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Eroica Fenice

La categoria Notizie curiose contiene 404 articoli

Notizie curiose

Dipendenza da videogiochi, secondo l’OMS è una malattia mentale

Dipendenza da videogiochi, l’OMS la riconosce come disturbo L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente riconosciuto la dipendenza da videogiochi come patologia mentale, inserendola ufficialmente nell’International Classification of Diseases (ICD), l’elenco ufficiale e internazionalmente riconosciuto delle malattie e dei problemi che da queste derivano. La dipendenza da gioco digitale consiste in “una serie di comportamenti persistenti o ricorrenti che prendono il sopravvento sugli altri interessi della vita”. Non sorprende, infatti, che la categoria più colpita sia quella dei maschi a partire dai 12 fino ai 15-16 anni, dunque in una fase particolarmente delicata del processo di crescita, in cui non mancano le pressioni dall’esterno e dell’interno, i timori nel relazionarsi con gli altri e con se stessi. Dipendenza da videogiochi: sintomi e conseguenze del gaming disorder Non sono mancate le critiche degli scettici, che non concepiscono come la dipendenza dai videogiochi possa essere accostata alle altre malattie, ben più gravi e “tangibili”, contenute nell’ICD (si pensi che i primi tre capitoli della classificazione riguardano rispettivamente patologie infettive, tumori e malattie del sangue). Il gaming disorder è stato, infatti, inserito nel capitolo sulle patologie mentali, dati i suoi sintomi e le sue ripercussioni sulla vita del soggetto che ne soffre. La motivazione alla base dell’attenzione dell’OMS circa la dipendenza da videogiochi è stata riportata da Vladimir Poznyak, un esperto del dipartimento per la salute mentale, ed è risultata perfettamente coerente con l’evoluzione delle conoscenze in merito oltre che con l’aumento dei casi di specie. Infatti, l’inserimento nell’elenco dovrebbe aiutare i medici a formulare più facilmente una diagnosi, in considerazione delle conseguenze negative che si riflettono nei comportamenti tenuti da chi ne è affetto e nelle sue relazioni con gli altri. “La patologia porta a problemi nella vita personale, familiare e sociale, con impatti anche fisici, dai disturbi del sonno ai problemi alimentari”, ha spiegato Poznyak. Dunque, quella da gioco digitale è a tutti gli effetti una dipendenza, e come tale, il gaming disorder, è associato ad una vera e propria assuefazione dal gioco, un totale assorbimento nella dimensione virtuale che determina un allontanamento da quella reale. Al di là del rifiuto di ogni interazione e della ricerca della solitudine, il malato di gaming disorder trae piacere soltanto dal gioco, anzi si rivela irritabile e aggressivo quando è messo nella condizione di non poter giocare per un tempo più o meno prolungato. In una videointervista pubblicata da Sky News, Cam Adair, fondatore di GameQuitters.com, la più grande comunità di supporto per i dipendenti da videogames, ha deciso di raccontare la sua esperienza: “Quando ho iniziato a giocare non era male, ero un ragazzo in salute, un ragazzo felice, giocavo ad hockey, ma col tempo iniziò a diventare un problema. Così, finii per essere bocciato al liceo, non una ma due volte. Non mi sono mai diplomato, non sono mai andato al college, arrivai al punto di fingere di avere un lavoro, mentre giocavo ai videogiochi più di 16 ore al giorno. In verità, scrissi anche una lettera d’addio, di suicidio. Ed è stato […]

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Tatuaggi dispari: perché portano fortuna?

