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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 228 articoli

Recensioni

I ragazzi che si amano di Gabriele Lavia al Teatro Nuovo

Una panchina verde, lampioni, qualche foglia morta, un tavolo con dei fiori e qualche sedia. Un uomo vestito di grigio, con un impermeabile e un cappello, in mano una Gauloise “papier mais”. Parigi, deve essere Parigi. Le parole dell’uomo, i suoi versi, ci riportano nell’atmosfera magica d’una sera parigina, l’ambientazione tipica di una delle più celebri poesie d’amore. Ma no, l’uomo rompe l’incanto. Siamo a teatro, precisamente al Teatro Nuovo di Napoli; l’attore e sceneggiatore è Gabriele Lavia, che presenta il suo recital ispirato al beneamato poeta Jacques Prevért intitolato I ragazzi che si amano (in scena fino all’8 marzo). L’intento dell’autore è quello di rileggere i versi del poeta d’amore sotto una veste diversa; al centro le poesie, contorniate da una prosa che, come afferma lo stesso Lavia, si adatta di volta in volta al pubblico a cui si rivolge. L’amore la fa da padrone. Quello che però viene messo in rilievo è il contesto dal quale le poesie di Prevért partono. Una Parigi novecentesca ed esistenzialista, dove è il monumentale Jean-Paul Sartre a farla da padrone, che sembra fare a pugni con la semplicità delle poesie di Prevért; sarà sempre a lui che il poeta si rivolgerà. Lavia però sembra sollevare il velo del senso letterale delle sue poesie, per portare in auge qualcosa di più profondo e concreto, partendo da quella più famosa: I ragazzi che si amano si baciano in piedi Contro le porte della notte E i passanti che passano li segnano a dito Ma i ragazzi che si amano Non ci sono per nessuno Ed è la loro ombra soltanto Che trema nella notte Stimolando la rabbia dei passanti La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno Essi sono altrove molto più lontano della notte Molto più in alto del giorno Nell’abbagliante splendore del loro primo amore. Sotto il linguaggio semplice e spontaneo, apparentemente lontano dalla profondità esistenzialista, l’attore riscopre un mondo che affonda le sue radici nel mito fondatore della cultura occidentale: il platonico mito della caverna. Rileggendo la poesia d’amore, le immagini del mito sono tutte lì: la luce del giorno, le ombre proiettate, e poi un amore che si fa universale e che non smette di ripetere ciò che ha scoperto, anche se gli altri non lo comprendono. Ma gli amanti sono altrove. E partendo dalla lingua originaria della poesia, “les enfants“, ingiustamente tradotto con “i ragazzi“, sembra riecheggiare il primo verso della Marsigliese, e allora non è traducibile con due entità circoscrivibili, né bambini né ragazzi, bensì l’umanità intera, che si ama, baciandosi in piedi, opponendosi alle tenebre, ultimo baluardo/barricata di fronte al buio dell’esistenza. E l’uomo è come la rosa, che vive e basta, senza un perché, per natura destinato a farsi attraversare dall’amore e dall’odio. L’amore, declinato dall’attore attraverso i versi del poeta, è sempre universale e quotidiano, è la vita stessa, come nella poesia Canzone: Che giorno siamo noi Noi siamo tutti i giorni […]

