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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 196 articoli

Recensioni

Maria Paiato debutta al Bellini: Madre Courage e i suoi figli

Il dramma Madre Courage e i suoi figli è uno dei capolavori di Bertolt Brecht, scritto alla vigilia della Seconda guerra mondiale. È in questo quadro che Paolo Coletta proietta Maria Paiato nei panni di Madre Courage in una versione del capolavoro brechtiano sul palco del Teatro Bellini di Napoli, in scena fino al 24 novembre. L’opera porta in scena le vicende verificatesi tra il 1624 ed il 1636 nel corso della Guerra dei Trent’anni, il conflitto fra Cattolici e Protestanti nel Sacro Romano Impero che fornì alle potenze europee il pretesto per una lotta che segnò la fine dell’egemonia asburgica in Germania, la sconfitta della Controriforma e provocò ingenti perdite demografiche e grave decadenza economica in particolar modo in Germania. La protagonista è Anna Fierling, madre di tre figli e commerciante di vettovaglie per gli eserciti, soprannominata Madre Courage per aver sfidato le cannonate di una battaglia per vendere cinquanta pagnotte ammuffite. Madre Courage si sforza di proteggere i suoi figli dalla guerra grazie alla quale lei stessa vive e guadagna, ma li perde inesorabilmente uno dopo l’altro. Gli affari vengono prima di tutto. Né la morte dei figli Schweizerkas ed Eilif, né quella della figlia muta Katrin faranno infatti desistere la madre dai suoi commerci e dalle sue infelici peregrinazioni. La tragicità di Madre Courage è tutta rinchiusa in una fatale contraddizione: la vivandiera perde i figli in un conflitto da lei stessa caldeggiato e la cui fine non può augurarsi se non vuole la propria rovina economica, perché “la guerra è il momento migliore per i commerci” Madre Courage e il ritratto dell’umanità Brecht, ebreo tedesco esiliato dalla Germania nazista e vissuto tra le due grandi guerre del Novecento, compone l’unica opera possibile sulla guerra: ambienta la sua storia in uno scontro seicentesco tra cattolici e protestanti, rendendo allegorica la paura del presente che si sta trasformando sotto i suoi occhi, anticipando così una profetica guerra che diventerà la più sanguinosa e disumana di sempre. Affida il suo viaggio nel tempo a questa figura mai perfettamente chiara, Courage, indefinita tra il bene e il male: da un lato madre che cerca di difendere i propri figli a ogni costo dalla guerra che vuole portarli via, dall’altro commerciante sensibile soltanto alla moneta che la farà vivere, perché tra cattolici e protestanti, dice, preferisce i “pagani”, quelli che pagano. Lo spazio scenico vive in un doppio piano: quello reale dell’azione e quello deformato dallo specchio di fondale, posto in obliquo come a schiacciare la scena. Al centro dello specchio c’è, come un pozzo verso l’alto, un buco da cui forse arriva quella voce fuori campo, con la quale verso la fine la splendida Maria Paiato accenna a un dialogo, forse la voce di un Dio immutabile e discreto, che vede gli uomini fare la guerra che «solo mette ordine». Ma quale madre oggi somiglia alla Courage? Il regista Paolo Coletta sceglie di evidenziare la vicenda senza eccessivi riferimenti contemporanei, lasciando allo spettatore di seguire la propria indagine, sottilmente simbolica, che da una guerra esprima tutte le guerre. […]

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Certe vite: storie e intrecci sulle note di Rino Gaetano al Piccolo Bellini