Per i più superstiziosi è una legge: avere tatuaggi in numero pari porta sfortuna. Ma perché? Da cosa deriva la superstizione dei tatuaggi dispari? A quanto pare tutto nasce da una leggenda marinaresca. Tatuaggi dispari. La storia Durante l’Ottocento si diffuse tra i marinai europei l’arte del tatuaggio, interpretato come “buon auspicio” e protezione durante i lunghi viaggi. In realtà però questa pratica non era natìa dell’Europa: fu infatti il celebre esploratore britannico James Cook che, approdato a Tahiti, osservò le tradizioni della popolazione locale e trascrisse l’espressione “tattaw”, che significa “incidere, decorare”, e stava proprio ad indicare i segni che quegli uomini portavano sulla pelle. Esportati così nel Vecchio Continente e diventati pratica tipica di marinai e navigatori, i tatuaggi non venivano fatti casualmente, bensì secondo una logica precisa. Il primo veniva fatto prima della partenza, in patria, mentre il secondo una volta giunti a destinazione. Al momento del ritorno a casa, infine, veniva fatto un terzo tatuaggio. E così via, un tatuaggio per ogni partenza e ogni ritorno. In questo modo, ogni qual volta il marinaio avesse avuto un numero dispari di tatuaggi, si sarebbe trovato nella sua terra, circondato dai propri cari e lontano dai pericoli del mare. Mentre avere i tatuaggi pari voleva dire non essere ancora riuscito a fare ritorno. Questa usanza ha lasciato le sue tracce nelle credenze popolari di oggi, che l’hanno riassunta in “fortuna” per i tatuaggi dispari e “sfortuna” per quelli pari. Tatuaggi marinareschi. Il significato Ovviamente, anche le figure che i marinai si tatuavano non erano casuali, ma scelte per un loro significato preciso. Alcuni di questi simboli, che ovviamente ricordano il mondo del mare, sono ancora diffusissimi al giorno d’oggi. Tatuarsi l’àncora, per esempio, stava a significare di aver attraversato l’Oceano Pacifico. Lo squalo invece veniva tatuato proprio per scongiurare eventuali attacchi di squali durante il viaggio. Ci si tatuava un drago quando si era arrivati a navigare in Cina, e una tartaruga quando si attraversava l’equatore. Non è difficile quindi notare come il passato abbia influenzato questa particolare arte fino ai giorni nostri, in cui il tatuaggio vive un momento di grande rinascita, soprattutto tra i più giovani. Che abbia valenza puramente estetica, che sia collegato ad un ricordo o ad un momento importante della nostra vita, che sia interpretato come moda o che rappresenti un particolare modo di pensare, il tatuaggio si è finalmente quasi del tutto liberato da pregiudizi e tabù che per anni lo avevano intrappolato ed è ormai diventato una caratteristica molto comune.

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Iliad Italia: il nuovo operaore mobile low cost

Iliad Italia è il nuovo gestore telefonico pronto ad imporsi nel nostro Paese. Ci riuscirà? Iliad Italia è qui! Nell’era della dittatura tecnologico-informatica, con la connessione Internet inesorabilmente in tasca e il mondo a portata di clic, gli operatori della telefonia mobile scendono in campo armati di offerte aggressive per accaparrarsi una sempre crescente utenza. E nel momento in cui la concorrenza diviene quasi spietata Iliad fa capolino lanciando in Italia offerte appetibili urlando low cost. Iliad debutta a Milano lo scorso 29 maggio come quarto operatore telefonico italiano, occupando il posto lasciato libero dopo la fusione tra Wind e Tre, promettendo un cambiamento radicale nelle offerte della telefonia mobile in Italia, mirando alla trasparenza e alla semplicità. Cos’è Iliad Italia? Iliad Italia nasce come filiale di Iliad S.A., società francese fondata dall’imprenditore Xavier Niel nel 1990 per emergere nel panorama francese delle tariffe ad alto costo, soprattutto per Internet. La madre italiana è la Iliad Holding S.p.A. nata nel 2016, che controlla al 100% Iliad Italia S.p.A. E da gennaio 2018 viene designato Benedetto Levi quale amministratore delegato di Iliad Italia, allo scopo di guidare la giovane filiale italiana di Iliad. Il gemellaggio Francia-Italia avviene tramite investimenti di cospicua somma da parte della società francese comprendenti i costi di acquisizione delle frequenze radio da Wind-Tre e dallo Stato Italiano. È anche attivo il servizio clienti Iliad, che risponde al numero 177. Iliad. Offerte e costi Iliad mira innanzitutto ad una copertura in 4G+ di qualità, sbaragliando i limiti economici e la bassa trasparenza delle offerte propinate dagli altri operatori. In Italia la prima offerta presentata segue l’impronta francese. Ma cosa offre Iliad di così speciale da sedurre l’utenza italiana? Ebbene la tariffa presentata comprende chiamate illimitate in Italia e all’estero, SMS illimitati e 30 GB di traffico Internet in 4G+, con l’aggiunta di 2 GB per chi viaggia in Europa (specifici per l’estero e non cumulabili ai 30 GB). Il tutto al solo costo di 5,99 € mensili (per il primo milione di utenti aderenti) più 9,99 € di attivazione SIM. Un neo può essere considerato il fatto che esauriti i 2 GB (validi per navigazione all’estero) si pagano 0,00732 € ogni MB, ovvero 7,32 € a GB. Il solo costo basta a far venire l’acquolina. Ma l’offerta non si esaurisce alla sola cifra allettante. Iliad include opzioni che con altri operatori prevedono costi aggiuntivi: segreteria telefonica, hotspot e altri servizi. L’impegno che Iliad si propone è quello della durata della tariffa, che sembra non avere scadenza per gli stessi abbonati. Una differenza interessante che contraddistingue Iliad dagli altri operatori, i quali, come evidente, si riservano sempre più frequentemente di cambiare unilateralmente le loro offerte già attive verso i clienti, lasciando agli stessi esiguo margine decisionale. Iliad. Acquisto e abbonamento Le SIM di Iliad possono essere acquistate online sul sito dell’azienda oppure tramite le “simbox”, distributori automatici che la società dovrà installare in diverse città italiane. Per ora presenti in numero esiguo, come la sola città di Torino per […]

