Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Libri

Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone: recensione

È uscita per Einaudi Stile Libero “Fiori”, la nuova avventura dei Bastardi di Pizzofalcone firmata da Maurizio De Giovanni. Il titolo dell’avvincente romanzo – tra l’altro il numero 10 della serie, a mo’ di garanzia del campione – suggerisce di leggerlo proprio come se fosse un fiore. Ecco la nostra recensione. È una splendida mattina di primavera, la città è illuminata da una luce perfetta, nell’aria l’odore del mare si mescola al profumo del glicine, della ginestra, dell’anemone. Della rosa. Come può venire in mente di uccidere qualcuno in un giorno come questo, in un posto come questo? La citazione prescelta per invitare alla lettura del nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni, “Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone”, non potrebbe essere più perfetta. È una splendida mattina di primavera ed un omicidio violento scuote il quartiere di Pizzofalcone, delitto che si rivela subito esser stato compiuto prima dell’orario di apertura della maggior parte dei negozi ed in maniera particolarmente efferata. La vittima è Nicola Savio, un fioraio buono e delicato come i fiori che tanto ama e racconta ai suoi clienti, ai quali adora  narrare i come ed i perché delle piante che consigliava o, qualche volta, regala. Ucciso nel chiosco di fiori di sua proprietà, il cadavere dell’uomo viene ritrovato dal suo migliore amico, il signor Ciro Durante, il quale, per quanto sconvolto dall’accaduto, dà in qualche modo l’allarme in commissariato. Ad arrivare sul luogo dell’omicidio sono l’agente scelto Aragona ed il commissario Lojacono, personaggi letterari a cui ormai – dopo il successo dell’omonima e fortunatissima serie-tv – non si può non dare il volto di Antonio Folletto e Alessandro Gassmann. Ma sono di nuovo presenti tutti gli agenti del commissariato dei “Bastardi” ai quali ci siamo via via affezionati grazie alla penna ritrattistica di De Giovanni. Giorgio Pisanelli, in particolar modo, che avevamo lasciato in balia di un serio problema di salute. O Francesco Romano, alle prese con un giovane amore. Alex Di Nardo, reduce dall’ipotesi di esser stata tradita. La coppia Palma-Ottavia, da cui l’intesa tra un superiore accurato, da tutti invocato per cognome, ed una materna poliziotta, che tutti chiamano per nome. Nuovi personaggi si aggiungono come petali ulteriori a quella che, nell’immaginario di Pizzofalcone, colloca nel commissariato la corolla portante di ogni singolo fiore. Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone: la nostra recensione Fiori. Fiori di ogni colore, gialli e rossi e azzurri e screziati. Fiori a gambo lungo e corto, a calice e a stella, a imbuto o a ruota. Fiori a pannocchia e a campana, a spiga e a sperone. Fiori come parole, fiori a migliaia, ognuno col suo peso e la sua forma, ognuno col suo significato. Protagonisti del decimo romanzo sui Bastardi di Pizzofalcone sono i fiori. Vari piccoli capolavori della natura vengono nominati nel corso delle pagine scorrevolissime di De Giovanni: l’anemone, evocato per il senso di speranza che racchiude, o la rosa gialla, per quello del recondito, per finire con vari accenni ai fiori di potentille, avvicinati alla realtà […]

... continua la lettura
Libri

Il gatto che amava la gentilezza di Rachel Wells

Una lettura luminosa, perfetta per questi tempi bui. È uscito per Garzanti il nuovo romanzo di Rachel Wells, “Il gatto che amava la gentilezza”. Ecco la nostra recensione! “A chi può mai venire in mente di prendere un cane, quando ha nei paraggi due gatti perfetti?”: è questo l’ingenuo interrogativo posto da Alfie, il gattino letterario che abbiamo tutti imparato ad amare grazie ai romanzi di Rachel Wells, l’autrice britannica che ha saputo combinare le sue più grandi passioni – la scrittura e i gatti – dando vita ad una fortunata serie di romanzi da 200.000 copie vendute. “Il gatto che amava la gentilezza” è uscito a novembre tra le novità di Narrativa Straniera presso Garzanti, ed ha continuato a raccontare le vivaci avventure di Alfie, il gatto londinese stavolta alle prese con una vicenda che lascia rivivere un’atmosfera da “Lilli e il Vagabondo”. Laddove nel cartone disneyano a turbare la tranquilla esistenza dei cani di casa era un bambino, nel romanzo della Wells – tutto narrato in prima persona felina da Alfie -, è un nuovo cagnolino, acquistato dagli “umani” della villetta in Edgar Road, anch’essi pungolati da dubbi vari e preoccupazioni quotidiane. Alfie è infatti, in tutto e per tutto, il “gatto di casa”. Un gattino adorabile che non perde occasione per mettere in pratica il principio semplicissimo di cui si rende portatore universale: “essere gentili”. Alfie è rocambolescamente diventato papà di George, gattino adorabile anch’esso impegnato a crescere a suon di domande e qualche dispetto. Non viene invece accolto con gran gioia l’arrivo di Cetriolino, cucciolo di cane di appena due mesi, che rende subito George geloso e diffidente, perché la novità che il cagnolino rappresenta, in una famiglia di umani che adorano i gattini, attira su di sé tutte le attenzioni, causando in George il tipico timore di vedersi “spodestato” dall’ultimo arrivato. “Il gatto che amava la gentilezza”: una lettura luminosa Cosa fare per essere gentili nei riguardi di chi è venuto per restare? È questo l’insegnamento che Alfie, questa volta, è chiamato delicatamente a tenere. È papà Alfie, infatti, a dare a George una lezione essenziale da incidere in grande nel cuore: “Ricordati quel che ti dico sempre. C’è abbastanza amore per tutti”. E qui i riferimenti letterari non possono non rimandare a Luis Sepúlveda e alla sua intramontabile “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Cetriolino inizialmente si diverte a giocare con una palla da tennis, “un gioco che i gatti considerano degno di loro”. Ci penserà George, allora, seguendo i consigli ed interpretando a modo suo gli ammonimenti di Alfie, ad insegnare al cagnolino quello che meglio sa fare: proverà a comunicare l’ebbrezza di essere un gatto, benché Cetriolino sia e resti inevitabilmente un cucciolo di cane! È anche la storia di un’amicizia, quella raccontata così “dolcemente” in questo nuovo romanzo di Rachel Wells: quella della combriccola felina capitanata da Alfie e George che, piano piano, facendo tesoro delle differenze, accoglie il cucciolo canino con la gentilezza che […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Vista per voi: Emily in Paris, nuova serie su Netflix

