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Eroica Fenice

Napoli e Dintorni

Sannio Tattoo: dalla Scozia a Guardia Sanframondi

Sannio Tattoo: evento unico nel sud Italia, al castello di Guardia Sanframondi Guardia Sanframondi è diventato cornice, ieri sera, dell’evento Sannio Tattoo, una spettacolare serata, che ha permesso la riproposizione del famoso Edimburgh Military Tattoo, che si svolge presso il castello della capitale scozzese, lungo il Royal Mile, ogni anno, nel mese di agosto. La manifestazione è iniziata nel pomeriggio, con una suggestiva sfilata per le strade del paese sannita a partire dalle ore 18.00, per terminare poi con una serata di gala presso il piazzale d’armi del castello medievale del borgo sannita. Le esibizioni che raccontano “Tradizione, professionalità, interculturalità e lungimiranza: sono sicuramente questi gli elementi propri di questo evento, dal sapore tutto sannita”. Morena Di Lonardo, assessore al Turismo di Guardia Sanframondi e conduttrice della serata ma, soprattutto, promotrice e coordinatrice dell’evento, ha accolto con queste parole il pubblico presente alla serata, in cui arte, cultura, musica, balli ed interscambio si sono alternati in una location iconica e pittoresca, quale il castello medievale dei Sanframondo, centro generativo per la comunità guardiese e luogo di vedetta posto, appunto, “a guardia” dell’intera valle. “È proprio da questo luogo che noi lanciamo una sfida. La sfida di un territorio che si apre a larghe vedute, che si lascia contaminare e che contamina altre culture; stimolo espresso questa sera in un tripudio di musiche e balli, regalati da fanfare militari e da cornamuse, da chi ha scelto di far rivivere e di portare alla memoria le nostre antiche tradizioni, non solo canore. Anche la scelta di inserire ‘Sannio’ nel nome dell’evento ben sottolinea come questa iniziativa sia radicata nel territorio: il Sannio è la nostra terra, non potevamo che scegliere questo nome. Tattoo, invece, riprende l’Edimburgh Military Tattoo: come ad Edimburgo si alternano bande militari e cornamuse, così a Guardia abbiamo deciso di rievocare questo grandioso evento, facendo alternare sul piazzale d’armi del castello medievale la nostra tradizione unita a quella di coloro che hanno scelto di far parte del nostra terra”. Il termine “tattoo” risale al XVII secolo, al periodo in cui le unità dell’esercito britannico vennero dislocate nei Paesi Bassi, e deriva dall’espressione “doe den tap toe”. Ogni sera i tamburini della guarnigione venivano inviati nelle città per dare il segnale di rientro in caserma ai soldati in libera uscita. Questa consuetudine era nota anche come “tappa il rubinetto” ed era un invito agli osti a non servire più da bere ai militari della guarnigione. Guardia Sanframondi: la bellezza di incontrarsi “Ormai Guardia Sanframondi rappresenta una meta privilegiata per gli stranieri e tre anni fa, insieme alla comunità scozzese, abbiamo deciso di dare vita a questo evento del tutto particolare. La comunità scozzese di Guardia è sicuramente viva, attiva, ha dato e ci dà impulso continuo e abbiamo creato, da questa sinergia, un evento unico nel sud Italia. Attraverso il Sannio Tattoo, cerchiamo di fare in modo che Guardia si apra al mondo, all’internazionalizzazione, perché il Sannio Tattoo è effettivamente sinonimo di tutto questo” ha continuato la Di Lonardo. L’evento […]

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Culturalmente

Le Tre Grazie: l’armonia per dèi e uomini

Le Tre Grazie: la bellezza e la gioia di vivere che gli dèi regalarono agli uomini Divinità poste tra il cielo e la terra, con l’unico, importantissimo compito di attuare nel mondo l’armonia per mezzo delle arti che rendono l’animo degli uomini più nobile, le Tre Grazie sono tra le figure più positive della mitologia degli antichi. Presso i greci erano dette Cariti (in greco antico Χάριτες) e diventano le Grazie (in latino Gratiae) nella mitologia romana. Probabilmente sin dall’origine del mito legate al culto della natura e della vegetazione, sono anche le dee della gioia di vivere ed infondono la vivacità della Natura nel cuore degli dèi e dei mortali. Le Tre Grazie Queste dee benefiche sono ritenute figlie di Zeus e di Eurinome e sorelle del dio fluviale Asopo; secondo altri, loro madre sarebbe Era. Per altri autori, le dee greche Cariti sono nate dal dio Sole (Elios) e dall’Oceanina Egle. Altrettanto accettata è la versione che vede come madre delle Grazie proprio Afrodite, la dea della bellezza e fertilità, sia sessuale (Afrodite è anche la dea della “vita” sessuale) sia vegetale (non a caso dove camminava spuntavano fiori),  la quale le avrebbe generate insieme a Dioniso, dio della vite, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi. Le versioni che riguardano il numero delle Grazie sono ancor più diverse; secondo Esiodo, nella Teogonia, esse sono tre: Aglaia,  l’Ornamento ovvero lo Splendore, Eufrosine, la Gioia o la Letizia, Talia, la Pienezza ovvero la Prosperità e Portatrice di fiori. A Sparta erano venerate solo due Cariti: Cleta, l’Invocata, e Faenna, la Lucente; ad Atene Auxo, la Crescente, ed Egemone, Colei che procede. Secondo la leggenda, le Grazie fanno parte del seguito di Apollo o di Venere e dalla dea della bellezza hanno ereditato alcuni attributi: la rosa, il mirto, la mela o il dado, che sono solite recare nelle mani. Le Tre Grazie presiedevano ai banchetti, alle danze e ad altri piacevoli eventi sociali, e diffondevano gioia e amicizia tra dèi e mortali. Spesso accompagnavano Eros, la divinità dell’amore e, assieme alle muse, cantavano e ballavano per gli dèi sul monte Olimpo al suono della lira di Apollo. In alcune leggende, Aglaia divenne la sposa di Efesto, il fabbro degli dèi. Esse, come le muse, donavano ad artisti e poeti la capacità di creare bellissime opere d’arte. Venivano di solito raffigurate come giovani vergini (più o meno snelle a seconda di come mutava l’idea di bellezza femminile) che danzavano abbracciate in cerchio. Le tre divinità nell’immaginario Nell’immaginario poetico, letterario e culturale, sia ellenico-romano che successivamente, fino ad arrivare ai giorni nostri, sono rappresentate quasi sempre come tre giovani nude, di cui una voltata verso le altre, mentre le altre due, ai lati, rivolte verso lo spettatore. Esse incarnano la perfezione a cui l’essere umano dovrebbe tendere, nonché, secondo alcuni autori, le tre qualità essenziali della donna nella prospettiva classica. Nonostante siano andate purtroppo perdute le raffigurazioni di epoca ellenistica, possiamo ancora ammirare delle rappresentazioni di epoca romana. Una delle più note è quella che si ritrova sulle pareti di Pompei, nell’affresco di I secolo d.C. oggi […]

