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Eroica Fenice

Culturalmente

Guggenheim. La Collezione Thannhauser a Milano: da Van Gogh a Picasso

«First I dream my paintings, then I paint my dreams.» È l’efficace pensiero di Vincent Van Gogh a dare il benvenuto alla splendida mostra in corso al Palazzo Reale di Milano, dal 17 ottobre 2019 al 1 marzo 2020. Prima sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni. Il motto del grande artista olandese accoglie nell’anticamera allestita al primo piano del monumentale palazzo meneghino, a mo’ di concisa introduzione a quel che sarà il percorso espositivo che ci si accinge ad intraprendere. Cinquanta opere della Collezione Thannhauser poi donate alla Fondazione Guggenheim di New York alla morte dell’ultimo superstite della famiglia tedesca, Justin, avvenuta nel 1976. Ad andare di pari passo con l’esposizione dei capolavori – si comincia con La donna con pappagallino e Natura morta: fiori di Pierre-Auguste Renoir con, nella stessa sala, Davanti allo specchio e Donna con vestito a righe di Édouard Manet – è infatti la storia stessa dei Thannhauser, mercanti d’arte tedeschi di origini ebraiche. Nel 1909 fu il padre di Justin, Heinrich Thannhauser, ad aprire la sua Moderne Galerie nel centro di Monaco. In quel giorno di novembre di ben 110 anni fa il collezionista capostipite dichiarò che la propria Galleria Moderna avrebbe avuto come primo interesse “tutto ciò che è nuovo, potente, diverso e moderno nella migliore accezione”. Aprì poi una seconda Galleria a Lucerna ed una terza a Berlino. Al suo fianco suo figlio Justin, mosso dallo stesso amore per l’arte e per i nuovi talenti su cui puntare. Il primo in assoluto, già nel 1908, fu proprio Vincent Van Gogh: Heinrich promosse infatti una delle prime mostre del pittore olandese in Germania, iniziativa che lo qualificò come un vero e proprio pioniere sia agli occhi dei collezionisti privati che alle istituzioni pubbliche nel paese. È poi la volta di tre tele “bucoliche” di Georges Seurat (Contadine sedute nell’erba, Contadine al lavoro e Contadino con zappa, tutte dipinte tra 1882 e 1883) e di sei stupefacenti di Paul Cézanne, di cui due inconfondibili Nature morte ed un soggetto dal forte impatto estatico: Uomo a braccia conserte, datato 1899. Tra le 263 opere esposte all’inaugurazione della nuova galleria berlinese nel 1927 spiccava Montagne a Saint-Rémy di Van Gogh. Dipinta nel luglio 1889 durante il ricovero dell’artista nell’ospedale cittadino, la tela evoca lo stato emotivo altalenante di Vincent tramite la forza dei colori, espressi in pennellate piuttosto spesse, evidenti, particolarmente vivaci. Il quadro, presente anche qui a Milano, è di una bellezza dirompente: una strada in parte piana con fiori fragili sul ciglio, un paesaggio più che contorto, un cielo azzurro ma non sereno. La cornice è nera, pesante, quasi a voler contenere quell’elemento incontenibile che dal quadro già promana. I due successivi ne sono una sorta di preambolo: Strada con sottopasso, del 1887, e Paesaggio con la neve, del 1888. Non lontano dalla “Sala Van Gogh“, ma anzi da ritenersi un angolino della stessa, fa bella mostra di sé Haere Mai dell’amico/nemico Paul Gauguin, datato 1891 e di chiara ambientazione “esotica”, per quei tempi. Il titolo del quadro è presente in esso vergato dall’autore in […]

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Eventi/Mostre/Convegni

I volti ideali: il genio canoviano in mostra a Milano

Nell’esclusiva sede di via Palestro, a Milano, dal 25 ottobre 2019 e fino al 18 febbraio 2020, la Galleria d’Arte Moderna (GAM) ospita la raffinatissima mostra “Canova. I volti ideali”, che presenta, in un percorso espositivo preciso e ben curato, la genesi e l’evoluzione della tipologia di busti perlopiù femminili realizzati dallo scultore veneto all’apice della sua carriera. Curata da Omar Cucciniello e Paola Zatti, l’esposizione “I volti ideali” è promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Galleria d’Arte Moderna di Milano e dalla casa editrice Electa, e racconta – attraverso 39 opere di cui 24 di Canova – la storia di questo genere più “di nicchia” rispetto al ben noto patrimonio costituito dai capolavori canoviani. Tra queste, cinque sculture mai esposte in Italia prima d’ora, come l’erma di Corinna e la magnifica Musa del 1817. Si tratta di una serie di volti esclusivamente femminili (ad eccezione dell’unicum Paride), molti dei quali realizzati senza commissione, e dunque su iniziativa dell’artista, disposto sua sponte a tenerli per sé. Le opere in esposizione in “I volti ideali” provengono dai principali musei nazionali (Gallerie degli Uffizi di Firenze, Gipsoteca Canoviana di Possagno, Galleria d’Arte Moderna di Torino, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Museo Correr di Venezia) e internazionali (Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, J. Paul Getty Museum di Los Angeles, Kimbell Art Museum di Fort Worth, Museu Calouste Gulbenkian di Lisbona, Musée des Beaux Arts di Lione, Musée Fabre di Montpellier). Accanto alle ”teste” del maestro del Neoclassicismo sono anche proposti preziosi confronti con opere che vanno dall’antichità ai giorni nostri, e che da un lato indicano i modelli da cui lo scultore prese spunto, mentre dall’altro evidenziano il valore universale della sua arte. Tra questi, meritano un occhio di riguardo le favolose sculture antiche della collezione Farnese (ammirate da Canova a Napoli), gli affreschi del Quattrocento toscano, le teste velate di Antonio Corradini (famoso autore della Pudicizia nella Cappella Sansevero dal cui Cristo velato Canova rimase folgorato nel 1780, durante il suo primo soggiorno partenopeo), ma anche l’arte del Novecento e le sculture di Adolfo Wildt e Giulio Paolini, la cui filosofica Mimesis conclude idealmente il bel tour d’insieme. La prima opera in cui ci si imbatte, non appena si varca l’ingresso al piano terra dello splendido palazzo, è – non a caso – un volto. Quello reale di Antonio Canova, ma dall’artista stesso eseguito, e dunque, in qualche modo, idealizzato. Dal fermo titolo: Autoritratto come scultore. Pochi anni dopo l’Autoritratto come pittore, custodito alla Galleria degli Uffizi, nel 1799 Canova ha quarantadue anni e decide di rappresentare se stesso con gli strumenti che più reputa propri: lo scalpello ed il mazzuolo. Confinato nella natia Possagno durante i mesi dell’occupazione francese a Roma, Canova è “costretto” a dedicarsi quasi esclusivamente alla pittura. Con il ritratto proposto a mo’ di apertura, invece, l’artista pare voler ricordare a se stesso la sua più autentica vocazione di scultore, rimarcata dalla firma in calce. È Canova stesso, a partire dal 1811, a dedicarsi a quelle che egli stesso definì “teste […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Città del Gusto Napoli presenta “I Drink Pink 2019” alla Terrazza Angiò