È uscita il 2 ottobre su Netflix la nuova serie Emily in Paris, spensierata commedia americana in dieci puntate diretta da Darren Star, creatore di Sex and the City. «Pardon her French»: è il motto scelto per accompagnare la locandina delle avventure di Emily, interpretata da Lily Collins, una giovane ragazza americana che si ritrova a dover partire per la meravigliosa capitale francese per cogliere al volo un’irripetibile offerta di lavoro. La direttrice dell’azienda di marketing per cui Emily lavora, infatti, le concede il posto di un anno di esperienza a Parigi, inizialmente a lei destinato, all’interno della piccola società francese “Savoir”, appena acquisita dal gruppo americano che la donna presiede. Dalla sua vita ordinata e squisitamente americana di ragazza sportiva «ovvia, priva di mistero, che pensa di poter aprire tutte le porte» e che corre otto chilometri in quarantuno minuti per le vie di Chicago, già nel corso della prima puntata Emily si ritrova a fare le valigie ed atterrare nella Ville Lumière, invero restituita in posa da cartolina, al massimo del suo splendore. Sin dall’arrivo della protagonista nella capitale francese, lo spettatore più attento potrebbe però avvertire “puzza di cliché”: addirittura l’agente immobiliare che le mostra l’appartamento al quinto piano senza ascensore in cui Emily abiterà – nell’esclusivissima Place de l’Estrapade, nel 5. arrondissement – finisce per corteggiarla, il che rappresenta, a nostro modo di vedere, uno dei leitmotiv (limitanti ed irrealistici) dell’intera serie, ovvero il piacere a tutti ed il doverlo per forza fare, pena l’essere esclusi dai cosiddetti “ambienti che contano”. Emily in Paris: recensione «Sono qui per aumentare la visibilità o per piacere a tutti?» è, del resto, un interrogativo che la stessa Emily pone al suo team, pardon: alla sua équipe, nei primi giorni in cui viene vessata dai colleghi di lavoro, inorriditi dal fatto (per loro inconcepibile) che la ragazza non parli il francese e che anzi pretenda di voler americanizzare la loro francesissima società. Ma Emily resta sul serio la ragazza americana alla conquista dell’Europa: esperta di marketing e social media come la maggior parte dei teenager statunitensi, Emily vive su Instagram. Non è un’esagerazione se pensiamo al fatto che il titolo stesso della serie – Emily in Paris – diventa il nickname del suo nuovo account, che passa dall’avere una cinquantina di follower ad arrivare a contarne più di ventimila. Come? Con un – alquanto poco probabile – coup de theatre: relegata dalla direttrice dell’agenzia ad occuparsi di pubblicizzare un prodotto sulla secchezza vaginale, Emily lo fa nel meno classico dei modi. Con un post in cui fotografa il prodotto e si pone una domanda grammatico-sociale: perché il termine “vagina”, in francese, è di genere maschile e non femminile. La questione incontra – di nuovo: addirittura! – l’attenzione di Carla Bruni e Brigitte Macron, che ritwitta il post della ragazza e la consacra ad un futuro di influencer, il che la renderà ancora più invisa ai già invidiosi colleghi di lavoro. Nel frattempo Emily ha almeno trovato un’amica: Mindy Chen, ragazza cinese […]

... continua la lettura
Libri

Mina Settembre nel nuovo libro di Maurizio De Giovanni

Il 15 settembre 2020 esce per Einaudi l’attesissima nuova avventura di Mina Settembre, l’eroina “fuori posto” che nella scrittura di Maurizio De Giovanni trova il perfetto equilibrio tra forma e contenuto. Annunciato sin dai torridi mesi estivi, il nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni ha fatto incetta di pre-prenotazioni anche dall’estero per poi schizzare direttamente ai vertici delle classifiche dei libri italiani più letti e desiderati. Ma cosa avrà di tanto particolare questa figura femminile immaginaria per attirare su di sé l’attenzione di migliaia di lettori? La nostra risposta è immediata: una sorta di calamita interna, entro e fuor di metafora. Una calamita è, infatti, un corpo che genera un campo magnetico, un campo invisibile all’occhio umano ma di cui sono ben noti gli effetti, essendo in grado di spostare materiali ferromagnetici come il ferro e attrarre o respingere due magneti. Mina è tutto questo, e, una volta immersa nell’inchiostro dell’ironia di De Giovanni e lasciata asciugare e prender vita in quel dedalo di vicoli e viuzze dei Quartieri Spagnoli di Napoli, diventa un’eroina: una calamita per le calamità del tutto irresistibile. Sono molteplici le angolazioni da cui guardare questa vera e propria forza della natura che segue il suo istinto e trascina con sé chi incontra con tutta la potenza vulcanica della città da cui proviene. Come ha più volte spiegato il suo creatore, Maurizio De Giovanni, Mina Settembre è, paradossalmente, una donna “fuori posto” che da questo dettaglio esistenziale tirerà fuori la grinta e la voce necessarie per venire alla ribalta e non accettare compromessi o sotterfugi di alcun tipo. «Mina è fuori posto in tutto: fuori posto nel suo corpo, perché vorrebbe essere vista per il proprio impegno sociale e l’ intelligenza e non per il fisico strepitoso; fuori posto a casa sua, perché dopo il divorzio vive, vessata dalla madre, nella stanzetta di quando era piccola perché non ha i soldi per andare da un’altra parte; fuori posto nel suo ambiente di lavoro, perché è nata e cresciuta in un ambiente borghese e quelli dei Quartieri Spagnoli la vedono come una dei quartieri alti, e infine anche nell’amore, perché dopo il matrimonio con il magistrato De Carolis s’innamora di un uomo che maltratta, come spesso succede alle donne quando si comportano da adolescenti». Date le suddette premesse, il magnetismo è inevitabile. Mentre la prima avventura, pubblicata nel 2018 con Sellerio, vedeva Gelsomina Settembre – questo il nome completo all’anagrafe letterario – alle prese con “Dodici rose” lasciate da un misterioso assassino sul luogo del delitto, stavolta il caso con cui Mina si misura avviene in una soffitta. Una soffitta priva di riscaldamento in un palazzo affascinante e un po’ datato tipico dei Quartieri: una soffitta in cui viene trovato morto un uomo e fa troppo freddo. Troppo freddo per Settembre. Troppo freddo per Settembre: la nostra recensione Il romanzo comincia, in realtà, con una dedica. La dedica di Maurizio De Giovanni a sua madre, scomparsa a pochi giorni dall’uscita del libro, che in sé inizia con […]

