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Attualità

I sistemi di controllo sociale in Cina

Il Sistema di Credito Sociale è il grande fratello cinese capace di assegnare premi e punizioni ai propri cittadini in base ai loro comportamenti Con un’estensione di circa dieci milioni di chilometri quadrati e con una popolazione di un miliardo e trecentomila individui, il controllo sociale dei suoi cittadini non è la mansione più facile per il governo cinese. La burocrazia, da sempre apparato amico dei governi comunisti, rappresenta l’unico strumento da dispiegare in modo capillarizzato, capace di raggiungere anche i villaggi più lontani, ma alcune delle pratiche di controllo, hanno origini molto più antiche della storia comunista cinese. L’hukou L’hukou, per esempio, è un sistema di registrazione della residenza che risale al quattordicesimo secolo ma che è stato perfezionato nella forma attuale nel 1958. Se la ratio storica dell’hukou era quella di un registro per l’imposizione fiscale, l’obbiettivo con il quale la legislazione è stata ridisegnata nel secolo scorso, è quello di garantire un’opportuna distribuzione dei cittadini, evitando un sovraffollamento delle aree urbane. Con il tempo il sistema si è trasformato in uno strumento di controllo degli spostamenti, impedendo agli abitanti delle zone rurali di recarsi nelle città, da sempre luoghi dove il partito faticava a mantenere il controllo. In cambio della residenza lontana dalle città, il governo garantiva servizi di welfare, come educazione gratuita e assistenza sanitaria. Con l’esplosione dell’economia cinese, la necessità di migrare per cercare fortuna in zone più industrializzate ha prevalso su quei servizi, creando a tutti gli effetti delle caste: da un lato i mingong, i migranti, senza protezioni e welfare, dall’altro lato i cittadini nativi delle zone urbane, più ricchi e spalleggiati dall’assistenza statale. Per di più, il governo cinese a partire dagli anni Ottanta, ha digitalizzato i registri dell’hukou, rendendo più “efficiente” il controllo degli spostamenti e tracciando possibili minacce alla sicurezza nazionale. Un vero e proprio occhio occulto del partito, capace di raggiungere anche le province più lontane. Il CNGrid Altro esempio di strumento di controllo è il “China National Grid project” (CNGrid). Questa volta la storia e la tradizione non c’entrano nulla, ma è tutta farina del sacco del partito comunista. Avviato nel 2004 come pilota nel distretto Dongcheng di Pechino e poi esteso nel 2015 in tutta la Cina, il progetto prevede la suddivisione del territorio in microaree, ognuna assegnata a dei controllori. Il controllore ha il compito, dietro compenso, di riportare alle autorità possibili minacce o accadimenti che minano la sicurezza della nazione. È possibile riconoscerli per la banda rossa che portano intorno al braccio e nelle zone più rurali, di solito sono tassisti. Socialmente i controllori non vengono ben visti dalla popolazione, che li reputa delle “spie” del governo centrale. Tutto ciò produce un’aria di diffidenza all’interno delle comunità, che vedono la loro privacy minacciata anche dalle telecamere per la videosorveglianza, connesse al CNGrid. Il Sistema di Credito Sociale Se tutto questo non bastasse, in Cina si è deciso di andare ancora più affondo con il controllo sociale, attraverso la creazione di un vero e proprio grande […]