Continuano, al Teatro Piccolo Bellini di Napoli, gli spettacoli del progetto ”Take four” della Bellini Teatro Factory con ”Certe vite” in scena dal 15 al 17 novembre di e con Luigi Adimari, Michele Ferrantino, Luigi Leone, Salvatore Nicolella e Carlo Vannini, regia di Rosa Masciopinto. Il racconto di quattro diverse vite, ognuna con la propria storia ed ognuna originale e singolare, ma tutte contenute nello stesso ed unico format: ogni vita è una storia? Ed è proprio in questa domanda che gli attori si imbattono cercando delle risposte. Certe vite: diverse e lontane fra loro, anche se non così tanto La scena si apre con un palcoscenico privo di qualsiasi oggetto, solo gli attori sul palco che iniziano a raccontare, ognuno di loro, la propria storia. Storie toccanti, storie forti, storie divertenti. Storie diverse tra loro, ma non così tanto. Fra loro vi è il ragazzo che ha una grande passione per il calcio, ma solo molto tardi scoprirà di essere un grande portiere anziché un attaccante; vi è l’uomo preso dal suo lavoro che è però, allo stesso tempo, frustrato e tormentato; vi è l’uomo immerso nel suo mondo, ma che solo molto tardi scoprirà che la moglie lo tradisce; ed infine l’uomo che vuole a tutti i costi ritornare nella propria città, a qualsiasi costo, anche la vita stessa. Tante vicende diverse che portano però tutte a chiederci se sia possibile che ogni vita abbia davvero una storia. Tutte storie forti e toccanti che arrivano all’animo dello spettatore che oscilla per 75 minuti di spettacolo tra risate simpatiche e riflessioni interiori. ”Certe vite” è il racconto di persone di tutti i giorni sulle note di ”Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano suonato da Carlo Vannini che ha accompagnato in maniera impeccabile tutto lo spettacolo creando atmosfere particolari e singolari per ogni monologo. Ma il cielo è sempre più blu… Così cantava Rino Gaetano nel 1975, anno di uscita del brano, e così stasera sul palcoscenico del Piccolo Bellini, i quattro allievi attori della Bellini Teatro Factory si sono messi in gioco cercando di dare voce a delle vite raccontando storie proprio come nella canzone del celebre cantautore. Raccontare e rendere vivi i sentimenti, le emozioni e i turbamenti dell’anima: era questo il compito più che riuscito dai nostri giovani attori che, grazie alla loro bravura, hanno saputo cogliere ogni singola sfumatura del personaggio da loro interpretato mettendola in scena con grande naturalezza.

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Rumori fuori scena con Valerio Binasco al Teatro Bellini

Divertente, assurdo, erotico. Valerio Binasco porta in scena al Teatro Bellini Rumori fuori scena,  tratto dal testo dell’inglese Michel Frayn. Diventato ormai un cult del teatro contemporaneo, lo spettacolo mette in evidenza le dinamiche, spesso nascoste all’occhio e alla coscienza del pubblico, che intercorrono tra gli attori, il regista e non solo nell’allestimento di una rappresentazione teatrale in chiave tragicamente comica. Il bisogno di usare ossimoro è dettato proprio dal fatto che, da spettatrice, indipendentemente dalle risate al susseguirsi delle scene, rimane sempre una vaga sensazione di inquietudine. In ogni caso Rumori fuori scena è da considerarsi senza alcun dubbio un testo appartenente al genere comico e basa la sua comicità sull’elemento dell’equivoco. Tutto inizia con l’allestimento della messinscena di Niente addosso di Robin Housemonger. Il regista è Lloyd Dallas, interpretato dallo stesso Valerio Binasco, mentre la compagnia è composta dagli attori con le esperienze più disparate: partendo dai professionisti ai “raccomandati”. La quarta parete non viene solo squarciata, non è mai esistita. Con il sipario già aperto e Lloyd/Valerio che scorrazza tra il pubblico, interagendo a tratti con esso, i personaggi iniziano a presentarsi al pubblico in duplice veste: quella dell’attore e quella più propriamente umana e fragile. Il tempo è quello delle prove generali, quindi l’elettricità e la confusione hanno la meglio. Ognuno dei personaggi ha dentro di sé un piccolo dramma interiore che inevitabilmente si riversa con una forza moltiplicata per nove sulla riuscita dell’esecuzione. Prima fra tutti c’è Dotty che, oltre ad aver investito gran parte dei suoi averi sul risultato dello spettacolo, si trova in difficoltà con i continui cambiamenti e l’aggiunta di elementi sulle sue scene. Poi c’è Selsdon con evidenti problemi di alcolismo, Garry che non riesce ad improvvisare, Brooke che, inizialmente, non riesce nemmeno a capire di avere un problema. A ciò si aggiungono gli scandali all’interno della compagnia, alimentati dai pettegolezzi di Belinda che saranno la prima causa dello sfacelo degli equilibri. Verso la fine del primo atto si scopre l’esistenza di un triangolo amoroso e ciò porterà ad un accorciamento ancora più importante della distanza tra finzione e realtà. Nel secondo atto la scenografia fa un giro di 180° e ci ritroviamo dietro le quinte della compagnia. Inizia il debutto dello spettacolo e l’elemento che pervade l’atmosfera è quello della fragilità umana. I rapporti tra gli attori sono gravemente compromessi ed essi rispondono a ciò portando materialmente in scena il proprio malcontento. Il regista è sparito, lasciandosi alle spalle le proprie responsabilità, attuando un vero e proprio ghosting, per poi comparire nuovamente rivestendo non i panni del suo ruolo professionale, bensì quelli di un uomo e i suoi desideri. Il punto di rottura estremo è rappresentato nel terzo atto. I personaggi non esistono più, così come non esiste più la messinscena dello spettacolo. Sul palco prendono finalmente vita le voci degli attori, delle loro persone. La finzione è una maschera troppo debole e non può arginare le debolezze e le fragilità della compagnia. Da rumori fuori scena, si passa ad […]

