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Eroica Fenice

Libri

PIF e il suo primo romanzo «…che Dio perdona a tutti» | Intervista

Intervista/recensione a PIF per l’uscita del suo primo romanzo, “…che Dio perdona a tutti” Esilarante debutto letterario per Pierfrancesco Diliberto, meglio conosciuto come PIF : regista, attore, autore televisivo, conduttore radiofonico, sceneggiatore, che si guarda bene dal definirsi “scrittore”. «…che Dio perdona a tutti» è un romanzo appena uscito per Feltrinelli e già si candida a diventare un curioso caso editoriale. Scopriamo perché con un’intervista/recensione al suo scoppiettante autore, PIF. «Il cristianesimo è oggi difeso e continuerà per lungo tempo a venir difeso così strenuamente perché è diventato la religione più comoda. È ancora cristiano tutto ciò che si chiama così? O, ponendo la domanda in forma più estesa e insieme più problematica: che cosa, nella nostra vita presente, è ancora veramente cristiano, e che cosa, invece, si chiama così solo per abitudine o per timore?». Righe tanto serrate, assertive, disincantate, le ha scritte un grande filosofo, poi passato alla storia come “anticristiano”, e fanno parte dei suoi “Frammenti postumi”. Sorride, PIF, sentendosi citare Friedrich Nietzsche, ma torna subito serio quando ascolta l’aforisma più asciutto secondo il quale «è esistito un solo cristiano ed è morto sulla croce». Il tuo romanzo affronta con sorniona leggerezza un tema profondo e sfaccettato come il cristianesimo: com’è nato e cosa rappresenta per te? È un esame di coscienza, un po’ come andare dall’analista o scrivere un diario: sono partito da un mio disagio e a un certo punto ho capito che non potevo dirmi cristiano ma nemmeno potevo definirmi ateo. Non credevo ma speravo. L’idea mi venne sotto la doccia, tre o quattro anni fa. Alzai la cornetta e dissi al mio produttore: «Ho un film!». È liberatorio, per chi è abituato a scrivere sceneggiature, misurarsi invece con un romanzo. Feltrinelli mi aveva proposto un soggetto a mia scelta e mi venne quest’idea. Poi l’abbiamo sospesa per vari impegni sopraggiunti e, quando l’ho ripresa, la domanda che si poneva il film (sic!) era ancora attuale e quindi l’ho messa su carta: cosa succede se decidiamo di vivere da cristiani? È stato un processo lento, ma l’ho fatto per onestà. Una lettrice importante è stata mia sorella: è lei la vera scrittrice di famiglia.   Il protagonista del tuo romanzo, PIF, si chiama Arturo, ha trentacinque anni e fa l’agente immobiliare a Palermo. Conduce un’esistenza piuttosto incolore, vive alla giornata, o meglio, a differenza di tanti che si accontentano di campare alla meno peggio, piano piano scopre che quella non è vita, ma pavida – e spesso ipocrita – sopravvivenza. Capisce che alle parole che si dicono, o soltanto si proclamano, non corrispondono i fatti che le rispecchiano. Che non si è ciò che si dichiara di essere, se non si pratica ogni giorno, nel concreto, ciò che è altrimenti fin troppo facile asserire, in astratto. La pietra d’inciampo di Arturo si chiama Flora: è una ragazza che un giorno vede in pasticceria e di cui subito si innamora. La grande passione di Arturo è una prelibatezza culinaria: la ricotta, nelle varie forme contemplate […]

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Libri

Giovanni Tizian e il suo libro-inchiesta “Rinnega tuo padre” (Recensione)

«Peppino, Peppino / dai i tuoi occhi al cuore / un padre e un figlio con un solo abbraccio / squarciano il tempo, vanno oltre lo spazio / cani randagi nella notte scura / la vita no, non fa paura». Rinnega tuo padre comincia con un esergo musicale. Il libro-inchiesta edito da Laterza di Giovanni Tizian, coraggioso giornalista de “L’Espresso”, allontanatosi dalla “Gazzetta di Modena” perché i suoi articoli avevano disturbato un signorotto del crimine che minacciò di volergli «sparare in bocca». Versi tratti da una canzone di Venditti che chiamano a gran voce un nome e lo associano alla storia di Peppino Impastato, altro figlio tristemente illustre che fece in vita ciò che il libro di Tizian dice sin dal titolo: rinnegò suo padre. Circa trent’anni fa un altro “Peppino” fu ucciso in Calabria, senza che ancora nulla si sappia dei mandanti dell’omicidio o dei suoi esecutori materiali. La vittima si chiamava Giuseppe Tizian. «Questo libro raccoglie le storie di figli allontanati dalle famiglie di ‘ndrangheta su ordine del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria»: sono le prime parole inserite a mo’ di “Nota dell’autore”, come introduzione al testo di 208 pagine, suddiviso in 18 capitoli, pubblicato nel giugno del 2018. Ogni capitolo narra una storia: la prima e l’ultima hanno lo stesso nome, «Rocco», e descrivono un bambino diventato adulto troppo in fretta, respirando “‘ndrangheta e piombo“. Un bambino a cui fu intimato: «La devi ammazzare. Due colpi nella faccia di quell’infame di tua mamma e chiudiamo ‘sta tragedia una volta per tutte. Devi farlo tu. Con l’età che c’hai non andrai in galera». Un figlio a cui fu ordinata, tra tutte le cose, la più innaturale. Di sparare a chi lo mise al mondo, di uccidere sua madre. Civico 404, si intitola il secondo capitolo, e si riferisce al numero da cercare sul Corso principale di Reggio Calabria ed al piccolo ufficio che vi è ubicato, diretto dal giudice Roberto Di Bella, “non un eroe, ma un onesto e riservato servitore dello Stato“. Nel 2012 viene firmato un protocollo d’intesa tra Tribunale dei minorenni e Procura della Repubblica sull’allontanamento dei minori dalle famiglie mafiose: «la soluzione estrema è allontanare i figli dal nucleo familiare. Il giudice Di Bella preferisce definirlo in altro modo: “Allontaniamo i boss dai loro figli” […]. I figli sono un tesoro inestimabile per gli ‘ndranghetisti. Per questo li considerano loro proprietà. Sono la certezza del futuro. Togliergli i figli vuol dire dissanguarli». Come provocare un’emorragia alla ‘ndrangheta, come organizzare una rivoluzione silenziosa sottraendo del sangue non ancora impuro ad un sangue del tutto infetto. Chi viene allontanato da chi e da che cosa: Giovanni Tizian ricostruisce meticolosamente le storie in trincea che dalla Calabria si estendono al resto d’Italia, sostenute dall’Associazione “Libera contro le mafie“, spiegando in maniera cristallina in che consiste l’educazione ‘ndranghetista, cosa sono le ‘ndrine, le affinità e differenze con mafia e camorra, la genesi del verbo ‘ndranghetiare, ovvero il comportarsi come un uomo della cosca. E spesso lo fa raccontando la storia di […]