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Attualità

Huawei e Stati Uniti: le ragioni dello scontro

Le ragioni vere dello scontro tra Stati Uniti e Cina, passano per le vicende Huawei, e sono molto diverse dalle ragioni ufficiali. Il diciannove maggio scorso, l’ “affair Hawuei” è esploso di nuovo dopo che Google ha dichiarato di voler sottostare alla volontà dell’amministrazione Trump revocando la licenza andorid a Huawei. L’azienda cinese era stata inserita nella “entity list” il quindici maggio. Il giorno seguente, Intel e Qualcomm hanno seguito il gigante di Mountain View, per quel che riguarda la produzione di chip.  Mercoledì, anche l’inglese ARM ha deciso di non collaborare più con Huawei. Due verità per la vicenda Huawei. Come spesso accade in certe circostanze, coesistono due livelli di verità. Esiste una verità di facciata, ufficiale. Esiste poi l’altra verità, autentica, che non sempre viene rivelata. La prima motivazione dietro la scelta di Trump, quella ufficiale, è da ritrovarsi in una potenziale minaccia alla cybersicurezza americana. Huawei è leader mondiale per la creazione della rete 5G, con assicurati già 46 contratti per la costruzione dell’infrastrutture in 30 paesi del mondo. Prima del ban, Huawei avrebbe imposto la sua supremazia tecnologica anche negli States ma Washington non è riuscita a mandare giù il passato scomodo di Ren Zhengfei, CEO e fondatore dell’azienda cinese, storicamente vicino ai piani alti del partito e dell’esercito. Delle prove dell’avvenuto spionaggio ancora non c’è traccia, ma è bastato il sentore di contaminazione, a maggior ragione se cinese a innescare l’escalation. La provenienza geografica non è un fattore secondario. Questo ci porta alla seconda verità, quella non detta, ma probabilmente più autentica. Per comprenderla pienamente, bisogna inquadrare il contesto storico. Quando Trump è diventato presidente nel 2016, gli americani si sono svegliati una mattina e hanno capito che una guerra era in atto. La Cina era il nemico e il predominio tecnologico e commerciale era la posta in gioco. Quello di cui gli americani non si sono resi conto però, è che la guerra era in pratica già persa.  In circa trent’anni la Cina ha “allevato” un comparto industriale e tecnologico di prima qualità e ci è riuscita grazie alle risorse americane. Per anni, un esercito di programmatori e ingegneri ha inondato le università e le aziende americane. Studiavano, imparavano i trucchi del mestiere per poi riportare il prezioso “know-how” in madre patria, non sempre nel modo più legale. Le stesse aziende manifatturiere in Cina, presso cui gli occidentali si rivolgevano per la manodopera a basso prezzo, nel tempo si sono trasformate da “assemblatrici di pezzi” a eccellenti fucine di ricerca e sviluppo. Così quando gli americani hanno provato a erigere degli argini al “saccheggio tecnologico”, era già troppo tardi. In poche parole, l’allievo ha superato il maestro. Questa è la ragione “vera” per cui Huawei non può per nessun motivo essere leader per il 5G negli Stati Uniti. Rischi della “trade war”. La trade war portata avanti da Trump non fa altro che confermare la debolezza degli Stati Uniti in questo momento. Esiste sicuramente un complesso sistema di legami che rende Cina e Stati […]

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La concorrenza potente: la veloce ascesa di Iliad

Incredibile come la società Iliad sia stata in grado, in pochissimo tempo, di mettere in seria difficoltà le altre compagnie telefoniche, con offerte straordinarie che non potevano andare perdute. Le cifre mostrano un coraggio e un senso dell’affare unico, e così Iliad poco alla volta, ha conquistato la fiducia e la fedeltà di pi di 2 milioni di utenti, e questo solamente nei primi mesi del lancio. I numeri, destinati dunque ad una crescita esponenziale, derivano da una strategia di vendita e commerciale vincente, che propone un offerta tariffaria per tutta la vita, a costi assolutamente accessibili, offrendo un servizio di assistenza all’avanguardia, e di qualità. Andiamo però ad analizzare più da vicino, i numeri che hanno e che andranno a caratterizzare i numeri della compagnia telefonica. La nascita e lo sviluppo La compagnia telefonica Iliad nasce in Francia nel 1990, per mano dell’imprenditore Xavier Niel, che tutt’ora detiene più del 50% del pacchetto azionario. La società come precedentemente detto, si occupa di telefonia mobile, fissa, internet e addirittura servizi di Hosting. Solo nel 2003, la società ottiene i permessi per creare la propria linea DSL, e solo in Francia. L’anno successivo a questo traguardo, Iliad entra ufficialmente in borsa, prendendo immediatamente quota. Una società, quella Francese, che non conosce crisi, e che si ritrova ad investire addirittura del denaro, acquisendo nel 2008 Alice France, direttamente da Telecom Italia, per la bellezza di 775 milioni di euro, posizionandosi infine secondo nella classifica di utenza media in Francia, immediatamente dietro Orange. Bisogna però aspettare il 2016 per vedere finalmente giungere in Italia l’ormai grande e potente società telefonica Parigina, che brevemente conquista utenti in tutta la penisola nostrana. L’ascesa di Iliad in Italia La società Francese trova spazio in Italia, come precedentemente detto, solo nel 2016. Circa 3 anni fa. E’ però determinante sottolineare come il lancio della stessa compagnia telefonica in Italia risalga però allo scorso anno, proprio nel 2018. Una compagnia che, in Italia almeno, è assolutamente giovanissima, ma non priva di ambizioni e di potere economico. L’ascesa è rapida è spietata, con la compagnia che nel corso del tempo rilascia diversi annunci sul quantitativo di utenti che hanno aderito alle offerte presentate nel corso dei mesi del lancio: Il 18 Luglio dello scorso anno, Iliad Italia annuncia di aver raggiunto, dopo appena due mesi dal lancio della stessa società sul mercato, il milione di utenti. Questo, è il primo risultato a fronte di pochissimi giorni dal lancio. Il 4 settembre dell’anno passato, la società Francese ormai nota anche nella penisola tricolore, rende noti nuovamente i numeri di adesione alle tariffe, annunciando che, all’inizio di agosto, la società ha già raggiunto il milione e mezzo di untenti. Passano appena due giorni, e il 6 settembre del 2018, Iliad Italia annuncia fieramente di aver raggiunto i 2 milioni di utenti attivi. L’ultimo dato sull’affluenza, reso noto proprio dalla società Franco-Italica, parla di circa 3,3 milioni di utente nella penisola nostrana. Dato risalente, questo, al 31 marzo 2019. Insomma, straordinari i numeri […]

