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“Parthenope. La Sirena e la città” di Del Gaudio: intervista

"Parthenope. La Sirena e la città": mostra al MANN

Napoli non è semplicemente una città, ma un vero e proprio organismo vivente indissolubilmente legato alle leggende e al destino di una sirena. C’è tempo fino al 31 agosto per perdersi tra le sale del MANN e riscoprire il volto della creatura che ha dato il nome e l’anima a Napoli. La mostra “Parthenope. La Sirena e la città”, inaugurata lo scorso 3 aprile nell’ambito delle celebrazioni per i 2500 anni della fondazione della città, si è rivelata uno degli eventi culturali più significativi dell’anno.

Mostra Sede espositiva Periodo di apertura Fotografa ufficiale Direttore del museo
“Parthenope. La Sirena e la città” MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) Dal 3 aprile al 31 agosto Sabrina Del Gaudio Francesco Sirano (Direttore Generale)

Lo sguardo presente: Sabrina Del Gaudio

Tra i reperti millenari e le summe iconografiche, l’esposizione trova un suggestivo punto di atterraggio nel presente attraverso gli occhi di Sabrina Del Gaudio. La fotografa napoletana ha voluto raccontare la persistenza del mito nella frenesia della metropoli moderna, firmando una preziosa campagna visiva commissionata dal museo: sette scatti in un bianco e nero sospeso ed evocativo che strappano il mito al caos urbano per restituircelo come memoria viva. In questa intervista, l’autrice ci svela il processo creativo dietro le sue immagini, guidandoci in un viaggio ravvicinato tra archeologia, spazi quotidiani e identità contemporanea.

Intervista: Sabrina Del Gaudio e il mito di Parthenope

1. La genesi del progetto

Il tuo lavoro nasce da una commissione istituzionale per la mostra “Parthenope. La Sirena e la città”. Come è nata la collaborazione con il MANN e come hai accolto la sfida di tradurre un mito di fondazione così antico attraverso il linguaggio della fotografia contemporanea?

“La collaborazione con il MANN è nata a partire dall’attenzione del museo verso alcuni miei lavori precedenti dedicati alle opere conservate nelle sue collezioni. Da lì è arrivata la proposta di realizzare un progetto fotografico specifico per la mostra Parthenope. La Sirena e la città, e ho accolto questo incarico come una possibilità preziosa di entrare in dialogo con un tema fortemente identitario. Raccontare un mito così antico attraverso la fotografia contemporanea non l’ho vissuto propriamente come una sfida, ma como una possibilità naturale del mezzo fotografico. La fotografia, per sua natura, permette di sottrarre un’immagine al tempo, di fermarla nella memoria e allo stesso tempo di renderla aperta, non legata solo al momento esatto in cui è stata scattata. In questo senso mi sembrava uno strumento molto adatto per raccontare Parthenope: una figura che appartiene al mito, ma che continua ad attraversare la città, i suoi simboli, le sue strade e il suo immaginario. La fotografia racconta storie da sempre, e credo che la sua forza stia proprio in questo: riuscire a trattenere qualcosa e, nello stesso momento, lasciarlo parlare ancora.”

2. La ricerca sul territorio

Il tuo progetto appare come una vera e propria ricerca alla scoperta delle molteplici rappresentazioni della Sirena nello spazio urbano di Napoli. Come si è svolta la tua mappatura della città e come hai selezionato i sette elementi (tra sculture, murales e dettagli architettonici) diventati poi protagonisti degli scatti? Quali sono state le scelte stilistiche adottate?

“Sì, credo che \”ricerca\” sia il termine più corretto per descrivere questo progetto. Prima di iniziarlo conoscevo la figura di Partenope, ma non immaginavo quanto la Sirena fosse presente e radicata nel tessuto urbano di Napoli. Lavorando alla mostra mi sono resa conto che la città è letteralmente disseminata di sue rappresentazioni: nei dettagli architettonici, nelle sculture, nei murales, negli elementi decorativi. È come se fosse sempre stata lì, ma avessi imparato davvero a vederla solo attraverso questo percorso. La mappatura è nata dal confronto con la coordinatrice scientifica del progetto, Raffaella Bosso, che aveva già svolto un importante lavoro di ricerca preliminare. Insieme abbiamo costruito un percorso, individuando le rappresentazioni più significative da portare in mostra. C’era già un’idea curatoriale piuttosto definita, ma nella fase operativa abbiamo dovuto confrontarci anche con la realtà della città e con le condizioni delle opere. Alcuni murales, ad esempio, erano stati danneggiati dal tempo oppure risultavano difficili da fotografare nelle condizioni in cui si trovavano. In altri casi si sono individuate soluzioni differenti: la Testa di Marianna, ad esempio, è presente fisicamente in mostra, mentre per alcuni interventi di Bosoletti si è scelto di utilizzare immagini provenienti dal suo archivio personale. Dal punto di vista stilistico, la mia scelta è stata quella di isolare il più possibile i soggetti dal contesto urbano. Napoli è una città estremamente ricca di stimoli visivi e il rischio era che lo sguardo si disperdesse. Ho quindi costruito inquadrature essenziali, spesso lavorando con focali diverse e, nel caso dei murales, anche con un’illuminazione aggiuntiva, per restituire alle Sirene tutta la loro forza visiva. Volevo che fossero loro a guidare lo sguardo dello spettatore, quasi emergendo dal tessuto della città come presenze senza tempo.”

