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Cucina & Salute

Mal di schiena: facili consigli per prevenirlo nel quotidiano

Il mal di schiena è un disturbo frequente e molto fastidioso, che colpisce fino a 8 persone su 10 almeno una volta nella vita, indiscriminatamente: sesso ed età, infatti, non sono agenti determinanti per risultare vittima di questa indisposizione. Si tratta di una patologia variegata, perché il dolore percepito può essere smorzato, acuto, alternato, continuo, persistente, cronico, in ogni caso risulta soggettivo; idiopatica, in quanto non è possibile definirne con certezza la causa,  e multifattoriale, ossia con una pluralità di cause possibili. Ansia e stress emotivo, per esempio, possono svolgere un ruolo determinante, perché le tensioni si scaricano sempre sulla schiena. Una modalità errata di movimento da parte della spina dorsale oppure un invecchiamento della colonna vertebrale sono altre cause molto frequenti. Persino Il fumo di sigaretta può causare il mal di schiena in quanto, diminuendo l’ossigenazione dei tessuti, indebolisce la muscolatura lombare, la quale ha maggiori difficoltà a sostenere i carichi che gravano su questa zona. Contrazioni, tensioni muscolari, lesioni della schiena, traumi gravi al rachide come ernia del disco, colpo di frusta, incidenti e patologie della colonna vertebrale concorrono a determinare questa situazione invalidante. Curare il mal di schiena si traduce nel ridurre la sofferenza il prima e il più a lungo possibile; le tecniche per realizzare questo proposito sono diverse ma un ruolo chiave esercitano, senza dubbio, le strategie di prevenzione. Dato che, molto spesso, responsabili del mal di schiena risultano essere anche abitudini di vita scorrette, appare prioritario uno stile di vita sano. Da qui uno dei migliori modi per prevenire il male alla schiena è quello di allenare la schiena con regolarità, per aumentare la forza dei muscoli addominali e della schiena, anche attraverso esercizi mirati ad incrementare l’equilibrio e ridurre il rischio di cadute. Tai chi, yoga e pilates sono ottimi percorsi in questo senso. Determinante è anche la pratica corretta di varie tipologie sportive, quindi anche essere seguiti da un personal trainer o da un allenatore è decisamente consigliabile. Mal di schiena, alcuni consigli per evitarlo Rispettare una dieta sana è altrettanto importante, per evitare che un peso eccessivo gravi troppo sulla schiena e per garantire il giusto apporto di micro e macronutrienti, in grado di prevenire l’osteoporosi, responsabile di molte delle fratture ossee che causano dolore alla schiena. Un’altra causa frequentissima del mal di schiena è l’eccessiva sedentarietà che oggi, per cause soprattutto lavorative, costringe la colonna vertebrale ad una prolungata posizione statica, talvolta curva ma troppo spesso scorretta, innaturale per la schiena. Pertanto, innanzitutto quando si è a lavoro, si dovrebbero utilizzare strumenti ergonomici, come una buona poltrona da ufficio,  dotata, magari, di misurazioni personalizzate. Inoltre, non si dovrebbe restar seduti per più ore consecutive ma ogni tanto è consigliabile alzarsi e muoversi un po’, al fine di sciogliere le articolazioni, che potrebbero irrigidirsi facilmente. Mantenere sempre una buona postura, sostenendo correttamente la schiena e fare attenzione nel compiere in maniera corretta movimenti quotidiani, infine, può aiutare a prevenire lesioni muscolo-articolari. Il sollevamento di oggetti pesanti dovrebbe effettuarsi senza piegare la schiena, bensì usando la forza delle gambe e […]

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Recensioni

La dodicesima notte di Shakespeare al Teatro Galleria Toledo

La dodicesima notte in scena al Teatro Galleria Toledo-Materiali contemporanei | Recensione La dodicesima notte è uno spettacolo di Laura Angiulli, tratto dall’opera shakespeariana “La dodicesima notte o quel che volete“ messo in scena al Teatro Galleria Toledo-Materiali contemporanei dal 9 al 17 febbraio. Interpreti sono Paolo Aguzzi, Giuseppe Brunetti, Agostino Chiummariello, Michele Danubio, Alessandra D’elia, Luciano Dell’Aglio, Michele Maccagno, Gennaro Maresca e Caterina Pontrandolfo mentre lo staff tecnico è composto da Rosario Squillace, all’impianto scenico, Cesare Accetta per le luci, Flavia Francioso quale direttore di scena, Fulvio Mascolo, tecnico luci, e dall’aiuto elettricista Luca Sabatino. La commedia La dodicesima notte, o quel che volete (Twelfth Night, or What You Will in lingua inglese originale) è una commedia in cinque atti scritta da William Shakespeare tra il 1599 e il 1601. Il titolo allude, probabilmente, alla festa dell’Epifania (corrispondente alla dodicesima notte che trascorre dal Natale). Fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al Middle Temple Hall ed è stato ipotizzato che la prima assoluta sia stata organizzata per l’anno prima, proprio il giorno dell’Epifania. Tuttavia, nella commedia non c’è alcun riferimento alla ricorrenza ma appare invece palese che, se c’è un’opera nella quale l’autore abbia avuto la ferma intenzione di non offrire rimandi spazio-temporali definiti, si tratta proprio de La dodicesima notte, o quel che volete, tant’è che nel sottotitolo, Shakespeare sembra invitare il lettore/spettatore a dare alla commedia la connotazione che preferisce. Il luogo in cui si svolge la commedia non a caso è un’Illiria senza confini, che potrebbe essere qualunque parte del mondo, nella quale si muovono personaggi che il pubblico riconosce come “tipi” che potrebbero tranquillamente far parte del suo mondo. L’intento goliardico del titolo suggerisce anche la volontà di presentare lo spettacolo come un’occasione di intrattenimento, utilizzando il gioco metateatrale interno allo spettacolo e il motivo del travestimento, dell’inganno e dello scambio di persona. Le fonti letterarie dell’opera shakespeariana sono la commedia Menecmi di Plauto, per l’intreccio basato sullo scambio d’identità, e Gl’ingannati, una commedia italiana allestita a Siena dall’Accademia degli Intronati nel 1531, guida principale per la vicenda amorosa. La trama Ambientata nell’antica regione balcanica dell’Illiria, la trama principale de La dodicesima notte, o quel che volete vede due gemelli, Viola e Sebastian, che naufragano in Illiria, con la falsa convinzione che l’altro sia perito nella tragedia. Viola viene a sapere dal capitano della nave che in Illiria il duca Orsino corteggia la contessa Olivia, la quale ha giurato di non accettare nessuna corte per sette anni, in memoria di suo fratello, e decide di presentarsi alla corte del duca sotto le mentite spoglie di Cesario, per proteggere la sua reale identità. Diverrà ben presto il messaggero prediletto del duca, che la invierà presso la contessa a perorare la sua causa, senza capir che lei, Viola, si è nel frattempo innamorata di lui e che la contessa, ingannata dal travestimento, si è infatuata del servo Cesario. Al palazzo della contessa, intanto, il chiassoso zio della nobildonna, Sir Toby Belch, sfrutta a suo vantaggio le disponibilità finanziarie del suo fatuo compagno di bevute, Sir Andrew Aguecheek, pretendente alla mano della giovane Olivia e, insieme alla cameriera Maria, ordisce un […]