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Attualità

«Il nostro Leopardi»: tre lettere autografe alla Biblioteca Nazionale di Napoli

«Firenze 06 Agosto 1827 Caro Puccinotti Sono qui da circa due mesi, e qui da Bologna ricevo la tua carissima de’ 29 di Luglio. Tu mi hai a perdonare il mio lungo silenzio, perch’io pochissimo posso scrivere, travagliato come sono da un’estrema debolezza (o comunque io la debba chiamare) de’ nervi degli occhi e della testa, la quale mi obbliga ad un ozio più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la sua giornata meglio di me.» L’incipit della lettera di Giacomo Leopardi è un’istantanea della vita allora condotta dal grande poeta, che si racconta apertamente al caro amico Francesco Puccinotti, docente di Patologia e Medicina Legale a Macerata. Corrispondente forse tra i meno noti del genio di Recanati, il professore marchigiano è il destinatario delle tre nuove lettere autografe acquisite dalla Biblioteca Nazionale di Napoli e presentate “alla comunità scientifica e alla città” nella splendida cornice della Sala Rari a mezzogiorno di un particolarmente afoso martedì 31 Luglio. Tre epistole di Giacomo Leopardi all’asta Appena sette settimane prima, martedì 12 giugno, la Casa d’Aste romana “Minerva Auctions” mette all’asta le tre epistole dall’inestimabile valore, poste e proposte sul mercato per iniziativa privata. La Biblioteca Nazionale partenopea le intercetta, il Fondo Leopardi le reclama. Viene chiesto seduta stante l’immediato annullamento della seduta già calendarizzata. Questo ed altri aneddoti vengono svelati dalle tre voci invitate per narrare la storia di questa preziosissima acquisizione: il direttore della Biblioteca Nazionale, Francesco Mercurio, la direttrice generale, Paola Passarelli, ed il Ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli. Voci che tradiscono emozioni. «Sono particolarmente orgoglioso del fatto che uno dei primi atti di cui sono stato testimone nell’esercizio delle mie funzioni sia stata quest’acquisizione. Prima di tutto per un legame affettivo che ho con Leopardi sin dai tempi della scuola. Poi perché ogni testimonianza può essere importante e decisiva per arricchire di particolari la sua biografia. In Leopardi vita e opere sono strettamente legate. Abbiamo deciso che queste lettere fossero custodite dalla Biblioteca Nazionale di Napoli perché qui è già depositato oltre l’80% del patrimonio del Poeta», rimarca il Ministro, che si sofferma sul significato e la funzione che una biblioteca degna di questo nome deve ricoprire. Per farlo, appronta un confronto efficace a partire dalla parola “ricerca”: nel caso specifico, avendo – il caso stesso – luogo in una biblioteca, una ricerca “bibliografica”. Dinanzi a quel gigante che è internet, in termini di rapidità e prestazioni, solo gli appassionati irriducibili preferiscono ancora il profumo della carta di una volta e lo spulciare e verificare titoli e autori da un cassettino impolverato da tirare a mano. Di recente, a Cremona, all’Archivio di Stato, è soltanto così, però, che uno studioso americano ha trovato un tesoro in un faldone dimenticato: il testamento di Stradivari, disperso e irrintracciabile da tempo non datato. Un fondo interamente dedicato al poeta Il Fondo dedicato a Giacomo Leopardi, all’interno della Biblioteca partenopea, ne rappresenta il fiore all’occhiello: oltre alla documentazione autografa della maggior parte dei Canti (tra cui Alla luna, […]