Città del Gusto Napoli e Gambero Rosso organizzano un evento imperdibile nel capoluogo campano. L’appuntamento è fissato per giovedì 18 luglio alle 20 nella location super esclusiva della Terrazza Angiò, all’undicesimo piano dell’Hotel Mediterraneo in via Ponte di Tappia, con vista mozzafiato sulla città e sul golfo di Napoli. L’unica accortezza richiesta riguarda il dress code: si invitano i partecipanti ad indossare qualcosa di rosa per richiamare il colore frizzante della bevanda, leitmotiv della serata a tema, curata nei minimi dettagli. « I DRINK PINK »: si legge in ogni angolo del rooftop partenopeo, dove tutto – ma davvero tutto – è addobbato per fare pendant con l’attesissima festa rosata. La partecipazione sulla Terrazza Angò è calorosa e i vini rosé da tutta Italia fanno sfoggio di sé sui tavoli arricchiti da deliziosi bouquet, accompagnati dalla meticolosa attenzione dei perfetti sommelier. I drink pink sulla Terrazza Angiò Il Piemonte presenta un Majoli 2018 Cascina Pastori delle Tenute Sella: fresco e interessante come il territorio da cui proviene. La Lombardia ha ben cinque proposte da offrire, tra cui spicca un Franciacorta Brut DOCG 2015 Ferghettina, a nostro giudizio eccellente. Il Veneto vanta tre prodotti di rilievo: un Filanda Rosé brut millesimato Riserva Pinot nero e due Bardolino, un Classico Chiaretto 2018 ed un omonimo spumante della stessa annata. Il Trentino Alto Adige fa faville con un Perlé Rosé Riserva 2014 Ferrari, mentre Emilia Romagna ed Abruzzo sono presenti con due cantine ciascuna, ognuna delle due con uno spumante rosato extra dry. Lazio e Molise fanno assaggiare due buoni prodotti del 2018, ma è giocoforza la Campania a fare bella mostra di sé e a dare il meglio del rosé in tutte le sue forme e mescolanze, con ben ventinove proposte diverse. E ancora sulla Terrazza Angiò la Cantina di Solopaca offre un Aglianico Rosato Sannio dop 2018 ed un Rosato Beneventano IGP. De’ Gaeta un IGT Campania Rosato 2018, mentre Ettore Sammarco un ottimo Terre Saracene DOC Costa d’Amalfi Rosato 2018. Fontanavecchia propone un Aglianico del Taburno DOCG 2018 di tutto rispetto e La Guardiense un gradevolissimo Ambra Rosa Aglianico Sannio DOP, sempre 2018. La Pietra di Tommasone è in lizza con un Epomeo Rosato Rosamonti IGP 2018, mentre Macchie S. Maria sfoggia due DOC molto pregevoli: un Costa d’Amalfi ed un Ophelia Irpinia Rosato. Marisa Cuomo presenta anch’essa un Costa d’Amalfi Rosato DOC, mentre Masseria Frattasi un Orchis Purpurea Aglianico del Taburno Rosato 2017. Caso analogo per Pietrefitte, anch’esse con un Aglianico del Taburno Rosato 2017 e 2018. Le cantine Rossovermiglio propongono uno spumante Rosato Sannio Aglianico DOC extra dry denominato Animanera, nonché un Sannio Aglianico DOC 2017 detto Incantesimo Rosa. La Cantina Raffaele Palma offre invece varie annate di Salicerchi DOC Costa d’Amalfi (2013, 2017 e 2018) ed un Costa di Salerno 2015. La Tenuta Scuotto un Malgré, Torelle un omonimo Torelle, mentre Vinicola del Sannio un Sannio Aglianico Rosato DOC 2018 Effluvio e Tenuta Cavalier Pepe un effervescente Rosato del Varo. Due ulteriori Aglianico – Vetere Rosato 2018 e Gioi Spumante […]

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Culturalmente

R-estate al MANN: mostre e caffè all’Archeologico napoletano

MANN: Estate ricca di eventi e mostre al Museo Archeologico di Napoli! « Le lacrime e i sospiri degli amanti, l’inutil tempo che si perde a giuoco, e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,  vani disegni che non han mai loco, i vani desideri sono tanti, che la più parte ingombran di quel loco: ciò che in somma qua giù perderesti mai, là su salendo ritrovar potrai »   Si atterra sulla luna entrando al MANN. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli apre al popolo di affezionati e curiosi visitatori invitandoli – giovedì 18 luglio alle 17 – ad una doppia inaugurazione. I versi tratti dal trentaquattresimo canto dell’Orlando furioso richiamano la missione apparentemente impossibile di Astolfo a cavallo del suo ippogrifo: San Giovanni gli rivela il modo in cui recuperare il senno perduto di Orlando, smarrito sulla superficie lunare. La premessa culturale è d’obbligo, quando ci si imbatte in un Museo sconfinato e di prim’ordine quale l’Archeologico partenopeo. Dopo il successo della mostra da record su Canova e l’antico, chiusasi il 30 giugno, ai primi di luglio ha prontamente aperto i battenti una mostra sugli Assiri. Il giorno 11 ha invece ri-aperto – dopo una chiusura ultraventennale – la sezione monumentale sulla Magna Grecia, per visitare la quale bisogna addirittura indossare dei calzari, data la preziosità dei mosaici da “calpestare”. Giovedì 18 ci si concede un bis: in occasione del cinquantesimo anniversario del primo storico atterraggio dell’uomo sulla luna, si presenta una mostra a tema, acutamente intitolata MANN ON THE MOON, e allo stesso tempo si inaugura il MANN-café, per non perdere di vista la dimensione più squisitamente terrena e quotidiana del pubblico museale. Mentre, dunque, nell’atrio del Museo, sino al 30 settembre, si potrà passeggiare tra reperti preziosissimi legati all’iconografia lunare ed alla misurazione del tempo nell’antichità, in una nuova ala dedicata ci si potrà sedere per ristorarsi e sorseggiare un buon caffè napoletano. Particolarmente interessante il menu, che tra le varie bevande à la carte propone la “cuccuma”, per 4 persone, anche in versione destrutturata ideale per l’estate, a mo’ di variante del caffè freddo. Vera chicca da assaggiare lo storico panis Pompeii, a base di farina di farro, pinoli, mandorle, anice e mosto d’uva rossa. Interessanti anche i timballi di pasta, le “scatole di riso” in veste gourmet, o vari piatti cucinati seguendo la tecnica della vasocottura. A presenziare all’evento, e a sottolinearne la portata e la cooperazione internazionale, Mary Ellen Countryman, console generale degli Stati Uniti a Napoli, che ringrazia per la memoria storica della città partenopea e la sapiente lungimiranza che la caratterizza. Ad accompagnarla e ad introdurla il direttore del MANN ormai al suo secondo mandato Paolo Giulierini, che racconta aneddoti gustosi volti a svelare risvolti inediti dell’occasione. «Quando arrivai quattro anni fa a Napoli, da Cortona, non mi spiegavo perché non riuscissi più a dormire. Era il caffè. Qui a Napoli è così: ci si incontra e ci si vede per un caffè, si lavora e si prende un caffè. Non si può vivere senza caffè». In un tragicomico amarcord […]