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Le supplici: ribellione, libertà e tragedia in scena al Piccolo Bellini

Ritornano sul palcoscenico del Piccolo Bellini, il 12 ed il 13 novembre, gli allievi attori della Bellini Teatro Factory con lo spettacolo ‘Le supplici‘ tratto da una tragedia di Eschilo con riscrittura e regia di Salvatore Scotto D’Apollonia e con Luigi Adimari, Claudia D’Avanzo, Maria Francesca Duilio, Andrea Liotti, Eleonora Longobardi, Salvatore Scotto D’Apollonia e Arianna Sorrentino. La tragedia tratta da una trilogia tragica di Eschilo di cui facevano parte anche Gli Egizi e Le Danaidi (andati perduti), narra della ribellione di un gruppo di donne che si oppongono a quella che è l’usanza del luogo in cui vivono che le vuole mogli e schiave dei loro mariti/padroni. La ribellione che finirà poi in tragedia con la morte delle donne attraverso flussi di coscienza, atti coraggiosi e paure che si fondono in un mix di emozioni per tutta la durata dello spettacolo. Le supplici: la ricerca della libertà contro la schiavitù Le supplici si ribellano contro chi le vuole schiave, ma loro schiave non sono. Sono nate libere e per questo scappano dalla loro terra per cercare accoglienza ed ospitalità in una terra diversa, in una terra straniera dove faranno i conti con il re di Argo, Pelasgro, il quale, insieme a tutto il popolo, è molto restio nell’aiutare queste giovani donne per il timore di dover scatenare poi, a breve, una guerra contro gli Egizi che sono alla ricerca di queste supplici fuggite via e non ancora tornate. Però purtroppo la sorte delle supplici non sarà come loro speravano: nell’isola dove si sono rifugiate arrivano gli Egizi i quali le riportano a casa, rendendole schiave e mogli. Ma loro non si arrendono e decidono tutte insieme, la prima notte di nozze, di uccidere i loro mariti, i cinque principi. Tutte eseguono l’omicidio tranne una: solo una, la più giovane la quale confessa tutto al marito che tramuterà la vita delle supplici in una morte cruenta. La più giovane che vivrà il resto della sua vita in un eterno ed incolmabile rimorso. I ricchi comandano, i poveri domandano Una frase che risuona un po’ come sconfitta, ma anche e soprattutto come punto di partenza e di svolta in cui anche quando tutto sembra finito, vi è sempre un cambiamento, una spinta che fa cambiare il corso degli eventi. Eterna corsa, lotta contro il tempo, voglia di libertà, passione, paura, tormento ed energia: sono queste le emozioni che le supplici portano in scena trascinando lo spettatore in un misto di sentimenti che tengono incollati gli sguardi sul palcoscenico per tutta la durata dello spettacolo. Struggenti interpretazioni, monologhi toccanti e tanta dedizione messa in scena dagli allievi attori della Bellini Teatro Factory che passo dopo passo diventano una realtà sempre più sorprendente del teatro dei nostri giorni. Fonte immagini: teatrobellini.it