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E-commerce e shopping online in continua crescita

Amazon lo conosciamo tutti. Così come eBay, Zalando, Asos, Groupon e così via. Scommettiamo che tutti voi avete acquistato almeno una volta online. E come voi altre due miliardi di persone. Perché è questo il numero degli e-shoppers, ovvero gli utenti del web che acquistano prodotti online dai vari siti e portali. E secondo le ultime ricerche di mercato, questa tendenza non può che aumentare. Negli ultimi anni in Italia infatti gli e-shop presenti sul nostro territorio sono aumentati esponenzialmente e il numero di persone che acquista online ha fatto registrare un più 13% nel 2018. Certo, non siamo ancora ai livelli di Stati Uniti e Cina, ma anche gli italiani si affidano sempre più ai negozi virtuali per i loro acquisti. Ma a cosa è dovuto questo incredibile successo del commercio online? Sicuramente molto è cambiato anche con l’avvento degli smartphone che ha portato nelle nostre mani una potenza incredibile e la possibilità di esplorare il mondo attraverso il web in pochi secondi. Le app poi ci hanno permesso di acquistare tutto ciò che vogliamo in un solo click e attendere il prodotto comodamente seduti a casa. Insomma una vera rivoluzione. E ancora più rivoluzionario è stato l’avvento dei social che ha permesso agli utenti di scambiarsi informazioni, recensioni, consigli e ora pure comprare e vendere prodotti. Non solo nel marketplace di Facebook, in cui possiamo trovare oggetti usati – e non – nelle aree vicino a noi. Ci sono poi i post shoppable, ovvero dei post con link integrato che vi rimanda immediatamente al prodotto, pronto per essere acquistato. Molto usato dai marketers, meno apprezzato dalla gente che preferisce continuare le proprie ricerche online, leggere le review su siti come TrustPilot. La svolta forse arriverà con la nuova feature di Instagram, lanciata in versione beta ora negli Stati Uniti, con cui si potrà acquistare, pagare e tracciare il prodotto, tutto senza mai lasciare l’app! In questo modo social e e-commerce saranno sempre più legati, rendono la vita a noi utenti ancora più semplice. Certo, dovremo sempre tenere le solite precauzioni: verificare che il sito sia affidabile leggendo recensioni, verificare le coperture e le garanzie offerte, il metodo di spedizione e soprattutto quello di pagamento. Inoltre attenzione a diffondere i propri dati. Soprattutto, non effettuate mai questo tipo di operazioni mentre siete collegai ad una rete Wi-Fi pubblica: sono le più facilmente hackerabili. Se non avete altro modo per connettervi allora munitevi di un servizio come le virtual private network. Cos’è una VPN? Sono delle connessioni sicure che tengono alla larga hacker e possibili perdite di dati, permettendovi di navigare ed eseguire operazioni online in totale sicurezza. Insomma, le buone regole non vanno mai in vacanza, mentre le possibilità che ci vengono offerte aumentano sempre di più!

