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Eroica Fenice

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Riccardino: recensione dell’ultimo Montalbano di Camilleri

A un anno dalla morte di Andrea Camilleri la sua storica casa editrice Sellerio dà alle stampe Riccardino, l’ultima avventura del commissario Montalbano. La nostra recensione di Riccardino “Il tilefono sonò che era appena appena arrinisciuto a pigliari sonno, o almeno accussì gli parsi, doppo ore e ore passate ad arramazzarisi ammatula dintra al letto.” È questo l’incipit dell’ultimo romanzo di Andrea Camilleri, Riccardino, scritto tra il 2005 e il 2006 e poi rivisto una decina d’anni dopo dal suo autore che, nel 2016, volle ridare un’occhiata a quella geniale lingua sicula creata nell’altrettanto inventata cittadina di Vigata. Nell’introduzione curata dalla casa editrice Sellerio, vengono svelati i retroscena della stesura di Riccardino a mo’ di preambolo alla lettura del romanzo. È con questo spirito che viene ripercorsa la “quarantennale avventura di amicizia, di libri, di lavoro, di divertimento, iniziata nei primi anni ’80”, quando Andrea Camilleri – allora regista teatrale e docente all’Accademia d’Arte drammatica “Silvio D’Amico” a Roma – consegnò a Leonardo Sciascia un faldone di documenti su una “Strage dimenticata avvenuta a Porto Empedocle nel 1848“. Sciascia studiò le carte ricevute e se ne appassionò a tal punto che non volle limitarsi a scriverne una cronaca, bensì propose allo scopritore dell’interessante vicenda locale, ripescata dal lontano passato, di raccontarla a modo suo, impegnandosi a sostenerne la successiva pubblicazione. Un’avventura che in tal modo ha segnato sia l’avvenire di Andrea Camilleri e del suo futuro di scrittore quanto il successo e il destino tout-court della casa editrice palermitana, fortemente legata al “Tiresia di Porto Empedocle” e indimenticabile creatore del commissario di Vigata. «Ancora un momento, Montalba’»: il continuo “dialogo tra le righe” tra il creatore Andrea Camilleri e la creatura Salvo Montalbano Gli affezionati lettori di Camilleri, nonché sostenitori del commissario Montalbano, non potranno non inforcare gli occhiali della malinconia nel leggere questo “romanzo di congedo”, dove il titolo stesso, inizialmente scelto dal Maestro come provvisorio, suona come un’invocazione che risuona dell’eco del definitivo. Così succede con la tastiera di un pianoforte, dove tonalità deboli danno armonia alle note forti e tutte sono inevitabilmente necessarie per una composizione in grande stile. Rispetto alla solidità di altre creazioni letterarie di Camilleri, la trama di Riccardino sembra infatti deboluccia. Montalbano riceve una telefonata per errore dopo una notte insonne e a comporre il numero è la vittima prossima e ventura, un uomo che si rivelerà poi “un mandrillo” ed è contorniato da tre amici così stretti da esserlo fin troppo, sino all’inevitabile gioco di specchi e sospetti che daranno corpo e piega all’indagine, leggermente “sottotono” rispetto ai ritmi narrativi a cui il Maestro aveva generosamente abituato i suoi fedeli lettori. Ci sono parole magnifiche, destinate a far parte dell’alfabeto camilleriano come di quello italiano: «mammalucchigna» per dire «magica», o «’nturciunata» per rendere tutto il complesso senso del contorto. Ma a spiazzare sono le incursioni del Camilleri eterno ammiratore del conterraneo Pirandello e dei suoi personaggi in cerca d’autore: vi è un Andrea che di continuo “parla” col suo Salvo, lo bacchetta […]

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Libri

Tre passi per un delitto: recensione di un noir a sei mani

È bastato poco per balzare in testa alle classifiche: “Tre passi per un delitto“ è un avvincente romanzo noir scritto “a sei mani” e cioè da tre diversi autori. Cristina Cassar Scalia, Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni: eccoli, gli scrittori dalle penne d’oro coinvolti in un progetto che esalta le qualità stilistiche di ognuno di loro. I tre autori del nuovo romanzo edito da Einaudi, a pochi giorni dall’uscita del testo “in comune”, registrano già uno straordinario gradimento del pubblico, tra cui si fanno largo i “fedelissimi” di ciascuno dei tre che, uniti al resto degli “aficionados”, formano insieme un metaforico esercito di soddisfatti lettori, resi tali proprio dalla “coralità” del progetto di fondo che li ha ulteriormente legati a tutto tondo. Già il titolo del romanzo – “Tre passi per un delitto” – invita alla lettura, scandendo, allo stesso tempo, gli stacchi, le voci e gli spaccati della vita borghese nella quale ci si trova ad entrare con passo felpato sin dalle prime pagine, come in punta di piedi. Siamo a Roma, nell’esclusivo quartiere Prati: una giovane ragazza ventottenne di nome Giada è stata uccisa nel suo appartamento. Laureata in Storia dell’Arte, il primo a raccontare di lei è il commissario Davide Brandi, chiamato a svolgere le prime indagini sull’omicidio. A dare la parola a questo poliziotto acuto ed ambizioso è Giancarlo De Cataldo.  Pian piano si vengono a scoprire particolari interessanti sulla vita di Giada, tra cui il dettaglio non secondario che avesse un amante molto noto nella Roma “bene” di cui entrambi facevano parte: Marco Valerio Guerra è un uomo d’affari ricco sfondato, con una solida famiglia al seguito, tanti “amici” ed altrettanti nemici. A sondarne i meandri dell’animo, col suo stile inconfondibile, è Maurizio De Giovanni.  A sopportare il narcisismo del marito fedifrago, i suoi continui tradimenti e la complessa personalità è Anna Carla Santucci, la moglie ripiegata nell’ombra, magistralmente creata da Cristina Cassar Scalia, la grande autrice-rivelazione di “Sabbia nera”, che, oltre ad essere una promettente scrittrice, esercita come medico oftalmologo nella sua bella Sicilia. Le versioni dei tre protagonisti non collimano tra loro ma tutte rappresentano un’angolazione diversa e irrinunciabile da cui si guarda e racconta la stessa spinosa vicenda. Ad andare d’accordissimo sono invece le voci e le mani dei tre autori, nel momento in cui si passa da un capitolo e da un punto di vista all’altro senza esserne disturbati, ma anzi invogliati a continuare nella lettura al fine di sciogliere il bandolo della matassa, obiettivo che il commissario Brandi è deciso a raggiungere sin dalle prime battute. “Perciò, se esiste una crepa, devo essere io a individuarla, prima di chiunque altro. E, una volta individuata, devo capire se la si può sanare o se è l’avvisaglia dell’abisso, e dunque bisogna ricominciare tutto daccapo. Ma sarei ipocrita se non confessassi a me stesso che la crepa è precisamente ciò che sto cercando. E credo di averla trovata in questo tabulato.” Quello della ragazza uccisa diventa un caso nazionale, dibattuto su social […]