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Arriva Xiaomi, azienda cinese alla conquista dell’Italia

“Prodotti sorprendenti, prezzi onesti”: con questo slogan, Lei Jun, fondatore dell’azienda cinese Xiaomi, definisce la peculiarità della sua società. Fondata nel 2010, la compagnia orientale che produce smartphone, tablet e apparecchi di domotica, finora non ha venduto ufficialmente i suoi prodotti in Europa o in Italia, dove erano acquistabili solo d’importazione con la ROM cinese da sostituire con ROM globali. Quest’anno però, Xiaomi debutta formalmente nel nostro Paese con la conferenza stampa prevista il 24 maggio e l’inaugurazione, il 26 maggio, del suo primo negozio a Milano. L’azienda è pronta a partire alla conquista del mercato italiano, prima con smartphone e braccialetti fitness, per poi allargare sempre di più la sua offerta di apparecchiature tecnologiche, le cui caratteristiche fondamentali appaiono evidenti: design elegante, buoni materiali, ottime prestazioni, ma senza il superfluo. Oltre agli smartphone infatti, ultimamente Xiaomi si è distinta anche nella fabbricazione di altri dispositivi elettronici, dei quali i più popolari sono il Mi Band (braccialetto capace di calcolare il dispendio di energia durante l’attività fisica), il Mi Smart Scale (bilancia pesapersone elettronica), powerbank, router wifi, una videocamera digitale, un depuratore d’acqua, un purificatore d’aria e vari altri apparecchi. Lei Jun, CEO Xiaomi, ovvero l’alter ego dagli occhi a mandorla di Steve Jobs L’onestà dei prezzi sarebbe garantita dal fatto che i guadagni sull’hardware di Xiaomi non superano il 5%. Come dichiara Lei Jun, “Se il margine netto supera il 5%, restituiremo l’eccedenza ai nostri utenti. È nostra convinzione che offrire un’esperienza utente di qualità elevata e costante nel tempo sia più importante che perseguire profitti hardware una tantum. Concentrarsi sull’efficienza è più importante dei profitti a breve termine. Siamo fiduciosi che il mantenimento di profitti ragionevoli diventerà inevitabilmente una tendenza del settore; insistere ciecamente per ottenere margini più elevati non sarà sostenibile”. Chiaro quindi, l’intento di rivolgersi ad una fascia media o bassa, andando a sostituire i produttori classici, come Samsung, Huaweii, Lg, OnePlus, che ora puntano su modelli top. Ispirandosi allo stile di Steve Jobs, Jun si pone l’obiettivo di diventare il primo produttore al mondo nel giro di uno o due lustri. Effettivamente, in otto anni la compagnia ha raggiunto un fatturato di 16 miliardi di dollari e nel 2017 ha venduto 92,4 milioni di smartphone, passando da startup a colosso. Xiaomi ha firmato l’intesa con Ck Hutchison per distribuire i suoi modelli nei 3 Group Stores in Australia, Danimarca, Hong Kong, Irlanda, Italia, Svezia e Regno Unito. Nonostante l’ingresso negli Stati Uniti sia ostacolato dalle limitazioni sulle importazioni dalla Cina, la società si piazza comunque al quarto posto nella classifica mondiale dei produttori. Costruire un ecosistema globale per uno sviluppo a lungo termine Tra periferiche mobili, smartphone, droni, bici da corsa connesse alla tv intelligente, attualmente sono oltre 100 milioni i prodotti dal marchio arancione già acquistabili in tutto il mondo, che si gestiscono con le app Xiaomi. “La costruzione di un ecosistema globale ci ha fornito maggiori opportunità di sviluppo a lungo termine, ha ampliato i nostri confini e ha ulteriormente rafforzato le nostre […]

