Gioventù, il secondo volume di Tove Ditlevsen | Recensione

Tove Ditlevsen

Tove Ditlevsen ritorna nelle librerie italiane grazie a Fazi editore con il secondo volume della “Trilogia di Copenaghen”. Gioventù è il seguito di Infanzia, volumi che la poetessa scrisse negli anni ’60 del secolo scorso a partire dalla sua esperienza di vita e oggi riscoperti nella traduzione italiana di Alessandro Storti

Una scrittura del sé che parte da precoci scontri col mondo: è il procedere per tentativi verso l’emancipazione e la definizione dei propri desideri, che passa per imposizioni e sbagli, aspettative disattese e compromessi. 

Gioventù di Tove Ditlevsen

Gioventù è la storia di una personalità che si modella, che nella sua mutazione si sente estranea a un mondo che le appare fisso e immutabile, stanco. La scrittura che l’accompagna in questa evoluzione  coinvolge necessariamente il corpo, e quella mal celata ossessione di piacere perennemente delusa essendo “una delle tante, una qualunque”.

Deludenti sono anche le prime esperienze lavorative, accompagnate da timori confermati dalle sconfitte. L’unico posto in cui Tove si sente a suo agio è tra i libri del signor Krogh, il primo uomo che sembra vederla per quello che sta diventando, non per la bambina che era. 

Le convinzioni e le aspettative degli altri sembrano certezze e garanzie di affermazione, e vengono quindi accolte da Tove, che inizia così a formarsi un’idea meno nebulosa di mondo: va bene accettare un uomo perché è rispettoso, anche se non ne è innamorata, anche se i suoi genitori non lo reputano alla sua altezza. Negli uomini che incontra Tove crede di cercare l’amore, non un sentimento, bensì il biglietto verso un’agognata “stanza tutta per sé, con una porta e una chiave”. Ogni tentativo è però deludente. 

I suoi genitori sembrano accogliere la sua richiesta di intimità; la prima camera che ottiene ha però una tenda, non una porta. Un cassetto con la chiave però ce l’ha, e lì può nascondere dagli occhi indiscreti il proibito: le parole scritte in un diario romanzato, le sue poesie e i preservativi. 

Per arrivare a una stanza tutta sua l’autrice dovrà faticare ancora, dovrà staccare lo sguardo da ciò che è usuale, familiare, già registrato nella memoria, per avviarsi verso il nuovo. 

Ricominciare è faticoso ma entusiasmante, e alla tenda si sostituirà finalmente una porta, ma a un prezzo: quello della Storia. Tove ottiene una stanza tutta per sé, ma la sua padrona di casa ha la foto di Hitler appesa in cucina, e i suoi discorsi ogni giorno turbano la quiete di Tove, che dorme con tutti i suoi abiti addosso per combattere il freddo. Quello spazio per sé però vale ogni sacrificio perché da lì prendono vita, finalmente, le sue poesie.

Eppure nessuno approdo è realmente tale nella strada verso l’emancipazione. Unico riposo dalla sua continua fuga sembra essere un uomo in grado di apprezzare il suo lavoro, la sua arte, che sembra finalmente riconoscere il suo potenziale; sarà questo, dunque, l’amore?

Ma la Storia sbircia dalla porta, è ferma all’uscio col suo fare minaccioso. Ma Tove continua la sua corsa, nonostante i fulmini all’orizzonte promettano tempesta, nonostante il suo vestito sia fuori moda, malandato, da sostituire. 

Il racconto di Tove Ditlevsen ci ricorda che la gioventù è qualcosa da attraversare di corsa, con vestiti scomodi e scarpe strette, il più velocemente possibile verso la vita adulta che brilla di autonomia, fierezza, soddisfazione. Quella vita adulta che, pur mentendoci spudoratamente, ci promette una ricompensa, una tregua, qualcosa che ci renda liberi, soddisfatti, felici. Qualcosa che, infine, è da gustare da soli, al chiuso della propria stanza. 

“La giovinezza è provvisoria, fragile e incostante. È fatta per lasciarsela alle spalle, non ha altro scopo che questo.”

Tove Ditlevsen fa della propria vita un racconto onesto e per questo immersivo, rendendo ancora una volta la letteratura quella creatura duplice in grado di parlare di uno, e insieme di tutti, con una prosa che prende in prestito alla poesia il suo fare immediato e puro, insieme schietto ma delicato.

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A proposito di Carmen Alfano

Studio Filologia Moderna all'università degli studi di Napoli "Federico II". Scrivo per immergermi totalmente nella realtà, e leggo per vederci chiaro.

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