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Attualità

Luciano De Crescenzo, il tributo dei Quartieri Spagnoli

A un anno esatto dalla morte di Luciano De Crescenzo, avvenuta a Roma il 18 luglio 2019, Napoli gli dedica un favoloso murale nel cuore dei Quartieri Spagnoli. “Io penso che Napoli sia ancora l’ultima speranza che ha l’umanità per sopravvivere”: recita così la scritta d’accompagnamento all’opera di sagace street-art firmata da Michele Quercia e Francesca Avolio inaugurata a Napoli la mattina del 18 luglio 2020 nel cuore dei Quartieri Spagnoli, a un anno dalla scomparsa del grande scrittore partenopeo. La sua città natale gli aveva già donato un commosso addio durante le esequie tenutesi nella Chiesa di Santa Chiara, alle quali parteciparono migliaia di persone. Alle 11:30 del 18 luglio 2020, all’incrocio tra vico Tre Regine e via De Deo, nel “ventre di Napoli”, un nutrito gruppo di gente accorre per assistere all’inaugurazione del murale che ritrae Luciano De Crescenzo in una delle sue espressioni tipiche, sorridenti e con sguardo furbetto, contorniato dal suo pensiero-testamento che voleva Napoli ultima speranza per un’umanità altrimenti votata al trionfo del disumano. Rispettando la distanza di sicurezza e le disposizioni vigenti per via del coronavirus, il sindaco Luigi De Magistris dedica al compianto autore di “Così parlò Bellavista” un appassionato ricordo. Bloccata a Roma per motivi personali la figlia dello scrittore Paola, è però presente, in qualità di rappresentante della famiglia De Crescenzo, suo figlio Michelangelo, orgoglioso e felice del tributo riservato a suo nonno Luciano da parte della calorosa città d’origine. Il murale, realizzato con tempera acrilica, ha un titolo particolare, tutto partenopeo: si intitola, infatti, “‘O pallone ‘mmiez ‘e ‘mmachine”, ossia “Il pallone tra le macchine” e ritrae una scena caratteristica del vicolo in cui è ambientata, cioè il momento in cui dei ragazzini dei quartieri devono recuperare il pallone con cui stavano giocando, bloccatosi accanto a un’edicola votiva, con l’aiuto di una scopa. Al flash mob celebrativo sono presenti vari personaggi del mondo dello spettacolo tra cui gli attori Carmine Rizzo e Francesco Paolantoni, che spendono parole commosse per l’amatissimo “Professore”. Viene anche recitata la poesia di Totò “Core analfabeta”, con l’intento di rendere omaggio alla lezione di De Crescenzo secondo la quale il popolo napoletano è in tutto e per tutto un “popolo d’amore”. L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione “Quartieri Spagnoli 1536” presieduta da Raffaele Esposito. L’evento è stato fortemente voluto anche da Renato Ricci, amico storico di De Crescenzo e fondatore del primo fan club a lui dedicato, in collaborazione con il Tavolo Interassessorile per la Creatività Urbana del Comune di Napoli e la Municipalità Napoli 2, rappresentata dal Presidente Francesco Chirico e dal suo vice Luigi Carbone. Dulcis in fundo, al termine della presentazione del murale, la Pasticceria “Seccia” ha offerto un delizioso dessert e “Don Café – Street Art Coffee” ha preparato per tutti i presenti un bicchierino di caffè con la “cuccumella”, la tipica caffettiera “sott’e’ncoppa” tanto amata da Eduardo e di certo anche da Luciano De Crescenzo, in quanto espressione perfetta delle eccellenze ed aspettative partenopee. Un’atmosfera squisitamente partenopea che all’insopprimibile passione per la […]

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Pietro Grasso: Paolo Borsellino parla ai ragazzi | Recensione

In occasione del ventottesimo anniversario della strage di via D’Amelio, Pietro Grasso riprende metaforicamente in mano la penna che Paolo Borsellino lasciò sulla sua scrivania il giorno in cui fu poi ucciso. Esce per Feltrinelli Paolo Borsellino parla ai ragazzi. Ecco la nostra recensione. Palermo, 19 luglio 1992. Domenica, cinque del mattino. Seduto alla scrivania dello studio di casa sua, il giudice Paolo Borsellino risponde ad una lettera ricevuta da un liceo di Padova. Delle nove domande che gli alunni di quella scuola gli hanno posto per iscritto, il magistrato siciliano replica alle prime tre: come e perché è diventato giudice? Cosa sono la Dia e la Dna? Che differenza c’è tra mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita? Borsellino non ha mai incontrato quegli studenti, né terminerà mai la stesura di quella lettera. Poche ore più tardi, dopo pranzo, andrà a casa di sua madre in via Mariano D’Amelio numero 21 accompagnato dai fidati agenti della scorta, i suoi “angeli custodi”. Una Fiat 126 – poi rivelatasi rubata – è parcheggiata proprio lì nei pressi, e alle 16:58 l’ordigno in essa contenuto, forte di di novanta chili di esplosivo, verrà azionato e ucciderà sul colpo il giudice di Palermo e cinque dei suoi sei agenti, il sesto dei quali se la caverà solo perché impegnato in una manovra al volante della macchina di servizio. Dopo quasi trent’anni da quel sanguinoso 1992, il 19 luglio ricorre di nuovo di domenica nel 2020, ma, a causa dei divieti e degli annullamenti degli eventi pubblici per via del coronavirus, quest’anno le manifestazioni altrimenti sempre organizzate in via D’Amelio in ricordo del vile attentato mafioso non si svolgeranno. A tener viva la memoria dell’evento e a riprendere metaforicamente in mano la penna che quel mattino ha impugnato Paolo Borsellino è allora Pietro Grasso, anche lui magistrato sin dal 1969, giudice a latere nel maxiprocesso a Cosa nostra e successivamente procuratore capo a Palermo e procuratore nazionale antimafia, poi attivamente impegnato in politica. Paolo Borsellino parla ai ragazzi: leggere Pietro Grasso Il titolo del testo svela l’intento del suo autore almeno quanto la copertina prescelta per questo bel volume: Paolo Borsellino parla ai ragazzi, illustrazioni di Francesco Camporeale. Ad occuparsi dell’introduzione è un’altra voce profonda e leggera, esperta nel saper dialogare coi giovani: è il volto pulito del regista e conduttore Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, a svelare il sottile fil rouge che lo lega al giudice Grasso e si stringe attorno a un film, il suo La mafia uccide solo d’estate, che il magistrato chiede di vedere insieme, dopo un’assenza da un cinema durata ventitré anni. Sono molte le similitudini tra una vita sotto scorta e quella di reclusione forzata in casa vissuta nel 2020 durante l’emergenza da Covid-19. È proprio richiamando quest’esperienza ormai universale, perché provata da tutti in tutta Italia, che si cerca di parlare ai giovani e di far loro capire cosa un sacrificio veramente comporta, e quale ne sia il lungimirante fine. Un libro al bivio Il libro-testimonianza di Pietro Grasso è […]

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Una lettera per Sara di Maurizio De Giovanni