... continua la lettura
Libri

Riccardino: recensione dell’ultimo Montalbano di Camilleri

A un anno dalla morte di Andrea Camilleri la sua storica casa editrice Sellerio dà alle stampe Riccardino, l’ultima avventura del commissario Montalbano. La nostra recensione di Riccardino “Il tilefono sonò che era appena appena arrinisciuto a pigliari sonno, o almeno accussì gli parsi, doppo ore e ore passate ad arramazzarisi ammatula dintra al letto.” È questo l’incipit dell’ultimo romanzo di Andrea Camilleri, Riccardino, scritto tra il 2005 e il 2006 e poi rivisto una decina d’anni dopo dal suo autore che, nel 2016, volle ridare un’occhiata a quella geniale lingua sicula creata nell’altrettanto inventata cittadina di Vigata. Nell’introduzione curata dalla casa editrice Sellerio, vengono svelati i retroscena della stesura di Riccardino a mo’ di preambolo alla lettura del romanzo. È con questo spirito che viene ripercorsa la “quarantennale avventura di amicizia, di libri, di lavoro, di divertimento, iniziata nei primi anni ’80”, quando Andrea Camilleri – allora regista teatrale e docente all’Accademia d’Arte drammatica “Silvio D’Amico” a Roma – consegnò a Leonardo Sciascia un faldone di documenti su una “Strage dimenticata avvenuta a Porto Empedocle nel 1848“. Sciascia studiò le carte ricevute e se ne appassionò a tal punto che non volle limitarsi a scriverne una cronaca, bensì propose allo scopritore dell’interessante vicenda locale, ripescata dal lontano passato, di raccontarla a modo suo, impegnandosi a sostenerne la successiva pubblicazione. Un’avventura che in tal modo ha segnato sia l’avvenire di Andrea Camilleri e del suo futuro di scrittore quanto il successo e il destino tout-court della casa editrice palermitana, fortemente legata al “Tiresia di Porto Empedocle” e indimenticabile creatore del commissario di Vigata. «Ancora un momento, Montalba’»: il continuo “dialogo tra le righe” tra il creatore Andrea Camilleri e la creatura Salvo Montalbano Gli affezionati lettori di Camilleri, nonché sostenitori del commissario Montalbano, non potranno non inforcare gli occhiali della malinconia nel leggere questo “romanzo di congedo”, dove il titolo stesso, inizialmente scelto dal Maestro come provvisorio, suona come un’invocazione che risuona dell’eco del definitivo. Così succede con la tastiera di un pianoforte, dove tonalità deboli danno armonia alle note forti e tutte sono inevitabilmente necessarie per una composizione in grande stile. Rispetto alla solidità di altre creazioni letterarie di Camilleri, la trama di Riccardino sembra infatti deboluccia. Montalbano riceve una telefonata per errore dopo una notte insonne e a comporre il numero è la vittima prossima e ventura, un uomo che si rivelerà poi “un mandrillo” ed è contorniato da tre amici così stretti da esserlo fin troppo, sino all’inevitabile gioco di specchi e sospetti che daranno corpo e piega all’indagine, leggermente “sottotono” rispetto ai ritmi narrativi a cui il Maestro aveva generosamente abituato i suoi fedeli lettori. Ci sono parole magnifiche, destinate a far parte dell’alfabeto camilleriano come di quello italiano: «mammalucchigna» per dire «magica», o «’nturciunata» per rendere tutto il complesso senso del contorto. Ma a spiazzare sono le incursioni del Camilleri eterno ammiratore del conterraneo Pirandello e dei suoi personaggi in cerca d’autore: vi è un Andrea che di continuo “parla” col suo Salvo, lo bacchetta […]

... continua la lettura
Libri

Tre passi per un delitto: recensione di un noir a sei mani

È bastato poco per balzare in testa alle classifiche: “Tre passi per un delitto“ è un avvincente romanzo noir scritto “a sei mani” e cioè da tre diversi autori. Cristina Cassar Scalia, Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni: eccoli, gli scrittori dalle penne d’oro coinvolti in un progetto che esalta le qualità stilistiche di ognuno di loro. I tre autori del nuovo romanzo edito da Einaudi, a pochi giorni dall’uscita del testo “in comune”, registrano già uno straordinario gradimento del pubblico, tra cui si fanno largo i “fedelissimi” di ciascuno dei tre che, uniti al resto degli “aficionados”, formano insieme un metaforico esercito di soddisfatti lettori, resi tali proprio dalla “coralità” del progetto di fondo che li ha ulteriormente legati a tutto tondo. Già il titolo del romanzo – “Tre passi per un delitto” – invita alla lettura, scandendo, allo stesso tempo, gli stacchi, le voci e gli spaccati della vita borghese nella quale ci si trova ad entrare con passo felpato sin dalle prime pagine, come in punta di piedi. Siamo a Roma, nell’esclusivo quartiere Prati: una giovane ragazza ventottenne di nome Giada è stata uccisa nel suo appartamento. Laureata in Storia dell’Arte, il primo a raccontare di lei è il commissario Davide Brandi, chiamato a svolgere le prime indagini sull’omicidio. A dare la parola a questo poliziotto acuto ed ambizioso è Giancarlo De Cataldo.  Pian piano si vengono a scoprire particolari interessanti sulla vita di Giada, tra cui il dettaglio non secondario che avesse un amante molto noto nella Roma “bene” di cui entrambi facevano parte: Marco Valerio Guerra è un uomo d’affari ricco sfondato, con una solida famiglia al seguito, tanti “amici” ed altrettanti nemici. A sondarne i meandri dell’animo, col suo stile inconfondibile, è Maurizio De Giovanni.  A sopportare il narcisismo del marito fedifrago, i suoi continui tradimenti e la complessa personalità è Anna Carla Santucci, la moglie ripiegata nell’ombra, magistralmente creata da Cristina Cassar Scalia, la grande autrice-rivelazione di “Sabbia nera”, che, oltre ad essere una promettente scrittrice, esercita come medico oftalmologo nella sua bella Sicilia. Le versioni dei tre protagonisti non collimano tra loro ma tutte rappresentano un’angolazione diversa e irrinunciabile da cui si guarda e racconta la stessa spinosa vicenda. Ad andare d’accordissimo sono invece le voci e le mani dei tre autori, nel momento in cui si passa da un capitolo e da un punto di vista all’altro senza esserne disturbati, ma anzi invogliati a continuare nella lettura al fine di sciogliere il bandolo della matassa, obiettivo che il commissario Brandi è deciso a raggiungere sin dalle prime battute. “Perciò, se esiste una crepa, devo essere io a individuarla, prima di chiunque altro. E, una volta individuata, devo capire se la si può sanare o se è l’avvisaglia dell’abisso, e dunque bisogna ricominciare tutto daccapo. Ma sarei ipocrita se non confessassi a me stesso che la crepa è precisamente ciò che sto cercando. E credo di averla trovata in questo tabulato.” Quello della ragazza uccisa diventa un caso nazionale, dibattuto su social […]