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Ray Kurzweil e la legge dei ritorni accelerati

Ray Kurzweil, imprenditore, inventore e futurologo, da sempre prova a immaginare il futuro della razza umana. A volte con precisione disarmante. Altre volte mancando il bersaglio di un po’.   La legge dei ritorni accelerati occupa un posto speciale nel cuore degli appassionati di tecnologia e innovazione. Quando ne sentono parlare, i loro occhi brillano. Funziona grosso modo come un negozio di giocattoli. Il bambino che passa davanti alle sue vetrine, resta incantato sognando il giorno in cui potrà averli tutti. Allo stesso modo, la legge promette un mondo in cui viaggi spaziali e teletrasporto sono all’ordine del giorno. La promessa verrà mantenuta? Difficilmente nel modo in cui ci figuriamo. Eppure, la promessa resta, incendiando di speranza e euforia le menti. Il progresso tecnologico, afferma la legge, non segue un ritmo di crescita lineare, ma esponenziale. Questo significa che nuove innovazioni, vengono prodotte ad un ritmo sempre crescente e tale da rendere spesso impossibile prevederle e adattare di conseguenza la società ad esse. In pratica, il giorno in cui potremo avere tutti i giocattoli della vetrina e meno lontano di quello che si può pensare. Chi è Raymond Kurzweil? A definire questa legge è stato Raymond Kurzweil. Nato nel 1948 nel Queens, New York, Kurzweil ha studiato al MIT di Boston, dove si è laureato in Informatica e Letteratura. È considerato uno degli inventori, imprenditori e futurologi più brillante dei nostri giorni, è stato addirittura a definito “il degno erede di Thomas Edison” e ha ricevuto oltre venti dottorati onorari. Al di là del suo brillante curriculum, quello che lo ha reso davvero famoso sono state le predizioni. Per dirla in parole povere, Kurzweil da molti è considerato una sorta di Nostradamus della Silicon Valley. In un suo paper scritto nel 2010 chiamato “How My Predictions Are Faring” (tradotto: “Come se la passano le mie predizioni”), l’inventore ha stimato la sua capacità di “azzeccarci” pari al 86%. Effettivamente, alcune delle sue previsioni si sono rivelate incredibilmente accurate, sollevando intorno al personaggio, come spesso accade nella Bay Area, un’aura di misticismo e venerazione. Molto spesso però, si tende a dimenticare delle volte in cui il futuro immaginato da Kurzweil, si è rivelato essere molto lontano dalla realtà. Non sono mancate anche critiche importanti, mosse a Kurzweil. Alcuni scrittori, tra cui Bruce Sterling, padre del genere cyberpunk, ha affermato che molte delle sue previsioni, per quanto affascinanti, difficilmente potranno prendere vita nella realtà. John Rennie, scrittore e biologo, ha dichiarato che le previsioni di Kurzweil spesso si avverano perché generiche e raramente approfondite. Altri ancora, hanno bollato il suo lavoro come basato su “spiritualismo new age” con una scarsa comprensione di alcuni fondamenti scientifici basilari. Eppure, il futurologo è stato assunto da Google, per guidare lo sviluppo di intelligenza artificiale, grazie ai suoi celebri studi in merito. Per molti un genio incompreso avanti anni luce ai suoi contemporanei. Per altri non proprio un ciarlatano, ma quasi. Le previsioni passate Prima di analizzare cosa il futuro ha in serbo per noi secondo Kurzweil, cerchiamo […]

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Libra, la nuova moneta di Facebook