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Riflessioni culturali

Re Mida: un viaggio tra mito e storia

Re Mida e le sue leggende | Riflessioni Mida o Mita (in greco antico: Μίδας, Mídas) è il nome di alcuni sovrani della Frigia indipendente, regione storica dell’Anatolia, dell’epoca pregreca, fiorito nel sec. VIII a. C. Secondo alcuni Midas è un re frigio vissuto nel II millennio a.C. e quindi prima della guerra di Troia. Secondo altri studiosi Mida potrebbe essere identificato con il personaggio storico di Mita, re dei Moschi nell’Anatolia occidentale alla fine dell’VIII secolo a.C. Il re suicida Mita si chiamava anche l’ultimo sovrano della dinastia frigia che, vissuta la propria gioventù in Macedonia come re di Pessinunte sul monte Bermion (Bryges), venne successivamente adottato da Gordio, re di Frigia, e dalla dea Cibele (la Grande Madre). L’oracolo della Frigia, vedendo in lui un possibile salvatore da tutti i conflitti civili che coinvolgevano la Frigia, lo elesse come nuovo re spodestando il padre. Mida sposò la figlia di Agamennone di Cuma, Eolia, da cui ebbe diversi figli, fra cui Litierse (mietitore demoniaco degli uomini), Ancuro, Zoë (vita) e Adrasto come nipote. Durante il suo regno lottò per liberare l’Anatolia e l’Assiria dai Cimmeri tra il 680 e il 670. Questi ultimi però prevalsero e il re si diede la morte bevendo del sangue dei tori (secondo Strabone) mentre il padre venne arso vivo.  Come al padre Gordio è attribuita la fondazione dell’omonima capitale della Frigia, a lui sono attribuite quelle della città di Midea e (secondo Pausania) di Ancyra (l’attuale capitale turca Ankara). Nel 1957 è stata scoperta a 53 metri di profondità, sotto all’antica Gordio, la presunta tomba di Mida. Mida e la saggezza Con il Mida, figlio adottivo di Gordio, era da Erodoto identificato quel sovrano nei cui giardini sarebbe stato preso Sileno, per il desiderio del re di apprenderne la saggezza ma il vecchio da principio conservò a lungo il silenzio e quando infine si decide a parlare, disse che per il sovrano meglio sarebbe non essere mai nato o, dal momento che aveva avuto la disgrazia di nascere, morire subito. Più note, tuttavia, sono due leggende del re Mida riferite diffusamente da Ovidio (Metamorfosi, XI, 85-193) e più in breve da Igino (Favola 191) e da Servio Ad Aeneidem (commento di Servio all’Eneide di Virgilio, X, 142). Re Mida e l’oro Alternativa alla leggenda sopracitata, secondo la versione narrata da Publio Ovidio Nasone ne Le metamorfosi, un giorno Dioniso aveva perso di vista il suo vecchio maestro Sileno. Il vecchio satiro si era attardato a bere vino e si era smarrito ubriaco nei boschi, nei pressi del monte Tmolo, staccandosi dal corteo di Dioniso, finché non fu ritrovato da un paio di contadini frigi, che lo portarono dal loro re, Mida (secondo un’altra versione, Sileno andò a finire direttamente nel giardino di rose del re). Mida riconobbe subito il vecchio precettore di Dioniso perché era stato da Eumolpo e da Orfeo iniziato ai misteri del dio della vite, del melo e della birra, della crescita e del rinnovarsi della vita dei fiori e degli alberi. Il vino, da Dioniso donato ai mortali, era per i Greci l’oblio degli affanni, creava gioia nei banchetti, induceva al canto, all’amore, ma anche alla follia, alla violenza e all’istinto e, durante […]

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Riflessioni culturali

Reiki: cos’è e quali sono i suoi simboli

Chi non ha mai sentito parlare di Reiki? Ma cos’è esattamente? In questo articolo cercheremo di illustrarvi come nasce il Reiki, quali sono i suoi simboli e la sua sfera di applicazione Reiki: etimologia “Reiki” è una parola giapponese composta dalle sillabe REI e KI. REI (霊) significa energia vitale spirituale e, per esteso, qualcosa di misterioso, miracoloso e sacro. Sta ad indicare l’energia primordiale (Divina), che ha portato alla creazione dell’universo in tutte le sue manifestazioni (Ki). KI (気), invece, indica energia che scorre nel corpo o forza interiore. Nel dettaglio, significa atmosfera, qualcosa che non si vede, energia dell’universo. Indica, quindi, l’energia vitale universale intrinseca ad ogni essere e ad ogni cosa, che regola il funzionamento stesso dell’universo. Ki è il corrispondente del Chi per i cinesi, del Prana per gli indù, della Luce e dello Spirito Santo per i cattolici. I madrelingua giapponesi utilizzano il termine Reiki in senso generico come potere spirituale. Nelle lingue occidentali il suo significato è spesso reso come energia vitale universale. Reiki: cos’è Il sostantivo Reiki si riferisce comunemente ad un metodo terapeutico alternativo, secondo cui si utilizza l’energia per il trattamento di malanni fisici, emozionali e mentali, che talvolta comprende anche l’autoguarigione. Esprime, tuttavia, anche una pratica spirituale, un metodo di risveglio dello spirito, una crescita personale. È, in sintesi, un’antica pratica giapponese volta a migliorare le condizioni psico-fisiche della persona. Il cosiddetto Metodo “Reiki” consente «attraverso delle iniziazioni, o armonizzazioni, di diventare canale attivo di energia equilibrata, ripristinando quella connessione energetica tra l’umano e il cosmico che secoli e secoli di condizionamenti culturali e sociali hanno parzialmente gettato nell’oblio» (Fonte). Pertanto il Reiki è una metodologia che consente, di ripristinare il contatto con la propria componente di energia vitale di cui ciascun essere umano dispone. Riprendere il contatto con tale energia favorisce l’armonia e l’equilibrio interiore. Il Reiki può sollecitare i processi di guarigione compensando la mancanza di equilibrio energetico preesistente. Reiki : le origini Secondo la tradizione, la pratica del Reiki fu sviluppata da Mikao Usui, nato in Giappone nel 1865. Usui studiò nel Monastero di Buddismo Tendai, in quanto la sua famiglia era seguace di tale religione. Si sposò, ebbe due figlie e nel 1922, intraprese un lungo percorso spirituale fatto di meditazione di tre settimane e digiuno sul Monte Kurama che lo fece entrare in contatto con il Reiki, inteso come strumento di crescita personale e guarigione. Il Maestro Mikao Usui usava insegnare ai suoi allievi che lo scopo della disciplina da lui osservata era il raggiungimento dell’Anshin Ritsumei, ovvero l’assoluta pace interiore o l’illuminazione. Dopo aver raggiunto l’illuminazione, il Maestro Usui si adoperò per creare un metodo che potesse aiutare l’essere umano a raggiungerla a sua volta. Nel 1922 Usui aprì il suo primo Centro di Pratica e Insegnamento ad Harajuku a Tokyo per poi spostarsi, qualche anno dopo, in un altro Centro a Nakano. Dopo la sua morte alcuni suoi studenti crearono la Usui Reiki Ryoho Gakkai (Associazione per l’apprendimento del Metodo di Guarigione Usui Reiki). Un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1926, venne fondata la Reiki Ryoho Gakkai, l’organizzazione che si è […]

