagonista. Indiana Jones non viene spiegato troppo dai dialoghi: lo capiamo da come si muove, da come reagisce al pericolo, da come riesce a essere insieme competente e costantemente vicino al disastro.
Una delle curiosità più note riguarda proprio il casting. Prima di Harrison Ford, il ruolo era stato pensato anche per Tom Selleck, che però non poté interpretarlo a causa degli impegni televisivi con Magnum P.I.. In effetti, oggi è quasi impossibile immaginare Indiana Jones senza il volto, il corpo e l’ironia fisica di Ford. Il personaggio funziona perché Ford non lo interpreta come un supereroe, ma come un uomo d’azione costretto continuamente a cavarsela.
Anche alcune scene iconiche nacquero da soluzioni pratiche. La celebre sequenza in cui Indiana Jones, davanti a uno spadaccino minaccioso, invece di affrontarlo in un lungo duello estrae la pistola e lo elimina in pochi secondi, nacque anche dalle difficili condizioni sul set e dal malessere di Harrison Ford. Quello che poteva essere un problema diventò una delle gag più memorabili del film e forse anche del cinema.
I predatori dell’arca perduta resta fondamentale perché ridefinisce il cinema d’avventura moderno. Non è solo un film pieno di azione, ma un film in cui l’azione racconta. Ogni inseguimento, ogni trappola, ogni corpo che cade o si rialza serve a costruire il mito di Indiana Jones.
Jurassic Park: quando Spielberg ci ha fatto vedere i dinosauri
Con Jurassic Park, uscito nel 1993, Spielberg firma uno degli spartiacque più importanti della storia del cinema contemporaneo. Se non è, certamente, il primo film a mostrare dei dinosauri sul grande schermo, la pellicola rappresenta, assieme a Terminator 2, il momento in cui il cinema ha definitivamente varcato la soglia dell’era digitale.
Tra i film di Steven Spielberg, è quello grazie al quale per la prima volta nella storia, grazie al lavoro pionieristico dell’Industrial Light & Magic, creature estinte da milioni di anni apparvero sullo schermo con un realismo e una presenza fisica tali da sembrare realmente vive. Spielberg non si limitò a usare la computer grafica: la integrò in modo rivoluzionario con gli effetti pratici di Stan Winston, creando un ibrido perfetto tra il tangibile e il digitale. Il film è importante perché rappresenta quasi la sintesi di tutte le “magie” spielberghiane precedenti: animatronica, effetti pratici e, ora, CGI. I dinosauri hanno peso, pelle, respiro, presenza fisica. Il risultato, ancora oggi, è sorprendente: a più di trent’anni di distanza, molti dinosauri di Jurassic Park sembrano più veri di creature digitali viste in film molto più recenti.
Il T-Rex non fa paura solo perché è grande, ma perché viene rivelato gradualmente, perché la regia lavora sull’attesa, perché il montaggio alterna il fuori campo, i dettagli e le reazioni dei personaggi. Ancora una volta, come ne Lo squalo, il mostro funziona prima ancora di essere mostrato del tutto.
La lavorazione del film è piena di aneddoti ormai leggendari. All’inizio si pensava di usare soprattutto tecniche più tradizionali, come la go-motion supervisionata da Phil Tippett. Quando però Spielberg vide i primi test digitali dei dinosauri in movimento, capì che il cinema stava cambiando. Non a caso, Tippett scherzò dicendo di “essere estinto”, battuta poi trasformata nel celebre riferimento del film: “you are out of a job”. Curiosamente, Tippett rimase comunque coinvolto nel progetto come supervisore del movimento dei dinosauri, contribuendo a renderli credibili anche nella loro gestualità.
Anche il gigantesco animatronic del T-Rex creò non pochi problemi. Durante le riprese della scena sotto la pioggia, non prevista inizialmente ma fortemente voluta da Spielberg, l’acqua appesantiva la pelle meccanica della creatura e rendeva i movimenti più difficili da controllare. Ma proprio questa presenza fisica, imperfetta e mastodontica, è una delle ragioni per cui la scena continua a funzionare. Buio e pioggia, uniti a un continuo gioco di rivelazioni parziali, hanno trasformato la sequenza dell’attacco del Tyrannosaurus rex in una delle scene ancora oggi più realistiche del film.
L’impatto culturale fu enorme. Spielberg non si limitò a raccontare i dinosauri: li fissò nell’immaginario collettivo. Per intere generazioni, il T-Rex, i velociraptor, il brachiosauro e il triceratopo sono diventati “i dinosauri per eccellenza“, anche quando la paleontologia successiva ha corretto molte delle immagini diffuse dal film. Oggi sappiamo, per esempio, che diversi dinosauri avevano probabilmente piume o caratteristiche diverse da quelle mostrate nel 1993. Ma l’immaginario creato da Jurassic Park è stato così potente da risultare difficilissimo da correggere.
The Fabelmans: il film per capire tutto Spielberg
Per il quinto titolo dei film di Steven Spielberg il salto temporale è inevitabile. The Fabelmans, uscito nel 2022, arriva molti anni dopo i grandi film che hanno costruito il mito di Spielberg, ma proprio per questo occupa un posto particolare nella sua filmografia. Non è il suo film più spettacolare, né quello più immediatamente iconico, ma è probabilmente uno dei più importanti per capire da dove nasce il suo sguardo.
Il film è liberamente ispirato all’infanzia del regista e racconta la scoperta del cinema, il rapporto con la famiglia, la separazione dei genitori e il momento in cui la macchina da presa smette di essere solo un gioco e diventa uno strumento per guardare davvero la realtà. È un’opera più intima, meno “di genere”, ma fondamentale perché permette di rileggere a ritroso tutto il cinema di Spielberg: i bambini davanti a un mondo adulto difficile da decifrare, la famiglia come luogo di amore e frattura, il cinema come rifugio ma anche come rivelazione.
Inserirlo accanto a film enormi come Lo squalo, E.T., I predatori dell’arca perduta e Jurassic Park può sembrare una scelta insolita, ma ha senso proprio per questo. Se gli altri titoli mostrano cosa Spielberg ha dato al cinema popolare, The Fabelmans mostra da dove quel cinema sembra essere nato: dalla meraviglia, certo, ma anche dalla ferita.
Film di Steven Spielberg: perché questi cinque film lo raccontano
Questi film di Steven Spielberg non esauriscono certo la carriera del regista. Restano fuori titoli enormi come Schindler’s List, Salvate il soldato Ryan, Minority Report e molti altri. Alcuni meriterebbero tranquillamente un posto in una lista alternativa. Ma quelli citati nell’articolo permettono di attraversare cinque dimensioni fondamentali del suo cinema: la paura, la meraviglia, l’avventura, la tecnologia e l’autobiografia.
Spielberg è spesso definito un grande regista popolare, ed è vero: il suo talento è quello di parlare a tutti senza rinunciare a una grammatica visiva potentissima, a una costruzione emotiva precisa e a una capacità rara di trasformare immagini semplici in icone. E forse è proprio questo il segreto di Spielberg: aver trasformato il cinema popolare in una delle forme più potenti del nostro immaginario collettivo.
Fonte immagine in evidenza: Wikimedia
🎬 I Maestri della Regia — Dai grandi visionari di Hollywood agli autori seminali del cinema indipendente e delle produzioni asiatiche live-action. Un viaggio dietro la macchina da presa per comprendere lo stile dei registi più celebrati. Consulta il dossier tematico:
→ Speciale sui Maestri della Regia