Scala le vette delle classifiche dei noir italiani Maurizio De Giovanni con la nuova avventura narrata in “Una lettera per Sara”; per protagonista l’eroina destinataria della missiva: Sara Morozzi. “Una lettera per Sara” è edito da Rizzoli e tinge con un tocco di rosa la collana “Nero Rizzoli”, non a caso definita “la bussola del noir”. Una lettera, pensò lei, dice sempre qualcosa. Anche a distanza di trent’anni. Sara Morozzi è una donna in pensione, egregiamente ritratta di spalle nella copertina di quest’ultimo romanzo di Maurizio De Giovanni: capelli grigi raccolti in una coda, abiti perfetti per non dare nell’occhio, immortalata mentre ammira Napoli in tutto il suo sublime splendore di kantiana memoria. Nel panorama editoriale italiano, Sara è nata nemmeno tre anni fa: dapprima presente “in sordina” nell’antologia “Sbirre” (2018) con il racconto “Sara che aspetta”, poco prima aveva reclamato una storia tutta per sé che ne aveva segnato il debutto, dal titolo schietto “Sara al tramonto” (2018). Nel 2019 è uscito invece “Le parole di Sara”, mentre “Una lettera per Sara“ è fresco di stampa in questo torrido 2020. UNA NUOVA AVVENTURA PER SARA, ma indietro nel tempo L’età anagrafica di Sara non è meglio precisata: è stata una poliziotta in gamba, un’ex agente della più segreta “Unità dei servizi“ capace di leggere le labbra ed interpretare il linguaggio del corpo dei tanti sospettati. Un personaggio che ha sempre preferito restare sullo sfondo anziché mettere in mostra le sue introvabili caratteristiche. Una donna che osserva pur passando, ai più, inosservata. Una persona che fugge da qualcosa ed a cui, nello stesso tempo, nulla sfugge. Con in mente almeno due grandi serie-tv americane, si potrebbe azzardare che Sara strizzi l’occhio sia a “Lie to me”, dove il protagonista è un esperto in microespressioni facciali, che a “Cold case”, dove si riaprono casi irrisolti in realtà mai chiusi del tutto. Sul filo del paradosso, in un rincorrersi continuo tra presente e passato si svolge questa nuova avventura raccontata in “Una lettera per Sara”, in sé e per sé ispirata ad un fatto di cronaca nera e poi liberamente riadattata. In tal senso, l’omaggio è contenuto sin dalla dedica: “A Graziella Campagna, morta nel silenzio”. Graziella Campagna è stata una giovane vittima della mafia uccisa nel 1985 mentre aspettava l’autobus per tornare a casa, a 17 anni, per il solo fatto di aver trovato, nella tasca di una camicia che le era stata consegnata nella lavanderia in cui lavorava, un documento che non avrebbe dovuto leggere né decifrare. È dunque questo il “cold case”, il “caso congelato“ affrontato in “Una lettera per Sara”. Le prime pagine del romanzo conducono per mano in una libreria antiquaria dove, tra gli scaffali impolverati e la rigida direzione di un’anziana proprietaria, si muove una ragazza alle prese coi problemi di qualsiasi studentessa fuorisede. Lei studia economia e fa questo lavoro part-time per mantenersi in una città che non è la sua ma nella quale frequenta con entusiasmo l’università. I clienti della libreria non sono moltissimi, e questo […]

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Conosci l’estate?: il debutto di Simona Tanzini

Il primo romanzo di Simona Tanzini per le prestigiose edizioni Sellerio è un libro “palermitano” quanto la sua storica casa editrice. “Conosci l’estate?” è un debutto promettente che ha per protagonista una donna sensibilissima con un nome che è tutto un colore. Viola. Viola è un colore, ed è il colore stesso della donna che racconta nove giorni in una Palermo afosa e bellissima in balia dello scirocco. Stile scorrevole, prosa loquace, Viola è una giornalista romana che vive da sola col suo gatto e lavora da appena un anno per una emittente televisiva nel capoluogo siciliano. Seguendo le sfumature di un etereo arcobaleno, si trova invischiata in una vicenda dai contorni noir che vede coinvolto un famoso cantante suo amico, “eroe locale” nonché fratello del suo vicino di casa. Sono i colori e la musica i contorni ideali di questo romanzo fresco e robusto, che restituiscono un’immagine di Palermo moderatamente lontana dagli stereotipi, ricchissima di rimandi letterari e riflessioni psicologiche. Quando mi chiese «conosci l’estate?» io per un giorno per un momento corsi a vedere il colore del vento Sono i versi – musicali, ça va sans dire – della “Canzone per l’estate” di Fabrizio De André ad aprire il romanzo e a svelare una tonalità in esso contenuta sin dal titolo. La tonalità di un colore che tinge ed attraversa ogni pagina, perché filtro primo e ultimo negli occhi stessi di Viola, come se fossero le lenti attraverso cui lei vede il mondo e lo descrive. Viola non lo chiama “disturbo della percezione”, preferisce definirlo “una particolarità”. In gergo simil-medico, soffre di una “sinestesia cromo-musicale” che consiste, quando sente una musica, nel vederne il colore predominante e nell’attribuire a tutte le persone che incontra e che lasciano una traccia nel suo peculiare pentagramma una melodia personale che, quando poi risuona, fa sì che venga alla luce tutto il loro colore. «La sinestesia è un cosiddetto disturbo neurologico. Oltre a essere una figura retorica. Io mi oppongo alla definizione di «disturbo neurologico»; un po’ perché vorrei evitare di diventare un manuale di neurologia generale ambulante, un po’ perché non è un disturbo. È una particolarità, diciamo. Una caratteristica. Una roba. Non un disturbo. Sono così da quando ero piccola. Da molto prima dell’altra diagnosi. Quella me l’hanno fatta due anni e mezzo fa, e quando mi hanno chiesto se avevo mai avuto patologie neurologiche, ho detto di no. Perché non è una patologia. È una figura retorica, appunto. Che a volte prende forma nelle persone. E con ciò? Qui sono circondata da iperbole ed enfasi, si sguazza nell’allegoria, è il regno dei metalogismi. Ce la vogliamo davvero andare a prendere con una sinestesia?» Conosci l’estate? di Simona Tanzini: recensione È sulla scia di una sfumatura rossa, ad esempio, che Viola inizia ad indagare all’omicidio di una giovane ragazza, Romina, un delitto che sconvolge Palermo ed investe anche l’ambiente di personaggi più o meno noti della città. E lo fa con una lieve punta di ironia e critica nei riguardi dell’attenzione spesso […]

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Amore a prima vista: recensione del romanzo di Margaret Storm Jameson