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Cinema e Serie tv

Saverio Costanzo, il regista de L’amica geniale a Villa Pignatelli

È una serata tranquilla e ventilata quella prescelta da Saverio Costanzo per ri-presentare i primi due episodi dell’amatissima serie-tv tratta dai romanzi di Elena Ferrante. L’amica geniale attira numerosi spettatori, curiosi, appassionati, nella splendida cornice neo-classica di Villa Pignatelli che fa da location per l’evento dal sintomatico titolo ”Doppio Sogno. On life, love and memory” – organizzato da Teatro Galleria Toledo – martedì 16 luglio alle 20:30. Si aspetta il tramonto romantico del sole perché il regista, Saverio Costanzo, prenda la parola. Tra le prime file del pubblico non passa inosservata la “voce” della serie, Alba Rohrwacher, che si vocifera faccia da spalla a Costanzo in qualità di co-regista nella seconda stagione, la cui messa in onda è prevista per il prossimo tardo autunno su Raiuno. Non si tratta, però, di un incontro volto ad anticipare contenuti futuri dell’attesissima saga, bensì di un momento di raccoglimento nei riguardi di un personaggio del passato, protagonista delle due puntate riproposte, venuto a mancare nell’agosto 2018: Antonio Pennarella. “Le bambole” e “I soldi” sono i titoli dei due primi episodi della prima stagione, andati in onda in prima serata a fine novembre 2018, durante i quali le due bambine co-protagoniste del romanzo e della sua versione per il grande schermo, Lila e Lenù, si misurano con l’orco del rione, don Achille, magistralmente interpretato da Pennarella. «Il nostro affetto ancora lo accompagna. Antonio è uno di noi»: con queste parole esordisce Saverio Costanzo, che ripercorre sul filo dei ricordi il tragitto umano che ha lasciato che “L’amica geniale” figurasse tra le performance dell’attore, fino a suggellarne, purtroppo, l’ultima interpretazione. «Antonio non aveva detto di essere malato: veniva sul set anche quando non doveva girare», prosegue Costanzo, soffermandosi sull’assegnazione del ruolo a seguito di un provino più che altro formale, in quanto al regista era già solo bastata una foto – di quell’uomo dall’aspetto un po’ burbero dal volto molto noto – per sceglierlo e volerlo. Don Achille è un personaggio-chiave per la crescita precoce delle due bambine in balia del duro scontro con la cruda realtà che ne scandirà la vita e l’amicizia. «Don Achille è uno strozzino, è un uomo di merda», si sente denunciare più volte nella seconda puntata, che si chiuderà in maniera particolarmente mesta e tragica. Per Costanzo l’interpretazione di Pennarella è una delle più riuscite di tutta la prima stagione, e lo dichiara con la fermezza priva di retorica tipica di chi è convinto di ciò che pensa. «Antonio è arrivato con tutta la sua umanità: si è preso don Achille e l’ha fatto suo. È come aver perso un amico vero», continua Costanzo nel parlare del ruolo impersonato dall’attore senza poterlo separare dall’uomo «dai sentimenti forti» che vi stava dietro. È una presentazione breve ma intensa quella del regista, che rivela di custodire alcune immagini ormai di repertorio dell’attore non ancora utilizzate nel primo capitolo della serie. Il sole è tramontato sul maxi-schermo montato ad hoc nel cortile di Villa Pignatelli. Costanzo invita il pubblico ad un applauso in […]

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Teatro

Bartleby di Melville un tenero scrivano: Leo Gullotta al Teatro Sannazaro

Un’anteprima nazionale di rilievo attira al Napoli Teatro Festival 2019 l’attenzione che esso merita nel panorama culturale estivo della città partenopea. Martedì 9 e mercoledì 10 luglio, al Teatro Sannazaro di via Chiaia, è andato infatti in scena un classico della letteratura moderna che ha fatto registrare il tutto esaurito ad entrambe le rappresentazioni. Bartleby lo scrivano – il celebre racconto di Herman Melville datato 1853 – è stato proposto nel riadattamento curato da Francesco Niccolini per la regia di Emanuele Gamba, che soltanto nel 2020 comincerà il suo tour teatrale in giro per l’Italia. A vestire i panni del protagonista Bartleby è Leo Gullotta, volto noto ed amato dagli spettatori che ne hanno applaudito più volte la performance. Funziona l’interazione sul palco con il resto degli attori: con le due brave attrici Giuliana Colzi e Lucia Socci, e con i tre convincenti Andrea Costagli, Dimitri Frosali e Massimo Salvianti. La sceneggiatura è fedele al racconto originale, la scenografia essenziale e le luci e le musiche sapientemente indovinate. Non appena si apre il sipario, compare ciò che ne costituirà l’ambientazione centrale: tre scrivanie, cinque sedie e cinque lampade accanto ad esse. Una porta sullo sfondo che nasconde un bagno e un lavandino. Fa il suo ingresso Rita, la donna delle pulizie armata di straccio e spazzolone: non le sfugge una briciola nel suo pulire in lungo e in largo quel luogo così sobrio pieno di faldoni, fascicoli, e carta per scrivere. Uno ad uno fanno poi il loro ingresso coloro che a quel luogo conferiscono la giusta atmosfera: uno studio legale diretto da un avvocato senza nome, apparentemente buono e giusto, aiutato dai suoi tre dipendenti Turkey, Nippers e Miss Ginger, che in questa versione è una donna e dunque differisce dal fattorino Ginger Nut melvilliano.Le caratteristiche dei personaggi sono altrimenti rispettate: Turkey è un modello di efficienza al mattino, ma dopo pranzo diventa insolente e scontroso; Nippers è invece intrattabile al mattino ma dà il suo meglio di pomeriggio. I ritmi dello studio si susseguono simili ed uguali, cadenzati da una musica da “loop” che li accompagna, finché il principale non decide di assumere un nuovo scrivano. All’annuncio di lavoro risponde Bartleby, che si presenta in ufficio vestito di grigio, un colore non casuale volto ad amplificarne la cifra antracite di fondo. Gullotta rispecchia in tutto e per tutto la “gentilezza cadaverica” che deve impersonare. Bartleby lavora come il più dedito degli scrivani: non ha eguali per la bravura nel redigere, la rapidità di esecuzione, l’assenza di errori. Ma non appena gli viene chiesta una qualsiasi cosa che esuli dalla mansione per cui è stato assunto, egli rifiuta con la battuta ferma che l’ha reso celebre nella storia della letteratura: «I would prefer not to», qui reso con un grave: «Avrei preferenza di no». C’è stupore, incredulità, malumore, un turbinio di reazioni incresciose e contrarie girano attorno alla solidità dello scrivano che fa tutt’uno con la sua sedia alla scrivania e puntualmente preferisce non fare altro che ciò che deve […]

