I Sanniti raccontati da Antonello Santagata

I Sanniti raccontati da Antonello Santagata

I sanniti sono stati i protagonisti indiscussi della presentazione del libro Samnes, di Antonello Santagata, avvenuta sabato 17 febbraio, alle 18.00, da Alchimie (Guardia Sanframondi, BN).

Il moderatore Vittorio Vallone ha introdotto opera ed autore, presentando un romanzo storico che, attraverso la storia d’amore di Lucio e di Lomea, un guerriero sannita e una janara che vivono in epoca sillana (80-82 a.C.), sviluppa una serie di approfondimenti sull’ethos sannitico. Estremamente importante è Samnes sia perché si tratta del primo romanzo sulle tradizioni dei sanniti, tanto che l’opera sta interessando studiosi di tutt’Italia, sia perché approfondire queste informazioni aiuta a comprendere che il Sannio ha ospitato una vera civiltà.

Antonello Santagata è riuscito in modo egregio, con un atteggiamento nei confronti della ricerca scientifico e non da scrittore, a destare e ad appagare la curiosità di chi non si accontenta della storiografia ufficiale con 17 capitoli che sviluppano altrettanti temi sociali attraverso il filo conduttore del vino, frutto di una terra tipica, che conquista anche le tavole dei conquistatori romani.

Floriano Panza, sindaco di Guardia Sanframondi, evidenzia poi che, con i suoi lavori, lo scrittore dà al Sannio un impulso per un progresso basato sulla conoscenza della sua identità. Aggiunge, inoltre, che Antonello Santagata riesce in questo intento dando tutto se stesso alla sua opera, permettendo alle storie tradizionali di essere divulgate e, così facendo, offre una possibilità di lettura anche alle nuove generazioni.

Non siamo eredi dei sanniti ma calpestiamo il loro suolo

Raccontandoci le ragioni che lo hanno motivato alla scrittura di Samnes, l’autore individua una causa remota, da identificarsi nella volontà di diffondere la storia e la tradizione dei sanniti, e una causa prossima, verificatasi quando si è imbattuto prima in Caio Papio Mutilo e poi in Caio Ponzio Telesino, discendente del Ponzio Telesino delle Forche caudine, comandate delle truppe mariane nella guerra tra Mario e Silla.

La guerra civile vide come vincitore Silla che, temendo il nemico sannita, operò una vera e propria pulizia etnica «perchè – diceva – finche i Sanniti costituiranno una comunità, Roma non sarà mai sicura».

Inizia a questo punto un’interessante discussione che, stimolata dalle domande del pubblico, rivela una civiltà che non era esattamente quella tramandata dalla storiografia “dei vincitori”, ed in particolare di Tito Livio, che descrive i sanniti come “feroci guerrieri e rudi pastori”.

I Romeo e Giulietta del Sannio di Antonello Santagata

Lomea è una janara perché seguace della dea Diana (o Jana) e conosceva, quindi, le arti magiche, maneggiava armi e non soggiaceva al volere maschile. La donna sannita è moderna, con un’identità estremamente forte. I sanniti avevano una considerazione quasi sacra della donna, a cui era delegata la cura e l’educazione dei figli, eredi dei valori familiari e futuri soldati.

Anche i culti avevano profonda importanza: grande era il rispetto per le divinità ellenistiche, a cui erano dedicate raffinate architetture, importante era la devozione a Ercole, non un semidio come per i greci ma assurto a divinità maggiore per i sanniti; frequenti erano i sacrifici e i voti e rispettato il culto dei morti. Proprio in alcune tombe sono stati trovati crateri ed anfore, commissionate a Psiax nel VI secolo, il più grande ceramografo dell’Attica, e ad Assteas, il cui omonimo vaso del IV secolo è stato definito il più bello del mondo.

Lucio è un soldato sannita, formato alla Verehia, i Guardiani della Porta, una istituzione sociale che permetteva ai giovani di addestrarsi e di svolgere funzioni sia politiche che militari, ma si ritrova ad essere un gladiatore. I combattimenti gladiatori venivano associati ai sanniti tanto che la parola Samnes indicava al contempo Sannita e gladiatore. I giochi gladiatori presso i sanniti erano in uso in occasione di funerali di capi o di personaggi illustri e vennero adottati dai romani come sport nazionale, anche per ribaltare in chiave offensiva una tradizione di questo popolo.

I sanniti non avevano il concetto di schiavitù. Erano organizzati in quattro tribù: Pentri, Caudini, Irpini e Carrecini e possedevano un governo che eleggeva democraticamente il meddix, il presidente, di durata annuale tra le famiglie in vista, criticato pubblicamente ed aspramente. Nella lingua sannita, l’osco, non esisteva il corrispettivo di re. Di origine osca, Orazio, Ennio, Lucilio e Velleio Patercolo non hanno lasciato nulla di scritto in questa lingua.

I sanniti erano monogami, non possedevano più terre di quante non riuscissero a coltivare, ed era costume che ogni anno dieci vergini e dieci giovani scelti convolassero a nozze in base al livello di merito. Ci si intratteneva con la pratica delle terme e con il teatro (la farsa sannita, conosciuta dai molti col nome di Farsa Atellana, è la diretta progenitrice della Commedia dell’Arte) e furono i primi ad usare nelle loro monete la parola Italia.

Cultori del talento, anarchici ed idealisti, dunque i sanniti, ma anche molto più civili di quanto la storiografia dei vincitori abbia tramandato. I romani hanno vinto solo perché sono riusciti ad annientare un popolo che non aveva niente da invidiare loro.

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