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Eroica Fenice

Comunicati stampa

“Caravaggio, una nuova luce” al Pio Monte della Misericordia

Entusiastica la conferenza-stampa organizzata al Pio Monte della Misericordia di Napoli per presentare la nuova esperienza tridimensionale “Caravaggio, una nuova luce”.  Napoli, 1602. È questa la “collocazione temporale” in cui si viene catapultati entrando nel magnifico palazzo monumentale in via dei Tribunali, lungo il decumano maggiore della città partenopea che, reduce dall’annus horribilis dovuto alla pandemia, nell’estate del 2021 torna lentamente ad accogliere turisti ed appassionati di arte, cultura ed esperienze autentiche. Il Pio Monte della Misericordia rientra a pieno titolo in queste sorgenti empiriche di vita, custodendo al suo interno quell’autentico gioiello caravaggesco costituito da Le Sette opere della Misericordia, e avendo  deciso di “donare” al pubblico una narrazione inedita del capolavoro del genio lombardo, eseguito a Napoli nel 1607, fiore all’occhiello dell’istituto. IL PROGETTO “CARAVAGGIO, UNA NUOVA LUCE” Il viaggio tridimensionale intitolato “Caravaggio, una nuova luce“ aprirà le porte al pubblico il 13 luglio 2021. L’iniziativa, realizzata in collaborazione con AR Tour, racconta la Cappella del Pio Monte in una nuova forma narrativa che strizza l’occhio al moderno senza perdere di vista l’antico. Si tratta, infatti, di un tour della cappella prodotto grazie a immagini, filmati e ricostruzioni virtuali fruibili grazie ad un paio di occhiali 3D. Occhiali leggeri, dalle lenti trasparenti adatte anche a chi già porta gli occhiali: uno strumento semplice che utilizza la tecnologia della realtà aumentata per effettuare un vero e proprio salto indietro nel tempo.  “Adattarsi ai tempi ed essere sempre aggiornati è un obiettivo importante per il Pio Monte della Misericordia – spiega Alessandro Pasca di Magliano, Soprintendente del Pio Monte della Misericordia. – Un’istituzione secolare che non rinuncia ad utilizzare le più moderne tecnologie, utili perché la fruizione delle opere d’arte risulti quanto più esaustiva possibile. Grazie ai nuovi occhiali 3D i visitatori potranno vedere con i loro occhi come è nato il Pio Monte, quali bellezze custodisce e avere tutte le informazioni aggiuntive che desiderano”. “Il progetto di valorizzazione promosso dal Pio Monte, basato sulla tecnologia della realtà aumentata, è di grande interesse – afferma Ludovico Solima, professore ordinario di Management delle imprese culturali presso l’Università Vanvitelli – perché testimonia l’attitudine dell’Ente a sperimentare soluzioni particolarmente innovative, finalizzate a migliorare la propria capacità di dialogo con i propri pubblici, accrescendo di conseguenza la capacità di attrazione nei confronti dei visitatori, attuali e potenziali. L’adozione di nuove forme di storytelling, rese possibile da tecnologie come quelle degli occhiali 3D – prosegue Solima – consente di proporre una narrazione molto coinvolgente, attraverso cui raccontare non solo il capolavoro del Caravaggio, ma anche le altre opere della Cappella e della Quadreria e, più in generale, le finalità dell’Ente, ricordando agli utenti che l’arte – in questo caso – è a servizio del bene comune”. La scelta del Pio Monte si è indirizzata nella realizzazione di un soggetto e un testo narrativo finalizzato a ricreare l’atmosfera del Seicento e spiegare la nascita dell’Istituzione, attraverso la stesura di una sceneggiatura scritta espressamente da Maurizio Burale, responsabile dei progetti culturali del Pio Monte della Misericordia. Una ricostruzione […]

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Libri

Un tè a Chaverton House, recensione del romanzo

È uscito per Garzanti Un tè a Chaverton House, il nuovo romanzo “highly British” di Alessia Gazzola: una storia romantica sospesa nel tempo – dal Novecento ad oggi – e nello spazio, tra la Sicilia del dopoguerra e l’Inghilterra dei giorni nostri, Brexit inclusa. «Un angolino dello splendore di un villaggio della campagna inglese: è tutto ciò che si possa desiderare in questa nostra vita»: è con una citazione scelta ad hoc dal romanzo di Gill Hornby “Miss Austen: A Novel of the Austen Sisters” (in italiano edito da Neri Pozza, 2020) che si apre la nuova deliziosa avventura di Alessia Gazzola, “Un tè a Chaverton House”, pubblicato da Garzanti. La scrittrice messinese, autrice de L’allieva – alle cui vicende di Alice Allevi ha dato volto televisivo Alessandra Mastronardi -, torna alla ribalta con una vicenda in perfetto stile british con magiche e sognanti atmosfere à-la-Downton Abbey. Un tè a Chaverton House, trama Angelica Bentivegna è una ventisettenne milanese con una passione a tutto tondo per l’inglese. Il suo essere buffa, carina ed intrinsecamente adorabile ne fa una perfetta eroina gazzoliana. Lasciata dal fidanzato Davide, licenziata dalla panetteria in cui lavora e dove sforna golosi cornetti, si appassiona ad una storia di famiglia raccontatale da un’iconica prozia Edvige, docente di filosofia in pensione che vive da sola col suo gatto Parmenide e si interroga sulla misteriosa scomparsa del padre. Un romanzo ideale da leggere in un pomeriggio in lockdown con un plaid sulle gambe ed una tazza fumante di british tea. Recensione Si chiamava Angelo il padre di Edvige, il bisnonno di Angelica alla ricerca del quale comincia un’avventura effervescente che, dalle grigie nebbie di Milano, trasporta direttamente nelle campagne inglesi del Dorset più autentico. Angelo fu catturato dagli inglesi e dichiarato morto in guerra. Lasciò moglie e figlie tra Palermo e Mondello, che lasciarono poi in favore di Milano. Che fine fece Angelo? Quale verità scoprì sua moglie, tanto ingombrante da non volerla condividere con le sue stesse figlie? Angelica prende a cuore la questione che, pur a distanza di decenni, ancora continua ad inquietare la prozia filosofa. Ed è così che l’impianto narrativo si snoda in un doppio binario: il passato ormai stanco e lontano in Italia, più che remoto nel dopoguerra siciliano, altrettanto cristallizzato a Milano, ed un presente che da quella staticità vuole affrancarsi, e lo fa cercando un nuovo dinamismo all’estero, in Inghilterra, seguendo la lingua tanto amata e le tracce dell’avo perduto in terra straniera. La terra stessa assume un significato filosofico, essendo – da un lato – l’occupazione del bisnonno Angelo, contadino a Chaverton House a fedele servizio del Lord della tenuta, e dall’altro l’humus stesso dell’esistenza di Angelica, che in quell’antenato sente evocare il suo stesso nome e fremere una voglia irredimibile di dare una scossa, una direzione “altra” alla sua grama vita. «Tutti hanno tra le proprie conoscenze qualcuno che è uscito dagli schemi, che hai preso per pazzo perché con niente in mano è partito per la Nuova Zelanda e ci […]

