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Eroica Fenice

Musica

Musica soul, la musica dell’anima: origini e protagonisti

 Musica soul: Musica soul | Riflessioni Soul, letteralmente “anima” in inglese, è un termine usato per riferirsi essenzialmente ad un genere musicale, la “musica dell’anima”, sviluppatasi negli Stati Uniti intorno agli anni ‘50, dalla commistione di sonorità jazz e del rhythm&blues con la musica gospel, dalla quale provenivano moltissimi interpreti della musica soul, passati in pochi anni dalle cappelle delle chiese protestanti alle sale da concerto. Le origini stilistiche del soul sono da individuarsi nel jazz, nel rhythm&blues sviluppato in una versione urbanizzata e commerciale, nel gospel, nel pop, nel blues e nello swing. La musica soul risultò essere la base per i gruppi r&b degli anni ‘70, ‘80, e ’90 e fu sempre fonte d’ispirazione per i musicisti di tutto il mondo, che ne riproposero la tipologia tradizionale. Diritti civili ed aspetto religioso I primi due decenni della musica soul, che vedono affermarsi i caratteri distintivi di questo genere, basato su ritmo trascinante, virtuosismi vocali, cori e fiati, sono gli anni in cui la minoranza nera rivendica i propri diritti in modo sempre più convinto e la musica non può fare altro che diventarne espressione. Sbagliato, tuttavia, sarebbe scindere la religiosità dalla musica soul, di derivazione prettamente afroamericana, in cui appare costante un atteggiamento di esaltazione spirituale, legato peraltro all’esistenza terrena, con una carica religiosa che finisce per diventare caratteristica musicale, anche in ambito laico. La musica è sempre cornice, ed anzi finisce addirittura per scandire i vari momenti, della vita collettiva. Il soul, nello specifico, si esprime con la vicinanza dello spirito religioso ad aspetti della vita profana, persino sessuali. I protagonisti della musica soul Il creatore della musica soul fu Ray Charles, che, con “I got a woman” nel 1955,  riuscì a fondere il lamento di derivazione gospel con l’impeto del r&b, fusione che fece scalpore, dividendo coloro che si elettrizzarono per il nuovo sound da chi rimase sconcertato e indignato per la commistione di sacro e profano. Ma l’artista andò oltre, introducendo nella sua musica anche rimandi jazz e country, predominante nel sud segregazionista, dove era cresciuto. Alle sue spalle, fortunatamente, Charles aveva Atlantic, come casa discografica, tra le prime, insieme a Modern, Specialty, Imperial, Motown ed Aristocrat (la futura Chess), a promuovere la musica nera in tutte le sue declinazioni. In effetti l’Atlan­tic rappresenta una delle eti­chet­te-chia­ve del soul, seguendo successivamente ar­ti­sti come Solomon Burke, Wil­son Pic­kett, Otis Redding e Aretha Franklin. Coloro che aiutarono Charles a trasformare la musica nera dal r&b al soul furono poi  Sam Cooke e Jackie Wilson. Cooke, considerato non a torto “il più grande interprete soul di tutti i tempi,” fu anche tra i primi a firmare personalmente le proprie canzoni, da quelle più vicine alle forme tradizionali del doo wop come “You Send Me” alla splendida “A Change is Gonna Come”, una delle espressioni più belle del soul “socialmente impegnato”. Altrettanto importante anche se spesso ignorato è Jackie Wilson, con maggior predisposizione per i live: animale da palco impareggiabile, dotato di grinta e di aggressività coinvolgenti, Wilson è penalizzato dalla registrazione in studio con pezzi spesso melodici e lenti, poco affini alla sua verve. A livello […]

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Riflessioni culturali

Capitello ed ordine architettonico: dorico, ionico e corinzio

Capitello dorico, capitello ionico e capitello corinzio | Storia e spiegazione  Ordine dorico, ordine ionico e ordine corinzio: queste voci sono emerse a più riprese durante il nostro percorso scolastico, talvolta nominate senza realmente capire bene cosa indicassero e quali fossero le loro differenze. Ma chi inventò il capitello? Perché furono inventati tali elementi architettonici? Tutto nasce dalla colonna, grosso fusto di legno issato dall’uomo per sostenere…cosa? Una trave. Semplice! Ma l’occhio umano, soddisfatta la necessità di creare un sistema di costruzione basico, volle di più e creò il capitello, trait-d’union tra la colonna e la trave, che obbediva ad istanze estetiche che appagavano l’occhio. Nacquero, così, gli ordini architettonici, da cui partire per distinguere i vari tipi di capitello realizzati nella storia. Gli ordini, la più grande novità introdotta dai Greci nella tecnica di costruzione, rappresentano vere e proprie risposte all’esigenza concettuale di eliminare qualsiasi forma di casualità nella realizzazione di un edificio e consistono nel complesso di norme geometriche e matematiche che regolano le proporzioni tra le parti di un edificio. Con questo fine, gli architetti greci ricorsero al modulo, un’unità di misura (il raggio di base della colonna), con cui regolare le proporzioni dell’edificio, utilizzando multipli e sottomultipli della stessa. Il primo ad introdurre il concetto di “ordine architettonico” fu Vitruvio Pollione, architetto romano vissuto nel I secolo a. C., autore del trattato De Architectura, un testo suddiviso in 10 libri, dove sono illustrate le principali tecniche costruttive dell’antichità. Gli ordini architettonici, in ambito greco, si uniformano a tre grandi stili: dorico, ionico e corinzio ed hanno nomi greci perché compaiono per la prima volta in regioni specifiche: l’ordine dorico nel Peloponneso, Magna Grecia e Sicilia, quello Ionico in Asia minore ed a Samo, quello corinzio invece potrebbe esser stato suggerito all’architetto greco Kallimakos da un cesto di acanto posto sulla tomba di un giovane uomo. Quando si parla di ordini architettonici, nonostante essi si differenzino per un gran numero di elementi che concorrono a dare alle colonne e agli edifici un aspetto molto diverso, si è solitamente portati a concentrarsi sulle forme assunte dal capitello, che ne è l’espressione più visibile e maggiormente discriminante perché è la prima cosa che cattura l’occhio. Ordine dorico e capitello dorico Caratterizzato da proporzioni massicce e da una rigorosa semplicità di forme, è il più antico e maestoso dei tre, le cui prime testimonianze documentate risalgono agli inizi dell’epoca arcaica, impiegato principalmente per la costruzione di templi. Il tempio dorico poggia solitamente su robuste fondamenta in pietra locale (euthynteria), che svolgono la funzione di sopraelevare l’edificio, separando simbolicamente l’Olimpo degli dèi dal mondo terreno. Su di esse poggiano i gradini di accesso al tempio (krepidòma), inizialmente tre, che aumenteranno, poi, in base al tipo di tempio. L’ultimo gradino è detto stilòbate e costituisce il piano orizzontale sul quale poggiano tutte le colonne del tempio, prive di base. La colonna può avere un’altezza da 4,5 a 6 volte il diametro della sua base ed è composta da due elementi distinti: il fusto, costituito da rocchi fissati […]

