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Eroica Fenice

Libri

Il mistero di Ash: nulla è come sembra nel romanzo di Victoria M. Shyller

Il mistero di Ash: recensione del romanzo gotico-horror di Victoria M. Shyller pubblicato dalla casa editrice Segreti in giallo Edizioni Ci sono storie che ti irretiscono dalla prima frase, ti succhiamo dentro alla narrazione e ti tengono incollato alle parole, che si susseguono pagina dopo pagina sui fogli, fino a quando l’aspettativa del lettore non viene saziata, fino a quando la parola “fine” non spunta per far placare la mente, calmare il battito, frenare la tensione che la lettura ha provocato. Quando ci si imbatte in una di queste storie, il racconto diventa parte del lettore e quest’ultimo entra nelle sue pagine, soffre delle pene dei personaggi, gioisce delle loro fortune. Quando ci si imbatte in una di queste storie, si annulla magicamente la barriera tra scritto e reale, tra fantasia e concreto ed il racconto diventa espressione di quel bisogno di condivisione e di comunicazione insito nella scrittura. Il mistero di Ash, primo capitolo della serie a puntate Le indagini paranormali di Fedor Chestel, dell’autrice Victoria M. Shyller, pubblicato il 23 febbraio di quest’anno da Segreti in giallo Edizioni, riesce a fare tutto questo. Dall’incipit di questo racconto gotico-horror, le cui vicende, ambientate in uno sperduto villaggio delle terre di Kenter, Ash, in un tempo indefinito, sembrano tingersi di paranormale man mano che si procede nella lettura, ci ritroviamo a seguire le indagini di due investigatori, dalle personalità opposte ma complementari, Fedor Chestel e Delvin Fraser, che dovranno far luce sugli inspiegabili omicidi di tredici bambine in soli sette giorni, arco temporale massimo concesso loro dal Governatore che li ha inviati sul posto. Il mistero di Ash: uno sguardo più da vicino Questo primo racconto, che riporta i primi sei capitoli della saga, risponde in maniera eccellente alla necessità di catturare il lettore e lo fa con un chiaroscuro a tinte fosche e segreti sepolti. La brutalità degli omicidi, resa perfettamente dalle descrizioni essenziali e folgoranti dell’autrice, appare ancora più cupa e macabra perché si abbatte su quello che c’è di più puro e candido, l’innocenza, ed è questo un altro tassello che sembra impossibile da collocare nel mosaico disordinato della vicenda. Il villaggio sembra sprofondato in un inferno, incapace di  risollevarsi o forse connivente con il mostro che sembra divorarlo dall’interno. La pioggia incessante che cade su Ash, inoltre, fastidiosa e portatrice di disgrazie, sembra mettere continuamente in allerta i due agenti, suggerendo loro di allontanarsi dal borgo ed evitare di svelare reconditi segreti rimasti seppelliti fino a quel momento. Fedor e Delvin, nel loro modo di essere così come negli atteggiamenti e nelle metodologie di indagine, non potrebbero essere più diversi: tormentato ma in qualche modo logico, empatico il primo, perseguitato da continue emicranie e visioni ambigue, che lo condurranno a mettere in discussione tutte le sue certezze anziché sbrogliare la matassa;  impulsivo, irritabile ed impetuoso il secondo, l’amico fraterno Delvin, che completa con la sua concretezza l’ambiguità di Fedor. I due agenti sembrano brancolare nel buio: la loro frustrazione, dovuta al fatto che ogni sospetto sembra condurre nel nulla, […]

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Culturalmente

Profumo di passato: un prequel per Miss Book

Profumo di passato è un viaggio last minute in un’epoca lontana in cui si percepisce improvvisamente un guizzo di vita che sembra investirti… e poi tutto resta sospeso, aperto, indefinito. Un prequel. Profumo di passato è un prequel, un preludio ad un nuovo romanzo, che si affianca a quelli finora pubblicati da Jane Rose Caruso, che da qualche anno ormai ha iniziato a raccontare le magiche avventure di una guaritrice dell’anima, Miss Garnette Catharine Book, una scanzonata ed anziana detective, a metà tra Agatha Christie e Jessica Fletcher de “La signora in giallo”. La donna, tra infusi e prelibati manicaretti, risolve le vicende più bizzarre che accadono nel suo amato paesino della campagna inglese, che si affaccia sul mare ed è circondato da prati pieni di lavanda e fiori di camomilla, Beltroy. Questa contea è invisibile ai più e non c’era da aspettarsi null’altro dal paese di Miss Book: solo chi conserva ancora la scintilla dell’amore, solo le anime vere riescono a raggiungere Beltory. Profumo di passato: un prequel delle avventure di Miss Book Profumo di passato narra le vicende della nonna di Miss Book, Mrs Garnette Catharine Bigshop, erborista, donna altrettanto speciale come la nipote, da cui quest’ultima ha ereditato la capacità innata di risolvere misteri e di curare i malanni dell’anima, la quale giunge a Beltory subito dopo le nozze con Mr Stephen Scott Book, di cui è profondamente innamorata. Beltory è un luogo idilliaco, sospeso nel tempo, nei colori, nel calore dei suoi abitanti ma un’epidemia improvvisa lo manda in tumulto, costringendo Mrs Bigshop a nascondersi presso la famiglia del marito in quanto proprio gli abitanti della cittadina, spaventati e in preda ad insensati pregiudizi, iniziano ad accusarla della diffusione della malattia. Da qui l’inizio delle sue avventure, che Jane Rose Caruso svelerà in una prossima uscita, intitolata Morte al convento. Jane Rose Caruso: una penna, un personaggio, un sogno “Una fotografa di emozioni, una realizzatrice di sogni”. Così definisce il personaggio di Jane Rose Caruso il suo alter ego e creatrice, Rosa Caruso. Vulcano dirompente di creatività e di iniziativa, Rosa Caruso nasce come blogger letteraria con “La Fenice” dove tratta di tutto ciò che l’appassiona. Apre una libreria, “La Fenice” nel paese natio, Telese terme (Bn), dove incontra la giornalista Maria Grazia Porceddu, con cui da quattro mesi ha deciso di aprire la casa editrice Segreti in giallo Edizioni. Intanto la sua carriera letteraria esplode. Con la firma di Jane Rose Caruso, rielabora un manoscritto del 2015, Spezie & Desideri, e lo pubblica nel 2018. Il libro è un affresco british, strutturato come un diario, che narra le storie di Miss Garnette Catharine Book. Seguono la novella Un thè alla zucca, il secondo volume della saga di Miss Book Strenne e cannella ed infine Rum e segreti, raccolti successivamente nel volume unico “Miss Garnette Catharine Book”, edito da Literary Romance. Non contenta, a queste “favole per adulti”, decide di affiancare anche la scrittura di tre favole, dando avvio alla collana delle “Fiabe della foresta incantata” […]