Arriva in Italia “Amore a prima vista”, il secondo capitolo della famosa trilogia letteraria di Margaret Storm Jameson, grande scrittrice femminista inglese Un romanzo “poderoso” Londra, 1924. Hervey Russell è una giovane donna con “grandi occhi guardinghi, fronte prominente, mascella squadrata, lunga bocca e naso ben fatto e insolente“: è lei la protagonista di “Amore a prima vista”, il “poderoso” romanzo di Margaret Storm Jameson, 446 pagine di stile scorrevole e storia conturbante, pubblicato in Italia da Fazi Editore nell’ottima traduzione di Velia Februari. Il titolo originale è “Love in Winter” ed infatti anche la stagione invernale ha un ruolo rilevante all’interno del lungo racconto ambientato nella magnifica capitale inglese, alle prese con le sfide e le difficoltà del primo dopoguerra: Londra fa da background ad una storia d’amore che nasce in un inverno difficile, in un clima post-bellico con tutti i problemi socio-economici che il conflitto mondiale ha creato, acuito e non risolto. La trama di “Amore a prima vista” Hervey è sposata con un uomo che non ama e con cui ha però un figlio, che per la giovane eroina rappresenta la cosa più preziosa di tutta la vita. Lavora come redattrice per la “London Review” e per niente al mondo rinuncerebbe a quel lavoro, dove deve avere quotidianamente a che fare con la capricciosa proprietaria della rivista letteraria. Un giorno d’inverno, però, Hervey ritrova un cugino di cui aveva, in un certo senso, “perso le tracce”. Nicholas Roxby è reduce in prima persona dei postumi e dei traumi scaturiti dalla guerra e per tanti versi è un uomo completamente diverso rispetto a quello che era prima: da entusiasta, affascinante e pieno di vita è diventato adesso disilluso, viziato e disincantato. È qui che entra in gioco la scelta del titolo italiano del romanzo, laddove l’amore, che scatta “a prima vista” tra Hervey e Nicholas, supera l’inverno in cui è nato, destinato al prosieguo delle stagioni da affrontare. Nel 2019 Fazi Editore aveva già portato in Italia il primo volume della trilogia: “Company Parade”, scritto dalla Jameson nel 1934. “Love in Winter” ne è la continuazione e fu pubblicato a Londra nel 1935. C’è perciò da aspettarsi che nel 2021 uscirà anche il terzo capitolo della trilogia, redatto nel 1936 con il sintomatico titolo “None turn back”, e che in italiano potrebbe essere reso con un “Nessuno torna indietro” o con un più lapidario “Nessuno torna sui propri passi”. L’autrice C’è di certo un che di autobiografico nei romanzi di Margaret Storm Jameson; lei stessa, infatti, è stata in balia di alcuni degli stessi dilemmi che attanagliano la sua protagonista Hervey. Una donna madre che lavora e si batte per i diritti delle donne, per il principio di creatività e riflessione versus quello della produttività veloce che ambisce a sovvertire l’ordine della serietà del mondo letterario ed umano. Dopo la trilogia firmata col suo proprio nome, privo di quello “da sposata” acquisito convolando a nozze col marito anch’egli autore, Margaret Storm Jameson pubblicò, nel 1937 e nel ‘38, altri tre […]

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“Momenti trascurabili”: recensione del vol. 3 di Francesco Piccolo

Esce per Einaudi il volume 3 dei “Momenti trascurabili” di Francesco Piccolo. Lo scrittore casertano, sceneggiatore di successo e – a teatro – trascinante mattatore, torna a collezionare “momenti“ esilaranti: spassosi, fragili, provocatoriamente “trascurabili”. Fresco di vittoria alla cerimonia – quest’anno online – del David di Donatello assegnato al pluripremiato film di Marco Bellocchio “Il traditore”, Francesco Piccolo riprende in mano la penna dell’autore geniale volto ad annotare i suoi momenti più o meno trascurabili, stavolta privi di specificazione. Se ad aprire la trilogia erano stati, infatti, i momenti di felicità (2010) e a seguire quelli di infelicità (2015), riassunti poi entrambi sia al cinema – nel film di Daniele Luchetti “Momenti di trascurabile felicità” (2019) – che al teatro – nella tournée intitolata “Momenti di trascurabile (in)felicità” -, in questo terzo volume non c’è genitivo che tenga. A conferire all’agile volumetto bianco in puro stile Einaudi un incipit di rilievo, è una citazione solenne a mo’ di esergo: “Proprio le cose cui si è appena badato durante il giorno, le idee non chiarite, le parole dette senza pensarci e alle quali non si è prestata attenzione, tornano di notte in immagini concrete e vive, e diventano oggetto dei sogni, quasi a rivalsa di essere state trascurate” Tratte dal grave “Il dottor Živago“ di Boris Pasternak, le righe prescelte racchiudono già un’introduzione a quelli che sono i sogni ad occhi aperti e talvolta gli incubi sottaciuti raccolti dall’effervescente scrittore campano. Chi ha avuto il piacere di seguirlo a teatro, non potrà fare a meno di leggere anche questo terzo volume con la sua voce nella orecchie, come se fosse un audiolibro: una voce ben scandita che interpreta gli attimi narrati rendendo ogni momento raccontato un istante sublimato, e già solo per questo non trascurabile né tantomeno trascurato. Francesco Piccolo e i suoi momenti trascurabili: la nostra recensione Il primo momento proposto è una riflessione efficace sui tempi diversi all’interno di una coppia, laddove l’alter-ego del Piccolo letterario si dichiara essere costantemente proiettato al futuro contro una moglie “ossessivamente” confinata al presente. Una riflessione che, giocoforza, fa i conti con l’imprevedibilità della morte ed i tanti modi sottili di esorcizzarla. Ma sono molteplici i toni che si mescolano tra loro tra le pagine scorrevolissime di questo prezioso vademecum contemporaneo, perché molteplici sono le situazioni che essi vanno ad evocare: le considerazioni linguistiche di un autore che non userà mai la parola “Stivale” per parlare dell’Italia o la locuzione “la perfida Albione” per descrivere l’Inghilterra, per esempio, o quelle più riconoscibili di un uomo medio che la mattina si sveglia e ha il semplice desiderio, comune a molti, di leggere il giornale sorseggiando un caffè. O l’identikit del tipico romano pigro che cerca una partner nel giro del proprio quartiere entro le mura aureliane, rispetto al quale persino la Magliana risulta off-limits. La stanchezza di chi si dichiara sfinito dalla ripetitività di due gesti ormai quotidiani, come il mettere la benzina o il fermarsi al bancomat. L’eterna incertezza nel donare il 5 o […]

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“Il sapore delle parole inaspettate”: il romanzo “parigino” di Giulia Zorat

Il sapore delle parole inaspettate | Recensione del romanzo “parigino” di Giulia Zorat Esce in ebook “Il sapore delle parole inaspettate“, una favola moderna ambientata a Parigi. “Mais le ciel de Paris N’est pas longtemps cruel Pour se faire pardonner Il offre un arc-en-ciel” È con una citazione musicale che comincia il romanzo di Giulia Zorat , vincitore del torneo letterario gratuito IoScrittore, promosso dal Gruppo editoriale Mauri Spagnol, con le parole rese immortali da Édith Piaf, scelte proprio perché catapultano direttamente sotto il cielo “magico” di cui cantano: quello che a Parigi è spesso plumbeo e grigio, ma mai tanto crudele da durare troppo a lungo, e che poi quasi per farsi perdonare regala, inaspettato, un arcobaleno. Sono versi che rimandano all’atmosfera che in tutto il romanzo si respira. Una storia che assume un po’ tutte le sfumature dello stesso arcobaleno: sembra a tratti cupa, affrontando il dolore della morte e della perdita, poi persino tragicomica, quando a raccontarla è un bambino speciale e intelligentissimo, fino a diventare iridescente, attraverso gli occhi di due adulti che – dopo tanto non averlo assaporato – ritrovano il gusto della vita. Il piacere delle piccole cose Tra gli inaggirabili titoli di riferimento per questa favola moderna non si può non pensare al favoloso mondo di Amélie Poulain, la dolce ragazza col caschetto impersonata da Audrey Tatou e resa famosa sul grande schermo dalla fantastica regia di Jean-Pierre Jeunet. Sono almeno quattro le storie diverse che si intrecciano e si influenzano a vicenda tra le pagine di questo libro piacevolissimo e che si incontrano tra le righe di una rubrica curata dal giornalista François LeFevre, curiosamente intitolata “Aujourd’hui. Vita, morte e miracoli a Parigi”. I protagonisti de “Il sapore delle parole inaspettate” Jacques è un uomo anziano che ha perso LEI, la compagna di una vita che non riesce più nemmeno a nominare. Enea è un bambino che gli fa da nipote, forse il protagonista più irresistibile del romanzo. Enfant prodige, scrive un diario indirizzato ad un padre italiano che non ha mai conosciuto e di cui sa solo il nome: Alberto. Irene è la madre di Enea, italiana che dal proprio Paese d’origine è fuggita, ritrovando in Jacques ed in sua moglie una famiglia che non aveva mai avuto. LEI aveva infatti una pasticceria, “Chez Josephine”, che adesso è andata in eredità a Irene, pasticciera provetta che coccola i suoi clienti con dei dolcetti di sua invenzione: i “mots du chocolat”. Non semplicemente “al” cioccolato, ma “di” cioccolato, con all’interno dei brevi messaggi che invitano a riassaporare l’esistenza. È grazie a queste “parole di cioccolato” che fa capolino François, il giornalista che compie quarant’anni e si trova alle prese con uno strano incarico: consegnare un pacco di lettere… in Paradiso! Tempi, luoghi, miracoli La storia ha una cornice temporale precisa: dal settembre 2013 all’aprile 2014, ma in realtà potrebbe svolgersi al di là di qualsiasi confine cronologico. Una lettura ideale in questi tempi difficili, per i quali proprio i francesi hanno coniato un […]

