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Eroica Fenice

Culturalmente

Hans Arp, pittore dadaista… e non solo

Hans Arp: un viaggio nel suo animo d’artista Hans Arp nacque a Strasburgo nel 1887 e, come suggerisce il nome, ebbe origini franco-tedesche, motivo per il quale fu conosciuto anche col nome di Jean. Partecipò all’esposizione espressionista della corrente Der Blaue Reiter nel 1912. L’artista attraversò tutta quella stagione che dal cubismo arriva al surrealismo, con l’intento di allontanarsi da quella che è la realtà circostante, per arrivare a nuove forme del reale. Fu inoltre tra i fondatori del dadaismo. Nonostante ciò, la sua cultura si alimentò e nacque in accademia. Durante la prima guerra mondiale, per sfuggire alle armi, si rifugiò a Zurigo, dove incontrò la sua anima gemella, nonché sua futura moglie e artista anch’ella, Sophie Taeuber. Con quest’ultima sperimentò l’arte dei collages, (qui un esempio), e più avanti sviluppò le “configurazioni”, nonché arazzi con motivi astratti. Le sue opere non furono prettamente quadri, bensì nel periodo zurighese si dedicò anche alla scultura, con la realizzazione di opere in materiali vari, anche rifiuti, policromi, che venivano fissati, senza ottenere una fluidità complessiva. Tornato in Germania al termine del conflitto mondiale Hans Arp fondò il gruppo dei dadaisti di Colonia con Max Ernst e Johannes Theodor Baargeld, nel 1916. Dagli anni ’30 si allontanò dai surrealisti per avvicinarsi ad altri movimenti tra i quali l’astrattismo, partecipando a varie mostre. Si dedicò inoltre alla scultura, con forme essenziali e levigate. I temi prevalentemente trattati erano quello erotico sensuale e quello magico, derivante dall’arte arcaica. I cosiddetti papiers déchirés (carte strappate) rappresenteranno un rinnovamento dei collages (come si può vedere qui). L’arte di Hans Arp arriverà poi alle “concrezioni”, con le quali vi è un superamento della distinzione tra oggetto dadaista e scultura. L’ arte allusiva e simbolica di Hans Arp ha dunque l’intento di ricondurre l’uomo alla sua spontaneità primordiale. La natura poliedrica dell’artista si esplicitò anche nella scrittura. Compose infatti poesie nelle quali la sua teoria artistica si esplica nel non-senso portato avanti da un lucido anti-intelletto. Esse verranno raccolte in un’opera complessiva nel secondo dopoguerra, con il titolo de “Le Siège de l’Air”. Con la fine del conflitto mondiale, Hans Arp ottenne un enorme successo, grazie anche alle mostre di Parigi e New York, nonché alla realizzazione di opere monumentali per grandi enti pubblici, tra i quali la Harvard University. Negli anni ’50 del Novecento ricevette numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui quello della Biennale di Venezia e del MOMA di New York. La legge del caso di Hans Arp L’ arte di Hans Arp si basa sulla cosiddetta legge del caso: l’artista l