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Libri

Segreti in giallo Edizioni: intervista ad una casa editrice emergente

Segreti in giallo Edizioni è una piccola, originale casa editrice di recentissima costituzione dal debutto molto promettente che, avviata in una cittadina sannita, ha da subito agito pensando in grande Nonostante l’editoria sia spesso un settore che spaventa, ci sono ancora persone che credono nella cultura, nella diffusione di nuove penne, di nuove visioni, di nuove voci e che vanno controcorrente portando non solo nuovi autori al grande pubblico ma scegliendoli anche di nicchia. Questo è appunto il caso di Segreti in giallo Edizioni, che dice di sé «Facciamo parte di quella realtà editoriale che si differenzia dalla massa. Siamo enigmatici, segreti e diversi. Qui troverete libri che vi sorprenderanno!». Ma chi c’è dietro la farfalla gialla, logo di questa peculiare casa editrice? Abbiamo incontrato Rosa Caruso e Maria Grazia Porceddu, direttrici editoriali di Segreti in giallo Edizioni, per una chiacchierata tra appassionate di libri. Intervista a Segreti in giallo Edizioni Come e quando è nato il progetto di Segreti in giallo Edizioni? L’idea nasce anni addietro, quando ci siamo conosciute e siamo diventate amiche. Condividevamo molte idee e progetti e ci accomunava l’amore per i libri. A un certo punto i nostri percorsi professionali si sono divisi per poi rincontrarsi poco più di un anno fa. L’idea di realizzare un progetto editoriale era sempre lì, nel cassetto di entrambe, e così lo abbiamo tirato fuori. Ed eccoci qui. A febbraio è nata la collana editoriale Segreti in giallo Edizioni.  Chi siete? Come vi siete conosciute? Quali esperienze e lavori pregressi vi hanno portato alla decisione di aprire una casa editrice, iniziando questo progetto a 4 mani? Rosa: Io sono una blogger. Sono stata una delle prime a sperimentare, in forma professionale, quella che oggi è una figura molto diffusa. Dirigo da dieci anni il blog “La Fenice“, che si occupa di libri e di cultura a trecentosessanta gradi. Ma faccio tantissime altre cose. Sono una creativa, mi occupo di grafica e sono autrice di libri e anche di favole per bambini. Lavoro e ho diverse collaborazioni da anni nel mondo dell’editoria e per me fondare questa collana editoriale è stata una naturale evoluzione del mio percorso professionale. Anni addietro ho aperto una libreria nella cittadina dove vivevo ed è stato proprio nella mia libreria che ho conosciuto Maria Grazia. Maria Grazia: Sì, è così. Un segno del destino. Ho cominciato a frequentare la sua libreria e da lì ci siamo conosciute e siamo diventate amiche sulla base dei diversi punti in comune. Io sono una giornalista. Ho sempre amato la lettura e la scrittura. Nel mio percorso professionale ho realizzato tantissime presentazioni di libri e autori. Ho collaborato per anni con diverse testate locali, poi mi sono dedicata agli uffici stampa e al mio amore per il cinema. Ora ho un mio blog dove parlo dei miei progetti e delle mie passioni e ho da poco fondato un blog magazine culturale in cui riverso la mia propensione al “nero” delle cose, così come amo dire. Possiamo quindi sintetizzare dicendo che […]

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Cinema e Serie tv

Sabine De Barra: la giardiniera del Re Sole

Sabine De Barra: un personaggio che anticipa la storia Cosa accadrebbe se un architetto di paesaggi, figlio di un famoso giardiniere di corte, per cui “anche l’anarchia è agli ordini del Re e il caos deve attenersi al bilancio” ricevesse dal suo sovrano l’incarico di realizzare i giardini di Versailles, “una finestra sulla perfezione, così le persone potranno vedere il meglio di loro stessi”, dove sta per trasferirsi il Re Sole con la sua corte? Cosa accadrebbe se il Re chiedesse a questo architetto, cresciuto a pane e classicismo, qualcosa di diverso, qualcosa che si allontanasse dalla placida monotonia del già visto e che offrisse un diletto con cui colmare il vuoto offerto dalla corte reale? Cosa accadrebbe se la scrivania di questo architetto, sfinito dal paragone con l’illustre genitore, dalla fretta, dal bilancio reale e da un matrimonio imposto in cui si pretende la sua fedeltà senza riceverla in cambio, fosse presa d’assalto da progetti che ripropongono solo ed esclusivamente la stessa cosa: ordine? E se poi arrivasse lei, Sabine De Barra. Il caos? Con questa premessa prende il via la pellicola di Alan Rickman Le regole del caos del 2014, basata su fatti parzialmente accaduti alla corte del Re Sole, per imbastire una storia che va al di là della semplice vicenda d’amore tra i due personaggi principali, per mettere in gioco le coincidenze degli opposti ma, soprattutto, per celebrare lei, la regina indiscussa della pellicola, su cui si regge tutta la dinamica narrativa, con tutti i risvolti interpretativi possibili: Sabine De Barra. Le regole del caos: la trama Anno 1682. L’architetto di paesaggi André Le Nôtre è l’artista a capo dei lavori per la realizzazione dei giardini di Versailles. Gli resta l’ultimo da assegnare, quello che in seguito verrà conosciuto come il Bosquet de Rocailles, una sala da ballo a cielo aperto con fontane e giochi d’acqua, storicamente realizzata dallo stesso Le Nôtre tra il 1680 ed il 1683. Tra i vari candidati, decide di commissionare questo “giardino delle rocce” a una paesaggista inconsueta, Sabine De Barra, che lo colpisce proprio perché profondamente diversa da tutti gli altri, con la segreta speranza di presentare al Re Sole una contaminazione di idee così diverse dal classicismo da sbalordire il Re, l’intera corte dell’epoca e le generazioni future. Il lavoro gomito e gomito, la complicità, la scoperta della personalità dell’altro, in una cornice quale può essere la sontuosa ricostruzione storica della corte di Versailles, con un Luigi XIV ormai stanco, invecchiato e soverchiato dalle formalità da lui rese modo di vivere, guideranno i due personaggi in una storia d’amore, movimentata dagli intrighi della moglie gelosa di Le Nôtre, dalla confusione di Sabine De Barra, che dovrà districarsi a corte, dal suo bizzarro incontro con il re in persona in un anonimo vivaio dove le regole sociali verranno per un momento abbattute e dalla passione che questa donna tormentata mette nel suo lavoro. La cornice storica André Le Nôtre, nato a Parigi nel 1613 e morto nella capitale francese nel 1700, è considerato il creatore del giardino […]