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Recensioni

Kobane Calling on Stage al Teatro Bellini

Dal 3 all’8 marzo andrà in scena al Teatro Bellini di Napoli lo spettacolo tratto da Kobane Calling, noto fumetto di Zerocalcare che traspone sotto forma di graphic novel il viaggio che l’ha portato nei pressi della città assediata al confine tra Turchia e Siria, dove i Curdi lottano contro le forze del sedicente Stato islamico. Kobane Calling, atipico reportage tra leggerezza e brutalità Da Rebibbia a Rojava, in una terra che ricorda le pianure dell’agro pontino, Michele Rech, alias Zerocalcare, intraprende un viaggio insieme ad un gruppo di volontari per unirsi alla resistenza curda. Da questa esperienza nasce Kobane Calling, fumetto che ha venduto 120.000 copie, vincitore del Premio Micheluzzi, tradotto in otto lingue e trasformato in uno spettacolo teatrale dal regista Nicola Zavagli che, con la commistione di “siparietti surreali” e scene di brutale realtà, conferisce alla narrazione un ritmo dinamico e coinvolgente. I 13 attori in scena (plauso all’eclettico Alessandro Marmorini e a Lorenzo Parrotto nei panni di Zerocalcare) danno vita ad una recitazione corale in cui si alternano dramma e commedia, dialetto romano e lingua curda, citazioni pop e cartoons: il tutto genera un atipico reportage che tra una risata e l’altra porta lo spettatore a riflettere sulla brutalità dell’uomo contro se stesso e sull’indifferenza verso una realtà che non ci tocca da vicino. La lotta curda non è una semplice guerriglia locale ma una battaglia decisiva per uomini e donne che hanno a cuore l’umanità e che combattono per un futuro in cui violenza e devastazione vengano sostituite da speranza e solidarietà. Perché sto qua? è un interrogativo incessante, che fa rumore nel buio della notte, quando si è soli con i propri pensieri e si avverte solo la voce di una dei volontari che parla su Skype con il fidanzato. Per la prima volta sento che il centro del mondo è qui in Kurdistan. Com’è possibile localizzare il centro del mondo in un altopiano del Medio Oriente che non è nemmeno riconosciuto come Stato? Perché se perdono loro, perdono tutti. E allora tutto acquista un senso, il tramonto annuncia l’alba di un nuovo giorno, di un altro passo verso l’umanità. Perché in fondo correre da una parte all’altra per accatastare sacchi di riso e cous cous ti dà quell’adrenalina che non proverai mai stando chiuso nella tua stanza davanti alla console. Rompere il filo spinato, aprire canali umanitari, tendere la mano sono le uniche armi contro la disumanità dilagante, in un mondo in cui un padre gioca con la propria figlia facendola ridere all’esplodere di una bomba. La mise en scène si è conclusa con un commovente saluto ad Ayşe Deniz Karacagil, detta cappuccio rosso, la ragazza turca che è morta lottando contro l’Isis.   tratto da Kobane calling di ZEROCALCARE edito da BAO Publishing un progetto di Lucca Crea a cura di Cristina Poccardi e Nicola Zavagli adattamento e regia Nicola Zavagli con Massimiliano Aceti, Luigi Biava, Fabio Cavalieri, Francesco Giordano, Carlotta Mangione, Alessandro Marmorini, Davide Paciolla, Lorenzo Parrotto, Cristina Poccardi, Marcello Sbigoli e con giovani attori […]