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Recensioni

“Peter pan forever – Il musical” al Teatro Augusteo

Peter Pan torna a volare nella nostra vita, accompagnato dalla sua magica storia, al Teatro Augusteo di Napoli, dall’8 al 17 febbraio. La regia è quella di Maurizio Colombi con musiche di Edoardo Bennato. Lo spettacolo è sicuramente dedicato a tutta la famiglia, non più adatto ai bambini che agli adulti, anzi. Il mondo che viene messo in scena sul palco è familiare a tutti i bambini in sala, forse un po’ meno agli adulti, che proprio come i genitori della famiglia Darling, presi da mille impegni, sono invitati a intraprendere un viaggio che non ha bisogno di tempo e orari prestabiliti, bensì solo di… fantasia.  La trama di Peter Pan, una storia senza tempo Lo spettacolo teatrale riprende il racconto di J. M. Barrie “Peter e Wendy” del 1911. Ci troviamo a Londra, dove un cantastorie promette a tutti i bambini che lo ascolteranno di farli volare con le proprie parole. “Una moneta per una storia, due per una canzone!”, e sulle note di “Ma che sarà…” inizia il viaggio verso una realtà non molto lontana dalla nostra; il cantastorie non è ben visto dai genitori dei bambini che stanno ad ascoltarlo. Vogliono infatti cacciarlo, perché racconta frottole, deviando i bambini dalla realtà. Inizia così il nostro viaggio; la scena si apre sulla camera da letto di John, Micheal e Wendy Darling. I bambini ascoltano le storie raccontate dalla sorella maggiore e si immedesimano nei loro personaggi preferiti: Peter Pan e Capitan Uncino. L’arrivo del signore e della signora Darling, però, rompe l’incanto; presi dai preparativi per la festa a cui devono partecipare, mettono i bambini a letto e allontanano il cane Nana, che funge anche da bambinaia, e che aveva fino ad allora protetto i bambini da ogni pericolo. Il padre inoltre, stanco delle “fandonie” raccontate da Wendy ai suoi fratelli, afferma che quella sarà la sua ultima notte in quella camera. Deve crescere, basta con le storie. Ma sarà quella la notte in cui Peter Pan, tornato in camera dei Darling a recuperare la sua ombra, precedentemente rubata da Nana, asseconderà il desiderio di Wendy, e condurrà i bambini verso la famigerata Isola che non c’è, sulle note dell’omonima canzone. Wendy dovrà in cambio fungere da mamma e raccontare le sue meravigliose favole ai bambini sperduti, che abitano l’isola. Dopo aver insegnato ai tre bambini il segreto per volare, ovvero quello di avere solo pensieri felici, essi affronteranno un viaggio celeste, accompagnati da Trilli, la fatina compagna di Peter. La scena si riapre sulle note de “Il rock del Capitan Uncino”; ci troviamo sul galeone del famigerato nemico di Peter che, insieme a Spugna, il suo consigliere ubriacone, e la sua ciurma, tramano per vendicarsi di un precedente duello con Peter, che ha visto Capitan Uncino perdere la sua mano, andata in pasto ad uno spaventoso coccodrillo. La scena cambia e ci troviamo immersi nella foresta, accolti da una tribù di indiani pellerossa. Nascosti ci sono i bambini sperduti. Questi vivono senza nessuna costrizione e fanno ciò […]

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Libri

“L’infinito” celebrato da Davide Rondoni

“L’infinito” analizzato da Davide Rondoni nel libro “E come il vento, L’infinito, lo strano bacio del poeta al mondo” Davide Rondoni, poeta e scrittore nonché fondatore del Centro di poesia contemporanea di Bologna, ha voluto celebrare i 200 anni dalla nascita del poema leopardiano più noto, “L’infinito”, attraverso un’analisi appassionata e attualizzante nel suo nuovo libro “E come il vento, L’infinito, lo strano bacio del poeta al mondo”, uscito di recente presso Fazi Editore. Chi può comprendere un poeta meglio di un poeta? Davide Rondoni ci invita a salire su di un treno che viaggia su un duplice binario; quello, concreto, della nostra meravigliosa penisola italiana e quello per lui altrettanto concreto dei versi del poema leopardiano, che ha incantato e continua a incantare e a lasciarci senza fiato anche a 200 anni dalla sua prima apparizione. Il viaggio è reale, perché Rondoni crede fermamente nell‘azione concreta della poesia che, attraverso il suo linguaggio, il suo soprannominare la realtà, mette a fuoco ciò che è una visione miope per tutti gli altri; è come se il poeta avesse un paio di occhiali speciali per guardare il mondo, la realtà che lo circonda, con una visuale più dettagliata e attraverso le sue parole potesse rendere partecipi gli altri di ciò che vede e sente. La poesia, ribadisce l’autore più volte, non abita in un altrove lontano e misterioso. Essa è ovunque, in tutto ciò che ci circonda. Cos’è l’infinito secondo Davide Rondoni E allora, in che modo bisogna affrontare la lettura del poema leopardiano? Che vuol dire capire una poesia? E soprattutto che cos’è quest’infinito che sbuca ogni tanto sulla bocca dei poeti e che si concretizza vivido davanti ai nostri occhi nella poesia di Leopardi? Questi alcuni degli interrogativi che il viaggio all’interno delle parole del Rondoni ci pone e cerca di affrontare. Ciò che avvertiamo sin dal principio è che questa ricerca non parte da mete astratte e lontane, bensì dalla quotidianità, dal dolore, dai confini. Proprio come la poesia leopardiana, la riflessione sull’infinito parte dal limite. Ogni cosa, per essere conoscibile, ha bisogno di essere definita e dunque di essere chiusa entro confini tangibili. L’analisi passa dall’infinito matematico a quello relativo al linguaggio, per arrivare ai tentativi di definizione dei filosofi. L’infinito risiede nell’essere in un qualche modo sospeso, nella possibilità sempre varia degli avvenimenti quotidiani, nonché nella nostra continua ricerca e nei nostri interminabili interrogativi. Tra le esperienze concrete di infinito vi è quella del punto di fuga creato dagli artisti per rappresentare la prospettiva ma, nell’analisi di Rondoni, l’infinito risiede anche nelle esclamazioni di stupore di un gruppo di giovani studenti che, durante una visita guidata al “Sentiero degli dei”, percepisce l’infinito nelle parole di Leopardi declamate dal Rondoni. E a Napoli, luogo in cui dimora il contrasto e dove ogni cosa è fuori luogo ma mai fuori tempo. Sarà dunque un luogo fisico, l’infinito? O è qualcosa che avvertiamo in lontananza, come un’eco lontana? Forse invece è qualcosa che risiede nell’uomo, nella sua contraddittoria finitudine, che cozza con l’infinità […]