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Riflessioni culturali

Divinità indiane: le sei fondamentali

Un viaggio tra le divinità indiane più importanti: ecco la nostra top 6! La civiltà indiana è stata, da sempre, culla di un dinamismo religioso che ha visto susseguirsi varie fedi e nascere quattro tra le religioni maggiori del mondo: l’antica fede vedica, sviluppatasi all’incirca tra il 1.750 e il 500 a.C., l’Induismo, diffuso tra l’80,5% della popolazione, il Buddhismo fondato da Gautama Buddha, professato dallo 0,9%, il contemporaneo Giainismo, dallo 0,4% l’Islam, osservato dal 13,4% degli abitanti, il Cristianesimo, dal 2,3%. Sono presenti anche il Sikhismo, nato nel XV secolo da una commistione di insegnamenti islamici e induisti e osservato dall’1,9% e numerose tradizioni tribali minori, come quelle Santal, il Sanamahismo, quelle Adivasi , forme di animismo;  il mazdeismo (o zoroastrismo) e l’ebraismo. L’induismo, maggiore credo in India, si configura come un culto politeista, erede di tradizioni tra loro diverse che si sono evolute e legate tra loro, in cui non è presente una gerarchia tra le divinità indiane, né vi è l’obbligo di fare determinate professioni di fede. Tra i principali numi, comunque, appaiono imprescindibili quelli che costituiscono la “trinità induista” della Trimurti, la triplice forma dell’Essere Supremo, composta da Brahmā, Viṣṇu e Śiva. Divinità indiane: la Trimurti Brahma Tra le divinità indiane, Brahma (Brahmā) rappresenta il primo essere che viene creato in un nuovo ciclo cosmico (kalpa). Si tratta, quindi, dell’architetto dell’universo, uno dei cosiddetti “aspetti di Dio”, il padre di tutti gli esseri: all’interno della Trimurti è, infatti, considerato spesso come la prima Persona, il Creatore. Talvolta si confonde con il quasi omonimo Brahman, con cui viene identificato l’infinito, la realtà trascendente, l’Origine divina di tutti gli esseri: Brahma si configura solo come un agente di Brahman. Questa divinità è generalmente rappresentata con quattro teste, quattro braccia e quattro gambe. Ognuna delle teste recita uno dei quattro Veda, antichissimi testi sacri da cui ha avuto origine l’induismo. Nelle mani regge un bicchiere d’acqua, per dare origine alla vita, un rosario, per indicare lo scorrere del tempo, il testo dei Veda e un fiore di loto. A differenza delle altre divinità indiane della Trimurti, a Brahma non viene riservato un culto specifico, perché il fedele dovrebbe liberarsi dal mondo materiale da lui creato. Leggenda, poi, vuole che, come riportato nello Skanda Purāṇa (I, 1,1 6 e III 2, 9,15), egli avrebbe mentito nel sostenere di aver raggiunto la cima del linga, (Assoluto trascendente senza principio né fine o Brahman). Shiva Shiva (Śiva) è il terzo componente della Trimurti, all’interno della quale è conosciuto sia come Distruttore che come Creatore. La devozione verso questo nume è talmente sentita e radicata che esiste anche una confessione monoteista che lo riconosce come unico dio tra le divinità indiane, lo Shivaismo. Shiva significa “il buono” o “il generoso” e questa divinità sembra avere la capacità di distruggere il male e i peccati, agendo soprattutto tramite il terzo occhio, quello della saggezza, attraverso cui vede al di là dell’apparenza. Altri epiteti con cui è invocato,  Śankara e Śambhu, significano benefico/bene augurale, mentre Ashutosh significa colui che trova piacere dalle piccole offerte, oppure colui che dà molto in cambio di […]

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Culturalmente

Cerchio di Itten: tra opera d’arte e ricerca

Cerchio di Itten: un viaggio alla scoperta del cerchio cromatico che ci insegna a leggere i colori I colori che vediamo in natura sono il risultato di un fenomeno fisico che comporta la scomposizione della luce captata dall’occhio umano; il fascio di luce che colpisce una superficie trasparente si scompone in sette colori: rosso magenta, arancio, giallo, verde, blu, indaco, violetto. Questo fascio di luce viene chiamato spettro dei colori visibili e l’arcobaleno che vediamo in cielo dopo un violento acquazzone ne offre l’esempio più lampante. La storia del cerchio cromatico Sembra che il primo cerchio cromatico moderno, rappresentazione, cioè, dei colori dello spettro della luce disposti radialmente dentro un cerchio, sia opera di Isaac Newton che, nel 1672, scompose un raggio di luce nelle sue componenti cromatiche e dimostrò che la luce bianca è una combinazione di luce di tutti i colori. Sarà solo nel 1704, con il Trattato di Ottica, che Newton sistemerà lo spettro dei colori in un cerchio, presentando per la prima volta un diagramma, nel quale ad ogni sezione corrisponde un colore. Molto più preciso è il cerchio di Moses Harris del 1766. Qui appaiono già i tre colori-pigmento, ossia i primari. Al centro, il nero è indicato come somma di tutte le cromie. Di qualche anno successivo è il cerchio di un naturalista austriaco, Ignaz Schiffermüller, che lo elaborò nel 1775 per classificare i colori necessari a definire le tinte degli insetti. Nel 1810 Johann Wolfgang von Goethe, in contrasto con Newton, sostenne nella sua Teoria dei Colori che le cromie dipendessero dall’oscurità piuttosto che dalla luce. «Il colore è, come tale, un valore d’ombra», scrisse in proposito. Negli stessi anni Michel Eugène Chevreul, un chimico francese, cominciò a studiare analiticamente la teoria del contrasto simultaneo, ossia dell’influenza reciproca che hanno due colori accostati, realizzando nel 1861 un cerchio cromatico a 72 colori. La più importante tappa nell’evoluzione del cerchio cromatico è, tuttavia, opera di Johannes Itten, pittore e designer svizzero tra i primi ad insegnare al Bauhaus, scuola tedesca di arte e architettura attiva dal 1919 al 1933. Al 1921 risale la sua stella a dodici punte in sette gradazioni luminose e nel suo celebre testo, L’arte del colore del 1961, una vera bibbia in fatto di accostamenti cromatici, egli inserisce la versione, tuttora conosciuta, del suo cerchio cromatico. Il cerchio di Itten: una rivoluzione Il cerchio di colore di Itten fu subito apprezzato per la grande espressività artistica riproposta dal pittore ma anche per la sua utilità nell’analisi delle relazioni tra i colori. Il cerchio di Itten classifica le tonalità, in base al loro aspetto estetico e comunicativo, in primarie, secondarie e terziarie e fornisce una guida per risalire agli uni e agli altri. Al centro del cerchio un triangolo riporta i tre colori fondamentali o primari: rosso, giallo e blu. Dalla mescolanza di questi si ottengono i secondari, verde, arancio e viola, riprodotti intorno al triangolo a formare con esso un esagono. Il cerchio termina con un anello di 12 colori che ai primari e ai secondari aggiunge i […]