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Culturalmente

Yggdrasil: l’albero cosmico della mitologia norrena

Yggdrasil: un viaggio nella mitologia nordica per scoprire l’albero che sostiene l’Universo «So che un frassino s’erge Yggdrasill lo chiamano, alto tronco lambito d’acqua bianca di argilla. Di là vengono le rugiade che piovono nelle valli. Sempre s’erge verde su Urðarbrunnr» (Edda poetica, raccolta di poemi norreni, Völuspá) Yggdrasil rappresenta la figura, carica di significati ancestrali, dell’Albero Cosmico. Comune a differenti culture, in quanto iconica rappresentazione dell’Universo e della Conoscenza, nella mitologia nordica è indicato come un grande frassino, che si erge al centro dell’Universo, come testimonia anche il primo e più famoso poema dell’Edda poetica, Vǫluspá. Seguendo la versione di Rodolfo di Fulda, monaco benedettino del IX secolo, che lo definisce Irminsul, si tratterebbe, invece, di un tasso o una quercia. Indica, in ogni caso, l’asse del mondo che unisce cielo e terra, simbolo sempreverde dell’eterno fluire della vita attraverso i vari strati dell’esistenza, con una chioma rigogliosa senza fine, radici profonde ed un tronco collegato alla Terra di Mezzo, sede dei mortali, per mezzo di Bifrost, il ponte dell’arcobaleno, vigilato dal dio Heimdallr. L’etimologia del nome richiama una leggenda che vede protagonisti l’albero di Yggdrasil ed il padre degli dèi norreni, Odino. Secondo la tradizione, il dio si appese per nove giorni e nove notti ad uno dei rami dell’albero cosmico, trafitto da una lancia, al fine di impossessarsi del significato e del potere delle rune, sacrificando, dunque, “sé stesso a sé stesso” ma col tempo in suo onore a questo albero vennero presto impiccate vittime sacrificali: da qui l’origine del nome che significa “cavallo di Yggr“, intendendo cavallo come metafora per forca/patibolo, mentre Yggr come uno dei tanti nomi di Óðinn/Odino. Possente metafora del bene e del male, dell’universo concepito come essere organico, rappresenta dunque il cosmo e la sua origine, crescita e rigenerazione. Altro nome con cui è conosciuto Yggdrasil è Mímameiðr (“albero di Mími“) e forse si identifica con Léraðr, l’albero che sorge di fronte al Valhalla. I nove mondi dell’Universo norreno e le radici di Yggdrasil Immenso nella sua maestosità, Yggdrasill attraversa i nove mondi che costituiscono il cosmo nordico, a cominciare da “Asgardh/Ásaheimr” dimora degli Asi, principale famiglia di dèi, e dal “Vanaheim/Vanaheimr” dove dimorano le divinità primigenie, i Vani. Percorre il mondo degli Elfi chiari, “Álfheimr/Ljosalfar”, e di quelli oscuri, “Svartálfaheim/Dokkalfar”, nei cui sotterranei dimorano anche i nani, prosegue verso la terra di mezzo “Midgard/Miðgarðr“, regno dei mortali, collegato ad Asgardh tramite Bifrost, fino a spingersi agli estremi confini del mondo nello “Jötunheim/Jǫtunheimr/Utgard” dove imperano i giganti (Jǫtunn). Alla fine scende fin negli abissi di “Muspellheim” dove dominano le forze del male e del fuoco, passando per “Niflheim/Niflheimr” la regione delle nebbie perenni o del ghiaccio primordiale e per il Helheimr, il mondo dei morti. Ai suoi piedi, tre enormi radici. La prima collega l’albero ad Asgardh, dove si trova anche la fonte di Udhr/Urðr, presso cui si riuniscono gli Asi per i loro consigli quotidiani e dove vivono le tre Nornir/Norne, divinità, simili alle Parche della mitologia greca, che intagliano rune su tavolette di legno, tessendo la trama della vita di uomini e […]

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Culturalmente

Tradizioni italiane: dalle più particolari alle più famose

Tradizioni italiane: disamina dalle più particolari alle più famose Il nostro Paese è un crogiolo di cultura, storia, arte, bellezze, che resta vivo, di generazione in generazione, attraverso la trasmissione delle nostre tradizioni, molto più che semplici usi e costumi di una determinata popolazione ma fiamme che tengono in vita l’essenza stessa della nostra appartenenza ad un luogo, ad un popolo, autorità superiori, eredità sussurrata dalle voci lontane del nostro passato che si riflettono in quello che siamo oggi. Etimologicamente, il termine tradizione deriva dal verbo latino tràdere = consegnare, tramandare ed indica la trasmissione nel tempo di una memoria condivisa da un gruppo umano, che coinvolge eventi sociali o storici, usanze, ritualità, miti e credenze religiose. Tante sono le tradizioni locali che abbracciano lo stivale. Alcune sono molto conosciute, altre più di nicchia, alcune goliardiche, altre ancora gravi. Abbiamo cercato di fare una disamina di quelle più particolari, senza dimenticare di citare le tradizioni italiane più caratteristiche. La top 5 delle tradizioni più particolari d’Italia Lo scoppio del carro di Firenze Ogni anno la Pasqua fiorentina viene celebrata facendo rivivere una cerimonia che risale addirittura ai lontani tempi della prima crociata. Il “Brindellone”, una torre pirotecnica posizionata su un carro, che riprende un elaborato carro costruito nel 1622, viene condotto da due coppie di buoi ornati con ghirlande per tutto il centro storico,  fino a raggiungere la zona tra il Battistero di San Giovanni e la Cattedrale di Santa Maria del Fiore. Al suo seguito percussionisti, sbandieratori e personaggi vestiti con costumi d’epoca, con funzionari della città e rappresentanti del clero. Durante la funzione religiosa, al canto del Gloria, l’arcivescovo accende dall’altare del duomo un razzo a forma di colomba, la “Colombina”, che, tramite un meccanismo a fune, percorre tutta la navata centrale della chiesa e raggiunge il carro situato all’esterno, in modo da farlo scoppiare. Se i fuochi d’artificio del carro si accenderanno senza intoppi, garantiranno, come vuole la tradizione, un anno fortunato. Il padellone di Camogli Da un’idea dell’avvocato Filippo Degregori, la sagra del pesce di Camogli (Ge), assolutamente da non perdere, si festeggia la seconda domenica di maggio e la prima edizione si tenne nel 1952. I festeggiamenti hanno luogo in Piazza Colombo, la piazza del porticciolo, dove viene allestita una gigantesca padella in acciaio inossidabile dal peso di 28 tonnellate, con un diametro di 4 metri e una maniglia di 6 metri, per celebrare la protagonista indiscussa della sagra: la frittura di pesce. Per tutto il giorno, vengono preparate e distribuite gratuitamente a tutti i partecipanti circa 30.000 porzioni di frittura, per un totale di circa tre tonnellate di pesce fresco e 3.000 litri di olio consumati. Il “padellone”, grazie a questa festa sicuramente senza eguali sul territorio, è divenuto simbolo della città di Camogli. La Bataille de Reines La Bataille de Reines (battaglia delle regine) fa parte, a furor di popolo, della storia valdostana, richiamando da anni una grande partecipazione di pubblico, tra appassionati e turisti. Le regine della battaglia sono… le vacche alpine, tra cui la valdostana pezzata nera e castana e la Hérens del Vallese, che […]

