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Eroica Fenice

Libri

Quando un uomo cade dal cielo di Lesley Nneka Arimah – Recensione

“Quando un uomo cade dal cielo”, l’esordio letterario di Lesley Nneka Arimah, scrittrice afro-americana, è finalmente arrivato in italia, edito dalla casa editrice SEM, dopo aver ottenuto un ottimo riscontro negli Stati Uniti. I racconti narrati dalla scrittrice danno voce a personalità diversissime, ma al contempo un fil rouge mantiene legate le pagine del racconto, attraverso una voce che narra le gioie ma soprattutto i dolori della vita con una spontaneità disarmante. Le storie si aggirano tra i generi più disparati, dalla leggenda al realismo che in alcuni punti diventa magico, attraverso le tradizioni di un popolo la cui cultura scorre nelle vene e nell’inchiostro della scrittrice; il folklore delle tradizioni africane, dove molti dei racconti sono ambientati, e dei quali tutti portano impressa almeno una traccia, è lo spunto per affrontare problematiche che accomunano tutti; drammi familiari, amore e amicizia, nonché tradimenti, ma a spiccare e ad emergere forte è la voce delle donne, protagoniste di drammi e di problematiche che spesso diventano però la loro forza, o la loro fine. Quando un uomo cade dal cielo: dentro le storie… A caratterizzare le donne raccontate da Lesley una scintilla, talvolta un vero fuoco, che arde loro dentro, ma che in un modo o nell’altro, la società o l’ambiente in cui si trovano, provano in tutti i modi a spegnere, perché tutt’intorno vi è deserto di emozioni, di conseguenza quelle troppo forti vanno sopite. Le giovani donne di questi racconti, le figlie, sono definite ribelli, talvolta semplicemente troppo intelligenti e dalla spiccata curiosità, dote niente affatto ben vista; tale animo sveglio viene spesso represso da madri che hanno subìto lo stesso trattamento quando erano giovani, e che talvolta vogliono evitare alle figlie, paradossalmente, ulteriori sofferenze. I padri se non sonnecchiano sul divano, con una birra, sono comunque assenti, o morti. Tutti i racconti si spezzano sul finale, come a voler lasciare interdetta l’ultima parola, forse perché pronunciarla sarebbe troppo, o perché in questo modo possiamo immaginare che quella scintilla che le caratterizza abbia ancora una speranza. Le giovani di questi racconti cercano in ogni modo di far sentire la propria voce, anche a costo di incorrere in una cocente punizione, come accade alla protagonista del terzo racconto, in una scena quanto mai attuale, intitolato appunto “Ribelle“: “O quando mi avevano sospesa perché avevo dato della vacca fascista alla mia insegnante di Retorica e Comunicazione dal momento che si rifiutava di lasciarmi argomentare a favore del diritto all’aborto, un tema su cui non avevo un’opinione precisa fino a quando non mi è stata negata la possibilità di difenderlo.” È in punti come questi che emerge la forte personalità della scrittrice, che dietro il destino spesso ingiusto delle proprie protagoniste, non riesce a trattenere la propria sensibilità di donna forte in un mondo che vuole assoggettarla ancora. Il racconto spesso si ricostruisce a ritroso, come se i protagonisti ricordando, narrassero la storia partendo dal momento presente, per arrivare a quello passato, e così la confusione dei tempi del racconto è l’emblema dello stato confusionale dei protagonisti.  […]

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Culturalmente

Maudit: i poeti maledetti sulla soglia della modernità

Con il termine maudit si intende una serie di poeti, amici del poeta francese Paul Verlaine, che li identificò con l’appellativo “maledetti” in una sua opera datata 1884. Ad accomunarli, lo spirito di ribellione nei confronti di una società, quella di fine 800, nei cui ideali questi ultimi non si riconoscono più. Il poeta, in tale società, perde il ruolo assegnato ai suoi predecessori di “vate”, per diventare un uomo qualunque, anzi un isolato, un incompreso. La poesia non ha più il ruolo di guida della società, se i poeti non si riconoscono nei valori che la società propina. Per questo motivo l’atteggiamento assunto dai maudit è provocatorio e sregolato, talvolta ai limiti della legalità. L’angoscia che provano, legata al mancato riconoscimento all’interno della realtà, li porta a ricercare forme sovrannaturali e surreali nelle quali immergersi, anche con l’aiuto di sostante stupefacenti. La poesia diviene dunque il terreno di queste nuove sperimentazioni, una sorta di fuga da un mondo cupo e soffocante. È solo nella rottura col mondo circostante e coi legami razionali, che il poeta ritrova il contatto con l’”assoluto”, attraverso la sua poesia, che di conseguenza non è sempre di facile lettura. Immergiamoci dunque insieme nel mondo dei cosiddetti maudit, per conoscerli meglio e comprenderne la poetica. Charles Baudelaire, il Maudit per eccellenza A modello del poeta maudit vi è sicuramente il francese Charles Baudelaire. Quest’ultimo è considerato il capostipite dei poeti maledetti che seguiranno, nonché precursore della modernità, per la sua vita sregolata e vissuta sempre in bilico, nonché per i motivi e lo stile delle sue poesie. La sua stessa opera “Le Fleurs du mal” subì un processo per oltraggio alla morale e fu bannata, per assumere solo molto tempo dopo il valore di capolavoro indiscusso dell’ottocento francese e europeo. Il titolo emblematico congiunge in un ossimoro il male, il negativo a qualche cosa di seducente e attraente, il fiore appunto, affermando sin dalla soglia il valore del male come qualcosa da scrutare, che attrae, piuttosto che allontanare. Lo scandalo è avvertibile sin dal titolo. Le poesie di Baudelaire propongono un viaggio che, attraverso i “paradisi artificiali” conduce il poeta ed il lettore stesso verso una realtà altra, che è ben lontana da quella che circonda il poeta. Le atmosfere surreali e il linguaggio ermetico del maudit per eccellenza ne sono la concretizzazione. Tutto ciò nella speranza di un illusorio conforto in una realtà che è altro. La vacuità della fuga fa si che il poeta possa confidare infine solo nell’ignoto.  L’opinione di Verlaine Sulla scia della poetica proposta da Baudelaire, Paul Verlaine, nella sua opera che dà il nome a questi poeti, si propone l’intendo di rendere loro giustizia, in un tempo che non conferisce a questi ultimi il ruolo che meritano. Verlaine attribuisce l’appellativo di maudit a Tristan Corbière, Marcelline Desbordes-Valmore unica donna maudit; Villiers de l’Isle-Adam, a se stesso, con lo pseudonimo di Pauvre Lelian, nonché ai più famosi Arthur Rimbaud e Stéphan Mallarmé.  Tali poeti, non riconoscendosi nella realtà nella quale vivono, tentano […]