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Culturalmente

Mito di Narciso: non si può possedere se stessi

Il mito di Narciso: un riflesso che viene da lontano “Un mito è un modo per dare un senso a un mondo senza senso, un modello narrativo  che dà un significato alla nostra esistenza” (Rollo May) Accade talvolta che il mito, poesia, metafora, narrazione precedente alla storia scritta, che assurge a carattere sacrale, in quanto racconta le origini del mondo ed in quanto considerato verità assoluta, entri prepotentemente nella storia dell’uomo, evidenziandone valori, difetti, potenza, tormenti. Questo è ciò che sicuramente si è manifestato per il mito di Narciso, il bellissimo giovane che si innamora della sua immagine riflessa, caratteristica che ben si presta a sottolineare una delle caratteristiche umane per eccellenza: l’amore per se stessi. Varie sono le versioni del mito giunte fino ai giorni nostri. La prima fonte in assoluto sarebbe quella proveniente dai papiri di Ossirinco, forse opera dello scrittore Partenio. Un’altra si trova nelle Narrazioni di Conone, greco contemporaneo di Ovidio, conservato nella Biblioteca di Fozio e datata fra il 36 a.C. e il 17 d.C. La fonte greca più attendibile sarebbe però l’opera di Pausania, Periegesi della Grecia (II secolo d.C.) mentre quella che, da sempre è riconosciuta come più autorevole in assoluto, è Ovidio con le sue Metamorfosi. Il mito di Narciso “Né vasto tratto di mare, né lungo cammino, né monti, né mura di città con porte sbarrate, ci separano, bensì siamo disgiunti da poca acqua” (Le metamorfosi, Ovidio). La storia ha degli aspetti comuni a tutte le versioni. Narciso è figlio di Cefiso, una divinità fluviale, e di Liriope, una ninfa (o secondo un’altra versione di Selene ed Endimione). La madre, però, preoccupata per aver dato alla luce un bambino bellissimo, si reca dall’oracolo Tiresia, che le consiglia di non fargli mai conoscere se stesso. Il bambino cresce e diventa un adolescente di cui tutti si innamorano ma egli respingeva tutti, forse per orgoglio, per crudeltà o per una forte personalità. Versione ellenica del mito di Narciso La versione greca del mito è una sorta di racconto morale, nella quale il superbo Narciso viene punito dagli dèi per aver respinto tutti i suoi pretendenti e, in un certo qual senso, per aver rifiutato lo stesso Eros. Il mito ellenico narra che Narciso aveva molti innamorati, che lui costantemente respingeva fino a farli desistere ma un giovane, Aminia, non si arrendeva ed allora Narciso gli donò una spada affinché si uccidesse perché non corrisposto. Aminia, obbedendo alla sfida di Narciso, si trafisse l’addome davanti alla sua casa, invocando gli dèi, prima del suo folle gesto, per ottenere una giusta vendetta. La vendetta si compì quando Narciso, contemplando il suo riflesso in una fonte, restò incantato dalla sua immagine riflessa, innamorandosi perdutamente di se stesso. Preso dalla disperazione per l’impossibilità del suo amore, Narciso prese la spada donata ad Aminia e si uccise trafiggendosi il petto. Dalla terra sulla quale fu versato il suo sangue, si dice che spuntò per la prima volta l’omonimo fiore. Versione di Ovidio del mito di Narciso Secondo Ovidio, invece, quando raggiunse il sedicesimo anno di età, Narciso era un giovane di tale bellezza che ogni abitante della città, uomo o […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Violante Bentivoglio Malatesta arriva a Telese Terme

Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella arriva a Telese Terme |  “Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella” è il docufilm incentrato sulla figura affascinante ma poco nota di Violante Bentivoglio Malatesta, signora di Cittadella, proiettato a Telese Terme, presso il Cinema Teatro Modernissimo, in occasione della serata-evento “Conosci Violante?”, che ha previsto anche la consegna del “Premio Modi Nuovi per la cultura”, in collaborazione con la società “Modi Nuovi” di San Martino di Lupari (PD) e con Confindustra- Benevento. Il film documentario, presentato in anteprima nazionale alla 75° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha riscosso grande successo di pubblico e critica, è stato proiettato nella città termale alle ore 10.00, con l’incontro-dibattito riservato agli studenti dell’IIS [email protected], ed alle 20.00, all’interno di una serata che ha visto, oltre alla proiezione, la consegna del prestigioso “Premio Modi Nuovi per la Cultura”, riconoscimento sostenuto dall’azienda Modi Nuovi, alla presenza delle massime autorità cittadine e imprenditoriali del territorio. “Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella”, ideato e realizzato dal regista ed attore Rocco Cosentino, presidente dell’associazione culturale “Officina delle idee”, è stato prodotto dalla Goldwing Films, sostenuto dal Comune di Cittadella (PD), in collaborazione con il Premio “Modi Nuovi per la Cultura”, si è avvalso del contributo della Regione del Veneto ed ha registrato l’accoglienza ed il patrocinio del Comune di Telese Terme (BN), la collaborazione della Pro Loco Telesia e di Confindustria Benevento, coinvolta nella tappa sannita del premio. Quella di Telese Terme rappresenta la prima data della tournée nazionale per divulgare l’ambizioso ma sicuramente innovativo progetto  “Conosci Violante?”. Come la giornalista Maria Grazia Porceddu, ufficio stampa e moderatrice della serata insieme a Rocco Cosentino, ha specificato, si tratta di un lavoro di squadra, arricchito dalla sinergia creata sul territorio sannita, che ha sostenuto l’iniziativa. Dopo i saluti del sindaco di Cittadella, Luca Pierobon, che ha sottolineato il gemellaggio virtuale originatosi tra Cittadella e Telese Terme ed ha invitato le autorità presenti ed il nutrito pubblico in sala a visitare la città murata veneta, la serata ha previsto i saluti del primo cittadino della città termale, Pasquale Carofano, il quale ha evidenziato quanto anche l’accoglienza sia stata una modalità di valorizzazione del territorio e quanto poco un’amministrazione possa fare senza stimoli da parte di associazioni e cittadini. La serata, per il sindaco Carofano, ha rappresentato un’iniziativa importante perché ha unito cultura, cinema, territorio ed imprese, mix di importanti ingredienti che può essere solo positiva per le comunità. In un momento in cui la frenesia del mondo virtuale fagocita tutta la componente umana, è importante fermarsi e godere appieno di progetti come quello di “Conosci Violante?”, che permettono di entrare in contatto con la bellezza di luoghi straordinari. Filomena Di Mezza, assessore alle Pari Opportunità di Telese Terme, ha lodato il progetto che, oltre ad avere un risvolto culturale, si sofferma sul ruolo di una donna, Violante Bentivoglio Malatesta, signora di Cittadella, riscoperta dopo molti anni ed all’avanguardia rispetto agli anni in cui […]