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Culturalmente

Poesie sulle donne: le più belle scelte da noi

Poesie sulle donne scelte dalla nostra redazione   Da sempre la poesia è lo strumento atto a concretizzare i sentimenti. Oltre a celebrare l’amore, in ogni tempo la poesia rende onore alla bellezza, in tutte le sue forme. Tema centrale di innumerevoli celebrazioni liriche è dunque la donna. Descritta nelle sue fattezze, con occhi come stelle, guance associate ai fiori più belli, il suo splendore è pari a quello delle bellezze angeliche. Essa assurge a soggetto privilegiato delle rime di tutti i tempi. Il poeta celebra il suo amore o esorta l’amata a ricambiare il suo sentimento, e si scontra spesso con bellezze evanescenti e sdegnose. Vi proponiamo di seguito alcune delle poesie sulle donne.   Dante Alighieri – Tanto gentile e tanto onesta pare Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l’ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core,  che ’ntender no la può chi non la prova: e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira. Come non citare Dante, il padre della lingua italiana, fondatore del Dolce stil novo. Con una delle sue poesie più belle, attribuisce alla sua donna i caratteri tipici di un angelo sceso in terra. Beatrice è infatti una sorta di concretizzazione terrena dell’ultraterreno, del divino. È lei infatti che, grazie alla sua bellezza sovrannaturale, avvicina l’uomo a Dio. Una donna enfatizzata in ogni sua peculiarità, aleatoria e idilliaca che, col solo sguardo e con un semplice cenno del volto reca salute al poeta, sebbene non contraccambi il suo sentimento amoroso. Montale riprenderà il concetto dell’amore stilnovistico e della donna angelicata in una chiave differente. La donna è per lui angelo, in quanto lo allontana dalla crudele realtà storica, ferita dalla guerra e dal terrore, per condurlo verso una dimensione ultraterrena, che non è però la salvezza divina; semplicemente altro rispetto all’orrore. Nelle sue ultime raccolte, invece, si esplica la sua esigenza di un ritorno alla realtà e anche in questo caso il tramite sarà la donna, capace di leggere ciò che la circonda, vicinissima alla contingenza e alla realtà più di quanto il poeta sia mai riuscito ad essere, e dunque si incarnerà negli animali più improbabili; la moglie sarà infatti donna-mosca. Il poeta, in versi magistrali e impressi nella memoria di tutti, ci mostra la sua necessità di guardare il mondo solo attraverso le pupille offuscate dell’amore della sua vita. Il vuoto lasciato dalla donna amata è concretamente percepibile dalla lettura dei suoi versi. Ho sceso dandoti il braccio – Montale Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, […]