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Libri

PIF e il suo primo romanzo «…che Dio perdona a tutti» | Intervista

Intervista/recensione a PIF per l’uscita del suo primo romanzo, “…che Dio perdona a tutti” Esilarante debutto letterario per Pierfrancesco Diliberto, meglio conosciuto come PIF : regista, attore, autore televisivo, conduttore radiofonico, sceneggiatore, che si guarda bene dal definirsi “scrittore”. «…che Dio perdona a tutti» è un romanzo appena uscito per Feltrinelli e già si candida a diventare un curioso caso editoriale. Scopriamo perché con un’intervista/recensione al suo scoppiettante autore, PIF. «Il cristianesimo è oggi difeso e continuerà per lungo tempo a venir difeso così strenuamente perché è diventato la religione più comoda. È ancora cristiano tutto ciò che si chiama così? O, ponendo la domanda in forma più estesa e insieme più problematica: che cosa, nella nostra vita presente, è ancora veramente cristiano, e che cosa, invece, si chiama così solo per abitudine o per timore?». Righe tanto serrate, assertive, disincantate, le ha scritte un grande filosofo, poi passato alla storia come “anticristiano”, e fanno parte dei suoi “Frammenti postumi”. Sorride, PIF, sentendosi citare Friedrich Nietzsche, ma torna subito serio quando ascolta l’aforisma più asciutto secondo il quale «è esistito un solo cristiano ed è morto sulla croce». Il tuo romanzo affronta con sorniona leggerezza un tema profondo e sfaccettato come il cristianesimo: com’è nato e cosa rappresenta per te? È un esame di coscienza, un po’ come andare dall’analista o scrivere un diario: sono partito da un mio disagio e a un certo punto ho capito che non potevo dirmi cristiano ma nemmeno potevo definirmi ateo. Non credevo ma speravo. L’idea mi venne sotto la doccia, tre o quattro anni fa. Alzai la cornetta e dissi al mio produttore: «Ho un film!». È liberatorio, per chi è abituato a scrivere sceneggiature, misurarsi invece con un romanzo. Feltrinelli mi aveva proposto un soggetto a mia scelta e mi venne quest’idea. Poi l’abbiamo sospesa per vari impegni sopraggiunti e, quando l’ho ripresa, la domanda che si poneva il film (sic!) era ancora attuale e quindi l’ho messa su carta: cosa succede se decidiamo di vivere da cristiani? È stato un processo lento, ma l’ho fatto per onestà. Una lettrice importante è stata mia sorella: è lei la vera scrittrice di famiglia.   Il protagonista del tuo romanzo, PIF, si chiama Arturo, ha trentacinque anni e fa l’agente immobiliare a Palermo. Conduce un’esistenza piuttosto incolore, vive alla giornata, o meglio, a differenza di tanti che si accontentano di campare alla meno peggio, piano piano scopre che quella non è vita, ma pavida – e spesso ipocrita – sopravvivenza. Capisce che alle parole che si dicono, o soltanto si proclamano, non corrispondono i fatti che le rispecchiano. Che non si è ciò che si dichiara di essere, se non si pratica ogni giorno, nel concreto, ciò che è altrimenti fin troppo facile asserire, in astratto. La pietra d’inciampo di Arturo si chiama Flora: è una ragazza che un giorno vede in pasticceria e di cui subito si innamora. La grande passione di Arturo è una prelibatezza culinaria: la ricotta, nelle varie forme contemplate […]

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Libri

Giovanni Tizian e il suo libro-inchiesta “Rinnega tuo padre” (Recensione)

«Peppino, Peppino / dai i tuoi occhi al cuore / un padre e un figlio con un solo abbraccio / squarciano il tempo, vanno oltre lo spazio / cani randagi nella notte scura / la vita no, non fa paura». Rinnega tuo padre comincia con un esergo musicale. Il libro-inchiesta edito da Laterza di Giovanni Tizian, coraggioso giornalista de “L’Espresso”, allontanatosi dalla “Gazzetta di Modena” perché i suoi articoli avevano disturbato un signorotto del crimine che minacciò di volergli «sparare in bocca». Versi tratti da una canzone di Venditti che chiamano a gran voce un nome e lo associano alla storia di Peppino Impastato, altro figlio tristemente illustre che fece in vita ciò che il libro di Tizian dice sin dal titolo: rinnegò suo padre. Circa trent’anni fa un altro “Peppino” fu ucciso in Calabria, senza che ancora nulla si sappia dei mandanti dell’omicidio o dei suoi esecutori materiali. La vittima si chiamava Giuseppe Tizian. «Questo libro raccoglie le storie di figli allontanati dalle famiglie di ‘ndrangheta su ordine del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria»: sono le prime parole inserite a mo’ di “Nota dell’autore”, come introduzione al testo di 208 pagine, suddiviso in 18 capitoli, pubblicato nel giugno del 2018. Ogni capitolo narra una storia: la prima e l’ultima hanno lo stesso nome, «Rocco», e descrivono un bambino diventato adulto troppo in fretta, respirando “‘ndrangheta e piombo“. Un bambino a cui fu intimato: «La devi ammazzare. Due colpi nella faccia di quell’infame di tua mamma e chiudiamo ‘sta tragedia una volta per tutte. Devi farlo tu. Con l’età che c’hai non andrai in galera». Un figlio a cui fu ordinata, tra tutte le cose, la più innaturale. Di sparare a chi lo mise al mondo, di uccidere sua madre. Civico 404, si intitola il secondo capitolo, e si riferisce al numero da cercare sul Corso principale di Reggio Calabria ed al piccolo ufficio che vi è ubicato, diretto dal giudice Roberto Di Bella, “non un eroe, ma un onesto e riservato servitore dello Stato“. Nel 2012 viene firmato un protocollo d’intesa tra Tribunale dei minorenni e Procura della Repubblica sull’allontanamento dei minori dalle famiglie mafiose: «la soluzione estrema è allontanare i figli dal nucleo familiare. Il giudice Di Bella preferisce definirlo in altro modo: “Allontaniamo i boss dai loro figli” […]. I figli sono un tesoro inestimabile per gli ‘ndranghetisti. Per questo li considerano loro proprietà. Sono la certezza del futuro. Togliergli i figli vuol dire dissanguarli». Come provocare un’emorragia alla ‘ndrangheta, come organizzare una rivoluzione silenziosa sottraendo del sangue non ancora impuro ad un sangue del tutto infetto. Chi viene allontanato da chi e da che cosa: Giovanni Tizian ricostruisce meticolosamente le storie in trincea che dalla Calabria si estendono al resto d’Italia, sostenute dall’Associazione “Libera contro le mafie“, spiegando in maniera cristallina in che consiste l’educazione ‘ndranghetista, cosa sono le ‘ndrine, le affinità e differenze con mafia e camorra, la genesi del verbo ‘ndranghetiare, ovvero il comportarsi come un uomo della cosca. E spesso lo fa raccontando la storia di […]

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Attualità

«Il nostro Leopardi»: tre lettere autografe alla Biblioteca Nazionale di Napoli

«Firenze 06 Agosto 1827 Caro Puccinotti Sono qui da circa due mesi, e qui da Bologna ricevo la tua carissima de’ 29 di Luglio. Tu mi hai a perdonare il mio lungo silenzio, perch’io pochissimo posso scrivere, travagliato come sono da un’estrema debolezza (o comunque io la debba chiamare) de’ nervi degli occhi e della testa, la quale mi obbliga ad un ozio più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la sua giornata meglio di me.» L’incipit della lettera di Giacomo Leopardi è un’istantanea della vita allora condotta dal grande poeta, che si racconta apertamente al caro amico Francesco Puccinotti, docente di Patologia e Medicina Legale a Macerata. Corrispondente forse tra i meno noti del genio di Recanati, il professore marchigiano è il destinatario delle tre nuove lettere autografe acquisite dalla Biblioteca Nazionale di Napoli e presentate “alla comunità scientifica e alla città” nella splendida cornice della Sala Rari a mezzogiorno di un particolarmente afoso martedì 31 Luglio. Tre epistole di Giacomo Leopardi all’asta Appena sette settimane prima, martedì 12 giugno, la Casa d’Aste romana “Minerva Auctions” mette all’asta le tre epistole dall’inestimabile valore, poste e proposte sul mercato per iniziativa privata. La Biblioteca Nazionale partenopea le intercetta, il Fondo Leopardi le reclama. Viene chiesto seduta stante l’immediato annullamento della seduta già calendarizzata. Questo ed altri aneddoti vengono svelati dalle tre voci invitate per narrare la storia di questa preziosissima acquisizione: il direttore della Biblioteca Nazionale, Francesco Mercurio, la direttrice generale, Paola Passarelli, ed il Ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli. Voci che tradiscono emozioni. «Sono particolarmente orgoglioso del fatto che uno dei primi atti di cui sono stato testimone nell’esercizio delle mie funzioni sia stata quest’acquisizione. Prima di tutto per un legame affettivo che ho con Leopardi sin dai tempi della scuola. Poi perché ogni testimonianza può essere importante e decisiva per arricchire di particolari la sua biografia. In Leopardi vita e opere sono strettamente legate. Abbiamo deciso che queste lettere fossero custodite dalla Biblioteca Nazionale di Napoli perché qui è già depositato oltre l’80% del patrimonio del Poeta», rimarca il Ministro, che si sofferma sul significato e la funzione che una biblioteca degna di questo nome deve ricoprire. Per farlo, appronta un confronto efficace a partire dalla parola “ricerca”: nel caso specifico, avendo – il caso stesso – luogo in una biblioteca, una ricerca “bibliografica”. Dinanzi a quel gigante che è internet, in termini di rapidità e prestazioni, solo gli appassionati irriducibili preferiscono ancora il profumo della carta di una volta e lo spulciare e verificare titoli e autori da un cassettino impolverato da tirare a mano. Di recente, a Cremona, all’Archivio di Stato, è soltanto così, però, che uno studioso americano ha trovato un tesoro in un faldone dimenticato: il testamento di Stradivari, disperso e irrintracciabile da tempo non datato. Un fondo interamente dedicato al poeta Il Fondo dedicato a Giacomo Leopardi, all’interno della Biblioteca partenopea, ne rappresenta il fiore all’occhiello: oltre alla documentazione autografa della maggior parte dei Canti (tra cui Alla luna, […]