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Libri

Classifica dei libri più venduti nel 2019

Classifica dei libri più venduti nel 2019: la nostra top 10! Se è vero quel che sosteneva Daniel Pennac, ossia che “Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso”, in un periodo come questo, quando il tempo scorre lentamente e i giorni si susseguono simili nella loro diversità, la pagina di un libro può essere davvero il tuo migliore amico, l’antidoto alla noia, alla preoccupazione che corrode, allo zapping deleterio, al sonno schiavizzante, alla dieta del “prendere peso”. E così, uno sguardo ai libri più venduti, più stimolanti del 2019 può essere un buon punto di partenza per attivarsi e dare uno slancio alternativo ad un presente forzato, monotono e privo di stimoli. Uno sguardo da vicino alla classifica dei libri più venduti nel 2019 1. I leoni di Sicilia Per gli appassionati, il 2019 ha visto “I leoni di Sicilia” di Stefania Auci dimorare di frequente in cima al podio della classifica delle vendite. Il primo volume della saga dei Florio, dalla sua pubblicazione lo scorso maggio da Editrice Nord, continua ad essere il best seller 2019 per eccellenza, incantando il pubblico tra le vicende, che si svolgono nell’arco temporale che va dal 1799 al 1868, dei Florio, famiglia calabrese che arriva a Palermo e che, con fatica ed ostinazione, riesce ad emergere e a diventare facoltosa e potente. Il pubblico è ora in attesa del secondo capitolo, a chiusura della saga familiare, e dell’adattamento televisivo, che si prevede imminente. 2. Il cuoco dell’Alcyon Al secondo posto troviamo, invece, un nuovo appuntamento con la saga del Commissario Montalbano, firmato Andrea Camilleri e pubblicato a maggio da Sellerio. Successo confermato dal riscontro collezionato nel corso degli anni dall’autore, che è stato anche sceneggiatore, regista e drammaturgo, le cui opere, oltre ad esser state trasposte cinematograficamente con la serie tv che vede Luca Zingaretti vestire i panni di Moltalbano, sono state tradotte in moltissime lingue per milioni di copie vendute. La scomparsa di Camilleri, inoltre, ha dato a malincuore ulteriore slancio alla curiosità e all’interesse nei confronti della sua opera, come spesso si registra in questi casi. 3. La vita bugiarda degli adulti Elena Ferrante non abbandona il podio, nonostante questo suo ultimo romanzo sia stato pubblicato, diversamente dai primi due, il 7 novembre, da Edizioni E/O, mettendo, dunque, in conto alcuni mesi in meno in termini di vendite. Il romanzo, sebbene non legato alla quadrilogia de “L’amica geniale”, ne conserva alcuni tratti comuni, come l’ambientazione partenopea e la protagonista femminile, Giovanna, alla ricerca di un nuovo volto, dopo quello felice dell’infanzia, in un romanzo di formazione che getta l’amo ad una nuova saga, destinata a riscuotere successo come quella di Lenù e di Lila. 4. Una gran voglia di vivere Tornato in libreria a ottobre con Mondadori, Fabio Volo riesce con il suo ultimo racconto a conquistare poco a poco il quarto posto nella classifica dei libri più venduti nel 2019. Ancora l’amore, con le sue crisi, con le sue crepe, con le sue contraddizioni, i suoi lenti silenzi. […]

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Culturalmente

Nižinskij: il genio della danza, autore de Il Diario

Vaslav Nižinskij  (o Nijinsky) è un mito della danza, ballerino e coreografo ricordato per la sua genialità trasformatasi poi in pazzia, in una ricerca maniacale di dialogo con Dio. Considerato uno dei ballerini più dotati della storia, uno degli esseri più osannati e idolatrati d’Europa, divenne celebre per la sua straordinaria leggerezza e la sua prodigiosa elevazione. Entrambe divenute leggendarie. Vaclav Fomič Nižinskij nacque a Kiev il 28 dicembre 1889. Durante una tournée dei genitori di origine polacca emigrati in Ucraina, anch’essi ballerini, venne definito con una iperbole che rispecchia la sua vita: “il genio della danza”. Nonostante un’infanzia povera e segnata dagli stenti, venne accolto nella scuola di ballo imperiale di San Pietroburgo. Assieme a lui era la sorella Bronislava Nižinskaja, che lo seguì per parte della sua carriera, diventando anch’essa grande ballerina e coreografa. Nel 1907 superò il durissimo esame e venne accolto nel Balletto Imperiale. Il punto di svolta nella vita di Nižinskij fu il suo incontro con Sergej Djagilev, membro dell’élite di San Pietroburgo, che promuoveva le arti visive e musicali russe all’estero. Nižinskij e Djagilev diventarono amanti e il ricco mecenate prese in mano la direzione della carriera artistica di Nižinskij. Nel 1909 ballò in una elaborazione orchestrale delle musiche di Chopin, la Chopiniana, e si recò a Parigi con la compagnia di ballo messa insieme da Diaghilev, Les Ballets Russes, che il coreografo Michel Fokine renderà una delle più famose dell’epoca, dove danzò nei balletti Le Papillon d’Armide, Cleopatre e nel divertissement Le Festin. Un anno dopo, si esibì in Giselle a San Pietroburgo con Anna Pawlowa e nei balletti Il carnevale e Shéhérazade. Divenne membro fisso della compagnia di Djagilev, le cui realizzazioni furono da quel momento centrate sulle sue capacità. Fu così protagonista dei nuovi allestimenti di Fokine, Le Spectre de la rose, Petruška, Les Orientales. In autunno la compagnia fu ospite a Londra con un’edizione in due atti de Il Lago dei Cigni. Col supporto e l’incoraggiamento di Djagilev, che ne intuì da subito il potenziale nel settore, Nižinskij iniziò a lavorare egli stesso come coreografo e produsse tre balletti, Il pomeriggio di un fauno (L’après-midi d’un faune), Jeux, su musica di Claude Debussy, e La sagra della primavera, su musica di Stravinskij. Nei suoi spettacoli Nižinskij si allontanò dallo stile del balletto dell’epoca introducendo radicali movimenti angolari, figure plastiche inedite, nuove posizioni degli arti. Queste novità causarono disordini al teatro degli Champs-Élysées quando La sagra della primavera debuttò a Parigi il 29 maggio 1913 ma dopo lo stupore, anzi lo scandalo iniziale, s’imposero sul pubblico. In quell’anno la compagnia de Les Ballets Russes partì per un tour in America del Sud senza Djagilev. Galeotto fu questo viaggio, in cui Nižinskij conobbe e successivamente sposò a Buenos Aires Romola de Pulszky, una contessa ungherese. Romola è stata successivamente criticata per le maniere pragmatiche e decise che spesso si scontravano con la natura sensibile dell’artista: molti videro in questo un contributo allo scivolamento di Nižinskij nella follia. Nel suo Diario Nižinskij annotò che “mia moglie è una stella che non splende…“. Al ritorno in Europa furono immediatamente licenziati da Djagilev in preda alla gelosia. Nižinskij cercò di fondare una propria compagnia […]

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Cinema e Serie tv

Film psicologici da non perdere: la nostra top 10!

La top 10 dei film psicologici da non perdere! I film fanno ormai parte della nostra esistenza e riflettono, divertono, indagano, commuovono, turbano lo spettatore che, incollato allo schermo, non cessa di scegliere le pellicole cinematografiche per trascorrere il proprio tempo, coccolarsi, divertirsi, crescere. La psiche umana, e in particolare i suoi meandri più nascosti, sono da sempre fonte di inesauribile curiosità e fascino, non solo per gli specialisti del settore ma anche per tutta una serie di appassionati e curiosi. E, nell’indagare proprio la psiche umana, dove non arrivano gli studi accademici, arriva il cinema che, con i suoi film psicologici, arricchisce la trama con ingredienti narrativi che spesso creano capolavori. In alcuni di questi film è proprio la psiche ad essere protagonista, mentre in altri la vicenda si svolge intorno a personalità complesse, difficili,  spesso controverse o con proprio disturbi. Ecco dieci fra i migliori film psicologici, assolutamente da vedere! 1) Il silenzio degli innocenti Il silenzio degli innocenti è uno dei film psicologici più famosi della storia del cinema. Diretto nel 1991 da Jonathan Demme, vinse cinque premi Oscar, narrando la storia di Clarice Starling (Jodie Foster), una studentessa modello che vorrebbe entrare nell’FBI, che viene mandata dal suo capo a parlare con il dottor Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), segregato in una cella di massima sicurezza per aver aggredito e divorato alcuni suoi pazienti. Clarice deve convincere il dottore a darle indizi su un caso che terrorizza il paese: Buffalo Bill, un misterioso serial killer, uccide e scuoia delle ragazze per poi abbandonarne i cadaveri. Intuendo le sofferenze passate della giovane agente, tuttavia, Lecter fa un patto con lei: l’aiuterà con l’indagine in cambio di un viaggio nei suoi ricordi più intimi e tormentati. Tra i due si verrà quindi a creare una forte intimità psicologica, comunicata soprattutto attraverso lo sguardo, vero protagonista della pellicola. Questo ambiguo legame se da un lato conquista ed incuriosisce lo spettatore, dall’altro lo turba per la sua stranezza. 2) Arancia meccanica Considerato da molti come il “film psicologico per eccellenza”, questa pellicola del 1971 di Stanley Kubrick è basata sull’omonimo romanzo di Anthony Burgess, scritto nel 1962. Non è per tutti i gusti ma, ad oggi, risulta scioccante esattamente come negli anni della sua uscita. Ambientato in una società distopica segnata da un’escalation di violenza giovanile, Arancia meccanica nasconde la satira sociale dietro oscenità di ogni genere, polemizza con lo Stato, accentua l’ossessione erotica, trasfigura l’arte e coinvolge numerosi disturbi mentali. Non è un caso che Buñuel abbia definito Arancia Meccanica come «l’unico film in grado di spiegare davvero cosa sia il mondo moderno».  Alex DeLarge (Malcolm McDowell) è il leader di una banda criminale, i Drughi, con i quali si diverte a compiere furti, gravi aggressioni e violenze anche di carattere sessuale. Quando viene arrestato, Alex sceglierà di sottoporsi ad un innovativo programma di “rieducazione” della durata di due settimane: il trattamento Ludovico, che però non sortirà l’effetto desiderato fino in fondo. 3) Shining Shining, film di Stanley Kubrick del 1980, è un horror inquietante, che gioca tutto sulla pura psicologica, in […]

