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Ancora qui_Prologo: il finissage al Real Albergo dei Poveri

Martedì 5 maggio 2026, al Real Albergo dei Poveri, si è conclusa la prima tappa del percorso Ancora qui_Prologo, a cura di Laura Valente.

Il finissage dell’evento, alla presenza del Sindaco Gaetano Manfredi, ha suggellato simbolicamente il successo del progetto — prodotto da Le Nuvole — che ha registrato ben 150.000 visitatori.

«Una straordinaria occasione per cominciare a riappropriarsi di un pezzo importante della nostra memoria, al fine di restituire l’Albergo dei poveri alla città, all’Italia e al mondo», afferma Manfredi.

Un ampio e articolato percorso di ricerca corale, fortemente voluto dal Comune di Napoli e inserito nel programma Napoli 2500, che ha trasformato il Refettorio Monumentale del palazzo borbonico, tra i più grandi d’Europa, in uno spazio vivo e aperto, capace di dialogare con pubblici diversi.

Dettagli della mostra Informazioni chiave
Progetto Ancora qui_Prologo
Location Real Albergo dei Poveri, Napoli
Curatela Laura Valente
Affluenza totale 150.000 visitatori

Ancora qui_Prologo all’Albergo dei Poveri: la memoria delle cose

Veduta mostra Ancora qui_Prologo, 2026: immagini d'archivio di bambini all'interno del RAP
Veduta mostra “Ancora qui_Prologo”, 2026: immagini d’archivio di bambini all’interno del RAP

«Ancora qui è il prologo di un percorso di ricerca e di racconto: un cammino che parte dalle cose ritrovate, un invito a riconoscere che la memoria non è mai conclusa ma continua a formarsi […] Questo ultimo giorno insieme non è l’ultimo giorno di una mostra. Si chiudono le porte per un po’, ma le luci di queste storie rimangono insieme a noi, e sicuramente ci faremo rivedere», commenta Laura Valente.

All’ingresso del Refettorio, una linea del tempo racconta circa due secoli di storia della colossale struttura, nota popolarmente ai napoletani come o’ Serraglio, e che, nonostante le diverse destinazioni d’uso (tra cui riformatorio, sede di scuole-officina e laboratori professionali), ha conservato la sua originaria impronta assistenziale, rivolta a poveri, orfani, figli illegittimi e donne disonorate della città.

Ad accogliere il visitatore una vera e propria Stanza della Memoria che si apre con le raffinate fotografie di Luciano Romano e il toccante testo della scrittrice Viola Ardone, dal titolo Siamo ancora qui, dedicato ai tanti bambini “invisibili” ricoverati all’Albergo dei Poveri. È stato interpretato durante l’evento dalla talentuosa attrice napoletana Cecilia Lupoli: «eravamo unghie nere e bocche scugnate, eravamo risate, corse, mazzate e putecarelle. Eravamo i poveri, gli indiavolati, i malaticci, la zavorra dei giorni. E siamo ancora qui […]».

Scandito dalle suggestive voci d’archivio inserite nella colonna sonora di Massimo Cordovani e dalla luce naturale che filtra dai finestroni attraverso le tende in movimento, il percorso assume un carattere sempre più intimo mettendo il visitatore in relazione con altre vite e altri tempi attraverso il susseguirsi degli oggetti emersi dal progetto di riqualificazione del sito. Queste emozionanti tracce di vita comprendono:

  • scarpe di uomini, donne e bambini;
  • valigie;
  • vettovaglie;
  • letti;
  • documenti.

Gli oggetti testimoniano aspetti poco noti della vita quotidiana al RAP, in dialogo con le opere di Norma Jeane e Antonella Romano.

A concludere il percorso, sul fondo della sala, la maestosa fotografia in bianco e nero scattata nel 1999 da Mimmo Jodice, quando l’edificio versava ancora in uno stato di abbandono.

Intervista all’artista Luciano Romano

Veduta mostra, Fotografie di Luciano Romano
Veduta mostra, Fotografie di Luciano Romano

Come nasce il suo progetto?

Luciano Romano: la mia ricerca prende avvio dagli stessi oggetti ritrovati nel complesso e conservati in sacchi: un accumulo infinito di scarpe sporche, polverose, segnate dal tempo, ciotole. In quel momento ho percepito non solo la loro presenza fisica, ma anche la vita che questi oggetti hanno attraversato. Quando li ho disposti a terra, la sensazione era quasi quella di trovarsi davanti a un lager abbandonato. Un’immagine molto potente, che in qualche modo richiamava anche la storia stessa dell’Albergo dei Poveri.

Qual è il filo conduttore del suo lavoro?

Luciano Romano: non mi interessava raccontare il passato di questi oggetti, di cui si sa poco o nulla, ma il loro presente. Durante l’allestimento di “Ancora qui” ho osservato le mani dei giovani che li spostavano e li sistemavano: mani che sembravano aggrapparsi alla memoria contenuta in quegli oggetti. Sono diventate per me un elemento vitale, da inserire in una dimensione quasi teatrale, fino a costruire una vera e propria scenografia.

Che differenza c’è tra la sua visione e quella di Jodice?

Luciano Romano: quando Mimmo Jodice fotografò questi stessi oggetti, nel 1999, li fotografò così come li trovò: sparsi casualmente negli spazi dell’edificio, sulle scale, nelle stanze, in dialogo spontaneo con l’architettura. Il suo lavoro restituisce l’idea di un archivio dimenticato, una sensazione forte di abbandono e perdita di significato. Un luogo in cui gli oggetti vengono gettati è in fondo un luogo che ha esaurito la propria storia. Il mio progetto, invece, vuole riattivare questi oggetti, interrogarli, un po’ come si fa con i reperti antichi, riportarli a una nuova forma di vita.

Quanto conta il luogo in un progetto come Ancora qui_Prologo?

Luciano Romano: è fondamentale. L’Albergo dei Poveri, oltre alla sua rilevante valenza architettonica, con le sue tante attività laboratoriali al suo interno, rifletteva un’utopia sociale legata all’idea di Carlo III di Borbone di creare una grande “fabbrica sociale” destinata all’accoglienza dei cosiddetti “lazzaroni” e alla loro rieducazione attraverso il lavoro, nel contesto del Regno di Napoli. Nel corso dei due secoli successivi, dal Settecento fino al terremoto del 1980, tale progetto si è progressivamente trasformato in una distopia. Ed è proprio dentro questa tensione che oggi questi oggetti ci continuano a parlare.

In vista dei lavori che proseguiranno fino al 2029, noi di Eroica Fenice condividiamo l’auspicio di Laura Valente che questo luogo possa tornare presto a essere ciò per cui è nato: uno spazio aperto dedicato alla formazione e all’inclusione, attraverso i linguaggi dell’arte. A testimonianza del fatto che l’utopia di Carlo di Borbone non è fallita, ma si è solo piegata, in attesa di essere nuovamente accolta e rinnovata.

Fonte immagini: Archivio personale

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A proposito di Martina Coppola

Appassionata fin da piccola di arte e cultura; le ritiene tuttora essenziali per la sua formazione personale e professionale, oltre che l'unica strada percorribile per salvare la società dall'individualismo e dall'omologazione.

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