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Cucina e Salute

Mal di schiena: facili consigli per prevenirlo nel quotidiano

Il mal di schiena è un disturbo frequente e molto fastidioso, che colpisce fino a 8 persone su 10 almeno una volta nella vita, indiscriminatamente: sesso ed età, infatti, non sono agenti determinanti per risultare vittima di questa indisposizione. Si tratta di una patologia variegata, perché il dolore percepito può essere smorzato, acuto, alternato, continuo, persistente, cronico, in ogni caso risulta soggettivo; idiopatica, in quanto non è possibile definirne con certezza la causa,  e multifattoriale, ossia con una pluralità di cause possibili. Ansia e stress emotivo, per esempio, possono svolgere un ruolo determinante, perché le tensioni si scaricano sempre sulla schiena. Una modalità errata di movimento da parte della spina dorsale oppure un invecchiamento della colonna vertebrale sono altre cause molto frequenti. Persino Il fumo di sigaretta può causare il mal di schiena in quanto, diminuendo l’ossigenazione dei tessuti, indebolisce la muscolatura lombare, la quale ha maggiori difficoltà a sostenere i carichi che gravano su questa zona. Contrazioni, tensioni muscolari, lesioni della schiena, traumi gravi al rachide come ernia del disco, colpo di frusta, incidenti e patologie della colonna vertebrale concorrono a determinare questa situazione invalidante. Curare il mal di schiena si traduce nel ridurre la sofferenza il prima e il più a lungo possibile; le tecniche per realizzare questo proposito sono diverse ma un ruolo chiave esercitano, senza dubbio, le strategie di prevenzione. Dato che, molto spesso, responsabili del mal di schiena risultano essere anche abitudini di vita scorrette, appare prioritario uno stile di vita sano. Da qui uno dei migliori modi per prevenire il male alla schiena è quello di allenare la schiena con regolarità, per aumentare la forza dei muscoli addominali e della schiena, anche attraverso esercizi mirati ad incrementare l’equilibrio e ridurre il rischio di cadute. Tai chi, yoga e pilates sono ottimi percorsi in questo senso. Determinante è anche la pratica corretta di varie tipologie sportive, quindi anche essere seguiti da un personal trainer o da un allenatore è decisamente consigliabile. Mal di schiena, alcuni consigli per evitarlo Rispettare una dieta sana è altrettanto importante, per evitare che un peso eccessivo gravi troppo sulla schiena e per garantire il giusto apporto di micro e macronutrienti, in grado di prevenire l’osteoporosi, responsabile di molte delle fratture ossee che causano dolore alla schiena. Un’altra causa frequentissima del mal di schiena è l’eccessiva sedentarietà che oggi, per cause soprattutto lavorative, costringe la colonna vertebrale ad una prolungata posizione statica, talvolta curva ma troppo spesso scorretta, innaturale per la schiena. Pertanto, innanzitutto quando si è a lavoro, si dovrebbero utilizzare strumenti ergonomici, come una buona poltrona da ufficio,  dotata, magari, di misurazioni personalizzate. Inoltre, non si dovrebbe restar seduti per più ore consecutive ma ogni tanto è consigliabile alzarsi e muoversi un po’, al fine di sciogliere le articolazioni, che potrebbero irrigidirsi facilmente. Mantenere sempre una buona postura, sostenendo correttamente la schiena e fare attenzione nel compiere in maniera corretta movimenti quotidiani, infine, può aiutare a prevenire lesioni muscolo-articolari. Il sollevamento di oggetti pesanti dovrebbe effettuarsi senza piegare la schiena, bensì usando la forza delle gambe e […]

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Recensioni

La dodicesima notte di Shakespeare al Teatro Galleria Toledo

La dodicesima notte in scena al Teatro Galleria Toledo-Materiali contemporanei | Recensione La dodicesima notte è uno spettacolo di Laura Angiulli, tratto dall’opera shakespeariana “La dodicesima notte o quel che volete“ messo in scena al Teatro Galleria Toledo-Materiali contemporanei dal 9 al 17 febbraio. Interpreti sono Paolo Aguzzi, Giuseppe Brunetti, Agostino Chiummariello, Michele Danubio, Alessandra D’elia, Luciano Dell’Aglio, Michele Maccagno, Gennaro Maresca e Caterina Pontrandolfo mentre lo staff tecnico è composto da Rosario Squillace, all’impianto scenico, Cesare Accetta per le luci, Flavia Francioso quale direttore di scena, Fulvio Mascolo, tecnico luci, e dall’aiuto elettricista Luca Sabatino. La commedia La dodicesima notte, o quel che volete (Twelfth Night, or What You Will in lingua inglese originale) è una commedia in cinque atti scritta da William Shakespeare tra il 1599 e il 1601. Il titolo allude, probabilmente, alla festa dell’Epifania (corrispondente alla dodicesima notte che trascorre dal Natale). Fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al Middle Temple Hall ed è stato ipotizzato che la prima assoluta sia stata organizzata per l’anno prima, proprio il giorno dell’Epifania. Tuttavia, nella commedia non c’è alcun riferimento alla ricorrenza ma appare invece palese che, se c’è un’opera nella quale l’autore abbia avuto la ferma intenzione di non offrire rimandi spazio-temporali definiti, si tratta proprio de La dodicesima notte, o quel che volete, tant’è che nel sottotitolo, Shakespeare sembra invitare il lettore/spettatore a dare alla commedia la connotazione che preferisce. Il luogo in cui si svolge la commedia non a caso è un’Illiria senza confini, che potrebbe essere qualunque parte del mondo, nella quale si muovono personaggi che il pubblico riconosce come “tipi” che potrebbero tranquillamente far parte del suo mondo. L’intento goliardico del titolo suggerisce anche la volontà di presentare lo spettacolo come un’occasione di intrattenimento, utilizzando il gioco metateatrale interno allo spettacolo e il motivo del travestimento, dell’inganno e dello scambio di persona. Le fonti letterarie dell’opera shakespeariana sono la commedia Menecmi di Plauto, per l’intreccio basato sullo scambio d’identità, e Gl’ingannati, una commedia italiana allestita a Siena dall’Accademia degli Intronati nel 1531, guida principale per la vicenda amorosa. La trama Ambientata nell’antica regione balcanica dell’Illiria, la trama principale de La dodicesima notte, o quel che volete vede due gemelli, Viola e Sebastian, che naufragano in Illiria, con la falsa convinzione che l’altro sia perito nella tragedia. Viola viene a sapere dal capitano della nave che in Illiria il duca Orsino corteggia la contessa Olivia, la quale ha giurato di non accettare nessuna corte per sette anni, in memoria di suo fratello, e decide di presentarsi alla corte del duca sotto le mentite spoglie di Cesario, per proteggere la sua reale identità. Diverrà ben presto il messaggero prediletto del duca, che la invierà presso la contessa a perorare la sua causa, senza capir che lei, Viola, si è nel frattempo innamorata di lui e che la contessa, ingannata dal travestimento, si è infatuata del servo Cesario. Al palazzo della contessa, intanto, il chiassoso zio della nobildonna, Sir Toby Belch, sfrutta a suo vantaggio le disponibilità finanziarie del suo fatuo compagno di bevute, Sir Andrew Aguecheek, pretendente alla mano della giovane Olivia e, insieme alla cameriera Maria, ordisce un […]

