A libro aperto. Intervista a Manuela Diliberto (Parte Prima)

A cuore aperto. Intervista al Premio Zingarelli Manuela Diliberto

Manuela Diliberto è tutta un sorriso, occhi limpidi, grandi, e  sguardo deciso. Classicista a Palermo, archeologa a Parigi, nel 2017 pubblica il suo primo romanzo per La Lepre Edizioni. «La trama leggera, riflessiva, intrigante ed originale è densa di richiami e riferimenti raffinati che, intersecandosi con il narrato dei protagonisti, ne mette a nudo il problematico intimo»: suona così, bella e puntuale, quella che per lei per prima è ben più di un’arida motivazione. È con queste parole che, con L’oscura allegrezza, Manuela ha vinto il Premio Zingarelli 2018, sezione “Narrativa Edita”, X edizione.

Manuela Diliberto: l’intervista

«L’oscura allegrezza»: un titolo-ossimoro. Come e perché lo hai scelto?

Non era il titolo originario, che invece conteneva un’unica, “spinosa” immagine (“Roveto”). Dovendolo riscegliere, tuttavia, l’ossimoro era d’obbligo: rispecchiava alla perfezione il contrasto esistenziale dei protagonisti e quello degli eventi storici. Alla luce si arriva solo sconfiggendo l’ombra. I termini della lotta sono il senso della vita. Almeno della mia.

Com’è nata l’idea del romanzo?

Avevo 19 anni. Mi tormentavo all’idea di poter perdere all’improvviso un affetto che avevo sempre dato per scontato. Un romanzo è in ogni caso “l’idea rifratta” del romanziere. Ogni parola nasce dal vissuto di chi la concepisce, ma, quando la si esprime in forma letteraria, diventa pressoché irriconoscibile. L’unica questione che per me conta è riuscire a cambiare il mondo attraverso l’interpretazione che di esso do scrivendo. La scrittura è la mia maniera per smascherare i misfatti, portare alla luce le ingiustizie e al tempo stesso svelare i sentimenti taciuti per inutili paure. La dedica «Al caruso Angeleddu, d’anni tredici, ucciso dal suo picconiere con otto bastonate» è il mio modestissimo contributo per scongiurare l’oblio e non ripetere l’errore.

Il tuo è un romanzo storico colto e raffinato, che spinge ognuno di noi a guardare dentro di sé senza perder d’occhio né il passato da cui proviene, né il presente in cui è tenuto a vivere. Di recente ha vinto il Premio Zingarelli come “Narrativa Edita”. Quando uscirà il tuo prossimo lavoro?

L’ho vissuto con grande fierezza e commozione. Il Premio Zingarelli è patrocinato dall’Accademia della Crusca e questo per me è un onore senza pari. Qualsiasi premio vincerò in avvenire, non sarò mai tanto felice e fiera come per questo, primo e autorevole. Sono emozioni che non si dimenticano mai, le prime… Il romanzo storico era il mio modo di mettere l’accento, con un’opera prima, sull’importanza del passato, e vincere la sfida di riprodurre l’italiano parlato nel 1911 senza annoiare. Adesso sto lavorando ad un romanzo che si svolge nella Parigi dei giorni nostri e che ha come sfondo la società attuale in cui si cominciano a prendere le misure dello spazio destinato alle minoranze e alla diversità religiosa, sessuale e sociale. Vorrei scoprire qual è lo spazio che si lascia alle donne in una compagine tanto complessa. Spero che possa uscire la prossima primavera.

Giorgio e Bianca sono i due protagonisti e conferiscono al romanzo la sua originalità: sono come occhiali dalle lenti bifocali. A chi ti sei ispirata per descriverne le personalità?

Ho sentito dire spesso da altri scrittori che i personaggi “sono” già, prima ancora di scriverli. Io non ho fatto altro che lasciarli vivere e levare la materia superflua che impediva loro di “essere”. Ogni qualvolta spingevo troppo Giorgio da una parte, ad esempio, lui mi richiamava dall’altra, ricordandomi chi in realtà lui “fosse”. Bianca è tutto quello che mi sarebbe piaciuto essere. Purtroppo io somiglio molto a Giorgio. Mi piacerebbe che chiudendo il libro si riflettesse sulla necessità di ascoltare con più attenzione la propria interrogazione interiore. E poi che non ci può essere “allegrezza” per nessuno, senza giustizia sociale.

La quarta di copertina, oltra che la trama, conquisterebbe qualsiasi lettore: «Può una scelta mancata cambiare il corso di una vita?»

La vita ci offre mille opportunità per recuperare le scelte mancate. Se poi si vuole indulgere nell’errore, si devono accettare le conseguenze. Vivere la vita invece di “far finta” di viverla, guardarsi in faccia ed essere coerenti con le proprie idee, e, prima di tutto, avercele queste benedette idee, implica coraggio e ostinazione. La scelta giusta è spesso la più difficile, ma l’unica che possa dare un senso al nostro essere al mondo.

L’intervista continua nella seconda parte.

© Foto di Cristina Dogliani.

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A proposito di Giulia Longo

Napolide di Napoli, Laurea in Filosofia "Federico II", PhD al "Søren Kierkegaard Research Centre" di Copenaghen. Traduttrice ed interprete danese/italiano. Amo scrivere e pensare (soprattutto in riva al mare); le mie passioni sono il cinema, l'arte e la filosofia. Abito tra Napoli e Copenaghen. Spazio dalla mafia alla poesia.

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