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Napoli e Dintorni

«Luigi Necco ci appartiene»: il PAN ricorda il giornalista-archeologo

Per un classicista, PAN è la forma neutra di  πᾶς, “tutto”. Per un filosofo, quel tutto è uno: en kai pan, “uno-tutto”. Per un archeologo, quel Pan è il dio-pastore, dio della campagna, dei pascoli e delle selve. Per un napoletano, è il PAN: il Palazzo delle Arti di Napoli. Lunedì 23 luglio, alle 18, quel Palazzo si fa salotto e ricorda il compianto giornalista Luigi Necco, venuto a mancare il 13 marzo 2018. Madrina dell’appuntamento dal titolo “Il ricordo di Luigi Necco” è Daniela Wollmann, che prende la parola dicendo di condurre l’incontro «Napoli con…» “ignobilmente”, mancandole colui che ne fu l’ideatore e prima era la sua spalla, e la di lui capacità eclettica e dialettica. Esordisce con un ricordo personale: l’incontro a Piazza Vanvitelli, il giorno che lo vide, lo fermò, prese il coraggio a quattro mani e gli parlò. Lui era già noto, lei una giovane appassionata di subacquea archeologica che desiderava condividere un libro su Tarquinia. «Mi diede il suo numero di telefono, e così nacque il lavorare insieme», complice la “pulce della Magna Grecia” posta l’uno nell’orecchio dell’altra e che andava costantemente a pungolarli, a vicenda. Il ricordo di Luigi Necco Nella sala gremita al secondo piano del Palazzo, l’atmosfera è questa. A percorrere le vie del ricordo ci sono la figlia del giornalista, Alessandra, l’assessore alla cultura Nino Daniele, il direttore del Museo Archeologico Paolo Giulierini, l’archeologo amico di lungo corso Giuseppe Maggi e Massimo Perna, docente di antichità minoiche e micenee. La figlia ha gli stessi occhi del padre, ed è emozionata nel «rinnovarlo in questo contesto, lui che amava l’arte e la vita in tutti i suoi aspetti» e nel definire questo incontro «un regalo», con l’auspicio che «questo piccolo angolo dedicato a lui» possa tenersi ogni anno. A differenza del filmato che nel messaggio d’invito si diceva sarebbe stato mostrato, in cui Luigi Necco raccontava la storia di Pompei per un’emittente giapponese, viene invece proiettato un video meno lungo ma ugualmente appassionante girato al MANN: «Il Tesoro di Priamo». «Guardate questo signore», ammonisce Necco circondato dalle statue dell’Archeologico, con il suo stile inconfondibile, da “cantastorie d’altri tempi”. Parla di Heinrich Schliemann e del tesoro di Troia trovato e donato, dal grande archeologo tedesco, al suo Stato, da cui poi scomparve, in circostanze misteriose, nel 1945. Fu «un giovane italiano» a recuperarlo, negli anni ’90. Uno che seguiva una «pista russa», convinto, a dispetto dei più, che dalla Germania non avesse preso il volo per l’America così come alcuni sostenevano, ma si trovasse ancora vicino, nascosto da qualche parte. Quel “giovane”, classe 1934, aveva deciso di fare il giornalista a 4 anni. Il Giallo di Troia gli costò anni di ricerche minuziose, un passo paziente dopo l’altro, sino alla scoperta sensazionale, espressa in forma risoluta: «Il tesoro sta nella cassaforte del Museo». Si riferiva al Museo Puskin, a Mosca, la cui direttrice, Irina Antonova, lo custodiva da sempre, senza poterne fare parola con anima viva, per ordine categorico del KGB. Insospettabile “anima viva” riuscì ad essere Luigi Necco, che alla Antonova, […]

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Teatro

Teatro Totò: innovazione e tradizione nella stagione 2018/2019

«Non è una cosa facile fare il comico, è la cosa più difficile che esista […]: è più difficile far ridere che far piangere». La celebre affermazione del “Principe della Risata” è impressa a chiare lettere nel credo del Teatro Totò, vivace centro culturale nel difficile quartiere a ridosso di Foria, in via Frediano Cavara, a due passi dal Teatro San Ferdinando, in Piazza Eduardo De Filippo. L’appuntamento per la presentazione del cartellone della stagione teatrale 2018/2019 è di quelli che non si dimenticano, nella Saletta San Ferdinando attigua al Teatro omonimo, lunedì 23 Luglio alle 11:30. Qualcuno del pubblico, numeroso ed entusiasta, riadatta il classico detto sulle «3 C» caratteristiche dell’autentico caffè partenopeo basandosi sulle condizioni atmosferiche del giorno, sì da farlo suonare con un più che tragicomico: «Comm’ Cazz’ Chiov’». La tempesta del mattino causa qualche ritardo logistico, ma non blocca l’affluenza dei tanti interessati a conoscere in anteprima i dettagli del nuovo programma. Ad illustrarlo, il direttore artistico Gaetano Liguori insieme a quella che del Teatro Totò è “una colonna portante”, Davide Ferri, accompagnati da tanti artisti-protagonisti di spettacoli presto in scena, tra cui Gino Rivieccio, Rosalia Porcaro, Federico Salvatore. «Il Teatro Totò ha aperto le porte alla città dal punta di vista artistico e sociale»: esordisce così Liguori soffermandosi sulle difficoltà patite dal Teatro che dirige e che, tuttavia, non getta la spugna. Un Teatro che conta 2100 abbonati ed offre ancora prezzi popolari, con 300 iscritti all’Accademia di Recitazione. Un risultato di cui non si può non andare fieri, se si pensa che i primi allievi, negli anni ’90 in cui l’Accademia aprì i battenti, erano appena 10. La sottile vena polemica riguarda i tagli ministeriali alla Cultura, questione annosa che il Teatro Totò affronta seguendo fedelmente il suo maestro, dato che dell’assegnazione di quei fondi non ha mai goduto, «e non perché le cose non le sappiamo fare, ma perché le facciamo troppo bene», puntualizza Liguori. Teatro Totò, cartellone e spettacoli 2018 – 2019 La nuova stagione imminente vanta 12 spettacoli in abbonamento, 3 in omaggio per gli abbonati e 2 eventi fuori abbonamento. Ad aprire le danze sarà l’esuberante Gino Rivieccio presente in sala, con il suo “Mamma… ieri mi sposo!” dell’autore inglese Clive Exton, a partire dal 25/10. Sua spalla sul palcoscenico l’intramontabile Sandra Milo. Si prosegue con “I casi sono due” di Armando Curcio dall’8/11, “Core ‘ngrato“ di e con Rosalia Porcaro dal 22/11, “Stasera le canto io” con Francesca Marini dal 6/12, “Mettimmece d’accordo e ce vattimme” con Oscar Di Maio dal 20 dicembre. Il 2019 si inaugura con “Casa Corella“, direttamente da Eduardo Scarpetta, per la regia di Gaetano Liguori, a partire dal 10 gennaio. Il 24/1 è la volta di Mariano Bruno in “Una notte con Dora“, il 7/2 Claudio Tortora in “Amori e non…“. Particolare menzione merita lo spettacolo che debutta il 21 febbraio e che ha ricevuto il patrocinio dell’Associazione “Libera” di Don Ciotti, del “Comitato don Peppe Diana“, del Comune di Casal di Principe e del Comune di Napoli. Ciro Liucci […]