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Riflessioni culturali

Re Mida: un viaggio tra mito e storia

Re Mida e le sue leggende | Riflessioni Mida o Mita (in greco antico: Μίδας, Mídas) è il nome di alcuni sovrani della Frigia indipendente, regione storica dell’Anatolia, dell’epoca pregreca, fiorito nel sec. VIII a. C. Secondo alcuni Midas è un re frigio vissuto nel II millennio a.C. e quindi prima della guerra di Troia. Secondo altri studiosi Mida potrebbe essere identificato con il personaggio storico di Mita, re dei Moschi nell’Anatolia occidentale alla fine dell’VIII secolo a.C. Il re suicida Mita si chiamava anche l’ultimo sovrano della dinastia frigia che, vissuta la propria gioventù in Macedonia come re di Pessinunte sul monte Bermion (Bryges), venne successivamente adottato da Gordio, re di Frigia, e dalla dea Cibele (la Grande Madre). L’oracolo della Frigia, vedendo in lui un possibile salvatore da tutti i conflitti civili che coinvolgevano la Frigia, lo elesse come nuovo re spodestando il padre. Mida sposò la figlia di Agamennone di Cuma, Eolia, da cui ebbe diversi figli, fra cui Litierse (mietitore demoniaco degli uomini), Ancuro, Zoë (vita) e Adrasto come nipote. Durante il suo regno lottò per liberare l’Anatolia e l’Assiria dai Cimmeri tra il 680 e il 670. Questi ultimi però prevalsero e il re si diede la morte bevendo del sangue dei tori (secondo Strabone) mentre il padre venne arso vivo.  Come al padre Gordio è attribuita la fondazione dell’omonima capitale della Frigia, a lui sono attribuite quelle della città di Midea e (secondo Pausania) di Ancyra (l’attuale capitale turca Ankara). Nel 1957 è stata scoperta a 53 metri di profondità, sotto all’antica Gordio, la presunta tomba di Mida. Mida e la saggezza Con il Mida, figlio adottivo di Gordio, era da Erodoto identificato quel sovrano nei cui giardini sarebbe stato preso Sileno, per il desiderio del re di apprenderne la saggezza ma il vecchio da principio conservò a lungo il silenzio e quando infine si decide a parlare, disse che per il sovrano meglio sarebbe non essere mai nato o, dal momento che aveva avuto la disgrazia di nascere, morire subito. Più note, tuttavia, sono due leggende del re Mida riferite diffusamente da Ovidio (Metamorfosi, XI, 85-193) e più in breve da Igino (Favola 191) e da Servio Ad Aeneidem (commento di Servio all’Eneide di Virgilio, X, 142). Re Mida e l’oro Alternativa alla leggenda sopracitata, secondo la versione narrata da Publio Ovidio Nasone ne Le metamorfosi, un giorno Dioniso aveva perso di vista il suo vecchio maestro Sileno. Il vecchio satiro si era attardato a bere vino e si era smarrito ubriaco nei boschi, nei pressi del monte Tmolo, staccandosi dal corteo di Dioniso, finché non fu ritrovato da un paio di contadini frigi, che lo portarono dal loro re, Mida (secondo un’altra versione, Sileno andò a finire direttamente nel giardino di rose del re). Mida riconobbe subito il vecchio precettore di Dioniso perché era stato da Eumolpo e da Orfeo iniziato ai misteri del dio della vite, del melo e della birra, della crescita e del rinnovarsi della vita dei fiori e degli alberi. Il vino, da Dioniso donato ai mortali, era per i Greci l’oblio degli affanni, creava gioia nei banchetti, induceva al canto, all’amore, ma anche alla follia, alla violenza e all’istinto e, durante […]

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Riflessioni culturali

Reiki: cos’è e quali sono i suoi simboli

Chi non ha mai sentito parlare di Reiki? Ma cos’è esattamente? In questo articolo cercheremo di illustrarvi come nasce il Reiki, quali sono i suoi simboli e la sua sfera di applicazione Reiki: etimologia “Reiki” è una parola giapponese composta dalle sillabe REI e KI. REI (霊) significa energia vitale spirituale e, per esteso, qualcosa di misterioso, miracoloso e sacro. Sta ad indicare l’energia primordiale (Divina), che ha portato alla creazione dell’universo in tutte le sue manifestazioni (Ki). KI (気), invece, indica energia che scorre nel corpo o forza interiore. Nel dettaglio, significa atmosfera, qualcosa che non si vede, energia dell’universo. Indica, quindi, l’energia vitale universale intrinseca ad ogni essere e ad ogni cosa, che regola il funzionamento stesso dell’universo. Ki è il corrispondente del Chi per i cinesi, del Prana per gli indù, della Luce e dello Spirito Santo per i cattolici. I madrelingua giapponesi utilizzano il termine Reiki in senso generico come potere spirituale. Nelle lingue occidentali il suo significato è spesso reso come energia vitale universale. Reiki: cos’è Il sostantivo Reiki si riferisce comunemente ad un metodo terapeutico alternativo, secondo cui si utilizza l’energia per il trattamento di malanni fisici, emozionali e mentali, che talvolta comprende anche l’autoguarigione. Esprime, tuttavia, anche una pratica spirituale, un metodo di risveglio dello spirito, una crescita personale. È, in sintesi, un’antica pratica giapponese volta a migliorare le condizioni psico-fisiche della persona. Il cosiddetto Metodo “Reiki” consente «attraverso delle iniziazioni, o armonizzazioni, di diventare canale attivo di energia equilibrata, ripristinando quella connessione energetica tra l’umano e il cosmico che secoli e secoli di condizionamenti culturali e sociali hanno parzialmente gettato nell’oblio» (Fonte). Pertanto il Reiki è una metodologia che consente, di ripristinare il contatto con la propria componente di energia vitale di cui ciascun essere umano dispone. Riprendere il contatto con tale energia favorisce l’armonia e l’equilibrio interiore. Il Reiki può sollecitare i processi di guarigione compensando la mancanza di equilibrio energetico preesistente. Reiki : le origini Secondo la tradizione, la pratica del Reiki fu sviluppata da Mikao Usui, nato in Giappone nel 1865. Usui studiò nel Monastero di Buddismo Tendai, in quanto la sua famiglia era seguace di tale religione. Si sposò, ebbe due figlie e nel 1922, intraprese un lungo percorso spirituale fatto di meditazione di tre settimane e digiuno sul Monte Kurama che lo fece entrare in contatto con il Reiki, inteso come strumento di crescita personale e guarigione. Il Maestro Mikao Usui usava insegnare ai suoi allievi che lo scopo della disciplina da lui osservata era il raggiungimento dell’Anshin Ritsumei, ovvero l’assoluta pace interiore o l’illuminazione. Dopo aver raggiunto l’illuminazione, il Maestro Usui si adoperò per creare un metodo che potesse aiutare l’essere umano a raggiungerla a sua volta. Nel 1922 Usui aprì il suo primo Centro di Pratica e Insegnamento ad Harajuku a Tokyo per poi spostarsi, qualche anno dopo, in un altro Centro a Nakano. Dopo la sua morte alcuni suoi studenti crearono la Usui Reiki Ryoho Gakkai (Associazione per l’apprendimento del Metodo di Guarigione Usui Reiki). Un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1926, venne fondata la Reiki Ryoho Gakkai, l’organizzazione che si è […]

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Teatro

“Riccardo III – invito a corte” alla Galleria Toledo di Napoli

Riccardo III- invito a corte| Recensione Le luci si abbassano, le candele giocano con le ombre sulla scena buia. Le sedie del pubblico, invitato a salire sul palcoscenico, si sistemano. Un secondo di silenzio. I respiri si placano. Le teste frenano il loro movimento disordinato e fissano l’accesso al palcoscenico. Ancora un minuto…ancora assenza di suoni…ancora attesa…poi la sua voce si alza, si fa strada nel silenzio, vibrante e forte, superba, e lui entra in scena…Riccardo III…e così inizia la sua storia. Riccardo III – Invito a corte è la rappresentazione dell’ eccezionale tragedia, seppur considerata minore, di William Shakespeare, in scena al teatro Galleria Toledo, con spettacoli fino al 5 febbraio. La regista, Laura Angiulli, sperimenta con Riccardo III-invito a corte una nuova modalità di pièce, accogliendo il pubblico nello spazio scenico ed invitandolo a divenir platea cortigiana, testimone ravvicinata della tragedia del sovrano plantageneto, e tutto diventa un’esplosione di emozioni, di accese passioni, di squarci  improvvisi, di suggestioni. La scelta della Angiulli si sposa perfettamente con l’opera  di Rosario Squillace, curatore dell’immagine e dei costumi, e con quella di Cesare Accetta, responsabile delle luci, i quali delineano in maniera impeccabile la dimensione conturbante dei giochi di potere e della caduta di Riccardo, con un sapiente controllo di luci ed ombre che, tra contrasti e complementarietà, permette di cogliere le sfumature della corporeità, l’azione, e della profondità, l’abisso psichico, del tiranno inglese e di tutti i personaggi coinvolti nel dramma. Riccardo III di Shakespeare Riccardo III di William Shakespeare è la rappresentazione drammatica degli eventi storici della Guerra delle due rose, conclusa nel 1485, che vide fronteggiarsi le due famiglie dei Lancaster e degli York e la presa di potere definitiva dei Tudor. La tragedia ha inizio con Riccardo, Duca di Gloucester, che elogia il fratello, re Edoardo IV d’Inghilterra, il maggiore dei figli di Riccardo, Duca di York, lasciando percepire la sua invidia per il successo del re, che governa il paese con il favore del popolo e dei nobili. Riccardo è un gobbo e fa del suo bisogno di vendicarsi della natura per la sua deformità fisica, ma più verosimilmente deformità dell’anima, un alibi per giustificare le sue violenze, unica prassi da lui concepita per arrivare al trono. Non c’è imbarazzo in lui, solo sconcertanti confidenze; nessun rispetto per la vita umana, che diventa carne da macello nella sua corsa verso la corona, in un oblio della morale che si piega alla sua attitudine delittuosa. Riccardo corrompe un indovino per confondere il re, affinché suo fratello Giorgio, che lo precede come erede al trono, sia condotto nella Torre di Londra perché sospettato di assassinio. Entra nelle grazie di Lady Anna, la vedova di un Lancaster, a cui ha ucciso marito e figlio, e vince il rancore della donna col suo corteggiamento, facendo di lei sua moglie. Con l’appoggio di Enrico Stafford, secondo duca di Buckingham, trama per la successione al trono, presentandosi umilmente agli altri nobili senza alcuna pretesa di grandezza. Riesce in questo modo a convincerli a sceglierlo come re alla morte di Edoardo IV, avvenuta […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Orchestra Filarmonica conquista Benevento: “In punta di cuore”