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Napoli e Dintorni

Un Eco per tutti: mostra su Umberto Eco alla casa di Bacco

Eco protagonista di una mostra itinerante a Guardia Sanframondi | Riflessioni Umberto Eco diventa la fonte di ispirazione per una mostra itinerante, intitolata  “Un Eco per tutti”, che ha fatto tappa alla Casa di Bacco di Guardia Sanframondi, con una grande risposta di pubblico ed appassionati. Dalle parole di Amedeo Ceniccola, fondatore della Casa di Bacco, ringraziamenti per la partecipazione dei ragazzi dell’Istituto Comprensivo locale “Abele De Blasio”, in quanto “tutto il progetto della Casa di Bacco è legato al mondo della scuola” ed al presidente dell’associazione napoletana Tempo Libero Clorinda Irace che, con Tony Stefanucci, ha avuto l’idea della mostra, per aver permesso anche ad un piccolo comune dell’entroterra sannita di partecipare a questa straordinaria iniziativa, nata nel 2016. La Casa di Bacco “Non è sempre facile per i paesi dell’entroterra potersi avvicinare al mondo dell’arte, della cultura, troppo spesso solo prerogativa delle città” ha esordito Ceniccola. La Casa di Bacco è progetto culturale, economico e sociale, nato nel 2014, che valorizza Bacco e ciò che ha rappresentato per la storia dell’umanità, quale ispiratore del pensiero superiore dell’uomo, e si connota come un luogo dove poter celebrare questa divinità dalle mille sfaccettature. La Casa di Bacco è nata senza alcun tipo di contributo pubblico e vuole svolgere un ruolo propulsore dal punto di vista economico, in quanto a supporto dell’economia primaria della provincia, l’agricoltura, e come strumento di promozione della cantine del territorio; culturale, perché luogo dove promuovere la cultura del vino, vivificando nel contempo le nostre radici giudaico-cristiane, proprio a testimonianza di come la Chiesa cattolica, intorno all’anno Mille, sia stata l’artefice della rinascita di quel patrimonio vinicolo che oggi è forse la punta di diamante del made in Italy; sociale, perché nel parlare di cultura del vino, la Casa di Bacco intende farla diventare l’antidoto in contrapposizione alle culture dominanti dei drink, dei superalcolici, della birra, della droga, vera causa di tanti fenomeni di devianza sociale con cui fare i conti ogni giorno. Intenzione della Casa di Bacco è, quindi, quella di emulare ciò che negli anni ’30 avvenne negli Stati Uniti d’America, quando le strade d’America erano insanguinate da omicidi e su impulso del presidente Roosevelt si iniziò ad importare vino e coltivare vigneti, constatando, parallelamente al consumo di questo nuovo prodotto, una diminuzione della violenza delle strade, dovuta perlopiù all’uso ed all’abuso di superalcolici. “A questo progetto da 5 anni io sto dando tutto me stesso e mi fa piacere intersecare il mio agire con quella che è l’azione dell’associazione Tempo libero” ha concluso Ceniccola, nel suo intervento introduttivo. Il progetto Il secondo intervento ha visto Mario Lanzione,  grazie al quale l’evento è stato possibile a Guardia Sanframondi, raccontarne le varie tappe. Tutto è partito dalla morte di Umberto Eco, avvenuta il 19 febbraio 2016, che ha offerto l’occasione per la mostra itinerante, inaugurata al Museo Archeologico di Napoli, il 16 giugno 2016, con cui, attraverso l’arte, si è voluto ricordare Eco, uno dei Grandi della nostra letteratura, conosciuto in tutti il mondo soprattutto per […]

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Culturalmente

Dio del fuoco: ad ogni mitologia la sua divinità

Dio del fuoco: la nostra top 10! Il panorama mitologico mediterraneo è strettamente legato al tema del “fuoco”, inteso come forza insopprimibile, creatrice o distruttrice. Ed è impossibile alludere al fuoco senza coniugarlo anche alla divinità che lo domina, presenta in quasi tutte le mitologie che mente umana concepì. Efesto: dio del fuoco più famoso I Greci adottarono il mito di Efesto dai popoli dell’ Asia Minore e delle isole Cicladi. Efesto (in greco antico: Hφαιστος, Hēphaistos) oltre ad essere il dio del fuoco, è la divinità delle fucine, dell’ingegneria, della scultura e della metallurgia. I suoi simboli sono il martello da fabbro, l’incudine, le tenaglie, la scure. Era adorato in tutte le città della Grecia ricche di attività artigianali ma soprattutto ad Atene. Nell’Iliade, Omero racconta che Efesto era brutto, zoppo, deforme dalla nascita e dal cattivo carattere, ma possedeva una grande forza nei muscoli delle braccia e delle spalle e realizzò la maggior parte dei magnifici oggetti e delle armi degli dèi. La sua grande fucina si trovava nelle viscere dell’Etna e lavorava insieme ai suoi ciclopi, i cui colpi delle incudini e il cui ansimare faceva brontolare i vulcani della zona. Il fuoco della loro fucina arrossava la cima dell’Etna. Efesto fu concepito da Era per vendetta nei confronti del marito Zeus, per i tradimenti subiti nel corso dei millenni. Leggenda narra che appena lo vide, Era lo lanciò dall’Olimpo, facendolo cadere giù. Nell’Iliade Efesto stesso racconta come continuò a cadere per molti giorni e molte notti per poi finire nell’oceano, dove venne allevato dalle Nereidi Teti ed Eurinomee, che gli donarono una grotta come fucina. Efesto si vendicò costruendo e donando ad Era un trono d’oro che la imprigionò non appena vi si sedette. Efesto acconsentì a liberare Era solo se lo avessero riconosciuto come dio. Tra Efesto ed Afrodite fu un matrimonio combinato e la dea della bellezza, segretamente innamorata di Ares, dio della guerra, più volte tradì il marito che, stanco di essere umiliato, se ne tornò sulla Terra, nelle viscere del monte Etna, e decise di lasciare l’Olimpo per sempre. Vulcano Presso gli antichi popoli Italici, in epoca antecedente all’avvento di Roma, esisteva l’ etimo latino Volcanus, Volkanus o Vulcanus, che si ritiene di origine indoeuropea, associato alla divinità del fuoco vulcanico. Al dio sono attribuiti gli epiteti Mulciber (che addolcisce) e Quietus e Mitis (tranquillo) che servono a scongiurare la sua azione distruttiva. In seguito all’identificazione di Vulcano con il greco Efesto, l’epiteto Mulciber fu interpretato come “colui che addolcisce i metalli nella forgia“. Il suo culto conservava uno dei principali centri a Pozzuoli, nei Campi Flegrei. I Romani ereditarono questo culto dagli Etruschi ed esso assunse, ben presto, forte rilevanza: Varrone riferisce, citando gli annales pontificum, che re Tito Tazio aveva dedicato un altare a Vulcano e, nel corso dell’età monarchica, sembra che Servio Tullio fu ritenuto diretto discendente del dio. Vulcano è, dunque, il dio romano del fuoco terrestre e distruttore, rivolto contro le potenze ostili, e questo spiega perché i suoi templi dovessero essere costruiti fuori o al limite esterno delle mura e perché a Vulcano si consegnassero, bruciandole […]