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Teatro

“Riccardo III – invito a corte” alla Galleria Toledo di Napoli

Riccardo III- invito a corte| Recensione Le luci si abbassano, le candele giocano con le ombre sulla scena buia. Le sedie del pubblico, invitato a salire sul palcoscenico, si sistemano. Un secondo di silenzio. I respiri si placano. Le teste frenano il loro movimento disordinato e fissano l’accesso al palcoscenico. Ancora un minuto…ancora assenza di suoni…ancora attesa…poi la sua voce si alza, si fa strada nel silenzio, vibrante e forte, superba, e lui entra in scena…Riccardo III…e così inizia la sua storia. Riccardo III – Invito a corte è la rappresentazione dell’ eccezionale tragedia, seppur considerata minore, di William Shakespeare, in scena al teatro Galleria Toledo, con spettacoli fino al 5 febbraio. La regista, Laura Angiulli, sperimenta con Riccardo III-invito a corte una nuova modalità di pièce, accogliendo il pubblico nello spazio scenico ed invitandolo a divenir platea cortigiana, testimone ravvicinata della tragedia del sovrano plantageneto, e tutto diventa un’esplosione di emozioni, di accese passioni, di squarci  improvvisi, di suggestioni. La scelta della Angiulli si sposa perfettamente con l’opera  di Rosario Squillace, curatore dell’immagine e dei costumi, e con quella di Cesare Accetta, responsabile delle luci, i quali delineano in maniera impeccabile la dimensione conturbante dei giochi di potere e della caduta di Riccardo, con un sapiente controllo di luci ed ombre che, tra contrasti e complementarietà, permette di cogliere le sfumature della corporeità, l’azione, e della profondità, l’abisso psichico, del tiranno inglese e di tutti i personaggi coinvolti nel dramma. Riccardo III di Shakespeare Riccardo III di William Shakespeare è la rappresentazione drammatica degli eventi storici della Guerra delle due rose, conclusa nel 1485, che vide fronteggiarsi le due famiglie dei Lancaster e degli York e la presa di potere definitiva dei Tudor. La tragedia ha inizio con Riccardo, Duca di Gloucester, che elogia il fratello, re Edoardo IV d’Inghilterra, il maggiore dei figli di Riccardo, Duca di York, lasciando percepire la sua invidia per il successo del re, che governa il paese con il favore del popolo e dei nobili. Riccardo è un gobbo e fa del suo bisogno di vendicarsi della natura per la sua deformità fisica, ma più verosimilmente deformità dell’anima, un alibi per giustificare le sue violenze, unica prassi da lui concepita per arrivare al trono. Non c’è imbarazzo in lui, solo sconcertanti confidenze; nessun rispetto per la vita umana, che diventa carne da macello nella sua corsa verso la corona, in un oblio della morale che si piega alla sua attitudine delittuosa. Riccardo corrompe un indovino per confondere il re, affinché suo fratello Giorgio, che lo precede come erede al trono, sia condotto nella Torre di Londra perché sospettato di assassinio. Entra nelle grazie di Lady Anna, la vedova di un Lancaster, a cui ha ucciso marito e figlio, e vince il rancore della donna col suo corteggiamento, facendo di lei sua moglie. Con l’appoggio di Enrico Stafford, secondo duca di Buckingham, trama per la successione al trono, presentandosi umilmente agli altri nobili senza alcuna pretesa di grandezza. Riesce in questo modo a convincerli a sceglierlo come re alla morte di Edoardo IV, avvenuta […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Orchestra Filarmonica conquista Benevento: “In punta di cuore”

Orchestra Filarmonica di Benevento: trionfo al concerto inaugurale della V stagione concertistica  L’Orchestra Filarmonica di Benevento (OFB) ha inaugurato mercoledì 23 gennaio, presso il Teatro Massimo di Benevento, la sua V stagione concertistica con lo spettacolo In punta di cuore, registrando il tutto esaurito ed un applauso della durata di cinque minuti che ne ha confermato il trionfo. Sul palco, l’Assessore alla Cultura, la Dott.ssa Rossella Del Prete, ha introdotto il concerto, leggendo il saluto del Ministro alla Cultura Alberto Bonisoli, che ha espresso un apprezzamento per l’importante lavoro svolto dall’OFB, con particolare riguardo ai giovani orchestrali, la cui passione ed entusiasmo rappresentano il «meglio del nostro futuro». L’Assessore Del Prete ha lodato i ragazzi dell’OFB per la scelta, da loro compiuta, di fare della musica un lavoro, ritagliandosi con tenacia ed entusiasmo, nonostante le difficoltà, uno spazio all’interno della nostra società, che non sempre consente di seguire le proprie passioni. Nasce così questa orchestra giovanissima, che si rinnova continuamente e con un curriculum invidiabile, che ha deciso di valorizzare la città di origine inserendola anche nella denominazione ufficiale di Orchestra Filarmonica di Benevento. Il concerto inaugurale dell’OFB ha permesso la divulgazione di un’altra iniziativa, questa volta sociale, impegnata, condotta e spiegata dal Dott. Scherillo, direttore del Reparto di Cardiologia dell’Azienda Ospedaliera “Gaetano Rummo” di Benevento, che si è detto emozionato, perché «vedere il teatro pieno a metà settimana toglie il fiato». Il Dott. Scherillo ha reso noto che, durante la settimana di febbraio in cui cade il 14, giorno dei cuori per antonomasia, si svolgerà una rassegna di prevenzione cardiovascolare denominata Cardiologie aperte-La settimana del cuore, realizzata grazie alla sensibilità dell’Azienda Ospedaliera “G. Rummo”, nella persona del suo Direttore Generale Renato Pizzuti. Il Dott. Scherillo ha concluso l’intervento, augurandosi che la cifra della grande partecipazione della comunità al concerto inaugurale dell’Orchestra Filarmonica sia da stimolo per una maggiore vicinanza ai giovani musicisti dell’Orchestra Filarmonica. In punta di cuore La serata inaugurale dell’OFB ha proposto l’unico “concerto per violino ed orchestra, in tre movimenti” (Allegro Moderato, Moderato assai; Canzonetta, Andante; Finale, Allegro vivacissimo), di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la “sinfonia n.8 in sol maggiore” (Allegro con brio; Adagio; Allegretto grazioso, Molto vivace; Allegro ma non troppo) di Antonin Dvořak. Per l’occasione, l’OFB è stata diretta dal M° Francesco Ivan Ciampa. Il concerto di Čajkovskij, ad oggi forse il più famoso ed ascoltato per questo strumento, prevede la presenza di un solista che intrattiene un costante dialogo con l’orchestra, conciliando tecnica e virtuosismo, fino a raggiungere uno slancio di imprevedibile carica ed energia nel Finale. Ospite della serata, come solista d’eccezione, è stata Anna Tifu, talentuosissima musicista che ha legato la sua esistenza a quella del suo Antonio Stradivari “Marècheal Berthier” 1716 ex Napoleone della Fondazione Canale di Milano. L’illustre musicista sarda ha iniziato lo studio del violino a sei anni, sotto la guida paterna, e si è esibita con alcune tra le più prestigiose orchestre nazionali ed internazionali. Ha debuttato da poco in un duo col pianista Giuseppe Andaloro per la […]