Orchestra Filarmonica di Benevento: trionfo al concerto inaugurale della V stagione concertistica  L’Orchestra Filarmonica di Benevento (OFB) ha inaugurato mercoledì 23 gennaio, presso il Teatro Massimo di Benevento, la sua V stagione concertistica con lo spettacolo In punta di cuore, registrando il tutto esaurito ed un applauso della durata di cinque minuti che ne ha confermato il trionfo. Sul palco, l’Assessore alla Cultura, la Dott.ssa Rossella Del Prete, ha introdotto il concerto, leggendo il saluto del Ministro alla Cultura Alberto Bonisoli, che ha espresso un apprezzamento per l’importante lavoro svolto dall’OFB, con particolare riguardo ai giovani orchestrali, la cui passione ed entusiasmo rappresentano il «meglio del nostro futuro». L’Assessore Del Prete ha lodato i ragazzi dell’OFB per la scelta, da loro compiuta, di fare della musica un lavoro, ritagliandosi con tenacia ed entusiasmo, nonostante le difficoltà, uno spazio all’interno della nostra società, che non sempre consente di seguire le proprie passioni. Nasce così questa orchestra giovanissima, che si rinnova continuamente e con un curriculum invidiabile, che ha deciso di valorizzare la città di origine inserendola anche nella denominazione ufficiale di Orchestra Filarmonica di Benevento. Il concerto inaugurale dell’OFB ha permesso la divulgazione di un’altra iniziativa, questa volta sociale, impegnata, condotta e spiegata dal Dott. Scherillo, direttore del Reparto di Cardiologia dell’Azienda Ospedaliera “Gaetano Rummo” di Benevento, che si è detto emozionato, perché «vedere il teatro pieno a metà settimana toglie il fiato». Il Dott. Scherillo ha reso noto che, durante la settimana di febbraio in cui cade il 14, giorno dei cuori per antonomasia, si svolgerà una rassegna di prevenzione cardiovascolare denominata Cardiologie aperte-La settimana del cuore, realizzata grazie alla sensibilità dell’Azienda Ospedaliera “G. Rummo”, nella persona del suo Direttore Generale Renato Pizzuti. Il Dott. Scherillo ha concluso l’intervento, augurandosi che la cifra della grande partecipazione della comunità al concerto inaugurale dell’Orchestra Filarmonica sia da stimolo per una maggiore vicinanza ai giovani musicisti dell’Orchestra Filarmonica. In punta di cuore La serata inaugurale dell’OFB ha proposto l’unico “concerto per violino ed orchestra, in tre movimenti” (Allegro Moderato, Moderato assai; Canzonetta, Andante; Finale, Allegro vivacissimo), di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la “sinfonia n.8 in sol maggiore” (Allegro con brio; Adagio; Allegretto grazioso, Molto vivace; Allegro ma non troppo) di Antonin Dvořak. Per l’occasione, l’OFB è stata diretta dal M° Francesco Ivan Ciampa. Il concerto di Čajkovskij, ad oggi forse il più famoso ed ascoltato per questo strumento, prevede la presenza di un solista che intrattiene un costante dialogo con l’orchestra, conciliando tecnica e virtuosismo, fino a raggiungere uno slancio di imprevedibile carica ed energia nel Finale. Ospite della serata, come solista d’eccezione, è stata Anna Tifu, talentuosissima musicista che ha legato la sua esistenza a quella del suo Antonio Stradivari “Marècheal Berthier” 1716 ex Napoleone della Fondazione Canale di Milano. L’illustre musicista sarda ha iniziato lo studio del violino a sei anni, sotto la guida paterna, e si è esibita con alcune tra le più prestigiose orchestre nazionali ed internazionali. Ha debuttato da poco in un duo col pianista Giuseppe Andaloro per la […]

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Culturalmente

Simboli massonici: i 19 più importanti

Simboli massonici, quali sono i più importanti?  La massoneria è un’associazione iniziatica le cui radici affondano nella notte dei tempi. L’atto di nascita ufficiale è del 1717, ma gli ideali massonici risalirebbero alla costruzione del Primo Tempio ebraico di Re Salomone (988 a.C.), quando l’architetto Hiram Abif avrebbe raggiunto una sorta di illuminazione spirituale attraverso i sacri ideali della costruzione. Massoneria Il termine Massoneria deriva dal francese franc-maçon (in inglese freemason ossia frammassoni, come erano chiamati i membri della massoneria), che significa “libero muratore”. Tale nome deriva dalla presunta discendenza della Massoneria da una corporazione di operai e muratori, riuniti in una associazione di mutuo appoggio e perfezionamento morale. La segretezza delle riunioni è uno dei capisaldi della Massoneria, aspetto che ha permesso ai massoni, soprattutto in passato, di operare in clandestinità, a volte anche con fini eversivi. Rifiutano gli atei e credono in un Dio ben diverso da quello cattolico, che è, piuttosto, un Grande Architetto. Altre caratteristiche massoniche sono la ritualità e la sacralità delle riunioni e il forte simbolismo. I 19 simboli massonici più importanti Nei Morals and Dogma di Albert Pike del 1871, l’autore, soprannominato il “papa della massoneria”, spiega come molti dei simboli massonici provenissero da culti pre-cristiani, in aperta polemica con la religione dominante nel mondo occidentale. Compasso e squadra Compassi e squadre sono da sempre gli strumenti per eccellenza dagli architetti, usati per stabilire le proporzioni tra le parti degli edifici e per dare bellezza e stabilità alle loro creazioni. Per questo motivo, la massoneria ha fatto propri questi simboli per sottolineare la rettitudine richiesta ai membri: il compasso disegnava una circonferenza all’interno della quale il buon massone doveva riuscire a circoscrivere le proprie passioni e i propri desideri. I due strumenti sono sempre visibili, intrecciati, in ogni stemma massone, a volte con una “G” nel mezzo. Il significato originario della lettera è andato in parte perduto. In Italia potrebbe indicare sia il Grande Architetto, sia la Geometria, sia il numero 7, dato che la G è la settima lettera dell’alfabeto. Per gli inglesi, la “G” sta per God, Dio. Può indicare anche Gnosi o Generazione. Il compasso è anche un simbolo del sole e della luce, perché l’unione delle due braccia dello strumento stabilisce un punto, che può essere identificato come una fonte luminosa, mentre le braccia rappresentano i raggi che da essa nascono. In sintesi, si può identificare nella squadra l’obbligo morale e nel compasso la spiritualità, la capacità, il genio. Filo a piombo e livella Il filo a piombo è l’elemento dell’equilibrio interiore e suggerisce l’idea dell’ascesa stabile, verticale, che guida alla perfezione. La livella indica la capacità di costruirsi un sistema di riferimento e quindi l’arricchimento spirituale. Simboleggia anche il comune destino della Morte ed ammonisce gli uomini a prepararsi alla Grande Livellatrice. Maglietto e Scalpello Il maglietto rappresenta la forza di volontà, la determinazione ad agire per il bene, secondo coscienza. Lo scalpello presuppone il discernimento, la capacità di distinguere le parti della pietra utili alla costruzione da quelle inutili e quindi la conoscenza di ciò che deve esser fatto e cosa […]

