I Sinistri, l’ultimo libro di Mauro Bortone

Mauro Bortone

I Sinistri. Cinque monologhi dalla parte del cuore è l’ultimo libro di Mauro Bortone, edito AUGH! Edizioni

Come suggerisce anche il titolo, “I Sinistri. Cinque monologhi dalla parte del cuore” mette insieme frammenti di esistenze apparentemente sconnesse eppure impigliate l’una all’altra. Per farlo, Mauro Bortone usa il monologo creando un multiprospettivismo che sembra, all’inizio della lettura, disordinato e confusionale, ma che al concludersi del romanzo riverbera in una coerenza di temi, luoghi e sofferenze chiudendo così il cerchio della coralità.

Potremmo provare a visualizzare la struttura de I Sinistri definendolo un romanzo dall’andamento circolare che come un vortice scava nel cuore di piccole, marginali realtà. La sinistra è il cantuccio anatomico del cuore e, nel perenne tentativo di mettere d’accordo cuore e cervello che “non si danno neanche del tu”, è al muscolo cardiaco involontario che ci affidiamo in ultimo, allo scadere di ogni esitazione: da qui Mauro Bortone attinge l’energia vitale che innesca la formulazione di monologhi viscerali e riflessivi, in cui ognuno dei vari protagonisti tira le somme del proprio passato mentre costruisce il proprio presente.

È quindi da quello spazio fisico definito, il lato sinistro della vita, che si avviano questi cinque assoli, scanditi dalla sincerità delle uniche emozioni autentiche che ci rimangono e che Mauro Bortone chiama “i sinistri”: ecco come tutto, in questo libro, torna.

Mauro Bortone scrive dalla parte del cuore

L’ultimo romanzo di Mauro Bortone, “I Sinistri. Cinque Monologhi dalla parte del cuore“, ci catapulta senza preavviso a Tamburi, nella amata Taranto dello scrittore e subito si fanno i conti con la morte. Tamburi è un quartiere di Taranto che «soccombe agli sbuffi continui delle bocchette di carico sparate a più di milletrecento gradi» dalle colonne di sviluppo dell’acciaieria che domina il paesaggio e lo sovrasta: polveri, benzopirene, anidride solforosa e diossine.

Il primo monologo è quello di un uomo che dopo anni di esalazioni tossiche è costretto a chemioterapia e continue ricadute.

Un’intossicazione che ferisce gli organi umani portando a galla un altro tema importante de I Sinistri, quello del rapporto padre-figlio: tra i vari personaggi c’è il “prodigo figlio” che accorre al capezzale paterno in un ultimo, rapido congedo nella speranza di un perdono prima che la malattia porti via per sempre la figura del genitore deluso e rancoroso.

Ecco allora designato il quadro che accoglie e fa da filo rosso tra i vari monologhi: la questione dell’inquinamento e del sopruso dello sviluppo economico sulla Natura verrà ripresa successivamente nella sequenza “Affari” e ancora, come a ricongiungere la fine con l’inizio, sarà il tema ripreso nell’ultimo gorgoglio di pensieri che costituisce la dovuta conclusione del romanzo:

«Sarebbe bello immaginare che un domani diverso sia possibile, sebbene oggi tutto sembra andare verso un’altra direzione. Continuare ad amare questo posto, come faccio intimamente senza pretese, nonostante il suo cullarci di bellezze infruttuose, di desideri taroccati rimasti nei cassetti, di prospettive che non vedono la luce e fiaccano lo spirito alla distanza. […] Questa terra è scesa a patti con un’incertezza che immobilizza e vende lentezza al futuro in attesa di una svolta che non si produce. Eppure, continua dannatamente a piacermi, nonostante i profittatori che la abitano, la sfruttano, contaminandola delle proprie sozzure morali e alimentando il tarlo della precarietà

Il filone dello pseudoracconto, che è I Sinistri, è quindi tessuto da personaggi dai caratteri vari: meschini o eccessivamente pragmatici, ancora vigliacchi con qualche macchia altrettanto tossica di maschilismo. Vi è una sola voce femminile, quella di Pamela, labile eppure forte nonostante sia lacerata dal dolore.

Un dolore intimo che li caratterizza tutti: ognuno dei personaggi di questo romanzo atipico, Davide, Mario, Luigi, Pamela, Andrea… cade nella trappola delle relazioni fugaci, senza impegno, nell’illusione di un riscatto dai torti subiti. Più o meno fortunati, giovani, si affannano per fare carriera, annaspando nel mondo del lavoro per sopravvivere talvolta con pochissimi soldi. I loro sentimenti sono di amarezza, insoddisfazione e ricerca continua di se stessi con un timore predominante, quello del Tempo che fugge inafferrabile:

«Essere esistito. In genere, è quello che capita a tutti. Si sogna di essere eterni, di avere occasioni a ripetizione e di potersi permettere di rimandare a domani ciò che si potrebbe realizzare nell’immediato».

È impossibile allora non percepire la passione per la scrittura di Mauro Bortone nella ricercatezza di alcune parole, nella naturalezza con cui applica l’espediente del monologo lasciando la sua penna libera di seguire il diretto movimento dei pensieri senza mai, però, smettere di essere critico e attuale anche nel linguaggio che fa utilizzare alle figure del suo romanzo. Solo così, mentre crea immagini apocalittiche di una Natura che si ribella all’incombente modernità, Mauro Bortone rimanda all’intimo conflitto dei suoi personaggi, tradendo la loro apparente e forzata irreprensibilità per far emergere, a una a una, le loro incompiutezze. Nel tentativo, compassionevole (nel senso etimologico del termine), di salvare il lato buono, quei sentimenti più profondi che conserviamo nel cuore, quel misto di turbamento e autenticità: i sinistri.

 

Fonte immagine di copertina: AUGH! Edizioni

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