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Culturalmente

Simboli massonici: i 19 più importanti

Simboli massonici, quali sono i più importanti?  La massoneria è un’associazione iniziatica le cui radici affondano nella notte dei tempi. L’atto di nascita ufficiale è del 1717, ma gli ideali massonici risalirebbero alla costruzione del Primo Tempio ebraico di Re Salomone (988 a.C.), quando l’architetto Hiram Abif avrebbe raggiunto una sorta di illuminazione spirituale attraverso i sacri ideali della costruzione. Massoneria Il termine Massoneria deriva dal francese franc-maçon (in inglese freemason ossia frammassoni, come erano chiamati i membri della massoneria), che significa “libero muratore”. Tale nome deriva dalla presunta discendenza della Massoneria da una corporazione di operai e muratori, riuniti in una associazione di mutuo appoggio e perfezionamento morale. La segretezza delle riunioni è uno dei capisaldi della Massoneria, aspetto che ha permesso ai massoni, soprattutto in passato, di operare in clandestinità, a volte anche con fini eversivi. Rifiutano gli atei e credono in un Dio ben diverso da quello cattolico, che è, piuttosto, un Grande Architetto. Altre caratteristiche massoniche sono la ritualità e la sacralità delle riunioni e il forte simbolismo. I 19 simboli massonici più importanti Nei Morals and Dogma di Albert Pike del 1871, l’autore, soprannominato il “papa della massoneria”, spiega come molti dei simboli massonici provenissero da culti pre-cristiani, in aperta polemica con la religione dominante nel mondo occidentale. Compasso e squadra Compassi e squadre sono da sempre gli strumenti per eccellenza dagli architetti, usati per stabilire le proporzioni tra le parti degli edifici e per dare bellezza e stabilità alle loro creazioni. Per questo motivo, la massoneria ha fatto propri questi simboli per sottolineare la rettitudine richiesta ai membri: il compasso disegnava una circonferenza all’interno della quale il buon massone doveva riuscire a circoscrivere le proprie passioni e i propri desideri. I due strumenti sono sempre visibili, intrecciati, in ogni stemma massone, a volte con una “G” nel mezzo. Il significato originario della lettera è andato in parte perduto. In Italia potrebbe indicare sia il Grande Architetto, sia la Geometria, sia il numero 7, dato che la G è la settima lettera dell’alfabeto. Per gli inglesi, la “G” sta per God, Dio. Può indicare anche Gnosi o Generazione. Il compasso è anche un simbolo del sole e della luce, perché l’unione delle due braccia dello strumento stabilisce un punto, che può essere identificato come una fonte luminosa, mentre le braccia rappresentano i raggi che da essa nascono. In sintesi, si può identificare nella squadra l’obbligo morale e nel compasso la spiritualità, la capacità, il genio. Filo a piombo e livella Il filo a piombo è l’elemento dell’equilibrio interiore e suggerisce l’idea dell’ascesa stabile, verticale, che guida alla perfezione. La livella indica la capacità di costruirsi un sistema di riferimento e quindi l’arricchimento spirituale. Simboleggia anche il comune destino della Morte ed ammonisce gli uomini a prepararsi alla Grande Livellatrice. Maglietto e Scalpello Il maglietto rappresenta la forza di volontà, la determinazione ad agire per il bene, secondo coscienza. Lo scalpello presuppone il discernimento, la capacità di distinguere le parti della pietra utili alla costruzione da quelle inutili e quindi la conoscenza di ciò che deve esser fatto e cosa […]

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Libri

“Il seme di picche”: il nuovo romanzo di Aldo Vetere

“Il seme di picche”, scritto dal napoletano Aldo Vetere ed edito da “Ad est dell’Equatore”, è un romanzo storico-poliziesco, che chiude la trilogia del ‘noir borbonico’ scritta dall’autore, che prevede “I fiori della ginestra”(2014) e le “Le sei mosse del pettirosso”(2016). Narrazione pulsante di energia e di fascino, caratterizzata tra l’altro da un ampio accento psicologico, “Il seme di picche” è un racconto minuzioso e accattivante, capace di irretire il lettore, incatenandolo alle sue pagine fino alla lettura dell’ultima frase. “Il seme di picche” di Aldo Vetere: Il destino non perdona i peccati degli uomini Dopo un breve antefatto, utile a ricostruire le dinamiche della storia,  l’intreccio vero e proprio de “Il seme di picche” trae origine da un’audace scommessa tra un aristocratico francese, il Conte Alessio De Saint-Saison, ed un banchiere napoletano di origini ebraiche, Davide Levi, in un esclusivo club parigino del 1840. Questa premessa permette ai due amici di vecchia data di coinvolgere in quella che potrebbe sembrare un’innocua contesa un illustre personaggio della vita napoletana, apparentemente irreprensibile, Carlo Ruggiero, Principe di Belfiore, a sostegno o meno della tesi che “Tutti gli uomini ricchi e potenti hanno un segreto nascosto e inconfessabile, nessuno escluso”. Ma una serie di delitti nella città partenopea ben presto richiedono l’intervento di un abile investigatore della Real Gendarmeria Borbonica, fresco di nozze, il Tenente Camillo Del Giudice, e dell’alfiere Antonio Moscato. Sui due ufficiali ricadrà il compito di risolvere una serie di omicidi; di riportare alla luce segreti, misteri, che sembravano sepolti da tempo, antichi rancori, vendette, rivelazioni difficili da sopportare; di svelare le reali motivazioni che si celano dietro la scommessa e gli intrighi orditi oltralpe e di scavare tra le fila di un ordine misterioso, conosciuto come la Confraternita dei Cavalieri francesi di San Martino de Tours. Il Diavolo può presentarsi agli uomini assumendo una forma affascinante ed ingannevole Palese appare da subito il tema cardine de “Il seme di picche”, motore della narrazione: la sfida che si origina tra il capo della Confraternita, il Conte De Saint-Saison, e il Tenente Del Giudice. Aldo Vetere sviluppa appieno questo aspetto, mettendo in guardia l’uomo verso l’orgoglio, che può sedurre e render schiavi delle illusioni di superbia, potere, successo e volontà di dominare gli altri e di ergersi quale divinità su un’umanità delegittimata e resa diletto. Indicativa è, a questo proposito, una citazione tratta da Re Lear di Shakespeare, riportata nel romanzo, “Noi siamo per gli dei quel che sono le mosche per un ragazzo capriccioso: ci uccidono per divertirsi”. E proprio il diletto, il gioco è quel paradigma che spinge l’astuta mente sopraffina del Conte De Saint-Saison ad intraprendere la lotta con l’investigatore, che ben presto perderà i suoi connotati vendicativi originari per farsi puro esibizionismo, sete di vittoria. Narcisismo, compiaciuta ammirazione per se stesso, doti di affabulatore e una posizione di comando all’interno della Confraternita conferiscono al carismatico Conte un’aura demoniaca ed affascinante, da cui non risulta immune neanche il suo compagno di scommessa, il banchiere Davide Levi. Del Giudice e […]

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Cinema & Serie tv

Violante Bentivoglio Malatesta nel docufilm di Rocco Cosentino

“Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella”: presentazione del nuovo docufilm di Rocco Cosentino “Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella”, per la regia di Rocco Cosentino, è un progetto culturale e cinematografico, che nasce all’interno di una collaborazione già in atto tra il Comune di Cittadella (PD) e l’Associazione Culturale Officina delle Idee e che si avvale del contributo della Regione Veneto e del patrocinio del Comune di Cittadella. Prodotto dalla GoldWing Film, una casa di Produzione (CdP) che muove i suoi primi passi nel 2013, il docufilm Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella è incentrato sulla figura della moglie di Pandolfo Malatesta, vissuta nel periodo a cavallo tra il 1400 e il 1500. Violante Bentivoglio Malatesta: un personaggio sospeso nel tempo Violante Bentivoglio Malatesta, figlia di Giovanni II Bentivoglio, signore di Bologna, e di Ginevra Sforza, sposò a Rimini Pandolfo IV Malatesta (luglio 1475 – giugno 1534), detto “il Pandolfaccio”, e fu l’ultima signora di Rimini. Una figura femminile particolare quella di Violante Bentivoglio Malatesta, che sceglie di fissare come sua dimora una residenza ancora oggi denominata Palazzo Pretorio, a Cittadella. L’ipotesi cinematografica è quella di trascorrere cinque giorni dell’anno 1503 insieme alla nobildonna, durante i quali al vivere odierno si mischieranno sprazzi di Medioevo. Una giornalista accompagnerà Violante Bentivoglio nel suo peregrinare all’interno delle mura di Palazzo Pretorio, indagando sul suo essere donna medievale in una Cittadella divenuta contemporanea ma pur sempre culla di tradizioni, turismo ed architettura. Il progetto Il docufilm (audiovisivo) su Violante Bentivoglio Malatesta è un progetto di grande valenza culturale, turistica e storico-divulgativa, mirato a porre ancor più l’attenzione su una città unica al mondo come Cittadella, che si fregia del Marchio Europeo di Qualità. La troupe cinematografica ha trascorso una settimana nella città murata, tra scorci di paesaggi mozzafiato, vetuste mura, chiese antiche e palazzi d’epoca. Rocco Cosentino, attore, regista e scrittore, ha curato anche soggetto e sceneggiatura del film documentario. Egli intraprende l’attività professionale nel 1982. Nel teatro per adulti interpreta autori quali Ionesco, Beckett, Arrabal, prediligendo il Teatro dell’Assurdo, Pirandello, Brancati, Martoglio. Nel cinema, lavora nel film “Volere volare” di Maurizio Nichetti. Registra 65 puntate nella trasmissione “GluGlu” per RaiSat. A Firenze fonda, dal 1989 l’ AS.T.A.R. (Associazione Toscana Artisti Riuniti). Conduttore, a Controradio, della trasmissione “Dietro le quinte”, famose sono le sue “Vetrina Firenze Arte” e “Vetrina Firenze Arte Europa”. Realizza, come regista, i cortometraggi “Ice-Creame Culture” e “Raccomandata A.R.”, il film-cortometraggio “Psiche” (2008), il medio metraggio “L’Amore è proprio una cosa meravigliosa”, i corti “Fame di amore” (2011) e “La pietra verde” (2012). Pubblica il romanzo “Nel Nome del Padre e della Madre” (Edizioni Il Castello). È direttore artistico al Metricamente Corto – Trebaselege Film Festival Edizione 2012, che ospita film a carattere internazionale. Dal 2015 ad oggi è inoltre ideatore, promotore e direttore del Festival Internazionale  del Cortometraggio, Geofilm Festival, a tematica ambientale. Il cast tecnico prevede le musiche di Diego D. Dimattia; Andrea Scopelli come direttore della fotografia, responsabile riprese con Dimattia e montaggio; Michele Secco quale […]