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Libri

Michael Kohlhaas di Kleist torna in libreria con Fazi Editore

“Michael Kohlhaas” di Kleist, amato da Thomas Mann, Kafka e Hesse, torna in libreria con Fazi Editore: un classico della letteratura tedesca da riscoprire. Tra le ultime uscite, Fazi Editore ripropone in libreria Michael Kohlhaas, una delle figure più irrequiete e passionali della letteratura tedesca – dove pure non mancano figure irrequiete e passionali – “uomo strano ma non spregevole” (pag. 91), protagonista dell’omonimo racconto di Heinrich Von Kleist, pubblicato per la prima volta nel 1810. Questo romanzo breve, o racconto lungo, è stato definito da Thomas Mann “il più forte della letteratura tedesca” e Franz Kafka dichiarò che amava leggerlo ad alta voce quasi rapito dall’estasi, tanto da aver dedicato una delle sue due uniche uscite pubbliche per una lettura di alcuni passaggi dell’opera di Kleist. Anche soltanto questi due endorsement possono aiutare a comprendere la straordinaria potenza di quest’opera, di cui tutto ci è detto già nell’incipit, prima di precipitare nel vortice di una sanguinosa vendetta tra roghi, devastazioni e oscure macchinazioni. Prendendo spunto da un fatto di cronaca, come era in voga fare nell’Ottocento, Kleist costruisce la narrazione quasi epica della storia di Kohlhaas, mercante di cavalli di Brandeburgo e cittadino esemplare sotto ogni aspetto: uomo timorato di Dio, padre e marito premuroso, generoso e magnanimo vicino di casa. È l’inganno di un potente, che gli sequestra illegalmente due dei suoi cavalli, ad accecare Kohlhaas tanto da annullare progressivamente il suo spirito caritatevole e trasformarlo in un brigante e assassino. Si autoproclama luogotenente sulla Terra dell’arcangelo Michele, l’Angelo del Giudizio, e insieme ad un manipolo di mercenari mette a ferro e fuoco villaggi e castelli per ottenere giustizia per sé, ma non solo. Kohlhaas: gli estremi di una storia universale L’intensità drammatica della vita di Kohlhaas è tale da passare dal piano personale a quello sociale con la naturalezza propria dei classici della letteratura. Prima dell’abisso della giustizia privata, della faida, Kohlhaas tenterà la strada dei Tribunali, ma la protezione delle leggi gli sarà negata scatenando una serie di nefandezze burocratiche e lutti. L’isolamento dalla comunità e la delegittimazione delle istanze di un commerciante onesto fanno vacillare le basi della convivenza civile, fino a sfociare nella follia e nell’autodistruzione. È così che un uomo mite e innocente diviene artefice dell’inferno morale della sua stessa vita e la sua implacabile ossessione per la giustizia alimenta l’eterno scontro tra classi sociali. I due cavalli di Kohlhaas, sequestrati, sfruttati e denutriti, sono l’incarnazione di tutta la società, sopraffatta dall’arbitrio e dalla violenza dei più forti. Il potere ha ingannato i leali, deriso i giusti, derubato gli onesti, lo Stato è carente e confuso, debole e incerto. Non resta che agire e Kohlhaas agisce, con ostinazione, con ambizione e ardore, anche sfidando Martin Lutero, e diventa un demonio sulla Terra in cerca di giustizia ma assestato di vendetta. Michael Kohlhaas: il più terribile degli uomini onesti La nuova traduzione curata da Federico Ferraguto è agevole senza tradire lo stile implacabile e intransigente che ha caratterizzato Kleist e che è stato forse causa […]

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Recensioni

Orgoglio e pregiudizio di Arturo Cirillo al Mercadante

Il 19 febbraio ha fatto il suo debutto al Teatro Mercadante di Napoli Orgoglio e Pregiudizio; dal romanzo del 1813 di Jane Austen, per la regia di Arturo Cirillo, con adattamento teatrale di Antonio Piccolo, lo spettacolo, che resterà in scena fino al 1 marzo, si allontana dalla classica austerità del romanzo, sottolineandone la sagacità dei dialoghi e tagliando fuori dalle tavole del palcoscenico il superfluo, mettendo in scena un’opera che è una commedia musicale, un po’ anche riscrittura e parodia, ma che allo stesso tempo riesce a mantenere in piedi gli aspetti di novità e originalità dell’opera originaria mettendone in risalto le qualità. L’opera di Cirillo prende ispirazione dall’azione teatrale di Annibale Ruccello, come afferma lo stesso regista nonché attore; il confine tra l’ottocento inglese e la Napoli ruccelliana è labile. La scena è essenziale, a spiccare sono i protagonisti dagli abiti sgargianti e i quattro specchi che seguono i movimenti e i tempi di scena in una danza che scandisce i cambiamenti spaziali e quelli relativi all’animo dei personaggi. La musica, infatti, è fondamentale accompagnamento delle azioni, oltre ad essere, anche nel romanzo della Austen, l’espediente per eccellenza dello scambio relazionale tra uomini e donne che “si conoscono danzando, si innamorano conversando“. Tutto cambia, pur restando immutato. Orgoglio e Pregiudizio: la trama I protagonisti della vicenda sono il signore e la signora Bennet (Arturo Cirillo e Alessandra De Santis): lui indolente e disilluso, lei invadente e civettuola, divertono sin da subito per i battibecchi continui, procedono su binari divergenti. La signora Bennet non ha altro desiderio che quello di sposare la sua primogenita Jane (Sara Putignano), con un uomo ricco e facoltoso. Il signor Charles Bingley (Giacomo Vigentini), il nuovo vicino dei Bennet, è l’obiettivo prescelto dalla madre; quale miglior occasione del ballo organizzato a casa Bingley per sfoggiare il suo diamante grezzo, Jane, con la speranza che Bingley se ne innamori al primo sguardo? Al ballo prendono parte anche la secondogenita Elizabeth (Valentina Picello),o Lizzie, denigrata dalla madre per le sue scarse doti estetiche, ma elogiata dal padre che le riconosce le sue doti intellettive, nonché la loro vicina di casa Charlotte (Giulia Trippetta). Bingley sembra subito prediligere Jane e tra i due scatta qualcosa, per la felicità della madre. Al ballo è presente anche un amico di Bingley, il signor Darcy (Riccardo Buffonini), uomo solitario e altezzoso, contrario non solo a quelle manifestazioni di pubblica convivialità, bensì anche alla vicinanza dell’amico con Jane, di condizione sociale ed economica inferiore. Darcy è inoltre scostante e giudica la secondogenita Bennet “appena passabile”, frase che offende profondamente Elizabeth, facendo sorgere in lei un forte astio nonché pregiudizio nei confronti di Darcy. Gli espedienti della signora Bennet per avvicinare la figlia al facoltoso Bingley vanno in porto e quando Jane si ritroverà costretta a casa dell’amato, la sorella Elizabeth non attenderà molto a raggiungerla. In quella casa dovrà passare sotto la lente della sorella di Bingley, Caroline (Giulia Trippetta) e a difendersi dalle stoccate di Darcy. Lizzie è pronta ad ogni […]