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Libri

Agata rubata: recensione del romanzo di Valerio Musumeci

È uscito a fine gennaio Agata rubata, il romanzo “visionario” pubblicato dall’editore siciliano Bonfirraro e firmato da Valerio Musumeci, giornalista catanese alle prese con un noir intrigante e, in un certo qual senso, precursore dei tempi. Come a Napoli la città si raccoglie, per ben tre volte all’anno, intorno al suo Santo patrono, San Gennaro, in attesa del miracolo della liquefazione del sangue custodito nelle preziose ampolle del Duomo, così a Palermo gli abitanti del capoluogo siciliano si riversano nel santuario dedicato a Santa Rosalia, la patrona della città a cui è dedicata una grande festa, comunemente conosciuta come “il festino”. È invece Catania la protagonista di questo romanzo di Valerio Musumeci, uscito di recente per le edizioni Bonfirraro, “Agata rubata”. Ed è Sant’Agata la Santa patrona di Catania co-protagonista di questo noir intrigante, la “Santuzza” tanto amata della città etnea a ridosso del vulcano più attivo d’Europa. Per il giovane giornalista Musumeci una prova letteraria superata a pieni voti, data la scorrevolezza appassionante del romanzo. Non manca una raffinata e composta reverenza nei riguardi di Andrea Camilleri, l’autore di riferimento per tutti i siciliani amanti della letteratura “in giallo”, a cui il compianto scrittore di Porto Empedocle ha dato un contributo decisivo e ormai imprescindibile per tutti coloro che osano accostarsi al sacro fuoco del racconto noir. Agata rubata: la nostra recensione È infatti un esilarante “giallo-noir” quello che Musumeci ha deciso di ambientare a Catania proprio nei giorni coinvolgenti della Festa di Sant’Agata, che viene annullata senza un perché. Un romanzo che, a ben vedere, potremmo definire “visionario” data la lungimiranza con cui ha previsto – in tempi non sospetti – quanto ancora a inizio 2020 sarebbe stato ancora bollato come “impossibile” e “lontano dalla realtà”: la sospensione di tutti i festeggiamenti legati alla Santa Patrona della città, in sé un’occasione di richiamo per tutta la provincia, nonché evento-simbolo di una stagione intera, nel labile confine sospeso tra religiosità e fanatismo. Giova sapere che il romanzo di Musumeci ha avuto un lungo periodo di “incubazione”: il giornalista vi lavorava infatti dal 2014, quando un annullamento della festa di Sant’Agata, così come di qualsiasi processione ad essa correlata, sarebbe stato inconcepibile. Solo nell’autunno 2020, quando l’accordo con l’editore Bonfirraro era ormai in fase di concretizzazione, l’autore ha invece visto “realizzarsi” quello che nel suo libro aveva garbatamente “romanzato” sei anni prima, con quel nobile sacro timore che tutti i fedeli riservano alla propria santa protettrice. In “Agata rubata” succedono fatti strani. E su quegli episodi singolari, ma ripetuti, viene chiamato ad indagare Salvo Lanza, un giornalista assetato di verità, che vuole far luce sulla natura – a tratti esoterica – di alcuni di quegli eventi curiosi ed altrimenti inspiegabili. Sono questi i capisaldi del romanzo: Sant’Agata, la festa che non può tenersi e che pertanto può anch’essa esser letta come un “furto” subito dai cittadini credenti, ed il giornalista che ne insegue le gesta, invischiandosi entro e fuor di metafora nei vicoli e negli anfratti, non sempre baciati dal […]

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Libri

I lupi di Roma : recensione del romanzo di Andrea Frediani

È uscito per Newton Compton Editore il nuovo romanzo storico di Andrea Frediani dal titolo accattivante “I lupi di Roma”. Lo abbiamo letto per voi. Anzitutto, siamo rimasti abbagliati dal dettaglio della copertina. Caravaggeresca, sia per la tela prescelta del grande genio della pittura italiana sia per l’atmosfera del romanzo che richiama, al di là dei secoli che dividono il debutto di Michelangelo Merisi dall’avvento dei “lupi di Roma” a cui il romanzo è dedicato. Il quadro di Caravaggio che, dunque, invita visivamente alla lettura del nuovo romanzo storico di Andrea Frediani è la famosa “Vocazione di San Matteo” custodita nella Cappella Contarelli all’interno della magnifica chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. Il quadro di Caravaggio è suddiviso in almeno quattro parti, dati i due piani paralleli di cui consta: quello superiore, per lo più vuoto ed occupato da una finestra, “filtro magico” tramite il quale il Caravaggio ha creato un sublime gioco di luci, e quello inferiore. È la porzione sinistra di quest’ultimo, più “popoloso” piano, a figurare nella copertina rielaborata da Newton Compton: il focus non è cioè su Cristo, che nella tela è ritratto a destra, bensì sul Matteo esattore delle imposte che lo guarda incredulo ed indica se stesso, mentre poco prima era intento a contare monete con altri spilorci compagni di bevute. Accanto a lui, un uomo con gli occhiali, strumento probabilmente rappresentato proprio per meglio amplificare l’accecamento causato dal dio denaro, nonché un ragazzo più giovane, con una piuma sul cappello, mentre all’estrema sinistra compare un uomo con lo sguardo chino sugli spiccioli, che quasi non si accorge di esser parte integrante di una scena epica. La vocazione di San Matteo fu infatti una tra le prime opere d’arte esposte al pubblico in cui comparivano notazioni realistiche, a differenza di quelle costantemente idealizzate nelle quali i ceti meno abbienti facevano fatica a riconoscersi. La grande rivoluzione pittorica di Caravaggio stette proprio in questo: nel prendere personaggi comuni dalla strada e renderli protagonisti di una tela. E questa riflessione storico-pittorica cosa mai avrà a che fare con “i lupi di Roma”? I lupi di Roma di Andrea Frediani: la nostra recensione   “Una feroce lotta per il potere tra le più potenti famiglie di Roma” recita ancora il sottotitolo accattivante presente in copertina. Nella giungla sempiterna delle dinastie ed alleanze che da sempre hanno caratterizzato i precari equilibri politici della città eterna, protagonista di questo brillante romanzo storico di Andrea Frediani è la famiglia Orsini. Nel 1277, un’ennesima lotta per il potere, particolarmente feroce, si scatena in occasione del con­clave. Dopo sei mesi di sede vacante, la famiglia Orsini riesce a far eleg­gere un proprio esponente. Il nuovo pontefice, Niccolò III, si propone di arginare lo strapotere di Carlo D’An­giò, re francese di Napoli e senatore di Roma, ma mira anche a consoli­dare le fortune della famiglia. In bre­ve gli Orsini assumono il controllo di Roma, di Viterbo e del collegio cardinalizio. Tuttavia le ambizioni del papa e di suo cugino, il cardina­le […]