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Culturalmente

Nyx, dea greca della notte: curiosità sul mito

Nyx, dea greca della notte, era una delle divinità primordiali della mitologia greca e, come raccontano gli antichi miti, anche Zeus ne aveva paura: la potenza ed il mistero che l’avvolgevano erano la sua veste più preziosa. Secondo la tradizione, Nyx percorreva i cieli avvolta nel suo mantello scuro, su un carro trainato da quattro cavalli neri. Esiodo sostiene che viveva nel Tartaro; per la mitologia greca la sua dimora si trovava, invece, oltre il paese di Atlante, nell’estremo Occidente, al di là delle Colonne d’Ercole, là dove i Greci ritenevano che il mondo avesse termine e ci fosse solo l’Oscurità, la Notte. Il nome della dea, Nyx (in greco antico: Nύξ, Nýx, “notte“), descrive come la luce scura, da lei incarnata, cada dalle stelle e si imponga sugli uomini e sugli dèi. Nella cosmogonia orfica era citata quale figlia di Phanes (la Luce), divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita; nelle Fabulae, Igino la definisce figlia di Caos (il Vuoto, l’Abisso) e di Caligine. La discendenza esatta del Nyx non è conosciuta in maniera certa: alcune fonti parlano di lei come figlia di Eros (dio dell’Amore fisico e del Desiderio) mentre altre definiscono lei ed Eros figli del Caos. Figura nella Theogonia di Esiodo come una delle più antiche personalità di carattere cosmico. Essendo Nyx la personificazione della Notte Terrestre, esprimeva una condizione intermediaria tra le potenze oscure e quelle dell’ordine e della luce, insieme ad Erebo suo fratello, che rappresentava la Notte nel mondo Infernale. Sempre secondo Esiodo, era inoltre contrapposta ai suoi figli Etere (la potenza divina del Cielo superiore e più puro, dell’Aria che solo gli dèi respirano) ed Emera (il Giorno). La progenie mitica di Nyx, dea greca della notte Nyx fu madre di alcune divinità primordiali e anche di numerose altre figure della mitologia greca, perlopiù daimones (o “personificazioni”). Esiodo riporta che uno dei suoi figli fosse Urano (il Cielo) e che, senza controparte maschile, generò Apate (l’Inganno), le Arai (le tre dee della Vendetta), Eris (la Discordia), le Esperidi (le custodi dell’albero delle mele d’oro), Geras (la Vecchiaia), Ipno (il Sonno), Ker (la Morte violenta, solitamente dei guerrieri) e le keres (Tenebre), le Moire (le Parche, che tessevano il filo del destino dei mortali), Momo (dio della presa in giro, del sarcasmo, dell’accusa infame e della censura),  Moros (il Fato), Nemesi (la Vendetta e la Compensazione), Acli (la Tristezza e il Lamento), gli Oneiroi (i Sogni), Philotes (la Grazia), Tanato (la Morte) e Oizys (la Miseria). Orfeo la definisce madre del Cosmo e di Eros dall’Uovo cosmico. Anche Igino le attribuisce più o meno la stessa progenie, ma generata con Erebo, con l’aggiunta di Philotes (l’Amicizia), Lisimele (Amore), Sofrosine (la Continenza), Epafo, Epifrone (la Prudenza), Eufrosine (una delle tre Grazie, che personifica la Gioia), Eleos (la Misericordia), Hybris (la Petulanza), Porfirione (uno dei Giganti) e Styx (la dea dell’omonimo fiume infernale dello Stige, personificazione dell’Odio). Cicerone le attribuisce, sempre con Erebo, Eros, Dolus (il Dolore), Labor/Ponos (la Fatica), Metus/ Fobos (il Terrore suscitato dalla guerra), Morbus/Nosos (la Malattia), Pertinacia  (la Pertinacia). Secondo l’Eracle di Euripide la dea greca della notte fu la madre di Lissa (dea della Rabbia e del Furore cieco), concepita quando venne a […]

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Premio Internazionale Iside conclude la sua sesta edizione