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Libri

“Il seme di picche”: il nuovo romanzo di Aldo Vetere

“Il seme di picche”, scritto dal napoletano Aldo Vetere ed edito da “Ad est dell’Equatore”, è un romanzo storico-poliziesco, che chiude la trilogia del ‘noir borbonico’ scritta dall’autore, che prevede “I fiori della ginestra”(2014) e le “Le sei mosse del pettirosso”(2016). Narrazione pulsante di energia e di fascino, caratterizzata tra l’altro da un ampio accento psicologico, “Il seme di picche” è un racconto minuzioso e accattivante, capace di irretire il lettore, incatenandolo alle sue pagine fino alla lettura dell’ultima frase. “Il seme di picche” di Aldo Vetere: Il destino non perdona i peccati degli uomini Dopo un breve antefatto, utile a ricostruire le dinamiche della storia,  l’intreccio vero e proprio de “Il seme di picche” trae origine da un’audace scommessa tra un aristocratico francese, il Conte Alessio De Saint-Saison, ed un banchiere napoletano di origini ebraiche, Davide Levi, in un esclusivo club parigino del 1840. Questa premessa permette ai due amici di vecchia data di coinvolgere in quella che potrebbe sembrare un’innocua contesa un illustre personaggio della vita napoletana, apparentemente irreprensibile, Carlo Ruggiero, Principe di Belfiore, a sostegno o meno della tesi che “Tutti gli uomini ricchi e potenti hanno un segreto nascosto e inconfessabile, nessuno escluso”. Ma una serie di delitti nella città partenopea ben presto richiedono l’intervento di un abile investigatore della Real Gendarmeria Borbonica, fresco di nozze, il Tenente Camillo Del Giudice, e dell’alfiere Antonio Moscato. Sui due ufficiali ricadrà il compito di risolvere una serie di omicidi; di riportare alla luce segreti, misteri, che sembravano sepolti da tempo, antichi rancori, vendette, rivelazioni difficili da sopportare; di svelare le reali motivazioni che si celano dietro la scommessa e gli intrighi orditi oltralpe e di scavare tra le fila di un ordine misterioso, conosciuto come la Confraternita dei Cavalieri francesi di San Martino de Tours. Il Diavolo può presentarsi agli uomini assumendo una forma affascinante ed ingannevole Palese appare da subito il tema cardine de “Il seme di picche”, motore della narrazione: la sfida che si origina tra il capo della Confraternita, il Conte De Saint-Saison, e il Tenente Del Giudice. Aldo Vetere sviluppa appieno questo aspetto, mettendo in guardia l’uomo verso l’orgoglio, che può sedurre e render schiavi delle illusioni di superbia, potere, successo e volontà di dominare gli altri e di ergersi quale divinità su un’umanità delegittimata e resa diletto. Indicativa è, a questo proposito, una citazione tratta da Re Lear di Shakespeare, riportata nel romanzo, “Noi siamo per gli dei quel che sono le mosche per un ragazzo capriccioso: ci uccidono per divertirsi”. E proprio il diletto, il gioco è quel paradigma che spinge l’astuta mente sopraffina del Conte De Saint-Saison ad intraprendere la lotta con l’investigatore, che ben presto perderà i suoi connotati vendicativi originari per farsi puro esibizionismo, sete di vittoria. Narcisismo, compiaciuta ammirazione per se stesso, doti di affabulatore e una posizione di comando all’interno della Confraternita conferiscono al carismatico Conte un’aura demoniaca ed affascinante, da cui non risulta immune neanche il suo compagno di scommessa, il banchiere Davide Levi. Del Giudice e […]

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Cinema e Serie tv

Violante Bentivoglio Malatesta nel docufilm di Rocco Cosentino

“Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella”: presentazione del nuovo docufilm di Rocco Cosentino “Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella”, per la regia di Rocco Cosentino, è un progetto culturale e cinematografico, che nasce all’interno di una collaborazione già in atto tra il Comune di Cittadella (PD) e l’Associazione Culturale Officina delle Idee e che si avvale del contributo della Regione Veneto e del patrocinio del Comune di Cittadella. Prodotto dalla GoldWing Film, una casa di Produzione (CdP) che muove i suoi primi passi nel 2013, il docufilm Violante Bentivoglio Malatesta e il Palazzo Pretorio di Cittadella è incentrato sulla figura della moglie di Pandolfo Malatesta, vissuta nel periodo a cavallo tra il 1400 e il 1500. Violante Bentivoglio Malatesta: un personaggio sospeso nel tempo Violante Bentivoglio Malatesta, figlia di Giovanni II Bentivoglio, signore di Bologna, e di Ginevra Sforza, sposò a Rimini Pandolfo IV Malatesta (luglio 1475 – giugno 1534), detto “il Pandolfaccio”, e fu l’ultima signora di Rimini. Una figura femminile particolare quella di Violante Bentivoglio Malatesta, che sceglie di fissare come sua dimora una residenza ancora oggi denominata Palazzo Pretorio, a Cittadella. L’ipotesi cinematografica è quella di trascorrere cinque giorni dell’anno 1503 insieme alla nobildonna, durante i quali al vivere odierno si mischieranno sprazzi di Medioevo. Una giornalista accompagnerà Violante Bentivoglio nel suo peregrinare all’interno delle mura di Palazzo Pretorio, indagando sul suo essere donna medievale in una Cittadella divenuta contemporanea ma pur sempre culla di tradizioni, turismo ed architettura. Il progetto Il docufilm (audiovisivo) su Violante Bentivoglio Malatesta è un progetto di grande valenza culturale, turistica e storico-divulgativa, mirato a porre ancor più l’attenzione su una città unica al mondo come Cittadella, che si fregia del Marchio Europeo di Qualità. La troupe cinematografica ha trascorso una settimana nella città murata, tra scorci di paesaggi mozzafiato, vetuste mura, chiese antiche e palazzi d’epoca. Rocco Cosentino, attore, regista e scrittore, ha curato anche soggetto e sceneggiatura del film documentario. Egli intraprende l’attività professionale nel 1982. Nel teatro per adulti interpreta autori quali Ionesco, Beckett, Arrabal, prediligendo il Teatro dell’Assurdo, Pirandello, Brancati, Martoglio. Nel cinema, lavora nel film “Volere volare” di Maurizio Nichetti. Registra 65 puntate nella trasmissione “GluGlu” per RaiSat. A Firenze fonda, dal 1989 l’ AS.T.A.R. (Associazione Toscana Artisti Riuniti). Conduttore, a Controradio, della trasmissione “Dietro le quinte”, famose sono le sue “Vetrina Firenze Arte” e “Vetrina Firenze Arte Europa”. Realizza, come regista, i cortometraggi “Ice-Creame Culture” e “Raccomandata A.R.”, il film-cortometraggio “Psiche” (2008), il medio metraggio “L’Amore è proprio una cosa meravigliosa”, i corti “Fame di amore” (2011) e “La pietra verde” (2012). Pubblica il romanzo “Nel Nome del Padre e della Madre” (Edizioni Il Castello). È direttore artistico al Metricamente Corto – Trebaselege Film Festival Edizione 2012, che ospita film a carattere internazionale. Dal 2015 ad oggi è inoltre ideatore, promotore e direttore del Festival Internazionale  del Cortometraggio, Geofilm Festival, a tematica ambientale. Il cast tecnico prevede le musiche di Diego D. Dimattia; Andrea Scopelli come direttore della fotografia, responsabile riprese con Dimattia e montaggio; Michele Secco quale […]