... continua la lettura
Attualità

Luciano De Crescenzo, il tributo dei Quartieri Spagnoli

A un anno esatto dalla morte di Luciano De Crescenzo, avvenuta a Roma il 18 luglio 2019, Napoli gli dedica un favoloso murale nel cuore dei Quartieri Spagnoli. “Io penso che Napoli sia ancora l’ultima speranza che ha l’umanità per sopravvivere”: recita così la scritta d’accompagnamento all’opera di sagace street-art firmata da Michele Quercia e Francesca Avolio inaugurata a Napoli la mattina del 18 luglio 2020 nel cuore dei Quartieri Spagnoli, a un anno dalla scomparsa del grande scrittore partenopeo. La sua città natale gli aveva già donato un commosso addio durante le esequie tenutesi nella Chiesa di Santa Chiara, alle quali parteciparono migliaia di persone. Alle 11:30 del 18 luglio 2020, all’incrocio tra vico Tre Regine e via De Deo, nel “ventre di Napoli”, un nutrito gruppo di gente accorre per assistere all’inaugurazione del murale che ritrae Luciano De Crescenzo in una delle sue espressioni tipiche, sorridenti e con sguardo furbetto, contorniato dal suo pensiero-testamento che voleva Napoli ultima speranza per un’umanità altrimenti votata al trionfo del disumano. Rispettando la distanza di sicurezza e le disposizioni vigenti per via del coronavirus, il sindaco Luigi De Magistris dedica al compianto autore di “Così parlò Bellavista” un appassionato ricordo. Bloccata a Roma per motivi personali la figlia dello scrittore Paola, è però presente, in qualità di rappresentante della famiglia De Crescenzo, suo figlio Michelangelo, orgoglioso e felice del tributo riservato a suo nonno Luciano da parte della calorosa città d’origine. Il murale, realizzato con tempera acrilica, ha un titolo particolare, tutto partenopeo: si intitola, infatti, “‘O pallone ‘mmiez ‘e ‘mmachine”, ossia “Il pallone tra le macchine” e ritrae una scena caratteristica del vicolo in cui è ambientata, cioè il momento in cui dei ragazzini dei quartieri devono recuperare il pallone con cui stavano giocando, bloccatosi accanto a un’edicola votiva, con l’aiuto di una scopa. Al flash mob celebrativo sono presenti vari personaggi del mondo dello spettacolo tra cui gli attori Carmine Rizzo e Francesco Paolantoni, che spendono parole commosse per l’amatissimo “Professore”. Viene anche recitata la poesia di Totò “Core analfabeta”, con l’intento di rendere omaggio alla lezione di De Crescenzo secondo la quale il popolo napoletano è in tutto e per tutto un “popolo d’amore”. L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione “Quartieri Spagnoli 1536” presieduta da Raffaele Esposito. L’evento è stato fortemente voluto anche da Renato Ricci, amico storico di De Crescenzo e fondatore del primo fan club a lui dedicato, in collaborazione con il Tavolo Interassessorile per la Creatività Urbana del Comune di Napoli e la Municipalità Napoli 2, rappresentata dal Presidente Francesco Chirico e dal suo vice Luigi Carbone. Dulcis in fundo, al termine della presentazione del murale, la Pasticceria “Seccia” ha offerto un delizioso dessert e “Don Café – Street Art Coffee” ha preparato per tutti i presenti un bicchierino di caffè con la “cuccumella”, la tipica caffettiera “sott’e’ncoppa” tanto amata da Eduardo e di certo anche da Luciano De Crescenzo, in quanto espressione perfetta delle eccellenze ed aspettative partenopee. Un’atmosfera squisitamente partenopea che all’insopprimibile passione per la […]

... continua la lettura
Libri

Pietro Grasso: Paolo Borsellino parla ai ragazzi | Recensione

In occasione del ventottesimo anniversario della strage di via D’Amelio, Pietro Grasso riprende metaforicamente in mano la penna che Paolo Borsellino lasciò sulla sua scrivania il giorno in cui fu poi ucciso. Esce per Feltrinelli Paolo Borsellino parla ai ragazzi. Ecco la nostra recensione. Palermo, 19 luglio 1992. Domenica, cinque del mattino. Seduto alla scrivania dello studio di casa sua, il giudice Paolo Borsellino risponde ad una lettera ricevuta da un liceo di Padova. Delle nove domande che gli alunni di quella scuola gli hanno posto per iscritto, il magistrato siciliano replica alle prime tre: come e perché è diventato giudice? Cosa sono la Dia e la Dna? Che differenza c’è tra mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita? Borsellino non ha mai incontrato quegli studenti, né terminerà mai la stesura di quella lettera. Poche ore più tardi, dopo pranzo, andrà a casa di sua madre in via Mariano D’Amelio numero 21 accompagnato dai fidati agenti della scorta, i suoi “angeli custodi”. Una Fiat 126 – poi rivelatasi rubata – è parcheggiata proprio lì nei pressi, e alle 16:58 l’ordigno in essa contenuto, forte di di novanta chili di esplosivo, verrà azionato e ucciderà sul colpo il giudice di Palermo e cinque dei suoi sei agenti, il sesto dei quali se la caverà solo perché impegnato in una manovra al volante della macchina di servizio. Dopo quasi trent’anni da quel sanguinoso 1992, il 19 luglio ricorre di nuovo di domenica nel 2020, ma, a causa dei divieti e degli annullamenti degli eventi pubblici per via del coronavirus, quest’anno le manifestazioni altrimenti sempre organizzate in via D’Amelio in ricordo del vile attentato mafioso non si svolgeranno. A tener viva la memoria dell’evento e a riprendere metaforicamente in mano la penna che quel mattino ha impugnato Paolo Borsellino è allora Pietro Grasso, anche lui magistrato sin dal 1969, giudice a latere nel maxiprocesso a Cosa nostra e successivamente procuratore capo a Palermo e procuratore nazionale antimafia, poi attivamente impegnato in politica. Paolo Borsellino parla ai ragazzi: leggere Pietro Grasso Il titolo del testo svela l’intento del suo autore almeno quanto la copertina prescelta per questo bel volume: Paolo Borsellino parla ai ragazzi, illustrazioni di Francesco Camporeale. Ad occuparsi dell’introduzione è un’altra voce profonda e leggera, esperta nel saper dialogare coi giovani: è il volto pulito del regista e conduttore Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, a svelare il sottile fil rouge che lo lega al giudice Grasso e si stringe attorno a un film, il suo La mafia uccide solo d’estate, che il magistrato chiede di vedere insieme, dopo un’assenza da un cinema durata ventitré anni. Sono molte le similitudini tra una vita sotto scorta e quella di reclusione forzata in casa vissuta nel 2020 durante l’emergenza da Covid-19. È proprio richiamando quest’esperienza ormai universale, perché provata da tutti in tutta Italia, che si cerca di parlare ai giovani e di far loro capire cosa un sacrificio veramente comporta, e quale ne sia il lungimirante fine. Un libro al bivio Il libro-testimonianza di Pietro Grasso è […]

... continua la lettura
Libri

Una lettera per Sara di Maurizio De Giovanni

Scala le vette delle classifiche dei noir italiani Maurizio De Giovanni con la nuova avventura narrata in “Una lettera per Sara”; per protagonista l’eroina destinataria della missiva: Sara Morozzi. “Una lettera per Sara” è edito da Rizzoli e tinge con un tocco di rosa la collana “Nero Rizzoli”, non a caso definita “la bussola del noir”. Una lettera, pensò lei, dice sempre qualcosa. Anche a distanza di trent’anni. Sara Morozzi è una donna in pensione, egregiamente ritratta di spalle nella copertina di quest’ultimo romanzo di Maurizio De Giovanni: capelli grigi raccolti in una coda, abiti perfetti per non dare nell’occhio, immortalata mentre ammira Napoli in tutto il suo sublime splendore di kantiana memoria. Nel panorama editoriale italiano, Sara è nata nemmeno tre anni fa: dapprima presente “in sordina” nell’antologia “Sbirre” (2018) con il racconto “Sara che aspetta”, poco prima aveva reclamato una storia tutta per sé che ne aveva segnato il debutto, dal titolo schietto “Sara al tramonto” (2018). Nel 2019 è uscito invece “Le parole di Sara”, mentre “Una lettera per Sara“ è fresco di stampa in questo torrido 2020. UNA NUOVA AVVENTURA PER SARA, ma indietro nel tempo L’età anagrafica di Sara non è meglio precisata: è stata una poliziotta in gamba, un’ex agente della più segreta “Unità dei servizi“ capace di leggere le labbra ed interpretare il linguaggio del corpo dei tanti sospettati. Un personaggio che ha sempre preferito restare sullo sfondo anziché mettere in mostra le sue introvabili caratteristiche. Una donna che osserva pur passando, ai più, inosservata. Una persona che fugge da qualcosa ed a cui, nello stesso tempo, nulla sfugge. Con in mente almeno due grandi serie-tv americane, si potrebbe azzardare che Sara strizzi l’occhio sia a “Lie to me”, dove il protagonista è un esperto in microespressioni facciali, che a “Cold case”, dove si riaprono casi irrisolti in realtà mai chiusi del tutto. Sul filo del paradosso, in un rincorrersi continuo tra presente e passato si svolge questa nuova avventura raccontata in “Una lettera per Sara”, in sé e per sé ispirata ad un fatto di cronaca nera e poi liberamente riadattata. In tal senso, l’omaggio è contenuto sin dalla dedica: “A Graziella Campagna, morta nel silenzio”. Graziella Campagna è stata una giovane vittima della mafia uccisa nel 1985 mentre aspettava l’autobus per tornare a casa, a 17 anni, per il solo fatto di aver trovato, nella tasca di una camicia che le era stata consegnata nella lavanderia in cui lavorava, un documento che non avrebbe dovuto leggere né decifrare. È dunque questo il “cold case”, il “caso congelato“ affrontato in “Una lettera per Sara”. Le prime pagine del romanzo conducono per mano in una libreria antiquaria dove, tra gli scaffali impolverati e la rigida direzione di un’anziana proprietaria, si muove una ragazza alle prese coi problemi di qualsiasi studentessa fuorisede. Lei studia economia e fa questo lavoro part-time per mantenersi in una città che non è la sua ma nella quale frequenta con entusiasmo l’università. I clienti della libreria non sono moltissimi, e questo […]