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Napoli & Dintorni

«Luigi Necco ci appartiene»: il PAN ricorda il giornalista-archeologo

Per un classicista, PAN è la forma neutra di  πᾶς, “tutto”. Per un filosofo, quel tutto è uno: en kai pan, “uno-tutto”. Per un archeologo, quel Pan è il dio-pastore, dio della campagna, dei pascoli e delle selve. Per un napoletano, è il PAN: il Palazzo delle Arti di Napoli. Lunedì 23 luglio, alle 18, quel Palazzo si fa salotto e ricorda il compianto giornalista Luigi Necco, venuto a mancare il 13 marzo 2018. Madrina dell’appuntamento dal titolo “Il ricordo di Luigi Necco” è Daniela Wollmann, che prende la parola dicendo di condurre l’incontro «Napoli con…» “ignobilmente”, mancandole colui che ne fu l’ideatore e prima era la sua spalla, e la di lui capacità eclettica e dialettica. Esordisce con un ricordo personale: l’incontro a Piazza Vanvitelli, il giorno che lo vide, lo fermò, prese il coraggio a quattro mani e gli parlò. Lui era già noto, lei una giovane appassionata di subacquea archeologica che desiderava condividere un libro su Tarquinia. «Mi diede il suo numero di telefono, e così nacque il lavorare insieme», complice la “pulce della Magna Grecia” posta l’uno nell’orecchio dell’altra e che andava costantemente a pungolarli, a vicenda. Il ricordo di Luigi Necco Nella sala gremita al secondo piano del Palazzo, l’atmosfera è questa. A percorrere le vie del ricordo ci sono la figlia del giornalista, Alessandra, l’assessore alla cultura Nino Daniele, il direttore del Museo Archeologico Paolo Giulierini, l’archeologo amico di lungo corso Giuseppe Maggi e Massimo Perna, docente di antichità minoiche e micenee. La figlia ha gli stessi occhi del padre, ed è emozionata nel «rinnovarlo in questo contesto, lui che amava l’arte e la vita in tutti i suoi aspetti» e nel definire questo incontro «un regalo», con l’auspicio che «questo piccolo angolo dedicato a lui» possa tenersi ogni anno. A differenza del filmato che nel messaggio d’invito si diceva sarebbe stato mostrato, in cui Luigi Necco raccontava la storia di Pompei per un’emittente giapponese, viene invece proiettato un video meno lungo ma ugualmente appassionante girato al MANN: «Il Tesoro di Priamo». «Guardate questo signore», ammonisce Necco circondato dalle statue dell’Archeologico, con il suo stile inconfondibile, da “cantastorie d’altri tempi”. Parla di Heinrich Schliemann e del tesoro di Troia trovato e donato, dal grande archeologo tedesco, al suo Stato, da cui poi scomparve, in circostanze misteriose, nel 1945. Fu «un giovane italiano» a recuperarlo, negli anni ’90. Uno che seguiva una «pista russa», convinto, a dispetto dei più, che dalla Germania non avesse preso il volo per l’America così come alcuni sostenevano, ma si trovasse ancora vicino, nascosto da qualche parte. Quel “giovane”, classe 1934, aveva deciso di fare il giornalista a 4 anni. Il Giallo di Troia gli costò anni di ricerche minuziose, un passo paziente dopo l’altro, sino alla scoperta sensazionale, espressa in forma risoluta: «Il tesoro sta nella cassaforte del Museo». Si riferiva al Museo Puskin, a Mosca, la cui direttrice, Irina Antonova, lo custodiva da sempre, senza poterne fare parola con anima viva, per ordine categorico del KGB. Insospettabile “anima viva” riuscì ad essere Luigi Necco, che alla Antonova, […]

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Teatro

Teatro Totò: innovazione e tradizione nella stagione 2018/2019

«Non è una cosa facile fare il comico, è la cosa più difficile che esista […]: è più difficile far ridere che far piangere». La celebre affermazione del “Principe della Risata” è impressa a chiare lettere nel credo del Teatro Totò, vivace centro culturale nel difficile quartiere a ridosso di Foria, in via Frediano Cavara, a due passi dal Teatro San Ferdinando, in Piazza Eduardo De Filippo. L’appuntamento per la presentazione del cartellone della stagione teatrale 2018/2019 è di quelli che non si dimenticano, nella Saletta San Ferdinando attigua al Teatro omonimo, lunedì 23 Luglio alle 11:30. Qualcuno del pubblico, numeroso ed entusiasta, riadatta il classico detto sulle «3 C» caratteristiche dell’autentico caffè partenopeo basandosi sulle condizioni atmosferiche del giorno, sì da farlo suonare con un più che tragicomico: «Comm’ Cazz’ Chiov’». La tempesta del mattino causa qualche ritardo logistico, ma non blocca l’affluenza dei tanti interessati a conoscere in anteprima i dettagli del nuovo programma. Ad illustrarlo, il direttore artistico Gaetano Liguori insieme a quella che del Teatro Totò è “una colonna portante”, Davide Ferri, accompagnati da tanti artisti-protagonisti di spettacoli presto in scena, tra cui Gino Rivieccio, Rosalia Porcaro, Federico Salvatore. «Il Teatro Totò ha aperto le porte alla città dal punta di vista artistico e sociale»: esordisce così Liguori soffermandosi sulle difficoltà patite dal Teatro che dirige e che, tuttavia, non getta la spugna. Un Teatro che conta 2100 abbonati ed offre ancora prezzi popolari, con 300 iscritti all’Accademia di Recitazione. Un risultato di cui non si può non andare fieri, se si pensa che i primi allievi, negli anni ’90 in cui l’Accademia aprì i battenti, erano appena 10. La sottile vena polemica riguarda i tagli ministeriali alla Cultura, questione annosa che il Teatro Totò affronta seguendo fedelmente il suo maestro, dato che dell’assegnazione di quei fondi non ha mai goduto, «e non perché le cose non le sappiamo fare, ma perché le facciamo troppo bene», puntualizza Liguori. Teatro Totò, cartellone e spettacoli 2018 – 2019 La nuova stagione imminente vanta 12 spettacoli in abbonamento, 3 in omaggio per gli abbonati e 2 eventi fuori abbonamento. Ad aprire le danze sarà l’esuberante Gino Rivieccio presente in sala, con il suo “Mamma… ieri mi sposo!” dell’autore inglese Clive Exton, a partire dal 25/10. Sua spalla sul palcoscenico l’intramontabile Sandra Milo. Si prosegue con “I casi sono due” di Armando Curcio dall’8/11, “Core ‘ngrato“ di e con Rosalia Porcaro dal 22/11, “Stasera le canto io” con Francesca Marini dal 6/12, “Mettimmece d’accordo e ce vattimme” con Oscar Di Maio dal 20 dicembre. Il 2019 si inaugura con “Casa Corella“, direttamente da Eduardo Scarpetta, per la regia di Gaetano Liguori, a partire dal 10 gennaio. Il 24/1 è la volta di Mariano Bruno in “Una notte con Dora“, il 7/2 Claudio Tortora in “Amori e non…“. Particolare menzione merita lo spettacolo che debutta il 21 febbraio e che ha ricevuto il patrocinio dell’Associazione “Libera” di Don Ciotti, del “Comitato don Peppe Diana“, del Comune di Casal di Principe e del Comune di Napoli. Ciro Liucci […]