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Culturalmente

Araba fenice: l’uccello più famoso della mitologia

Araba fenice: l’arte di rinascere dalle proprie ceneri | Riflessioni Da sempre una delle figure mitologiche più affascinanti di tutti i tempi, l’Araba Fenice è un uccello mitologico capace di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Il suo motto è Post fata resurgo (“dopo la morte torno ad alzarmi“). La Fenice deriva il suo nome dal greco phòinix, che significa “purpureo” poiché nelle tradizioni dei miti antichi spesso veniva rappresentata come un uccello di fuoco. Alcuni, tuttavia, credono che il mito possa essere basato sull’esistenza di un vero uccello che viveva nella regione allora governata dagli Assiri. Il mito dell’Araba Fenice arriva in occidente dall’antico Egitto, che in quelle terre chiamava questo animale con il nome di Bennu. Il Bennu In Egitto il Bennu era solitamente raffigurato con la corona Atef o con l’emblema del disco solare. Identificato dagli Egizi con un passero, nelle prime dinastie, o con l’airone rosso o l’airone cenerino, il Bennu venne associato al sole e rappresentava il ba (“l’anima“) del dio del sole Ra, di cui era l’emblema. Essendo colui che ri-sorge, venne associato al pianeta Venere, chiamato “la stella della nave del Bennu-Asar“, e citato nelle invocazioni quale Stella del Mattino. Era considerato anche la manifestazione dell’Osiride risorto e veniva spesso raffigurato appollaiato sul salice, albero sacro al dio. Personificazione della forza vitale, fu la prima forma di vita ad apparire sulla collina primordiale che all’origine dei tempi sorse dal Caos acquatico. Si dice infatti che il Bennu abbia creato se stesso dal fuoco che ardeva sulla sommità del sacro salice di Eliopoli, la città del sole, di cui era l’animale sacro. Esisteva sempre e solo un esemplare alla volta di Bennu e da qui l’appellativo “semper eadem“, sempre il medesimo. Era sempre un maschio e viveva in prossimità di una sorgente d’acqua fresca all’interno di una piccola oasi nel deserto d’Arabia, da cui nasceva. Dopo aver vissuto per 500 anni, sentendo sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido di piante balsamiche sulla cima di una quercia o di una palma, vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l’incendiassero e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva (o un uovo) che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova fenice nell’arco di tre giorni, dopodiché volava ad Eliopoli e si posava sopra l’albero sacro. All’Araba Fenice, o Bennu, sono state dedicate quattro piramidi: quella di Cheope, presso Giza, “dove il sole sorge e tramonta“; una ad Abusir, Sahura, “splendente come lo spirito Fenice“; a Neferikare, “dello spirito Fenice” ed infine quella di Reneferef, “divina come gli spiriti Fenice“. Araba Fenice Questo favoloso uccello sacro, dal collo, piumaggio ed ali dorate, di porpora, azzurre e rosse, becco affusolato, lunghe zampe, due piume che scivolano dal capo e tre che pendono dalla coda, per i Greci diventa la Fenice. Storicamente parlando, viene menzionata per la prima volta nel VIII secolo a.C., in un libro della Bibbia, l’Esodo. Uno dei primi resoconti dettagliati ce lo fa, invece, lo storico greco Erodoto, circa due secoli dopo, a […]

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Libri

“L’Ultimo re di Napoli” di Gigi Di Fiore: l’esilio di Francesco II

L’ultimo Re di Napoli: il racconto dell’esilio di Francesco II | Presentazione L’Ultimo re di Napoli, edito DeA Planeta libri-Utet, e presentato ieri, presso la sala convegni del Castello medievale di Guardia Sanframondi, è il nuovo libro di Gigi Di Fiore. L’evento, patrocinato dal comune di Guardia Sanframondi, ha visto la partecipazione della Società di danza dell’800, un’associazione culturale nonché federazione europea, presente da più di 30 anni in varie città d’Europa, che approfondisce l’Ottocento in tutte le sue sfaccettature, permettendo l’apprendimento di danze tipiche del tempo, da tramandare alle generazioni future. Dopo una performance di danze ottocentesche, Leontina Alvano, presidente, insieme a Lucio Martino, delle sezioni di Napoli, Caserta e Guardia Sanframondi, ha inoltre allietato il pubblico con l’esecuzione di due canti dell’epoca,  Lu cardil e Palommella, e di un inno a Francesco II, ‘O Re. La presentazione Presenti all’evento varie amministrazioni, le associazioni “Lamparelli” di San Lorenzo Maggiore, “Giuseppe Maria Galanti” di Santa Croce del Sannio, “Pontelandolfo Città Martire” di Pontelandolfo e la Casa di Bacco del dott. Amedeo Ceniccola, che ha ospitato successivamente tutti per un assaggio del Pan del Re. La presentazione del libro, moderata dal vicesindaco ed assessore alla Pubblica Istruzione di Guardia Sanframondi, Elena Sanzari, ha approfondito le vicende che hanno accompagnato gli anni dell’esilio dell’ultimo sovrano di Napoli, Francesco II. Il primo cittadino di Guardia Sanframondi, Floriano Panza, durante i saluti istituzionali, ha sottolineato che l’evento è stato in realtà un appuntamento utile per impadronirci di una componente storica, oggi essenziale anche per fare marketing del territorio. Come lo storytelling, necessario per la promozione del territorio, nasce dal racconto della storia di un prodotto, di un luogo, così la presentazione del libro L’Ultimo re di Napoli può essere intesa come un’occasione per cogliere una ricostruzione storica e scientifica di quello che è stato, “perché credo che il sud sia veramente stanco di essere considerato attraverso la penna di coloro che hanno vinto. Non è un caso se c’è voluto del tempo per riportare la conoscenza storica a quello che effettivamente è avvenuto e se anche i soggetti, trattati all’epoca letteralmente come carne da macello, oggi vengono rivalutati e riletti: la storia la scrissero i piemontesi e quindi anche le efferatezze dell’epoca vennero impostate in modo forse non rispettoso di quello che effettivamente fu”. Panza ha evidenziato anche la delicatezza con cui l’autore de L’Ultimo re di Napoli offe una visione universale della storia dell’epoca, tempo in cui il Regno di Napoli era un centro culturale a livello europeo. La fertilità artistico-culturale del Regno delle Due Sicilie si respirava, a quei tempi, anche nei borghi dell’entroterra: la stessa Guardia Sanframondi, ricca di preesistenze storico-culturali come il Castello medievale,  l’Ave Gratia Plena e la Chiesa di San Sebastiano, vantava collaborazioni artistiche di altissimo pregio, indice del fatto che il territorio aveva una capacità economica tale da commissionare artisti che lavoravano in ambienti facoltosi. “Nella qualità di sindaco di questa città, oggi, come capofila dei comuni di Sannio Falanghina, capitale di Città Europea del vino 2019, ho […]

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Riflessioni culturali

I Titani: le divinità primordiali della mitologia greca

I Titani: un viaggio alla scoperta degli dèi preolimpici | Riflessione Fin dal primo incontro tra i nostri occhi e le pagine dei poemi più famosi dell’antica Grecia, siamo entrati  in un mondo coinvolgente, che ha colpito la nostra immaginazione con la sua maestosità. Un universo di dèi e dee che pensano, parlano, si innamorano, odiano come i mortali e le cui vicende si intersecano, spesso, con quelle degli uomini. Per quanto dèi ed uomini possano essere diversi gli uni dagli altri, se confrontate, vediamo quanto simili siano le due società. Regola dei rapporti tra dèi e mortali è la religione, cioè il complesso di atti di culto da parte degli uomini con cui si cercava di ottenere il favore della divinità. Ma proprio la divinità, o meglio, la discendenza divina, era la giustificazione che adottavano i re per legittimare la loro superiorità su tutti gli altri e poter realizzare la gerarchia che sovrintendeva alla società. E questi racconti di uomini e dèi, trasmessi da padre in figlio e poi cantati dai poeti, diedero vita alle leggende che, tutt’oggi, ancora ci affascinano. Il principio fu il Chaos, un’ immensa voragine in cui perduravano, mescolati, tutti gli elementi. Dal Chaos si formarono prima Gea (la Terra), sede sicura per il Tutto, e Amore. Poi ebbero origine Erebo (il Tartaro), collocato sotto la terra, e Nyx (la Notte). Erebo e Nyx, unitisi, generarono Etere (l’Aria) ed Emera (il Giorno). Gea a sua volta dette vita ad Urano (il Cielo), che la ricoprì da ogni parte e fu sede eterna degli dèi ed, insieme, generarono i Titani. I Titani I Titani (in greco antico: Τιτάνες, Titánes) sono, nella mitologia e nella religione greca, gli dèi più antichi (próteroi theoí), nati prima degli olimpi. Titanidi erano invece chiamate le dee, loro sorelle, mogli e compagne. I Titani vengono considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell’intervento regolatore e ordinatore degli dèi olimpici e che, quindi, muovevano le fila della vita e del mondo. Nonostante spesso sconvolgessero il creato, tuttavia, non erano mai rappresentati come degli esseri mostruosi, bensì sempre in forma antropomorfa. L’origine del termine Τιτάνες non è assolutamente certa. Esiodo, nella sua Teogonia, poema mitologico in cui si raccontano la storia e la genealogia degli dèi greci,  lo fa derivare, in modo del tutto fantasioso, dal termine τιταίνειν (“produrre uno sforzo”, “tendere in alto”) e da τίσις (“vendetta”, “punizione”) collegandolo alla relazione che questi dèi ebbero con Urano, loro padre. Chi sono i Titani? I Titani erano esseri straordinari, incarnazioni delle forze della natura, concetti o sentimenti. Oceano, (Ὠκεανός), primigenia divinità marina, è inteso come l’infinita distesa di acque che circonda le terre emerse; dalla sua unione con Teti, (Τηθύς), la maggiore delle Titanidi, nascono i fiumi, le fonti e i laghi della Terra, nonché le Oceanine, bellissime ninfe che popolano i mari, e i fiumi infernali Acheronte, Stige e Lete. Da Iperione, (Ύπέριον), in greco “colui che corre in alto”, e Teia (Θεία), “la divina” nascono le divinità delle luce e del calore: Helios (il Sole), Selene (la Luna) ed Eos (l’Aurora). […]