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Culturalmente

Lyrical Ballads: la nascita del romanticismo inglese

Lyrical Ballads e Romanticismo inglese Le Ballate Liriche, meglio conosciute come “Lyrical Ballads” sono una raccolta di poesie pubblicate in Inghilterra da William Wordsworth e Samuel T. Coleridge nel 1798. In seguito Wordsworth pubblicò nel 1800 una prefazione che è divenuta il manifesto per antonomasia del Romanticismo inglese, e segna una vera e propria rivoluzione nel panorama poetico precedente, coniugando due visioni differenti di una poetica comune. La poesia per William Wordsworth Al centro della poetica di Wordsworth vi è sicuramente una visione panteistica della natura, e una necessità di ritorno all’innocenza primordiale, talvolta al periodo dell’infanzia, quando le emozioni erano più vive e sincere, in contrapposizione all’attuale società corrotta dalla civiltà; Wordsworth nella prefazione delle Lyrical ballads afferma che i sentimenti umani, riportati ad uno stato rurale, e dunque alla loro originaria natura, possano esprimersi con maggiore semplicità ed essere dunque enfatizzati perché analizzati più da vicino, perché soggetti a minori costrizioni, quelle che invece troviamo nella cosiddetta civiltà. Al poeta spetta dunque il compito di mettere in luce le affinità che riscontra tra natura e uomo. Le Lyrical Ballads rappresenteranno il caposaldo del romanticismo inglese per un ulteriore aspetto rivoluzionario; è messo in discussione il precedente ruolo del poeta all’interno della società. Wordsworth afferma infatti di essere un uomo come gli altri, che parla piuttosto che scrivere; le capacità di espressione del poeta sono dovute a una sensibilità spiccata che gli permette di vedere al di là delle cose; egli vuole però parlare a tutti gli uomini, e per questo il soggetto è l’uomo comune. Non la sola nobiltà prende la parola all’interno delle poesie, e questa è la più grande rivoluzione; per arrivare a tutti, il poeta parla come la gente comune, perché ognuno è in grado di sentire e percepire a suo modo. Il linguaggio utilizzato dal poeta sarà dunque quello comune, lontano da quello settecentesco, stereotipato per l’eccessiva ricercatezza. Ciò non sarà facile da mettere in pratica, né tantomeno facilmente accettato. Una ulteriore rivoluzione all’interno del panorama poetico è segnato dal concetto di poesia come “libero fluire di sentimenti” filtrati dal ricordo, dunque come espressione di ciò che l’uomo prova dentro, degli stati d’animo; ciò rivoluzionerà il concetto classico di poesia, e l’avvicinerà a ciò che essa rappresenta oggi. La poesia, secondo Wordsworth, non nasce nel momento in cui si prova l’emozione, bensì quando essa è rivissuta nel ricordo, quando tale forma è filtrata e dunque purificata. Compito del poeta è dunque quello di rendere evidente questa purificazione, affinché l’uomo comune ne tragga giovamento per una personale ascesa morale e spirituale. La poesia per Samuel Taylor Coleridge Samuel T. Coleridge ha contribuito alla raccolta delle Lyrical Ballads con un numero inferiore di componimenti, che si distanziano dalla poetica di Wordsworth. Se quest’ultimo infatti può essere considerato il poeta dell’ordinario, Coleridge al contrario è il poeta del sovrannaturale. Poema emblematico di tale concezione è “La ballata del vecchio marinaio”, tra i testi più famosi delle Lyrical Ballads, nel quale è evidente la teoria poetica sviluppata dall’autore, […]

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Culturalmente

Calipso, la misteriosa dea greca innamorata di Ulisse

Calipso fu la dea che, nel V libro dell’Odissea di Omero, accolse Ulisse sulla sua isola, Ogigia, tenendolo “nascosto” in questo paradiso perduto per sette anni. Nell’etimologia greca del nome è infatti racchiuso il suo ruolo all’interno della vicenda omerica: Calipso deriva dal verbo “nascondere”; per amore, trattenne Ulissa sull’isola contro la sua volontà, fino al definitivo abbandono dovuto a un comando dato direttamente dal padre degli dèi, Zeus, il quale va solo assecondato, come affermerà Ermes, il messaggero, incaricato di avvertire la dea innamorata dell’infausta decisione divina. Le incerte origini di Calipso e la misteriosa dimora La dea Calipso, secondo quanto tramandato da Omero, fu la figlia di Atlante e Pleione. Altre leggende la vogliono invece dea del mare, o Nereide, ma in alcuni appare anche tra le Oceanine, figlie del titano Oceano e della titanide Teti. Le vicende della dea sembrano prendere spunto dal topos del viaggiatore che, lontano dalla patria, gode dell’amore di una figura sovrannaturale, come avviene anche con la maga Circe. Ma Calipso, date anche le scarse apparizioni letterarie, sembre essere un’invenzione omerica, più che una leggendaria figura divina. La stessa dimora della dea, l’isola di Ogigia non è facilmente localizzabile. La narrazione suggerisce la sua collocazione nell’ignoto mar occidentale, forse nei pressi di Ceuta o Gibilterra, in un luogo remoto e lontano dagli uomini, e ciò fa pensare a una sorta di luogo d’esilio e di castigo per qualche peccato commesso dalla ninfa. L’isola però viene descritta da Omero come una sorta di Eden, grazie alla rigogliosa natura che l’adorna, dove troviamo Calipso spesso intenta a tessere, ma al contempo diviene paradossalmente la gabbia dorata della dea, secondo alcuni a causa del fatto che si schierò dalla parte del padre nella Titanomachia. L’arrivo di Ulisse e l’amore non corrisposto All’inizio del V libro dell’Odissea, Ulisse approda sulle sponde dell’isola, unico superstite in seguito alla perdita dei compagni di viaggio, puniti per aver trasgredito all’ordine divino di non uccidere le vacche sacre della Trinacria. Qui, l’eroe incontra la dea che se ne innamora. Le sorti di Calipso sembrano però essere destinate a una continua e infinita sofferenza; oltre a vivere in questo luogo incantato, ma desolato, non viene ricambiata dall’eroe, che anzi non desidera altro che tornare in patria, dalla moglie. In questo modo Calipso risulta essere sicuramente un’amante instancabile, che non si arrende e per sette lunghi anni continua ad amare un uomo, nonostante i suoi rifiuti. Al contempo però è un personaggio destinato all’infelicità. Gli dèi riunitisi, infatti, stabiliscono che Ulisse è pronto a tornare in patria, e inviano il loro messaggero Ermes, che pur malvolentieri, reca l’infausta notizia alla dea. Calipso non nasconde la sua sorpresa di fronte all’insolito arrivo di Ermes e non perde occasione per lamentare l’ingiusto maschilismo degli dèi che non consentono le unioni, seppur fedeli, di dee con esseri umani, ma per i quali non vale lo stesso divieto.  Ulisse, per quanto caparbio e deciso a voler tornare in patria, arrivando a rifiutare il dono dell’immortalità concessogli dall’innamorata […]