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Attualità

Il coronavirus nel cuore dell’Europa: Danimarca in stato d’emergenza

Lo spettro del coronavirus ha ormai raggiunto l’Europa: il temuto nemico invisibile si è insinuato nel Continente Antico dove miete centinaia di vittime e provoca il più assoluto terrore. Dopo l’Italia, il paese più colpito dichiarato “zona protetta” la sera del 9 marzo, altre nazioni europee prendono le dovute misure per un disperato contenimento del virus. La Danimarca proclama lo stato d’emergenza la sera di mercoledì 11, due giorni dopo il drastico provvedimento italiano. La piccola nazione scandinava è infatti quella in cui il Covid-19 si sta diffondendo con la rapidità ed imprevedibilità maggiore, passando da circa 20 a più di 600 casi nel giro di cinque giorni. Tra gennaio e febbraio, l’Istituto danese di malattie infettive esegue il tampone ad appena 63 persone che presentano sintomi compatibili con quelli del temutissimo virus. Nessun contagio fino al sessantaquattresimo test: si tratta di un giornalista della rete televisiva TV2 appena tornato dalla settimana bianca in una località sciistica del Nord-Italia. La sua situazione non è però particolarmente grave, “lascia l’ospedale con un po’ di mal di stomaco”, il che contribuisce a creare l’illusione che il tanto decantato coronavirus non sia poi tanto aggressivo, e che in ogni caso tutto è sotto controllo. Coronavirus in Danimarca: la diffusione I contagi aumentano, ma sono nella norma: tutti turisti che rientrano dalle vacanze sulla neve in Nord-Italia o da alcune zone ben circoscritte dell’Austria. Anche molti studenti sono andati a sciare con le loro classi o comitive, ed è così che, al loro ritorno, vengono testati e risultano positivi, e – come nel gioco del domino – chiudono le loro scuole, ed i vari familiari e amici vengono anch’essi messi in quarantena. Qualcuno va incosciente a una festa nel weekend, qualcun altro, asintomatico, in un noto locale della capitale, in cui trascorre allegramente quasi dieci ore: il numero di contagi, prevedibilmente, sale. In maniera esponenziale. La prima ministra Mette Frederiksen dichiara già martedì 10 che la questione va presa con estrema serietà. Il virus si diffonde velocemente, ed è molto più rapido e pericoloso di una comune influenza. Molti tra coloro che ne saranno colpiti avranno bisogno di un trattamento adeguato in terapia intensiva per poter sopravvivere. Sono le 20:30, mercoledì 11 marzo, quando viene fissata una conferenza stampa speciale: la Danimarca pubblica chiude, a partire da venerdì 13, per due settimane. Sui social media impazzano foto e video di code chilometriche al supermercato. Il popolo danese, così universalmente pacifico e civile, si ritrova a svuotare scaffali e sgomitare pur di accaparrarsi quelli considerati i “beni primari”: per dover di cronaca, a finire per primi sono il rugbrød, il tanto amato “pane nero” indispensabile per gli appetitosi smørrebrød, e la carta igienica. Dei testimoni raccontano di notevoli somiglianze con le risse tipiche del “Black Friday”, con i clienti che rifiutano di lasciare il negozio all’orario di chiusura e quelli che invece escono galvanizzati con carrelli e provviste sufficienti per un bunker a prova di apocalisse. Poche ore prima della proclamazione di chiusura progressiva dello Stato danese, […]

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Teatro

Francesco Piccolo al Teatro Diana: Momenti di trascurabile (in)felicità

Tappa unica al Teatro Diana di Napoli per il reading teatrale tratto dai due romanzi complementari di Francesco Piccolo, il talentuoso scrittore e sceneggiatore italiano autore dei fortunati vademecum “Momenti di trascurabile felicità” (2010) e “Momenti di trascurabile infelicità” (2015), in tournée con la partecipazione speciale ed effervescente di Pif, regista civile, attore, nonché protagonista – nel ruolo del tipico “uomo medio” chiamato Paolo – dell’omonima versione cinematografica dei due testi diretta dal regista Daniele Luchetti e sceneggiata a quattro mani con lo stesso Francesco Piccolo (2019). C’è una certa magia sul palco, già prima che le luci si abbassino ed entrino in scena le star della serata: un’atmosfera impalpabile che il pubblico respira a pieni polmoni già prima che il sipario dia spazio a quel turbinio di parole conturbanti, osservazioni perspicaci e sentenze cristalline dinanzi alle quali ogni spettatore può riconoscersi e dire, tra sé e sé: “È proprio così. L’ho pensato anch’io. È successo anche a me”. La luce del frigorifero si spegne veramente quando lo chiudiamo? Perché il primo taxi della fila non è mai davvero il primo? Perché il martello frangi vetro è chiuso spesso dentro una bacheca di vetro? Perché il benzinaio ti dice sempre: “Un po’ più avanti, per favore”, e perché te lo dice sempre quando hai appena spento il motore? Come fanno le varie strisce del dentifricio Aquafresh a restare indipendenti una dall’altra dentro e fuori il tubetto (e forse anche nella cavità orale)? Immedesimazione, empatia, coinvolgimento, sono solo alcune delle tante sensazioni provate da chi, seduto sulla comoda poltroncina rossa della gremita platea, ha ben pensato di godersi appieno il senso dello spettacolo, la pregnanza di quel prefisso “in” posto tra parentesi nel titolo di questo singolare monologo che ben presto, grazie al vivace e veloce scambio di voci tra i due attori, si fa dialogo: “Momenti di trascurabile (in)felicità”. “Cosa è un momento di trascurabile felicità? È un modo di pensare alle cose della quotidianità, un modo di stare al mondo“ Ad apparire per primo sul palco è proprio Francesco Piccolo, con un esilarante racconto in chiave comica di un’esperienza che ognuno di noi ha inevitabilmente provato: le interminabili feste di compleanno per bambini. Piccolo le descrive dal punto di vista del genitore-accompagnatore che però non ha dimenticato il suo passato di festeggiato né tantomeno di invitato, e racchiude il tutto con la frase che sempre arriva, immancabile, pronunciata con la giusta, delusa inflessione, non appena qualcuno comincia a voler andare via: “Ma c’è la torta!”. Il pubblico ride a gran voce, i minuti scorrono rapidi scanditi da quelle piccole, trascurabili esperienze universali che, poste in maniera scanzonata e squisitamente particolare, attirano gli spettatori in un vortice di ricordi che invita alla riflessione. Quando vado a teatro, sono molto teso. Si spengono le luci, si fa silenzio e lo spettacolo sta per cominciare. Ci sono quei pochi secondi di attesa prima che si sentano le prime parole, e appena le prime parole vengono pronunciate, la prima frase fa già capire tutto; […]