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Musica

Musica soul, la musica dell’anima: origini e protagonisti

 Musica soul: Musica soul | Riflessioni Soul, letteralmente “anima” in inglese, è un termine usato per riferirsi essenzialmente ad un genere musicale, la “musica dell’anima”, sviluppatasi negli Stati Uniti intorno agli anni ‘50, dalla commistione di sonorità jazz e del rhythm&blues con la musica gospel, dalla quale provenivano moltissimi interpreti della musica soul, passati in pochi anni dalle cappelle delle chiese protestanti alle sale da concerto. Le origini stilistiche del soul sono da individuarsi nel jazz, nel rhythm&blues sviluppato in una versione urbanizzata e commerciale, nel gospel, nel pop, nel blues e nello swing. La musica soul risultò essere la base per i gruppi r&b degli anni ‘70, ‘80, e ’90 e fu sempre fonte d’ispirazione per i musicisti di tutto il mondo, che ne riproposero la tipologia tradizionale. Diritti civili ed aspetto religioso I primi due decenni della musica soul, che vedono affermarsi i caratteri distintivi di questo genere, basato su ritmo trascinante, virtuosismi vocali, cori e fiati, sono gli anni in cui la minoranza nera rivendica i propri diritti in modo sempre più convinto e la musica non può fare altro che diventarne espressione. Sbagliato, tuttavia, sarebbe scindere la religiosità dalla musica soul, di derivazione prettamente afroamericana, in cui appare costante un atteggiamento di esaltazione spirituale, legato peraltro all’esistenza terrena, con una carica religiosa che finisce per diventare caratteristica musicale, anche in ambito laico. La musica è sempre cornice, ed anzi finisce addirittura per scandire i vari momenti, della vita collettiva. Il soul, nello specifico, si esprime con la vicinanza dello spirito religioso ad aspetti della vita profana, persino sessuali. I protagonisti della musica soul Il creatore della musica soul fu Ray Charles, che, con “I got a woman” nel 1955,  riuscì a fondere il lamento di derivazione gospel con l’impeto del r&b, fusione che fece scalpore, dividendo coloro che si elettrizzarono per il nuovo sound da chi rimase sconcertato e indignato per la commistione di sacro e profano. Ma l’artista andò oltre, introducendo nella sua musica anche rimandi jazz e country, predominante nel sud segregazionista, dove era cresciuto. Alle sue spalle, fortunatamente, Charles aveva Atlantic, come casa discografica, tra le prime, insieme a Modern, Specialty, Imperial, Motown ed Aristocrat (la futura Chess), a promuovere la musica nera in tutte le sue declinazioni. In effetti l’Atlan­tic rappresenta una delle eti­chet­te-chia­ve del soul, seguendo successivamente ar­ti­sti come Solomon Burke, Wil­son Pic­kett, Otis Redding e Aretha Franklin. Coloro che aiutarono Charles a trasformare la musica nera dal r&b al soul furono poi  Sam Cooke e Jackie Wilson. Cooke, considerato non a torto “il più grande interprete soul di tutti i tempi,” fu anche tra i primi a firmare personalmente le proprie canzoni, da quelle più vicine alle forme tradizionali del doo wop come “You Send Me” alla splendida “A Change is Gonna Come”, una delle espressioni più belle del soul “socialmente impegnato”. Altrettanto importante anche se spesso ignorato è Jackie Wilson, con maggior predisposizione per i live: animale da palco impareggiabile, dotato di grinta e di aggressività coinvolgenti, Wilson è penalizzato dalla registrazione in studio con pezzi spesso melodici e lenti, poco affini alla sua verve. A livello […]

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Riflessioni culturali

Capitello ed ordine architettonico: dorico, ionico e corinzio

Capitello dorico, capitello ionico e capitello corinzio | Storia e spiegazione  Ordine dorico, ordine ionico e ordine corinzio: queste voci sono emerse a più riprese durante il nostro percorso scolastico, talvolta nominate senza realmente capire bene cosa indicassero e quali fossero le loro differenze. Ma chi inventò il capitello? Perché furono inventati tali elementi architettonici? Tutto nasce dalla colonna, grosso fusto di legno issato dall’uomo per sostenere…cosa? Una trave. Semplice! Ma l’occhio umano, soddisfatta la necessità di creare un sistema di costruzione basico, volle di più e creò il capitello, trait-d’union tra la colonna e la trave, che obbediva ad istanze estetiche che appagavano l’occhio. Nacquero, così, gli ordini architettonici, da cui partire per distinguere i vari tipi di capitello realizzati nella storia. Gli ordini, la più grande novità introdotta dai Greci nella tecnica di costruzione, rappresentano vere e proprie risposte all’esigenza concettuale di eliminare qualsiasi forma di casualità nella realizzazione di un edificio e consistono nel complesso di norme geometriche e matematiche che regolano le proporzioni tra le parti di un edificio. Con questo fine, gli architetti greci ricorsero al modulo, un’unità di misura (il raggio di base della colonna), con cui regolare le proporzioni dell’edificio, utilizzando multipli e sottomultipli della stessa. Il primo ad introdurre il concetto di “ordine architettonico” fu Vitruvio Pollione, architetto romano vissuto nel I secolo a. C., autore del trattato De Architectura, un testo suddiviso in 10 libri, dove sono illustrate le principali tecniche costruttive dell’antichità. Gli ordini architettonici, in ambito greco, si uniformano a tre grandi stili: dorico, ionico e corinzio ed hanno nomi greci perché compaiono per la prima volta in regioni specifiche: l’ordine dorico nel Peloponneso, Magna Grecia e Sicilia, quello Ionico in Asia minore ed a Samo, quello corinzio invece potrebbe esser stato suggerito all’architetto greco Kallimakos da un cesto di acanto posto sulla tomba di un giovane uomo. Quando si parla di ordini architettonici, nonostante essi si differenzino per un gran numero di elementi che concorrono a dare alle colonne e agli edifici un aspetto molto diverso, si è solitamente portati a concentrarsi sulle forme assunte dal capitello, che ne è l’espressione più visibile e maggiormente discriminante perché è la prima cosa che cattura l’occhio. Ordine dorico e capitello dorico Caratterizzato da proporzioni massicce e da una rigorosa semplicità di forme, è il più antico e maestoso dei tre, le cui prime testimonianze documentate risalgono agli inizi dell’epoca arcaica, impiegato principalmente per la costruzione di templi. Il tempio dorico poggia solitamente su robuste fondamenta in pietra locale (euthynteria), che svolgono la funzione di sopraelevare l’edificio, separando simbolicamente l’Olimpo degli dèi dal mondo terreno. Su di esse poggiano i gradini di accesso al tempio (krepidòma), inizialmente tre, che aumenteranno, poi, in base al tipo di tempio. L’ultimo gradino è detto stilòbate e costituisce il piano orizzontale sul quale poggiano tutte le colonne del tempio, prive di base. La colonna può avere un’altezza da 4,5 a 6 volte il diametro della sua base ed è composta da due elementi distinti: il fusto, costituito da rocchi fissati […]

