Poesie di Francesco Petrarca: le 5 più belle

Poesie di Francesco Petrarca: le 5 più belle

Il famosissimo e fondamentale Francesco Petrarca (1304-1375) è stato uno scrittore, poeta, filosofo e filologo italiano, modello di eccellenza stilistica e precursore dell’umanesimo. Per approfondire la sua figura, è possibile consultare la biografia e le opere di Francesco Petrarca. Il poeta ottenne la laurea poetica a Roma nel 1341 e ripropose sempre la poetica e filosofia antica e patristica attraverso l’imitazione dei classici. Le sue opere, tra cui spiccano anche i Triumphi, diedero avvio al fenomeno del petrarchismo, teso a imitare la sua produzione lirica volgare. Ecco le 5 poesie più belle di Francesco Petrarca!

Quali sono le poesie più famose di Francesco Petrarca?

Titolo Poesia Tema Principale Stile/Forma
Voi ch’ascoltaste Pentimento e vanità terrena. Sonetto proemiale
Erano i capei d’oro Bellezza di Laura e invecchiamento. Sonetto XC
Era il giorno Primo incontro con Laura. Sonetto III
Solo et pensoso Solitudine e tormento amoroso. Sonetto XXXV
Pace non trovo Dissidio interiore e ossimori. Sonetto CXXXIV

Voi ch’ascoltaste in rime sparse il suono

Il sonetto proemiale del Canzoniere è una delle poesie più belle di Francesco Petrarca ed anticipa il progetto dell’opera: ricomporre i frammenti della sua anima ormai lacerata dal dissidio interiore. Rerum vulgarium fragmenta (Frammenti di cose volgari) è infatti il titolo originale del Canzoniere.

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono (5)
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente (10)
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi

È il sonetto XC, una delle poesie più belle di Francesco Petrarca, in cui il poeta rievoca nostalgicamente il ricordo persistente del suo amore per Laura, donna umana e divina allo stesso tempo, piena di virtù. Secondo l’analisi della Treccani, questo testo rappresenta l’apice della lirica petrarchesca.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che’n mille dolci nodi gli avolgea,
e’l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son si scarsi;

e il viso di pietosi color’farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i’che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subito arsi?

Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma, e le parole
sonavan altro, che pur voce umana.

Uno spirito celeste, un viso sole
fu quel ch’i’vidi; e se non fosse or tale,
piaga per allentar d’arco non sana.

Francesco Petrarca e Laura
Francesco Petrarca e Laura

Era il giorno ch’al sol si scoloraro

In questo sonetto, che è una delle poesie più belle di Francesco Petrarca, il poeta rievoca il primo incontro con Laura, avvenuto simbolicamente il 6 aprile del 1327, giorno della passione di Cristo. Gli occhi della donna stilnovisticamente legano il poeta, lo fanno disarmato prigioniero dell’amore.

Era il giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo factore i rai,
quando i’ fui preso, et non me ne guardai,
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.

Tempo non mi parea da far riparo (5)
contra colpi d’Amor: però m’andai
secur, senza sospetto; onde i miei guai
nel commune dolor s’incominciaro.

Trovommi Amor del tutto disarmato
et aperta la via per gli occhi al core, (10)
che di lagrime son fatti uscio et varco:

però, al mio parer, non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l’arco.

Solo et pensoso i più deserti campi

Questo sonetto è una delle poesie più belle di Francesco Petrarca e racconta di una solitaria passeggiata del poeta, che è turbato dal fuoco d’amore che lo strugge, visibile a tutto l’universo. Il poeta, quindi, intrattiene un silenzioso colloquio con Amore.

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co’llui.

Pace non trovo, e non ho da far guerra

È una delle poesie più belle e famose di Francesco Petrarca e parla, attraverso delle antitesi, degli effetti che l’amore per la donna amata hanno sul poeta, il quale è tormentato da sentimenti contrastanti.

Pace non trovo e non ho da far guerra
e temo, e spero; e ardo e sono un ghiaccio;
e volo sopra ‘l cielo, e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio.

Tal m’ha in pregion, che non m’apre nè sera,
nè per suo mi riten nè scioglie il laccio;
e non m’ancide Amore, e non mi sferra,
nè mi vuol vivo, nè mi trae d’impaccio.

Veggio senz’occhi, e non ho lingua, e grido;
e bramo di perire, e chieggio aita;
e ho in odio me stesso, e amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte e vita:
in questo stato son, donna, per voi.

Fonte immagine: Pixabay

Articolo aggiornato il: 05/01/2026

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A proposito di Rosalba Rea

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