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L’onore perduto di Katharina Blum in scena al Teatro Mercadante

L’onore perduto di Katharina Blum: al Mercadante in scena, dal 12 al 17 novembre, è la rappresentazione teatrale del romanzo di Heinrich Böll riadattato da Letizia Russo, per la regia di Franco Però. Venerdì 20 febbraio 1974: è carnevale, i coniugi Blorna, Hubert (Peppino Mazzotta) e Trude (Ester Galazzi), sono in partenza per una meritata vacanza in montagna; Katharina (una bellissima e algida Elena Radonicich) la loro impeccabile e adorata governante, ha due settimane di paga anticipate e una serata libera in un giorno di festa. L’idea è quella di andare ad una festa e di ballare: ballare, tutta la serata, da sola. Le cose non andranno secondo i programmi: l’incontro di Katharina con Ludwig Götten, un assassino, probabilmente un terrorista, ricercato e latitante, sconvolgerà non solo i suoi piani per la serata, ma l’intera sua esistenza, che ne uscirà irreparabilmente devastata.  Katharina è protagonista e al tempo stesso narratrice della sua storia: una storia che viene raccontata a ritroso in un flashback che si dipana a partire da un omicidio. Ludwig Götten è un personaggio totalmente assente nella messa in scena: la sua assenza non fa altro che aumentare il senso di abbandono e di ingiustizia che perseguita Katharina. Da Ludwig e dall’amore per lui deriveranno tutti i mali che per un inspiegabile riflesso incondizionato si rovesceranno su Katharina.  L’onore perduto di Katharina Blum: il sacrificio di un innocente L’onore perduto di Katharina Blum mette in scena lo scontro quotidiano tra la virtù e la calunnia, il pregiudizio, il becero chiacchiericcio. Katharina ha in sé una serie di virtù che la società non perdona: la dignità che la porta a scegliere la solitudine, il decoro e il rispetto che le impongono di tacere le altrui bassezze, il riserbo e il silenzio che sollevano il sospetto e la curiosità dei vicini, l’indipendenza troppo spesso fraintesa e oggetto di maldicenze. Katharina è giovane, donna, divorziata, sola e, dopo l’incontro con Götten, follemente innamorata: Katharina è la più ghiotta delle prede da dare in pasto alla stampa scandalistica.  Nel sistema dei personaggi, il ruolo dell’antagonista non è di uno o più personaggi: l’antagonista di Katharina non è Werner Tötges, giornalista d’assalto di un tabloid locale, Die Zeitung, che, mosso dall’elementare logica del mercato, monta sulla verità una storia scandalosa e accattivante. L’antagonista di Katharina è piuttosto il pregiudizio di un’intera società, quell’atavico maschilismo che risiede nel fondo di ogni individuo, maschio o femmina che sia, che vede in ogni donna la femmina di un uomo, che non perdona, perciò, ad una donna la scelta, l’arbitrio, la proprietà della propria persona. Allora Tötges e i suoi articoletti spiccioli sono solo il megafono di quei benpensanti che non accettano la libertà e l’emancipazione di una donna giovane e bella: Tötges scrive quello che la gente vuole leggere. “La libertà di stampa è libertà di uccidere” La stampa mastica e maciulla qualunque aspetto della vita privata di Katharina. La stampa, come una lente alla luce del sole, deforma e poi brucia. Katharina, la sua vita, il […]

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La ronda degli ammoniti di Enzo Moscato | Recensione