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Libri

Supereroi: recensione del romanzo di Paolo Genovese

, il nuovo romanzo di Paolo Genovese, il regista ed autore romano alle prese con una esperienza universale: che cosa mai sarà l’amore, qual è il senso della vita, del tempo e del dolore.  Già il sottotitolo di Supereroi fa luce ed ombra su un quesito di fondo: Servono i superpoteri per amarsi tutta una vita. È un quesito a cui manca un punto interrogativo finale, e che quindi potrebbe essere letto come un’asserzione. Sono Marco ed Anna i due supereroi protagonisti del romanzo, e sono di Marco e Anna i due spazzolini nel bicchiere presenti sulla copertina del libro Einaudi. Anna è una fumettista che ha inventato la sua eroina di carta: Drusilla. Marco è un professore di fisica che si pone domande scientifiche sul tempo, dandosi poi risposte esistenziali.  «”Quante possibilità ci sono che due persone che si incontrano per caso si incontrino una seconda volta?” pensa Marco. Sa che la percentuale è cosí bassa che statisticamente viene definita irrilevante. Ma irrilevante non vuol dire impossibile.» lui: Dopo dieci anni tutte le coppie diventano supereroi? lei: Le altre resistono solo perché il cambiamento fa più paura della routine.

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Cinema e Serie tv

The Undoing: le verità non dette, psico-thriller di HBO

In Italia è uscito su Sky Atlantic l’8 gennaio 2021 “The Undoing: Le verità non dette”, psico-thriller in sei episodi diretto per HBO dalla regista danese Susanne Bier e magistralmente interpretato dall’inedita coppia Nicole Kidman-Hugh Grant. “You should have known”: Avresti dovuto saperlo. Sarebbe questo il titolo letterale del romanzo dello scrittore americano Jean Hanff Korelitz, pubblicato in italiano nel 2016 e tradotto come “Una famiglia felice”. Un romanzo che probabilmente verrà riscoperto adesso proprio grazie all’enorme successo della serie-tv di portata internazionale “The Undoing”, andata in onda una puntata a settimana dal 26 ottobre al 30 novembre 2020 su HBO in America e in Danimarca, e finalmente disponibile in Italia su Sky dall’8 gennaio 2021. Per volere della regista danese Susanne Bier e dello sceneggiatore statunitense David E. Kelley, del libro da cui il thriller è tratto la serie ne riprende, però, solo i due primi capitoli e l’idea portante: quella di una famiglia felice, per l’appunto, la cui tranquilla ed agiatissima esistenza borghese viene fagocitata da un delitto inizialmente estraneo alla gabbia dorata che racchiude esemplarmente la succitata e insospettabile famiglia. Nicole Kidman interpreta Grace Reinhardt, psicoterapeuta di successo alle prese con la pubblicazione imminente del suo primo libro: una serie di consigli per coloro che amano e si fidano troppo dei propri partner, ispirata da anni di colloqui di terapia di coppia per i suoi pazienti. Hugh Grant è il marito di lei, l’oncologo pediatrico Jonathan Fraser, acclamato come salvatore dei bambini e padre amorevole di un timido dodicenne, Henry, studente in uniforme impeccabile di una scuola privata esclusiva la cui retta costa cinquantamila dollari all’anno. La famiglia felice vive a New York, ha un appartamento su due piani con vista su Central Park ed una seconda casa sul mare. È l’8 gennaio 2019 e si è appena svolta un’asta di beneficenza per raccogliere fondi a vantaggio della scuola frequentata da Henry (Noah Jupe), serata-evento imperdibile a cui la coppia di professionisti non può mancare, sedendo Grace da anni nel comitato organizzativo dei genitori degli alunni. Nel quartiere assai più proletario di Harlem, viene ritrovata brutalmente uccisa nel suo atelier, con undici martellate che le hanno reso irriconoscibile il volto, la madre del piccolo Miguel Alves, Elena (l’italiana Matilda De Angelis), di cui Grace aveva da poco fatto la conoscenza ad una delle riunioni del comitato. Miguel (Edan Alexander) frequenta la scuola prestigiosa “dei ricchi” grazie ad una borsa di studio. Elena Alves è un’artista e di recente è diventata mamma di una bambina dalle ciglia lunghe e bellissime: a scoprire il cadavere è il povero Miguel, che corre a casa urlando e piangendo e induce subito il padre, Fernando (Ismael Cruz Córdova), a dare l’allarme. È quello che fanno le persone ricche quando vengono minacciate: nascondono le brutte verità per proteggersi. Non vogliamo svelare troppo per chi ancora non avesse visto The Undoing, ma ogni puntata, per regia e sceneggiatura, oltre che per il fatto di essere “nata” con il format di un episodio a settimana, è […]

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Libri

Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone: recensione

È uscita per Einaudi Stile Libero “Fiori”, la nuova avventura dei Bastardi di Pizzofalcone firmata da Maurizio De Giovanni. Il titolo dell’avvincente romanzo – tra l’altro il numero 10 della serie, a mo’ di garanzia del campione – suggerisce di leggerlo proprio come se fosse un fiore. Ecco la nostra recensione. È una splendida mattina di primavera, la città è illuminata da una luce perfetta, nell’aria l’odore del mare si mescola al profumo del glicine, della ginestra, dell’anemone. Della rosa. Come può venire in mente di uccidere qualcuno in un giorno come questo, in un posto come questo? La citazione prescelta per invitare alla lettura del nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni, “Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone”, non potrebbe essere più perfetta. È una splendida mattina di primavera ed un omicidio violento scuote il quartiere di Pizzofalcone, delitto che si rivela subito esser stato compiuto prima dell’orario di apertura della maggior parte dei negozi ed in maniera particolarmente efferata. La vittima è Nicola Savio, un fioraio buono e delicato come i fiori che tanto ama e racconta ai suoi clienti, ai quali adora  narrare i come ed i perché delle piante che consigliava o, qualche volta, regala. Ucciso nel chiosco di fiori di sua proprietà, il cadavere dell’uomo viene ritrovato dal suo migliore amico, il signor Ciro Durante, il quale, per quanto sconvolto dall’accaduto, dà in qualche modo l’allarme in commissariato. Ad arrivare sul luogo dell’omicidio sono l’agente scelto Aragona ed il commissario Lojacono, personaggi letterari a cui ormai – dopo il successo dell’omonima e fortunatissima serie-tv – non si può non dare il volto di Antonio Folletto e Alessandro Gassmann. Ma sono di nuovo presenti tutti gli agenti del commissariato dei “Bastardi” ai quali ci siamo via via affezionati grazie alla penna ritrattistica di De Giovanni. Giorgio Pisanelli, in particolar modo, che avevamo lasciato in balia di un serio problema di salute. O Francesco Romano, alle prese con un giovane amore. Alex Di Nardo, reduce dall’ipotesi di esser stata tradita. La coppia Palma-Ottavia, da cui l’intesa tra un superiore accurato, da tutti invocato per cognome, ed una materna poliziotta, che tutti chiamano per nome. Nuovi personaggi si aggiungono come petali ulteriori a quella che, nell’immaginario di Pizzofalcone, colloca nel commissariato la corolla portante di ogni singolo fiore. Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone: la nostra recensione Fiori. Fiori di ogni colore, gialli e rossi e azzurri e screziati. Fiori a gambo lungo e corto, a calice e a stella, a imbuto o a ruota. Fiori a pannocchia e a campana, a spiga e a sperone. Fiori come parole, fiori a migliaia, ognuno col suo peso e la sua forma, ognuno col suo significato. Protagonisti del decimo romanzo sui Bastardi di Pizzofalcone sono i fiori. Vari piccoli capolavori della natura vengono nominati nel corso delle pagine scorrevolissime di De Giovanni: l’anemone, evocato per il senso di speranza che racchiude, o la rosa gialla, per quello del recondito, per finire con vari accenni ai fiori di potentille, avvicinati alla realtà […]