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Culturalmente

Castore e Polluce: la storia dei Dioscuri

La mitologia greca ci ha tramandato storie tra le più affascinanti e intriganti di sempre. Tra amori folli, tradimenti e infatuazioni improbabili, le storie degli dei greci non smettono di appassionare chiunque si accinga a leggerle. Il padre degli dei, Zeus, non manca di essere il protagonista delle storie più avvincenti. Tra queste, quella riguardante la nascita di due gemelli, Castore e Polluce, definiti Dioscuri, in quanto figli di Zeus. Le avventure che riguardano i due fratelli sono innumerevoli e il forte legame che li unisce è dimostrato dal loro essere sempre l’uno di fianco all’altro in ognuna di queste ultime, fino alla morte. Ma vediamo insieme chi sono e la loro storia. Castore e Polluce, i due eroici gemelli greci La storia di Castore e Polluce è forse il frutto della fusione di leggende riguardanti due divinità greche e due eroi spartani. Data la natura immortale di Polluce e quella mortale di Castore, si narra che la madre Leda li avesse in realtà concepiti separatamente nell’arco della stessa giornata, il primo con Zeus, il secondo con il re spartano Tindaro. Sorella dei due sarebbe stata Elena, figlia di Zeus. I tre sono legati da un grande affetto, tant’è che i fratelli intervengono in maniera immediata quando Elena viene rapita da Teseo. Secondo altre leggende, invece, i tre fratelli sarebbero stati in realtà concepiti da Leda e da Zeus trasformato in cigno. I Dioscuri sarebbero inoltre tra gli Argonauti, che con Giasone partirono alla conquista del vello d’oro. In questa impresa Polluce si distinse grazie alle sue doti nel pugilato; egli, infatti, viene considerato il primo vincitore delle Olimpiadi. Castore, invece, sarebbe stato un eccellente auriga, e si sarebbe distinto nella corsa. Tra le varie gesta affrontate dai gemelli vi sarebbe lo scontro con i figli di Afareo, a causa del rapimento di un gregge. Nella lotta che ne consegue, Castore viene ferito mortalmente, mentre Polluce, ucciso uno dei nemici, viene salvato dal padre Zeus, che fulmina il secondo. La morte del fratello Castore è insostenibile per Polluce, che implora il padre degli dei di concedergli di ricongiungersi con l’amato fratello. Il dio esaudisce a metà la richiesta del figlio, concedendogli di vivere per metà del tempo negli inferi, destinati a Castore, e per l’altra metà sull’Olimpo. Secondo altri, invece, l’ultima impresa dei Dioscuri sarebbe legata al rapimento delle figlie di Leucippo, promesse spose dei figli di Afareo. Anche in questo caso, uno scontro tra le due coppie di fratelli conduce Castore alla morte, mentre Polluce viene salvato dall’intervento del divino padre. La sofferenza di Polluce, anche stavolta è incontenibile, al punto di rinunciare al privilegio dell’immortalità, per non separarsi da Castore. Zeus concede in questo caso ai fratelli di vivere alternativamente un giorno sull’Olimpo e l’altro nella tomba ad essi dedicata, nell’amato territorio spartano. Il culto dei Dioscuri I due mitici fratelli godettero di un vero e proprio culto a Sparta, con tanto di templi ad essi dedicati. Vennero in seguito rappresentati come aurighi o cavalieri, o con ali. […]