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Culturalmente

Guggenheim. La Collezione Thannhauser a Milano: da Van Gogh a Picasso

«First I dream my paintings, then I paint my dreams.» È l’efficace pensiero di Vincent Van Gogh a dare il benvenuto alla splendida mostra in corso al Palazzo Reale di Milano, dal 17 ottobre 2019 al 1 marzo 2020. Prima sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni. Il motto del grande artista olandese accoglie nell’anticamera allestita al primo piano del monumentale palazzo meneghino, a mo’ di concisa introduzione a quel che sarà il percorso espositivo che ci si accinge ad intraprendere. Cinquanta opere della Collezione Thannhauser poi donate alla Fondazione Guggenheim di New York alla morte dell’ultimo superstite della famiglia tedesca, Justin, avvenuta nel 1976. Ad andare di pari passo con l’esposizione dei capolavori – si comincia con La donna con pappagallino e Natura morta: fiori di Pierre-Auguste Renoir con, nella stessa sala, Davanti allo specchio e Donna con vestito a righe di Édouard Manet – è infatti la storia stessa dei Thannhauser, mercanti d’arte tedeschi di origini ebraiche. Nel 1909 fu il padre di Justin, Heinrich Thannhauser, ad aprire la sua Moderne Galerie nel centro di Monaco. In quel giorno di novembre di ben 110 anni fa il collezionista capostipite dichiarò che la propria Galleria Moderna avrebbe avuto come primo interesse “tutto ciò che è nuovo, potente, diverso e moderno nella migliore accezione”. Aprì poi una seconda Galleria a Lucerna ed una terza a Berlino. Al suo fianco suo figlio Justin, mosso dallo stesso amore per l’arte e per i nuovi talenti su cui puntare. Il primo in assoluto, già nel 1908, fu proprio Vincent Van Gogh: Heinrich promosse infatti una delle prime mostre del pittore olandese in Germania, iniziativa che lo qualificò come un vero e proprio pioniere sia agli occhi dei collezionisti privati che alle istituzioni pubbliche nel paese. È poi la volta di tre tele “bucoliche” di Georges Seurat (Contadine sedute nell’erba, Contadine al lavoro e Contadino con zappa, tutte dipinte tra 1882 e 1883) e di sei stupefacenti di Paul Cézanne, di cui due inconfondibili Nature morte ed un soggetto dal forte impatto estatico: Uomo a braccia conserte, datato 1899. Tra le 263 opere esposte all’inaugurazione della nuova galleria berlinese nel 1927 spiccava Montagne a Saint-Rémy di Van Gogh. Dipinta nel luglio 1889 durante il ricovero dell’artista nell’ospedale cittadino, la tela evoca lo stato emotivo altalenante di Vincent tramite la forza dei colori, espressi in pennellate piuttosto spesse, evidenti, particolarmente vivaci. Il quadro, presente anche qui a Milano, è di una bellezza dirompente: una strada in parte piana con fiori fragili sul ciglio, un paesaggio più che contorto, un cielo azzurro ma non sereno. La cornice è nera, pesante, quasi a voler contenere quell’elemento incontenibile che dal quadro già promana. I due successivi ne sono una sorta di preambolo: Strada con sottopasso, del 1887, e Paesaggio con la neve, del 1888. Non lontano dalla “Sala Van Gogh“, ma anzi da ritenersi un angolino della stessa, fa bella mostra di sé Haere Mai dell’amico/nemico Paul Gauguin, datato 1891 e di chiara ambientazione “esotica”, per quei tempi. Il titolo del quadro è presente in esso vergato dall’autore in […]

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Eventi/Mostre/Convegni

I volti ideali: il genio canoviano in mostra a Milano

Nell’esclusiva sede di via Palestro, a Milano, dal 25 ottobre 2019 e fino al 18 febbraio 2020, la Galleria d’Arte Moderna (GAM) ospita la raffinatissima mostra “Canova. I volti ideali”, che presenta, in un percorso espositivo preciso e ben curato, la genesi e l’evoluzione della tipologia di busti perlopiù femminili realizzati dallo scultore veneto all’apice della sua carriera. Curata da Omar Cucciniello e Paola Zatti, l’esposizione “I volti ideali” è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Galleria d’Arte Moderna di Milano e dalla casa editrice Electa, e racconta – attraverso 39 opere di cui 24 di Canova – la storia di questo genere più “di nicchia” rispetto al ben noto patrimonio costituito dai capolavori canoviani. Tra queste, cinque sculture mai esposte in Italia prima d’ora, come l’erma di Corinna e la magnifica Musa del 1817. Si tratta di una serie di volti esclusivamente femminili (ad eccezione dell’unicum Paride), molti dei quali realizzati senza commissione, e dunque su iniziativa dell’artista, disposto sua sponte a tenerli per sé. Le opere in esposizione in “I volti ideali” provengono dai principali musei nazionali (Gallerie degli Uffizi di Firenze, Gipsoteca Canoviana di Possagno, Galleria d’Arte Moderna di Torino, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Museo Correr di Venezia) e internazionali (Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, J. Paul Getty Museum di Los Angeles, Kimbell Art Museum di Fort Worth, Museu Calouste Gulbenkian di Lisbona, Musée des Beaux Arts di Lione, Musée Fabre di Montpellier). Accanto alle ”teste” del maestro del Neoclassicismo sono anche proposti preziosi confronti con opere che vanno dall’antichità ai giorni nostri, e che da un lato indicano i modelli da cui lo scultore prese spunto, mentre dall’altro evidenziano il valore universale della sua arte. Tra questi, meritano un occhio di riguardo le favolose sculture antiche della collezione Farnese (ammirate da Canova a Napoli), gli affreschi del Quattrocento toscano, le teste velate di Antonio Corradini (famoso autore della Pudicizia nella Cappella Sansevero dal cui Cristo velato Canova rimase folgorato nel 1780, durante il suo primo soggiorno partenopeo), ma anche l’arte del Novecento e le sculture di Adolfo Wildt e Giulio Paolini, la cui filosofica Mimesis conclude idealmente il bel tour d’insieme. La prima opera in cui ci si imbatte, non appena si varca l’ingresso al piano terra dello splendido palazzo, è – non a caso – un volto. Quello reale di Antonio Canova, ma dall’artista stesso eseguito, e dunque, in qualche modo, idealizzato. Dal fermo titolo: Autoritratto come scultore. Pochi anni dopo l’Autoritratto come pittore, custodito alla Galleria degli Uffizi, nel 1799 Canova ha quarantadue anni e decide di rappresentare se stesso con gli strumenti che più reputa propri: lo scalpello ed il mazzuolo. Confinato nella natia Possagno durante i mesi dell’occupazione francese a Roma, Canova è “costretto” a dedicarsi quasi esclusivamente alla pittura. Con il ritratto proposto a mo’ di apertura, invece, l’artista pare voler ricordare a se stesso la sua più autentica vocazione di scultore, rimarcata dalla firma in calce. È Canova stesso, a partire dal 1811, a dedicarsi a quelle che egli stesso definì “teste […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Città del Gusto Napoli presenta “I Drink Pink 2019” alla Terrazza Angiò