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Libri

Atlante: il libro d’esordio di Vincenzo Scaglione| Recensione

“Atlante” è l’esordio letterario di Vincenzo Scaglione, di recente edito da La bottega delle parole. Sin dalle prime pagine abbiamo la sensazione di entrare all’interno della mente di un’anima spaesata, la cui bussola è impazzita, e il cui dolore è tangibile. Atlante è un racconto frantumato, dove tempi passati e presenti si alternano vicendevolmente, proprio come le emozioni in un cuore deluso. Il protagonista della vicenda, Valerio, ci trascina nel suo flusso di pensieri e di emozioni. C’è il sogno allucinato, ma c’è anche il ricordo lucido e vivo. C’è la delusione per una storia d’amore che, una volta finita, porta via con sé anche tutto il resto, ma al contempo c’è la voglia di rialzarsi con le proprie gambe e continuare a camminare da soli.  Nel cuore del racconto di “Atlante” di Vincenzo Scaglione Il racconto di Vincenzo Scaglione ha un punto focale, al quale, come presi da un vortice, tornano i ricordi più disparati e lontani: il centro dell’uragano è sempre lei. Quell’amore che ci convince a stravolgere la nostra vita, non solo a pensare per due, ma a vivere concretamente in due. Il racconto di Vincenzo finisce per essere una sorta di auto-analisi, di confessione che sgorga inarrestabile da quel centro, da quella delusione che finisce per travolgere ogni cosa le gravitasse intorno.  Il dolore provocato da quella separazione inaspettata e indesiderata, Valerio lo conserva e lo custodisce, come riempitivo di quel vuoto. E proprio come un flusso di pensiero incontrollato, il racconto di Valerio si srotola tra le pagine, passando da un ricordo all’altro. Le frasi proverbiali della nonna morente, ricordate col senno di poi, sembrano quasi rappresentare una sorta di fatale premonizione del suo destino amoroso. È questo l’espediente messo in scena per ricordare l‘inizio della storia d’amore che sembra cambiare le sorti di Valerio: il primo casuale incontro ad una festa, una ragazza che sembra non avere nulla a che fare con l’ambiente circostante, e che proprio per questo risulta essere la più attraente, il primo scambio di battute niente affatto promettenti, ma poi il cambio di scena; una serie forse non casuale di coincidenze che portano i due ad uno pseudo avvicinamento… una favola tutta moderna, insomma. E così i ricordi del passato si alternano al presente, e si fa esplicita la necessità dell’oggi di andare avanti, nonostante la volontà di fissare ancora una volta quello che è stato, perché passato non vuol dire meno importante. Il linguaggio schietto e chiaro dell’autore rende più vivide le emozioni, come le metafore che utilizza, quasi a voler riportare esattamente quello che è il linguaggio del pensiero, e, attraverso la limpidezza delle parole che si susseguono sulla pagina, sembra quasi di vedere chiaramente il riflesso dei pensieri dell’autore. Come anticipato dai paragrafi iniziali, la favola moderna finisce, senza una causa straziante, ma non per questo con meno dolore. Quello stesso dolore è intessuto nelle parole del racconto, ed è vivida la voglia del protagonista di riprendersi ripartendo da se stesso. Forse proprio dalle sue stesse parole. […]

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Cinema e Serie tv

I film più belli di Audrey Hepburn, meravigliosa attrice senza tempo

Scopriamo insieme la nostra selezione dei film più belli di Audrey Hepburn, questa meravigliosa attrice senza tempo, nonché le curiosità legate a questi ultimi. Audrey Kathleen Ruston, conosciuta come Hepburn, dal cognome della nonna materna, è stata sicuramente una delle attrici più conosciute e amate di tutti i tempi. Vincitrice dei più ambiti premi cinematografici, tra i quali due premi Oscar, diversi Golden Globe, Emmy, Grammy, BAFTA e David di Donatello, è stata inoltre annoverata sul podio delle più grandi star della storia del cinema. In seguito al successo ottenuto negli anni ’50, ha lavorato al fianco dei più grandi attori dell’epoca, tra i quali Gregory Peck, Humphrey Bogart, Gary Cooper, Cary Grant, Sean Connery ed altri. Alcune scene dei suoi film, nonché gli abiti da lei indossati (anche in seguito al sodalizio con la raffinata casa di moda fracese Givenchy), sono divenute topiche e hanno segnato la memoria degli appassionati, nonché un vero e proprio codice di bellezza che si rivoluziona: un viso pulito, con due occhi enormi e scuri, come i capelli che lo incorniciano, che risulta bello qualsiasi espressione ella assuma. Nasce come ballerina, ma i suoi ruoli prima teatrali e in seguito cinematografici non possono che dare lustro alle sue indiscutibili doti di attrice carismatica ed elegante. Sarà la scrittrice Colette a volerla a tutti i costi come protagonista della versione teatrale del suo romanzo “Gigi”, e da qui la sua ascesa fu formidabile. La sua ultima apparizione sul grande schermo sarà negli anni ’80, e in seguito a tale scelta l’attrice si dedicherà alla famiglia, oltre che all’assiduo lavoro umanitario, ottenendo la nomina di ambasciatrice dell’UNICEF, grazie al suo instancabile ruolo nel sostegno delle popolazioni meno fortunate. I film più belli di Audrey Hepburn Vacanze Romane (1952) Oltre ad essere il film che sancirà il debutto dell’attrice nel panorama hollywoodiano, la sua interpretazione le valse la vittoria del premio Oscar come migliore attrice protagonista. La Hepburn interpreta il ruolo di una principessa che, stanca del suo ruolo nobiliare, decide di immergersi nella caotica vitalità romana, dove incontrerà un giornalista che ben presto si scoprirà innamorato di lei, ma che dovrà decidere se salvarsi la carriera, a scapito dell’innamorata. Topica è l’immagine della Hepburn in giro per le stradine della capitale sulla vespa guidata dal meraviglioso Gregory Peck, che ha fatto sognare intere generazioni, e continua a farlo. La magia della città eterna è lo scenario perfetto per l’interpretazione dei due magistrali attori, e la Hepburn dimostra ben presto la sua facilità nell’interpretare un volto regale, grazie alla sua finissima bellezza. Sabrina (1954) Un successo sembra incalzare l’altro, e la Hepburn, poco dopo il film di debutto, interpreterà l’indimenticabile Sabrina, figlia dell’autista di una famiglia abbiente, diverrà ben presto l’oggetto del desiderio nonché della disputa di entrambi i fratelli della famiglia, per arrivare poi a scegliere quello dei due che meno ci si sarebbe aspettati.  In questo film è affiancata da Humphrey Bogart e William Holden e i meravigliosi abiti indossati dall’artista sono targati Givenchy. Questa volta […]