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Napoli e Dintorni

«La cultura è l’unica possibilità»: l’Ermitage incontra il MANN

MANN (Museo Archeologico Nazionale Napoli) che incontra il Museo Ermitage. 28 marzo 2019. La “Danzatrice”. Il “Genio della Morte”. “Ebe stante”. “Amorino alato”. “Amore e Psiche stanti”. “Le Tre Grazie”. Una data attesa come un conto alla rovescia, una location di nicchia, a dir poco perfetta, nomi di opere immortali dell’artista che – dalla prossima primavera e fino al 30 giugno – sarà soggetto e oggetto della mostra dell’anno da tutto esaurito, dal titolo sintomatico, nitido come il marmo che scolpiva, pulito come le mani di cera che ad esso dava: «Canova e l’antico». Una collaborazione più che promettente, quella tra Museo Archeologico partenopeo e il Museo Ermitage di San Pietroburgo, suggellata dal vivace e fecondo incontro tra i due rispettivi direttori: Paolo Giulierini, etruscologo di fama e formazione classica, da tre anni alla guida di un MANN in una crescita priva d’affanno, e Michail Piotrovsky, figlio d’arte, saldo nella sua posizione dirigenziale dal 1992 e da allora capo indiscusso di un colosso da quasi 5 milioni di visitatori l’anno. Museo Ermitage e Mann, San Pietroburgo e Napoli «San Pietroburgo rappresenta la porta della Russia sull’Europa. Napoli è il porto dell’Europa sul Mediterraneo»: suona così un passaggio tratto dalla conversazione tenutasi venerdì 13 luglio alle 17, alla quale partecipa un nutrito gruppo di amanti dell’arte, addetti ai lavori, curiosi astanti. «ERMITAGE/MANN – MANN/ERMITAGE. Il patrimonio della storia e i grandi musei: esperienze e idee a confronto». Piotrovsky e Giulierini sono alla sinistra di chi guarda, entrando in contemplazione de “Il supplizio di Dirce”, meglio conosciuto come “Toro Farnese”,  la più grande scultura dell’antichità mai ritrovata e che per le sue dimensioni dà il nome alla sala prescelta come cornice per l’incontro del giorno. Sulla destra tre giornalisti invitati ad intervistare i due protagonisti: Davide Cerbone de “Il Mattino“, Antonio Ferrara de “La Repubblica – Napoli” e Vincenzo Esposito del “Corriere del Mezzogiorno“. «Sono felice di essere qui, in questa meravigliosa sala: mai avrei immaginato di sedermi un giorno davanti al “Toro”, capolavoro assoluto della Collezione Farnese […]. Siamo un museo enciclopedico: rappresentiamo un monumento per la memoria e la cultura russa e custodiamo capolavori da tutto il mondo»: è dal tesoro senza eguali dell’Ermitage che infatti arriveranno, in prestito, le sei opere succitate del Canova, nonché la grande statua romana dell’”Ermafrodito dormiente” del III-I sec. a.C. ed il gruppo bronzeo di “Ercole e Lica“. La mostra «Canova e l’antico» porrà l’accento sul dialogo stesso che essa nomina, ponendo il genio del Neoclassicismo accanto alle epiche opere classiche che egli soleva “imitare, ma non copiare“. Lo scalone monumentale del MANN presenta già la grandi statue canoviane di “Ferdinando di Borbone” e “Minerva“, a riprova del fatto che un tempio dell’antico quale il Museo Archeologico si qualifichi da sé come sede ideale più che mai pronta ad ospitare ulteriori capolavori del grande scultore. La parola chiave del MANN è “sperimentazione” Dopo un filmato sull’Ermitage, in lingua inglese, è la volta di un video targato “MANN“, ideato da Ludovico Solima. Il titolo lo si scopre soltanto alla fine, e […]

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Napoli e Dintorni

Comune di Sorrento e Area Live insieme per “Sorrento Incontra”

«Quella della musica è una delle tre vie per le quali l’anima ritorna al cielo», scriveva Torquato Tasso nella nota al celebre Sonetto CXXXVIII. Sorrento, città natale dell’illustre letterato campano, si prepara alla torrida estate 2018 proprio percorrendo la via indicata dal grande poeta. Il 10 luglio si svolge al PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli, la conferenza stampa che illustra il sentiero tracciato in programma dal 16 luglio al 30 agosto nell’incantevole città avamposto della penisola sorrentina. “Sorrento incontra – La Luce dei Luoghi” è il titolo prescelto per la kermesse promossa dal Comune di Sorrento in collaborazione con la Fondazione Sorrento e la Federalberghi Penisola Sorrentina, organizzata da Arealive e PdArtMedia, una rassegna volta ad eternare gli elementi prescelti per questa edizione del festival: la musica – presente e onniabbracciante nelle forme dell’arte e della danza – e il territorio. Il Chiostro e la Chiesa di San Francesco, la Villa Comunale, Villa Fiorentino, il centro storico cittadino, il Teatro Comunale “Tasso” ed i luoghi più suggestivi del posto si trasformeranno in veri e propri palcoscenici a cielo aperto. Sono previsti venti eventi di livello internazionale in un contenitore multidisciplinare con l’intento di collegare la memoria del passato con le più efficaci forme artistiche del presente, alla luce di sempre più numerose presenze turistiche. Obiettivo del festival, tra gli altri, è quello di partire dalla tradizione culturale partenopea al fine di sviluppare un percorso artistico che la metta idealmente in comunicazione con tutte le terre bagnate dai mari: un’altra via maestra, dunque, quella enfatizzata e costantemente presente, sotterranea, costituita dal mare, simbolo e caposaldo del paesaggio inconfondibile targato Sorrento. Sorrento Incontra – La Luce dei Luoghi: tra arte, musica e spettacolo «Bisogna valorizzare la città nel migliore dei modi. Dobbiamo partire da Sorrento per portare la città nel mondo»: sono solo alcuni dei pensieri-cardine espressi all’attesa conferenza stampa alla quale erano purtroppo assenti, tra i nomi di spicco, Enzo Gragnaniello ed il sindaco, in rappresentanza del comune di Sorrento, Vincenzo Cuomo. Ad esser presente e ad attirare l’interesse degli astanti è, invece, Francesco Di Bella, diventato, nel giro di due decenni, «uno dei più grandi song-writer italiani». Il 25 luglio sarà infatti il giovane cantautore partenopeo il protagonista dello spettacolo “In acustico“, alla Terrazza Panoramica del Teatro Comunale “Tasso”, finalmente riaperta dopo anni di polemiche e problemi. Francesco Di Bella festeggia così, con un concerto degno di nota, i suoi vent’anni di promettente carriera, e lo fa raccontandosi in prima persona: «Mi fa piacere inaugurare un nuovo posto. Le mie canzoni sono nate nei centri sociali, poi hanno viaggiato in lungo e in largo e sono approdate in location d’eccezione: mi sono per esempio ritrovato al Teatro San Carlo con tutto un corpo di ballo che danzava sulle note della mia musica. Così sono le canzoni: partono, tornano. Toccano la polvere, come le poesie». Ecco, dunque, trovata, delle tre, la prima via: la musica, l’arte, e la poesia. È questo il trait-d’union con l’appuntamento forse highlight della calda stagione sorrentina: […]