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Comunicati stampa

O’ Pizzaiuolo di Sergio Miccù: presentazione a LaFeltrinelli di Napoli

Il 17 gennaio a LaFeltrinelli di Piazza dei Martiri sarà presentato, alle ore 17, il libro “O’ Pizzaiuolo” scritto da Sergio Miccù, presidente dell’Associazione Pizzaiuoli Napoletani (APN), edizione GM Press. Un volume, questo, dedicato alla professione strettamente napoletana del pizzaiolo, riconosciuta come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 2017. Quaranta storie a cui si affiancano volti e aneddoti di uomini e donne eredi della Napoli ante guerra, pizzaioli da generazioni, ragazzi cresciuti impastando, con vite trascorse, il più delle volte, tra i banconi delle pizze più che tra i banchi di scuola, con notti insonni passate a far crescere “la pasta” tra sacchi di farina e stenti. L’evento, moderato dalla scrittrice Francesca Scotto, vedrà la partecipazione, accanto all’autore Sergio Miccù, di Giuseppe Branca, editore GM press, e importanti Bookblogger, che diffonderanno l’evento attraverso dirette social in modo da raggiungere decine di migliaia di utenti contemporaneamente, tra i quali Emanuele Bosso (circa 9mila follower attivi su Instagram). A raccontarci la nascita, i segreti e i volti di chi vive ogni giorno l’arte della pizza in Italia e nel mondo le letture dell’attrice Enza Palumbo. O’ Pizzaiuolo è un dialogo a più voci, ma in una lingua sola: quella del pizzaiuolo. Un viaggio che percorre quaranta tappe per conoscere da vicino come nasce il prodotto culinario più famoso al mondo, attraverso aneddoti e storie di successo raccontate da importanti pizzaioli napoletani, i luoghi in cui questo pregiato prodotto della cucina campana vede la luce, gli ingredienti speciali con cui ogni piatto viene realizzato e, ovviamente, le ricette particolari che rendono ogni pizza unica nel suo genere. Un racconto in cui ogni pizzaiolo si è ritrovato con l’altro rispecchiandosi nella stessa realtà, sebbene ognuno con i propri ricordi familiari e le proprie emozioni. Nel libro O’ Pizzaiuolo, Sergio Miccù rivendica la dignità di un mestiere, quello del pizzaiuolo, da due anni riconosciuto come arte, sebbene non ancora asceso al rango di professione riconosciuta dallo Stato, il cui ruolo è da sempre contribuire, aldilà degli stereotipi, alla crescita di Napoli nel mondo. Di fatti il ricavato del libro andrà all’Associazione I Sedili di Napoli per contribuire al restauro di Santa Maria Stella Maris, una delle tante chiese abbandonate ubicate ai Decumani nello straordinario Centro Storico di Napoli. Alla presentazione saranno inoltre presenti gli sponsor Antimo Caputo (Mulino Caputo), Giuseppe Russo Krauss (Ideatore Scugnizzo Napoletano), Raffaele Maiello (Caseificio Orchidea), Antonello Sorrentino (Sorì), Marco D’Annibale (G Metal), Lino Cutolo (Ciao Pomodoro), Diego Rubino (Inpact).    

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Culturalmente

Endimione: il giovane stretto nel sonno dalla Luna

Endimione e Selene incarnano, con la loro storia, uno degli episodi più delicati e toccanti della mitologia classica. Una grande storia d’amore, di quelle che lasciano l’amaro in bocca ma che non esitano a gettare, nel cuore di ognuno, un germe di speranza per cui i due protagonisti si possano, un giorno, ricongiungere nuovamente per vivere il loro amore in maniera totale e senza ostacoli. Mitologia di un amore Lei, dea della luna piena, diversamente da Artemide, che è personificazione della luna crescente, e da Ecate, la luna calante. Figlia dei Titani Iperione e Teia, Selene era sorella di Elios, il Sole, e di Eos, l’Aurora. Il suo culto si diffuse soprattutto in Elide ma, con il tempo, venne associata, per alcuni aspetti, ad Artemide-Diana, dea della caccia legata alla Luna e sorella di Apollo, dio del Sole. I romani la chiamavano semplicemente Luna e le avevano dedicato due templi, uno sull’Aventino e l’altro sul Palatino. Iniziava il suo tragitto nel cielo nel preciso istante in cui tramontava il Sole, suo fratello. Percorreva la volta celeste su un carro trainato da cavalli bianchi, oppure su un toro, un mulo o un cervo, secondo le diverse tradizioni del mito. Endimione (in greco antico: Ἐνδυμίων, Endymíōn), invece, è un personaggio della mitologia greca di dubbia identità, a seconda delle regioni da cui provenivano le fonti, con varie storie e vari miti che riportano il suo nome, riconducendolo, sempre, a lei, a Selene. Il suo nome significa “uno che si trova dentro”, stretto dalla sua amante. Il nome è anche riconducibile a ἐνδύ(ν)ω, che significa “mi rivesto”, “entro dentro”, “mi immergo“. Alcune fonti lo ritengono figlio di Etlio e di Calice. Secondo queste versioni, sposò la naiade Ifianassa da cui ebbe Etolo, Peone ed Epeo ed una figlia di nome Euricida. Secondo Pausania il nome della moglie era diverso e poteva essere Asterodia, Cromia od anche Hyperippe. Egli, per alcuni, è un pastore dell’Anatolia che porta spesso a pascolare il suo gregge nelle valli ai piedi del monte Latmio, nella Caria, un cacciatore della tribù degli Eoli per altri o, come è riportato ne La Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro,  un condottiero, di origine carica ed eolico di razza, che strappò il trono a Climeno, come narra Pausania nella sua Periegesi della Grecia, aggiungendo che lì era conservata una sua statua nel tesoro di Metaponto, e che usava spesso addormentarsi ai piedi di un monte, divenendo  quel principe che si diceva vivesse nella zona circostante dell’Elide. Endimione e Selene Secondo la versione più famosa, quella di Apollonio Rodio, una calda notte d’estate, il giovane Endimione s’abbandonò al sonno in un boschetto del monte Latmio, al riparo dagli alberi. Qui un fascio di luce pallida illuminò il suo volto e Selene, che lo aveva scorto dal suo carro lunare, scese sulla terra per ammirarlo più da vicino. La dea s’innamorò perdutamente di quel giovane, e da allora, ogni notte, scendeva dal cielo per dormire accanto a lui finché si presentò a Zeus, chiedendogli di rendere immortale il suo giovane amante. Il padre degli dèi propose al ragazzo di scegliere tra una vita normale, senza […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Omaggio a Fellini: Benevento chiude la kermesse