... continua la lettura
Libri

Conosci l’estate?: il debutto di Simona Tanzini

Il primo romanzo di Simona Tanzini per le prestigiose edizioni Sellerio è un libro “palermitano” quanto la sua storica casa editrice. “Conosci l’estate?” è un debutto promettente che ha per protagonista una donna sensibilissima con un nome che è tutto un colore. Viola. Viola è un colore, ed è il colore stesso della donna che racconta nove giorni in una Palermo afosa e bellissima in balia dello scirocco. Stile scorrevole, prosa loquace, Viola è una giornalista romana che vive da sola col suo gatto e lavora da appena un anno per una emittente televisiva nel capoluogo siciliano. Seguendo le sfumature di un etereo arcobaleno, si trova invischiata in una vicenda dai contorni noir che vede coinvolto un famoso cantante suo amico, “eroe locale” nonché fratello del suo vicino di casa. Sono i colori e la musica i contorni ideali di questo romanzo fresco e robusto, che restituiscono un’immagine di Palermo moderatamente lontana dagli stereotipi, ricchissima di rimandi letterari e riflessioni psicologiche. Quando mi chiese «conosci l’estate?» io per un giorno per un momento corsi a vedere il colore del vento Sono i versi – musicali, ça va sans dire – della “Canzone per l’estate” di Fabrizio De André ad aprire il romanzo e a svelare una tonalità in esso contenuta sin dal titolo. La tonalità di un colore che tinge ed attraversa ogni pagina, perché filtro primo e ultimo negli occhi stessi di Viola, come se fossero le lenti attraverso cui lei vede il mondo e lo descrive. Viola non lo chiama “disturbo della percezione”, preferisce definirlo “una particolarità”. In gergo simil-medico, soffre di una “sinestesia cromo-musicale” che consiste, quando sente una musica, nel vederne il colore predominante e nell’attribuire a tutte le persone che incontra e che lasciano una traccia nel suo peculiare pentagramma una melodia personale che, quando poi risuona, fa sì che venga alla luce tutto il loro colore. «La sinestesia è un cosiddetto disturbo neurologico. Oltre a essere una figura retorica. Io mi oppongo alla definizione di «disturbo neurologico»; un po’ perché vorrei evitare di diventare un manuale di neurologia generale ambulante, un po’ perché non è un disturbo. È una particolarità, diciamo. Una caratteristica. Una roba. Non un disturbo. Sono così da quando ero piccola. Da molto prima dell’altra diagnosi. Quella me l’hanno fatta due anni e mezzo fa, e quando mi hanno chiesto se avevo mai avuto patologie neurologiche, ho detto di no. Perché non è una patologia. È una figura retorica, appunto. Che a volte prende forma nelle persone. E con ciò? Qui sono circondata da iperbole ed enfasi, si sguazza nell’allegoria, è il regno dei metalogismi. Ce la vogliamo davvero andare a prendere con una sinestesia?» Conosci l’estate? di Simona Tanzini: recensione È sulla scia di una sfumatura rossa, ad esempio, che Viola inizia ad indagare all’omicidio di una giovane ragazza, Romina, un delitto che sconvolge Palermo ed investe anche l’ambiente di personaggi più o meno noti della città. E lo fa con una lieve punta di ironia e critica nei riguardi dell’attenzione spesso […]

... continua la lettura
Libri

Amore a prima vista: recensione del romanzo di Margaret Storm Jameson

Arriva in Italia “Amore a prima vista”, il secondo capitolo della famosa trilogia letteraria di Margaret Storm Jameson, grande scrittrice femminista inglese Un romanzo “poderoso” Londra, 1924. Hervey Russell è una giovane donna con “grandi occhi guardinghi, fronte prominente, mascella squadrata, lunga bocca e naso ben fatto e insolente“: è lei la protagonista di “Amore a prima vista”, il “poderoso” romanzo di Margaret Storm Jameson, 446 pagine di stile scorrevole e storia conturbante, pubblicato in Italia da Fazi Editore nell’ottima traduzione di Velia Februari. Il titolo originale è “Love in Winter” ed infatti anche la stagione invernale ha un ruolo rilevante all’interno del lungo racconto ambientato nella magnifica capitale inglese, alle prese con le sfide e le difficoltà del primo dopoguerra: Londra fa da background ad una storia d’amore che nasce in un inverno difficile, in un clima post-bellico con tutti i problemi socio-economici che il conflitto mondiale ha creato, acuito e non risolto. La trama di “Amore a prima vista” Hervey è sposata con un uomo che non ama e con cui ha però un figlio, che per la giovane eroina rappresenta la cosa più preziosa di tutta la vita. Lavora come redattrice per la “London Review” e per niente al mondo rinuncerebbe a quel lavoro, dove deve avere quotidianamente a che fare con la capricciosa proprietaria della rivista letteraria. Un giorno d’inverno, però, Hervey ritrova un cugino di cui aveva, in un certo senso, “perso le tracce”. Nicholas Roxby è reduce in prima persona dei postumi e dei traumi scaturiti dalla guerra e per tanti versi è un uomo completamente diverso rispetto a quello che era prima: da entusiasta, affascinante e pieno di vita è diventato adesso disilluso, viziato e disincantato. È qui che entra in gioco la scelta del titolo italiano del romanzo, laddove l’amore, che scatta “a prima vista” tra Hervey e Nicholas, supera l’inverno in cui è nato, destinato al prosieguo delle stagioni da affrontare. Nel 2019 Fazi Editore aveva già portato in Italia il primo volume della trilogia: “Company Parade”, scritto dalla Jameson nel 1934. “Love in Winter” ne è la continuazione e fu pubblicato a Londra nel 1935. C’è perciò da aspettarsi che nel 2021 uscirà anche il terzo capitolo della trilogia, redatto nel 1936 con il sintomatico titolo “None turn back”, e che in italiano potrebbe essere reso con un “Nessuno torna indietro” o con un più lapidario “Nessuno torna sui propri passi”. L’autrice C’è di certo un che di autobiografico nei romanzi di Margaret Storm Jameson; lei stessa, infatti, è stata in balia di alcuni degli stessi dilemmi che attanagliano la sua protagonista Hervey. Una donna madre che lavora e si batte per i diritti delle donne, per il principio di creatività e riflessione versus quello della produttività veloce che ambisce a sovvertire l’ordine della serietà del mondo letterario ed umano. Dopo la trilogia firmata col suo proprio nome, privo di quello “da sposata” acquisito convolando a nozze col marito anch’egli autore, Margaret Storm Jameson pubblicò, nel 1937 e nel ‘38, altri tre […]

