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Roberto Murolo: fotostoria di Augusto De Luca

Abito a Napoli, nel quartiere Vomero, dall’età di otto anni e, fino ai trenta, ho vissuto a casa di mio padre, dietro piazza Vanvitelli. Quasi ogni giorno, uscendo, passavo in via Domenico Cimarosa, dove, alla finestra del primo piano di un antico palazzo di inizio Novecento, era sempre affacciato Roberto Murolo, che rispondeva, agitando la mano, a tutti i passanti che gli sorridevano. Anche io, ogni volta, lo salutavo, e lui faceva un cenno, alzando la testa, come se mi conoscesse. Amavo la timbrica della sua voce, che rendeva uniche tutte le sue canzoni. Poi, nel 1994, io e la giornalista Gargiulo andammo a casa sua per ritrarlo ed intervistarlo. Appena entrai nel salone della sua casa, Murolo, vestito con jeans, scarpe da ginnastica e un gilet rosa, diede il benvenuto alla giornalista e, rivolgendosi a me, disse: “Ciao, come stai? Ma abiti qui vicino?” Io gli risposi: “Sì maestro, proprio qui dietro, non pensavo che mi riconoscesse”. E lui, facendosi una bella risata, replicò: “Ho ottantadue anni, ma sono ancora lucido e con gli occhiali ci vedo benissimo”. Rimasi sorpreso, perché erano molte le persone che passavano ogni giorno sotto la sua finestra salutandolo. Ci fece accomodare e cominciò a raccontare tutta la sua vita. Era molto preoccupato per l’inquinamento, lo smog, ma soprattutto per la politica italiana. Alla fine gli chiesi di prendere la sua chitarra, che era appoggiata sul divano, e cominciò a suonarla. Immediatamente, afferrai la mia fotocamera e cominciai a scattare. Mi colpì molto il fatto che per tutto il tempo avesse stampato sul viso uno stupendo sorriso luminoso che infondeva simpatia, allegria e una sorta di serenità interiore che lo caratterizzava. Dopo una buona mezz’ora, ci accompagnò alla po

rta e, sull’uscio di casa, mentre ci allontanavamo, mi disse sorridendo: “Allora ci vediamo domani…”.

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