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Libri

Daniel Albizzati e il suo esordio: Le avventure di Mercuzio

Le avventure di Mercuzio è il libro d’esordio di Daniel Albizzati per la Fazi Editore Mercuzio, giovane di ventitré anni, è il protagonista di una vicenda ambientata a Roma, la città eterna e, come appare in maniera evidente lungo tutto il romanzo, degli eterni contrasti. Quale scenario migliore, dunque, per muovere le fila di quello che sin da subito ci appare un personaggio volutamente anacronistico e antisociale, che vive in una stanza-cella dalle pareti singolari, composte da libri che si arrampicano fino al soffitto, e che addirittura impediscono la deambulazione all’interno della stanza, talmente è fitta la loro presenza. Il protagonista ne è circondato esternamente, ma al contempo sembra essere stato risucchiato dalle pagine che divora avidamente ogni giorno, e che sembrano essere la sua unica occupazione. In ogni parola che pronuncia vi è il riferimento ai maestri del sapere letterario, filosofico e storico. Ogni cosa che il protagonista tocca sembra assumere per osmosi letterarietà. Il suo vivere all’intero dei romanzi lo porta a vestirsi e ad atteggiarsi come i famosi hidalgos delle avventure che legge ogni giorno, e come non riconoscere in lui il folle Mercuzio shakespeariano, o il protagonista delle avventure narrate da Cervantes. Indubbiamente questo personaggio stride enormemente con la realtà nella quale dice di vivere; il romanzo, infatti, non è affatto ambientato nel XVIII o XIX secolo, bensì nell’epoca contemporanea, della quale Mercuzio sembra essere totalmente ignaro, come se avesse troncato ogni rapporto con il mondo esterno. I suoi occhi, così abituati ai mondi di finzione dei romanzi classici, una volta che il protagonista deciderà di immergersi nella realtà esterna, percepiranno la Roma contemporanea come una vera e propria giungla, popolata da indigeni appartenenti a chissà quale tribù selvaggia. In questo mondo così distante dai suoi libri, il Mercuzio di Daniel Albizzati sembrerà sprofondare nel più nero degli abissi, ma il provvidenziale intervento di un peculiare fornaio, Virgilio, lo risolleverà, guidandolo per i meandri di questa ingestibile realtà. Tra locali stravaganti, diciottesimi, zone poco raccomandabili, popolate da personaggi di dubbia connotazione, Mercuzio ci propone una nuova lettura della nostra realtà, mettendone in luce le intrinseche contraddizioni. Nel delirio di danze ipnotiche, al pari di un girone qualsiasi dell’inferno dantesco, anche Mercuzio incontrerà la sua Beatrice, che sembrerà rappresentare allo stesso modo una visione salvifica e irreale. A questo punto Virgilio impiegherà tutte le sue forze per rieducare Mercuzio alla società contemporanea, alla conquista tramite i social, che sembrano aver cambiato i sentimenti stessi delle persone, tutte volte a creare un improbabile avatar virtuale privo di qualsiasi difetto, e mentre «la tv una volta accesa, spegne le persone», Mercuzio impara che «una foto non scattata è un ricordo che non c’è» e che in giro vi è un nuovo tipo di droga, i like su Facebook. Mercuzio è sempre più spaesato, ma la presenza di Virgilio lo condurrà al porto sperato. Al contempo però il loro rapporto si fa sempre più ambiguo; chi è in realtà Virgilio? Perché dedica tutto il suo tempo a Mercuzio, arrivando ad […]

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Culturalmente

Errori ortografici: i più comuni e la rispettiva correzione

La lingua italiana, come ogni sistema linguistico, per funzionare, ricorre a norme che ne regolarizzano l’uso. Ma, se è vero che ogni regola ha la sua eccezione, anche il sistema più perfetto presenta le sue falle. Gli errori ortografici ne sono un esempio lampante ed evidente. Questi non sono del tutto avvertibili nel parlato, ma lo sono nello scritto. Il termine “ortografia” deriva infatti dal greco, e significa “scrittura corretta”: scrivere bene non è, però, sempre scontato. In effetti tali errori sono il sintomo di cedimenti del sistema, che creano confusione anche nei parlanti madrelingua. Ma quali sono gli errori ortografici più comuni e commessi nella lingua italiana? Scopriamone insieme qualcuno, e sveliamone il giusto esito. Gli errori ortografici più comuni Alcuni errori ortografici, comunissimi nello scritto, riguardano l’uso delle doppie; spesso infatti nel parlato avviene che, a causa di influssi del dialetto o dell’accento d’origine, alcune parole vengono pronunciate con una sillaba raddoppiata o scempiata, e questo comporta la riproposizione dell’errore anche nello scritto. Per esempio: scrivere “robba” piuttosto che “roba”. Tale errore ortografico è molto comune anche nelle parole che terminano in -zione, -gione, -bile che, grammaticalmente non richiedono il raddoppiamento della prima consonante, tranne per alcune specifiche eccezioni. Un altro errore comunissimo nello scritto è la vicendevole confusione nell’uso dell’accento e dell’apostrofo: “qual è”, che va scritto senza apostrofo, è sicuramente tra i più comuni, forse perché confuso con la forma “quale”; in realtà va associato al pronome “tal”, che va scritto così come “qual”, senza aggiunta di apostrofo. Un caso contrario invece è quello di “un po’“, scritto con l’apostrofo e non con l’accento, perché risultato di un troncamento, (po’>poco), spesso scritto scorrettamente con l’accento, *pò. L’uso dell’apostrofo che segue l’articolo indeterminativo “un” presenta un ulteriore oggetto di dubbio. Se esso è posto dinnanzi ad un sostantivo femminile, richiede l’apostrofo (un’amica), ma non lo richiede nel caso di un sostantivo maschile (un amico); questo perché nel primo caso l’articolo “un” deriva da “una”, e la “a” cade per elisione davanti alla vocale del termine successivo. Nel secondo caso invece la “o” di “uno” cade per troncamento, indipendentemente da come inizia il vocabolo successivo, e dunque non richiede l’apostrofo, come nel caso di qual. Errore ortografico molto diffuso è relativo all’uso dell’accento. Esso infatti è spesso posto indiscriminatamente su parole monosillabiche; va invece è utilizzato solo per distinguere parole omografe, ci0é che si scrivono allo stesso modo, ma che hanno significati diversi, come nel caso di “dà” verbo, distinto da “da” preposizione semplice, o “là” avverbio differente da “la” articolo. L’utilizzo della consonante “h” è allo stesso tempo confusionario. A trarre in inganno sono spesso le parole che, essendo omofone, ovvero pronunciate allo stesso modo, a causa del fatto che il suono “h” è sempre muto in italiano,  vengono rese nello scritto omettendo la “h” dove in realtà ci vorrebbe, come nel comunissimo caso della declinazione del verbo avere (hanno>anno, ho>o). Errore ortografico molto comune è quello che coinvolge la sillaba -sce, che di norma non richiede […]