Città del Gusto Napoli e Gambero Rosso organizzano un evento imperdibile nel capoluogo campano. L’appuntamento è fissato per giovedì 18 luglio alle 20 nella location super esclusiva della Terrazza Angiò, all’undicesimo piano dell’Hotel Mediterraneo in via Ponte di Tappia, con vista mozzafiato sulla città e sul golfo di Napoli. L’unica accortezza richiesta riguarda il dress code: si invitano i partecipanti ad indossare qualcosa di rosa per richiamare il colore frizzante della bevanda, leitmotiv della serata a tema, curata nei minimi dettagli. « I DRINK PINK »: si legge in ogni angolo del rooftop partenopeo, dove tutto – ma davvero tutto – è addobbato per fare pendant con l’attesissima festa rosata. La partecipazione sulla Terrazza Angò è calorosa e i vini rosé da tutta Italia fanno sfoggio di sé sui tavoli arricchiti da deliziosi bouquet, accompagnati dalla meticolosa attenzione dei perfetti sommelier. I drink pink sulla Terrazza Angiò Il Piemonte presenta un Majoli 2018 Cascina Pastori delle Tenute Sella: fresco e interessante come il territorio da cui proviene. La Lombardia ha ben cinque proposte da offrire, tra cui spicca un Franciacorta Brut DOCG 2015 Ferghettina, a nostro giudizio eccellente. Il Veneto vanta tre prodotti di rilievo: un Filanda Rosé brut millesimato Riserva Pinot nero e due Bardolino, un Classico Chiaretto 2018 ed un omonimo spumante della stessa annata. Il Trentino Alto Adige fa faville con un Perlé Rosé Riserva 2014 Ferrari, mentre Emilia Romagna ed Abruzzo sono presenti con due cantine ciascuna, ognuna delle due con uno spumante rosato extra dry. Lazio e Molise fanno assaggiare due buoni prodotti del 2018, ma è giocoforza la Campania a fare bella mostra di sé e a dare il meglio del rosé in tutte le sue forme e mescolanze, con ben ventinove proposte diverse. E ancora sulla Terrazza Angiò la Cantina di Solopaca offre un Aglianico Rosato Sannio dop 2018 ed un Rosato Beneventano IGP. De’ Gaeta un IGT Campania Rosato 2018, mentre Ettore Sammarco un ottimo Terre Saracene DOC Costa d’Amalfi Rosato 2018. Fontanavecchia propone un Aglianico del Taburno DOCG 2018 di tutto rispetto e La Guardiense un gradevolissimo Ambra Rosa Aglianico Sannio DOP, sempre 2018. La Pietra di Tommasone è in lizza con un Epomeo Rosato Rosamonti IGP 2018, mentre Macchie S. Maria sfoggia due DOC molto pregevoli: un Costa d’Amalfi ed un Ophelia Irpinia Rosato. Marisa Cuomo presenta anch’essa un Costa d’Amalfi Rosato DOC, mentre Masseria Frattasi un Orchis Purpurea Aglianico del Taburno Rosato 2017. Caso analogo per Pietrefitte, anch’esse con un Aglianico del Taburno Rosato 2017 e 2018. Le cantine Rossovermiglio propongono uno spumante Rosato Sannio Aglianico DOC extra dry denominato Animanera, nonché un Sannio Aglianico DOC 2017 detto Incantesimo Rosa. La Cantina Raffaele Palma offre invece varie annate di Salicerchi DOC Costa d’Amalfi (2013, 2017 e 2018) ed un Costa di Salerno 2015. La Tenuta Scuotto un Malgré, Torelle un omonimo Torelle, mentre Vinicola del Sannio un Sannio Aglianico Rosato DOC 2018 Effluvio e Tenuta Cavalier Pepe un effervescente Rosato del Varo. Due ulteriori Aglianico – Vetere Rosato 2018 e Gioi Spumante […]

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Culturalmente

R-estate al MANN: mostre e caffè all’Archeologico napoletano

MANN: Estate ricca di eventi e mostre al Museo Archeologico di Napoli! « Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,  vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perderesti mai, là su salendo ritrovar potrai »   Si atterra sulla luna entrando al MANN. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli apre al popolo di affezionati e curiosi visitatori invitandoli – giovedì 18 luglio alle 17 – ad una doppia inaugurazione. I versi tratti dal trentaquattresimo canto dell’Orlando furioso richiamano la missione apparentemente impossibile di Astolfo a cavallo del suo ippogrifo: San Giovanni gli rivela il modo in cui recuperare il senno perduto di Orlando, smarrito sulla superficie lunare. La premessa culturale è d’obbligo, quando ci si imbatte in un Museo sconfinato e di prim’ordine quale l’Archeologico partenopeo. Dopo il successo della mostra da record su Canova e l’antico, chiusasi il 30 giugno, ai primi di luglio ha prontamente aperto i battenti una mostra sugli Assiri. Il giorno 11 ha invece ri-aperto – dopo una chiusura ultraventennale – la sezione monumentale sulla Magna Grecia, per visitare la quale bisogna addirittura indossare dei calzari, data la preziosità dei mosaici da “calpestare”. Giovedì 18 ci si concede un bis: in occasione del cinquantesimo anniversario del primo storico atterraggio dell’uomo sulla luna, si presenta una mostra a tema, acutamente intitolata MANN ON THE MOON, e allo stesso tempo si inaugura il MANN-café, per non perdere di vista la dimensione più squisitamente terrena e quotidiana del pubblico museale. Mentre, dunque, nell’atrio del Museo, sino al 30 settembre, si potrà passeggiare tra reperti preziosissimi legati all’iconografia lunare ed alla misurazione del tempo nell’antichità, in una nuova ala dedicata ci si potrà sedere per ristorarsi e sorseggiare un buon caffè napoletano. Particolarmente interessante il menu, che tra le varie bevande à la carte propone la “cuccuma”, per 4 persone, anche in versione destrutturata ideale per l’estate, a mo’ di variante del caffè freddo. Vera chicca da assaggiare lo storico panis Pompeii, a base di farina di farro, pinoli, mandorle, anice e mosto d’uva rossa. Interessanti anche i timballi di pasta, le “scatole di riso” in veste gourmet, o vari piatti cucinati seguendo la tecnica della vasocottura. A presenziare all’evento, e a sottolinearne la portata e la cooperazione internazionale, Mary Ellen Countryman, console generale degli Stati Uniti a Napoli, che ringrazia per la memoria storica della città partenopea e la sapiente lungimiranza che la caratterizza. Ad accompagnarla e ad introdurla il direttore del MANN ormai al suo secondo mandato Paolo Giulierini, che racconta aneddoti gustosi volti a svelare risvolti inediti dell’occasione. «Quando arrivai quattro anni fa a Napoli, da Cortona, non mi spiegavo perché non riuscissi più a dormire. Era il caffè. Qui a Napoli è così: ci si incontra e ci si vede per un caffè, si lavora e si prende un caffè. Non si può vivere senza caffè». In un tragicomico amarcord […]