Come funziona e quali pericoli si celano dietro Libra, la criptovaluta di Facebook che potrebbe cambiare la finanza come la conosciamo. Nel 2020, Facebook avrà una sua criptovaluta e si chiamerà Libra. Lo scopo di Facebook è quello di creare una moneta stabile (stablecoin), usufruibile da chiunque e in ogni parte del mondo. Una notizia storica che ha suscitato scalpore ma anche tanta incertezza. Se Libra dovesse essere veramente come è stata promessa, sancirebbe una linea di demarcazione nella storia della finanza. Rappresenterebbe la prima moneta globale per di più emessa da dei privati. L’impatto potrebbe essere enorme, considerando che ogni utente di Facebook e Whatsapp, potrebbero ritrovarsi da un giorno all’altro con un “e-wallet” (un portafoglio elettronico) pronti ad usare la nuova moneta. Una vera e propria irruzione nelle vite di miliardi di persone. Cerchiamo di capire come funzionerà e quali pericoli si celano dietro Libra. Libra Association Come riportato nel white paper, a gestire l’emissione e il valore della moneta sarà Libra Association, un’organizzazione non-profit che avrà sede a Ginevra, Svizzera. L’intento è quello di creare un’organizzazione indipendente, supportata da enti privati e pubblici che costituiscono i “fondatori” della moneta. Tra questi troviamo aziende più disparate. Ci sono colossi tech come Uber, Lyft, Booking ed Ebay, ma anche società di comunicazione come Vodafone e Iliad. Una grande parte dei fondatori è ovviamente costituita da aziende che si occupano di pagamenti come Mastercard, Paypal, Stripe e Visa. Infine, aziende di Venture Capital e di blockchain, organizzazioni accademiche e non-profit. Grandi assenti sono le banche, che temono una finanza decentralizzata e l’avvento delle cripto valute. È comunque probabile che entro il 2020, alcune banche parteciperanno alla fondazione, dato che, per funzionare, Libra ha comunque bisogno di interagire con i conti correnti tradizionali. Facebook è ovviamente tra i fondatori, ma il pericolo di interferenza è sventato tramite un sistema decisionale democratico, che assegna ad ogni fondatore un solo voto per quel che riguarda le decisioni cruciali sullo sviluppo di Libra. La stabilità Libra Association, inoltre gestirà le riserve di moneta con le quali sarà garantita la stabilità. Gli asset che compongono le riserve sono principalmente depositi bancari e titoli di stato in moneta con bassa fluttuazione di valore. Questo garantisce a Libra un enorme vantaggio rispetto alle altre cripto valute presenti, che non sono in grado di garantire un valore stabile. Il più grande problema delle monete come Bitcoin ed Ethereum sta proprio nell’incapacità di funzionare come riserve di valore. Il prezzo oscilla troppo, rendendo impossibile l’uso della moneta nel quotidiano, confinando le cripto valute a mero strumento speculativo. Libra, grazie alle sue riserve, sarà capace di mantenere pressoché invariato il suo valore nel tempo, prestandosi ad oscillazioni minime come possono essere quelle nel cambio euro dollaro. A differenza dei bitcoin, il processo di creazione di Libra è infinito e non richiede attività di mining. L’utente che vuole acquistare Libra, deve semplicemente depositare in banca il relativo ammontare in moneta legale, per esempio euro, ricevendo in cambio la valuta di Zuckerberg. […]

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Stiamo vivendo in una simulazione?