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Food

Nocciole Papa: il primo store consacrato alla nocciola

Nocciole Papa: il primo store interamente dedicato alla nocciola | Opinioni A San Vitaliano, un paesino della provincia napoletana, “Nocciole Papa store”, il primo store interamente dedicato alla nocciola, frutto tipico di questa zona e prodotto d’eccellenza campano, festeggia i primi 6 mesi di attività. Siamo stati lì per celebrare questo lieto evento e per conoscere meglio questo frutto, tipico delle nostre zone e delizioso in tutte le sue sfaccettature. Veniamo accolti da Pasquale Papa, l’ideatore dello store, nonché nipote del produttore primo, quindi terza generazione di produttori, dal 1970 siti a Roccarainola, che dopo il proseguimento dell’attività da parte del padre, sta dando un nuovo volto all’azienda, al passo con le nuove tecnologie e con il fine ultimo di diffondere il prodotto campano, nonché valorizzarlo nella terra  dalla quale trae le sue remote origini. Infatti Pasquale Papa ci tiene a sottolineare che il nome originario dell’albero da frutto è Corylus avellana, conservando nell’etimologia l’origine della pianta stessa, ovvero Avella, un paesino della provincia di Avellino, a scapito della falsa attribuzione piemontese. La passione della famiglia e la volontà, al contempo, di preservare e diffondere il valore di questo prodotto traspare in tutte le scelte attuate dall’ideatore. L’attenzione è al minimo dettaglio, come è evidente varcando la soglia dello store, che ci conduce in una dimensione al contempo naturalistica e di design ultra moderno, conciliando, dunque, tradizione e contemporaneità; l’arredamento infatti richiama la pianta originaria del nocciolo, con una ramificazione in legno che, partendo dalle radici, del parquet, si dirama fino al soffitto, per culminare in due rami che, esattamente come in natura, sorreggono il frutto. Il verde e il legno sono i colori dominanti e la sensazione è esattamente quella di penetrare in un vero e proprio noccioleto. Nonostante il trascorrere delle generazioni, tale scelta dimostra l’attaccamento del nipote alla propria famiglia. Nulla è lasciato al caso e, per rimarcare l’origine della nocciola, la linea dei prodotti in box reca sul fronte, con un logo fine ed elegante, la regione d’origine del prodotto stesso, la nostra Campania. Le nocciole Papa appartengono a diverse varietà, tutte campane appunto, delle quali la più famosa nonché certificata è la Giffoni e si sta lavorando per certificare anche le altre varietà. Nocciole Papa: tra gusto e salute L’idea dello store non è solo quella di rimarcare e dunque valorizzare le origini del prodotto ma vi è anche la volontà di proporre un prodotto nostrano e soprattutto a km 0, che ha notevoli vantaggi sulla salute, come ci ricorda il medico chirurgo Antonio Notaro, riportando studi condotti su centenari che consumavano prevalentemente prodotti provenienti dal proprio paese d’origine. La frutta secca in particolare, nelle giuste dosi, è un prodotto che può essere consumato e declinato a tutto pasto, oltre che per la sua duttilità e capacità di adattarsi a pietanze dolci e salate, anche per i nutrienti che contiene. Abbiamo inoltre avuto l’occasione di avere un saggio di tale peculiarità della nocciola, grazie alla bravura dello chef Marco C. Merola, della nuova Pasticceria Contemporanea di […]

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Culturalmente

Alcmena, madre di Ercole e modello di fedeltà

Alcmena, la madre di Ercole, è una figura poco conosciuta all’interno del vasto panorama della mitologia greca. Figlia di Elettrione e Anasso, secondo altri invece di Euridice, fu la moglie di Anfitrione. Di quest’ultima si sa ben poco,  è famosa principalmente per essere stata la madre del semidio Eracle (o Ercole), conosciuto per la sua straordinaria forza. Fu scelta da Zeus, il re degli dei che, ancora una volta, a causa del suo animo altalenante, giocò con la pazienza e benevolenza di sua moglie Era, essendosi invaghito di Alcmena, probabilmente per le sue innumerevoli doti, tra le quali è indubbio vi fosse la fedeltà al marito, Anfitrione, nonché alla sua famiglia.  Infatti, rifiutò di sposare Anfitrione fino a quando egli non avesse vendicato l’uccisione dei fratelli. Secondo alcune leggende, il marito causò involontariamente la morte del padre di Alcmena, Elettrione, ma non per questo ella smise di amarlo. Le leggende su Alcmena, madre di Ercole Si narra che Zeus, per poter giacere con Alcmena, assunse le sembianze del marito, tanta era la sua fedeltà, approfittando della sua partenza per una spedizione contro i Teleboi. Nel talamo nuziale Zeus le narrò delle imprese che avrebbe dovuto compiere Anfitrione e, dunque, la donna fu convinta che si trattasse del marito. La loro unione, che portò Zeus ad allungare la durata della notte di due o tre volte, condusse alla nascita di un bambino, Eracle, che si dimostrò sin da subito prodigioso. Fu il protagonista delle dodici fatiche, in quanto la sua nascita aizzerà le ire e la gelosia della moglie del re degli dei, Era. La leggenda di Alcmena, madre di Ercole, fu trasmessa dai tragici greci e latini tra cui Sofocle, Accio, Euripide e Eschilo. La storia di Alcmena fu inoltre parodiata da Plauto. Il frutto del tradimento di Zeus con la saggia e dolce Alcmena sarà, come anticipato, soggetto dell’insaziabile sete di vendetta di Era, moglie di Zeus, che, nonostante le innumerevoli cure prestate ad Eracle dalla madre Alcmena, tenterà di ucciderlo nella culla con l’invio di serpenti, che prontamente il bambino affronterà e ucciderà, (scena soggetto di numerose iconografie) dando prova sin dalla culla della sua straordinaria forza. Alcmena, madre di Ercole, è dunque una figura ingiustamente occultata all’interno della mitologia greca, in quanto scelta appositamente da Zeus per le sue doti e virtù, e forse non a caso diventò la madre dell’uomo più forte di tutti. Pur avendo tradito il marito, è diventata, paradossalmente, simbolo per eccellenza di fedeltà, avendo agito pensando fosse Anfitrione stesso, dunque inconsapevole di tutto. Ciò, comunque, non bastò a frenare la rabbia di Anfitrione, che la condannò a morte. Fu salvata da Zeus, attraverso una pioggia prodigioso che spensero le fiamme del suo rogo. Anfitrione infine perdonò Alcmena e crebbe con amore sia Eracle che il figlio legittimo Ificle. Le doti di Alcmena sono indubbie, essendo stata scelta dal re degli dei, forse proprio a causa del suo porsi a modello di fedeltà e amore nei confronti del marito. Alla morte del figlio Eracle […]

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Culturalmente

Eris: la dea greca della discordia

Gli dei dell’Olimpo sono tra i protagonisti delle più affascinanti e intriganti avventure. Numerose divinità inferiori, rispetto a quelle conosciute per antonomasia, popolano storie tra le più bizzarre di sempre. Tra queste vi è Eris, il cui nome deriva dal greco “conflitto, lite, disputa“, la cosiddetta dea greca della discordia. Al nome di tale dea si accompagnano quindi dolore e disperazione, nonché stragi e conflitti. Ad essa si associa dunque la sofferenza e in ogni caso attribuiti negativi. Ma come ogni cosa, essa ha anche un lato positivo; essa è infatti madre della competizione, quella sana, che porta gli uomini a crescere e a superare limiti che si credevano insormontabili. Eris, la dea greca della discordia: le origini Secondo alcuni miti, la dea fu concepita da Era e Zeus. Secondo altri, invece, sarebbe figlia della sola Era, che la generò toccando un fiore. Altri autori riportano che fu concepita da Notte, altri ancora dall’unione di Notte ed Erebo. Avrebbe inoltre tra i suoi fratelli Ker, Moros, Thanatos, Nemesi, Hypnos, Momo, tutti incarnanti prerogative negative, tra le quali la morte violenta, la colpa, la vendetta. La dea della discordia avrebbe al contempo generato divinità tutte associabili al dolore, alla disobbedienza delle leggi, all’oblio, all’errore, al travaglio. Eris apparterrebbe inoltre all’era preolimpica, incarnando caratteristiche tipiche degli uomini e degli dei, ma non possedendo una storia propria. Il suo ruolo nella mitologia greca è infatti marginale; spesso la ritroviamo però sui campi di battaglia, come durante la guerra di Troia, per aizzare i popoli durante lo scontro. Numerose volte è al fianco del fratello Ares, a compiacersi dei caduti durante una guerra. La sua natura è a tal punto crudele, tanto da essere definita da Omero “signora del dolore”. Eris e il suo ruolo nelle vicende divine Una delle vicende tra le più caratteristiche che vede protagonista la dea greca della discordia è il banchetto di nozze di Peleo e Teti. Tremendamente irritata per non essere stata invitata, Eris lancia una mela d’oro con l’incisione “alla più bella”, al fine di scatenare la rivalità e le ire di Athena, Afrodite ed Era, le dee più vanitose dell’Olimpo. Riesce nel suo intento, e le dee invocano come arbitro della disputa Zeus, il re degli dei, che però si sottrae al giudizio per non scatenare l’eterna ira delle dee. Quest’ultimo lo affida dunque all’umano Paride, che ha dimostrato di avere tra le sue virtù quella della giustizia. Athena promette a Paride giustizia e virtù, Era eterne ricchezze, mentre Afrodite gli avrebbe concesso l’amore della donna più bella del mondo. Paride sceglierà quest’ultima, ricevendo come promessa sposa Elena, ma a ciò seguirà il rapimento di quest’ultima, e la conseguente guerra di Troia. La dea greca della discordia ebbe un ruolo anche nella questione del “Vello d’oro“. Ciò risale a quando il vello era in possesso di Tieste. Divenuto conseguentemente re di Micene, quest’ultimo affermò che avrebbe ceduto il suo trono solo se il corso del sole fosse cambiato. Così Zeus, avvalendosi dell’aiuto di Eris, la invia […]