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Culturalmente

Nyx, dea greca della notte: curiosità sul mito

Nyx, dea greca della notte, era una delle divinità primordiali della mitologia greca e, come raccontano gli antichi miti, anche Zeus ne aveva paura: la potenza ed il mistero che l’avvolgevano erano la sua veste più preziosa. Secondo la tradizione, Nyx percorreva i cieli avvolta nel suo mantello scuro, su un carro trainato da quattro cavalli neri. Esiodo sostiene che viveva nel Tartaro; per la mitologia greca la sua dimora si trovava, invece, oltre il paese di Atlante, nell’estremo Occidente, al di là delle Colonne d’Ercole, là dove i Greci ritenevano che il mondo avesse termine e ci fosse solo l’Oscurità, la Notte. Il nome della dea, Nyx (in greco antico: Nύξ, Nýx, “notte“), descrive come la luce scura, da lei incarnata, cada dalle stelle e si imponga sugli uomini e sugli dèi. Nella cosmogonia orfica era citata quale figlia di Phanes (la Luce), divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita; nelle Fabulae, Igino la definisce figlia di Caos (il Vuoto, l’Abisso) e di Caligine. La discendenza esatta del Nyx non è conosciuta in maniera certa: alcune fonti parlano di lei come figlia di Eros (dio dell’Amore fisico e del Desiderio) mentre altre definiscono lei ed Eros figli del Caos. Figura nella Theogonia di Esiodo come una delle più antiche personalità di carattere cosmico. Essendo Nyx la personificazione della Notte Terrestre, esprimeva una condizione intermediaria tra le potenze oscure e quelle dell’ordine e della luce, insieme ad Erebo suo fratello, che rappresentava la Notte nel mondo Infernale. Sempre secondo Esiodo, era inoltre contrapposta ai suoi figli Etere (la potenza divina del Cielo superiore e più puro, dell’Aria che solo gli dèi respirano) ed Emera (il Giorno). La progenie mitica di Nyx, dea greca della notte Nyx fu madre di alcune divinità primordiali e anche di numerose altre figure della mitologia greca, perlopiù daimones (o “personificazioni”). Esiodo riporta che uno dei suoi figli fosse Urano (il Cielo) e che, senza controparte maschile, generò Apate (l’Inganno), le Arai (le tre dee della Vendetta), Eris (la Discordia), le Esperidi (le custodi dell’albero delle mele d’oro), Geras (la Vecchiaia), Ipno (il Sonno), Ker (la Morte violenta, solitamente dei guerrieri) e le keres (Tenebre), le Moire (le Parche, che tessevano il filo del destino dei mortali), Momo (dio della presa in giro, del sarcasmo, dell’accusa infame e della censura),  Moros (il Fato), Nemesi (la Vendetta e la Compensazione), Acli (la Tristezza e il Lamento), gli Oneiroi (i Sogni), Philotes (la Grazia), Tanato (la Morte) e Oizys (la Miseria). Orfeo la definisce madre del Cosmo e di Eros dall’Uovo cosmico. Anche Igino le attribuisce più o meno la stessa progenie, ma generata con Erebo, con l’aggiunta di Philotes (l’Amicizia), Lisimele (Amore), Sofrosine (la Continenza), Epafo, Epifrone (la Prudenza), Eufrosine (una delle tre Grazie, che personifica la Gioia), Eleos (la Misericordia), Hybris (la Petulanza), Porfirione (uno dei Giganti) e Styx (la dea dell’omonimo fiume infernale dello Stige, personificazione dell’Odio). Cicerone le attribuisce, sempre con Erebo, Eros, Dolus (il Dolore), Labor/Ponos (la Fatica), Metus/ Fobos (il Terrore suscitato dalla guerra), Morbus/Nosos (la Malattia), Pertinacia  (la Pertinacia). Secondo l’Eracle di Euripide la dea greca della notte fu la madre di Lissa (dea della Rabbia e del Furore cieco), concepita quando venne a […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Premio Internazionale Iside conclude la sua sesta edizione

La VI° edizione del Premio Internazionale Iside organizzato a Benevento dall’Associazione Culturale Xarte ha suscitato anche quest’anno un lusinghiero apprezzamento. Ingente è stata infatti l’attenzione del pubblico che, a partire dall’inaugurazione del 10 Novembre, ha scelto di visitare la mostra, presso la consiliare della Rocca Dei Rettori del capoluogo sannita. Nato in collaborazione con la Regione Campania, la Provincia, l’ Amministrazione comunale,  l’EPT di Benevento e l’Accademia di Fotografia “Julia Margaret Cameron”, il Premio Iside mira a diffondere in ambito nazionale ed internazionale la considerevole concentrazione di manufatti egizi dedicati alla dea Iside ritrovati a Benevento. Omnia vincit Amor L’iniziativa, nata dall’azione congiunta del Presidente, che ne ha curato la nascita, il Dott. Maurizio Caso Panza, del Direttore Artistico, il Dott. Aniello Saravo, del Direttore Critico, il Dott. Angelo Orsillo e del Presidente di Giuria, la Dott.ssa Rita Pacilio, ha avuto quest’anno come titolo “Omnia vincit amor” (Publio Virgilio Marone; Bucoliche X, 69) e come tema l’Amore, selezionato a seguito della precedente edizione in cui si è analizzato il Senso della Vita. L’idea suggerita è che l’amore rappresenti in qualche modo una risposta al senso dell’esistenza. Sono stati ben 97 gli artisti, provenienti da tutt’Italia, coinvolti nella mostra, con circa 117 opere, che non hanno mancato di sorprendere il visitatore perché, tra gli altri, sono stati esposti un lavoro in divenire (che ha richiesto l’azione dei visitatori per essere completato); uno dinamico; uno ispirato dalla musica, i cui colori sono nati seguendo le virulenze musicali e una ricostruzione fotografica delle opere di Caravaggio. Premio Internazionale Iside: non solo opere Numerosi anche gli eventi collaterali che nell’arco della settimana hanno intrattenuto i visitatori con corsi gratuiti e formativi. Domenica 11 si è svolto l’incontro con lo scrittore Cristian Liberti, che ha condotto Evolution: “l’amore dai tempi di Iside ad internet”, con la partecipazione del critico cinematografico Michele Moccia. Lunedì 12 ha avuto luogo l’analisi-studio dell’opera in divenire “Porta il tuo amore” a cura del Dott. Caso Panza. La serata di martedì 13 una giuria tecnica, presieduta dalla Dott.ssa Pacilio e composta da Marco Bellini, Giuseppe Vetromile, Angela Ragusa, Milena Di Rubbo e Alfredo Martinelli, ha premiato la sezione POESIA e NARRATIVA. Rito Mazzarelli si è aggiudicato il primo posto, Aniello Luciano il secondo, Gianfranco Imbriani il terzo. Il riconoscimento è andato anche ad Antonella La Frazia, Daniela Scodellaro, Giuseppe Baldini, Roberto Lasco, Rossana Monacella, Grazia Dottore, Fernando Tedino, Antonella Vegliante, Anna Guarino, Anna Grisabella Nuzzo. Mercoledì 14 si è parlato dell’Amore nelle dieci opere degli artisti più famosi della storia dell’arte. Giovedì 15 il Dott. Ignazio Catauro, Presidente di Unimpresa, ha tenuto una lezione su Arte ed Impresa. Venerdì 16 l’Accademia di Fotografia Julia Margaret Cameron di Benevento ha presentato un corso gratuito e formativo sul “Linguaggio fotografico” a cura del Direttore dell’Accademia Angelo Orsillo. Sabato 17 il Dott. Amedeo Ceniccola, fondatore della Casa di Bacco, ha tenuto il dialogo “Vino e Arte”. Domenica 18 novembre alle ore 18.00 gli organizzatori, a conclusione della manifestazione, hanno proclamato i vincitori della VI° edizione […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Miriam Nobile ha presentato a Telese “Osare sempre…non arrendersi mai”