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Libri

Il gatto che amava la gentilezza di Rachel Wells

Una lettura luminosa, perfetta per questi tempi bui. È uscito per Garzanti il nuovo romanzo di Rachel Wells, “Il gatto che amava la gentilezza”. Ecco la nostra recensione! “A chi può mai venire in mente di prendere un cane, quando ha nei paraggi due gatti perfetti?”: è questo l’ingenuo interrogativo posto da Alfie, il gattino letterario che abbiamo tutti imparato ad amare grazie ai romanzi di Rachel Wells, l’autrice britannica che ha saputo combinare le sue più grandi passioni – la scrittura e i gatti – dando vita ad una fortunata serie di romanzi da 200.000 copie vendute. “Il gatto che amava la gentilezza” è uscito a novembre tra le novità di Narrativa Straniera presso Garzanti, ed ha continuato a raccontare le vivaci avventure di Alfie, il gatto londinese stavolta alle prese con una vicenda che lascia rivivere un’atmosfera da “Lilli e il Vagabondo”. Laddove nel cartone disneyano a turbare la tranquilla esistenza dei cani di casa era un bambino, nel romanzo della Wells – tutto narrato in prima persona felina da Alfie -, è un nuovo cagnolino, acquistato dagli “umani” della villetta in Edgar Road, anch’essi pungolati da dubbi vari e preoccupazioni quotidiane. Alfie è infatti, in tutto e per tutto, il “gatto di casa”. Un gattino adorabile che non perde occasione per mettere in pratica il principio semplicissimo di cui si rende portatore universale: “essere gentili”. Alfie è rocambolescamente diventato papà di George, gattino adorabile anch’esso impegnato a crescere a suon di domande e qualche dispetto. Non viene invece accolto con gran gioia l’arrivo di Cetriolino, cucciolo di cane di appena due mesi, che rende subito George geloso e diffidente, perché la novità che il cagnolino rappresenta, in una famiglia di umani che adorano i gattini, attira su di sé tutte le attenzioni, causando in George il tipico timore di vedersi “spodestato” dall’ultimo arrivato. “Il gatto che amava la gentilezza”: una lettura luminosa Cosa fare per essere gentili nei riguardi di chi è venuto per restare? È questo l’insegnamento che Alfie, questa volta, è chiamato delicatamente a tenere. È papà Alfie, infatti, a dare a George una lezione essenziale da incidere in grande nel cuore: “Ricordati quel che ti dico sempre. C’è abbastanza amore per tutti”. E qui i riferimenti letterari non possono non rimandare a Luis Sepúlveda e alla sua intramontabile “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Cetriolino inizialmente si diverte a giocare con una palla da tennis, “un gioco che i gatti considerano degno di loro”. Ci penserà George, allora, seguendo i consigli ed interpretando a modo suo gli ammonimenti di Alfie, ad insegnare al cagnolino quello che meglio sa fare: proverà a comunicare l’ebbrezza di essere un gatto, benché Cetriolino sia e resti inevitabilmente un cucciolo di cane! È anche la storia di un’amicizia, quella raccontata così “dolcemente” in questo nuovo romanzo di Rachel Wells: quella della combriccola felina capitanata da Alfie e George che, piano piano, facendo tesoro delle differenze, accoglie il cucciolo canino con la gentilezza che […]

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Cinema e Serie tv

Vista per voi: Emily in Paris, nuova serie su Netflix

È uscita il 2 ottobre su Netflix la nuova serie Emily in Paris, spensierata commedia americana in dieci puntate diretta da Darren Star, creatore di Sex and the City. «Pardon her French»: è il motto scelto per accompagnare la locandina delle avventure di Emily, interpretata da Lily Collins, una giovane ragazza americana che si ritrova a dover partire per la meravigliosa capitale francese per cogliere al volo un’irripetibile offerta di lavoro. La direttrice dell’azienda di marketing per cui Emily lavora, infatti, le concede il posto di un anno di esperienza a Parigi, inizialmente a lei destinato, all’interno della piccola società francese “Savoir”, appena acquisita dal gruppo americano che la donna presiede. Dalla sua vita ordinata e squisitamente americana di ragazza sportiva «ovvia, priva di mistero, che pensa di poter aprire tutte le porte» e che corre otto chilometri in quarantuno minuti per le vie di Chicago, già nel corso della prima puntata Emily si ritrova a fare le valigie ed atterrare nella Ville Lumière, invero restituita in posa da cartolina, al massimo del suo splendore. Sin dall’arrivo della protagonista nella capitale francese, lo spettatore più attento potrebbe però avvertire “puzza di cliché”: addirittura l’agente immobiliare che le mostra l’appartamento al quinto piano senza ascensore in cui Emily abiterà – nell’esclusivissima Place de l’Estrapade, nel 5. arrondissement – finisce per corteggiarla, il che rappresenta, a nostro modo di vedere, uno dei leitmotiv (limitanti ed irrealistici) dell’intera serie, ovvero il piacere a tutti ed il doverlo per forza fare, pena l’essere esclusi dai cosiddetti “ambienti che contano”. Emily in Paris: recensione «Sono qui per aumentare la visibilità o per piacere a tutti?» è, del resto, un interrogativo che la stessa Emily pone al suo team, pardon: alla sua équipe, nei primi giorni in cui viene vessata dai colleghi di lavoro, inorriditi dal fatto (per loro inconcepibile) che la ragazza non parli il francese e che anzi pretenda di voler americanizzare la loro francesissima società. Ma Emily resta sul serio la ragazza americana alla conquista dell’Europa: esperta di marketing e social media come la maggior parte dei teenager statunitensi, Emily vive su Instagram. Non è un’esagerazione se pensiamo al fatto che il titolo stesso della serie – Emily in Paris – diventa il nickname del suo nuovo account, che passa dall’avere una cinquantina di follower ad arrivare a contarne più di ventimila. Come? Con un – alquanto poco probabile – coup de theatre: relegata dalla direttrice dell’agenzia ad occuparsi di pubblicizzare un prodotto sulla secchezza vaginale, Emily lo fa nel meno classico dei modi. Con un post in cui fotografa il prodotto e si pone una domanda grammatico-sociale: perché il termine “vagina”, in francese, è di genere maschile e non femminile. La questione incontra – di nuovo: addirittura! – l’attenzione di Carla Bruni e Brigitte Macron, che ritwitta il post della ragazza e la consacra ad un futuro di influencer, il che la renderà ancora più invisa ai già invidiosi colleghi di lavoro. Nel frattempo Emily ha almeno trovato un’amica: Mindy Chen, ragazza cinese […]