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Riflessioni culturali

Divinità indiane: le sei fondamentali

Un viaggio tra le divinità indiane più importanti: ecco la nostra top 6! La civiltà indiana è stata, da sempre, culla di un dinamismo religioso che ha visto susseguirsi varie fedi e nascere quattro tra le religioni maggiori del mondo: l’antica fede vedica, sviluppatasi all’incirca tra il 1.750 e il 500 a.C., l’Induismo, diffuso tra l’80,5% della popolazione, il Buddhismo fondato da Gautama Buddha, professato dallo 0,9%, il contemporaneo Giainismo, dallo 0,4% l’Islam, osservato dal 13,4% degli abitanti, il Cristianesimo, dal 2,3%. Sono presenti anche il Sikhismo, nato nel XV secolo da una commistione di insegnamenti islamici e induisti e osservato dall’1,9% e numerose tradizioni tribali minori, come quelle Santal, il Sanamahismo, quelle Adivasi , forme di animismo;  il mazdeismo (o zoroastrismo) e l’ebraismo. L’induismo, maggiore credo in India, si configura come un culto politeista, erede di tradizioni tra loro diverse che si sono evolute e legate tra loro, in cui non è presente una gerarchia tra le divinità indiane, né vi è l’obbligo di fare determinate professioni di fede. Tra i principali numi, comunque, appaiono imprescindibili quelli che costituiscono la “trinità induista” della Trimurti, la triplice forma dell’Essere Supremo, composta da Brahmā, Viṣṇu e Śiva. Divinità indiane: la Trimurti Brahma Tra le divinità indiane, Brahma (Brahmā) rappresenta il primo essere che viene creato in un nuovo ciclo cosmico (kalpa). Si tratta, quindi, dell’architetto dell’universo, uno dei cosiddetti “aspetti di Dio”, il padre di tutti gli esseri: all’interno della Trimurti è, infatti, considerato spesso come la prima Persona, il Creatore. Talvolta si confonde con il quasi omonimo Brahman, con cui viene identificato l’infinito, la realtà trascendente, l’Origine divina di tutti gli esseri: Brahma si configura solo come un agente di Brahman. Questa divinità è generalmente rappresentata con quattro teste, quattro braccia e quattro gambe. Ognuna delle teste recita uno dei quattro Veda, antichissimi testi sacri da cui ha avuto origine l’induismo. Nelle mani regge un bicchiere d’acqua, per dare origine alla vita, un rosario, per indicare lo scorrere del tempo, il testo dei Veda e un fiore di loto. A differenza delle altre divinità indiane della Trimurti, a Brahma non viene riservato un culto specifico, perché il fedele dovrebbe liberarsi dal mondo materiale da lui creato. Leggenda, poi, vuole che, come riportato nello Skanda Purāṇa (I, 1,1 6 e III 2, 9,15), egli avrebbe mentito nel sostenere di aver raggiunto la cima del linga, (Assoluto trascendente senza principio né fine o Brahman). Shiva Shiva (Śiva) è il terzo componente della Trimurti, all’interno della quale è conosciuto sia come Distruttore che come Creatore. La devozione verso questo nume è talmente sentita e radicata che esiste anche una confessione monoteista che lo riconosce come unico dio tra le divinità indiane, lo Shivaismo. Shiva significa “il buono” o “il generoso” e questa divinità sembra avere la capacità di distruggere il male e i peccati, agendo soprattutto tramite il terzo occhio, quello della saggezza, attraverso cui vede al di là dell’apparenza. Altri epiteti con cui è invocato,  Śankara e Śambhu, significano benefico/bene augurale, mentre Ashutosh significa colui che trova piacere dalle piccole offerte, oppure colui che dà molto in cambio di […]

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Culturalmente

Cerchio di Itten: tra opera d’arte e ricerca

Cerchio di Itten: un viaggio alla scoperta del cerchio cromatico che ci insegna a leggere i colori I colori che vediamo in natura sono il risultato di un fenomeno fisico che comporta la scomposizione della luce captata dall’occhio umano; il fascio di luce che colpisce una superficie trasparente si scompone in sette colori: rosso magenta, arancio, giallo, verde, blu, indaco, violetto. Questo fascio di luce viene chiamato spettro dei colori visibili e l’arcobaleno che vediamo in cielo dopo un violento acquazzone ne offre l’esempio più lampante. La storia del cerchio cromatico Sembra che il primo cerchio cromatico moderno, rappresentazione, cioè, dei colori dello spettro della luce disposti radialmente dentro un cerchio, sia opera di Isaac Newton che, nel 1672, scompose un raggio di luce nelle sue componenti cromatiche e dimostrò che la luce bianca è una combinazione di luce di tutti i colori. Sarà solo nel 1704, con il Trattato di Ottica, che Newton sistemerà lo spettro dei colori in un cerchio, presentando per la prima volta un diagramma, nel quale ad ogni sezione corrisponde un colore. Molto più preciso è il cerchio di Moses Harris del 1766. Qui appaiono già i tre colori-pigmento, ossia i primari. Al centro, il nero è indicato come somma di tutte le cromie. Di qualche anno successivo è il cerchio di un naturalista austriaco, Ignaz Schiffermüller, che lo elaborò nel 1775 per classificare i colori necessari a definire le tinte degli insetti. Nel 1810 Johann Wolfgang von Goethe, in contrasto con Newton, sostenne nella sua Teoria dei Colori che le cromie dipendessero dall’oscurità piuttosto che dalla luce. «Il colore è, come tale, un valore d’ombra», scrisse in proposito. Negli stessi anni Michel Eugène Chevreul, un chimico francese, cominciò a studiare analiticamente la teoria del contrasto simultaneo, ossia dell’influenza reciproca che hanno due colori accostati, realizzando nel 1861 un cerchio cromatico a 72 colori. La più importante tappa nell’evoluzione del cerchio cromatico è, tuttavia, opera di Johannes Itten, pittore e designer svizzero tra i primi ad insegnare al Bauhaus, scuola tedesca di arte e architettura attiva dal 1919 al 1933. Al 1921 risale la sua stella a dodici punte in sette gradazioni luminose e nel suo celebre testo, L’arte del colore del 1961, una vera bibbia in fatto di accostamenti cromatici, egli inserisce la versione, tuttora conosciuta, del suo cerchio cromatico. Il cerchio di Itten: una rivoluzione Il cerchio di colore di Itten fu subito apprezzato per la grande espressività artistica riproposta dal pittore ma anche per la sua utilità nell’analisi delle relazioni tra i colori. Il cerchio di Itten classifica le tonalità, in base al loro aspetto estetico e comunicativo, in primarie, secondarie e terziarie e fornisce una guida per risalire agli uni e agli altri. Al centro del cerchio un triangolo riporta i tre colori fondamentali o primari: rosso, giallo e blu. Dalla mescolanza di questi si ottengono i secondari, verde, arancio e viola, riprodotti intorno al triangolo a formare con esso un esagono. Il cerchio termina con un anello di 12 colori che ai primari e ai secondari aggiunge i […]