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Facebook presenta Dating, la nuova app che aiuta i cuori solitari a trovare l’amore

Lo scorso martedì 1 maggio a San Jose in California, è iniziato l’F8, l’evento organizzato da Facebook che ogni anno, tramite una serie di conferenze e incontri, raduna gli sviluppatori per illustrare le ultime app del social network sovrano del mondo virtuale. Tra le principali novità a cui dovremo abituarci nei prossimi mesi, Mark Zuckerberg ha annunciato l’arrivo di un’app che, sempre all’interno di Facebook, aiuterebbe gli utenti a conoscersi virtualmente per poi instaurare una relazione sentimentale: Dating. Questa funzione di incontri online, che al momento è in fase di perfezionamento, potrebbe mettere in pericolo applicazioni simili già esistenti, come ad esempio Tinder. Il CEO del colosso di Menlo Park ha infatti precisato che, a differenza dei predecessori, il suo “Cupido 2.0” nasce con il fine di far nascere storie durature e non i classici “fuochi di paglia”. Non un servizio a parte quindi, ma una sezione riservata dell’app di Facebook, con una chat apposita ed un profilo che gli utenti potranno creare ad hoc e che verrà mostrato solo a chi utilizza la stessa funzione, senza essere visibile per i propri contatti. I fruitori di Dating, questo il nome, verranno collegati con persone che non rientrano nell’elenco degli “amici” e con le quali, in base al profilo creato, sembrano avere interessi, gusti ed hobby in comune. A testimonianza dell’intento di favorire una “meaningful connection”, alias una connessione significativa volta a far nascere rapporti veri e stabili, è da evidenziare che le chat di Dating saranno solo text-based, senza la possibilità quindi di scambiarsi link né foto, modalità di interazione che finora sembrano aver agevolato soprattutto incontri “mordi e fuggi”. La partecipazione agli eventi sarà il principale strumento per mettere in contatto persone che, avendo le stesse passioni, sono portate a frequentare gli stessi posti. Della community non potranno far parte coloro che nel proprio account si dichiarano sposati o in una relazione. Creare comunità e unire il mondo: questo l’obiettivo che l’azienda si è prefissa lo scorso anno e a cui Zuckerberg mira dritto ribadendo: “Vogliamo unire le persone. E allora perché non cominciare col mettere in contatto potenziali anime gemelle? Un matrimonio su tre negli Stati Uniti nasce online. 200 milioni di persone si registrano sulla nostra piattaforma come single, così abbiamo deciso di pensare a loro”, dichiara scherzando il giovane e ricchissimo imprenditore. Con Dating, Facebook si improvvisa agenzia matrimoniale: altruismo o business? Con 2.2 miliardi di utenti attivi ogni mese, Facebook mette in questo modo in crisi l’azienda leader nel settore Match Group, proprietaria di varie app per single come Tinder, Meetic e OkCupid: la società ha infatti perso già più del 22% del valore delle sue azioni in borsa. Riguardo poi la spinosa questione della privacy dei suoi iscritti, tema su cui Facebook è stato più volte bersaglio di critiche, Zuckerberg garantisce che il nuovo sistema di incontri per cuori solitari sarà facoltativo e sarà disponibile previa attivazione espressa da ogni utente. Inoltre, sul modello di Tinder, sarà possibile mostrare nei profili solo il proprio […]