La VI° edizione del Premio Internazionale Iside organizzato a Benevento dall’Associazione Culturale Xarte ha suscitato anche quest’anno un lusinghiero apprezzamento. Ingente è stata infatti l’attenzione del pubblico che, a partire dall’inaugurazione del 10 Novembre, ha scelto di visitare la mostra, presso la consiliare della Rocca Dei Rettori del capoluogo sannita. Nato in collaborazione con la Regione Campania, la Provincia, l’ Amministrazione comunale,  l’EPT di Benevento e l’Accademia di Fotografia “Julia Margaret Cameron”, il Premio Iside mira a diffondere in ambito nazionale ed internazionale la considerevole concentrazione di manufatti egizi dedicati alla dea Iside ritrovati a Benevento. Omnia vincit Amor L’iniziativa, nata dall’azione congiunta del Presidente, che ne ha curato la nascita, il Dott. Maurizio Caso Panza, del Direttore Artistico, il Dott. Aniello Saravo, del Direttore Critico, il Dott. Angelo Orsillo e del Presidente di Giuria, la Dott.ssa Rita Pacilio, ha avuto quest’anno come titolo “Omnia vincit amor” (Publio Virgilio Marone; Bucoliche X, 69) e come tema l’Amore, selezionato a seguito della precedente edizione in cui si è analizzato il Senso della Vita. L’idea suggerita è che l’amore rappresenti in qualche modo una risposta al senso dell’esistenza. Sono stati ben 97 gli artisti, provenienti da tutt’Italia, coinvolti nella mostra, con circa 117 opere, che non hanno mancato di sorprendere il visitatore perché, tra gli altri, sono stati esposti un lavoro in divenire (che ha richiesto l’azione dei visitatori per essere completato); uno dinamico; uno ispirato dalla musica, i cui colori sono nati seguendo le virulenze musicali e una ricostruzione fotografica delle opere di Caravaggio. Premio Internazionale Iside: non solo opere Numerosi anche gli eventi collaterali che nell’arco della settimana hanno intrattenuto i visitatori con corsi gratuiti e formativi. Domenica 11 si è svolto l’incontro con lo scrittore Cristian Liberti, che ha condotto Evolution: “l’amore dai tempi di Iside ad internet”, con la partecipazione del critico cinematografico Michele Moccia. Lunedì 12 ha avuto luogo l’analisi-studio dell’opera in divenire “Porta il tuo amore” a cura del Dott. Caso Panza. La serata di martedì 13 una giuria tecnica, presieduta dalla Dott.ssa Pacilio e composta da Marco Bellini, Giuseppe Vetromile, Angela Ragusa, Milena Di Rubbo e Alfredo Martinelli, ha premiato la sezione POESIA e NARRATIVA. Rito Mazzarelli si è aggiudicato il primo posto, Aniello Luciano il secondo, Gianfranco Imbriani il terzo. Il riconoscimento è andato anche ad Antonella La Frazia, Daniela Scodellaro, Giuseppe Baldini, Roberto Lasco, Rossana Monacella, Grazia Dottore, Fernando Tedino, Antonella Vegliante, Anna Guarino, Anna Grisabella Nuzzo. Mercoledì 14 si è parlato dell’Amore nelle dieci opere degli artisti più famosi della storia dell’arte. Giovedì 15 il Dott. Ignazio Catauro, Presidente di Unimpresa, ha tenuto una lezione su Arte ed Impresa. Venerdì 16 l’Accademia di Fotografia Julia Margaret Cameron di Benevento ha presentato un corso gratuito e formativo sul “Linguaggio fotografico” a cura del Direttore dell’Accademia Angelo Orsillo. Sabato 17 il Dott. Amedeo Ceniccola, fondatore della Casa di Bacco, ha tenuto il dialogo “Vino e Arte”. Domenica 18 novembre alle ore 18.00 gli organizzatori, a conclusione della manifestazione, hanno proclamato i vincitori della VI° edizione […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Miriam Nobile ha presentato a Telese “Osare sempre…non arrendersi mai”

La giovanissima Miriam Nobile ha presentato a Telese Terme il suo libro “Osare sempre…non arrendersi mai”, con la collaborazione dell’Istituto d’Istruzione Superiore Telesia, del Cinema Teatro Modernissimo, che ha ospitato l’evento, e con la partecipazione straordinaria di Giusy Versace. La manifestazione, svoltasi il 12 novembre alle 10.30, ha registrato una considerevole presenza di giovani, di docenti del Telesia, di componenti dell’Amministrazione comunale telesina, dell’Arma dei Carabinieri e del Comandante Provinciale Alessandro Puel, del corpo di Polizia e dell’intera comunità del borgo sannita. In sala la giornalista Maria Grazia Porceddu, moderatrice dell’incontro, la straordinaria autrice Miriam Nobile, sua sorella Sefora, il Prof. Pietro Meola e Giusy Versace. Miriam Nobile insegna come “Osare sempre…non arrendersi mai” Straordinaria Miriam, perché la scrittrice è una ragazza che frequenta la IV S A dell’Istituto Telesia, che col suo libro ha voluto sfidare i cosiddetti “normali” ad aprirsi ad un nuovo mondo, il suo, quello di chi è affetto da disabilità, e lo ha fatto con una gioia, con una intensità che ha toccato nel profondo tutto il pubblico che lunedì mattina si è raccolto a Telese per la presentazione di Osare sempre…non arrendersi mai. Il vescovo Don Domenico Battaglia, intervenuto per i saluti insieme all’Ispettrice MIUR Domenica Di Sorbo, ha definito l’incontro con Miriam “un momento di grazia” e si è detto colpito da due aspetti di cui l’autrice parla nel suo libro: credere in se stessi ed essere capaci di dare amore e di aiutare gli altri, istanze che gli hanno permesso di invitare i ragazzi in sala ad “abitare veramente la vita, di essere sempre dalla parte dell’esistenza e viverla fino in fondo”. Perché non a me? Informale ma ugualmente toccante è stato l’intervento di Giusy Versace, deputata, atleta paralimpica e scrittrice. Fonte di ispirazione per Miriam, Giusy Versace ha parlato della formula, soggettiva, con cui ciascuno trasforma le tragedie in possibilità. Il momento in cui ha razionalizzato questa sua tecnica è stato a Lourdes quando, dopo aver avuto un grave incidente stradale, nel quale ha perduto entrambe le gambe, all’età di 28 anni, la domanda “Perché a me?” è diventata “Perché non a me?”. Questo l’ha portata a rivalutare le sorprese che la vita imprevedibilmente offre, a scoprire lo sport come terapia sociale, di inclusione e come metodo per acquisire praticità, e a scrivere un’ autobiografia, Con la testa e con il cuore si va ovunque (Mondadori).  La forza di volontà e l’amore per la vita hanno aiutato la Versace ad andare avanti: il pianto di dolore fatto il giorno che ha mosso il primo passo dopo l’incidente è così diventato il pianto di gioia della sua prima corsa, quando ha percepito la voglia di “andare a prendersi il mondo” e di riuscire in un’azione per molti ritenuta impossibile. Intervistato dalla Dott.ssa Porceddu, il Prof. Meola, che ha collaborato alla stesura del libro, ha raccontato che Osare sempre…non arrendersi mai è nato quasi per gioco, per un’intuizione vincente avuta a scuola. Miriam ha selezionato momenti particolari della sua vita, che sono stati riportati su […]

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Culturalmente

Tanit, curiosità sulla più importante dea cartaginese

Tanit, la più importante dea cartaginese, è una di quelle divinità di cui si sa ben poco. Delle sue origini non conosciamo molto, tanto antico è il suo culto. Alcuni l’hanno conosciuta nella terra dei Fenici, lungo le coste dell’attuale Libano. Altri raccontano di averla sentita invocare come la “più grande divinità del deserto” o “Signora della rugiada” in Africa settentrionale. Proprio dove il vento porta senza fatica la sabbia del deserto cominciano a essere visibili i suoi passi, nel V secolo, a Cartagine, fondata, secondo la leggenda, dalla regina Didone, discendente dai Fenici di Tiro. Nel 146 a.C. Cartagine cade sotto la furia romana ma l’incanto di Tanit non scompare. Secondo la tradizione fu proprio Scipione Africano, eroe della Seconda Guerra Punica, a portare la dea a Roma, ma i santuari ritrovati risalgono all’epoca di Settimio Severo, africano di nascita che, sulle sue monete, introdusse l’immagine della dea, seduta in groppa a un leone. Un tempio della dea sorse a Roma vicino all’antico e venerato santuario di Giunone Moneta: a ciò si attribuisce non solo l’introduzione del culto della dea punica ma anche la sua assimilazione con Giunone, invocata come Dea Caelestis (o Virgo Caelestis). Oltre che a Roma, il culto si diffuse in Numidia, nella Mauritania, in Spagna, in Sardegna, in Sicilia, a Malta, a Pantelleria e a Cartagine, dove l’effigie di Tanit compariva sulla maggior parte delle monete, si mantenne tenacemente fino all’invasione dei Vandali, quando ne fu distrutto il tempio. Tanit, importante dea cartaginese, e i suoi attributi La dea cartaginese Tanit aveva potere sul sole, sulla luna e le stelle; era dea dell’acqua dolce e del piacere.  Poiché la luna è mutevole nelle sue fasi, le vennero attribuite  anche denominazioni antitetiche quali dea dell’Amore e della Morte, Creatrice e Distruttrice.  La palma era il suo albero, espressioni della sua forza in terra erano il serpente, la colomba, il leone e i pesci, l’uva e il melograno. Proprio perché eccezionale, alcune tradizioni la dipingono come androgina, con una lancia in mano mentre guida un carro, in modo da racchiudere in sé il maschile e il femminile e superarli. Nella mitologia fenicia era assimilata ad Astarte, la dea madre. Nella religione greca, era paragonata ad Afrodite, ad Artemide ed a Demetra, dea delle messi e dei raccolti. Nella lingua egizia il nome Tanit potrebbe essere letto come “Terra di Neith” e Neith era una divinità legata anche alla guerra. Nell’accezione romana di Caelestis Dea è dea della fecondità. Verrà identificata anche dai cristiani come Lilith, la Luna nera dei Semiti, demone infernale e protettore delle streghe, a testimonianza della persistenza del culto lunare fino al Medioevo. Raffigurazione La raffigurazione della dea cartaginese Tanit può essere studiata secondo due direttive: quella antropomorfa e quella simbolica. La prima è espressa da statuette che la rappresentano come una donna nuda che si stringe i seni o appare talvolta su un trono, un carro e, in epoca romana, cavalcante un leone.  La seconda è costituita da un disegno, in cui sono combinati un triangolo equilatero, una linea orizzontale e un disco. Nel sito archeologico di Thinissut, nei pressi della città di Bir Bouregba, nel 1908 è stata rinvenuta una statua in terracotta raffigurante […]