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Culturalmente

10 frasi in spagnolo da ricordare

Lo spagnolo è la terza lingua più parlata al mondo. Diffusa in ogni continente, porta con sé una varietà di culture, che si esprime anche nel linguaggio, con un gran numero di termini differenti per ogni stato parlante, volti a identificare lo stesso oggetto. Lingua sensuale e poetica, con i suoi accenti e le sue peculiarità, ha incantato e continua ad incantare. Grandi poeti e scrittori si sono espressi in questa lingua che sembra declinare le varianti della passione coi suoi ritmi avvolgenti. Vi proponiamo di seguito 10 frasi in spagnolo da ricordare, tratte da libri di scrittori, poeti e non solo, ricche di significati e fautrici di forti emozioni. Le frasi dei poeti “Posesiòn tù me dabas/de mì, al dàrteme tu” “Possesso di me tu mi davi,/dandoti a me” La poesia da cui deriva questo verso è tratta da “La voce a te dovuta” di Pedro Salinas. Il gioco di possessivi, che seguono proprio la parola “possesso”, serve in realtà ad esplicitare l’idea opposta; la persona amata rende il soggetto amante più consapevole si sé proprio grazie all’atto gratuito dell’amore, che non è legato a nessun tipo di possesso reale, se non quello, nel caso in cui sia ricambiato, del sentimento stesso. La poesia da cui è tratta questa frase rende l’idea esatta della sensazione dell’innamoramento e del persistere di tale sentimento, nonostante un allontanamento. Il poeta è infatti cantore dell’amore in ogni sua sfumatura. “Quiero hacer contigo, lo que la primavera hace con los cerezos” “Voglio fare con te, quello che la primavera fa con i ciliegi” Verso finale della poesia “Giochi ogni giorno con la luce dell’universo” del famoso Pablo Neruda, considerato tra i migliori poeti del XX secolo. La poesia e in particolare questa frase, tra le più dolci e velatamente passionali scritte sull’amore, è tra le più celebri del poeta. Conosciuto principalmente per i suoi versi d’amore, ne ha scritti anche d’invettiva, essendo impegnato nell’ambito politico del suo paese, il Cile. Oltre ogni considerazione sensuale, il verso finale della poesia, attraverso la metafora della primavera, esprime visivamente tutta la bellezza dell’innamoramento, nonché della dolcezza legata al ciliegio in fiore, con i suoi colori tenui e delicati, che accarezzano l’occhio e il cuore. La passione dell’amore è dunque associata ad una disarmante delicatezza. “El más terrible de todos los sentimientos es el sentimiento de tener la esperanza muerta” “Il sentimento più terribile è quello di aver perso la speranza” Frase del celebre poeta e drammaturgo Federico Garcia Lorqua. Tra i più amati del periodo, il poeta vive i disastri della guerra civile nel suo paese. La frase, nonostante le avversità vissute, invita a non perdere mai la speranza, perché tra tutte le sensazioni, questa è la peggiore. Un instancabile inno alla vita, che si staglia chiaro anche nella desolazione. Le frasi degli artisti “¿Se pueden inventar verbos? Quiero decirte uno: Yo te cielo, así mis alas se extienden enormes para amarte sin medida” “Si possono inventare dei verbi? Te ne dico uno io: Io ti cielo e così le mie […]