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Millennium Bug, Ariane 5 e Mars Climate Orbiter: i Software disasters più famosi

Millennium Bug e friends, i Software disasters più famosi Anche se il software è virtuale per definizione, errori nella sua progettazione possono aver conseguenze ben reali, che spaziano da perdite economiche a perdite di credibilità. Una lista esaustiva sarebbe ben lunga, eccone alcuni tra i più famosi. Millennium Bug Partiamo dal più famoso errore di tutti i tempi. Prima del 2000 molti software segnavano l’anno utilizzando solo due cifre per ragioni di efficienza, ad esempio 98 al posto di 1998. Nel 2000 però lo 00 sarebbe stato interpretato come 1900 e non come 2000. Nonostante numerose previsioni di catastrofi, il Millennium Bug non ha causato alcun danno: è solo costato una montagna di soldi alle non poche aziende interessate. Con buona probabilità non avrebbe comunque creato gravi danni ma, accortisi per tempo del problema, produttori di software ed enti pubblici sono intervenuti evitando complicazioni. Tranne quella di dover investire ingenti somme per correggere un problema dovuto a una progettazione poco lungimirante, diventata il “Bug” per antonomasia. Mars Climate Orbiter Nel 1998 la Nasa aveva spedito in orbita attorno a Marte il Mars Climate Orbiter, che avrebbe dovuto studiare l’atmosfera marziana. Inspiegabilmente la sonda si inserì in orbita a una quota troppo bassa, finendo per disintegrarsi. La causa della perdita di un investimento da 125 milioni di dollari? I sistemi informatici della Nasa erano progettati per utilizzare le unità di misura del sistema internazionale, mentre uno dei sottosistemi del Mars Climate Orbiter, progettato dalla Lockheed Martin, utilizzava il sistema imperiale (libbre, miglia, galloni ecc.). Incomunicabilità questa tra i sistemi che ha causato l’errore nel calcolo della traiettoria con la conseguente perdita della sonda. Un errore costato alla Nasa un satellite e non poca reputazione. Ariane 5 Non solo la Nasa è incappara in gravi software disasters, due anni prima l’Esa, l’agenzia spaziale europea, aveva perso un razzo Ariane 5 con quattro satelliti a bordo. Meno di un minuto dopo la partenza, questo era stato distrutto dal meccanismo di auto-distruzione per evitare danni in seguito a un cambio inaspettato di traiettoria. Il sistema di guida aveva tentato di convertire in maniera impropria una variabile a 64 bit in una a 16 bit: un po’ come tentare di far entrare un elefante in una 500. Andato in errore il sistema principale, il controllo era passato allora al sistema di backup. Purtroppo questo usava lo stesso software del sistema principale e mandò il razzo decisamente fuori rotta, attivando il sistema di autodistruzione. L’errore nella conversione non era l’unico problema del software: la variabile che aveva scatenato l’errore era legata ad un sistema che in volo sarebbe dovuto essere stato spento, dato che serviva solamente prima del lancio. Solo che i progettisti avevano deciso di mantenerlo acceso per la prima parte del volo, per facilitare un eventuale riavvio del sistema informatico del vettore. Millennium bug, alcuni libri

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Cos’è una Loot box? È equiparabile al gioco d’azzardo?