Ritorna, dopo il successo al Napoli Teatro Festival, ‘La ronda degli ammoniti‘ in Sala Assoli, un intenso spettacolo di e con Enzo Moscato accompagnato in scena da Benedetto Casillo, Simona Barattolo, Salvatore Chiantone, Ciro D’Errico, Giovanni Di Bonito, Tonia Filomena, Amelia Longobardi, Francesco Moscato, Antonio Polito, Michele Principe. La storia di un viaggio temporale nel 1917 in cui adulti ritornano bambini, fantasmi dei segni del futuro che li ha fatti soffrire facendo condurre loro un’esistenza di lunga lontana dalle aspettative di ognuno. I sogni frantumati di cent’anni fa Proprio questo il tema centrale dello spettacolo: i sogni distrutti. Una classe di bambini/adulti, stanca di vedere morire pian piano i propri sogni e per questo, ad uno ad uno, i ragazzi si gettano dalla finestra del terzo piano della Scuola Elementare Emanuele Gi della città di N.; bambini, quindi, che pur di fuggire a tutto questo trovano la morte spiccando l’ultimo volo verso il vuoto, verso un qualcosa che li rende di certo più spensierati rispetto alla vita terrena. Sì perché la vita nel 1917, la vita nel periodo della guerra, è molto difficile ed ogni bambino porta dentro sé una ferita, un parente morto o molto malato, un eterno ritorno e aggravamento del malessere. Bambini che pur di evitare la loro seconda morte in guerra, come quella di quando erano adulti, preferiscono suicidarsi e credere che la libertà stia tutta lì: in un salto nel vuoto. L’angoscia del divenire, la consapevolezza, la tristezza, sono tutte sensazioni che con il suo testo de ”La ronda degli ammoniti” il noto drammaturgo napoletano Enzo Moscato, è riuscito a far arrivare in maniera forte e diretta al pubblico sorprendendo e rendendo partecipe gli spettatori in un vortice emotivo senza eguali. La ronda degli ammoniti: la giovine età senza speranza La scena si apre in una classe con un maestro e una classe di bambini/adulti che all’apparenza sembrano condurre una vita normale o comunque una vita da giovani ragazzi di un quartiere popolare della città di N., fin quando ognuno di loro, tra battute e risate, svela quelli che sono i propri scheletri nell’armadio, quei mostri sotto il letto i quali convivono perennemente con loro, ma di cui cercano spesso di liberarsi. Alcuni trovando la morte, altri attraverso profondi flussi di coscienza. Uno spettacolo, quello di Moscato, dalla struggente intensità mista a qualche battuta e qualche gioco di parole, ma col significato sempre apparentemente ben incastrato nella vicenda che si muove in virtù di tutto il senso dell’opera, come tutte le altre opere del noto artista. Un testo ad impatto, forte e allo stesso tempo riflessivo che ci fa capire quanto, nella vita, può dipendere da ciò che ci circonda e quanto da noi stessi.

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Il mercante di Venezia: uno scontro tra culture