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Napoli & Dintorni

«La cultura è l’unica possibilità»: l’Ermitage incontra il MANN

MANN (Museo Archeologico Nazionale Napoli) che incontra il Museo Ermitage. 28 marzo 2019. La “Danzatrice”. Il “Genio della Morte”. “Ebe stante”. “Amorino alato”. “Amore e Psiche stanti”. “Le Tre Grazie”. Una data attesa come un conto alla rovescia, una location di nicchia, a dir poco perfetta, nomi di opere immortali dell’artista che – dalla prossima primavera e fino al 30 giugno – sarà soggetto e oggetto della mostra dell’anno da tutto esaurito, dal titolo sintomatico, nitido come il marmo che scolpiva, pulito come le mani di cera che ad esso dava: «Canova e l’antico». Una collaborazione più che promettente, quella tra Museo Archeologico partenopeo e il Museo Ermitage di San Pietroburgo, suggellata dal vivace e fecondo incontro tra i due rispettivi direttori: Paolo Giulierini, etruscologo di fama e formazione classica, da tre anni alla guida di un MANN in una crescita priva d’affanno, e Michail Piotrovsky, figlio d’arte, saldo nella sua posizione dirigenziale dal 1992 e da allora capo indiscusso di un colosso da quasi 5 milioni di visitatori l’anno. Museo Ermitage e Mann, San Pietroburgo e Napoli «San Pietroburgo rappresenta la porta della Russia sull’Europa. Napoli è il porto dell’Europa sul Mediterraneo»: suona così un passaggio tratto dalla conversazione tenutasi venerdì 13 luglio alle 17, alla quale partecipa un nutrito gruppo di amanti dell’arte, addetti ai lavori, curiosi astanti. «ERMITAGE/MANN – MANN/ERMITAGE. Il patrimonio della storia e i grandi musei: esperienze e idee a confronto». Piotrovsky e Giulierini sono alla sinistra di chi guarda, entrando in contemplazione de “Il supplizio di Dirce”, meglio conosciuto come “Toro Farnese”,  la più grande scultura dell’antichità mai ritrovata e che per le sue dimensioni dà il nome alla sala prescelta come cornice per l’incontro del giorno. Sulla destra tre giornalisti invitati ad intervistare i due protagonisti: Davide Cerbone de “Il Mattino“, Antonio Ferrara de “La Repubblica – Napoli” e Vincenzo Esposito del “Corriere del Mezzogiorno“. «Sono felice di essere qui, in questa meravigliosa sala: mai avrei immaginato di sedermi un giorno davanti al “Toro”, capolavoro assoluto della Collezione Farnese […]. Siamo un museo enciclopedico: rappresentiamo un monumento per la memoria e la cultura russa e custodiamo capolavori da tutto il mondo»: è dal tesoro senza eguali dell’Ermitage che infatti arriveranno, in prestito, le sei opere succitate del Canova, nonché la grande statua romana dell’”Ermafrodito dormiente” del III-I sec. a.C. ed il gruppo bronzeo di “Ercole e Lica“. La mostra «Canova e l’antico» porrà l’accento sul dialogo stesso che essa nomina, ponendo il genio del Neoclassicismo accanto alle epiche opere classiche che egli soleva “imitare, ma non copiare“. Lo scalone monumentale del MANN presenta già la grandi statue canoviane di “Ferdinando di Borbone” e “Minerva“, a riprova del fatto che un tempio dell’antico quale il Museo Archeologico si qualifichi da sé come sede ideale più che mai pronta ad ospitare ulteriori capolavori del grande scultore. La parola chiave del MANN è “sperimentazione” Dopo un filmato sull’Ermitage, in lingua inglese, è la volta di un video targato “MANN“, ideato da Ludovico Solima. Il titolo lo si scopre soltanto alla fine, e […]

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Napoli & Dintorni

Comune di Sorrento e Area Live insieme per “Sorrento Incontra”