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Culturalmente

5 manga giapponesi da leggere assolutamente

Molte sono le serie animate conosciute e viste, ma non tutti sanno che altrettanti sono i manga giapponesi da leggere legati a queste ultime e quasi sempre ad esse precedenti. Con il termine “manga“, s’intende un fumetto di origine giapponese, non legato ad un genere in particolare. Gli ideogrammi che rappresentano la parola sono traducibili con la perifrasi “immagini in movimento”. Tratto tipico è infatti la preponderanza di immagini rispetto alle parole, a differenza dei fumetti occidentali. Nel manga, infatti, a contare è l’impatto visivo; l’immagine ha il ruolo di descrivere le scene ancor più delle parole stesse. I disegnatori dei manga giapponesi, infatti, godono di una grande importanza in Giappone, tendente alla venerazione. Un’ ulteriore differenza coi fumetti a noi più vicini è che questi… si leggono al contrario (rispetto al nostro punto di vista!). La rilegatura è infatti alla destra del lettore, e le pagine si sfogliano da quella che per noi rappresenterebbe l’ultima. I generi sono svariati, per tutti i gusti. Ciò che forse non tutti sanno è che molti dei cartoni animati che sempre più di rado troviamo oggi in tv, ma che hanno segnato intere generazioni (degli anni ’80 e ’90 in particolare) che attendevano con ansia (e talvolta per giorni) le trasformazioni dei protagonisti di Dragon Ball o dei Pokemon, sono state ispirate da precedenti manga. Le trame, talvolta apparentemente infantili, e stemperate nei cartoni rivolti ai bambini, sono molto impegnate, come i temi trattati. Il lavoro e l’educazione scolastica sono onnipresenti, come a voler rimarcarne la loro importanza nella cultura giapponese, nonché la morte, come a volerla esorcizzare. Di seguito vi proponiamo una breve rassegna di manga giapponesi da leggere, appartenenti a vari generi. Manga giapponesi consigliati Il giocattolo dei bambini – Rossana Meglio noto per la serie televisiva che ne è stata tratta, il manga è stato creato da Miho Obana alla fine degli anni ’90. La protagonista è una vivace ragazzina, Sana Kurata (Rossana, nella serie animata) che frequenta la sesta elementare e lavora come attrice. Inizialmente ad opporsi a Sana vi è Akito Hayama (l’Eric della serie), suo antagonista in un clima scolastico difficile. I sentimenti dei due protagonisti andranno mutando nel corso del manga, con non pochi ostacoli da affrontare. Il titolo è inoltre legato al significato nascosto del manga: i bambini, i protagonisti del fumetto, gestiscono le situazioni talvolta in maniera più risoluta degli adulti. Sana e Akito arriveranno infatti a superare insieme le vicendevoli difficoltà familiari, facendosi forza l’uno con l’altra, ma il reciproco sentimento sarà sempre latente e nascosto. I colpi di scena e le problematiche, tutt’altro che infantili, caratterizzeranno l’intero manga. L’importanza dei temi trattati, a scapito del titolo e dell’aspetto dei personaggi, è via via più evidente nella lettura, e l’apparente gaiezza e spontaneità iniziale della protagonista diverranno man mano sinonimo di qualcosa di nascosto oltre la leggerezza, che non andrebbe comunque mai persa, neanche con l’avanzare degli anni. Per ascoltare la sigla dell’anime cliccare qui. Dragon Ball Come non citare il manga dal quale […]

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Culturalmente

5 pittori famosi che non conosci

L’arte è tra le forme di espressione più immediate, quella che coinvolge chiunque, passando dagli occhi per arrivare al cuore. Leonardo da Vinci affermava che “la pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca” e spesso i quadri, i dipinti, corrono più veloci dei propri artisti e arrivano al cuore dei fruitori ancor prima del nome dei propri esecutori. Tutti conosciamo “Guernica” di Picasso, “Notte stellata” di Van Gogh e i suoi inebrianti girasoli… ma spesso vi sono dipinti che conosciamo, mentre il nome degli autori ci sfugge. Pittori famosi, ma superati dalla propria arte. Di seguito vi proponiamo una breve rassegna di 5 pittori famosi, ma non così noti al grande pubblico.  Pittori famosi, ma che non conosci Paul Klee Tra i pittori famosi, uno dei più grandi artisti del modernismo classico del XX secolo, legato alla corrente artistica del “Blue Rider”, accoglie nella sua pittura elementi dell’espressionismo, cubismo e surrealismo. Autore del famoso “Angelus Novus“, descritto dal famoso filosofo Walter Benjamin in questi termini: “C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto“. Il quadro mostra l’arte rarefatta ed essenziale dell’artista, legata alla realtà e alla contingenza. L’angelo diviene umano, quasi un bambino, e dunque un vero e proprio intermediario tra cielo e terra, più che mera figura tipicamente divina e lontana dall’uomo. Piet Mondrian Pittore olandese, esponente del costruttivismo, il suo stile è inizialmente impressionista, per passare poi dal fauvismo e dal cubismo. Famoso per i suoi quadri rappresentanti forme geometriche, principalmente quadrati o rettangoli di colore rosso, blu e giallo, separati da marcate linee nere. I colori utilizzati sono i primari, disposti in un ordine che dia un senso di equilibrio cromatico. In un periodo di stasi tra le due guerre mondiali, l’artista cerca una sorta di equilibrio universale, almeno nei suoi dipinti. I colori primari portano con sé infatti una simbologia spirituale fortissima. Tutto si gioca su equilibrio di pesi, nelle forme, e cromatico, nella disposizione dei colori. La visione, infatti, quasi assopisce il fruitore, restituendogli una sensazione di quiete. Jan Vermeer van Delf Pittore del famoso quadro “La ragazza con l’orecchino di perla“, è l’emblema del nostro discorso sui pittori famosi; del pittore ci restano pochissime informazioni biografiche; ma i suoi quadri fanno ancora riecheggiare il suo nome. Si sa che l’autore si dedicò spesso al genere tronien, ovvero ritratti in costumi storici rappresentanti personaggi biblici o arcaizzanti. Il celebre ritratto dell’artista rappresenta una giovane donna aristocratica (la perla era molto rara nel XVII secolo, dunque concessione di pochi) che rivolge lo sguardo allo spettatore, colpita da una luce che ne mette in risalto gli aspetti languidi e sensuali. Lo sfondo nero e la posizione della donna la proiettano verso il fruitore, e dunque ne accentuano l’immediatezza. La donna rappresentata […]

