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Delayer di Valeria Apicella | Recensione

Delayer di Valeria Apicella | Recensione

Il Campania Teatro Festival, sotto la direzione artistica di Ruggero Cappuccio, chiude l’edizione 2021 con le sezioni di Danza e Cinema. La stagione si apre con Delayer, uno spettacolo di danza di e con Valeria Apicella, andato in scena al Teatro Nuovo Napoli dal 3 al 4 dicembre.

Delayer: un circuito infinitamente aperto

«Luglio 2020. Una notte… nel silenzio, nel vuoto del lockdown, ho iniziato a cercare attraverso i dispositivi social, “dentro” queste finestre virtuali, come tanti di noi, me stessa. Di fronte a un grande schermo dove si proiettavano queste finestre mi sono imbattuta in una doppia porta immaginaria, e da lì una spirale che non faceva che riprendere il mio movimento in un circuito chiuso e pur infinitamente aperto. Lo stato di presenza modificato si addiziona a sé stesso. Casualmente, nel tempo della ripetizione, si rivela altro» – racconta Valeria Apicella.

Davanti alla videocamera del cellulare, la ballerina apre una danza che inizialmente procede per scatti meccanici, come se il corpo fosse intrappolato in una prigione invisibile, che non è troppo lontano da quanto si ha vissuto in quei giorni di lockdown di solitudine. Quella stessa danza, poi, viene proiettata su dei pannelli: solo di questo si compone la scenografia, di un’eco vastissima che propaga il movimento. Tra il gesto presente e la sua proiezione attraverso infinite finestre aperte si inserisce Delayer che, come suggerisce stesso il titolo in inglese, è un delay, un ritardo. Ed in questa distanza che genera un ritardo, l’azione compiuta va oltre sé stessa, si scompone in tanti frammenti per poi riunirsi in varie forme artistiche.

Uno spazio per immaginare

Delayer è creazione pura, è l’arte che si auto-racconta e descrive la sua capacità di creare, di generare immagini mai fini a sé stesse, mutevoli secondo la percezione soggettiva di chi la guarda. Sembra di ritrovarsi davanti ad un quadro in cui il corpo scultoreo della danzatrice si scompagina e si ritrova, con movimenti che passano costantemente da piccoli scatti tesi e inquietanti a gesti fluidi e ampi. Ed in questo passaggio Valeria Apicella si scopre, trasportandoci con lei in questa duplice dimensione tra un circuito chiuso e un’eco infinita.

Fulcro è la donna, il corpo per eccellenza che muta nei dettagli più impercettibili. Il corpo di donna, allora, diventa la guida a indagare il particolare che si pone e si diffonde in una distesa infinita, trasformandosi incessantemente fino a diventare non tangibile, qualcosa di non visibile nel concreto ma di percettibile nelle sconfinate declinazioni di emozioni di ciascuno. Molto significativa, a tal proposito, la presenza di opere artistiche riprodotte sui pannelli come sfondo e, talvolta, frammentate per mettere in rilievo i particolari. E ponendo la donna come propagatrice di un’immagine, la Apicella con l’ausilio di una voce in campo esterno elenca una serie di nomi di donne alle quali dice di non coprirsi – una soluzione che, forse, poteva essere lasciata preferibilmente su un piano più astratto per evitare di dare una linea guida tangibile allo spettacolo il cui punto di forza, al contrario, è stata proprio la sua mancanza di tangibilità.

Ad ogni modo, Valeria Apicella ha preso pieno possesso della scena mantenendola con maestria, con quelle sue movenze che hanno saputo incantare il pubblico. La parola chiave di questo spettacolo è stata sicuramente “emozione”: un invito a liberarsi dalle convenzioni per guardare verso l’infinito.

Fonte immagine e info: campaniateatrofestival.it

 

 

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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