La giovanissima Miriam Nobile ha presentato a Telese Terme il suo libro “Osare sempre…non arrendersi mai”, con la collaborazione dell’Istituto d’Istruzione Superiore Telesia, del Cinema Teatro Modernissimo, che ha ospitato l’evento, e con la partecipazione straordinaria di Giusy Versace. La manifestazione, svoltasi il 12 novembre alle 10.30, ha registrato una considerevole presenza di giovani, di docenti del Telesia, di componenti dell’Amministrazione comunale telesina, dell’Arma dei Carabinieri e del Comandante Provinciale Alessandro Puel, del corpo di Polizia e dell’intera comunità del borgo sannita. In sala la giornalista Maria Grazia Porceddu, moderatrice dell’incontro, la straordinaria autrice Miriam Nobile, sua sorella Sefora, il Prof. Pietro Meola e Giusy Versace. Miriam Nobile insegna come “Osare sempre…non arrendersi mai” Straordinaria Miriam, perché la scrittrice è una ragazza che frequenta la IV S A dell’Istituto Telesia, che col suo libro ha voluto sfidare i cosiddetti “normali” ad aprirsi ad un nuovo mondo, il suo, quello di chi è affetto da disabilità, e lo ha fatto con una gioia, con una intensità che ha toccato nel profondo tutto il pubblico che lunedì mattina si è raccolto a Telese per la presentazione di Osare sempre…non arrendersi mai. Il vescovo Don Domenico Battaglia, intervenuto per i saluti insieme all’Ispettrice MIUR Domenica Di Sorbo, ha definito l’incontro con Miriam “un momento di grazia” e si è detto colpito da due aspetti di cui l’autrice parla nel suo libro: credere in se stessi ed essere capaci di dare amore e di aiutare gli altri, istanze che gli hanno permesso di invitare i ragazzi in sala ad “abitare veramente la vita, di essere sempre dalla parte dell’esistenza e viverla fino in fondo”. Perché non a me? Informale ma ugualmente toccante è stato l’intervento di Giusy Versace, deputata, atleta paralimpica e scrittrice. Fonte di ispirazione per Miriam, Giusy Versace ha parlato della formula, soggettiva, con cui ciascuno trasforma le tragedie in possibilità. Il momento in cui ha razionalizzato questa sua tecnica è stato a Lourdes quando, dopo aver avuto un grave incidente stradale, nel quale ha perduto entrambe le gambe, all’età di 28 anni, la domanda “Perché a me?” è diventata “Perché non a me?”. Questo l’ha portata a rivalutare le sorprese che la vita imprevedibilmente offre, a scoprire lo sport come terapia sociale, di inclusione e come metodo per acquisire praticità, e a scrivere un’ autobiografia, Con la testa e con il cuore si va ovunque (Mondadori).  La forza di volontà e l’amore per la vita hanno aiutato la Versace ad andare avanti: il pianto di dolore fatto il giorno che ha mosso il primo passo dopo l’incidente è così diventato il pianto di gioia della sua prima corsa, quando ha percepito la voglia di “andare a prendersi il mondo” e di riuscire in un’azione per molti ritenuta impossibile. Intervistato dalla Dott.ssa Porceddu, il Prof. Meola, che ha collaborato alla stesura del libro, ha raccontato che Osare sempre…non arrendersi mai è nato quasi per gioco, per un’intuizione vincente avuta a scuola. Miriam ha selezionato momenti particolari della sua vita, che sono stati riportati su […]

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Culturalmente

Tanit, curiosità sulla più importante dea cartaginese

Tanit, la più importante dea cartaginese, è una di quelle divinità di cui si sa ben poco. Delle sue origini non conosciamo molto, tanto antico è il suo culto. Alcuni l’hanno conosciuta nella terra dei Fenici, lungo le coste dell’attuale Libano. Altri raccontano di averla sentita invocare come la “più grande divinità del deserto” o “Signora della rugiada” in Africa settentrionale. Proprio dove il vento porta senza fatica la sabbia del deserto cominciano a essere visibili i suoi passi, nel V secolo, a Cartagine, fondata, secondo la leggenda, dalla regina Didone, discendente dai Fenici di Tiro. Nel 146 a.C. Cartagine cade sotto la furia romana ma l’incanto di Tanit non scompare. Secondo la tradizione fu proprio Scipione Africano, eroe della Seconda Guerra Punica, a portare la dea a Roma, ma i santuari ritrovati risalgono all’epoca di Settimio Severo, africano di nascita che, sulle sue monete, introdusse l’immagine della dea, seduta in groppa a un leone. Un tempio della dea sorse a Roma vicino all’antico e venerato santuario di Giunone Moneta: a ciò si attribuisce non solo l’introduzione del culto della dea punica ma anche la sua assimilazione con Giunone, invocata come Dea Caelestis (o Virgo Caelestis). Oltre che a Roma, il culto si diffuse in Numidia, nella Mauritania, in Spagna, in Sardegna, in Sicilia, a Malta, a Pantelleria e a Cartagine, dove l’effigie di Tanit compariva sulla maggior parte delle monete, si mantenne tenacemente fino all’invasione dei Vandali, quando ne fu distrutto il tempio. Tanit, importante dea cartaginese, e i suoi attributi La dea cartaginese Tanit aveva potere sul sole, sulla luna e le stelle; era dea dell’acqua dolce e del piacere.  Poiché la luna è mutevole nelle sue fasi, le vennero attribuite  anche denominazioni antitetiche quali dea dell’Amore e della Morte, Creatrice e Distruttrice.  La palma era il suo albero, espressioni della sua forza in terra erano il serpente, la colomba, il leone e i pesci, l’uva e il melograno. Proprio perché eccezionale, alcune tradizioni la dipingono come androgina, con una lancia in mano mentre guida un carro, in modo da racchiudere in sé il maschile e il femminile e superarli. Nella mitologia fenicia era assimilata ad Astarte, la dea madre. Nella religione greca, era paragonata ad Afrodite, ad Artemide ed a Demetra, dea delle messi e dei raccolti. Nella lingua egizia il nome Tanit potrebbe essere letto come “Terra di Neith” e Neith era una divinità legata anche alla guerra. Nell’accezione romana di Caelestis Dea è dea della fecondità. Verrà identificata anche dai cristiani come Lilith, la Luna nera dei Semiti, demone infernale e protettore delle streghe, a testimonianza della persistenza del culto lunare fino al Medioevo. Raffigurazione La raffigurazione della dea cartaginese Tanit può essere studiata secondo due direttive: quella antropomorfa e quella simbolica. La prima è espressa da statuette che la rappresentano come una donna nuda che si stringe i seni o appare talvolta su un trono, un carro e, in epoca romana, cavalcante un leone.  La seconda è costituita da un disegno, in cui sono combinati un triangolo equilatero, una linea orizzontale e un disco. Nel sito archeologico di Thinissut, nei pressi della città di Bir Bouregba, nel 1908 è stata rinvenuta una statua in terracotta raffigurante […]

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