... continua la lettura
Libri

“Momenti trascurabili”: recensione del vol. 3 di Francesco Piccolo

Esce per Einaudi il volume 3 dei “Momenti trascurabili” di Francesco Piccolo. Lo scrittore casertano, sceneggiatore di successo e – a teatro – trascinante mattatore, torna a collezionare “momenti“ esilaranti: spassosi, fragili, provocatoriamente “trascurabili”. Fresco di vittoria alla cerimonia – quest’anno online – del David di Donatello assegnato al pluripremiato film di Marco Bellocchio “Il traditore”, Francesco Piccolo riprende in mano la penna dell’autore geniale volto ad annotare i suoi momenti più o meno trascurabili, stavolta privi di specificazione. Se ad aprire la trilogia erano stati, infatti, i momenti di felicità (2010) e a seguire quelli di infelicità (2015), riassunti poi entrambi sia al cinema – nel film di Daniele Luchetti “Momenti di trascurabile felicità” (2019) – che al teatro – nella tournée intitolata “Momenti di trascurabile (in)felicità” -, in questo terzo volume non c’è genitivo che tenga. A conferire all’agile volumetto bianco in puro stile Einaudi un incipit di rilievo, è una citazione solenne a mo’ di esergo: “Proprio le cose cui si è appena badato durante il giorno, le idee non chiarite, le parole dette senza pensarci e alle quali non si è prestata attenzione, tornano di notte in immagini concrete e vive, e diventano oggetto dei sogni, quasi a rivalsa di essere state trascurate” Tratte dal grave “Il dottor Živago“ di Boris Pasternak, le righe prescelte racchiudono già un’introduzione a quelli che sono i sogni ad occhi aperti e talvolta gli incubi sottaciuti raccolti dall’effervescente scrittore campano. Chi ha avuto il piacere di seguirlo a teatro, non potrà fare a meno di leggere anche questo terzo volume con la sua voce nella orecchie, come se fosse un audiolibro: una voce ben scandita che interpreta gli attimi narrati rendendo ogni momento raccontato un istante sublimato, e già solo per questo non trascurabile né tantomeno trascurato. Francesco Piccolo e i suoi momenti trascurabili: la nostra recensione Il primo momento proposto è una riflessione efficace sui tempi diversi all’interno di una coppia, laddove l’alter-ego del Piccolo letterario si dichiara essere costantemente proiettato al futuro contro una moglie “ossessivamente” confinata al presente. Una riflessione che, giocoforza, fa i conti con l’imprevedibilità della morte ed i tanti modi sottili di esorcizzarla. Ma sono molteplici i toni che si mescolano tra loro tra le pagine scorrevolissime di questo prezioso vademecum contemporaneo, perché molteplici sono le situazioni che essi vanno ad evocare: le considerazioni linguistiche di un autore che non userà mai la parola “Stivale” per parlare dell’Italia o la locuzione “la perfida Albione” per descrivere l’Inghilterra, per esempio, o quelle più riconoscibili di un uomo medio che la mattina si sveglia e ha il semplice desiderio, comune a molti, di leggere il giornale sorseggiando un caffè. O l’identikit del tipico romano pigro che cerca una partner nel giro del proprio quartiere entro le mura aureliane, rispetto al quale persino la Magliana risulta off-limits. La stanchezza di chi si dichiara sfinito dalla ripetitività di due gesti ormai quotidiani, come il mettere la benzina o il fermarsi al bancomat. L’eterna incertezza nel donare il 5 o […]

... continua la lettura
Libri

“Il sapore delle parole inaspettate”: il romanzo “parigino” di Giulia Zorat

Il sapore delle parole inaspettate | Recensione del romanzo “parigino” di Giulia Zorat Esce in ebook “Il sapore delle parole inaspettate“, una favola moderna ambientata a Parigi. “Mais le ciel de Paris N’est pas longtemps cruel Pour se faire pardonner Il offre un arc-en-ciel” È con una citazione musicale che comincia il romanzo di Giulia Zorat , vincitore del torneo letterario gratuito IoScrittore, promosso dal Gruppo editoriale Mauri Spagnol, con le parole rese immortali da Édith Piaf, scelte proprio perché catapultano direttamente sotto il cielo “magico” di cui cantano: quello che a Parigi è spesso plumbeo e grigio, ma mai tanto crudele da durare troppo a lungo, e che poi quasi per farsi perdonare regala, inaspettato, un arcobaleno. Sono versi che rimandano all’atmosfera che in tutto il romanzo si respira. Una storia che assume un po’ tutte le sfumature dello stesso arcobaleno: sembra a tratti cupa, affrontando il dolore della morte e della perdita, poi persino tragicomica, quando a raccontarla è un bambino speciale e intelligentissimo, fino a diventare iridescente, attraverso gli occhi di due adulti che – dopo tanto non averlo assaporato – ritrovano il gusto della vita. Il piacere delle piccole cose Tra gli inaggirabili titoli di riferimento per questa favola moderna non si può non pensare al favoloso mondo di Amélie Poulain, la dolce ragazza col caschetto impersonata da Audrey Tatou e resa famosa sul grande schermo dalla fantastica regia di Jean-Pierre Jeunet. Sono almeno quattro le storie diverse che si intrecciano e si influenzano a vicenda tra le pagine di questo libro piacevolissimo e che si incontrano tra le righe di una rubrica curata dal giornalista François LeFevre, curiosamente intitolata “Aujourd’hui. Vita, morte e miracoli a Parigi”. I protagonisti de “Il sapore delle parole inaspettate” Jacques è un uomo anziano che ha perso LEI, la compagna di una vita che non riesce più nemmeno a nominare. Enea è un bambino che gli fa da nipote, forse il protagonista più irresistibile del romanzo. Enfant prodige, scrive un diario indirizzato ad un padre italiano che non ha mai conosciuto e di cui sa solo il nome: Alberto. Irene è la madre di Enea, italiana che dal proprio Paese d’origine è fuggita, ritrovando in Jacques ed in sua moglie una famiglia che non aveva mai avuto. LEI aveva infatti una pasticceria, “Chez Josephine”, che adesso è andata in eredità a Irene, pasticciera provetta che coccola i suoi clienti con dei dolcetti di sua invenzione: i “mots du chocolat”. Non semplicemente “al” cioccolato, ma “di” cioccolato, con all’interno dei brevi messaggi che invitano a riassaporare l’esistenza. È grazie a queste “parole di cioccolato” che fa capolino François, il giornalista che compie quarant’anni e si trova alle prese con uno strano incarico: consegnare un pacco di lettere… in Paradiso! Tempi, luoghi, miracoli La storia ha una cornice temporale precisa: dal settembre 2013 all’aprile 2014, ma in realtà potrebbe svolgersi al di là di qualsiasi confine cronologico. Una lettura ideale in questi tempi difficili, per i quali proprio i francesi hanno coniato un […]