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Recensioni

Animali da bar in scena al Teatro Bellini

Martedì 18 febbraio è andato in scena Animali da bar, l’ultimo spettacolo targato Carrozzeria Orfeo al teatro Bellini di Napoli: uno spettacolo divertente, dissacrante, che indaga dentro ognuno di noi ma, soprattutto, mette a nudo le pieghe della società. Sei in sala, seduto, in attesa che lo spettacolo cominci: proprio quando le luci cominciano ad affievolirsi, ecco che una voce fuori campo, maschile e cavernosa, ti avverte con tono di minaccia e utilizzando espressioni molto colorite, di spegnere il cellulare, che lo spettacolo sta per iniziare. Si apre il sipario, e ti ritrovi in uno di quei trasandati e un po’ malfamati bar di provincia, popolato dei suoi tipici animali, o soliti avventori: già Stefano Benni, negli anni 70, con il suo Bar Sport ci aveva illustrato e insegnato tutta l’architettura e la microsocietà presente in questa tipologia di esercizi commerciali e, negli anni, nulla sembra essere cambiato. I personaggi che ruotano attorno a questo bancone sono Mirka, la barista ucraina, appassionata di canzoni e cartoni animati Disney, che per arrotondare affitta il suo utero e fa da badante al vecchio proprietario del bar, un misantropo razzista che ormai non esce più di casa, e del quale, proprio per questo, sentiremo per tutto lo spettacolo solo la voce fuori campo; c’è poi Swarovski, uno scrittore alcolizzato, fallito e nichilista fino all’estremo, costretto dal suo editore a scrivere un libro sulla Grande Guerra; Sciacallo, un giovane ragazzo bipolare storpio che, dietro indicazioni di Mirka, svaligia le case dei defunti; Milo, il nipote del proprietario del bar, imprenditore di un’azienda di pompe funebri per animali di piccola taglia; e infine Colpo di Frusta, un attivista buddista, pacifista e ‘melariano’, padre biologico del figlio che Mirka aspetta, che però subisce le violenze domestiche della moglie. Animal da bar, dal bancone del bar al sottosuolo I sei personaggi ruotano attorno a quel bancone raccontando di sé, delle proprie vite, esperienze, illusioni e speranze per il futuro. Costituiscono un’umanità grottesca, estrema, ma soprattutto cruda. Come in “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij, i personaggi, uniti dal fatto di essere dei ‘perdenti’ e ai margini delle buone consuetudini della società, analizzano in maniera sempre crudele e senza fronzoli, tutte le azioni e le circostanze che li hanno  portati ad essere quelli che sono: reietti, inetti. Persone profondamente infelici e insoddisfatte, di loro stesse e della società che le circonda. «Il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita» Vale dunque la pena andare a teatro e immergersi in tutto questo? Sì, sì e ancora sì: fatevi prendere per mano da questi strampalati personaggi, veri e propri animali da bar, e fatevi guidare in un viaggio attraverso le pulsioni e i pensieri e i sentimenti più reconditi dell’uomo, mettendo in gioco voi stessi. Magistrale il lavoro degli attori, dei registi, degli autori e di tutti componenti della compagnia teatrale Carrozzeria Orfeo, che annuncia anche un futuro spettacolo in arrivo, in collaborazione proprio con il Teatro Bellini di Napoli. In attesa che […]