Il mercante di Venezia: va in scena dal 25 al 27 ottobre alla Galleria Toledo lo scontro tra la magnanimità cristiana di Antonio e la sadica crudeltà dell’ebreo Shylock. Laura Angiulli porta Il mercante di Venezia di Shakespeare alla Galleria Toledo. Venezia, XVI secolo. Una scenografia di un nero cupo, spezzato solo da uno specchio d’acqua che allaga la scena e nel quale si muovono i personaggi. Scene e personaggi diversi, luoghi lontani, vicende varie convivono sulla stessa scena. Bassanio, forse a seguito di commerci non proprio fruttuosi, è rimasto al verde e con un mucchio di debiti. La soluzione ai suoi problemi gli appare quando Portia, giovane e ricchissima orfana, è in cerca di marito. Bassanio, mosso da un amore già vivo nei confronti di Portia nonchè dal desiderio di vedere dissolto ogni suo debito grazie al denaro della bella ereditiera, decide di affrontare la lotteria a cui sono legate le sorti matrimoniali della donna. Per farlo ha bisogno, però, di una cospicua dote. Con l’aiuto del devoto amico Antonio, il mercante di Venezia, Bassanio ottiene un prestito dal sadico e avido Shylock, odioso e odiato usuraio ebreo, che chiederà in cambio la più crudele delle penali: allo scadere dei tre mesi stabiliti per il risarcimento del debito, Shylock, secondo regolare contratto, potrà sottrarre una libbra di carne dal corpo di Antonio. Da questo momento avrà inizio una serie di peripezie che porteranno Bassanio a rischiare di perdere la donna amata e Antonio sul punto di perdere la sua vita per non venir meno al contratto sottoscritto con Shylock. L’antisemitismo nell’opera di Shakespeare Il mercante di Venezia Il dramma di Shakespeare appare come una dark comedy nella quale netto è lo scontro tra personaggi positivi e personaggi negativi. Ma ciò che colpisce del dramma è il fatto che negatività e positività non appartengano ai personaggi stessi, non provengano dal loro animo ma dal popolo e dalla cultura alla quale appartengono. Forte è la sensazione che in Shylock si annidi, non una naturale e personale malvagità, ma un rancore atavico, congenito nel popolo ebraico, plasmato da secoli di pregiudizi e torti subiti, corroborato da uno smodato desiderio di denaro e ricchezza, che porta l’ebreo a comportarsi come un “cane strozzino”, ad assecondare quella “selvaggia e ansiosa brama di rovinare un uomo”. Questi istinti così bassi e meschini che animano le azioni di Shylock lo porteranno al punto da alienarsi anche l’affetto di sua figlia Jessica. Daltronde il sentimento antisemita che pervade già l’originale shakespeariano è figlio del clima giudeofobico dell’Inghilterra elisabettiana: ricorre nella produzione del periodo un’ostilità nei confronti della comunità ebraica inglese, ostilità che si percepisce, ad esempio, anche ne L’ebreo di Malta di Marlowe, che deriva da decenni di persecuzioni ed emarginazione. A fare da contraltare alla sadica malvagità di Shylock c’è una serie di personaggi che portano in scena una vasta gamma di sentimenti puri, disinteressati, delicati e potenti allo stesso tempo. Jessica, figlia di Shylock, rinnegherà suo padre e la sua religione per sposare il cristiano […]

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Libri

Foglie cadute di Wilkie Collins, un viaggio lì dove non vorresti andare (Recensione)

Continua il percorso a ritroso della Fazi Editore, che prosegue, col suo magnifico lavoro, a fare uscire in nuove edizioni piccole “chicche” di autori del passato, magari meno conosciuti ai più, ma che ugualmente ci hanno regalato e lasciato grandi doni sotto forma letteraria. Parliamo in questo caso di Foglie cadute di Wilkie Collins, edito per la collana “Le strade”. Foglie Cadute di Wilkie Collins, lì dove batte il cuore La base su cui la storia si evolve e si inerpica come rami di un albero carico di foglie destinate a cadere è la storia di Amelius Goldenheart, esiliato dalla sua comunità cristiana di Tadmor, nell’Illinois, a causa di una relazione sbagliata, e per questo spedito, come “punizione redentiva”, a Londra. Il giovane Amelius conoscerà nella capitale londinese il peccato come mai aveva avuto modo di vedere prima, capendo sin da subito che questo esilio non lo porterà a nulla di buono, a causa anche dell’incontro con John Farnaby, un ricco uomo che in sé raccoglie tutti i mali del mondo, e della bellissima nipote presa in adozione. Sarà ancora una volta l’amore a fare capolino in mezzo a tanto orrore e a prendere in toto l’attenzione e il cuore del protagonista, che tra tanta bruttura e oscurità, cercherà nella luce dei suoi sentimenti di ritrovare la bellezza e la pace che sembrano altrimenti perdute per sempre. Se ci si approccia alla lettura di Wilkie Collins per la prima volta con questo romanzo, colpiti sopratutto dalla quarta copertina, non se ne pentirà affatto. Più che la trama, che mantiene una sua originalità e un suo interesse immutato nel tempo, è l’abilità di Collins come autore a rendere veramente vivo e sanguinante il cuore di questo lungo racconto. Lo fa usando un tema molto sentito anche oggi, quello della denuncia sociale, che seppur è facile intendere come diversa dalla nostra attuale, poiché è ambientata nella società vittoriana, ritrova tristemente dei connotati simili nella situazione della nostra quotidianità. In alcuni momenti, potremmo anche tranquillamente dire che Wilkie Collins è stato profetico, vista la data di composizione di quest’opera. Gioca coi colpi di scena, mette su una sinistra orchestra, di cui ci presenta un po’ alla volta i protagonisti, senza indugiare apparentemente né sull’uno né sull’altro, e ci lascia approfondire, attraverso veli di coscienza, frasi spezzate, atteggiamenti rivisti e occhi terzi, la nostra idea su ognuno di loro, lasciandoci in ogni momento di liberi di farci la nostra personale opinione scegliendo da che parte stare. Non è un romanzo intellettuale, per usare un termine tanto amato da qualcuno, bensì è un romanzo popolare. Popolare nei suoi intenti, nei suoi sentimenti e sentimentalismi, lì dove l’autore sceglie apertamente di porsi da una parte precisa, che qualcuno avrebbe definito del torto, e chi sa se l’ha fatto solo perché non c’era altro posto dove sedere come altri prima e dopo di lui. Un libro che va letto, almeno una volta, poiché tutti abbiamo conosciuto in vita nostra le foglie cadute di cui Collins parla e, […]

