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Gestire le critiche online: contrasto all’hate speech e tutela della salute mentale

Una semplice critica online? L’hate speech è una forma di aggressione che si traveste da opinione, occupa lo spazio pubblico e trasforma il dissenso in intimidazione. Intercettarlo e gestirlo è proteggere la discussione senza normalizzare l’abuso.

Ricevere appunti e disappunti online fa parte della vita digitale. Chi pubblica contenuti, espone idee, lavora sui social, gestisce una pagina, fa divulgazione o semplicemente prende posizione su un tema più o meno sensibile, prima o poi incontra il dissenso.

Non tutto il dissenso è critica. È profondo il divario tra una persona che non è d’accordo con una visione e una persona che usa l’aggressione verbale per umiliare, intimidire, zittire o disumanizzare. È qui che entra in gioco il tema dell’hate speech, cioè il discorso d’odio rivolto contro individui o gruppi sulla base di caratteristiche come origine, genere, orientamento sessuale, religione, disabilità, appartenenza politica o sociale. O semplicemente opinioni divergenti.

L’hate speech non indica qualcuno che ha scritto una cosa brutta. È una forma di comunicazione violenta, spesso ripetitiva e collettiva, che può colpire la reputazione, la sicurezza psicologica e la libertà di espressione delle persone. Se l’odio non è un episodio sporadico ma diventa rumore costante, molte persone si trattengono dal parlare, perché il costo emotivo dell’esposizione diventa troppo alto.

Criterio di confronto Critica online Discorso d’odio (Hate speech)
Obiettivo principale Si concentra sul contenuto o sull’idea espressa (“non sono d’accordo con questa idea”). Mira alla persona, alla sua identità e al suo diritto di esistere nello spazio pubblico (“tu non dovresti avere spazio”).
Tono e stile Può essere dura, sgradevole o conflittuale, ma non attacca l’umanità del bersaglio. Forma di comunicazione violenta, spesso ripetitiva e collettiva, intesa a umiliare o intimidire.
Effetto finale Contribuisce al dibattito pubblico e al confronto di idee diverse. Provoca ansia, isolamento e spinge all’autocensura (silenziamento delle voci).

Hate speech: di cosa si parla davvero

Con hate speech si intendono espressioni, commenti, immagini, slogan o contenuti che attaccano una persona o un gruppo non necessariamente per ciò che fanno, ma per ciò che sono o per ciò che rappresentano. Se una critica potrebbe essere, ad esempio, “non sono d’accordo con questa idea”, l’hate speech, invece, si avvicina di più a “tu non dovresti avere spazio”.

La critica può essere dura, perfino sgradevole, ma resta sul piano del contenuto. L’odio, invece, mira alla persona, alla sua identità, al suo diritto di esistere nello spazio pubblico. Da sottolineare questo, perché spesso chi produce odio online cerca di difendersi dietro la formula classica “era solo un’opinione”.

Ma non tutto ciò che viene presentato come opinione ha lo stesso statuto. Dire “non condivido questa posizione” è una cosa; dire che una categoria di persone è inferiore, pericolosa, da umiliare o da ridurre al silenzio è un’altra.

L’hate speech fa molta presa sulla mente delle persone, in modo particolare online, perché non richiama davvero un tentativo di discussione; tutt’altro. Vuole delimitare il territorio: chi può parlare, chi deve tacere, chi viene considerato umano e chi viene trasformato in bersaglio.

Perché l’hate speech si è allargato online

L’hate speech si diffonde a macchia d’olio online

Negli ultimi anni il fenomeno dell’hate speech si è allargato anche perché la comunicazione pubblica si è spostata sempre di più dentro ambienti progettati per premiare reazione, velocità e polarizzazione. Le istituzioni europee e internazionali hanno più volte segnalato la crescita e la pervasività dell’odio online. UNESCO ha richiamato l’attenzione sull’aumento dei contenuti d’odio, della disinformazione e dei contenuti dannosi nell’ambiente digitale. Il Consiglio d’Europa, attraverso la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, ha descritto i livelli di hate speech in Europa come allarmanti, collegandoli a forme di razzismo, antisemitismo, odio anti-LGBTI e altre forme di ostilità.