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Libri

L’artista della fuga di Brad Meltzer per Fazi Editore

“L’artista della fuga” (Fazi Editore, 2018) è il nuovo romanzo d’azione di Brad Meltzer, autore di thriller conosciuto in tutto il mondo, tradotto da Giuseppe Marano. La storia si apre con lo schianto di un aereo appartenente alle Forze Armate americane, che  porta alla morte di sette persone, tra cui il Direttore della Biblioteca del Congresso e il sergente Nola Brown, pittrice e artista di guerra. Tutte le vittime vengono trasportate in una base militare dell’aeronautica a Dover, dove lavora Jim Zigarowski, detto Zig, esperto medico legale. Ma a Zig qualcosa non torna: conosce Nola perché era compagna di studi della sua unica figlia, morta molti anni prima, e la ragazza sul tavolo dell’obitorio non è il sergente Brown. Inoltre, un biglietto trovato durante l’autopsia e indirizzato proprio a Nola, la invita a scappare, a “continuare a scappare”. Questo innesca nella mente di Zig una serie di interrogativi e il medico viene catapultato in un “gioco di prestigio” ai massimi livelli di potere, dove non poteva mancare Harry Houdini, che nel romanzo è solo un soprannome, ma che fu l’artista della fuga per eccellenza e tra la fine dell’Ottocento e inizi Novecento fu una leggenda tra i maghi e presunti tali. I personaggi In L’artista della Fuga di Brad Meltzer l’attenzione viene catalizzata in maniera irresistibile dai due protagonisti: Zig e Nola. Zig è un personaggio originale: un medico legale cinquantenne, che alleva api e coltiva amicizie che durano da una vita, segnato dalla perdita della figlia e di una moglie che, contrariamente a lui, si è rifatta una vita. Vive per il suo lavoro e si trova più a suo agio tra i cadaveri che tra gli esseri umani ma sente di avere anche una missione: cercare di ridare a volti e corpi deturpati sembianze decorose per un ultimo, dignitoso saluto e in questo sa di essere il migliore. Nola è un’eroina atipica che l’autore ci svela attraverso i ricordi della sua infanzia, piccoli flash back che illuminano l’intero racconto, toccando temi difficili quali l’adozione e l’assistenza sociale per i bambini orfani. Ma Nola, come Zig, ha un dono: la sua acuta capacità di osservazione l’ha resa capace, in occasione delle battaglie, di catturare con i suoi disegni dettagli che altri soldati non coglievano e questo le ha permesso di diventare artista di residenza, uno degli onori più prestigiosi dell’Esercito, consentendole di spostarsi ovunque in totale autonomia. Numerosi sono i personaggi vreati da Brad Meltzer, delineati in maniera dettagliata ed incisiva, ma Zig e Nola avanzano in penombra. Li si scopre pian piano, pagina dopo pagina, debolezza dopo debolezza e su questo aspetto Meltzer gioca, irretendo il lettore senza permettergli di staccare gli occhi dalla pagina. Originalità de L’artista della fuga di Brad Meltzer In L’artista della fuga due sono i tratti più accattivanti: l’abilità con cui l’autore ha saputo tessere un thriller ricco di suspence e di perizia narrativa, in cui si mescolano inganni e illusionismi, e l’ originalità del racconto. Questo romanzo ha infatti mille sfaccettature, a partire dal collegamento con Houdini, presenza potente […]

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Culturalmente

Karma: cos’è, simbolo e significato

“Il karma è l’affermazione eterna della libertà umana…I nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni sono i fili della rete che intrecciamo attorno a noi” (Swami Vivekananda) Significato e simbolo Il termine Karma, adattamento del vedico kárman o più comunemente karman, (devanagari: कर्मन्) ha origine dalla radice verbale sanscrita kṛ (fare o causare). La sua radice indoeuropea corrisponde a kwer (atto sacro, atto prescritto). Nelle altre lingue asiatiche viene così reso: in pāli: kamma; in cinese: 業 yè; in giapponese: 業 gō; in coreano: 업 eop; in vietnamita: nghiệp; in tibetano: las. Nelle lingue occidentali, è traducibile come “azione”, “obbligo” e in senso esteso si riferisce al principio universale di causa-effetto che governa l’Universo. I suoi simboli rappresentativi sono la sua trascrizione sanscrita e il nodo infinito, senza soluzione di continuità, il cui intreccio rappresenta il modo in cui ad ogni azione positiva o negativa corrisponde un karma positivo o negativo, a seconda dei casi. Il nodo identifica anche l’universo e l’infinito. La dottrina moderna del karma deriva dalle speculazioni religiose delle Upaniṣad vediche; essa è centrale nell’Induismo, nel Buddhismo e nel Giainismo. In Occidente si diffuse nel corso del XIX secolo, divulgato dalla Società Teosofica, ed è anche focus di molte dottrine New Age. Nella cultura vedica, originariamente il karma indicava un rituale correttamente eseguito ma proiettato sempre e comunque nel futuro. Secondo la filosofia giainista, tutte le anime, intrinsecamente pure, quando si associavano agli esseri senzienti, perdevano la purezza primitiva e, a causa del karma, vagavano nel ciclo delle vite, attraverso la trasmigrazione e la reincarnazione. La liberazione dell’anima dalle impurità del karma poteva essere raggiunta con la purificazione. Per il Buddhismo è un principio universale, che vincola tutti gli esseri senzienti al ciclo del saṃsāra, poiché tutto ciò che l’essere farà si ripercuoterà nelle vite future. Con l’estinzione del debito karmico, l’essere potrà raggiungere il Nirvana. La cosiddetta “legge del karman”, come oggi è nota, è stata formulata presso le scuole del Vedānta, uno dei sei sistemi ortodossi della filosofia indiana, ed è costituita da 12 norme. La vita è il costante dispiegarsi del Karma Dalla prospettiva vedantica, esso è una risposta condizionata, il passato che influenza il presente e le nostre tendenze ad agire secondo modelli comportamentali condizionati. Secondo la legge del Karma ogni azione crea un’esperienza, il cui ricordo (impressione o modello mentale formato da situazioni ripetute), viene indicato come samskara. I samskara generano le vasana, atteggiamenti, inclinazioni e semi del desiderio per azioni future.  Sarebbe giusto dire che karma, memoria e desiderio sono i software della nostra anima mentre viaggia attraverso il tempo cosmico. I samskara e le vasana sono le applicazioni che scrivono i nostri pensieri e le nostre azioni. La visualizzazione di questo processo è indicato come samsara, la ruota del tempo, che gira e ripete sempre gli stessi schemi.  Esiste, secondo questa concezione, una legge di interdipendenza secondo cui ogni nostra azione non è fine a se stessa ma interferisce con tutto l’Universo, producendo degli effetti che possono tornarci in questa stessa vita ma anche in altre: i cosiddetti debiti karmici. Oltre a quello creato dalle azioni, eseguite consapevolmente o inconsciamente, si è soggetti alle influenze karmiche di famiglia, religione, razza, nazionalità e altro ancora. È anche possibile assumere il karma di qualcun altro, rubando oggetti altrui, spettegolando […]

