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Nessuno vuole più fare l’infermiere”: la denuncia di una professione al collasso

La sanità italiana si prepara a una svolta destinata a dividere profondamente il mondo infermieristico. Nei prossimi mesi potrebbe arrivare al voto una riforma che consentirebbe ai laureati in Scienze Infermieristiche di prescrivere alcune tipologie di farmaci e dispositivi sanitari. Un cambiamento che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe alleggerire il carico dei medici e rendere più rapida l’assistenza ai pazienti, ma che tra gli operatori sanitari viene già definito come la nascita di “medici di secondo livello”, con responsabilità sempre maggiori e riconoscimenti economici rimasti fermi al passato.

Quali sono i motivi della crisi degli infermieri in Italia?

Elemento di criticità Dettaglio della denuncia
Riforma delle mansioni Prescrizione di farmaci e dispositivi per i laureati in Scienze Infermieristiche
Nuove figure introdotte Creazione dell’assistente infermiere per comprimere il costo del lavoro
Retribuzione oraria Offerte contrattuali rifiutate che partono da 13 o 15 euro lordi all’ora
Condizioni lavorative Turni massacranti, ferie negate, aggressioni quotidiane e stress cronico

La riforma delle prescrizioni e il rischio di medici di secondo livello

Dietro il dibattito tecnico, però, si nasconde una frattura ben più profonda. Tra corsie ospedaliere, pronto soccorso e ambulatori cresce infatti un malcontento che ormai sembra trasformarsi in rabbia aperta. Molti infermieri rifiutano persino il termine “vocazione”, considerato da anni uno strumento retorico utilizzato per giustificare sacrifici continui, turni massacranti, ferie negate e stipendi giudicati insufficienti rispetto alle responsabilità richieste. La percezione diffusa è che l’introduzione di nuove figure intermedie, come l’assistente infermiere, non rappresenti un reale potenziamento del sistema ma piuttosto un modo per comprimere ulteriormente il costo del lavoro sanitario.

Secondo numerosi professionisti, il rischio concreto è quello di creare una catena al ribasso. Infatti, gli assistenti finiranno per svolgere mansioni infermieristiche con stipendi inferiori, mentre agli infermieri verranno affidate competenze sempre più avanzate, comprese prescrizioni e decisioni cliniche, senza un adeguato riconoscimento economico e giuridico. “Il cerchio quadra”, commentano amaramente molti operatori, convinti che il sistema stia cercando personale sempre più qualificato ma disposto a lavorare a condizioni sempre peggiori.

Burnout, turni massacranti e la fuga dalla sanità pubblica

La conseguenza potrebbe essere devastante per il futuro della professione. In tanti sostengono che sempre meno giovani sceglieranno il percorso universitario infermieristico se il risultato finale sarà un lavoro ad altissima responsabilità, usurante fisicamente e psicologicamente, ma scarsamente valorizzato. C’è chi parla apertamente di dimissioni di massa dalla sanità pubblica e di un progressivo abbandono del settore da parte di professionisti ormai esausti. Non per aprire partita IVA o alimentare ulteriormente la privatizzazione sanitaria, precisano alcuni, ma per cambiare completamente mestiere.

Il senso di frustrazione nasce soprattutto dalla sensazione di essere diventati l’ultima ruota del carro del sistema sanitario. Gli infermieri raccontano di sostenere spesso non solo il proprio carico di lavoro, ma anche quello degli OSS e, in alcuni casi, perfino parte delle incombenze mediche. Eppure, denunciano, raramente ricevono riconoscimenti. I meriti finiscono quasi sempre altrove, mentre a loro restano turni notturni, reperibilità, stress cronico, ferie accumulate per mesi o anni e pensionamenti sempre più lontani. “Nessuno è indispensabile”, si sentono ripetere frequentemente da direzioni e amministrazioni, in un clima che molti definiscono ormai disumanizzante.