Anche l’Unione Europea è intervenuta con strumenti specifici, come il Codice di condotta contro l’hate speech online, integrato nel quadro del Digital Services Act. Questo significa che il problema non viene più trattato come una semplice questione di “maleducazione digitale”, ma come un tema che riguarda diritti, sicurezza, democrazia e qualità dello spazio pubblico.

In Italia, Amnesty International ha monitorato negli anni l’odio online attraverso il Barometro dell’odio, mostrando come certi temi (migranti, donne, minoranze, attivismo, dissenso politico) diventino facilmente bersagli di delegittimazione e aggressività verbale.

Poi ci sono i casi di cronaca e di costume. Dallo sport alla politica, dalla televisione agli influencer, ogni evento ad alta visibilità può trasformarsi in una valanga di insulti, minacce, commenti razzisti, sessisti o omofobi. Non solo di “commenti brutti” ma flussi organizzati, imitativi, amplificati dagli algoritmi e dal comportamento del branco.

Hate speech e social: perché il fenomeno è così allettante

L’hate speech fa molta gola perché dà una gratificazione immediata. Scrivere un commento aggressivo richiede pochi secondi. Permette di sentirsi forti, superiori, parte di un gruppo, moralmente legittimati. In più, spesso riceve reazioni: like, risposte, condivisioni, applausi da chi la pensa allo stesso modo. L’odio online funziona come una piccola scarica di potere.

La persona che magari nella vita quotidiana si sente impotente, frustrata o invisibile, online può trasformarsi per un momento in giudice, pubblico ministero e boia simbolico. Può insultare, ridicolizzare, colpire. Può sentire di contare qualcosa perché qualcuno reagisce. I social premiano spesso proprio questo tipo di contenuto. Le piattaforme non hanno bisogno che una conversazione sia sana; hanno bisogno che generi interazione. E rabbia, paura e indignazione sono emozioni fortemente interattive.

Un commento equilibrato viene letto e basta. Un commento violento scatena risposte. Un insulto genera contro-insulti. Un’accusa estrema produce discussione, screenshot, rilanci, duelli nei commenti. È un’escalation, l’imbuto dell’odio. Così l’hate speech diventa anche un contenuto performativo: non serve solo a ferire il bersaglio, ma a mostrarsi davanti al proprio pubblico. È una dichiarazione identitaria: “io sto da questa parte, contro quelli”.

Le dinamiche psicologiche dietro l’hate speech

L’hate speech ha impatto sulla psiche

Uno dei meccanismi più importanti di cui tener conto è la disinibizione online. Dietro uno schermo, molte persone dicono cose che probabilmente non direbbero mai guardando qualcuno negli occhi. La distanza fisica riduce l’empatia immediata. L’altro diventa un profilo, un avatar, una frase, un simbolo. Ed è sempre meno persona.

Poi c’è la deindividuazione. Quando l’odio avviene in gruppo, il singolo si sente meno responsabile. Se tutti insultano, il proprio insulto sembra meno grave. Se tutti attaccano, l’attacco appare normale. È il classico effetto branco: la responsabilità si diluisce e l’aggressività aumenta.

C’è poi anche il bias di conferma. Si tende a cercare informazioni che confermano ciò che già si pensa. Se una persona ha una visione ostile verso un gruppo, ogni notizia negativa su quel gruppo diventa una conferma. Ogni eccezione viene trattata come prova generale. Ogni complessità viene scartata.

Un altro meccanismo è la disumanizzazione. Per rendere accettabile l’aggressione, il bersaglio deve smettere di essere percepito come una persona. Diventa “quelli”, “le femministe”, “gli immigrati”, “i boomer”, “i giovani”, “i radical chic”, “i fascisti”, “i comunisti”, “i diversi”. Quando l’altro viene ridotto a categoria, colpirlo diventa più facile. Infine, c’è la ricerca di appartenenza. L’hate speech non unisce solo contro qualcuno, ma unisce persone che si riconoscono nello stesso rifiuto. In questo senso il legame non nasce da un valore positivo, ma da un nemico comune. Alimentando l’illusione di comunità, il fenomeno si estende rapidamente.