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Libri

I duellanti di Algeri: il nuovo libro di Francesco Randazzo

“I duellanti di Algeri”, le meravigliose avventure di Miguel Cervantes e Antonio Veneziano” di Francesco Randazzo | Recensione “I duellanti di Algeri, le meravigliose avventure di Miguel Cervantes e Antonio Veneziano” è il nuovo libro di Francesco Randazzo, scrittore e regista, uscito di recente per Graphofeel. Le appassionanti vicende del padre della letteratura spagnola e del cosiddetto “Petrarca siciliano”, Cervantes e Antonio Veneziano, compagni di prigionia ad Algeri, prendono forma nel libro di Randazzo. I due scrittori impugnano le rispettive penne immaginarie e sembrano quasi salire sul palcoscenico, allestito appositamente dall’autore e sfidarsi a colpi di… parole. La lotta poetica è alla pari e niente affatto volta alla necessità di prevalere l’uno sull’altro, bensì a stuzzicare ciò che ognuno dei due ha di più caro, l’eloquio, al fine di tenere attiva la mente in una situazione di totale disagio. Proprio nelle condizioni meno adatte e più svantaggiate, infatti, i due scrittori, attraverso le reciproche battute, mettono in scena un dibattito letterario e filosofico degno dei migliori caffè letterari. Anche quando la fame, e i più elementari bisogni corporali, sembrano prendere il sopravvento, le parole non smettono di correre in aiuto ai protagonisti, che attraverso ciò che li sublima, ovvero la loro arte, riescono a rimanere lucidi e a non dimenticare la propria umanità. Cervantes e Veneziano a confronto in I duellanti di Algeri di Francesco Randazzo “Erano, questi due hidalgos fierissimi, accomunati dalle menti affilatissime, dal fiorire dei pensieri e invenzioni verbali vividissime, distinti però nel fisico e nel carattere come il giorno e la notte.” Cervantes ci appare talvolta malinconico; professa però una sfiducia nel mondo poco credibile, perché è evidente che non gli appartiene. Non è ancora lo scrittore del “Don Chisciotte” ma è già un grande scrittore e i suoi discorsi ne sono la testimonianza. Antonio Veneziano è un poeta convinto della propria arte, fiducioso, che neanche nella peggiore delle situazioni perde la speranza, a volte però appare eccessivamente positivo, quasi ingenuo, almeno di fronte alla concretezza del suo compagno-avversario. Nonostante la differenza di lingua, tra i due si instaura una sorta di dialogo allestito in un salotto intellettuale immaginario, nel quale i due riescono a comprendersi grazie a quel linguaggio universale che padroneggiano entrambi; quello letterario e poetico. In questo clima quasi irreale, ad un certo punto interviene un personaggio niente affatto poetico, Barrigon, inviato dal vicerè Hassan, che ha imprigionato gli scrittori, al fine di scoprire i loro propositi di fuga. Con la sua pancia sproporzionata, nonché con la sua mente niente affatto sopraffina, Barrigon è un antenato del più conosciuto e amato Sancho Panza. Egli riporta i protagonisti alla contingenza, al reale, senza però allontanarli del tutto dal mondo letterario nel quale cerca di entrare con la sua ingenua semplicità. Il suo ruolo finirà per ribaltarsi e da spia diverrà complice nella fuga dei protagonisti. Un dialogo lungo secoli La narrazione delle vicende dei due scrittori si interrompe e un salto temporale ci riporta alla realtà attuale, dove un ricercatore, Antonio Dogradi, ci narra […]

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Culturalmente

Proverbi giapponesi: i più significativi scelti da noi

La cultura giapponese è tra le più affascinanti e antiche del mondo, culla della fusione di varie religioni e ideologie, tra le quali il Confucianesimo e il Buddhismo. L’Occidente ne è da sempre stregato, nonostante o forse proprio grazie alla sostanziale distanza tra le due culture. Il sistema linguistico è basato sui cosiddetti “ideogrammi“, e vi sono delle differenze anche all’interno dello stesso linguaggio, in relazione alle persone alle quali ci si rivolge, o a chi parla. Di seguito vi proponiamo alcuni proverbi giapponesi, simbolo di questa cultura, nonché della saggezza che ne deriva. Alcuni di questi si avvicinano alle massime occidentali, a noi familiari, altri sono propri della cultura orientale e ne esprimono le peculiarità. La parola è infatti il mezzo più potente per manifestare la cultura di un popolo, nonché le sue credenze e i suoi valori: molti proverbi giapponesi derivano infatti da usi e costumi tipici, nonché dalla saggezza popolare. La nostra selezione di proverbi tipicamente giapponesi Di seguito alcuni proverbi giapponesi, che esprimono i valori e le credenze che caratterizzano questo popolo, in massime brevi ma efficaci. “Cadi sette volte, alzati otto” Tale proverbio giapponese è l’espressione della forza d’animo, nonché della tenacia, virtù tipica di tale popolo. Invoglia a non lasciarsi andare di fronte a nessun tipo di difficoltà, ma a continuare a lottare, nonostante tutto.  “Chiedere è vergogna di un momento, non chiedere è vergogna di una vita” Il proverbio invita a non temere di fare domande, per non avere rimpianti, o per non rimanere nell’ignoranza. “Guarda gli errori degli altri, correggi i tuoi” Il proverbio sottolinea quanto sia importante imparare non solo dai propri errori, ma anche da quelli degli altri, ed è tipico dello spirito caparbio e testardo della cultura giapponese. “Una rana in un pozzo non può concepire l’oceano” Tale proverbio vale da metafora per esprimere la ristrettezza di visuale data da una visione limitata del reale, invitando implicitamente ad allargare i propri orizzonti. “Non vedere è un fiore” Questo proverbio non ha corrispondenza nella nostra cultura. Il significato è legato al fatto che l’attesa sia più piacevole di ciò che si ottiene, in quanto ciò che immaginiamo non sarà mai paragonabile alla realtà. Il fiore è infatti il simbolo della bellezza e delle cose piacevoli, ed è dunque, in questo caso, metafora per l’immaginazione. “Tra i fiori, il ciliegio, tra gli uomini, il guerriero” Tale proverbio è un parallelismo tra il ciliegio, considerato il più bello e virtuoso tra i fiori, e il guerriero, migliore fra gli uomini, la cui virtù è, come abbiamo visto, per la cultura giapponese, tra le più apprezzate. È ricorrente infatti nelle massime la spinta a non arrendersi di fronte a nessun tipo di ostacolo. “Sii generoso con la tua energia, sii generoso con i tuoi sorrisi” Anche questo proverbio è frutto di una delle virtù tipiche del popolo giapponese: la gentilezza. Anche il sorriso è ricorrente in tali proverbi, simbolo per antonomasia della cortesia verso il prossimo. I proverbi giapponesi più vicini alla cultura occidentale “L’acqua […]