«Quella della musica è una delle tre vie per le quali l’anima ritorna al cielo», scriveva Torquato Tasso nella nota al celebre Sonetto CXXXVIII. Sorrento, città natale dell’illustre letterato campano, si prepara alla torrida estate 2018 proprio percorrendo la via indicata dal grande poeta. Il 10 luglio si svolge al PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli, la conferenza stampa che illustra il sentiero tracciato in programma dal 16 luglio al 30 agosto nell’incantevole città avamposto della penisola sorrentina. “Sorrento incontra – La Luce dei Luoghi” è il titolo prescelto per la kermesse promossa dal Comune di Sorrento in collaborazione con la Fondazione Sorrento e la Federalberghi Penisola Sorrentina, organizzata da Arealive e PdArtMedia, una rassegna volta ad eternare gli elementi prescelti per questa edizione del festival: la musica – presente e onniabbracciante nelle forme dell’arte e della danza – e il territorio. Il Chiostro e la Chiesa di San Francesco, la Villa Comunale, Villa Fiorentino, il centro storico cittadino, il Teatro Comunale “Tasso” ed i luoghi più suggestivi del posto si trasformeranno in veri e propri palcoscenici a cielo aperto. Sono previsti venti eventi di livello internazionale in un contenitore multidisciplinare con l’intento di collegare la memoria del passato con le più efficaci forme artistiche del presente, alla luce di sempre più numerose presenze turistiche. Obiettivo del festival, tra gli altri, è quello di partire dalla tradizione culturale partenopea al fine di sviluppare un percorso artistico che la metta idealmente in comunicazione con tutte le terre bagnate dai mari: un’altra via maestra, dunque, quella enfatizzata e costantemente presente, sotterranea, costituita dal mare, simbolo e caposaldo del paesaggio inconfondibile targato Sorrento. Sorrento Incontra – La Luce dei Luoghi: tra arte, musica e spettacolo «Bisogna valorizzare la città nel migliore dei modi. Dobbiamo partire da Sorrento per portare la città nel mondo»: sono solo alcuni dei pensieri-cardine espressi all’attesa conferenza stampa alla quale erano purtroppo assenti, tra i nomi di spicco, Enzo Gragnaniello ed il sindaco, in rappresentanza del comune di Sorrento, Vincenzo Cuomo. Ad esser presente e ad attirare l’interesse degli astanti è, invece, Francesco Di Bella, diventato, nel giro di due decenni, «uno dei più grandi song-writer italiani». Il 25 luglio sarà infatti il giovane cantautore partenopeo il protagonista dello spettacolo “In acustico“, alla Terrazza Panoramica del Teatro Comunale “Tasso”, finalmente riaperta dopo anni di polemiche e problemi. Francesco Di Bella festeggia così, con un concerto degno di nota, i suoi vent’anni di promettente carriera, e lo fa raccontandosi in prima persona: «Mi fa piacere inaugurare un nuovo posto. Le mie canzoni sono nate nei centri sociali, poi hanno viaggiato in lungo e in largo e sono approdate in location d’eccezione: mi sono per esempio ritrovato al Teatro San Carlo con tutto un corpo di ballo che danzava sulle note della mia musica. Così sono le canzoni: partono, tornano. Toccano la polvere, come le poesie». Ecco, dunque, trovata, delle tre, la prima via: la musica, l’arte, e la poesia. È questo il trait-d’union con l’appuntamento forse highlight della calda stagione sorrentina: […]

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Culturalmente

Lalineascritta di Antonella Cilento: l’arte della scrittura e della lettura trova casa dopo 25 anni

«La scrittura è un’arte che si apprende giocando a scrivere», recita il motto del Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta, fondato nel 1993 e diretto da Antonella Cilento e dallo staff sorridente ed emozionato che ci attende, lunedì 9 luglio alle 18, nei locali nel cuore del Vomero finalmente diventati “casa” della scuola. È «casa» la parola che si preferisce nominare al posto di una «sede» asettica e più neutrale. Occasione dell’incontro è l’inaugurazione del nuovo domicilio nonché la presentazione delle tante attività estive che animeranno un luglio altrimenti meno movimentato e motivante. È il caso del favoloso programma dal titolo Sogni&Scritture (nelle sere di mezz’estate), 12 lezioni con film e aperitivo: la prima pellicola è prevista in onda, a tambur battente, già giovedì 12/7, con in programma Lettera a tre mogli (1949) di Joseph L. Mankiewicz, per poi proseguire con Vogliamo vivere! (1942) di Ernst Lubitsch il 16/7, Pallottole su Broadway (1994) di Woody Allen il 18/7, Genius (2016) di Michael Grandage il 19/7, Black Narcissus (1947) di Powel&Pressburger il 23/7, La guerra lampo dei fratelli Marx (1933) il 25/7, Carnage (2011) di Roman Polanski l’11/9, Sunset Boulevard (1950) di Billy Wilder il 13/9, Scoprendo Forrester (2000) di Gus Van Sant il 28/9, Memento (2000) di Christopher Nolan il 20/9, Delitto perfetto (1954) di Hitchcock il 25/9, sino a Rumori fuori scena (1992) di Michael Frayn il 27/9. C’è grande entusiasmo per le iniziative culturali che, in mesi “sonnecchianti” come quelli estivi, restituiscono quello che invece è il primus motor della scuola: l’amore per il cinema, “la settima arte“, in un binomio indissolubile con quello per la scrittura e la lettura che si fondono nella più alta letteratura. A seguito delle vacanze d’agosto, nel bel mezzo di cotanta offerta, Lalineascritta si estende e parte, orgogliosa, anche in trasferta: venerdì 7 e sabato 8 settembre è la volta dello stage di scrittura creativa intitolato Storia&Storie – Il racconto e il romanzo storico, in collaborazione con l’Associazione Letteraria “Giovanni Boccaccio” e non a caso ambientato in pieno luogo boccaccesco quale il Palazzo Pretorio di Certaldo. Da ottobre ad aprile riprendono inoltre i corsi semestrali di scrittura narrativa, suddivisi per focus e livelli, aperti ad un massimo di 30 partecipanti, al fine di dedicare a ciascuno studente – “debuttante” o meno che sia – l’attenzione che merita. «Scrivere è inventare», è la sentenza posta a mo’ di vademecum del laboratorio tutto: ognuno è invitato a sperimentare e provare, perché qui è – semplicemente – il benvenuto. Un grande traguardo per Lalineascritta Sono tante le persone che vogliono esserci per festeggiare i 25 anni della scuola, ormai 26. A una ventina di fedelissimi che giungono di buon’ora, si aggiungono un centinaio di persone entusiaste di poter presenziare alla manifestazione. Portano bouquet di fiori, sorrisi sinceri, una sorta di “sano fervore” che sfocia dalla mente di un lettore alle prime armi come di uno scrittore in erba, sempre partendo da un moto del cuore. È come fosse una grande famiglia, quella che si è data appuntamento in un torrido lunedì al piano […]