Cos’è una loot box? Nei videogiochi viene definito loot box il meccanismo che permette ai giocatori di acquistare la possibilità di effettuare un’estrazione di oggetti utilizzati nel gioco (armi, skin, mappe ecc.). Secondo la Netherlands Gaming Authority questo potrebbe però violare le leggi sul gioco d’azzardo in Olanda. L’ente ha analizzato il funzionamento delle loot boxes in dieci videogiochi che offrono questa funzionalità, dichiarando che quattro non rispettano le leggi locali sul gioco d’azzardo. I titoli dei videogiochi non sono stati finora divulgati. Loot box: meccanismo non illegale di per sé Per la Netherlands Gaming Authority (alias NGA) non è il meccanismo delle loot boxes ad essere illegale in sé: questo accade solamente se gli oggetti possono essere rivenduti. In tal caso diventa un’estrazione con partecipazione a pagamento, regolata dal caso, che mette in palio oggetti che hanno un valore economico reale: quindi per la legge olandese si tratta di gioco d’azzardo senza le debite autorizzazioni. Le case produttrici hanno tempo fino al 20 giugno per modificare i giochi in modo da rispettare i regolamenti dei Paesi Bassi in materia di gioco d’azzardo, altrimenti scatteranno le sanzioni. Pur non essendo illegale in sé, la NGA mette in guardia sull’utilizzo delle loot boxes nei videogiochi, poiché potrebbero avvicinare persone sensibili, specie tra i più giovani, al gioco d’azzardo. Anche se finora non sono stati riscontrati episodi di dipendenza, le loot boxes sono progettate in modo simile a giochi d’azzardo tradizionali come le roulette e potrebbero pertanto avere gli stessi effetti. Inoltre i produttori di videogiochi non effettuano alcun controllo per tutelare soggetti sensibili come i minori e ciò ha portato ad una presa di posizione della NGA anche su questo. Infatti nella dichiarazione stampa sull’analisi delle loot boxes la Netherlands Gaming Authority ha dichiarato che anche se i produttori degli altri sei videogiochi non hanno violato le leggi sul gioco d’azzardo sono comunque invitati a fare dei cambiamenti. Nello specifico viene raccomandato di rimuovere tutti gli elementi che potrebbero stimolare una dipendenza da gioco d’azzardo: effetti grafici, quasi-vittorie, possibilità di aprire loot boxes a raffica ed elementi analoghi. Questo episodio ha portato alla ribalta l’utilizzo, a volte quasi abuso, sempre più diffuso di loot box e analoghi contenuti a pagamento nella progettazione di videogames. Si stanno diffondendo ormai anche al di fuori dei giochi “free to play” (gratuiti), dove potrebbero anche essere giustificati: se il gioco è gratuito deve pur esserci un guadagno. Meccanismi di questo tipo sono stati introdotti anche in giochi a pagamento, spesso tra lo scontento degli utenti, dato che le loot boxes offrono una “scorciatoia” per avanzare più rapidamente e possono potenzialmente renderlo squilibrato avvantaggiando troppo gli utenti che le utilizzano, a scapito di quelli che acquistano solamente la licenza. Francesco Di Nucci

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Inaugurata a Milano 3D Housing 05, la casa in cemento stampata in 3D