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La Tempesta inaugura la nuova stagione al Mercadante

Il Teatro Mercadante di Napoli inaugura la stagione 2019/2020 con la Tempesta di William Shakespeare, grande classico della letteratura rivisitato e adattato dal regista Luca De Fusco. Lo spettacolo, proposto in anteprima al Teatro Grande di Pompei, sarà in scena fino al 10 novembre 2019 ed è stato scelto come ouverture proprio perché rappresenta un’opera intramontabile, attuale e, per citare Calvino, che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. La Tempesta, l’onirico e visionario racconto di Prospero Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni (Atto IV) Qual è il confine tra sogno e realtà? E se quella che crediamo realtà fosse un sogno? Molti sono i quesiti che attanagliano lo spettatore che si interfaccia con la mise en scène del testo shakespeariano, in cui si gioca volutamente sull’ambiguità tra ciò che esiste e ciò che scaturisce da una fervida immaginazione. Prospero, interpretato magistralmente da Eros Pagni, è l’ex duca di Milano, il cui titolo era stato usurpato dodici anni prima dal fratello Antonio, con la complicità di Alonso, il re di Napoli. Abbandonato a tradimento su una zattera insieme alla figlia Miranda, si ritrova vittima di una terribile tempesta che lo fa approdare, naufrago, su un’isola quasi del tutto disabitata. Ed è così che, anno dopo anno, egli matura un forte desiderio di vendetta che lo porterà ad architettare, con l’aiuto del fedele spiritello Ariel, una tempesta per punire i suoi nemici. Quella di Prospero è tuttavia un’opera di immaginazione, che ha come unico scopo quello di condurre i suoi usurpatori sulla sua isola, regno protetto della finzione letteraria. Pagni impersona un uomo che vive chiuso nella sua biblioteca, defraudato, rancoroso e dispotico, che sfoga il suo desiderio di rivalsa sui suoi sudditi Ariel e Calibano, una sorta di Jekyll e Hyde. Entrambi sono interpretati dalla camaleontica e talentuosa Gaia Aprea con un trucco scenico che rovescia la consuetudine, tipicamente secentesca, di interdire la recitazione alle donne, ricorrendo ad attori per ricoprire sia i ruoli maschili che quelli femminili. Di grande impatto anche l’interpretazione dei personaggi secondari, come Trinculo (Alfonso Postiglione) e Stefano (Gennaro Di Biase), che danno vita ad un pastiche linguistico, frutto della commistione tra italiano e un napoletano ricco di espressioni colorite e vernacolari. Plauso alla scenografia e al disegno luci, che hanno conferito alla scena l’atmosfera surreale e onirica in cui lo spettatore è immerso fino a quando Prospero non rompe la quarta parete per rivolgersi direttamente al pubblico, invocando misericordia e assoluzione di tutti i difetti dell’opera. Cala così il sipario su una prima riuscita con grande successo, preludio di una stagione ricca di sorprese e innovazioni. LA TEMPESTA di William Shakespeare traduzione Gianni Garrera adattamento e regia Luca De Fusco con Eros Pagni, Gaia Aprea, Alessandro Balletta, Silvia Biancalana, Paolo Cresta, Gennaro Di Biase, Gianluca Musiu, Alessandra Pacifico Griffini, Alfonso Postiglione, Carlo Sciaccaluga, Francesco Scolaro, Paolo Serra, Enzo Turrin scene e costumi Marta Crisolini Malatesta disegno luci Gigi Saccomandi musiche originali Ran Bagno installazioni video Alessandro Papa […]