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Libri

Mina Settembre nel nuovo libro di Maurizio De Giovanni

Il 15 settembre 2020 esce per Einaudi l’attesissima nuova avventura di Mina Settembre, l’eroina “fuori posto” che nella scrittura di Maurizio De Giovanni trova il perfetto equilibrio tra forma e contenuto. Annunciato sin dai torridi mesi estivi, il nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni ha fatto incetta di pre-prenotazioni anche dall’estero per poi schizzare direttamente ai vertici delle classifiche dei libri italiani più letti e desiderati. Ma cosa avrà di tanto particolare questa figura femminile immaginaria per attirare su di sé l’attenzione di migliaia di lettori? La nostra risposta è immediata: una sorta di calamita interna, entro e fuor di metafora. Una calamita è, infatti, un corpo che genera un campo magnetico, un campo invisibile all’occhio umano ma di cui sono ben noti gli effetti, essendo in grado di spostare materiali ferromagnetici come il ferro e attrarre o respingere due magneti. Mina è tutto questo, e, una volta immersa nell’inchiostro dell’ironia di De Giovanni e lasciata asciugare e prender vita in quel dedalo di vicoli e viuzze dei Quartieri Spagnoli di Napoli, diventa un’eroina: una calamita per le calamità del tutto irresistibile. Sono molteplici le angolazioni da cui guardare questa vera e propria forza della natura che segue il suo istinto e trascina con sé chi incontra con tutta la potenza vulcanica della città da cui proviene. Come ha più volte spiegato il suo creatore, Maurizio De Giovanni, Mina Settembre è, paradossalmente, una donna “fuori posto” che da questo dettaglio esistenziale tirerà fuori la grinta e la voce necessarie per venire alla ribalta e non accettare compromessi o sotterfugi di alcun tipo. «Mina è fuori posto in tutto: fuori posto nel suo corpo, perché vorrebbe essere vista per il proprio impegno sociale e l’ intelligenza e non per il fisico strepitoso; fuori posto a casa sua, perché dopo il divorzio vive, vessata dalla madre, nella stanzetta di quando era piccola perché non ha i soldi per andare da un’altra parte; fuori posto nel suo ambiente di lavoro, perché è nata e cresciuta in un ambiente borghese e quelli dei Quartieri Spagnoli la vedono come una dei quartieri alti, e infine anche nell’amore, perché dopo il matrimonio con il magistrato De Carolis s’innamora di un uomo che maltratta, come spesso succede alle donne quando si comportano da adolescenti». Date le suddette premesse, il magnetismo è inevitabile. Mentre la prima avventura, pubblicata nel 2018 con Sellerio, vedeva Gelsomina Settembre – questo il nome completo all’anagrafe letterario – alle prese con “Dodici rose” lasciate da un misterioso assassino sul luogo del delitto, stavolta il caso con cui Mina si misura avviene in una soffitta. Una soffitta priva di riscaldamento in un palazzo affascinante e un po’ datato tipico dei Quartieri: una soffitta in cui viene trovato morto un uomo e fa troppo freddo. Troppo freddo per Settembre. Troppo freddo per Settembre: la nostra recensione Il romanzo comincia, in realtà, con una dedica. La dedica di Maurizio De Giovanni a sua madre, scomparsa a pochi giorni dall’uscita del libro, che in sé inizia con […]

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Libri

Riccardino: recensione dell’ultimo Montalbano di Camilleri

A un anno dalla morte di Andrea Camilleri la sua storica casa editrice Sellerio dà alle stampe Riccardino, l’ultima avventura del commissario Montalbano. La nostra recensione di Riccardino “Il tilefono sonò che era appena appena arrinisciuto a pigliari sonno, o almeno accussì gli parsi, doppo ore e ore passate ad arramazzarisi ammatula dintra al letto.” È questo l’incipit dell’ultimo romanzo di Andrea Camilleri, Riccardino, scritto tra il 2005 e il 2006 e poi rivisto una decina d’anni dopo dal suo autore che, nel 2016, volle ridare un’occhiata a quella geniale lingua sicula creata nell’altrettanto inventata cittadina di Vigata. Nell’introduzione curata dalla casa editrice Sellerio, vengono svelati i retroscena della stesura di Riccardino a mo’ di preambolo alla lettura del romanzo. È con questo spirito che viene ripercorsa la “quarantennale avventura di amicizia, di libri, di lavoro, di divertimento, iniziata nei primi anni ’80”, quando Andrea Camilleri – allora regista teatrale e docente all’Accademia d’Arte drammatica “Silvio D’Amico” a Roma – consegnò a Leonardo Sciascia un faldone di documenti su una “Strage dimenticata avvenuta a Porto Empedocle nel 1848“. Sciascia studiò le carte ricevute e se ne appassionò a tal punto che non volle limitarsi a scriverne una cronaca, bensì propose allo scopritore dell’interessante vicenda locale, ripescata dal lontano passato, di raccontarla a modo suo, impegnandosi a sostenerne la successiva pubblicazione. Un’avventura che in tal modo ha segnato sia l’avvenire di Andrea Camilleri e del suo futuro di scrittore quanto il successo e il destino tout-court della casa editrice palermitana, fortemente legata al “Tiresia di Porto Empedocle” e indimenticabile creatore del commissario di Vigata. «Ancora un momento, Montalba’»: il continuo “dialogo tra le righe” tra il creatore Andrea Camilleri e la creatura Salvo Montalbano Gli affezionati lettori di Camilleri, nonché sostenitori del commissario Montalbano, non potranno non inforcare gli occhiali della malinconia nel leggere questo “romanzo di congedo”, dove il titolo stesso, inizialmente scelto dal Maestro come provvisorio, suona come un’invocazione che risuona dell’eco del definitivo. Così succede con la tastiera di un pianoforte, dove tonalità deboli danno armonia alle note forti e tutte sono inevitabilmente necessarie per una composizione in grande stile. Rispetto alla solidità di altre creazioni letterarie di Camilleri, la trama di Riccardino sembra infatti deboluccia. Montalbano riceve una telefonata per errore dopo una notte insonne e a comporre il numero è la vittima prossima e ventura, un uomo che si rivelerà poi “un mandrillo” ed è contorniato da tre amici così stretti da esserlo fin troppo, sino all’inevitabile gioco di specchi e sospetti che daranno corpo e piega all’indagine, leggermente “sottotono” rispetto ai ritmi narrativi a cui il Maestro aveva generosamente abituato i suoi fedeli lettori. Ci sono parole magnifiche, destinate a far parte dell’alfabeto camilleriano come di quello italiano: «mammalucchigna» per dire «magica», o «’nturciunata» per rendere tutto il complesso senso del contorto. Ma a spiazzare sono le incursioni del Camilleri eterno ammiratore del conterraneo Pirandello e dei suoi personaggi in cerca d’autore: vi è un Andrea che di continuo “parla” col suo Salvo, lo bacchetta […]