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Culturalmente

Lalineascritta di Antonella Cilento: l’arte della scrittura e della lettura trova casa dopo 25 anni

«La scrittura è un’arte che si apprende giocando a scrivere», recita il motto del Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta, fondato nel 1993 e diretto da Antonella Cilento e dallo staff sorridente ed emozionato che ci attende, lunedì 9 luglio alle 18, nei locali nel cuore del Vomero finalmente diventati “casa” della scuola. È «casa» la parola che si preferisce nominare al posto di una «sede» asettica e più neutrale. Occasione dell’incontro è l’inaugurazione del nuovo domicilio nonché la presentazione delle tante attività estive che animeranno un luglio altrimenti meno movimentato e motivante. È il caso del favoloso programma dal titolo Sogni&Scritture (nelle sere di mezz’estate), 12 lezioni con film e aperitivo: la prima pellicola è prevista in onda, a tambur battente, già giovedì 12/7, con in programma Lettera a tre mogli (1949) di Joseph L. Mankiewicz, per poi proseguire con Vogliamo vivere! (1942) di Ernst Lubitsch il 16/7, Pallottole su Broadway (1994) di Woody Allen il 18/7, Genius (2016) di Michael Grandage il 19/7, Black Narcissus (1947) di Powel&Pressburger il 23/7, La guerra lampo dei fratelli Marx (1933) il 25/7, Carnage (2011) di Roman Polanski l’11/9, Sunset Boulevard (1950) di Billy Wilder il 13/9, Scoprendo Forrester (2000) di Gus Van Sant il 28/9, Memento (2000) di Christopher Nolan il 20/9, Delitto perfetto (1954) di Hitchcock il 25/9, sino a Rumori fuori scena (1992) di Michael Frayn il 27/9. C’è grande entusiasmo per le iniziative culturali che, in mesi “sonnecchianti” come quelli estivi, restituiscono quello che invece è il primus motor della scuola: l’amore per il cinema, “la settima arte“, in un binomio indissolubile con quello per la scrittura e la lettura che si fondono nella più alta letteratura. A seguito delle vacanze d’agosto, nel bel mezzo di cotanta offerta, Lalineascritta si estende e parte, orgogliosa, anche in trasferta: venerdì 7 e sabato 8 settembre è la volta dello stage di scrittura creativa intitolato Storia&Storie – Il racconto e il romanzo storico, in collaborazione con l’Associazione Letteraria “Giovanni Boccaccio” e non a caso ambientato in pieno luogo boccaccesco quale il Palazzo Pretorio di Certaldo. Da ottobre ad aprile riprendono inoltre i corsi semestrali di scrittura narrativa, suddivisi per focus e livelli, aperti ad un massimo di 30 partecipanti, al fine di dedicare a ciascuno studente – “debuttante” o meno che sia – l’attenzione che merita. «Scrivere è inventare», è la sentenza posta a mo’ di vademecum del laboratorio tutto: ognuno è invitato a sperimentare e provare, perché qui è – semplicemente – il benvenuto. Un grande traguardo per Lalineascritta Sono tante le persone che vogliono esserci per festeggiare i 25 anni della scuola, ormai 26. A una ventina di fedelissimi che giungono di buon’ora, si aggiungono un centinaio di persone entusiaste di poter presenziare alla manifestazione. Portano bouquet di fiori, sorrisi sinceri, una sorta di “sano fervore” che sfocia dalla mente di un lettore alle prime armi come di uno scrittore in erba, sempre partendo da un moto del cuore. È come fosse una grande famiglia, quella che si è data appuntamento in un torrido lunedì al piano […]

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Attualità

“Non perdere l’allerta” – Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta

Pierfrancesco Diliberto (Pif) e quel Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta che si inserisce alla perfezione nella recente polemica del ministro Salvini   «Se un giornalista scrive di mafia, io non mi chiedo perché scriva di mafia, non mi chiedo se così abbia avuto più successo con le ragazze, non mi chiedo se così si sia arricchito. Io mi chiedo se quello che scrive sia vero, mi chiedo se quello che scrive dia fastidio alla mafia, mi chiedo se, leggendolo, la mia conoscenza e la mia coscienza siano migliorate» Si chiede questo Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, correndo per le strade di Roma sotto il sole, accompagnato dalla sua telecamerina. Sono le battute finali del delicato documentario da lui girato e da maggio disponibile su Netflix, intitolato Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta. Un documentario da vedere e rivedere non solo nei giorni roventi di quest’estate, stagione in cui la mafia non dimentica di uccidere e l’attuale Ministro degli Interni mette in dubbio la necessità stessa del protocollo di protezione assegnato all’autore di Gomorra il 13/10/2006. “Scorta con isolamento ambientale“. All’inizio tre uomini, dal 2008 cinque, che quasi hanno trascorso più tempo con l’autore campano che con le proprie famiglie da accudire. “Gli uomini della scorta” : quelli che del documentario sono i co-protagonisti, e compaiono senza apparire. Pierfrancesco Diliberto racconta lo scrittore napoletano Ad emergere dal bel lavoro di Pierfrancesco Diliberto – nato nel 2013 come puntata de Il Testimone, rimaneggiato con scene inedite nel 2016, a dieci anni dal romanzo e dalla scorta – non è “il Saviano” accusato da Salvini di risiedere all’estero spesato dallo Stato italiano, bensì Roberto, il rapporto d’amore ed odio con la sua terra, nel suo profilo più umano. È questo l’aspetto messo squisitamente a fuoco sin dalla prima inquadratura, che con l’inconfondibile stile-Pif domanda: «Lo vedete questo cono gelato? È un cono gelato con cioccolato, crema e panna». È Roberto a nominarlo tra le cose più semplici che sogna di concedersi come un qualsiasi libero cittadino ma alle quali – per via del suo stato di “sorvegliato speciale” – non può fare altro che rinunciare. È proprio questo il verbo che utilizza: “rinunciare”. Pif lo sottolinea mentalmente ed elenca le “conseguenze pratiche” del suddetto status: «Non può alzarsi al mattino e decidere cosa fare; tutti i suoi spostamenti vanno decisi due giorni prima per poter organizzare la sicurezza dello spostamento […]. Non può fare il bagno in mare da solo perché anche in acqua deve essere presente la scorta […], non può guidare l’auto, non può guidare la bici, non può andare in moto, non può andare al cinema, a meno che non sia vuoto; non può vedere troppo frequentemente la stessa persona per non farla diventare un bersaglio o un indizio che porti a lui; se vuole andare all’estero deve chiedere un permesso al paese ospitante con un anticipo che va da una settimana a un mese, e non è scontato che lo ottenga». Laddove Pierfrancesco Diliberto riflette sui combattenti “in carne ed ossa” che si assumono “il lavoro […]