Hate speech, paura e identità

L’hate speech non nasce sempre da odio puro, ma da paura, insicurezza, frustrazione, perdita di status e senso di minaccia. Quando una persona percepisce che il mondo cambia troppo velocemente, può cercare un colpevole. Quando si sente economicamente fragile, può prendersela con chi viene raccontato come concorrente. Quando sente vacillare la propria identità, può attaccare chi rappresenta un modo diverso di vivere. L’odio, in questo senso, semplifica, perché permette di non interrogarsi più su fenomeni complessi, basta un bersaglio e il gioco è fatto.

È lo stesso meccanismo per cui alcuni messaggi politici o mediatici funzionano magistralmente: trasformano ansie diffuse in ostilità direzionata. Il problema passa dal lavoro povero, la precarietà, la solitudine, la crisi dei servizi, la complessità del mondo a “quel gruppo lì”.

L’impatto dell’hate speech su chi lo subisce

L’esposizione ripetuta all’odio può generare ansia, ipervigilanza, vergogna, rabbia, senso di impotenza, evitamento, ritiro sociale e paura di esporsi. Per chi lavora online, il danno è ancora più ambiguo, perché il luogo dell’aggressione coincide con il luogo del lavoro. Non si può semplicemente “spegnere tutto” se la propria attività dipende da quello spazio.

Ricevere odio accende un effetto più sottile e invisibile: l’autocensura. Una persona inizia a chiedersi: “se pubblico questa cosa, che succederà?”. Poi modifica il tono, evita certi temi…e alla fine smette di intervenire, lasciando che siano altri a parlare.

Questo è uno degli effetti più gravi dell’hate speech: non colpisce solo chi riceve l’insulto, ma impoverisce l’intero spazio pubblico. Se le persone più esposte, più fragili o più bersagliate smettono di parlare, il dibattito resta in mano a chi urla di più.

Gestire le critiche online: una risposta per tutti?

hate speech
hate speech 

Si legge spesso sui social che ogni commento richieda una risposta ed è corretto non lasciare ignorato nessuno. Questo è, purtroppo, un errore frequentissimo.

Non ogni critica merita tempo. Non ogni provocazione merita accesso alla propria energia mentale.

Prima di rispondere, bisognerebbe chiedersi: questa persona vuole capire o vuole solo colpire? Se vuol capire, si può dialogare. Se vuol provocare, si può ignorare. Se vuol umiliare, si può bloccare. Sono queste le discriminanti.

Questa distinzione è fondamentale. Molte persone si logorano perché trattano l’odio come se fosse una discussione. Ma l’hate speech non è una richiesta di dialogo, bensì una strategia di invasione. Rispondere a tutto significa consegnare il proprio sistema nervoso agli umori del pubblico.

I diversi livelli di tutela

  • In prima battuta va citato il livello tecnico: bloccare, filtrare parole, limitare commenti, usare strumenti di moderazione, impostare liste di utenti bloccati, impedire messaggi privati da sconosciuti, creare regole chiare per la community.
  • Il secondo livello di tutela è documentale: fare screenshot, salvare link, date, username, messaggi, eventuali minacce. Se la situazione peggiora, avere prove ordinate è fondamentale.
  • Il terzo è legale: nei casi più gravi, soprattutto se ci sono minacce, stalking, diffusione di dati personali, incitamento alla violenza, discriminazione o campagne coordinate, può essere necessario rivolgersi alle autorità competenti o a un avvocato.
  • Il quarto livello di tutela è psicologico: proteggere il proprio spazio mentale. Non leggere tutto. Non controllare compulsivamente i commenti. Non esporsi quando si è già emotivamente vulnerabili. Chiedere supporto a colleghi, amici, redazioni, community manager, psicologi o persone fidate. La tutela dall’hate speech non consiste esclusivamente nel rimuovere commenti, ma impedire che l’odio diventi il centro della propria giornata.