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Libri

Tre passi per un delitto: recensione di un noir a sei mani

È bastato poco per balzare in testa alle classifiche: “Tre passi per un delitto“ è un avvincente romanzo noir scritto “a sei mani” e cioè da tre diversi autori. Cristina Cassar Scalia, Giancarlo De Cataldo, Maurizio De Giovanni: eccoli, gli scrittori dalle penne d’oro coinvolti in un progetto che esalta le qualità stilistiche di ognuno di loro. I tre autori del nuovo romanzo edito da Einaudi, a pochi giorni dall’uscita del testo “in comune”, registrano già uno straordinario gradimento del pubblico, tra cui si fanno largo i “fedelissimi” di ciascuno dei tre che, uniti al resto degli “aficionados”, formano insieme un metaforico esercito di soddisfatti lettori, resi tali proprio dalla “coralità” del progetto di fondo che li ha ulteriormente legati a tutto tondo. Già il titolo del romanzo – “Tre passi per un delitto” – invita alla lettura, scandendo, allo stesso tempo, gli stacchi, le voci e gli spaccati della vita borghese nella quale ci si trova ad entrare con passo felpato sin dalle prime pagine, come in punta di piedi. Siamo a Roma, nell’esclusivo quartiere Prati: una giovane ragazza ventottenne di nome Giada è stata uccisa nel suo appartamento. Laureata in Storia dell’Arte, il primo a raccontare di lei è il commissario Davide Brandi, chiamato a svolgere le prime indagini sull’omicidio. A dare la parola a questo poliziotto acuto ed ambizioso è Giancarlo De Cataldo.  Pian piano si vengono a scoprire particolari interessanti sulla vita di Giada, tra cui il dettaglio non secondario che avesse un amante molto noto nella Roma “bene” di cui entrambi facevano parte: Marco Valerio Guerra è un uomo d’affari ricco sfondato, con una solida famiglia al seguito, tanti “amici” ed altrettanti nemici. A sondarne i meandri dell’animo, col suo stile inconfondibile, è Maurizio De Giovanni.  A sopportare il narcisismo del marito fedifrago, i suoi continui tradimenti e la complessa personalità è Anna Carla Santucci, la moglie ripiegata nell’ombra, magistralmente creata da Cristina Cassar Scalia, la grande autrice-rivelazione di “Sabbia nera”, che, oltre ad essere una promettente scrittrice, esercita come medico oftalmologo nella sua bella Sicilia. Le versioni dei tre protagonisti non collimano tra loro ma tutte rappresentano un’angolazione diversa e irrinunciabile da cui si guarda e racconta la stessa spinosa vicenda. Ad andare d’accordissimo sono invece le voci e le mani dei tre autori, nel momento in cui si passa da un capitolo e da un punto di vista all’altro senza esserne disturbati, ma anzi invogliati a continuare nella lettura al fine di sciogliere il bandolo della matassa, obiettivo che il commissario Brandi è deciso a raggiungere sin dalle prime battute. “Perciò, se esiste una crepa, devo essere io a individuarla, prima di chiunque altro. E, una volta individuata, devo capire se la si può sanare o se è l’avvisaglia dell’abisso, e dunque bisogna ricominciare tutto daccapo. Ma sarei ipocrita se non confessassi a me stesso che la crepa è precisamente ciò che sto cercando. E credo di averla trovata in questo tabulato.” Quello della ragazza uccisa diventa un caso nazionale, dibattuto su social […]

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Attualità

Luciano De Crescenzo, il tributo dei Quartieri Spagnoli

A un anno esatto dalla morte di Luciano De Crescenzo, avvenuta a Roma il 18 luglio 2019, Napoli gli dedica un favoloso murale nel cuore dei Quartieri Spagnoli. “Io penso che Napoli sia ancora l’ultima speranza che ha l’umanità per sopravvivere”: recita così la scritta d’accompagnamento all’opera di sagace street-art firmata da Michele Quercia e Francesca Avolio inaugurata a Napoli la mattina del 18 luglio 2020 nel cuore dei Quartieri Spagnoli, a un anno dalla scomparsa del grande scrittore partenopeo. La sua città natale gli aveva già donato un commosso addio durante le esequie tenutesi nella Chiesa di Santa Chiara, alle quali parteciparono migliaia di persone. Alle 11:30 del 18 luglio 2020, all’incrocio tra vico Tre Regine e via De Deo, nel “ventre di Napoli”, un nutrito gruppo di gente accorre per assistere all’inaugurazione del murale che ritrae Luciano De Crescenzo in una delle sue espressioni tipiche, sorridenti e con sguardo furbetto, contorniato dal suo pensiero-testamento che voleva Napoli ultima speranza per un’umanità altrimenti votata al trionfo del disumano. Rispettando la distanza di sicurezza e le disposizioni vigenti per via del coronavirus, il sindaco Luigi De Magistris dedica al compianto autore di “Così parlò Bellavista” un appassionato ricordo. Bloccata a Roma per motivi personali la figlia dello scrittore Paola, è però presente, in qualità di rappresentante della famiglia De Crescenzo, suo figlio Michelangelo, orgoglioso e felice del tributo riservato a suo nonno Luciano da parte della calorosa città d’origine. Il murale, realizzato con tempera acrilica, ha un titolo particolare, tutto partenopeo: si intitola, infatti, “‘O pallone ‘mmiez ‘e ‘mmachine”, ossia “Il pallone tra le macchine” e ritrae una scena caratteristica del vicolo in cui è ambientata, cioè il momento in cui dei ragazzini dei quartieri devono recuperare il pallone con cui stavano giocando, bloccatosi accanto a un’edicola votiva, con l’aiuto di una scopa. Al flash mob celebrativo sono presenti vari personaggi del mondo dello spettacolo tra cui gli attori Carmine Rizzo e Francesco Paolantoni, che spendono parole commosse per l’amatissimo “Professore”. Viene anche recitata la poesia di Totò “Core analfabeta”, con l’intento di rendere omaggio alla lezione di De Crescenzo secondo la quale il popolo napoletano è in tutto e per tutto un “popolo d’amore”. L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione “Quartieri Spagnoli 1536” presieduta da Raffaele Esposito. L’evento è stato fortemente voluto anche da Renato Ricci, amico storico di De Crescenzo e fondatore del primo fan club a lui dedicato, in collaborazione con il Tavolo Interassessorile per la Creatività Urbana del Comune di Napoli e la Municipalità Napoli 2, rappresentata dal Presidente Francesco Chirico e dal suo vice Luigi Carbone. Dulcis in fundo, al termine della presentazione del murale, la Pasticceria “Seccia” ha offerto un delizioso dessert e “Don Café – Street Art Coffee” ha preparato per tutti i presenti un bicchierino di caffè con la “cuccumella”, la tipica caffettiera “sott’e’ncoppa” tanto amata da Eduardo e di certo anche da Luciano De Crescenzo, in quanto espressione perfetta delle eccellenze ed aspettative partenopee. Un’atmosfera squisitamente partenopea che all’insopprimibile passione per la […]