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Cinema e Serie tv

Porta Capuana di Marcello Sannino: il viaggio nel cuore di Napoli

Il viaggio nel cinema del reale, promosso da AstraDoc, ci ha condotti non lontano dalla sede del cinema stesso, nel cuore della città più cosmopolita e enigmatica di tutte (forse): la nostra Napoli. “Porta Capuana” è infatti il titolo del film presentato il 21 febbraio scorso, del regista Marcello Sannino. Il curatore del “TffDoc” al Torino Film Festival, Davide Oberto, accompagnato dal regista stesso, hanno introdotto la visione del film. Quest’ultima è stata preceduta dalla proiezione dei cortometraggi prodotti nell’ambito della terza edizione dell’Atelier di Cinema del Reale Filmap di Arci Movie Napoli. Il primo corto “Racconti dal Palavesuvio” di Luca Ciriello, indaga la realtà circostante alla struttura monumentale ma purtroppo abbandonata e degradata del “Palavesuvio” di Ponticelli, attraverso i racconti folkloristici degli abitanti del posto. Il secondo corto “Il vicino” di Alessandro Freschi, ci mostra la vita solitaria di un eroe popolare, Giovanni Nappi, che attraverso il canto cerca di donare gratis un sorriso a tutti coloro che lo circondano.  “Porta capuana” dentro il film di Marcello Sannino Il regista Marcello Sannino dice di aver assunto le vesti dello scultore in questo film documentario su Napoli, e di aver, attraverso le riprese, cercato di trarre fuori dal marmo una forma, o più forme, di una Napoli eclettica e in continuo mutamento. Porta Capuana diviene una sorta di varco spazio temporale, osservata in tutti i suoi angoli e in vari momenti della giornata, soglia di un mondo quasi irreale che è il magma fluido delle personalità che abitano la città. Punto focale per l’autore sono infatti le persone, nessun individuo sfugge all’occhio della macchina da presa di Marcello Sannino, sembra quasi veder scorrere sullo schermo un esemplare tipico per ogni personalità umana, nessun colore, stazza o età manca. Ciò su cui il regista pone la sua attenzione è il cosiddetto “paesaggio dei volti”, nonché una caratteristica che li attraversa tutti, lo spaesamento. Tutti sono di passaggio, caratteristica tipica del varco, eppure ognuno sembra essere lì e appartenere a quel luogo, esattamente come le pietre delle colonne della porta protagonista. Allo stesso tempo però tutti sembrano inadeguati. La porta è infatti principalmente frontiera, aperta oltre ogni politica restrizionistica. E Napoli diviene un contenitore eterogeneo di personalità provenienti letteralmente da ogni parte dell’emisfero. Ma lo spaesamento è sempre presente, la porta è il luogo dove si viene e si va, non dove si sosta. Nessuno è fermo, tutti continuano ad andare e venire. Il contrasto tra la monumentale fissità della porta e il fluire incessante di persone è evidente. Tutto cambia, eppure qualcosa resta impigliato in quelle mura, come se quel varco avesse la peculiarità di trattenere, e il passare da lì implicasse l’immutabilità; scene in bianco e nero, di decenni passati si succedono a scene moderne e attuali: ne è un esempio il doppio matrimonio, presente e passato, dove a cambiare sono solo i personaggi, forse le mode, non gli atteggiamenti, né i rituali. Inevitabilmente, vecchio e nuovo si fondono sulla soglia di Porta Capuana. Così come ci mostrano “Gli Arditi”, […]

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Culturalmente

Hans Arp, pittore dadaista… e non solo

Hans Arp: un viaggio nel suo animo d’artista Hans Arp nacque a Strasburgo nel 1887 e, come suggerisce il nome, ebbe origini franco-tedesche, motivo per il quale fu conosciuto anche col nome di Jean. Partecipò all’esposizione espressionista della corrente Der Blaue Reiter nel 1912. L’artista attraversò tutta quella stagione che dal cubismo arriva al surrealismo, con l’intento di allontanarsi da quella che è la realtà circostante, per arrivare a nuove forme del reale. Fu inoltre tra i fondatori del dadaismo. Nonostante ciò, la sua cultura si alimentò e nacque in accademia. Durante la prima guerra mondiale, per sfuggire alle armi, si rifugiò a Zurigo, dove incontrò la sua anima gemella, nonché sua futura moglie e artista anch’ella, Sophie Taeuber. Con quest’ultima sperimentò l’arte dei collages, (qui un esempio), e più avanti sviluppò le “configurazioni”, nonché arazzi con motivi astratti. Le sue opere non furono prettamente quadri, bensì nel periodo zurighese si dedicò anche alla scultura, con la realizzazione di opere in materiali vari, anche rifiuti, policromi, che venivano fissati, senza ottenere una fluidità complessiva. Tornato in Germania al termine del conflitto mondiale Hans Arp fondò il gruppo dei dadaisti di Colonia con Max Ernst e Johannes Theodor Baargeld, nel 1916. Dagli anni ’30 si allontanò dai surrealisti per avvicinarsi ad altri movimenti tra i quali l’astrattismo, partecipando a varie mostre. Si dedicò inoltre alla scultura, con forme essenziali e levigate. I temi prevalentemente trattati erano quello erotico sensuale e quello magico, derivante dall’arte arcaica. I cosiddetti papiers déchirés (carte strappate) rappresenteranno un rinnovamento dei collages (come si può vedere qui). L’arte di Hans Arp arriverà poi alle “concrezioni”, con le quali vi è un superamento della distinzione tra oggetto dadaista e scultura. L’ arte allusiva e simbolica di Hans Arp ha dunque l’intento di ricondurre l’uomo alla sua spontaneità primordiale. La natura poliedrica dell’artista si esplicitò anche nella scrittura. Compose infatti poesie nelle quali la sua teoria artistica si esplica nel non-senso portato avanti da un lucido anti-intelletto. Esse verranno raccolte in un’opera complessiva nel secondo dopoguerra, con il titolo de “Le Siège de l’Air”. Con la fine del conflitto mondiale, Hans Arp ottenne un enorme successo, grazie anche alle mostre di Parigi e New York, nonché alla realizzazione di opere monumentali per grandi enti pubblici, tra i quali la Harvard University. Negli anni ’50 del Novecento ricevette numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui quello della Biennale di Venezia e del MOMA di New York. Hans Arp: la legge del caso in Hans del dadaismo L’arte dell’Hans pittore dadaista si basa sulla cosiddetta legge del caso: egli l