L’”Omaggio a Fellini” si chiude col finissage della mostra fotografica dell’Accademia Julia Margaret Cameron, “Dialogo con la città”, nel Museo del Sannio, a Benevento. L’incontro, finale, per confrontarsi e ringraziare tutti coloro che hanno collaborato per realizzare una manifestazione, ideata e curata da Carmen Castiello, l’”Omaggio a Fellini”, che ha scaldato la città sannita nelle scorse settimane. Dapprima la visione del film La Strada di Fellini presso Palazzo Paolo V, la realizzazione dell’omonimo balletto al Teatro romano il 1 settembre, con la partecipazione della straordinaria Orchestra Filarmonica di Benevento, diretta dal M. Beatrice Venezi e dell’Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron, che ha curato la fotografia durante le prove generali dello spettacolo, il backstage della prima e gli scatti dello spettacolo. Le tre uscite fotografiche con l’Accademia e i ballerini della Compagnia Balletto di Benevento, all’alba, con la ballerina Odette Marucci, la Gelsomina del balletto La strada; nella scuola di danza di Carmen Castiello, con fotografie esposte nel foyer del Teatro romano, in occasione del balletto, e per le strade della città sannita, con la partecipazione del trombonista Alessandro Tedesco, del sassofonista Umberto Aucone e del fisarmonicista Flavio Feleppa, che hanno suonato musica dal vivo. Proprio tra gli scatti di quest’ultima uscita sono state selezionate le fotografie oggetto della mostra “Dialogo con la città”, con la direzione artistica di Rosanna De Cicco.  La signora della danza di Benevento amata dalla sua città «La musica di Nino Rota, che Fellini definiva perfetta, tanto era struggente – ha raccontato Carmen Castiello, emozionata nel raccontare la sua esperienza con l’Omaggio a Fellini, – ha contribuito a  metterci in gioco così tanto, che il pubblico, durante lo spettacolo, ha avvertito ed approvato perché noi abbiamo voluto parlare di una memoria bellissima, di un’Italia che non tornerà più. Il fatto che molte persone si siano commosse durante la messa in scena della processione mi fa capire che abbiamo bisogno di semplicità, di ritornare a quello che era un modo di vivere così bello, naturale, semplice; noi con la danza ci abbiamo provato! Unirsi poi con le altre realtà di Benevento credo sia stato proprio la nota vincente di questo spettacolo, perché si è creata una collaborazione bellissima ed in questo momento fare rete è una cosa fondamentale, così è nato l’”Omaggio a Fellini”, La strada, la nostra strada». «La presenza di Michele Salvezza è stata un punto di partenza perché, quando è stato visto il film, ci ha fatto scoprire delle cose che chi non è esperto di cinema non sa. Noi abbiamo fatto nostre le sue parole: abbiamo lavorato con La strada sull’impronta dell’emozione, senza ragionarci, tutto ciò che lui ci ha detto lo abbiamo messo sulla scena e la cosa bella è che il pubblico lo ha compreso e lo ha portato con sé» ha continuato la Castiello, ringraziando il film-maker Michele Salvezza. «L’approccio di Carmen Castiello è stato sicuramente giusto, d’altronde è stato lo stesso Fellini a dire che c’è bisogno ogni tanto di cercare di sentire; sentire in maniera molto personale, molto […]

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Riflessioni culturali

Azazel: enigmatico angelo caduto tra mistero e tradizione

Azazel è da sempre fonte di mistero, di curiosità, di interrogativi. Non è un caso se, ancora oggi, gli studiosi non sono ancora d’accordo su nessun aspetto che lo riguarda. Azazel, in aramaico רמשנאל, ebraico עזאזל, Aze’ezel, ‘ăzaz’ēl ed in arabo عزازل, Azazil, è un nome enigmatico citato nei testi sacri ebraici e in quelli apocrifi. Etimologia e morfologia L’etimologia è alquanto discussa: è presente nelle varianti Azael, Aziel, Asiel e anche con gli appellativi Rameel e Gadriel, in babilonese è detto anche Zazel, Samyaza, Samyazazel, Shamgaz, Shemyaza/Shamyaza/Shemihazah/Shamash in sumero Utu o Babbar, in accadiano Samas, Ashur in assiro. Il nome Azazel, con cui è diffuso maggiormente, si crede significhi “Colui che è più potente di Dio“, dall’ebraico ‘ăzaz (“è forte“), ed ’ēl, (“Dio“). Un’altra teoria usa ‘āzaz nella sua forma più metaforica di “sfrontato” o “impudente” e quindi “impudente verso Dio“. Altri studiosi sono convinti che le genesi del nome vada ricercata nella parola ebraica asasèl che a sua volta deriva da es, “capra”, e dal verbo asàl, “andarsene”, e che rimanda alla vicenda biblica del capro inviato nel deserto dal sommo sacerdote nel Giorno delle Espiazioni (Levitico XVI, 3-31). Ci troviamo, pertanto, catapultati nella dimensione dello spirituale, dell’occulto quando, per qualsivoglia motivo, ci imbattiamo nel nome “Azazel”. Come per il nome anche la fisionomia di Azazel, derivata da varie interpretazioni, è mutata nel corso degli anni. Nel Dictionnaire Infernal di J.A.S. Collin de Plancy (Parigi 1818), esso è rappresentato come un demone morfologicamente simile a un capro che impugna uno stendardo. Azazel: tradizioni e varianti Azazel è il “demone dei deserti” nella mitologia ittita, mesopotamica e mazdea ed è anche considerato nel satanismo spirituale il “dio della giustizia e della vendetta”, maestro di arti nere e protettore dei viaggiatori. Nella demonologia moderna, oltre ad essere il capo messaggero dell’armata infernale, è incaricato della sicurezza degli inferi. Si può dedurre, con cognizione di causa, che sia quindi uno dei demoni più potenti ed alcuni lo identificano come uno dei primi angeli caduti che ha seguito il ben più celebre Lucifero. La prima apparizione del nome “Azazel” si trova nel “Libro dei vigilanti“, la prima parte del Libro di Enoch, testo apocrifo di origine giudaica, non accolto negli attuali canoni biblici ebraico o cristiano. Il Libro narra che Azazel, uno dei capi degli angeli ribelli prima del diluvio, insegnò agli uomini i segreti della stregoneria e corruppe i costumi; insegnò loro la guerra e la costruzione di spade e coltelli, mentre alle donne l’ornamento del corpo, l’acconciatura dei capelli e il trucco per il viso. Per questo Dio mandò l’arcangelo Raffaele a punirlo affinché si pentisse ma ciò non accadde. Nell’apocrifo, si legge inoltre che sul Monte Hermon, nel settentrione di Israele, c’era un luogo di ritrovo di demoni, in cui ritroviamo Azazel. “Tutta la terra è stata corrotta dalle opere insegnate da Azazel e ogni peccato va attribuito a lui”(1 Enoc 2:8) Nella Genesi si racconta che la stirpe di Adamo, alla decima generazione, era enormemente cresciuta. Mancando il sesso femminile, gli angeli (“i figli di Dio”), trovarono mogli tra le belle “figlie dell’uomo”. Dall’unione di queste differenti creature sarebbero dovuti […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Con la mostra fotografica dell’Accademia J. M. Cameron continua l’Omaggio a Fellini

