Il crollo dell’URSS: cause interne ed esterne

crollo dell'URSS

Il crollo dell’URSS non fu solo la fine di uno Stato, ma del sistema bipolare nato nel 1945, sancendo la nascita dell’egemonia mondiale americana.

Le visioni contrapposte sul futuro dell’URSS

Attore politico Obiettivo principale Posizione sul crollo dell’URSS
Michail Gorbačëv Riformare e mantenere l’URSS Da evitare, riprogettando l’Unione per evitare l’egemonia unica americana.
Boris Eltsin Tutelare e rappresentare l’elemento russo Radicale: staccare l’URSS dai russi per salvare la Russia.
Stati Uniti d’America Mantenere la stabilità globale e il controllo nucleare Da evitare, per timore di guerre etno-nazionaliste e dispersione nucleare.

Le cause del crollo dell’URSS

Possiamo identificare due fronti di crisi principali che portano al crollo dell’URSS.
Sul fronte esterno, le nazionalità non russe volevano l’indipendenza. Cominciano, così, le libere elezioni in molte aree, dove vincono partiti anticomunisti e, all’inizio del 1990, approfittando degli sconvolgimenti dell’Europa centro-orientale, le tre Repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) proclamano la propria indipendenza. Successivamente, si manifestano anche fermenti nelle Repubbliche del Caucaso, la Georgia, l’Armenia e l’Azerbaijan e Mosca risponde con la repressione.
Appare subito chiaro che è complicato mantenere in vita tutta l’Unione Sovietica. Di fronte alle difficoltà di frenare queste istanze separatiste, c’è anche la proposta, nel 1991, di creare un nuovo trattato sull’Unione Sovietica, cioè creare una Federazione Sovietica composta da nove Repubbliche (senza le Repubbliche Baltiche e quelle del Caucaso). Il centro politico sovietico alterna decisioni di carattere repressivo e interventista a opzioni di carattere più politico: manca una linea chiara, poiché, da un lato, si vuole mantenere in vita lo Stato sovietico, dall’altro, però, ci si rende conto che le forze centrifughe messe in piedi dagli avvenimenti in Europa centro-orientale stiano portando al crollo dell’URSS.

Sul fronte interno, il sistema di potere di Gorbačëv comincia a frammentarsi e si formano delle opposizioni, in particolare sono le forze conservatrici ad attaccarlo. Dopo cinque anni di perestrojka, i tentativi falliti di liberalizzare l’economia hanno aumentato l’impoverimento di alcune fasce della popolazione. Per i conservatori, uscire dalla crisi significa fare marcia indietro: cancellare la narrativa di glasnost e perestrojka di Gorbačëv ed eliminare i provvedimenti di apertura degli ultimi anni per far sopravvivere l’URSS.
C’è poi anche un’opposizione democratica, che vede come figura chiave Boris Eltsin. Le sue parole chiave sono due: bisogna non tornare indietro, ma radicalizzare e spingere le riforme, in modo discontinuo rispetto a quelle timide di Gorbačëv. Negli stessi anni, c’è l’esempio della Cina che sta modernizzando lentamente la propria economia, pur rimanendo un Paese comunista, ispirandosi all’economia di mercato, con Deng Xiaoping. Ciò dimostra la possibilità di far coesistere una logica di economia di mercato anche all’interno di un Paese comunista. Dall’altro lato, Eltsin porta avanti un discorso non sovietico, ma russo: sarà l’elemento russo che dovrà sostenere i costi del fallimento delle riforme di Gorbačëv e, se non riusciranno a salvare l’URSS, bisogna tutelare e rappresentare l’elemento russo, quello che sarà più sacrificato.

Il conflitto principale è il fallito golpe dell’agosto 1991, organizzato da settori conservatori del Partito Comunista contro Gorbačëv. Il golpe, però, nonostante sia fallito, dimostra comunque che Gorbačëv non ha più il controllo e che Eltsin è diventato il leader che può guidare il Paese fuori dalla crisi, preservando gli interessi russi. In questo modo, però, il percorso verso l’indipendenza delle Repubbliche non russe trova nuova vitalità, data dal fatto che Eltsin punta su un discorso nazionalista. Così, si arriva alla prima manifestazione della volontà di indipendenza ucraina: quando si manifesta l’istinto di indipendenza anche in Ucraina, che è un po’ il cuore e il primo nucleo dello Stato russo, si percepisce che la crisi è ormai inarrestabile.

Possibili soluzioni al crollo dell’URSS

Le soluzioni politiche che vengono prospettate sono principalmente due.
Per Gorbačëv, il crollo dell’URSS va evitato, magari riprogettandola, perché il mondo senza URSS si troverebbe guidato solo da una sola grande potenza. Eltsin, invece, è più radicale: bisogna staccare l’URSS dai russi.
Il momento chiave che fa capire che non è più possibile mantenere in vita l’URSS è il referendum sull’indipendenza ucraina, che avviene il 1 dicembre 1991 e vede il 90,32% degli ucraini (anche delle regioni etnicamente e linguisticamente russe) a favore dell’indipendenza.

La posizione degli USA

Fino alla fine, la posizione USA è che il crollo dell’URSS vada evitato, perché rappresenta sicurezza e controllo in quell’area del mondo e una garanzia rispetto alla conservazione dell’arma atomica. L’incubo americano è duplice: se si dissolve l’URSS tutto lo spazio sovietico potrebbe vedere l’innesto di rivalità etniche nazionaliste, che potrebbero far deflagrare quel mondo; inoltre, erano presenti testate nucleari in quattro Paesi di quell’area (Russia, Ucraina, Bielorussia e Kazakistan). Se quel mondo dovesse diventare privo di un centro politico, i rischi sarebbero guerre civili su basi etno-nazionaliste, con esiti e tempi incontrollabili, oltre al dissolvimento di una proprietà centrale che controlla l’arma atomica.
L’ultimo tentativo che viene fatto dagli USA per sostenere la necessità di mantenere in vita l’URSS è la visita del presidente George H. W. Bush a Kiev nei giorni del referendum. In quell’occasione, Bush dichiarò che gli Stati Uniti non avrebbero preso parte alle competizioni politiche interne tra Repubbliche e centro sovietico, ma avrebbero sostenuto chiunque avesse perseguito i principi di libertà, democrazia e libero mercato.

Il crollo dell’URSS rappresenta la grande vittoria dell’Occidente. Il 21 dicembre viene firmato un accordo che crea un Commonwealth (la Comunità degli Stati indipendenti) al posto dell’URSS, con legami più tenui, e il 25 dicembre 1991 viene tolta la bandiera dal Cremlino. Gorbačëv esce di scena e le redini della neonata Federazione Russa vengono prese da Eltsin.

Fonte immagine in evidenza: Freepik / Allexxadar

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