... continua la lettura
Attualità

Il coronavirus nel cuore dell’Europa: Danimarca in stato d’emergenza

Lo spettro del coronavirus ha ormai raggiunto l’Europa: il temuto nemico invisibile si è insinuato nel Continente Antico dove miete centinaia di vittime e provoca il più assoluto terrore. Dopo l’Italia, il paese più colpito dichiarato “zona protetta” la sera del 9 marzo, altre nazioni europee prendono le dovute misure per un disperato contenimento del virus. La Danimarca proclama lo stato d’emergenza la sera di mercoledì 11, due giorni dopo il drastico provvedimento italiano. La piccola nazione scandinava è infatti quella in cui il Covid-19 si sta diffondendo con la rapidità ed imprevedibilità maggiore, passando da circa 20 a più di 600 casi nel giro di cinque giorni. Tra gennaio e febbraio, l’Istituto danese di malattie infettive esegue il tampone ad appena 63 persone che presentano sintomi compatibili con quelli del temutissimo virus. Nessun contagio fino al sessantaquattresimo test: si tratta di un giornalista della rete televisiva TV2 appena tornato dalla settimana bianca in una località sciistica del Nord-Italia. La sua situazione non è però particolarmente grave, “lascia l’ospedale con un po’ di mal di stomaco”, il che contribuisce a creare l’illusione che il tanto decantato coronavirus non sia poi tanto aggressivo, e che in ogni caso tutto è sotto controllo. Coronavirus in Danimarca: la diffusione I contagi aumentano, ma sono nella norma: tutti turisti che rientrano dalle vacanze sulla neve in Nord-Italia o da alcune zone ben circoscritte dell’Austria. Anche molti studenti sono andati a sciare con le loro classi o comitive, ed è così che, al loro ritorno, vengono testati e risultano positivi, e – come nel gioco del domino – chiudono le loro scuole, ed i vari familiari e amici vengono anch’essi messi in quarantena. Qualcuno va incosciente a una festa nel weekend, qualcun altro, asintomatico, in un noto locale della capitale, in cui trascorre allegramente quasi dieci ore: il numero di contagi, prevedibilmente, sale. In maniera esponenziale. La prima ministra Mette Frederiksen dichiara già martedì 10 che la questione va presa con estrema serietà. Il virus si diffonde velocemente, ed è molto più rapido e pericoloso di una comune influenza. Molti tra coloro che ne saranno colpiti avranno bisogno di un trattamento adeguato in terapia intensiva per poter sopravvivere. Sono le 20:30, mercoledì 11 marzo, quando viene fissata una conferenza stampa speciale: la Danimarca pubblica chiude, a partire da venerdì 13, per due settimane. Sui social media impazzano foto e video di code chilometriche al supermercato. Il popolo danese, così universalmente pacifico e civile, si ritrova a svuotare scaffali e sgomitare pur di accaparrarsi quelli considerati i “beni primari”: per dover di cronaca, a finire per primi sono il rugbrød, il tanto amato “pane nero” indispensabile per gli appetitosi smørrebrød, e la carta igienica. Dei testimoni raccontano di notevoli somiglianze con le risse tipiche del “Black Friday”, con i clienti che rifiutano di lasciare il negozio all’orario di chiusura e quelli che invece escono galvanizzati con carrelli e provviste sufficienti per un bunker a prova di apocalisse. Poche ore prima della proclamazione di chiusura progressiva dello Stato danese, […]

... continua la lettura
Teatro

Francesco Piccolo al Teatro Diana: Momenti di trascurabile (in)felicità

Tappa unica al Teatro Diana di Napoli per il reading teatrale tratto dai due romanzi complementari di Francesco Piccolo, il talentuoso scrittore e sceneggiatore italiano autore dei fortunati vademecum “Momenti di trascurabile felicità” (2010) e “Momenti di trascurabile infelicità” (2015), in tournée con la partecipazione speciale ed effervescente di Pif, regista civile, attore, nonché protagonista – nel ruolo del tipico “uomo medio” chiamato Paolo – dell’omonima versione cinematografica dei due testi diretta dal regista Daniele Luchetti e sceneggiata a quattro mani con lo stesso Francesco Piccolo (2019). C’è una certa magia sul palco, già prima che le luci si abbassino ed entrino in scena le star della serata: un’atmosfera impalpabile che il pubblico respira a pieni polmoni già prima che il sipario dia spazio a quel turbinio di parole conturbanti, osservazioni perspicaci e sentenze cristalline dinanzi alle quali ogni spettatore può riconoscersi e dire, tra sé e sé: “È proprio così. L’ho pensato anch’io. È successo anche a me”. La luce del frigorifero si spegne veramente quando lo chiudiamo? Perché il primo taxi della fila non è mai davvero il primo? Perché il martello frangi vetro è chiuso spesso dentro una bacheca di vetro? Perché il benzinaio ti dice sempre: “Un po’ più avanti, per favore”, e perché te lo dice sempre quando hai appena spento il motore? Come fanno le varie strisce del dentifricio Aquafresh a restare indipendenti una dall’altra dentro e fuori il tubetto (e forse anche nella cavità orale)? Immedesimazione, empatia, coinvolgimento, sono solo alcune delle tante sensazioni provate da chi, seduto sulla comoda poltroncina rossa della gremita platea, ha ben pensato di godersi appieno il senso dello spettacolo, la pregnanza di quel prefisso “in” posto tra parentesi nel titolo di questo singolare monologo che ben presto, grazie al vivace e veloce scambio di voci tra i due attori, si fa dialogo: “Momenti di trascurabile (in)felicità”. “Cosa è un momento di trascurabile felicità? È un modo di pensare alle cose della quotidianità, un modo di stare al mondo“ Ad apparire per primo sul palco è proprio Francesco Piccolo, con un esilarante racconto in chiave comica di un’esperienza che ognuno di noi ha inevitabilmente provato: le interminabili feste di compleanno per bambini. Piccolo le descrive dal punto di vista del genitore-accompagnatore che però non ha dimenticato il suo passato di festeggiato né tantomeno di invitato, e racchiude il tutto con la frase che sempre arriva, immancabile, pronunciata con la giusta, delusa inflessione, non appena qualcuno comincia a voler andare via: “Ma c’è la torta!”. Il pubblico ride a gran voce, i minuti scorrono rapidi scanditi da quelle piccole, trascurabili esperienze universali che, poste in maniera scanzonata e squisitamente particolare, attirano gli spettatori in un vortice di ricordi che invita alla riflessione. Quando vado a teatro, sono molto teso. Si spengono le luci, si fa silenzio e lo spettacolo sta per cominciare. Ci sono quei pochi secondi di attesa prima che si sentano le prime parole, e appena le prime parole vengono pronunciate, la prima frase fa già capire tutto; […]