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Eventi/Mostre/Convegni

A Telese la presentazione di Aquapetra Parco d’Arte

La prima edizione di Residenza d’artista Aquapetra Parco d’Arte è stata inaugurata domenica 28 ottobre alle ore 12.00. L’iniziativa, promossa dalla Collezione Agovino, in collaborazione con Aquapetra Resort & Spa, ha previsto anche la presentazione del secondo catalogo della Collezione dedicato alla mostra Frammenti di Paradiso (CURA.BOOKS), tenutasi nell’aprile scorso a Napoli presso la Chiesa di San Giuseppe delle Scalze. In occasione dell’evento sono stati esposti due lavori degli artisti in Residenza già appartenenti alla Collezione Agovino: Mosaico, opera in marmo 2012-2016 della piacentina Chiara Camoni e l’installazione Frame del messicano Martin Soto Climent. Fabio Agovino ha presentato il progetto, realizzato con Domenico e Patrizia Tartarone, proprietari di Aquapetra, spiegando che l’idea della Residenza d’artista, dato il connubio da sempre esistito tra natura e arte, è nata per permettere un dialogo tra il parco del resort di charme e l’arte contemporanea. Francesca Blandino, coordinatrice di Parco d’Arte, ne ha ricondotto la genesi alla passione per il settore artistico di Fabio Agovino e Domenico Tartarone, che hanno condiviso la visione di ridisegnare nell’immaginario questo resort, che ha energia estetica e spiritualità insieme. Aquapetra accoglierà nel corso dell’anno un artista nazionale e uno internazionale in Residenza, per  vivere appieno il luogo e percepirne le infinite suggestioni come fonte di ispirazione creativa. I primi artisti scelti – dal 22 al 31 ottobre – sono stati Chiara Camoni e Martin Soto Climent. Durante la loro permanenza, hanno avuto la possibilità di lavorare ad un progetto scultoreo site-specific. Le opere prodotte saranno presentate nella primavera 2019 e costituiranno il primo nucleo del Parco d’Arte Aquapetra.  Chiara Camoni, prendendo la parola, ha raccontato parte della sua esperienza in Residenza, commentando che la prima cosa che ha avvertito ad Aquapetra è stata la sensazione di sentirsi a casa. Incisivi sono stati anche la percezione del territorio, perché il resort invita a guardare il paesaggio, lasciando trapelare in questo aspetto il profondo amore che nutre per la natura che lo circonda, e l’amore per le persone, condiviso da tutto il personale, che da dieci anni rende Aquapetra modello e riferimento per tutto il Sannio beneventano. Nella maison de charme c’è intensità emotiva, un sentire profondo e una sensazione latente di sentirsi un po’ speciali. Andrea Viliani, direttore del Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, ha concluso la presentazione citando la definizione di “entusiasmo” che Agovino inserisce nel libro presentato. Per lui l’arte rappresenta esattamente “il furore interiore scatenato dall’invasione di una misteriosa forza divina”, riportato da Agovino nella definizione, un sentimento intenso e irrazionale che tenta di superare l’insensatezza della realtà. L’arte nel terroir di Aquapetra per svelarne le potenzialità. Per definire il progetto pregno di entusiasmo, avviato ad Aquapetra, Viliani usa il termine terroir, terreno che non è solo una composizione fisica ma tutta una serie di strati, di riflessioni, di valori antropici, di modalità con cui l’uomo scopre ed esalta le risorse di un territorio. Portare dunque all’interno del terroir di Aquapetra l’arte contemporanea  significa scoprirne le potenzialità, sperimentarle, applicarle nel tempo e migliorare la visione olistica del resort, in cui tutti gli […]

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Life Beyond Tourism presentato al Museo del Sannio

A Benevento si è svolta venerdì 12 ottobre 2018, al Museo del Sannio (sala “Vergineo”) alle ore 17:00, la presentazione di “Life Beyond Tourism”, movimento internazionale che,  favorendo l’incontro tra culture, propone un commercio etico, costruttore di pace. Il convegno è stato introdotto dal Direttore Artistico di “StregArti”, Eraldo Vinciguerra. Hanno salutato il Presidente della Provincia di Benevento, Claudio Ricci, e il Presidente dell’Associazione di Promozione Turistica “Samnium” e Presidente Federturismo Aicast, Giuseppe Petito. Successivamente è seguita la presentazione del Movimento “Life Beyond Tourism” a cura del Presidente della Fondazione “Romualdo Del Bianco”, Paolo Del Bianco. A conclusione dell’evento, la cerimonia di consegna del Busto raffigurante lo scienziato Galileo Galilei, opera dello scultore Dino De Ranieri di Pietrasanta (LU), donato dalla Fondazione alla Provincia di Benevento e al Museo del Sannio. Benevento: la cultura conduce ad un sano orgoglio Il Presidente della Provincia, il Dott. Ricci, nel suo intervento si è detto convinto che la provincia di Benevento sia una terra ricchissima di giacimenti culturali e storici. Le iniziative culturali, a suo avviso, devono essere volte a restituire al cittadino coscienza del patrimonio storico-culturale della sua terra e devono valorizzare le ricchezze che essa possiede, liberandola dalle omologazioni che la assimilano ad altre province limitrofe. Partendo dunque dall’istanza fondamentale che la cultura non serve solo a vivere meglio dal punto di vista umano, ma potrebbe costituire anche una crescita economica per un territorio, il Dott. Ricci ha fatto appello all’amministrazione di Benevento affinché questi giacimenti vengano resi fruibili e visibili, stimolando quella consapevolezza nei cittadini e nei dirigenti che permette di trasmettere agli altri le ricchezze del territorio. Chiudendo il suo intervento, il Presidente Ricci ha voluto dare il suo parere sulla scelta del soggetto ritratto nel busto, in quanto Galileo Galilei rappresenta un uomo che ha saputo vedere lontano, anche e soprattutto oltre i pregiudizi della sua terra, assimilando in qualche modo il suo operato alle iniziative che in questi anni la Provincia di Benevento è riuscita a realizzare. Il Presidente Del Bianco ha raccontato di aver conosciuto Benevento in occasione del premio StregArti e di essere rimasto incantato dallo spirito del territorio. Ha percepito a Benevento la stessa energia di Galilei. Ha spiegato che la Fondazione “Romualdo Del Bianco” si adopera per fare capire al mondo che oggi siamo di fronte ad una volontaria noncuranza umana perché, pur avendo tante culture che si mischiano, si amalgamano, si intersecano, non ci si vuole conoscere. Il concetto di viaggio è assimilabile ad un viaggio dell’Io, non si ha turismo culturale, sportivo, del benessere ma si ha un turismo per la cultura e il benessere individuali. Uno degli obiettivi del movimento Life Beyond Tourism è trasformare il turista in un potenziale residente temporale. In questo contesto, il viaggio diventa una importante opportunità di incontro e di dialogo per costruire insieme la pace nel mondo. Per raggiungere tale fine, occorre partire dall’ interpretazione del proprio territorio per poi trasmetterla all’Altro. Interlocutori privilegiati del movimento saranno, dunque, coloro che condividono questa mission e […]

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