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Silvio Matteoda: il pittore della forma e della memoria

Ci sono artisti che si impongono per rottura, per gesto clamoroso, per immediata riconoscibilità pubblica. E ce ne sono altri che chiedono uno sguardo più lento, più attento, più colto: artisti nei quali la qualità non esplode, ma si sedimenta; non si consegna all’effetto, ma alla coerenza. Silvio Matteoda appartiene a questa seconda famiglia. La sua figura emerge come quella di un autore schivo e insieme densissimo, capace di far convivere rigore costruttivo, sensibilità figurativa e un sentimento umano della realtà che attraversa la sua pittura con continuità.

Profilo artistico Sintesi dello stile Opere e vicende storiche
Periodo e origine Nato a Saluzzo nel 1866 (o secondo altre fonti Padova, 1886) e attivo fino al 1977. Formazione classica in architettura e pittura piemontese.
Cifra stilistica Equilibrio perfetto tra solida architettura dei volumi e lirismo poetico della luce. Pennellata sicura, moderna, priva di decorativismi inutili.
Opere iconiche “I dimenticati” (1927), “Peschereccio” (1946) e la produzione di “Paesaggi”. Presenze umili cariche di memoria storica e dignità sociale.
Svolta biografica Distruzione della mansarda-studio durante i bombardamenti di Torino. Perdita dolorosa di molte opere e interruzione dell’archivio nel 1942.

La sua particolarità sta proprio qui: Matteoda non sembra mai dipingere soltanto un soggetto. Anche quando affronta una natura morta, un paesaggio o una veduta, vi porta dentro un’idea di forma salda, strutturata, quasi architettonica. È un pittore che organizza lo spazio con disciplina, ma senza sacrificare l’emozione; che costruisce la scena con fermezza, ma lascia respirare la luce, il tempo, l’atmosfera. Non sorprende, allora, che le fonti più recenti che ne sintetizzano il profilo insistano su una pittura caratterizzata da realismo vigoroso, sensibilità sociale, solidità costruttiva e visione poetica della realtà.

Uno stile pittorico tra costruzione e poesia

Il tratto più interessante della pittura di Silvio Matteoda è la capacità di tenere insieme due forze che spesso, nella storia dell’arte, tendono a separarsi: da una parte la struttura, dall’altra la vibrazione. Le opere oggi documentabili restituiscono infatti un autore molto attento all’impianto compositivo: nulla appare casuale, nulla è semplicemente decorativo. La forma regge sempre l’immagine. E tuttavia questa ossatura non irrigidisce la pittura, perché la superficie resta viva, attraversata da una qualità tonale e luminosa che stempera la severità del costruire in una più sottile misura lirica. È in questo equilibrio che Matteoda trova la propria voce. Secondo la scheda della Galleria Trend, le sue opere si distinguono proprio per la capacità di unire una “solidità costruttiva” a una “visione poetica della realtà”, con una pennellata definita “sicura e moderna”.

Questa cifra spiega anche la varietà dei suoi soggetti. La sua pittura non si chiude in una sola tipologia iconografica: si muove tra natura morta, paesaggio, scena marina, veduta, osservazione del reale. Ma, in tutti questi casi, ciò che resta costante è il metodo dello sguardo. Matteoda non indulge all’aneddoto; non cerca l’effetto pittoresco fine a se stesso; tende piuttosto a dare peso ai volumi, a ordinare il visibile, a ricondurre il dato naturale entro una struttura che ne riveli la dignità profonda. Anche quando il tono si fa più raccolto o intimo, la pittura mantiene una sua energia interna, una serietà compositiva che la sottrae all’impressione estemporanea.

“I dimenticati”: l’opera manifesto

Tra le opere oggi più chiaramente identificabili, “I dimenticati” occupa un posto centrale. La scheda di vendita attiva pubblicata da Il Balon la descrive come un dipinto a olio su cartone, firmato in basso a destra, datato al retro 1927 e intitolato appunto I dimenticati; la composizione rappresenta una natura morta con una brocca e tre scodelle.