... continua la lettura
Culturalmente

Guggenheim. La Collezione Thannhauser a Milano: da Van Gogh a Picasso

«First I dream my paintings, then I paint my dreams.» È l’efficace pensiero di Vincent Van Gogh a dare il benvenuto alla splendida mostra in corso al Palazzo Reale di Milano, dal 17 ottobre 2019 al 1 marzo 2020. Prima sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni. Il motto del grande artista olandese accoglie nell’anticamera allestita al primo piano del monumentale palazzo meneghino, a mo’ di concisa introduzione a quel che sarà il percorso espositivo che ci si accinge ad intraprendere. Cinquanta opere della Collezione Thannhauser poi donate alla Fondazione Guggenheim di New York alla morte dell’ultimo superstite della famiglia tedesca, Justin, avvenuta nel 1976. Ad andare di pari passo con l’esposizione dei capolavori – si comincia con La donna con pappagallino e Natura morta: fiori di Pierre-Auguste Renoir con, nella stessa sala, Davanti allo specchio e Donna con vestito a righe di Édouard Manet – è infatti la storia stessa dei Thannhauser, mercanti d’arte tedeschi di origini ebraiche. Nel 1909 fu il padre di Justin, Heinrich Thannhauser, ad aprire la sua Moderne Galerie nel centro di Monaco. In quel giorno di novembre di ben 110 anni fa il collezionista capostipite dichiarò che la propria Galleria Moderna avrebbe avuto come primo interesse “tutto ciò che è nuovo, potente, diverso e moderno nella migliore accezione”. Aprì poi una seconda Galleria a Lucerna ed una terza a Berlino. Al suo fianco suo figlio Justin, mosso dallo stesso amore per l’arte e per i nuovi talenti su cui puntare. Il primo in assoluto, già nel 1908, fu proprio Vincent Van Gogh: Heinrich promosse infatti una delle prime mostre del pittore olandese in Germania, iniziativa che lo qualificò come un vero e proprio pioniere sia agli occhi dei collezionisti privati che alle istituzioni pubbliche nel paese. È poi la volta di tre tele “bucoliche” di Georges Seurat (Contadine sedute nell’erba, Contadine al lavoro e Contadino con zappa, tutte dipinte tra 1882 e 1883) e di sei stupefacenti di Paul Cézanne, di cui due inconfondibili Nature morte ed un soggetto dal forte impatto estatico: Uomo a braccia conserte, datato 1899. Tra le 263 opere esposte all’inaugurazione della nuova galleria berlinese nel 1927 spiccava Montagne a Saint-Rémy di Van Gogh. Dipinta nel luglio 1889 durante il ricovero dell’artista nell’ospedale cittadino, la tela evoca lo stato emotivo altalenante di Vincent tramite la forza dei colori, espressi in pennellate piuttosto spesse, evidenti, particolarmente vivaci. Il quadro, presente anche qui a Milano, è di una bellezza dirompente: una strada in parte piana con fiori fragili sul ciglio, un paesaggio più che contorto, un cielo azzurro ma non sereno. La cornice è nera, pesante, quasi a voler contenere quell’elemento incontenibile che dal quadro già promana. I due successivi ne sono una sorta di preambolo: Strada con sottopasso, del 1887, e Paesaggio con la neve, del 1888. Non lontano dalla “Sala Van Gogh“, ma anzi da ritenersi un angolino della stessa, fa bella mostra di sé Haere Mai dell’amico/nemico Paul Gauguin, datato 1891 e di chiara ambientazione “esotica”, per quei tempi. Il titolo del quadro è presente in esso vergato dall’autore in […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

I volti ideali: il genio canoviano in mostra a Milano

Nell’esclusiva sede di via Palestro, a Milano, dal 25 ottobre 2019 e fino al 18 febbraio 2020, la Galleria d’Arte Moderna (GAM) ospita la raffinatissima mostra “Canova. I volti ideali”, che presenta, in un percorso espositivo preciso e ben curato, la genesi e l’evoluzione della tipologia di busti perlopiù femminili realizzati dallo scultore veneto all’apice della sua carriera. Curata da Omar Cucciniello e Paola Zatti, l’esposizione “I volti ideali” è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Galleria d’Arte Moderna di Milano e dalla casa editrice Electa, e racconta – attraverso 39 opere di cui 24 di Canova – la storia di questo genere più “di nicchia” rispetto al ben noto patrimonio costituito dai capolavori canoviani. Tra queste, cinque sculture mai esposte in Italia prima d’ora, come l’erma di Corinna e la magnifica Musa del 1817. Si tratta di una serie di volti esclusivamente femminili (ad eccezione dell’unicum Paride), molti dei quali realizzati senza commissione, e dunque su iniziativa dell’artista, disposto sua sponte a tenerli per sé. Le opere in esposizione in “I volti ideali” provengono dai principali musei nazionali (Gallerie degli Uffizi di Firenze, Gipsoteca Canoviana di Possagno, Galleria d’Arte Moderna di Torino, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Museo Correr di Venezia) e internazionali (Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, J. Paul Getty Museum di Los Angeles, Kimbell Art Museum di Fort Worth, Museu Calouste Gulbenkian di Lisbona, Musée des Beaux Arts di Lione, Musée Fabre di Montpellier). Accanto alle ”teste” del maestro del Neoclassicismo sono anche proposti preziosi confronti con opere che vanno dall’antichità ai giorni nostri, e che da un lato indicano i modelli da cui lo scultore prese spunto, mentre dall’altro evidenziano il valore universale della sua arte. Tra questi, meritano un occhio di riguardo le favolose sculture antiche della collezione Farnese (ammirate da Canova a Napoli), gli affreschi del Quattrocento toscano, le teste velate di Antonio Corradini (famoso autore della Pudicizia nella Cappella Sansevero dal cui Cristo velato Canova rimase folgorato nel 1780, durante il suo primo soggiorno partenopeo), ma anche l’arte del Novecento e le sculture di Adolfo Wildt e Giulio Paolini, la cui filosofica Mimesis conclude idealmente il bel tour d’insieme. La prima opera in cui ci si imbatte, non appena si varca l’ingresso al piano terra dello splendido palazzo, è – non a caso – un volto. Quello reale di Antonio Canova, ma dall’artista stesso eseguito, e dunque, in qualche modo, idealizzato. Dal fermo titolo: Autoritratto come scultore. Pochi anni dopo l’Autoritratto come pittore, custodito alla Galleria degli Uffizi, nel 1799 Canova ha quarantadue anni e decide di rappresentare se stesso con gli strumenti che più reputa propri: lo scalpello ed il mazzuolo. Confinato nella natia Possagno durante i mesi dell’occupazione francese a Roma, Canova è “costretto” a dedicarsi quasi esclusivamente alla pittura. Con il ritratto proposto a mo’ di apertura, invece, l’artista pare voler ricordare a se stesso la sua più autentica vocazione di scultore, rimarcata dalla firma in calce. È Canova stesso, a partire dal 1811, a dedicarsi a quelle che egli stesso definì “teste […]

... continua la lettura