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Cinema e Serie tv

Locke & Key: la graphic novel di Joe Hill su Netflix

Locke & Key, la nuova serie targata Netflix in uscita il 7 febbraio 2020, è tratta dall’omonima graphic novel (genere verso il quale ultimamente la piattaforma sembra essere particolarmente predisposta) scritta da Joe Hill, figlio di Stephen King, e disegnata da Gabriel Rodriguez. Locke & Key: la trama La storia segue le vicende della famiglia Locke, composta da madre e da tre figli reduci dal tragico assassinio del padre, evento che li costringe a trasferirsi nella vecchia casa di famiglia in Massachusetts. Si tratta di una casa antica, sontuosa ed elegante che subito desta all’occhio dello spettatore una sensazione sinistra. Una casa che effettivamente nasconde segreti, non estranei alla memoria del padre di famiglia ormai deceduto. Nella Key House sono presenti molte porte. Ciascuna di esse custodisce un segreto, che può essere svelato solo dalle chiavi giuste. Chiavi nel vero senso della parola: piccoli oggetti di fattura antica ed originale che il piccolo Bode Locke (Jackson Robert Scott) riesce a percepire e a riportare alla luce, insieme alla loro natura magica. Il bambino, dotato di fremente curiosità, inizia ad usare le chiavi con pericolosa disinvoltura, attirando l’attenzione di una misteriosa figura che ne è attratta ed è pronta a tutto per entrarne in possesso. Locke & Key: tra il fantasy e il drama La trama oscilla tra il dramma vissuto dalla famiglia, i cui componenti cercano di affrontare il lutto ognuno a proprio modo, e la fantasia: la madre Ellie (Darby Stanchfield) trova conforto nell’alcool; il fratello maggiore Tyler (Connor Jessup) si rifugia in se stesso, silenziando i suoi sentimenti per adempiere al compito di fratello maggiore; la sorella Kinsey (Emilia Jones) risulta maggiormente ribelle rispetto al fratello e il piccolo Bode trova, invece, consolazione nella ricerca delle chiavi magiche. Sarà lui infatti il primo a sentirle e, dopo una iniziale incredulità ed una serie di espressioni dubbiose, riuscirà ad aprire le porte su questo mistero anche al fratello e alla sorella. Possibile componente metaforica Chissà che non si possa attribuire proprio alle chiavi l’accesso verso una via di conforto per la tragedia della famiglia Locke! Un modo per superare il dramma e l’eco del passato, visto che il nome dell’antagonista è proprio Eco, il cui ruolo nella vicenda ha come unico scopo quello di rincorrere la famiglia per ottenere le chiavi: come se l’ “eco” di un passato non lontano minasse la via di fuga dei Locke (dal sostantivo “lock” – serratura, blocco), permesso proprio dall’uso delle chiavi stesse. Una componente nella trama che suggerisce questa possibile teoria la ritroviamo nella madre Ellie, che tende a dimenticare le chiavi e la loro importanza nonostante la sua presenza in occasioni collegate alle chiavi stesse. Le ricorderà solo sotto l’effetto di una discreta dose di alcool. Ciò potrebbe sottolineare che la via d’accesso verso il conforto, per la signora Locke, è conseguente all’uso (sbagliato) dell’alcool e che è solo in tal modo che la donna può riuscire a percepire il potere delle chiavi. Conclusione  Concludo la recensione di Locke & Key […]