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Libri

A cuore aperto. Intervista al Premio Zingarelli Manuela Diliberto (Parte seconda)

Leggi la prima parte dell’intervista alla vincitrice del Premio Zingarelli 2018: Manuela Diliberto. Premio Zingarelli 2018: Manuela Diliberto Nei titoli di ogni “capitolo” spazi dal latino al francese, anzitutto. È un libro intriso di cultura classica. Il Seneca delle “Lettere a Lucilio” – «È lo spirito che deve cambiare, non il cielo sotto cui vivi» – è un memento anche a te stessa, che da Palermo ti sei trasferita a Parigi? Ti senti straniera all’estero? C’è un posto che per te è “casa”? Ritengo la cultura classica l’unica chiave in grado di decifrare il nostro presente. La storia è il più grande repertorio umano cui chiunque, i politici per primi, dovrebbe attingere. Fra Palermo e Parigi c’è stata l’Austria, poi l’Inghilterra e dieci anni a Bologna, ed è vero che l’unico cielo a vegliare sulle mie ansie era quello che risiedeva in me. Ho il dono di essere siciliana, anche se da parte paterna discendo dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen. Il suo viso ritratto in busti e dipinti, a casa di nonna, ed i racconti sulla sua vita, hanno popolato il mio immaginario sin dalla più tenera infanzia. “Danimarca” è sempre stato il luogo dell’anima che indicava l’inizio di ogni cosa. Mi sento “a casa” ovunque coabitino senso della società civile, cultura e storia. Bologna rappresenta felicemente tutto questo ed è l’unico posto che mi sento di poter chiamare “casa”. E poi il Pascal dei “Pensieri”: «Così non viviamo mai, ma speriamo di vivere. E preparandoci sempre ad esser felici, è inevitabile che non siamo mai tali». Quale parola ti viene in mente per prima, pensando alla vita? “Felicità”. È uno stato dell’anima che, personalmente, coltivo con pervicacia ed un diritto sacrosanto di ogni uomo sulla terra. Eppure vi ci si rinuncia con troppa facilità, convinti che sia un dono che non ci spetti. E invece ci spetta eccome! L’oscurità della lotta contro tutto ciò che preclude l’allegrezza è l’unico modo per averne accesso. Simone de Beauvoir è per te un pilastro, così come per Bianca Aleksandra Kollontaj. Quali donne ti hanno indirizzato e accompagnata nel tuo diventare – e non solo ‘nascere’ ed ‘essere’ – donna? Quando a sedici anni lessi Simone de Beauvoir fui in grado di dare forma ad un certo disagio provato per essere vista come altro da ciò che ero, esclusivamente in virtù del mio sesso. Sono sempre stata cosciente di chi fossi, ma sentivo che questo “essere” non corrispondeva alla formula con cui si esprimeva il patriarcale concetto di “femminilità” nella Palermo degli anni Ottanta-Novanta in contrapposizione a quello, dominante, di “mascolinità”. Nelle sue parole, i miei struggimenti interiori hanno trovato per la prima volta una spiegazione. Qualcuno a questo mondo la pensava come me: il mio scontento era legittimo ed io, finalmente, libera. Ho così consolidato la consapevolezza che essere “donna” significa “essere me stessa”. Ci tengo a sottolineare che i libri di de Beauvoir e della Kollontaj li ho trovati nella biblioteca della mamma… In questi giorni ricorre l’anniversario dell’uccisione di Falcone. Da palermitana forte di […]

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Libri

A libro aperto. Intervista a Manuela Diliberto (Parte Prima)

Manuela Diliberto è tutta un sorriso, occhi limpidi, grandi, e  sguardo deciso. Classicista a Palermo, archeologa a Parigi, nel 2017 pubblica il suo primo romanzo per La Lepre Edizioni. «La trama leggera, riflessiva, intrigante ed originale è densa di richiami e riferimenti raffinati che, intersecandosi con il narrato dei protagonisti, ne mette a nudo il problematico intimo»: suona così, bella e puntuale, quella che per lei per prima è ben più di un’arida motivazione. È con queste parole che, con L’oscura allegrezza, Manuela ha vinto il Premio Zingarelli 2018, sezione “Narrativa Edita”, X edizione. Manuela Diliberto: l’intervista «L’oscura allegrezza»: un titolo-ossimoro. Come e perché lo hai scelto? Non era il titolo originario, che invece conteneva un’unica, “spinosa” immagine (“Roveto”). Dovendolo riscegliere, tuttavia, l’ossimoro era d’obbligo: rispecchiava alla perfezione il contrasto esistenziale dei protagonisti e quello degli eventi storici. Alla luce si arriva solo sconfiggendo l’ombra. I termini della lotta sono il senso della vita. Almeno della mia. Com’è nata l’idea del romanzo? Avevo 19 anni. Mi tormentavo all’idea di poter perdere all’improvviso un affetto che avevo sempre dato per scontato. Un romanzo è in ogni caso “l’idea rifratta” del romanziere. Ogni parola nasce dal vissuto di chi la concepisce, ma, quando la si esprime in forma letteraria, diventa pressoché irriconoscibile. L’unica questione che per me conta è riuscire a cambiare il mondo attraverso l’interpretazione che di esso do scrivendo. La scrittura è la mia maniera per smascherare i misfatti, portare alla luce le ingiustizie e al tempo stesso svelare i sentimenti taciuti per inutili paure. La dedica «Al caruso Angeleddu, d’anni tredici, ucciso dal suo picconiere con otto bastonate» è il mio modestissimo contributo per scongiurare l’oblio e non ripetere l’errore. Il tuo è un romanzo storico colto e raffinato, che spinge ognuno di noi a guardare dentro di sé senza perder d’occhio né il passato da cui proviene, né il presente in cui è tenuto a vivere. Di recente ha vinto il Premio Zingarelli come “Narrativa Edita”. Quando uscirà il tuo prossimo lavoro? L’ho vissuto con grande fierezza e commozione. Il Premio Zingarelli è patrocinato dall’Accademia della Crusca e questo per me è un onore senza pari. Qualsiasi premio vincerò in avvenire, non sarò mai tanto felice e fiera come per questo, primo e autorevole. Sono emozioni che non si dimenticano mai, le prime… Il romanzo storico era il mio modo di mettere l’accento, con un’opera prima, sull’importanza del passato, e vincere la sfida di riprodurre l’italiano parlato nel 1911 senza annoiare. Adesso sto lavorando ad un romanzo che si svolge nella Parigi dei giorni nostri e che ha come sfondo la società attuale in cui si cominciano a prendere le misure dello spazio destinato alle minoranze e alla diversità religiosa, sessuale e sociale. Vorrei scoprire qual è lo spazio che si lascia alle donne in una compagine tanto complessa. Spero che possa uscire la prossima primavera. Giorgio e Bianca sono i due protagonisti e conferiscono al romanzo la sua originalità: sono come occhiali dalle lenti bifocali. A chi ti sei ispirata per descriverne […]

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