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Cinema e Serie tv

Saverio Costanzo, il regista de L’amica geniale a Villa Pignatelli

È una serata tranquilla e ventilata quella prescelta da Saverio Costanzo per ri-presentare i primi due episodi dell’amatissima serie-tv tratta dai romanzi di Elena Ferrante. L’amica geniale attira numerosi spettatori, curiosi, appassionati, nella splendida cornice neo-classica di Villa Pignatelli che fa da location per l’evento dal sintomatico titolo ”Doppio Sogno. On life, love and memory” – organizzato da Teatro Galleria Toledo – martedì 16 luglio alle 20:30. Si aspetta il tramonto romantico del sole perché il regista, Saverio Costanzo, prenda la parola. Tra le prime file del pubblico non passa inosservata la “voce” della serie, Alba Rohrwacher, che si vocifera faccia da spalla a Costanzo in qualità di co-regista nella seconda stagione, la cui messa in onda è prevista per il prossimo tardo autunno su Raiuno. Non si tratta, però, di un incontro volto ad anticipare contenuti futuri dell’attesissima saga, bensì di un momento di raccoglimento nei riguardi di un personaggio del passato, protagonista delle due puntate riproposte, venuto a mancare nell’agosto 2018: Antonio Pennarella. “Le bambole” e “I soldi” sono i titoli dei due primi episodi della prima stagione, andati in onda in prima serata a fine novembre 2018, durante i quali le due bambine co-protagoniste del romanzo e della sua versione per il grande schermo, Lila e Lenù, si misurano con l’orco del rione, don Achille, magistralmente interpretato da Pennarella. «Il nostro affetto ancora lo accompagna. Antonio è uno di noi»: con queste parole esordisce Saverio Costanzo, che ripercorre sul filo dei ricordi il tragitto umano che ha lasciato che “L’amica geniale” figurasse tra le performance dell’attore, fino a suggellarne, purtroppo, l’ultima interpretazione. «Antonio non aveva detto di essere malato: veniva sul set anche quando non doveva girare», prosegue Costanzo, soffermandosi sull’assegnazione del ruolo a seguito di un provino più che altro formale, in quanto al regista era già solo bastata una foto – di quell’uomo dall’aspetto un po’ burbero dal volto molto noto – per sceglierlo e volerlo. Don Achille è un personaggio-chiave per la crescita precoce delle due bambine in balia del duro scontro con la cruda realtà che ne scandirà la vita e l’amicizia. «Don Achille è uno strozzino, è un uomo di merda», si sente denunciare più volte nella seconda puntata, che si chiuderà in maniera particolarmente mesta e tragica. Per Costanzo l’interpretazione di Pennarella è una delle più riuscite di tutta la prima stagione, e lo dichiara con la fermezza priva di retorica tipica di chi è convinto di ciò che pensa. «Antonio è arrivato con tutta la sua umanità: si è preso don Achille e l’ha fatto suo. È come aver perso un amico vero», continua Costanzo nel parlare del ruolo impersonato dall’attore senza poterlo separare dall’uomo «dai sentimenti forti» che vi stava dietro. È una presentazione breve ma intensa quella del regista, che rivela di custodire alcune immagini ormai di repertorio dell’attore non ancora utilizzate nel primo capitolo della serie. Il sole è tramontato sul maxi-schermo montato ad hoc nel cortile di Villa Pignatelli. Costanzo invita il pubblico ad un applauso in […]

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Teatro

Bartleby di Melville un tenero scrivano: Leo Gullotta al Teatro Sannazaro

Un’anteprima nazionale di rilievo attira al Napoli Teatro Festival 2019 l’attenzione che esso merita nel panorama culturale estivo della città partenopea. Martedì 9 e mercoledì 10 luglio, al Teatro Sannazaro di via Chiaia, è andato infatti in scena un classico della letteratura moderna che ha fatto registrare il tutto esaurito ad entrambe le rappresentazioni. Bartleby lo scrivano – il celebre racconto di Herman Melville datato 1853 – è stato proposto nel riadattamento curato da Francesco Niccolini per la regia di Emanuele Gamba, che soltanto nel 2020 comincerà il suo tour teatrale in giro per l’Italia. A vestire i panni del protagonista Bartleby è Leo Gullotta, volto noto ed amato dagli spettatori che ne hanno applaudito più volte la performance. Funziona l’interazione sul palco con il resto degli attori: con le due brave attrici Giuliana Colzi e Lucia Socci, e con i tre convincenti Andrea Costagli, Dimitri Frosali e Massimo Salvianti. La sceneggiatura è fedele al racconto originale, la scenografia essenziale e le luci e le musiche sapientemente indovinate. Non appena si apre il sipario, compare ciò che ne costituirà l’ambientazione centrale: tre scrivanie, cinque sedie e cinque lampade accanto ad esse. Una porta sullo sfondo che nasconde un bagno e un lavandino. Fa il suo ingresso Rita, la donna delle pulizie armata di straccio e spazzolone: non le sfugge una briciola nel suo pulire in lungo e in largo quel luogo così sobrio pieno di faldoni, fascicoli, e carta per scrivere. Uno ad uno fanno poi il loro ingresso coloro che a quel luogo conferiscono la giusta atmosfera: uno studio legale diretto da un avvocato senza nome, apparentemente buono e giusto, aiutato dai suoi tre dipendenti Turkey, Nippers e Miss Ginger, che in questa versione è una donna e dunque differisce dal fattorino Ginger Nut melvilliano.Le caratteristiche dei personaggi sono altrimenti rispettate: Turkey è un modello di efficienza al mattino, ma dopo pranzo diventa insolente e scontroso; Nippers è invece intrattabile al mattino ma dà il suo meglio di pomeriggio. I ritmi dello studio si susseguono simili ed uguali, cadenzati da una musica da “loop” che li accompagna, finché il principale non decide di assumere un nuovo scrivano. All’annuncio di lavoro risponde Bartleby, che si presenta in ufficio vestito di grigio, un colore non casuale volto ad amplificarne la cifra antracite di fondo. Gullotta rispecchia in tutto e per tutto la “gentilezza cadaverica” che deve impersonare. Bartleby lavora come il più dedito degli scrivani: non ha eguali per la bravura nel redigere, la rapidità di esecuzione, l’assenza di errori. Ma non appena gli viene chiesta una qualsiasi cosa che esuli dalla mansione per cui è stato assunto, egli rifiuta con la battuta ferma che l’ha reso celebre nella storia della letteratura: «I would prefer not to», qui reso con un grave: «Avrei preferenza di no». C’è stupore, incredulità, malumore, un turbinio di reazioni incresciose e contrarie girano attorno alla solidità dello scrivano che fa tutt’uno con la sua sedia alla scrivania e puntualmente preferisce non fare altro che ciò che deve […]

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