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Culturalmente

6 detti antichi e la loro origine

Sei detti antichi: una riflessione culturale per conoscerne l’origine. Innumerevoli sono le frasi che entrano a far parte del nostro linguaggio comune, di cui però non conosciamo affatto l’origine. Detti antichi, proverbi, modi di dire: tutti li utilizziamo comunemente per dare forza a un’espressione o per enfatizzare un’opinione. Ma da dove provengono? Oltre agli specialisti del mestiere, pochi sapranno che moltissimi detti antichi, oggi diventati celebri e sulla bocca di tutti, provengono da opere letterarie o dalla riflessione filosofica di noti autori dell’antichità. Tramandati per iscritto, permangono con forza nell’oralità quotidiana. Vediamone alcuni insieme. “Omnia vincit amor”: alla scoperta di alcuni detti antichi Facilmente traducibile in “L’amore vince su tutto”. Tutti, innamorati e non, abbiamo sentito almeno una volta questa frase. Ebbene, non tutti sanno che si tratta di un passo delle Bucoliche del famoso Virgilio, maestro e guida di Dante, che l’autore fa pronunciare a Cornelio Gallo; in seguito a una delusione amorosa, egli afferma la sua volontà di abbandonare la poesia elegiaca. Ma il verso finale è una presa di coscienza della potenza dell’amore contro ogni cosa, al quale tutti cediamo, nessuno escluso. La forza di questo verso risuona tutt’ora nei nostri cuori, tanto da diventare una vera e propria locuzione proverbiale, anche nella sua veste latina. “Gutta cavat lapidem” “La goccia scava la roccia”. Tra i detti antichi, questa locuzione latina, utilizzata per mettere in rilievo il fatto che la forza di volontà può farci arrivare a conquistare mete impensabili, è attestata in Ovidio e in altri famosi autori dell’antichità. Può assumere al contempo un significato negativo, ovvero volto a rappresentare il fatto che anche un’azione apparentemente di poco conto, se continua e costante, può condurre a risultati talvolta disastrosi. “In medio stat virtus” “La virtù sta nel mezzo”. Espressione idiomatica utilizzata presso numerosi autori latini, tra i quali Orazio, volta a disdegnare qualsiasi eccesso e a riportare ogni cosa al giusto equilibrio. Si diffonde nel Medioevo con i filosofi scolastici ma è attestata ancor prima in Aristotele e nell’Etica Nicomachea. Oggi è utilizzata nel quotidiano per dirimere ogni tipo di controversia e talvolta in senso non del tutto positivo, per non schierarsi affatto, finendo per ribaltare il suo significato originario. “De gustibus non est disputandum” “Non si discute riguardo ai gusti” è una locuzione latina volta a salvaguardare l’inoppugnabile varietà dei gusti. Comunemente utilizzata da tutti noi, al fine di sostenere la nostra tesi durante una discussione, l’espressione era attribuita da alcuni a Cesare, da altri a Cicerone. E’ in realtà una locuzione di origine medievale. “Mens sana in corpore sano” “Mente sana in corpo sano”. Questa espressione trae origine dalla satira decima di Giovenale, dove si afferma che l’uomo dovrebbe ambire a queste sole due cose: la sanità del corpo e quella dell’anima, non ai beni materiali, vani ed effimeri, anche se perseguiti da tutti. Tale frase, divenuta proverbiale, ha assunto oggi un significato leggermente differente, ponendo l’accento sulla maggiore attenzione alla cura del proprio corpo, nonché della propria salute psicofisica. “Verba volant, scripta manent” “Le parole volano via, lo scritto rimane” è una citazione di Caio […]