Aggressioni in corsia e stipendi offensivi: la realtà dei reparti

A peggiorare il quadro ci sono le aggressioni sempre più frequenti. Negli ambulatori, nei reparti e nei pronto soccorso la violenza contro il personale sanitario è diventata una realtà quotidiana. Molti infermieri sostengono che il problema venga affrontato soltanto con campagne simboliche e manifesti contro la violenza, senza interventi strutturali concreti.

Il malessere si riflette anche nelle difficoltà di reclutamento. Sempre più incarichi vengono rifiutati perché considerati economicamente offensivi. Alcune offerte, denunciano i professionisti, partirebbero da 13 o 15 euro lordi all’ora per attività che comportano responsabilità cliniche, gestione di farmaci, emergenze e decisioni operative continue. In questo contesto cresce anche il turnover di personale straniero o appena assunto, spesso catapultato in reparti complessi senza un reale supporto organizzativo. I cittadini vedono soltanto l’ultimo anello della catena: infermieri stanchi, pazienti lasciati in attesa, colleghi che faticano con la lingua o con procedure nuove. Ma dietro quelle immagini, spiegano gli operatori, esiste un sistema sotto pressione costante.

Il confronto con l’estero e la debolezza sindacale

Molti professionisti guardano con amarezza anche alle future trattative contrattuali. Si teme che i prossimi rinnovi possano tradursi in aumenti minimi, poche decine di euro, senza alcun riconoscimento del lavoro usurante o del rischio professionale. Una prospettiva che alimenta ulteriormente la fuga verso l’estero. L’Italia continua, infatti, a formare infermieri altamente qualificati, spesso sostenuti anche da borse di studio pubbliche, che poi scelgono altri Paesi europei dove stipendi, tutele e considerazione sociale risultano nettamente superiori.

Sul piano sindacale, molti denunciano l’impossibilità concreta di protestare efficacemente. Gli scioperi, spiegano, finiscono spesso per gravare sugli stessi colleghi costretti comunque a garantire i servizi minimi essenziali. Così il disagio non ricade sul sistema ma direttamente sui lavoratori, che perdono giornate di stipendio senza ottenere risultati tangibili. Alcuni citano l’esempio delle mobilitazioni negli Stati Uniti, dove categorie infermieristiche sono riuscite a fermare interi servizi sanitari ottenendo migliori condizioni contrattuali. In Italia, invece, prevale la sensazione di una categoria frammentata, rappresentata da sindacati percepiti come deboli e da una dirigenza accusata di non avere sufficiente forza politica.

Le richieste della categoria per salvare la professione

Al centro della crisi rimane poi una questione identitaria irrisolta. Gli infermieri italiani sono professionisti laureati, con competenze scientifiche avanzate e autonomia professionale crescente, ma continuano a essere collocati nello stesso comparto di figure con percorsi formativi e responsabilità profondamente differenti. È proprio questa assimilazione, sostengono molti operatori, ad aver contribuito negli anni a svuotare di valore la professione.

La riforma sulle prescrizioni infermieristiche rischia così di trasformarsi nel simbolo di un sistema che continua ad aggiungere responsabilità senza risolvere i nodi fondamentali. Da una parte potrebbe offrire una risposta immediata alla carenza di personale medico e alle difficoltà organizzative dei reparti; dall’altra, senza investimenti strutturali, rischia di essere percepita come l’ennesimo tentativo di tamponare una crisi profonda con soluzioni emergenziali.

Le richieste della categoria restano sempre le stesse: stipendi adeguati agli standard europei, sicurezza nei luoghi di lavoro, percorsi di carriera chiari, riconoscimento del rischio professionale, rispetto umano e professionale. Perché, spiegano gli infermieri, nessuna riforma potrà davvero salvare la sanità pubblica se chi ogni giorno la tiene in piedi continuerà a sentirsi invisibile, sostituibile e abbandonato.

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