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Attualità

“Non perdere l’allerta” – Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta

Pierfrancesco Diliberto (Pif) e quel Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta che si inserisce alla perfezione nella recente polemica del ministro Salvini   «Se un giornalista scrive di mafia, io non mi chiedo perché scriva di mafia, non mi chiedo se così abbia avuto più successo con le ragazze, non mi chiedo se così si sia arricchito. Io mi chiedo se quello che scrive sia vero, mi chiedo se quello che scrive dia fastidio alla mafia, mi chiedo se, leggendolo, la mia conoscenza e la mia coscienza siano migliorate» Si chiede questo Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, correndo per le strade di Roma sotto il sole, accompagnato dalla sua telecamerina. Sono le battute finali del delicato documentario da lui girato e da maggio disponibile su Netflix, intitolato Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta. Un documentario da vedere e rivedere non solo nei giorni roventi di quest’estate, stagione in cui la mafia non dimentica di uccidere e l’attuale Ministro degli Interni mette in dubbio la necessità stessa del protocollo di protezione assegnato all’autore di Gomorra il 13/10/2006. “Scorta con isolamento ambientale“. All’inizio tre uomini, dal 2008 cinque, che quasi hanno trascorso più tempo con l’autore campano che con le proprie famiglie da accudire. “Gli uomini della scorta” : quelli che del documentario sono i co-protagonisti, e compaiono senza apparire. Pierfrancesco Diliberto racconta lo scrittore napoletano Ad emergere dal bel lavoro di Pierfrancesco Diliberto – nato nel 2013 come puntata de Il Testimone, rimaneggiato con scene inedite nel 2016, a dieci anni dal romanzo e dalla scorta – non è “il Saviano” accusato da Salvini di risiedere all’estero spesato dallo Stato italiano, bensì Roberto, il rapporto d’amore ed odio con la sua terra, nel suo profilo più umano. È questo l’aspetto messo squisitamente a fuoco sin dalla prima inquadratura, che con l’inconfondibile stile-Pif domanda: «Lo vedete questo cono gelato? È un cono gelato con cioccolato, crema e panna». È Roberto a nominarlo tra le cose più semplici che sogna di concedersi come un qualsiasi libero cittadino ma alle quali – per via del suo stato di “sorvegliato speciale” – non può fare altro che rinunciare. È proprio questo il verbo che utilizza: “rinunciare”. Pif lo sottolinea mentalmente ed elenca le “conseguenze pratiche” del suddetto status: «Non può alzarsi al mattino e decidere cosa fare; tutti i suoi spostamenti vanno decisi due giorni prima per poter organizzare la sicurezza dello spostamento […]. Non può fare il bagno in mare da solo perché anche in acqua deve essere presente la scorta […], non può guidare l’auto, non può guidare la bici, non può andare in moto, non può andare al cinema, a meno che non sia vuoto; non può vedere troppo frequentemente la stessa persona per non farla diventare un bersaglio o un indizio che porti a lui; se vuole andare all’estero deve chiedere un permesso al paese ospitante con un anticipo che va da una settimana a un mese, e non è scontato che lo ottenga». Laddove Pierfrancesco Diliberto riflette sui combattenti “in carne ed ossa” che si assumono “il lavoro […]

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Libri

A cuore aperto. Intervista al Premio Zingarelli Manuela Diliberto (Parte seconda)

Leggi la prima parte dell’intervista alla vincitrice del Premio Zingarelli 2018: Manuela Diliberto. Premio Zingarelli 2018: Manuela Diliberto Nei titoli di ogni “capitolo” spazi dal latino al francese, anzitutto. È un libro intriso di cultura classica. Il Seneca delle “Lettere a Lucilio” – «È lo spirito che deve cambiare, non il cielo sotto cui vivi» – è un memento anche a te stessa, che da Palermo ti sei trasferita a Parigi? Ti senti straniera all’estero? C’è un posto che per te è “casa”? Ritengo la cultura classica l’unica chiave in grado di decifrare il nostro presente. La storia è il più grande repertorio umano cui chiunque, i politici per primi, dovrebbe attingere. Fra Palermo e Parigi c’è stata l’Austria, poi l’Inghilterra e dieci anni a Bologna, ed è vero che l’unico cielo a vegliare sulle mie ansie era quello che risiedeva in me. Ho il dono di essere siciliana, anche se da parte paterna discendo dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen. Il suo viso ritratto in busti e dipinti, a casa di nonna, ed i racconti sulla sua vita, hanno popolato il mio immaginario sin dalla più tenera infanzia. “Danimarca” è sempre stato il luogo dell’anima che indicava l’inizio di ogni cosa. Mi sento “a casa” ovunque coabitino senso della società civile, cultura e storia. Bologna rappresenta felicemente tutto questo ed è l’unico posto che mi sento di poter chiamare “casa”. E poi il Pascal dei “Pensieri”: «Così non viviamo mai, ma speriamo di vivere. E preparandoci sempre ad esser felici, è inevitabile che non siamo mai tali». Quale parola ti viene in mente per prima, pensando alla vita? “Felicità”. È uno stato dell’anima che, personalmente, coltivo con pervicacia ed un diritto sacrosanto di ogni uomo sulla terra. Eppure vi ci si rinuncia con troppa facilità, convinti che sia un dono che non ci spetti. E invece ci spetta eccome! L’oscurità della lotta contro tutto ciò che preclude l’allegrezza è l’unico modo per averne accesso. Simone de Beauvoir è per te un pilastro, così come per Bianca Aleksandra Kollontaj. Quali donne ti hanno indirizzato e accompagnata nel tuo diventare – e non solo ‘nascere’ ed ‘essere’ – donna? Quando a sedici anni lessi Simone de Beauvoir fui in grado di dare forma ad un certo disagio provato per essere vista come altro da ciò che ero, esclusivamente in virtù del mio sesso. Sono sempre stata cosciente di chi fossi, ma sentivo che questo “essere” non corrispondeva alla formula con cui si esprimeva il patriarcale concetto di “femminilità” nella Palermo degli anni Ottanta-Novanta in contrapposizione a quello, dominante, di “mascolinità”. Nelle sue parole, i miei struggimenti interiori hanno trovato per la prima volta una spiegazione. Qualcuno a questo mondo la pensava come me: il mio scontento era legittimo ed io, finalmente, libera. Ho così consolidato la consapevolezza che essere “donna” significa “essere me stessa”. Ci tengo a sottolineare che i libri di de Beauvoir e della Kollontaj li ho trovati nella biblioteca della mamma… In questi giorni ricorre l’anniversario dell’uccisione di Falcone. Da palermitana forte di […]