3D Housing 05 è un’abitazione che può essere demolita, ricostruita e ingrandita riutilizzando lo stesso materiale. 100 metri quadri distribuiti in soggiorno, camera da letto, cucina e bagno: è la prima casa in cemento stampata in 3D in Europa ed è stata aperta al pubblico in piazza Beccaria a Milano in questa settimana dedicata alla moda e al design. In occasione del Salone del Mobile 2018, Milano diventa  la madrina di questa innovativa struttura nata da un’idea dello studio di Massimiliano Locatelli di Cls Architetti, in collaborazione con Italcementi, Arup e Cybe. L’originalità della costruzione sta nel materiale adoperato, questo tipo di cemento, infatti, “è un metodo di costruzione rapido e sostenibile senza polvere e rumore”, come illustra il direttore Innovazione Italcementi, Enrico Borgarello, che aggiunge: “Chiederemo che la struttura sia portata nel nostro centro di ricerca ILab di Bergamo”. Molto competitivo quindi rispetto al metodo di costruzione tradizionale, il calcestruzzo composito viene accostato ai classici ottone, marmo, intonaco levigato. Dalla stratificazione del calcestruzzo scaturisce una superficie che consente la crescita di piante rampicanti, le quali, raggiungendo il tetto, danno vita ad un giardino urbano. 3D Housing 05, l’architettura del futuro Locatelli ha posto l’accento su come la stampa in 3D permetta una maggiore flessibilità della casa ad un costo minore, rovesciando il rapporto tra architetto e committente. Quest’ultimo, infatti, diverrà creatore e artefice della propria abitazione. Questa rivoluzione in campo ingegneristico non è sconosciuta oltreoceano: ad Austin, in Texas, negli Stati Uniti, lo scorso marzo 2018 è stata fabbricata la prima casa abitabile realizzata con una stampante 3D in appena 24 ore. Presentata durante il festival musicale e cinematografico South by Southwest, è stata ideata da New Story, un’organizzazione benefica sostenuta dall’agenzia di finanziamenti Y-Combinator, e dalla società di costruzioni robotiche Icon. Grazie a quest’opera, le due società hanno dimostrato come sia possibile realizzare un’abitazione di quasi 250 metri quadrati in meno un giorno. Il costo dell’abitazione non supera gli ottomila euro, ma è obiettivo di entrambe le imprese abbassare ulteriormente la cifra fino ad arrivare a tremila euro. L’utilizzo di un materiale così conveniente permetterebbe di realizzare, nei paesi in via di sviluppo, abitazioni per persone che vivono in condizioni di sicurezza e igiene drammatiche, nel minor tempo possibile. La portata di questa innovazione è di notevole entità: la rapidità dei tempi di stampa, i costi contenuti della ristrutturazione che permettono la creazione di alloggi in luoghi di emergenza, il facile ampliamento e persino lo spostamento della casa con un basso impatto ambientale. Tutti questi vantaggi hanno fatto sì che 3D Housing 05 di Massimiliano Locatelli di CLS con Italcementi , Arup e Cybe, durante il Milano Design Award 2018, vincesse il premio Best Sustainability: “Per aver proposto una soluzione concreta e sostenibile nel progetto architettonico in un perfetto equilibrio tra qualità materica ed esperienza emozionale”.

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Un contraccettivo senza effetti collaterali né ormoni che deriva dai crostacei

Dal Nord Europa, e precisamente dalla Svezia, sta per arrivare una vera e propria rivoluzione: un contraccettivo senza effetti collaterali né ormoni, da assumere solo quando necessario. Stiamo parlando di una sorta di capsula vaginale che, introdotta nella cervice, si dissolve nell’organismo producendo i suoi effetti in pochi minuti, evitando così gravidanze indesiderate. La vera novità sta nella sostanza di cui è composto il contraccettivo e cioè il chitosano, polisaccaride derivante dalla chitina, sostanza che si trova nei gusci dei crostacei, “ingredienti” low cost e assai facilmente reperibili nei paesi nordici. Il chitosano sarebbe in grado di restringere la mucosa solitamente difficile da attraversare all’ingresso dell’utero, ma che in fase di ovulazione si allenta consentendo che gli ovuli siano fecondati dal liquido seminale maschile. Un contraccettivo senza effetti collaterali né ormoni Come spiega uno degli scienziati del team svedese, Thomas Crouzier, «in questo modo, otteniamo un contraccettivo che non si basa sugli ormoni e non ha effetti collaterali». Senza intaccare i processi embrionali questo materiale polimerico sostanza creerebbe una sorta di barriera fisica atta a bloccare lo sperma. Trattandosi di una sostanza completamente naturale, non ci sono effetti collaterali perché interviene solo sullo strato superficiale della mucosa. Infatti il prodotto è indicato anche nella cura delle ulcere o delle infiammazioni intestinali. Attualmente il farmaco non è ancora sul mercato, in quanto sottoposto ad una meticolosa sperimentazione da parte dei ricercatori del Kungliga Tekniska Högskolan di Stoccolma a cui si deve l’utilissima scoperta. «Il punto di partenza per noi è stato quello di considerare le membrane mucose come un materiale separato su cui si può lavorare, ma per fare ciò bisogna capire le funzioni della mucosa, compresa la funzione di barriera che blocca i batteri e i virus permettendo all’ossigeno e alle sostanze nutritive di passare», si legge nella rivista scientifica Biomacromolecules dell’American Chemical Society che ha pubblicato lo studio “Reinforcing Mucus Barrier Properties with Low Molar Mass Chitosans”. Un passo avanti verso la gender equality Questo sistema superinnovativo nel campo della contraccezione e della salute, rappresenta un ulteriore passo in avanti verso la gender equality, ossia la parità tra i sessi, affinchè anche le donne possano vivere liberamente la propria sessualità senza temere gravidanze indesiderate o i disturbi causati dai metodi contraccettivi più classici. E non stupisce che tale passo sia stato compiuto proprio da una delle nazioni più all’avanguardia nel mondo in questo senso: dagli anni ’60, infatti, la Svezia combatte in prima linea per il riconoscimento dell’importanza del ruolo della donna nella società, nella politica, nella cultura e nell’economia. Senza contare poi il suo essere un punto di riferimento in ambito tecnologico sin dall’epoca della guerra fredda. Da sottolineare inoltre che, non incidendo in alcun modo sul ciclo naturale della fecondità e sull’equilibrio ormonale, è da ritenersi difficile che questo nuovo metodo anticoncezionale possa diventare oggetto di obiezioni etiche o religiose.