La realtà è un’elaborazione digitale. O almeno così crede una fetta sempre più grande del mondo accademico. Benvenuti nella teoria della simulazione, la filosofia tech del ventunesimo secolo “Viviamo in una simulazione programmata al computer, e l’unico indizio che abbiamo è un’alterazione della realtà, quando una variabile viene cambiata. Avremmo la schiacciante impressione di rivivere il presente – un déjà vu – forse esattamente nello stesso modo: ascoltare le stesse parole, dire le stesse parole. Ritengo che queste impressioni siano valide e significative, e dirò anche questo: tale impressione è un indizio, che in qualche punto del tempo passato, una variabile è stata cambiata – per così dire riprogrammata – e che, per questo, un mondo alternativo si è ramificato”. Queste parole vennero pronunciate da Philip Dick, nel 1977. Lo scrittore si trovava a Metz, in Francia per una convention di fantascienza. Davanti ad una platea che lo ascoltava con attenzione, Dick procedeva sicuro. Probabilmente sapeva già che alcuni dei suoi colleghi avrebbero riso di quel discorso strampalato. D’altronde è uno scrittore di nicchia e all’infuori di certe convention come quella di Metz, il suo nome dice poco. Anni di problemi mentali e uso di droghe psichedeliche, di certo non aiutavano a metterlo in buona luce. Parola dopo parola, emergono i meccanismi alla base dei suoi scritti. Non fantasia, ma realtà. Una realtà simulata in cui milioni di persone vivono ignare, palesatasi allo scrittore un giorno di qualche anno prima dopo un misterioso flash. Il mondo non è altro che un’elaborazione informatica. Facciamo un salto in avanti di ventisei anni. Nick Bostrom, un filosofo svedese dell’Università di Oxford, nel 2003 pubblica un paper dal titolo “Are You Living in a Computer Simulation?” (tradotto, “stai vivendo in una simulazione informatica?”, che potete leggere qui.). Nel paper Bostrom propone un trilemma, tre possibili ipotesi disgiuntive, che si escludono a vicenda: la civiltà si estinguerà prima di raggiungere un livello tecnologico “post-umano”; la civiltà raggiungerà un livello tecnologico “post-umano”, ma preferirà non sprecare le sue risorse per creare simulazioni convincenti; la nostra civiltà sta già vivendo all’interno di una simulazione. Se si crede alla possibilità che una civiltà possa raggiungere un livello tecnologico che supera di gran lunga i livelli attuali e che anche solo una piccola parte di quella civiltà si dedichi alla creazione di simulazioni, le probabilità di vivere già in una simulazione tendono al cento per cento. Il numero di essere simulati supererebbe enormemente gli esseri reali, perché se le simulazioni possono essere molte (dipende ovviamente dalla potenza di calcolo a disposizione) ma la realtà sarà sempre e solo una. Oltre a diffondersi negli ambienti accademici, il paper in questione riesce a far entrare la teoria della simulazione nei media mainstream. Se è vero che la cultura pop da anni si nutriva di certe tematiche ( la trilogia di Matrix ne è un esempio), Bostrom ha preso una teoria strampalata e gli ha dato una dignità accademica. Non è più lo scrittore di fantascienza a parlarne, ma uno studioso di […]

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Fun e Tech

Presente e futuro oltre la legge di Moore

Mentre la legge di Moore volge al termine, emergono nuovi interessanti scenari che potrebbero cambiare gli assetti politici mondiali È il 1965, quando la rivista Electronics chiede a Gordon Moore, direttore del settore ricerca e sviluppo della Fairchild Semiconductor, di formulare un’ipotesi sull’evoluzione del mercato dei semiconduttori per i successivi dieci anni. Il risultato, un articolo pubblicato il 16 aprile, prevedeva che per il 1975 sarebbe stato possibile inserire 65000 componenti su un semiconduttore di mezzo centimetro. Le stime si rivelarono esatte, dando vita ad una legge che avrebbe cambiato per sempre l’industria elettronica: la legge di Moore. Per circa 50 anni, la legge di Moore ha dettato i ritmi dell’evoluzione tecnica, ricoprendo il duplice ruolo di metro e obbiettivo per i colossi del settore. È stata a tutti gli effetti una profezia autodeterminante. “La complessità di un microcircuito, così come il numero di transistor al suo interno, raddoppia ogni 18 mesi”, così dettava la legge e così le imprese tech spingevano la miniaturizzazione dei processori fino ai limiti della fisica. Ma oggi qualcosa si è rotto e la giostra, che per anni ha girato vorticosamente regalando processori sempre più performanti, rallenta inesorabilmente. Questo perché la miniaturizzazione non può procedere all’infinito. Al diminuire della dimensione dei circuiti (attualmente Intel sta producendo processori a 10 nanometri) diventa infatti sempre più complicato contenere l’elettrone nel gate del transistor. Poiché il funzionamento del transistor è di tipo booleano, ovvero prevede due stati, 0 e 1 (acceso e spento per intenderci), il passaggio incontrollato di elettroni inficerebbe la determinazione di uno stato rispetto all’altro, rendendone impossibile il funzionamento. I problemi non finiscono qui. All’aumentare della complessità di lavorazione dei transistor, i costi di produzione salgono vertiginosamente. Produrre transistor più piccoli dei 7 nanometri, potrebbe quindi essere antieconomico oltre che difficile da realizzare dal punto di vista ingegneristico. Possibili scenari Per sfuggire alla secca in cui l’industria dei processori rischia di incagliarsi, vecchi e nuovi players muovono verso rotte alternative. Se da un lato c’è chi grida all’inesorabile morte della legge di Moore e immagina un futuro guidato dall’ottimizzazione della potenza di calcolo più che da un incremento della stessa, lo sviluppo di nuove tecnologie potrebbe dare nuovo vigore alle previsioni di Moore e permettere ulteriori livelli di miniaturizzazione. Intel, che fatica a mantenere le promesse sulla produzione di transistor a 10 nanometri, accetta il rallentamento dello sviluppo tecnologico e concentra i suoi sforzi prevalentemente sul perfezionamento di strutture già esistenti. Sull’altro versante ci sono AMD e Samsung, che spingono per transistor sempre più piccoli grazie a tecnologie alternative. AMD, grazie al design “chiplet”, ovvero parti di silicio che possono essere assemblate in moduli per creare chip, ha battuto sul tempo Intel, annunciando transistor a 7 nanometri mentre Samsung, in contemporanea con GlobalFoundries, ha promesso i 3 nanometri per il 2021 (tramite la creazione di nanosheet transitor). Qualora la legge di Moore dovesse arrivare veramente al capolinea, non cambierebbe solo le prospettive per l’aumento di capacità computazionale, ma potrebbe mettere in discussione lo storico predominio […]