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Libri

A libro aperto. Intervista a Manuela Diliberto (Parte Prima)

Manuela Diliberto è tutta un sorriso, occhi limpidi, grandi, e  sguardo deciso. Classicista a Palermo, archeologa a Parigi, nel 2017 pubblica il suo primo romanzo per La Lepre Edizioni. «La trama leggera, riflessiva, intrigante ed originale è densa di richiami e riferimenti raffinati che, intersecandosi con il narrato dei protagonisti, ne mette a nudo il problematico intimo»: suona così, bella e puntuale, quella che per lei per prima è ben più di un’arida motivazione. È con queste parole che, con L’oscura allegrezza, Manuela ha vinto il Premio Zingarelli 2018, sezione “Narrativa Edita”, X edizione. Manuela Diliberto: l’intervista «L’oscura allegrezza»: un titolo-ossimoro. Come e perché lo hai scelto? Non era il titolo originario, che invece conteneva un’unica, “spinosa” immagine (“Roveto”). Dovendolo riscegliere, tuttavia, l’ossimoro era d’obbligo: rispecchiava alla perfezione il contrasto esistenziale dei protagonisti e quello degli eventi storici. Alla luce si arriva solo sconfiggendo l’ombra. I termini della lotta sono il senso della vita. Almeno della mia. Com’è nata l’idea del romanzo? Avevo 19 anni. Mi tormentavo all’idea di poter perdere all’improvviso un affetto che avevo sempre dato per scontato. Un romanzo è in ogni caso “l’idea rifratta” del romanziere. Ogni parola nasce dal vissuto di chi la concepisce, ma, quando la si esprime in forma letteraria, diventa pressoché irriconoscibile. L’unica questione che per me conta è riuscire a cambiare il mondo attraverso l’interpretazione che di esso do scrivendo. La scrittura è la mia maniera per smascherare i misfatti, portare alla luce le ingiustizie e al tempo stesso svelare i sentimenti taciuti per inutili paure. La dedica «Al caruso Angeleddu, d’anni tredici, ucciso dal suo picconiere con otto bastonate» è il mio modestissimo contributo per scongiurare l’oblio e non ripetere l’errore. Il tuo è un romanzo storico colto e raffinato, che spinge ognuno di noi a guardare dentro di sé senza perder d’occhio né il passato da cui proviene, né il presente in cui è tenuto a vivere. Di recente ha vinto il Premio Zingarelli come “Narrativa Edita”. Quando uscirà il tuo prossimo lavoro? L’ho vissuto con grande fierezza e commozione. Il Premio Zingarelli è patrocinato dall’Accademia della Crusca e questo per me è un onore senza pari. Qualsiasi premio vincerò in avvenire, non sarò mai tanto felice e fiera come per questo, primo e autorevole. Sono emozioni che non si dimenticano mai, le prime… Il romanzo storico era il mio modo di mettere l’accento, con un’opera prima, sull’importanza del passato, e vincere la sfida di riprodurre l’italiano parlato nel 1911 senza annoiare. Adesso sto lavorando ad un romanzo che si svolge nella Parigi dei giorni nostri e che ha come sfondo la società attuale in cui si cominciano a prendere le misure dello spazio destinato alle minoranze e alla diversità religiosa, sessuale e sociale. Vorrei scoprire qual è lo spazio che si lascia alle donne in una compagine tanto complessa. Spero che possa uscire la prossima primavera. Giorgio e Bianca sono i due protagonisti e conferiscono al romanzo la sua originalità: sono come occhiali dalle lenti bifocali. A chi ti sei ispirata per descriverne […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Touring Club italiano e Fondazione Giambattista Vico insieme per ricordare il filosofo