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Recensioni

“Peter pan forever – Il musical” al Teatro Augusteo

Peter Pan torna a volare nella nostra vita, accompagnato dalla sua magica storia, al Teatro Augusteo di Napoli, dall’8 al 17 febbraio. La regia è quella di Maurizio Colombi con musiche di Edoardo Bennato. Lo spettacolo è sicuramente dedicato a tutta la famiglia, non più adatto ai bambini che agli adulti, anzi. Il mondo che viene messo in scena sul palco è familiare a tutti i bambini in sala, forse un po’ meno agli adulti, che proprio come i genitori della famiglia Darling, presi da mille impegni, sono invitati a intraprendere un viaggio che non ha bisogno di tempo e orari prestabiliti, bensì solo di… fantasia.  La trama di Peter Pan, una storia senza tempo Lo spettacolo teatrale riprende il racconto di J. M. Barrie “Peter e Wendy” del 1911. Ci troviamo a Londra, dove un cantastorie promette a tutti i bambini che lo ascolteranno di farli volare con le proprie parole. “Una moneta per una storia, due per una canzone!”, e sulle note di “Ma che sarà…” inizia il viaggio verso una realtà non molto lontana dalla nostra; il cantastorie non è ben visto dai genitori dei bambini che stanno ad ascoltarlo. Vogliono infatti cacciarlo, perché racconta frottole, deviando i bambini dalla realtà. Inizia così il nostro viaggio; la scena si apre sulla camera da letto di John, Micheal e Wendy Darling. I bambini ascoltano le storie raccontate dalla sorella maggiore e si immedesimano nei loro personaggi preferiti: Peter Pan e Capitan Uncino. L’arrivo del signore e della signora Darling, però, rompe l’incanto; presi dai preparativi per la festa a cui devono partecipare, mettono i bambini a letto e allontanano il cane Nana, che funge anche da bambinaia, e che aveva fino ad allora protetto i bambini da ogni pericolo. Il padre inoltre, stanco delle “fandonie” raccontate da Wendy ai suoi fratelli, afferma che quella sarà la sua ultima notte in quella camera. Deve crescere, basta con le storie. Ma sarà quella la notte in cui Peter Pan, tornato in camera dei Darling a recuperare la sua ombra, precedentemente rubata da Nana, asseconderà il desiderio di Wendy, e condurrà i bambini verso la famigerata Isola che non c’è, sulle note dell’omonima canzone. Wendy dovrà in cambio fungere da mamma e raccontare le sue meravigliose favole ai bambini sperduti, che abitano l’isola. Dopo aver insegnato ai tre bambini il segreto per volare, ovvero quello di avere solo pensieri felici, essi affronteranno un viaggio celeste, accompagnati da Trilli, la fatina compagna di Peter. La scena si riapre sulle note de “Il rock del Capitan Uncino”; ci troviamo sul galeone del famigerato nemico di Peter che, insieme a Spugna, il suo consigliere ubriacone, e la sua ciurma, tramano per vendicarsi di un precedente duello con Peter, che ha visto Capitan Uncino perdere la sua mano, andata in pasto ad uno spaventoso coccodrillo. La scena cambia e ci troviamo immersi nella foresta, accolti da una tribù di indiani pellerossa. Nascosti ci sono i bambini sperduti. Questi vivono senza nessuna costrizione e fanno ciò […]

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Libri

“L’infinito” celebrato da Davide Rondoni

“L’infinito” analizzato da Davide Rondoni nel libro “E come il vento, L’infinito, lo strano bacio del poeta al mondo” Davide Rondoni, poeta e scrittore nonché fondatore del Centro di poesia contemporanea di Bologna, ha voluto celebrare i 200 anni dalla nascita del poema leopardiano più noto, “L’infinito”, attraverso un’analisi appassionata e attualizzante nel suo nuovo libro “E come il vento, L’infinito, lo strano bacio del poeta al mondo”, uscito di recente presso Fazi Editore. Chi può comprendere un poeta meglio di un poeta? Davide Rondoni ci invita a salire su di un treno che viaggia su un duplice binario; quello, concreto, della nostra meravigliosa penisola italiana e quello per lui altrettanto concreto dei versi del poema leopardiano, che ha incantato e continua a incantare e a lasciarci senza fiato anche a 200 anni dalla sua prima apparizione. Il viaggio è reale, perché Rondoni crede fermamente nell‘azione concreta della poesia che, attraverso il suo linguaggio, il suo soprannominare la realtà, mette a fuoco ciò che è una visione miope per tutti gli altri; è come se il poeta avesse un paio di occhiali speciali per guardare il mondo, la realtà che lo circonda, con una visuale più dettagliata e attraverso le sue parole potesse rendere partecipi gli altri di ciò che vede e sente. La poesia, ribadisce l’autore più volte, non abita in un altrove lontano e misterioso. Essa è ovunque, in tutto ciò che ci circonda. Cos’è l’infinito secondo Davide Rondoni E allora, in che modo bisogna affrontare la lettura del poema leopardiano? Che vuol dire capire una poesia? E soprattutto che cos’è quest’infinito che sbuca ogni tanto sulla bocca dei poeti e che si concretizza vivido davanti ai nostri occhi nella poesia di Leopardi? Questi alcuni degli interrogativi che il viaggio all’interno delle parole del Rondoni ci pone e cerca di affrontare. Ciò che avvertiamo sin dal principio è che questa ricerca non parte da mete astratte e lontane, bensì dalla quotidianità, dal dolore, dai confini. Proprio come la poesia leopardiana, la riflessione sull’infinito parte dal limite. Ogni cosa, per essere conoscibile, ha bisogno di essere definita e dunque di essere chiusa entro confini tangibili. L’analisi passa dall’infinito matematico a quello relativo al linguaggio, per arrivare ai tentativi di definizione dei filosofi. L’infinito risiede nell’essere in un qualche modo sospeso, nella possibilità sempre varia degli avvenimenti quotidiani, nonché nella nostra continua ricerca e nei nostri interminabili interrogativi. Tra le esperienze concrete di infinito vi è quella del punto di fuga creato dagli artisti per rappresentare la prospettiva ma, nell’analisi di Rondoni, l’infinito risiede anche nelle esclamazioni di stupore di un gruppo di giovani studenti che, durante una visita guidata al “Sentiero degli dei”, percepisce l’infinito nelle parole di Leopardi declamate dal Rondoni. E a Napoli, luogo in cui dimora il contrasto e dove ogni cosa è fuori luogo ma mai fuori tempo. Sarà dunque un luogo fisico, l’infinito? O è qualcosa che avvertiamo in lontananza, come un’eco lontana? Forse invece è qualcosa che risiede nell’uomo, nella sua contraddittoria finitudine, che cozza con l’infinità […]

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