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Libri

The Irishman, la mafia americana raccontata da Charles Brandt

In vista dell’uscita dell’adattamento cinematografico nelle sale italiane a novembre, e il 27 novembre su Netflix per la regia di Martin Scorsese, con Robert De Niro e Al Pacino, da oggi è in libreria The Irishman di Charles Brandt per la Fazi editore, una nuova edizione del libro inchiesta che ha rivelato molti e inediti retroscena della mafia di “Cosa Nostra” negli Stati Uniti. Charles Brandt, noto ex procuratore generale del Delaware e avvocato di successo famoso per la sua bravura nelle tecniche di interrogatorio, oggi investigatore privato ed insegnante, decise, negli anni 70, di aggiungere un altro pilastro alla bibliografia sulla mafia americana quando Frank Sheeran, criminale irlandese di Philadelphia, scelse lui come portavoce delle sue vecchie e tormentate confessioni. Così, per decenni, Brandt ha intervistato uno dei più importanti malavitosi di Cosa Nostra negli anni più ferventi, anni in cui finalmente l’esistenza della mafia divenne di dominio pubblico: ma soprattutto l’Irlandese fu uno degli artefici di un caso eclatante che nel luglio del 1975 interessò tutta la stampa e la giustizia americana, l’assassinio del famoso leader sindacale Jimmy Hoffa. The Irishman è un libro inchiesta che alterna momenti di confessione di Frank, e molti pezzi autobiografici, a quelli in prima persona dello stesso Brandt che racconta con precisione legale tutti i retroscena giudiziari della criminalità organizzata più o meno dagli anni Sessanta al 2000, in special modo avvenuti tra lo stato della Pennsylvania e New York. Frank Sheeran, vita e criminalità del The Irishman Frank Sheeran fu uno dei pochi mafiosi ad essere riuscito a salire quasi in cima alla piramide dei criminali più potenti degli Stati Uniti nonostante non fosse di origini italiane. Un uomo mastodontico, pratico, leale alla sua famiglia mafiosa, un sicario esperto, veterano della Seconda guerra mondiale, vittima delle conseguenze della Grande Depressione. Tornato in patria dopo tanti anni in battaglia dove non era dettata nessuna regola sociale se non quella di fare il proprio lavoro di soldato, ossia uccidere e svolgere i compiti assegnati dai superiori, Sheeran sarà per sempre inseguito da quei tremendi fantasmi; povero e in cerca della propria strada, la voglia di fare e non pensare a qualunque costo inizia a farsi spazio nella sua morale, fin quando comprende di non sapere più cosa è bene e cosa è male. La voglia di successo, l’esigenza fisica di dare potenza ulteriore al proprio corpo atletico e da killer, lo spingono piano piano, dopo mille e anche poco onesti lavori, ad entrare a far parte di Cosa Nostra, sotto l’ala protettiva del boss Russell “McGee” Bufalino. Nella grande citta di Philly, Filadelfia, inizia a frequentare i locali più malfamati e sede d’incontri dei malavitosi del territorio, a ognuno dei quali fa capo un boss, così come nelle vicine e città gemelle di Chicago e New York, tra traditori e clan affiliati. Uno dei momenti storici che viene ricordato negli annali della mafia italo-americana e di cui Brandt ci racconta in The Irishman è sicuramente la Conferenza di Apalachin, un incontro al vertice […]

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