Fotografia, danza e musica. Insieme per un dialogo con “la strada” di Benevento. L’ultimo step del progetto “Omaggio a Fellini”, ideato e curato da Carmen Castiello, fondatrice e direttore artistico della Compagnia Balletto di Benevento, è la mostra fotografica dell’Accademia Julia Margaret Cameron, intitolata “Dialogo con la città“, inaugurata lo scorso 7 settembre, alle 17.00, al Museo del Sannio di Benevento, con la direzione artistica di Rosanna De Cicco. Il progetto “Omaggio a Fellini” ha previsto, nelle scorse settimane, un calendario fitto di appuntamenti. Dapprima, la proiezione della pellicola “La Strada” di Fellini presso Palazzo Paolo V, a Benevento, ha anticipato l’omonimo balletto al Teatro romano il 1 settembre, con la partecipazione della straordinaria Orchestra Filarmonica di Benevento, da sempre grande sostenitrice delle iniziative di Carmen Castiello, con la quale condivide comunione d’intenti e sensibilità artistica, tali da permetter loro di unirsi solo durante le prove generali senza alcun tipo di ritardo o intoppo, con la direzione del M. Beatrice Venezi. Tre, invece, le uscite dell’Accademia di fotografia Julia Margaret Cameron con i ballerini della Compagnia Balletto di Benevento: all’alba, con la ballerina Odette Marucci, la Gelsomina del balletto “La strada”; per le strade della città sannita, con foto divenute oggetto della mostra “Dialogo con la città” e la partecipazione del trombonista Alessandro Tedesco, del sassofonista Umberto Aucone e del fisarmonicista Flavio Feleppa, che hanno suonato musica dal vico, improvvisata e coinvolgente, ed infine alla scuola di danza di Carmen Castiello, con fotografie esposte nel foyer del Teatro romano, in occasione del balletto. Sempre l’Accademia ha realizzato anche le foto durante le prove generali dello spettacolo, il backstage della prima e gli scatti dello spettacolo. “Tutto questo è stato possibile grazie alla determinazione, pazienza infinita, lungimiranza e riconosciuta competenza artistica di Carmen Castiello, alla quale va tutto il merito di questi dieci giorni di successo, compresa l’idea della mostra fotografica; successo interamente donato alla città di Benevento” dichiara Angelo Orsillo, direttore dell’Accademia Julia Margaret Cameron. Con la fotografia, “La strada” felliniana è dislocata a Benevento alla Accademia Julia Margaret Cameron Curatori della mostra sono stati Lello Campanelli ed Enrico Chioato, membri del direttivo dell’Accademia; Chioato ha provveduto anche alla postproduzione, seguendo il percorso fotografico fino alla stampa. “La sequenza delle foto è tale da considerare le fotografie iniziali come inviti che accolgono lo spettatore e lo accompagnano fino alla fine della mostra, con una situazione iniziale di luce che cede il passo ad una situazione di ombra, durante le ore del tramonto, a chiusura della mostra stessa.  C’è poi un’armonia di ritmo interno delle foto da considerare: fotografie strette seguite da scatti ampi per creare una varietà, un dinamismo che ritorna anche nei colori. La mostra si sviluppa, quindi, attraverso questa successione di tante varietà” ha dichiarato Lello Campanelli, che continua: “Il lavoro è da definirsi un backstage, raccoglie il lavoro di preparazione di quello che è poi stato lo spettacolo finale del balletto La strada. La strada, dunque, è il soggetto della mostra e, con essa, i ballerini nella […]

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Viaggi e Miraggi

Ischia: mete, hotel, mezzi per un soggiorno da sogno

Maggiore delle isole del golfo di Napoli, appartenente all’arcipelago delle isole Flegree, Ischia è da sempre considerata un luogo incantato, tra le mete preferite dai turisti italiani e d’oltralpe. Questo è stato possibile anche grazie alla grande professionalità ed alla varietà delle strutture ricettive ischitane, che hanno permesso, grazie all’attività di tour operator specializzati, come Hotelischia, di soddisfare i gusti del gran numero di turisti che ogni anno, d’estate e d’inverno, cercano la location dei loro sogni per una vacanza o un breve soggiorno da sogno. Con lo splendido patrimonio naturalistico di cui Madre Natura l’ha arricchita, unico nel suo genere, Ischia gode infatti di 29 bacini, centinaia di sorgenti di acqua termale e fumarole, boschi e montagne, scogliere e innumerevoli spiagge. Cosa vedere ad Ischia Tra quelle più famose come non citare la spiaggia degli Inglesi, quella di Cartaromana, nella cui baia è possibile anche ammirare la Torre di Michelangelo, conosciuta anche con il nome di “Torre di Sant’Anna“, la spiaggia di San Montano a Lacco Ameno, nel cui borgo è possibile visitare anche la Basilica ed il Museo di Santa Restituta, la Scannella o la spiaggia di Citara? Ma Ischia (Isola di Ischia) non propone solo spiagge, seppur deliziose nella loro diversità. A 350 m da Ischia Ponte, sorge il Castello Aragonese, suggestiva fortificazione dai panorama mozzafiato che deve il suo nome e la sua moderna fisionomia, modificata sulla base di quello che era l’antico Castrum Gironis, del 474 a.C., ad  Alfonso V d’Aragona che, nel 1441, diede vita ad una struttura che ricalcava quella del Maschio Angioino di Napoli. Da suggestione a suggestione, tra le altre cose, ecco i Giardini La Mortella, situati nel comune di Forio, la cui realizzazione è stata condotta da William Walton, compositore inglese che nel 1949 si stabilì sull’isola con la moglie Susana, la quale, insieme all’architetto paesaggista Russel Page, iniziò questa meravigliosa oasi naturalistica al cui interno sono racchiuse diverse specie vegetali provenienti da ogni parte del mondo. Sempre a Forio, da citare il Torrione e i Giardini Ravino, giardino botanico italiano specializzato in piante succulente e cactus. Incantevole è Sant’Angelo d’Ischia, antico borgo di pescatori alle pendici del comune di Serrara Fontana. Si tratta di un isolotto collegato all’isola da un sottilissimo istmo di terra, che si inerpica lungo il costone del monte, dove un tempo vi erano le antiche case dei pescatori. La Baia di Sorgeto sorge, invece, nella piccola frazione di Panza, presentandosi come un’insenatura con vasche naturali in cui l’acqua che sgorga calda dal sottosuolo, mescolandosi con quella marina, è circondata da scogli e da un mare dalle acque cristalline. E per gli amanti del verde, interessante sarà il bosco della Falanga, a 600 metri sul livello del mare, costituito principalmente da castagni. Passeggiando tra i suoi sentieri, è possibile ammirare il mare azzurro dell’isola e scorgere le cosiddette Case di Pietra, scavate nella roccia tufacea, le grosse vasche per la raccolta dell’acqua piovana e i cellai, grossi fori sul terreno utilizzati per la conservazione del ghiaccio. Impossibile non citare, infine, le famosissime Terme di Ischia, utilizzate fin […]