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Recensioni

La porte à coté: litigi, segreti ed amore in scena alla Galleria Toledo

Arriva in scena il 13 febbraio 2020 al Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo di Napoli lo spettacolo in francese (con sottotitoli in italiano) La porte à coté: una produzione Theatre Francais de Rome, di Fabrice Roger-Lacan per la regia di Marco Belocchi e con Alessandro Waldergan ed Hélène Sandoval. Una storia tra due vicini di casa che vivono nello stesso piano e che si odiano con cordialità, tra intrecci, segreti, lavori e caratteri apparentemente incompatibili, ricordi laceranti del passato, sentimenti non detti e nascosti e litigi che porteranno, invece, i due protagonisti ad essere più uniti che mai. La porte à coté: l’essere incompatibili o anime gemelle? Lei è psicanalista, lui invece è un venditore di yogurt. Sono vicini di casa, ma si odiano cordialmente ed ogni motivo è buono per litigare. Il palcoscenico si apre con uno scenario molto semplice e cambia allo stesso modo passando da una casa all’altra o anche sullo stesso pianerottolo. In fondo, i due protagonisti, sono, sì, vicini di casa, ma non comuni: sono soli e persi in una grande città e di fronte alle calamità del tempo e soprattutto degli anni che passano, ma sempre con vivi ricordi del passato che sembrano non voler mai lasciarli andare. Atteggiamenti, modi di fare e di dire che sono frutto di processi di elaborazione interiore per ognuno dei protagonisti, i quali si trovano sempre a fare i conti con quelli che sono i fantasmi della loro passata età. Cercano entrambi l’anima gemella su un sito di incontri e l’idea di persona dei due si allontana largamente da quella dell’altro. Nel frattempo litigano per qualsiasi cosa: dal volume della musica, al genere che ascolta l’altro, sulle loro professioni e su qualsiasi cosa che, in qualche modo, possa anche solo minimamente toccare l’altro. Quando poi troveranno entrambi la loro anima gemella, non smetteranno comunque di stuzzicarsi, ma forse, per l’ultima volta. Tra intrecci e semplicità, odio ed amore. Tra la comicità ed il profondo, tra la semplicità e gli intrecci, tra l’amore e l’odio: La porte à coté è un misto di queste sensazioni che arrivano forti e chiare al pubblico. Dietro ogni dialogo ed ogni litigio vi è sempre celato un segreto od un qualcosa così profondo che l’altro non riesce ad esprimere; il tutto alternato con battute sarcastiche e col piacere di stuzzicarsi, che i due attori protagonisti portano in scena con naturalezza e soprattutto con semplicità. Fonte immagine: galleriatoledo.info

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Ferrovecchio, in scena al Piccolo Bellini il dramma dell’incomunicabilità