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Pietro Grasso: Paolo Borsellino parla ai ragazzi | Recensione

In occasione del ventottesimo anniversario della strage di via D’Amelio, Pietro Grasso riprende metaforicamente in mano la penna che Paolo Borsellino lasciò sulla sua scrivania il giorno in cui fu poi ucciso. Esce per Feltrinelli Paolo Borsellino parla ai ragazzi. Ecco la nostra recensione. Palermo, 19 luglio 1992. Domenica, cinque del mattino. Seduto alla scrivania dello studio di casa sua, il giudice Paolo Borsellino risponde ad una lettera ricevuta da un liceo di Padova. Delle nove domande che gli alunni di quella scuola gli hanno posto per iscritto, il magistrato siciliano replica alle prime tre: come e perché è diventato giudice? Cosa sono la Dia e la Dna? Che differenza c’è tra mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita? Borsellino non ha mai incontrato quegli studenti, né terminerà mai la stesura di quella lettera. Poche ore più tardi, dopo pranzo, andrà a casa di sua madre in via Mariano D’Amelio numero 21 accompagnato dai fidati agenti della scorta, i suoi “angeli custodi”. Una Fiat 126 – poi rivelatasi rubata – è parcheggiata proprio lì nei pressi, e alle 16:58 l’ordigno in essa contenuto, forte di di novanta chili di esplosivo, verrà azionato e ucciderà sul colpo il giudice di Palermo e cinque dei suoi sei agenti, il sesto dei quali se la caverà solo perché impegnato in una manovra al volante della macchina di servizio. Dopo quasi trent’anni da quel sanguinoso 1992, il 19 luglio ricorre di nuovo di domenica nel 2020, ma, a causa dei divieti e degli annullamenti degli eventi pubblici per via del coronavirus, quest’anno le manifestazioni altrimenti sempre organizzate in via D’Amelio in ricordo del vile attentato mafioso non si svolgeranno. A tener viva la memoria dell’evento e a riprendere metaforicamente in mano la penna che quel mattino ha impugnato Paolo Borsellino è allora Pietro Grasso, anche lui magistrato sin dal 1969, giudice a latere nel maxiprocesso a Cosa nostra e successivamente procuratore capo a Palermo e procuratore nazionale antimafia, poi attivamente impegnato in politica. Paolo Borsellino parla ai ragazzi: leggere Pietro Grasso Il titolo del testo svela l’intento del suo autore almeno quanto la copertina prescelta per questo bel volume: Paolo Borsellino parla ai ragazzi, illustrazioni di Francesco Camporeale. Ad occuparsi dell’introduzione è un’altra voce profonda e leggera, esperta nel saper dialogare coi giovani: è il volto pulito del regista e conduttore Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, a svelare il sottile fil rouge che lo lega al giudice Grasso e si stringe attorno a un film, il suo La mafia uccide solo d’estate, che il magistrato chiede di vedere insieme, dopo un’assenza da un cinema durata ventitré anni. Sono molte le similitudini tra una vita sotto scorta e quella di reclusione forzata in casa vissuta nel 2020 durante l’emergenza da Covid-19. È proprio richiamando quest’esperienza ormai universale, perché provata da tutti in tutta Italia, che si cerca di parlare ai giovani e di far loro capire cosa un sacrificio veramente comporta, e quale ne sia il lungimirante fine. Un libro al bivio Il libro-testimonianza di Pietro Grasso è […]

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Una lettera per Sara di Maurizio De Giovanni

Scala le vette delle classifiche dei noir italiani Maurizio De Giovanni con la nuova avventura narrata in “Una lettera per Sara”; per protagonista l’eroina destinataria della missiva: Sara Morozzi. “Una lettera per Sara” è edito da Rizzoli e tinge con un tocco di rosa la collana “Nero Rizzoli”, non a caso definita “la bussola del noir”. Una lettera, pensò lei, dice sempre qualcosa. Anche a distanza di trent’anni. Sara Morozzi è una donna in pensione, egregiamente ritratta di spalle nella copertina di quest’ultimo romanzo di Maurizio De Giovanni: capelli grigi raccolti in una coda, abiti perfetti per non dare nell’occhio, immortalata mentre ammira Napoli in tutto il suo sublime splendore di kantiana memoria. Nel panorama editoriale italiano, Sara è nata nemmeno tre anni fa: dapprima presente “in sordina” nell’antologia “Sbirre” (2018) con il racconto “Sara che aspetta”, poco prima aveva reclamato una storia tutta per sé che ne aveva segnato il debutto, dal titolo schietto “Sara al tramonto” (2018). Nel 2019 è uscito invece “Le parole di Sara”, mentre “Una lettera per Sara“ è fresco di stampa in questo torrido 2020. UNA NUOVA AVVENTURA PER SARA, ma indietro nel tempo L’età anagrafica di Sara non è meglio precisata: è stata una poliziotta in gamba, un’ex agente della più segreta “Unità dei servizi“ capace di leggere le labbra ed interpretare il linguaggio del corpo dei tanti sospettati. Un personaggio che ha sempre preferito restare sullo sfondo anziché mettere in mostra le sue introvabili caratteristiche. Una donna che osserva pur passando, ai più, inosservata. Una persona che fugge da qualcosa ed a cui, nello stesso tempo, nulla sfugge. Con in mente almeno due grandi serie-tv americane, si potrebbe azzardare che Sara strizzi l’occhio sia a “Lie to me”, dove il protagonista è un esperto in microespressioni facciali, che a “Cold case”, dove si riaprono casi irrisolti in realtà mai chiusi del tutto. Sul filo del paradosso, in un rincorrersi continuo tra presente e passato si svolge questa nuova avventura raccontata in “Una lettera per Sara”, in sé e per sé ispirata ad un fatto di cronaca nera e poi liberamente riadattata. In tal senso, l’omaggio è contenuto sin dalla dedica: “A Graziella Campagna, morta nel silenzio”. Graziella Campagna è stata una giovane vittima della mafia uccisa nel 1985 mentre aspettava l’autobus per tornare a casa, a 17 anni, per il solo fatto di aver trovato, nella tasca di una camicia che le era stata consegnata nella lavanderia in cui lavorava, un documento che non avrebbe dovuto leggere né decifrare. È dunque questo il “cold case”, il “caso congelato“ affrontato in “Una lettera per Sara”. Le prime pagine del romanzo conducono per mano in una libreria antiquaria dove, tra gli scaffali impolverati e la rigida direzione di un’anziana proprietaria, si muove una ragazza alle prese coi problemi di qualsiasi studentessa fuorisede. Lei studia economia e fa questo lavoro part-time per mantenersi in una città che non è la sua ma nella quale frequenta con entusiasmo l’università. I clienti della libreria non sono moltissimi, e questo […]