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Cinema e Serie tv

Cos’è lo split screen? 7 esempi nella storia del cinema

Lo split screen (letteralmente “schermo diviso”) è una tecnica che consiste nel suddividere appunto lo schermo in due o più inquadrature al momento del montaggio o girando con un’inquadratura multipla. Scopriamo alcuni film che si sono resi celebri proprio per l’utilizzo  dello split screen. Dalle applicazioni più classiche a quelle più elaborate nate a seguito dell’avvento nel mondo cinematografico dell’uso del digitale, lo split screen è stato ed è un intelligente espediente per mostrare allo spettatore in un film uno stesso momento ma in diverse scene, così che si abbia un quadro completo della narrazione e dell’immagine. Ad esempio, è spesso utilizzata nella versione più classica ed immediata, quando l’inquadratura multipla è applicata alla scena di una telefonata, tra due o più interlocutori. Soprattutto se il momento filmico è lungo, o se contemporaneamente accade qualcosa di più sullo sfondo, lo spettatore ha così la possibilità di non perdersi nulla e la scena, sincronizzata con tutti gli eventi anche distanti nel luogo, è di conseguenza più ricca. Oppure può accadere di dover utilizzare tale tecnica proprio per mostrare più scene insieme ma a distanza di tempo (ad esempio cosa accade a diversi personaggi, e all’ambiente, se si trovano nello stesso luogo ma in epoche diverse). Un effetto che è tipico dei videogiochi multiplayer, o ancora meglio nelle strisce dei fumetti, quando con forme diverse si vuole esprimere un’unica sensazione del momento vista da più prospettive. 5 film che hanno utilizzato la tecnica dello split screen: Il letto racconta… (1959) Numerosi sarebbero gli esempi, ma pensiamo a film come la simpatica commedia americana Il letto racconta… (Pillow talk) diretto da Michael Gordon, che proprio la trama permette un utilizzo sagace dello split screen. Jan e Brad sono costretti ad avere a che fare l’uno con l’altra perché hanno la linea telefonica in duplex, in comune: l’uomo allora decide di spacciarsi per un corteggiatore della ragazza, e da lì si susseguono tante scene in cui i due protagonisti Doris Day e Rock Hudson chiacchierando al telefono, al letto, nella vasca da bagno, finiscono per innamorarsi. Grazie alla creatività e originalità delle scene con lo split screen e i dialoghi spiritosi, il film ottenne un grande successo, anche per il sottotesto equivoco ed erotico, e un Oscar come migliore sceneggiatura. Napoléon (1927) Uno dei primi lungometraggi che utilizza lo split screen è il francese Napoléon del visionario e avanguardista Abel Gance. Si tratta di una biografia dell’imperatore (interpretato da Albert Dieudonné) che va dall’adolescenza fino alla campagna in Italia del 1796, un film che ebbe tantissima risonanza e che viene ricordato come un’innovazione nella storia del cinema proprio per le diverse sperimentazioni che compì come appunto lo split screen e il sistema “Polyvision”, che consisteva nel girare con tre schermi divisi che allargavano la visione. Il caso di Thomas Crown (1968) Uno dei lungometraggi invece che utilizza quasi esclusivamente la tecnica dello split screen è il giallo/commedia Il caso di Thomas Crown di Norman Jewison. Un ricchissimo imprenditore (Steve McQueen) viene scoperto da una […]