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Cucina e Salute

Mal di schiena: facili consigli per prevenirlo nel quotidiano

Il mal di schiena è un disturbo frequente e molto fastidioso, che colpisce fino a 8 persone su 10 almeno una volta nella vita, indiscriminatamente: sesso ed età, infatti, non sono agenti determinanti per risultare vittima di questa indisposizione. Si tratta di una patologia variegata, perché il dolore percepito può essere smorzato, acuto, alternato, continuo, persistente, cronico, in ogni caso risulta soggettivo; idiopatica, in quanto non è possibile definirne con certezza la causa,  e multifattoriale, ossia con una pluralità di cause possibili. Ansia e stress emotivo, per esempio, possono svolgere un ruolo determinante, perché le tensioni si scaricano sempre sulla schiena. Una modalità errata di movimento da parte della spina dorsale oppure un invecchiamento della colonna vertebrale sono altre cause molto frequenti. Persino Il fumo di sigaretta può causare il mal di schiena in quanto, diminuendo l’ossigenazione dei tessuti, indebolisce la muscolatura lombare, la quale ha maggiori difficoltà a sostenere i carichi che gravano su questa zona. Contrazioni, tensioni muscolari, lesioni della schiena, traumi gravi al rachide come ernia del disco, colpo di frusta, incidenti e patologie della colonna vertebrale concorrono a determinare questa situazione invalidante. Curare il mal di schiena si traduce nel ridurre la sofferenza il prima e il più a lungo possibile; le tecniche per realizzare questo proposito sono diverse ma un ruolo chiave esercitano, senza dubbio, le strategie di prevenzione. Dato che, molto spesso, responsabili del mal di schiena risultano essere anche abitudini di vita scorrette, appare prioritario uno stile di vita sano. Da qui uno dei migliori modi per prevenire il male alla schiena è quello di allenare la schiena con regolarità, per aumentare la forza dei muscoli addominali e della schiena, anche attraverso esercizi mirati ad incrementare l’equilibrio e ridurre il rischio di cadute. Tai chi, yoga e pilates sono ottimi percorsi in questo senso. Determinante è anche la pratica corretta di varie tipologie sportive, quindi anche essere seguiti da un personal trainer o da un allenatore è decisamente consigliabile. Mal di schiena, alcuni consigli per evitarlo Rispettare una dieta sana è altrettanto importante, per evitare che un peso eccessivo gravi troppo sulla schiena e per garantire il giusto apporto di micro e macronutrienti, in grado di prevenire l’osteoporosi, responsabile di molte delle fratture ossee che causano dolore alla schiena. Un’altra causa frequentissima del mal di schiena è l’eccessiva sedentarietà che oggi, per cause soprattutto lavorative, costringe la colonna vertebrale ad una prolungata posizione statica, talvolta curva ma troppo spesso scorretta, innaturale per la schiena. Pertanto, innanzitutto quando si è a lavoro, si dovrebbero utilizzare strumenti ergonomici, come una buona poltrona da ufficio,  dotata, magari, di misurazioni personalizzate. Inoltre, non si dovrebbe restar seduti per più ore consecutive ma ogni tanto è consigliabile alzarsi e muoversi un po’, al fine di sciogliere le articolazioni, che potrebbero irrigidirsi facilmente. Mantenere sempre una buona postura, sostenendo correttamente la schiena e fare attenzione nel compiere in maniera corretta movimenti quotidiani, infine, può aiutare a prevenire lesioni muscolo-articolari. Il sollevamento di oggetti pesanti dovrebbe effettuarsi senza piegare la schiena, bensì usando la forza delle gambe e […]

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Recensioni

La dodicesima notte di Shakespeare al Teatro Galleria Toledo

La dodicesima notte in scena al Teatro Galleria Toledo-Materiali contemporanei | Recensione La dodicesima notte è uno spettacolo di Laura Angiulli, tratto dall’opera shakespeariana “La dodicesima notte o quel che volete“ messo in scena al Teatro Galleria Toledo-Materiali contemporanei dal 9 al 17 febbraio. Interpreti sono Paolo Aguzzi, Giuseppe Brunetti, Agostino Chiummariello, Michele Danubio, Alessandra D’elia, Luciano Dell’Aglio, Michele Maccagno, Gennaro Maresca e Caterina Pontrandolfo mentre lo staff tecnico è composto da Rosario Squillace, all’impianto scenico, Cesare Accetta per le luci, Flavia Francioso quale direttore di scena, Fulvio Mascolo, tecnico luci, e dall’aiuto elettricista Luca Sabatino. La commedia La dodicesima notte, o quel che volete (Twelfth Night, or What You Will in lingua inglese originale) è una commedia in cinque atti scritta da William Shakespeare tra il 1599 e il 1601. Il titolo allude, probabilmente, alla festa dell’Epifania (corrispondente alla dodicesima notte che trascorre dal Natale). Fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al Middle Temple Hall ed è stato ipotizzato che la prima assoluta sia stata organizzata per l’anno prima, proprio il giorno dell’Epifania. Tuttavia, nella commedia non c’è alcun riferimento alla ricorrenza ma appare invece palese che, se c’è un’opera nella quale l’autore abbia avuto la ferma intenzione di non offrire rimandi spazio-temporali definiti, si tratta proprio de La dodicesima notte, o quel che volete, tant’è che nel sottotitolo, Shakespeare sembra invitare il lettore/spettatore a dare alla commedia la connotazione che preferisce. Il luogo in cui si svolge la commedia non a caso è un’Illiria senza confini, che potrebbe essere qualunque parte del mondo, nella quale si muovono personaggi che il pubblico riconosce come “tipi” che potrebbero tranquillamente far parte del suo mondo. L’intento goliardico del titolo suggerisce anche la volontà di presentare lo spettacolo come un’occasione di intrattenimento, utilizzando il gioco metateatrale interno allo spettacolo e il motivo del travestimento, dell’inganno e dello scambio di persona. Le fonti letterarie dell’opera shakespeariana sono la commedia Menecmi di Plauto, per l’intreccio basato sullo scambio d’identità, e Gl’ingannati, una commedia italiana allestita a Siena dall’Accademia degli Intronati nel 1531, guida principale per la vicenda amorosa. La trama Ambientata nell’antica regione balcanica dell’Illiria, la trama principale de La dodicesima notte, o quel che volete vede due gemelli, Viola e Sebastian, che naufragano in Illiria, con la falsa convinzione che l’altro sia perito nella tragedia. Viola viene a sapere dal capitano della nave che in Illiria il duca Orsino corteggia la contessa Olivia, la quale ha giurato di non accettare nessuna corte per sette anni, in memoria di suo fratello, e decide di presentarsi alla corte del duca sotto le mentite spoglie di Cesario, per proteggere la sua reale identità. Diverrà ben presto il messaggero prediletto del duca, che la invierà presso la contessa a perorare la sua causa, senza capir che lei, Viola, si è nel frattempo innamorata di lui e che la contessa, ingannata dal travestimento, si è infatuata del servo Cesario. Al palazzo della contessa, intanto, il chiassoso zio della nobildonna, Sir Toby Belch, sfrutta a suo vantaggio le disponibilità finanziarie del suo fatuo compagno di bevute, Sir Andrew Aguecheek, pretendente alla mano della giovane Olivia e, insieme alla cameriera Maria, ordisce un […]