Con Ferrovecchio va in scena il dramma della solitudine e della disperata urgenza di comunicazione che accomuna due individui ai margini della società. In programma dal 11 al 16 Febbraio al Piccolo Bellini, Ferrovecchio è il primo dei testi della Tetralogia del dissenno firmati da Rino Marino e portati in scena dalla Compagnia Marino – Ferracane. Su una scena piena di oggetti ma spoglia di emozioni, un uomo dall’aspetto vinto e rassegnato attende, intorno a lui i segni inequivocabili di un mestiere e di una vita che non gli appartengono più. Un catino, una poltrona sdrucita, imposte scolorite dal tempo sono il desolante scenario dei suoi pensieri tinti. Alle sue spalle il cigolio di una vecchia bicicletta rompe il silenzio preannunciando l’entrata in scena di un vagabondo senza nome e senza identità. Nenti ha canciatu, nelle parole del vagabondo e nel suo incessante elenco di oggetti e dettagli che gli passano davanti agli occhi, lo spettatore riconosce con maggior forza l’assoluta immobilità della scena. Tutto è fermo ad un istante ben preciso del passato, ad una vita che non esiste più e al momento esatto in cui il legame tra i due uomini e il resto del mondo si è irrimediabilmente spezzato. E nell’immobile lontananza del passato, il vagabondo scava tirando fuori in forma confusa frammenti di ricordi in cui la dimensione temporale sembra assolutamente relativa. Un vagabondare avanti e indietro nel tempo che suona come una sfida al diffidente mutismo dell’interlocutore. Ne nasce, tra i due personaggi, un confronto che oscilla costantemente tra il più duro realismo e il più ironico surrealismo, un dialogo che si sparge come acqua alimentata dalla sorgente agitata del vagabondo, un fiume di parole a cui il barbiere progressivamente si abbandona vincendo le iniziali ritrosie. I due personaggi si scambiano la pelle e i ricordi riconoscendo, l’uno nell’altro, attraverso uno specchio, la profonda solitudine che li accomuna. In fondo e in forme diverse sono entrambi due vagabondi, due esistenze perdute che vivono ai margini del mondo reale, rinchiusi dal resto dell’umanità in una gabbia di incomunicabilità e isolamento. Le pareti del carcere come l’isolamento del disagio mentale sono i muri che il mondo ha costruito intorno a loro, relegandoli ad una dimensione surreale e marginale; le parole che il mondo gli nega ritrovano ora vita in un discorso sconclusionato che, nell’estrema necessità di comunicazione cui dà voce, restituisce senso e vitalità alle loro esistenze sbiadite. Nell’essenzialità della scena emerge vivida la potenza del dramma cui Ferracane e Marino danno voce e la scena di colpo non appare più così spoglia, bensì si riempie di quell’empatia che i due attori riescono a comunicare. La solitudine e il disagio, il rifiuto e la diffidenza, infine il bisogno disperato di comunicazione sono sensazioni tangibili, immagini reali che prendono forma attraverso le parole dei due attori in un’autenticità che solo la madrelingua siciliana sa restituire. Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/332/ferrovecchio

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When the rain stops falling: un viaggio genealogico al Teatro Bellini

Al Teatro Bellini, dall’11 al 16 febbraio, va in scena lo spettacolo When the rain stops falling  di Andrew Bovell, per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli e con Caterina Carpio, Marco Cavalcoli, Lorenzo Frediani, Tania Garribba, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Camilla Semino Favro e Francesco Villano. Questo spettacolo ha vinto tre premi UBU nel 2019 (migliore regia, miglior nuovo testo straniero o scrittura drammaturgica e migliori costumi) e riesce a portare sul palco tutta l’energia, la passione, i dubbi e le incomprensioni di una storia di famiglia dal 1959 al 2039. When the rain stops falling: il susseguirsi di eventi che segnano le famiglie ed il tempo La storia di due famiglie, Law e York, si avvicendano in quattro generazioni a partire dal 1959 fino al 2039. Storia di madri, mogli, padri, mariti, donne ed uomini i cui destini si incrociano casualmente per un amore mancato o per un evento macabro. Vite spezzate, morti accidentali, amori per anni curati e mai ricambiati pienamente. I diversi fili che la trama cuce, mescola e rende singolari, riecheggiano dopo anni ed anni di sedute al tavolo di una cucina, all’apertura di una valigia i cui ricordi rimarranno indelebili. La ripetizione di alcune azione narrative sancisce l’attualità del presente nel passato e viceversa ma, soprattutto,  quanto il passato riesca ad influenzare e condizionare il futuro. Ogni protagonista, in fondo, ha dentro sé un comportamento non adeguato, un’inclinazione da non confessare, un desiderio mai avuto, un errore commesso e per sempre ricordato. I nove eccezionali protagonisti si spostano senza flashback da un paesaggio all’altro; da un’epoca all’altra riuscendo a trascinare con sé lo spettatore passando da semplici stanze bianche e sporche ai paesaggi sconfinati dell’Australia; e da un’epoca all’altra rendendo sempre il ritmo straordinariamente incalzante. «Non avere niente da dire è come avere così tanto da dire che non si ha nemmeno il coraggio di cominciare» E questa è una delle frasi chiave che Andrew Bovell inserisce nel  testo e che racchiude lo stare al mondo di tutti i personaggi. Personaggi in eterno conflitto con sé stessi e con un passato che non si chiude mai del tutto. Le cose non dette e i problemi mai affrontati diventano i fantasmi del futuro che continuano ad influenzare le vite dei successori in quell’albero genealogico che tutto collega, ma che poco tiene unito. Magistrale la messa in scena della regista e l’interpretazione dei nove attori in scena. Uno spettacolo, quello di Bovell, che lascia il segno e che riesce a far riflettere su quanto la vita sia fondata su delle scelte delle quali bisogna sempre assumersi le responsabilità per far sì che non rimangano inespresse. Fonte immagine: Teatro Bellini.