È una splendida domenica di sole quella del 20 maggio a Napoli, quando la Fondazione “Giambattista Vico”, in collaborazione con la sezione campana del Touring Club italiano, invita la città a festeggiare il “suo” filosofo, testimonial di spicco e d’eccezione dell’edizione corrente del Maggio dei Monumenti napoletano. Il pensatore partenopeo, autore de “La Scienza Nuova”, è al centro di un evento culturale di rilievo, dal titolo invitante: «La discoverta dei luoghi vichiani e la dieta mediterranea». L’orario per il raduno dei partecipanti, tanti e devotamente interessati, è stato fissato per le 10:45 in Piazzetta San Biagio, piccola oasi in un limpido slargo all’incrocio tra San Gregorio Armeno e San Biagio dei Librai. La prima parte della giornata di studi si è svolta in forma di visita guidata: la “discoverta” dei luoghi di Vico comincia, infatti, in via San Biagio numero 31, casetta modesta in cui Vico nacque il 23 giugno 1668, avvenimento immortalato da una lapide in marmo voluta da Benedetto Croce trecento anni dopo e tuttora posta a imperitura memoria. In un solo, magnifico slargo, Napoli offre ben due chiese, che esemplificano il continuum che le unisce essendo comunicanti tra loro: si inizia da quella di San Biagio Maggiore, e quasi ci si ritrova catapultati nel tempo al 24 giugno 1668, giorno del battesimo del piccolo Giambattista, di appena un giorno di vita. Viene subito spiegato ed opportunamente sottolineato che le due chiese, ora sedi della Fondazione, sono state riaperte nel 2006 dopo quarant’anni di chiusura, durante i quali versavano entrambe in condizioni pietose. Touring Club italiano ricorda Giambattista Vico Riesce difficile immaginarne i tempi bui visitando queste chiese adesso in tutto il loro splendore, messo in risalto dalle favolose maioliche che ne costituiscono i pavimenti lavorati in un tripudio di forme e colori. Si continua con la chiesetta attigua di San Gennaro all’Olmo, così chiamata per la probabile presenza di un albero omonimo oggi scomparso. È qui che si è svolto il convegno vero e proprio, che può vantare due speaker di riguardo: il professor Fabrizio Lomonaco, esperto vichiano presso la Facoltà di Filosofia della “Federico II”, e la professoressa Adriana Oliva, docente di Biochimica all’Università “Luigi Vanvitelli”. «Poeta dell’alba» è espressione richiamata da Lomonaco in un esauriente excursus sulla figura del grande intelletto partenopeo, «nato tra i libri» entro e fuor di metafora, in quanto figlio di un libraio, Antonio, sepolto nella stessa chiesa. L’incipit di Lomonaco è tristemente realistico: Vico è purtroppo trascurato. A scuola, spesso, non viene nemmeno studiato: «Vico lo saltiamo», si sente di frequente dire per giustificare l’assenza del pensatore dai programmi di studio annuali. La causa va cercata nella sua collocazione storica – dopo Cartesio e prima di Kant – e nella sua originalità speculativa – che concepisce una ragione “corale” e comunitaria che spetta all’uomo indagare, forte della sua fantasia, dell’inventiva, della memoria. Della sua poesia. Vico non visse solo gli onori dell’esistenza: viene puntualmente ricordato il concorso del 1723, a cui si presentò per ottenere la cattedra mattutina di retorica all’Università […]

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Attualità

Libera contro le mafie: le parole graffianti di don Ciotti a Copenaghen

Baciato dal sole, accarezzato dal vento, don Ciotti fa tappa all’Università di Copenaghen. Parla a braccio, senza interprete. La sala è gremita di italianisti, conquistati sin dal titolo del suo testo appena tradotto in danese: Håbet er ikke til salg, “La speranza non è in vendita”. Un motto che racchiude anche il senso del suo intervento, svolto in senso autobiografico senza però (s)cadere nell’autoreferenziale. Sottolinea, infatti, a più riprese che il soggetto di ogni azione è un “noi” collettivo, fedele al suo primo progetto diventato realtà, ormai ben 53 anni fa. Soggetto e oggetto del discorso è la prima tappa del percorso di don Ciotti: il gruppo Abele, che già nel termine “gruppo” rivendica la voce dell’associazione. Raccontando come esso nacque, svela di esser stato “provocato da una storia umana”, in prima persona. La missione di don Ciotti Il giovane Luigi aveva 17 anni e andava a scuola a piedi, a Torino, quando, in una grigia mattina, si accorse di un uomo su una panchina. Un clochard che a quei tempi si cominciava a chiamare “barbone”, proprio perché non curava la barba. Quell’uomo era sempre solo, ma in una dimensione più profonda non lo era mai, perché aveva sempre con sé dei libri, che leggeva avidamente e sottolineava con una matita rossa e blu. Un giorno Luigi gli chiese se volesse un caffè. L’uomo non rispose. E così per dodici giorni di “testardaggine reciproca”, finché poi ruppero il ghiaccio e venne a scoprire la sua storia. Quell’uomo era un medico, “bravissimo, generoso e competente”, che nel bel mezzo del cammin della sua vita fu travolto da una tempesta e si autoescluse dalla società. Aveva il terrore delle “bombe”, i cocktail che allora iniziavano ad andare di moda tra i giovani, mix letali di droghe sintetiche ed alcol. «Dovresti fare qualcosa per loro», disse un giorno il medico senza nome, e una settimana dopo la panchina rimase vuota, e Luigi capì che il suo amico era morto, e che quella preoccupazione che gli aveva confidato era un monito sul da farsi, una missione da abbracciare. Contro ogni Caino spacciatore nacque dunque il Gruppo Abele, nel 1965. Per fare qualcosa per loro. «Non basta commuoversi, bisogna muoversi», afferma con fermezza, mimando con un gesto deciso della mano la prontezza che di fronte alle tragedie bisogna dimostrare. Nello stesso spirito di un rinnovato «noi che vince», trent’anni dopo nasce Libera, il 25 marzo 1995. Un’associazione apartitica, non governativa, contro i cosiddetti “cittadini a intermittenza” che fanno della legalità una cosa malleabile a piacimento,  discutibilmente “sostenibile”. Torna con la memoria al sanguinoso 1992, quando a Gorizia, per un corso di formazione, viene chiamato Giovanni Falcone, reduce dal losco colpo di mano che, per un voto, lo allontanerà dalla Procura di Palermo dirottandolo a Roma. È per prendere insieme un caffè a Roma o a Palermo che don Ciotti e Falcone si danno appuntamento a Gorizia, nel ’92. Ma arriva il 23 maggio, e poi il 19 luglio, ed arrivano prima di quel caffè che non […]

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