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Riflessioni culturali

Re Mida: un viaggio tra mito e storia

Re Mida e le sue leggende | Riflessioni Mida o Mita (in greco antico: Μίδας, Mídas) è il nome di alcuni sovrani della Frigia indipendente, regione storica dell’Anatolia, dell’epoca pregreca, fiorito nel sec. VIII a. C. Secondo alcuni Midas è un re frigio vissuto nel II millennio a.C. e quindi prima della guerra di Troia. Secondo altri studiosi Mida potrebbe essere identificato con il personaggio storico di Mita, re dei Moschi nell’Anatolia occidentale alla fine dell’VIII secolo a.C. Il re suicida Mita si chiamava anche l’ultimo sovrano della dinastia frigia che, vissuta la propria gioventù in Macedonia come re di Pessinunte sul monte Bermion (Bryges), venne successivamente adottato da Gordio, re di Frigia, e dalla dea Cibele (la Grande Madre). L’oracolo della Frigia, vedendo in lui un possibile salvatore da tutti i conflitti civili che coinvolgevano la Frigia, lo elesse come nuovo re spodestando il padre. Mida sposò la figlia di Agamennone di Cuma, Eolia, da cui ebbe diversi figli, fra cui Litierse (mietitore demoniaco degli uomini), Ancuro, Zoë (vita) e Adrasto come nipote. Durante il suo regno lottò per liberare l’Anatolia e l’Assiria dai Cimmeri tra il 680 e il 670. Questi ultimi però prevalsero e il re si diede la morte bevendo del sangue dei tori (secondo Strabone) mentre il padre venne arso vivo.  Come al padre Gordio è attribuita la fondazione dell’omonima capitale della Frigia, a lui sono attribuite quelle della città di Midea e (secondo Pausania) di Ancyra (l’attuale capitale turca Ankara). Nel 1957 è stata scoperta a 53 metri di profondità, sotto all’antica Gordio, la presunta tomba di Mida. Mida e la saggezza Con il Mida, figlio adottivo di Gordio, era da Erodoto identificato quel sovrano nei cui giardini sarebbe stato preso Sileno, per il desiderio del re di apprenderne la saggezza ma il vecchio da principio conservò a lungo il silenzio e quando infine si decide a parlare, disse che per il sovrano meglio sarebbe non essere mai nato o, dal momento che aveva avuto la disgrazia di nascere, morire subito. Più note, tuttavia, sono due leggende del re Mida riferite diffusamente da Ovidio (Metamorfosi, XI, 85-193) e più in breve da Igino (Favola 191) e da Servio Ad Aeneidem (commento di Servio all’Eneide di Virgilio, X, 142). Re Mida e l’oro Alternativa alla leggenda sopracitata, secondo la versione narrata da Publio Ovidio Nasone ne Le metamorfosi, un giorno Dioniso aveva perso di vista il suo vecchio maestro Sileno. Il vecchio satiro si era attardato a bere vino e si era smarrito ubriaco nei boschi, nei pressi del monte Tmolo, staccandosi dal corteo di Dioniso, finché non fu ritrovato da un paio di contadini frigi, che lo portarono dal loro re, Mida (secondo un’altra versione, Sileno andò a finire direttamente nel giardino di rose del re). Mida riconobbe subito il vecchio precettore di Dioniso perché era stato da Eumolpo e da Orfeo iniziato ai misteri del dio della vite, del melo e della birra, della crescita e del rinnovarsi della vita dei fiori e degli alberi. Il vino, da Dioniso donato ai mortali, era per i Greci l’oblio degli affanni, creava gioia nei banchetti, induceva al canto, all’amore, ma anche alla follia, alla violenza e all’istinto e, durante […]

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Riflessioni culturali

Reiki: cos’è e quali sono i suoi simboli

Chi non ha mai sentito parlare di Reiki? Ma cos’è esattamente? In questo articolo cercheremo di illustrarvi come nasce il Reiki, quali sono i suoi simboli e la sua sfera di applicazione Reiki: etimologia “Reiki” è una parola giapponese composta dalle sillabe REI e KI. REI (霊) significa energia vitale spirituale e, per esteso, qualcosa di misterioso, miracoloso e sacro. Sta ad indicare l’energia primordiale (Divina), che ha portato alla creazione dell’universo in tutte le sue manifestazioni (Ki). KI (気), invece, indica energia che scorre nel corpo o forza interiore. Nel dettaglio, significa atmosfera, qualcosa che non si vede, energia dell’universo. Indica, quindi, l’energia vitale universale intrinseca ad ogni essere e ad ogni cosa, che regola il funzionamento stesso dell’universo. Ki è il corrispondente del Chi per i cinesi, del Prana per gli indù, della Luce e dello Spirito Santo per i cattolici. I madrelingua giapponesi utilizzano il termine Reiki in senso generico come potere spirituale. Nelle lingue occidentali il suo significato è spesso reso come energia vitale universale. Reiki: cos’è Il sostantivo Reiki si riferisce comunemente ad un metodo terapeutico alternativo, secondo cui si utilizza l’energia per il trattamento di malanni fisici, emozionali e mentali, che talvolta comprende anche l’autoguarigione. Esprime, tuttavia, anche una pratica spirituale, un metodo di risveglio dello spirito, una crescita personale. È, in sintesi, un’antica pratica giapponese volta a migliorare le condizioni psico-fisiche della persona. Il cosiddetto Metodo “Reiki” consente «attraverso delle iniziazioni, o armonizzazioni, di diventare canale attivo di energia equilibrata, ripristinando quella connessione energetica tra l’umano e il cosmico che secoli e secoli di condizionamenti culturali e sociali hanno parzialmente gettato nell’oblio» (Fonte). Pertanto il Reiki è una metodologia che consente, di ripristinare il contatto con la propria componente di energia vitale di cui ciascun essere umano dispone. Riprendere il contatto con tale energia favorisce l’armonia e l’equilibrio interiore. Il Reiki può sollecitare i processi di guarigione compensando la mancanza di equilibrio energetico preesistente. Reiki : le origini Secondo la tradizione, la pratica del Reiki fu sviluppata da Mikao Usui, nato in Giappone nel 1865. Usui studiò nel Monastero di Buddismo Tendai, in quanto la sua famiglia era seguace di tale religione. Si sposò, ebbe due figlie e nel 1922, intraprese un lungo percorso spirituale fatto di meditazione di tre settimane e digiuno sul Monte Kurama che lo fece entrare in contatto con il Reiki, inteso come strumento di crescita personale e guarigione. Il Maestro Mikao Usui usava insegnare ai suoi allievi che lo scopo della disciplina da lui osservata era il raggiungimento dell’Anshin Ritsumei, ovvero l’assoluta pace interiore o l’illuminazione. Dopo aver raggiunto l’illuminazione, il Maestro Usui si adoperò per creare un metodo che potesse aiutare l’essere umano a raggiungerla a sua volta. Nel 1922 Usui aprì il suo primo Centro di Pratica e Insegnamento ad Harajuku a Tokyo per poi spostarsi, qualche anno dopo, in un altro Centro a Nakano. Dopo la sua morte alcuni suoi studenti crearono la Usui Reiki Ryoho Gakkai (Associazione per l’apprendimento del Metodo di Guarigione Usui Reiki). Un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1926, venne fondata la Reiki Ryoho Gakkai, l’organizzazione che si è […]

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