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In nome del padre: patriarchi in frantumi

In nome del padre, di e con Mario Perrotta, nel cartellone del Piccolo Bellini dal 4 a 9 febbraio, sancisce l’inesorabile declino del patriarcato. Mario Perrotta, con la consulenza dello psicanalista Massimo Recalcati, con In nome del padre indaga la dimensione del rapporto padre-figlio: tale dimensione complessa e in piena crisi è analizzata con profondità e attenzione per le cause, i sintomi e le conseguenze che tale crisi porta con sé. Perrotta regge da solo l’intero dramma vestendo i panni di tre padri, dando voce ad altrettante dinamiche familiari, spostandosi con la sola lingua su e giù per lo stivale e per la scala sociale. Tre padri ischeletriti si aggirano confusi, disorientati e disarmati su una scena essenziale, tra gli scheletri metallici del Discobolo, del Pensatore e del Galata morente. Perrotta è un caporeparto di una fabbrica, veneto, ignorante, un leader sul lavoro, fragile e insicuro in famiglia. Mortificato e svilito da sua moglie, incapace di instaurare un dialogo con il figlio, indirizzato da un amico, si rivolge ad uno specialista. Le cause del silenzio che regna tra lui e il suo Lessandro, questo padre le rintraccia nel dislivello culturale, nella mancanza di una lingua comune che permetta ad un padre dialettofono di dialogare con un figlio ben istruito, nella mancanza di interessi comuni. Ma il problema non è il veicolo della comunicazione, bensì la posizione degli interlocutori: il timore reverenziale del padre verso il figlio nasconde i cocci di una figura genitoriale andata ormai in frantumi. Questo padre non ha la statura morale e psicologica che gli permetterebbe di essere un modello per suo figlio, una guida: nel tentativo di trovare i confini della figura di padre si affida, allora, allo stesso figlio. Perrotta è il padre di Giada, napoletano, marito tradito e a sua volta traditore. Giovane a tutti i costi, fa serata con la figlia e le sue amiche adolescenti, italianizza l’inglese fino a partorire una mostruosa lingua ibrida, uno slang che lo faccia sentire moderno, al passo con le sue frequentazioni. Guidato solo dai consigli dei tarocchi questo padre perde le coordinate, smarrisce i confini netti e invalicabili del rapporto padre-figlio e produce un cortocircuito, una relazione tra pari pericolosamente equivoca, spaventosamente incestuosa. Perrotta è Sciacca, giornalista e intellettuale siciliano, padre ostentatamente illuminista, comprensivo, presente. Sciacca davanti all’atarassica clausura del figlio Virgilio si interroga, si lambicca in congetture, interpretazioni, indagini diagnostiche improbabili e sconclusionate, per poi fermarsi sulla soglia dei silenzi di suo figlio. Sciacca parla ad una porta chiusa e non osa oltrepassarla: è immobilizzato dal terrore, incapace di entrare nella vita del figlio e farsi da guida.  Alessandro, Giada e Virgilio sono figli orfani di modelli, di guide, figli costretti, di fronte alle continue invasioni di campo dei loro padri, a mettere argini, tracciare confini, innalzare mura e barricate. Sono figli affetti da Hikikomori: la loro difesa è l’isolamento, la chiusura rispetto al mondo, una chiusura che lasci intatta la loro purezza, che lasci loro il tempo per trovare se stessi, per tracciarsi una […]

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