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Attualità

Federico Fellini e La strada: il balletto a Benevento

La strada, balletto tratto dall’omonimo film di Federico Fellini, con musiche di Nino Rota, ha conquistato letteralmente il pubblico che ha assistito allo spettacolo, inserito nel progetto “Omaggio a Fellini”, svoltosi domenica sera, nella suggestiva cornice del Teatro romano di Benevento. L’evento, ideato e curato da Carmen Castiello, fondatrice nonché direttore artistico della Compagnia Balletto di Benevento, con la partecipazione dell’Orchestra Filarmonica di Benevento (OFB) e dell’Accademia di Fotografia Julia Margaret Cameron, ha previsto la regia di Linda Ocone e la supervisione di Beppe Menegatti e la partecipazione di due grandi artisti, Carla Fracci e Giancarlo Giannini, testimoni del grande patrimonio culturale che vanta il nostro Paese, che hanno avuto entrambi il piacere e l’onore di conoscere l’immenso Federico Fellini. Una lode per due realtà importanti del nostro territorio, la Compagnia di danza e l’OFB, di cui essere fieri, da parte dell’Assessore alla Cultura di Benevento, Rossella Del Prete. «La trasposizione in danza di una delle pagine della letteratura cinematografica italiana più apprezzate nell’ultimo secolo ha richiesto un percorso di conoscenza, di approfondimento, durato circa un anno» ha spiegato l’Assessore Del Prete, ringraziando Ferdinando Creta, direttore del Teatro Romano, per aver permesso e promosso il grande fermento che anima in questo periodo il teatro e ricordando che «i primi ad entrarvi, per ripulirlo da erbacce e riconsegnarlo alla vita culturale della città, sono stati proprio i ballerini della Compagnia e i professionisti dell’OFB». La strada: un progetto per omaggiare Federico Fellini  «L’idea di realizzare un’opera e un balletto mettendo insieme realtà artistiche di giovani danzatori e musicisti sanniti nasce affinché i nostri artisti abbiano la possibilità di esprimere il loro talento». Carmen Castiello spiega con queste parole la genesi dell’ “Omaggio a Fellini”. «La Compagnia Balletto di Benevento e l’OFB sono una risorsa e un vanto per la nostra città; la loro collaborazione e la loro sinergia potranno essere un nuovo punto di partenza per donare alla città quel titolo di Benevento città della cultura tanto caro al territorio». L’OFB, l’orchestra più giovane per composizione in Italia, la cui specificità ed il cui talento non finiremo mai di apprezzare, gode della direzione onoraria di Sir Antonio Pappano, della direzione artistica del Maestro Francesco Ivan Ciampa, musicista di fama internazionale, e della presidenza onoraria di Mons. Pasquale Maria Mainolfi. Con un organismo direttivo under 35, l’Orchestra Filarmonica, guidata domenica sera dall’energico e carismatico direttore d’eccellenza Beatrice Venezi, ha saputo incantare gli spettatori riproponendo dal vivo le immortali melodie di Nino Rota. Il progetto “Omaggio a Fellini” ha previsto, nell’arco della settimana precedente allo spettacolo, anche la proiezione della pellicola La Strada presso Palazzo Paolo V, a Benevento, primo vero successo di Federico Fellini, del 1954, e primo film ad essere premiato con un Oscar nella categoria “Film straniero”, proprio nell’anno di apertura della sezione, e un’uscita fotografica con l’Accademia Julia Margaret Cameron ed i ballerini della Compagnia Balletto di Benevento per le strade della città sannita. «La strada diventa luogo di contatto tra danza, musica, fotografia, ricollegandosi così al film, in cui essa […]

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Cucina e Salute

Formaggi tipici del sud: dalle burrate alla cacioricotta!

Burrate, caciocavallo, pecorino, cacioricotta…tantissime sono le varietà di formaggio che in questa bella stagione, e non solo, accompagnano tutte le tavole del sud Italia. Il formaggio, amatissimo prodotto caseario ottenuto dalla coagulazione acida o presamica del latte, intero, parzialmente o totalmente scremato, o della crema di latte, grazie anche all’uso di fermenti e sale da cucina, ha una storia di origini antichissime nel bacino del Mediterraneo, in nord Africa e in Asia minore. La leggenda narra, infatti, che un pastore avesse messo del latte in uno stomaco di pecora in cui era rimasto del caglio, dove si trasformò in formaggio; le testimonianze più antiche risalgono al III millennio a.C. L’arte di produrre formaggio è migliorata nel tempo, affermandosi fra gli antichi Greci e gli antichi Romani. Nel tardo Medioevo i formaggi cominciarono ad essere apprezzati e a comparire anche sulle tavole nobiliari, tanto che fu addirittura redatto un trattato sulle sue qualità nutritive dal medico ed accademico vercellese Pantaleone da Confienza nella sua Summa Lacticinorum, intorno alla seconda metà del Quattrocento. Il formaggio è un prodotto che attraversa tutto lo stivale ma in questo momento affronteremo solo alcune delle tipologie con cui è possibile ritrovarlo nel meridione. Formaggi del meridione: la nostra top 5 Burrate dalla Puglia Tradizionale prodotto pugliese, le burrate sono dei formaggi freschi a pasta filata, dalla consistenza morbida e cremosa. Apprezzate in tutto il mondo, nascono originariamente in provincia di Bari nei primi del Novecento e sono considerate una delle specialità più succulente della produzione casearia pugliese. Questo tipo di formaggio a pasta filata viene prodotto nell’entroterra, precisamente nella zona delle Murge, e può in qualche modo ricordare la mozzarella. Le burrate, tuttavia, hanno consistenza maggiormente morbida, più filamentosa, l’aspetto di un piccolo sacchetto e vengono lavorate manualmente, riempiendo i cosiddetti “sacchetti” di pasta filata con una cremosa farcitura a base di pasta di mozzarella sfilacciata e panna (stracciatella). Caciocavallo podolico dalla Campania Tra i formaggi del sud Italia, il caciocavallo è diffuso in molte zone con infinite varianti. Semiduro a pasta filata, lo si produce in Campania, e più precisamente in Irpinia, sui Monti Alburni, da latte di vacche podoliche, seguendo un’antica tecnica produttiva: al latte, a 36 °C, viene aggiunto caglio di vitello o di capretto. Rotta la cagliata più volte, si aggiunge altro siero riscaldato a circa 60 °C. Passate alcune ore si taglia la pasta e la si fila in acqua quasi bollente, dopodiché si modellano i caci, che vengono rassodati in acqua, passati in salamoia e messi a riposare in ambienti freschi e ventilati legati in coppia, a cavallo di assi. Ottimo fresco, può stagionare fino a 24 mesi e oltre. Casieddu di Moliterno dalla Basilicata Il latte di questa cacioricotta, prodotta in estate in Val d’Agri, viene filtrato con foglie di felce e portato a quasi 100 °C nel “caccavo”, una caldaia di rame, con l’aggiunta di nepitella. Raffreddato, coagula con caglio di capretto in pasta e, nel momento in ci si rompe la cagliata, si formano delle piccole sfere del diametro di circa 12 cm. Avvolto in foglie […]

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