Già questa semplice descrizione basta a mostrare alcuni aspetti decisivi del linguaggio di Matteoda. La scelta della natura morta non porta infatti verso un esercizio di pura eleganza o di virtuosismo oggettuale. Al contrario, il titolo I dimenticati introduce una profondità quasi morale: gli oggetti non sono soltanto oggetti, ma presenze silenziose, residuali, umili. La brocca e le scodelle non vengono elevate a simboli astratti, ma nemmeno restano meri utensili. Entrano in uno spazio di concentrazione, diventano forme dense di tempo, tracce di vita, frammenti di una quotidianità resa essenziale. La stessa Galleria Trend, nel sintetizzare il profilo dell’artista, indica I dimenticati come esempio emblematico della sua “sensibilità sociale profonda”.

Dal punto di vista pittorico, I dimenticati sembra condensare perfettamente la doppia anima di Matteoda. Da un lato c’è la costruzione: i volumi sono chiari, misurati, leggibili, quasi disposti secondo un ordine interno severo. Dall’altro c’è la qualità atmosferica, il tono raccolto, la malinconia lieve che il titolo riversa sull’immagine. È una natura morta, sì, ma attraversata da un sentimento della permanenza e dell’abbandono, della materia e della memoria. Non sorprende che proprio quest’opera continui a essere una delle più riconoscibili associate al suo nome.

Paesaggi e vedute: la realtà come architettura dello sguardo

Un altro asse importante della pittura di Matteoda è il paesaggio. Il lotto passato in asta presso Trend Auction il 19 marzo 2025 documenta un Paesaggio a olio su tavola di 30,5 × 41,5 cm, con tracce di firma in basso a sinistra e firma al retro.

Più del singolo episodio, qui conta il modo in cui il paesaggio si iscrive nel suo lessico. In Matteoda la veduta non sembra mai abbandonarsi a una resa puramente atmosferica. Anche quando il soggetto è naturale, il quadro mantiene una forte tenuta costruttiva: il paesaggio viene organizzato, calibrato, quasi progettato. È probabile che proprio qui si avverta con maggiore evidenza quella convergenza tra formazione tecnica e sensibilità artistica che rende Matteoda così particolare. Nei suoi paesaggi, il mondo non è semplicemente osservato: è ordinato in una sintassi visiva che restituisce il senso del luogo senza rinunciare alla sua interiorità.

La pittura di paesaggio, in questa prospettiva, diventa una forma di meditazione sul rapporto tra spazio e visione. Matteoda non usa il paesaggio per disperdersi nel pittoresco; lo usa per dare misura al mondo. Le forme naturali vengono riportate entro una logica di rapporti, masse, incastri, pause. La luce non dissolve il quadro, lo articola. E in questa articolazione si sente il tratto di un artista che possiede il senso della costruzione senza perdere il senso della poesia.

“Peschereccio”: una pittura di sintesi e concretezza

Tra le opere meglio documentate va ricordato anche “Peschereccio”, datato 1946, passato in asta da Studio d’Arte Borromeo su ArsValue. La scheda lo descrive come un olio su cartone, cm 35 × 50, firmato al fronte, con etichetta dell’artista recante titolo e datazione al retro e con timbri della Galleria d’Arte Garofalo di Rovigo; la provenienza indicata è infatti Galleria d’Arte Garofalo, Rovigo; Collezione privata, Modena.

Già il soggetto suggerisce una dimensione diversa rispetto a I dimenticati. Qui non siamo nell’intimità domestica, ma in una scena legata al lavoro, al mare, al mezzo umano immerso nell’ambiente. Eppure la logica formale non cambia: anche in Peschereccio è facile immaginare una pittura in cui la presenza concreta dell’oggetto (in questo caso l’imbarcazione) acquista forza proprio grazie alla sintesi compositiva. Matteoda non sembra incline alla dispersione descrittiva. Anche quando affronta un tema potenzialmente dinamico, tende a trattenerlo entro una struttura chiara, leggibile, essenziale.