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Food

Viaggio alla scoperta della cultura e del buon cibo a Cimitile

Un tour di Cimitile tra cultura e buon cibo alla scoperta delle Basiliche Paleocristiane e di “Pizza & Fritti Sapori di Napoli” dello chef Gennaro Galeotafiore. Esattamente nel cuore della Campania, a circa 30 kilometri di distanza dalle cinque province, incontriamo Cimitile, un paesino di poco più di 7000 anime, che custodisce un vero e proprio patrimonio di cultura storica e artistica, da visitare assolutamente: le Basiliche Paleocristiane. Chi volesse allietare oltre agli occhi anche il palato, non potrà fare a meno di scegliere “Pizza & Fritti Sapori di Napoli” dello chef Gennaro Galeotafiore. Da qui è partito il tour, guidato dall’ingegnere Giuseppe Trinchese, appassionato e studioso delle Basiliche, ed organizzato da Renato Rocco, giornalista del Magazine “La buona tavola”, atto a valorizzare le ricchezze del nostro territorio. Immergersi nel verde che circonda le rovine del complesso monumentale di Cimitile è un’esperienza davvero unica. Il complesso sorge alla base di una necropoli del II-III sec. d.C. ma è intorno alla fine del III sec. che vi si sviluppa un vero e proprio culto, professato dallo stesso Sant’Agostino, intorno alla tomba del sacerdote Felice, dedito alla cura della diocesi di Nola. Il futuro vescovo di Nola, San Paolino (in onore del quale si celebra tutt’ora la famosa “Festa dei gigli”), restaurati gli antichi edifici intorno alla tomba del sacerdote Felice in seguito alla vendita di alcuni suoi beni, fece costruire un’imponente Basilica e numerose altre opere per venire incontro alle esigenze dei cittadini. L’origine sepolcrale del luogo permane nell’attuale nome della città, “Cimiterium” l’odierna “Cimitile”, appunto. Il villaggio fondato intorno alla Basilica grazie a Paolino subì una disastrosa alluvione intorno al VI sec., nonché varie scorrerie barbariche. Esplorando le sette basiliche del complesso si ha quasi una sensazione concreta e materiale delle varie epoche che sono andate stratificandosi man mano, al di sopra del complesso monumentale, conservandone la memoria. Le Basiliche di Cimitile tra arte, culto e prodigio Incontriamo innanzitutto la Basilica di San Tommaso, del VI-VII sec., e la cappella dei SS. Martiri, realizzata da Leone III, il gioiello del complesso, contenente numerosi affreschi di innegabile bellezza e di natura propagandistica, due dei quali conservati nell’Antiquarium. La Basilica di San Felice, costituita a partire dal IV sec da strutture di epoche diverse, ospita il primo mausoleo e la cosiddetta Basilica vetus, in seguito modificata da San Paolino per diventare la Basilica nova. L’alto numero di sepolture contenute nella Basilica è dovuto alla credenza popolare secondo la quale una maggiore prossimità al Santo avrebbe procurato un accesso sicuro al Paradiso. La lastra in marmo che copre il sepolcro presenta due fori, attraverso cui veniva fatto passare dell’olio, con il quale i fedeli imbevevano dei fazzoletti, ritenuti vere e proprie reliquie per contatto. Massime bibliche sono riportate tutt’intorno al sepolcro. La Cappella di San Calionio, risalente al V sec. ma restaurata da Leone III intorno al IX sec., contiene le tombe dei poveri. La Cappella di Santa Maria degli Angeli conserva un affresco della Vergine col bambino e la tipica croce ad Y. La Basilica nova, poi di San Giovanni, eretta intorno al V sec. per rispondere alla […]

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Voli Pindarici

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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