Consigli pratici per gestire hate speech e critiche online

  1. La prima regola in assoluto: distinguere critica, provocazione e abuso. La critica riguarda ciò che si è detto o fatto. La provocazione è la ricerca di una reazione. L’abuso mira a ferire, intimidire o silenziare. Rispondere nello stesso modo a tutte e tre le casistiche è un errore.
  2. Seconda regola: non rispondere subito. L’odio online attiva il corpo prima del pensiero. Leggendo certe cose sale la rabbia, il battito accelera e il primo impulso è quello di difendersi. Ma proprio quel momento è il peggiore per scrivere. Fare una pausa è regolazione emotiva.
  3. Terza regola: non alimentare chi cerca pubblico. Alcuni utenti insultano per ottenere visibilità. Se si risponde, li si porta al centro della scena. A volte il blocco è molto più efficace della replica brillante.
  4. Quarta regola: costruire confini editoriali. Se si gestisce una pagina, è bene dichiarare cosa è ammesso e cosa no. Critiche sì. Insulti no. Dissenso sì. Discriminazione no. Discussione sì. Minacce no.
  5. Quinta regola: usare la moderazione preventiva. Filtri automatici, parole bloccate, approvazione dei commenti, restrizione dei messaggi privati. Non è censura proteggere uno spazio.
  6. Sesta regola: non restare da soli. L’hate speech isola anche perché fa vergognare chi lo subisce. Invece parlarne con qualcuno aiuta a ridimensionare l’impatto. Non serve sempre una grande strategia, ma qualcuno che dica: “questa cosa è violenta, non sei tu il problema”.
  7. Settima regola: conservare le prove quando il contenuto supera la soglia. Se ci sono minacce, dati personali, persecuzione o contenuti discriminatori gravi, non limitarsi a cancellare, ma documentare.
  8. Ottava regola: non trasformare l’odio in identità. Subire attacchi non deve costringere a vivere sempre in posizione difensiva. È giusto proteggersi, ma non lasciare che siano gli hater a decidere tono, contenuti e confini della propria presenza online.

Contrastare l’hate speech non significa eliminare il conflitto

Un equivoco molto diffuso specialmente online è quello di pensare che contrastare l’hate speech significhi voler rendere internet un posto finto, educato, senza scontri né conflitti. La verità non è questa. Il conflitto è necessario, come anche il dissenso. La critica è necessaria. Una società democratica vive anche di idee che si scontrano. Ma lo scontro tra idee non è la stessa cosa della distruzione delle persone. Si può criticare una posizione senza disumanizzare chi la sostiene. Si può contestare un comportamento senza invocare violenza. Si può dissentire senza trasformare l’altro in un bersaglio permanente. Chi pensa che l’hate speech sia un modo per aumentare la libertà di parola, sbaglia profondamente e collude con l’intenzione di impoverimento della comunicazione e della società tutta. In realtà, ciò che fa l’odio online è portare alcune persone a parlare troppo e altre a sparire.

Una cultura digitale più adulta

Il contrasto all’hate speech non può essere affidato solo alle piattaforme. Certo, le piattaforme devono moderare, rimuovere contenuti illegali, applicare regole chiare, rendere i sistemi di segnalazione più efficaci e trasparenti. Ma è necessaria anche una cultura digitale più adulta. Occorre imparare che un commento non è mai “solo un commento” quando entra in una dinamica collettiva di aggressione. Occorre imparare a smettere di applaudire chi “asfalta” e iniziare a valorizzare chi argomenta e capire che la libertà di parola non è libertà di intimidire. Ma per arrivare a questo è necessario educare alla distinzione tra critica e odio. Far leva su una responsabilità personale: prima di scrivere, chiedersi se si sta contribuendo a una discussione o solo a una lapidazione collettiva. L’odio online non è un temporale che arriva da solo, ma è fatto di singoli gesti, singole frasi, singoli rilanci, singoli like. E anche il contrasto all’hate speech comincia dal rifiuto di trasformare la frustrazione in violenza verbale e la differenza in nemico.

Proteggere la parola senza proteggere l’odio

Gestire le critiche online significa imparare a distinguere ciò che può far crescere da ciò che vuole solo ferire. Non tutte le critiche sono hate speech. Ma quando il discorso diventa disumanizzazione, minaccia, discriminazione o intimidazione, allora non si è più nel campo del confronto, ma dell’abuso. La risposta non può essere soltanto “ignorare”. Certamente in determinati casi ignorare serve, come anche bloccare o denunciare. La cosa più importante è non lasciare che l’hate speech diventi la misura del proprio valore o il prezzo inevitabile dell’esistenza online. Internet può essere spazio di conflitto, discussione, ironia, dissenso e confronto. Ma non dovrebbe diventare un luogo in cui la violenza verbale viene scambiata per sincerità e la crudeltà per libertà.

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