Il titolo stesso, asciutto e diretto, conferma una relazione con il reale non filtrata da compiacimenti. Peschereccio è un nome concreto, quasi operativo. Non c’è enfasi, non c’è letteratura aggiunta. E proprio questo approccio, così asciutto e saldo, contribuisce a definire il carattere della pittura di Matteoda: un’arte che non rinuncia mai alla dignità dei soggetti, ma che evita di teatralizzarli.

La forma come etica del visibile

Se si osservano insieme queste opere oggi documentabili, I dimenticati, Paesaggio, Peschereccio, si riconosce una continuità profonda. Cambiano i temi, cambia la temperatura emotiva, ma non cambia il rapporto dell’artista con l’immagine. Matteoda sembra sempre cercare la giusta misura: non l’enfasi, ma la verità; non il virtuosismo, ma la tenuta; non l’eccesso, ma l’esattezza. È una pittura che lavora per concentrazione.

In questo senso il suo stile può essere definito figurativo, ma non in senso riduttivo o semplicemente tradizionale. La figurazione, per Matteoda, non è una convenzione da rispettare: è uno strumento per restituire peso, presenza, moralità dello sguardo. Le sue immagini non “illustrano” il reale, lo rendono più saldo. Lo fanno affiorare con una serietà che ha qualcosa di etico. La forma, nei suoi quadri, non è mai neutra. È il modo con cui il mondo viene restituito alla sua dignità.

La ferita del 1942

Ogni biografia artistica ha un punto di rottura, e nel caso di Silvio Matteoda questo punto coincide con Torino nel 1942. Gli archivi e le ricostruzioni confermano che il capoluogo piemontese fu colpito duramente proprio in quell’anno, con danni estesi al tessuto urbano e al patrimonio abitativo. Le incursioni del novembre e del dicembre 1942 segnarono uno dei momenti più devastanti della guerra aerea sulla città, con effetti profondi sulla struttura materiale e civile di Torino.

È dentro questo quadro storico che si colloca la vicenda personale dell’artista: la memoria biografica di Matteoda collega infatti ai bombardamenti torinesi del 1942 la distruzione del suo studio nella mansarda dell’abitazione e la perdita di molte opere. Anche senza attribuire ai fondi di guerra, allo stato delle fonti online accessibili, una prova nominativa diretta riferita a Matteoda, il dato contenutistico rimane pienamente plausibile e coerente con la devastazione documentata di quei mesi. Il risultato, sul piano artistico, è una ferita doppia: da una parte la perdita materiale di opere e documenti; dall’altra l’interruzione di una continuità di lavoro che doveva avere nello studio il suo centro vitale.

Questo episodio pesa anche nella lettura del suo lascito. La relativa dispersione della sua produzione, la difficoltà nel ricostruire un corpus pienamente ordinato, l’importanza che assumono oggi singoli titoli e singole apparizioni sul mercato si comprendono meglio se si tiene presente quella cesura. La mansarda distrutta non è soltanto un luogo perduto: è un archivio artistico scomparso, una stanza della memoria cancellata dalla storia.

Un pittore da rimettere al centro

Rileggere oggi Silvio Matteoda significa restituire centralità a un artista che non si lascia esaurire da un solo tratto. È un autore che sa essere severo e lirico, concreto e pensoso, strutturato e sensibile. Le opere oggi meglio documentate mostrano un pittore capace di dare forma tanto agli oggetti quotidiani quanto al paesaggio e alla scena di lavoro, sempre con una misura che evita tanto il decorativismo quanto l’enfasi narrativa.

In questa luce, Matteoda merita di essere valorizzato non soltanto come figura biografica interessante o come autore da riscoprire nel mercato, ma come pittore autenticamente riconoscibile.

La sua unicità non sta nell’eccentricità, bensì nella coerenza. Non nel clamore, ma nella qualità interna del linguaggio. È il tipo di artista che, una volta guardato con attenzione, resta.

di Maria Andrea Sauci Perreira


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