3. L’icona “metropolitana” e la Street Art

Negli apparati della mostra si fa riferimento alla Sirena come a un’icona “metropolitana”, citando anche espressioni artistiche urbane come i murales di Trallallà o gli stencil di LSD Alisei. Da fotografa che indaga lo spazio urbano, come vivi questa transizione della Sirena da protettrice sacra a icona pop e carnale delle nostre strade?

“Io non parlerei propriamente di transizione. Non credo che la Sirena passi da una dimensione sacra a una dimensione pop o carnale: a Napoli queste categorie convivono continuamente. Il cosiddetto sacro e profano qui non sono mai davvero separati, ma ritornano sempre, si contaminano, si trasformano l’uno nell’altro. Napoli vive in un dialogo costante tra sacralità e vita quotidiana. Ci sono murales dedicati a San Gennaro e murales dedicati a Maradona, ed entrambi appartengono allo stesso immaginario collettivo. Il culto religioso, in questa città, ha qualcosa di profondamente antropologico: penso alla Madonna dell’Arco, al miracolo di San Gennaro, a tutte quelle forme di devozione che non sono solo fede, ma anche corpo, rito, appartenenza, identità popolare. Per questo non ho trovato strano incontrare il mito dentro il linguaggio della street art. Mi è sembrato anzi molto naturale. La Sirena, nei murales o negli stencil, non perde la sua forza originaria: semplicemente continua a vivere nella città, assumendo nuove forme, nuovi codici, nuovi corpi. In fondo Napoli è fatta anche di questo: immagini antichissime che riaffiorano nel presente e diventano parte del nostro paesaggio quotidiano.”

4. Il concetto di “mostra in divenire”

Il Direttore Generale del MANN, Francesco Sirano, ha definito Parthenope come una mostra in divenire che esce dalle sale del museo per invitare a un viaggio diffuso nella città. Pensi che le tue fotografie possano fungere da “bussola” o da stimolo per i visitatori per spingerli a cercare queste tracce nei loro percorsi quotidiani?

“Assolutamente sì, credo che le fotografie possano funzionare proprio come un primo invito allo sguardo. Sono immagini esposte dentro il museo, ma raccontano presenze che vivono fuori dal museo, nella città reale, nelle strade, sulle facciate, nei vicoli che attraversiamo ogni giorno. Una volta individuate le opere che sarebbero entrate in mostra, abbiamo deciso di costruire anche una mappa accanto al pannello di sala, proprio per restituire visivamente questo rapporto tra il MANN e la città. L’idea era quella di suggerire un percorso possibile, quasi un itinerario che parte dal museo e continua fuori, nello spazio urbano. A questo ho voluto affiancare anche una piccola guida digitale, accessibile tramite QR code in mostra o tramite link sul sito del museo, nella sezione dedicata alla mostra. Per ogni scatto ci sono una fotografia del contesto in cui l’opera si trova, una descrizione scritta insieme a Raffaella Bosso e un collegamento diretto a Google Maps, così che il visitatore possa raggiungere fisicamente quel luogo. Mi interessava molto che il pubblico potesse vivere la mostra anche dopo la visita, portandola con sé nella città. Il mio invito è quello di andare a cercare queste Sirene, ma anche di lasciarsi sorprendere da tutte le altre che Napoli custodisce: nei dettagli architettonici, nei simboli, nei muri, negli oggetti, nelle decorazioni. Forse basta semplicemente alzare lo sguardo nelle strade che percorriamo distrattamente ogni giorno per accorgersi che Parthenope è disseminata ovunque.”

5. L’impatto sul pubblico e sull’identità culturale

In quanto fotografa napoletana, il tuo sguardo sul mito contribuisce attivamente a ridefinire l’identità culturale della città. Qual è il messaggio principale o la nuova sfumatura emotiva che speri il pubblico colga osservando Napoli attraverso i tuoi occhi?

“Sembrerà forse banale, ma vorrei che il pubblico cogliesse soprattutto la magia di Napoli. Non è una città come le altre: Napoli respira, vive, cambia continuamente e allo stesso tempo resta profondamente uguale a sé stessa. È una città che non basta guardare: bisogna sentirla, attraversarla, abitarla, lasciarsi anche un po’ disorientare. Naturalmente della magia di Napoli hanno raccontato, molto meglio di me, grandissimi artisti, scrittori, fotografi. Io però spero che chi guarda i miei scatti possa fermarsi davvero davanti a quelle immagini, lasciandosi trascinare dentro gli sguardi delle Sirene. Perché in quegli sguardi, secondo me, c’è già moltissimo: c’è il mito, c’è il corpo della città, c’è il tempo, c’è una forma di mistero. Mi piacerebbe che il pubblico provasse a immaginare le storie che quelle figure custodiscono e a percepire, anche attraverso i sensi, ciò che l’immagine può solo suggerire: quello che io ho sentito mentre cercavo e fotografavo quei soggetti nella città. E forse una sfumatura importante è proprio questa: Napoli non è mai una sola cosa, così come non lo è Parthenope. Le sette opere raccontano sette presenze diverse, sette modi di apparire, trasformarsi, resistere. In questo senso mi sembra che Napoli possa essere rappresentata proprio così: molteplice, contraddittoria, antica e contemporanea insieme.”

Fonte immagine: ufficio stampa

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