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Conosci l’estate?: il debutto di Simona Tanzini

Il primo romanzo di Simona Tanzini per le prestigiose edizioni Sellerio è un libro “palermitano” quanto la sua storica casa editrice. “Conosci l’estate?” è un debutto promettente che ha per protagonista una donna sensibilissima con un nome che è tutto un colore. Viola. Viola è un colore, ed è il colore stesso della donna che racconta nove giorni in una Palermo afosa e bellissima in balia dello scirocco. Stile scorrevole, prosa loquace, Viola è una giornalista romana che vive da sola col suo gatto e lavora da appena un anno per una emittente televisiva nel capoluogo siciliano. Seguendo le sfumature di un etereo arcobaleno, si trova invischiata in una vicenda dai contorni noir che vede coinvolto un famoso cantante suo amico, “eroe locale” nonché fratello del suo vicino di casa. Sono i colori e la musica i contorni ideali di questo romanzo fresco e robusto, che restituiscono un’immagine di Palermo moderatamente lontana dagli stereotipi, ricchissima di rimandi letterari e riflessioni psicologiche. Quando mi chiese «conosci l’estate?» io per un giorno per un momento corsi a vedere il colore del vento Sono i versi – musicali, ça va sans dire – della “Canzone per l’estate” di Fabrizio De André ad aprire il romanzo e a svelare una tonalità in esso contenuta sin dal titolo. La tonalità di un colore che tinge ed attraversa ogni pagina, perché filtro primo e ultimo negli occhi stessi di Viola, come se fossero le lenti attraverso cui lei vede il mondo e lo descrive. Viola non lo chiama “disturbo della percezione”, preferisce definirlo “una particolarità”. In gergo simil-medico, soffre di una “sinestesia cromo-musicale” che consiste, quando sente una musica, nel vederne il colore predominante e nell’attribuire a tutte le persone che incontra e che lasciano una traccia nel suo peculiare pentagramma una melodia personale che, quando poi risuona, fa sì che venga alla luce tutto il loro colore. «La sinestesia è un cosiddetto disturbo neurologico. Oltre a essere una figura retorica. Io mi oppongo alla definizione di «disturbo neurologico»; un po’ perché vorrei evitare di diventare un manuale di neurologia generale ambulante, un po’ perché non è un disturbo. È una particolarità, diciamo. Una caratteristica. Una roba. Non un disturbo. Sono così da quando ero piccola. Da molto prima dell’altra diagnosi. Quella me l’hanno fatta due anni e mezzo fa, e quando mi hanno chiesto se avevo mai avuto patologie neurologiche, ho detto di no. Perché non è una patologia. È una figura retorica, appunto. Che a volte prende forma nelle persone. E con ciò? Qui sono circondata da iperbole ed enfasi, si sguazza nell’allegoria, è il regno dei metalogismi. Ce la vogliamo davvero andare a prendere con una sinestesia?» Conosci l’estate? di Simona Tanzini: recensione È sulla scia di una sfumatura rossa, ad esempio, che Viola inizia ad indagare all’omicidio di una giovane ragazza, Romina, un delitto che sconvolge Palermo ed investe anche l’ambiente di personaggi più o meno noti della città. E lo fa con una lieve punta di ironia e critica nei riguardi dell’attenzione spesso […]

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Amore a prima vista: recensione del romanzo di Margaret Storm Jameson

Arriva in Italia “Amore a prima vista”, il secondo capitolo della famosa trilogia letteraria di Margaret Storm Jameson, grande scrittrice femminista inglese Un romanzo “poderoso” Londra, 1924. Hervey Russell è una giovane donna con “grandi occhi guardinghi, fronte prominente, mascella squadrata, lunga bocca e naso ben fatto e insolente“: è lei la protagonista di “Amore a prima vista”, il “poderoso” romanzo di Margaret Storm Jameson, 446 pagine di stile scorrevole e storia conturbante, pubblicato in Italia da Fazi Editore nell’ottima traduzione di Velia Februari. Il titolo originale è “Love in Winter” ed infatti anche la stagione invernale ha un ruolo rilevante all’interno del lungo racconto ambientato nella magnifica capitale inglese, alle prese con le sfide e le difficoltà del primo dopoguerra: Londra fa da background ad una storia d’amore che nasce in un inverno difficile, in un clima post-bellico con tutti i problemi socio-economici che il conflitto mondiale ha creato, acuito e non risolto. La trama di “Amore a prima vista” Hervey è sposata con un uomo che non ama e con cui ha però un figlio, che per la giovane eroina rappresenta la cosa più preziosa di tutta la vita. Lavora come redattrice per la “London Review” e per niente al mondo rinuncerebbe a quel lavoro, dove deve avere quotidianamente a che fare con la capricciosa proprietaria della rivista letteraria. Un giorno d’inverno, però, Hervey ritrova un cugino di cui aveva, in un certo senso, “perso le tracce”. Nicholas Roxby è reduce in prima persona dei postumi e dei traumi scaturiti dalla guerra e per tanti versi è un uomo completamente diverso rispetto a quello che era prima: da entusiasta, affascinante e pieno di vita è diventato adesso disilluso, viziato e disincantato. È qui che entra in gioco la scelta del titolo italiano del romanzo, laddove l’amore, che scatta “a prima vista” tra Hervey e Nicholas, supera l’inverno in cui è nato, destinato al prosieguo delle stagioni da affrontare. Nel 2019 Fazi Editore aveva già portato in Italia il primo volume della trilogia: “Company Parade”, scritto dalla Jameson nel 1934. “Love in Winter” ne è la continuazione e fu pubblicato a Londra nel 1935. C’è perciò da aspettarsi che nel 2021 uscirà anche il terzo capitolo della trilogia, redatto nel 1936 con il sintomatico titolo “None turn back”, e che in italiano potrebbe essere reso con un “Nessuno torna indietro” o con un più lapidario “Nessuno torna sui propri passi”. L’autrice C’è di certo un che di autobiografico nei romanzi di Margaret Storm Jameson; lei stessa, infatti, è stata in balia di alcuni degli stessi dilemmi che attanagliano la sua protagonista Hervey. Una donna madre che lavora e si batte per i diritti delle donne, per il principio di creatività e riflessione versus quello della produttività veloce che ambisce a sovvertire l’ordine della serietà del mondo letterario ed umano. Dopo la trilogia firmata col suo proprio nome, privo di quello “da sposata” acquisito convolando a nozze col marito anch’egli autore, Margaret Storm Jameson pubblicò, nel 1937 e nel ‘38, altri tre […]

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