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Incidente mortale durante test auto a guida autonoma di Uber

Il 18 marzo scorso un’auto a guida autonoma di Uber durante un test ha travolto un pedone a Tempe, Arizona. La donna, di nome Elaine Herzberg, è deceduta in ospedale per le ferite riportate nello scontro. L’auto di Uber viaggiava in modalità autonoma, pilotata dall’intelligenza artificiale ma con un guidatore a bordo per intervenire in caso di emergenza. Il veicolo viaggiava a circa 60 km/h, poco al di sotto del limite, quando il pedone ha attraversato la strada in una zona poco illuminata. L’auto non ha nemmeno iniziato una frenata e dai filmati delle telecamere di bordo il guidatore appare distratto fino a poco prima dell’impatto. Resta finora da accertare di chi sia la responsabilità dell’incidente. Auto a guida autonoma investe pedone Sicuramente Elaine Herzberg stava attraversando in una zona in cui l’attraversamento è vietato, ma ciò non scagiona né il sistema di guida autonoma né il guidatore. Nel filmato delle telecamere di bordo la donna sembra “sbucare dal nulla” ma è stato evidenziato come la capacità di visione della dashcam sia inferiore sia a quella del guidatore sia a quella dei sensori di bordo. Per Ryan Calo, docente in legge all’Università di Washington, “L’idea che il video assolva Uber è essenzialmente scorretta”. Secondo la ricostruzione di Brad Templeton (che ha lavorato dal 2010 al 2013 al progetto di auto a guida autonoma di Google) se il guidatore fosse stato attento alla strada sarebbe potuto intervenire in tempo ed almeno iniziare una frenata. Ancora peggiore la posizione del sistema autonomo, dato che parte dei sistemi di rilevamento sono indipendenti dalla visibilità della strada: il veicolo oltre alle telecamere montava un sistema di rilevazione a onde radar ed un lidar (Laser Imaging Detection and Ranging, rilevamento delle distanze basato sul laser). Per Templeton la ragione è da ricercarsi nel sistema lidar e nella gestione dei dati rilevati, dato che il sistema radar non è adatto a rilevare ostacoli in lento movimento come un pedone. La Velodyne, azienda produttrice del lidar installato sulla Volvo XC90 di Uber, ha dichiarato che il loro sistema ha sicuramente individuato il pedone in attraversamento e quindi la ragione dell’incidente sarebbe da imputare al sistema di gestione dei dati rilevati dai sensori (cioè ad Uber che lo ha realizzato). Secondo voci riferite da Templeton, il sistema lidar potrebbe essere stato spento per effettuare test solo con telecamere e radar, ma al momento non ci sono conferme di questa ipotesi. Uber sospende i test delle auto a guida autonoma Al momento Uber ha sospeso i test delle auto a guida autonoma, anche se nessuno Stato degli USA ha per ora imposto regole più restrittive sui test delle automobili a guida autonoma: il governo federale ha emanato solo linee guida ad adesione volontaria. Questo episodio mette in luce come ci siano ancora enormi margini di miglioramento sulle automobili a guida autonoma, che secondo i sostenitori di questa tecnologia dovrebbero ridurre il numero di incidenti. Anche se attualmente, secondo una ricerca della Morgan Stanley, sulle strade statunitensi in media avviene un […]

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