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Nerd zone

Westeros, il continente occidentale di Game of Thrones

Tutti pazzi per Game of Thrones! Il kolossal televisivo è ormai agli sgoccioli, l’ultima stagione sta andando in onda in queste settimane e orde di fan in delirio sono alle prese con le teorie su chi siederà sull’agognato Trono di Spade e governerà Westeros. La celebre serie, com’è noto, è ispirata alla saga Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (titolo originale: A Song of Ice and Fire), dello scrittore americano George R. R. Martin, che è riuscito a creare un ampio mondo fantastico, tra i più suggestivi della letteratura fantasy. I romanzi di Martin e la serie, infatti, sono ambientati in due continenti immaginari: il continente orientale (Essos) e l’occidentale (Westeros). Westeros è il continente occidentale nel quale si svolgono quasi interamente gli eventi narrati, eccetto quelli di Daenerys Targaryen, ambientati inizialmente ad Essos. Martin ha affermato che Westeros è circa delle stesse dimensioni del Sud America. Il territorio ha un’estensione notevole dal punto di vista latitudinale, mentre si presenta relativamente stretto da quello longitudinale; ciò ha favorito lo svilupparsi di climi e culture differenti. Il continente è diviso in due parti, note semplicemente come Nord e Sud, separate da un lembo di terra detto “Incollatura“. Ad ovest il continente si affaccia sul Mare del Tramonto; questo grande oceano non è mai stato attraversato, o per lo meno nessuno è mai tornato indietro a raccontare di averlo fatto. A sud, il continente è lambito dal Mare dell’Estate; nel profondo di questo mare giacciono le omonime isole. Verso est si trova invece il continente orientale, separato da quello occidentale dal Mare Stretto. Si tratta di un oceano spesso tempestoso, ma ciò non ha mai fermato i numerosi traffici di merci da e verso le Città Libere, città-stato che si trovano nella parte più occidentale del continente orientale; nella zona più meridionale di questo oceano si trovano anche le Stepstones, una catena di isole che connette Westeros ad Essos; secondo i miti, le Stepstones sarebbero i resti di un antico ponte di terra che collegava i due continenti, distrutto in un cataclisma diecimila anni prima della narrazione. All’estremo nord, nelle terre dell’Eterno Inverno, si erge un colossale muro di ghiaccio detto la Barriera: le condizioni climatiche proibitive e la presenza dei Bruti e degli Estranei hanno da sempre reso le terre Oltre la Barriera un luogo semi-inesplorato e quasi leggendario; ad ogni modo, si crede che Westeros si estenda fino alla calotta polare. Le cinque città principali del Continente Occidentale, in ordine di grandezza, sono: Approdo del Re, Vecchia Città, Lannisport, Città del Gabbiano e Porto Bianco. Prima di essere unificato in seguito alla Guerra di Conquista, il continente era diviso in vari regni indipendenti. Dopo questo conflitto, e la successiva annessione di Dorne, tutte le regioni a sud della Barriera vengono unite sotto il dominio della Casa Targaryen, andando così a creare un unico stato sovrano conosciuto col nome di Sette Regni. Storia di Westeros, il continente occidentale Circa dodicimila anni fa, Westeros era abitato dai Figli della Foresta, una piccola razza non umana, dotata di poteri magici, che viveva in pace e armonia con la natura, venerando gli Antichi Dei della Foresta. Intorno a quell’epoca, i Primi Uomini, una razza umana, […]

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