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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 155 articoli

Recensioni

Ranavuottoli: nei panni delle sorellastre di Cenerentola al Piccolo Bellini

Ranavuottoli al Piccolo Bellini, dal 14 al 19 maggio: una fiaba deformata, sviscerata e stiracchiata, vista attraverso gli occhi delle due perdenti, Genoveffa e Anastasia. Ranavuottoli: il suono onomatopeico di questa parola, come per associazione istintiva, instilla nelle nostri menti il gracidare di un grosso rospo, dall’aspetto conturbante e magari piazzato sull’orlo di uno stagno. Ranavuottoli: se Cenerentola fosse nata a Napoli, e avesse passato il suo tempo a strizzare stracci e pulire i pavimenti di un vascio napoletano, le sue due sorelle sarebbero state sicuramente dei ranavuottoli, dagli occhi vuoti e velenosi, l’aspetto sgradevole e la lingua biforcuta capace di tagliare il ferro come se fosse burro. Ed è proprio da questa deformazione, che ricorda il grottesco dei cunti di Basile, che nasce lo spettacolo Ranavuottoli  di Roberto Russo e Biagio Musella, a regia di Lello Serao, con Nunzia Schiano, Biagio Musella, Vincenzo Esposito e con la partecipazione in video di Sergio Assisi, Giovanni Esposito, Niko Mucci, Carmen Pommella, Claudia Puglia. Assistere a questo spettacolo significa ritrovarsi scalzi, abbandonare l’acqua placida del mare ed entrare pian piano nelle acque paludose, stagnanti e rimorte dove si bagnano gli imperfetti, gli imprecisi e le cose spezzate. Assistere a Ranavuottoli vuol dire fare spazio alla propria parte rotta e imperfetta, prenderla per mano e farla sedere accanto a sé, nella poltrona del Piccolo Bellini, e trovare il coraggio di guardare questa nostra estensione con rispetto, ironia e brillante leggerezza, smettendo una volta per tutti di sentirci un grumo di cellule informi e senza scopo. Il rovesciamento della fiaba di Cenerentola: non più dalla parte della perfezione di Cenerentola, ma da quella di Anastasia e Genoveffa. Ranavuottoli è uno spettacolo da guardare stringendo saldamente quella parte di noi brutta, rattoppata, rattrappita, che ha sempre urlato per farsi ascoltare e che abbiamo sempre stiracchiato e deformato per cercare di farla accettare al mondo, nascondendola e indorandola come si fa con le pillole troppo dure e difficili da ingoiare. A prima vista, sembrerebbe soltanto uno spettacolo brillante, favorito anche dal linguaggio fresco, colorito e ricco di umori, ma è invece un’elegia amarognola e zuccherata al tempo stesso, di miele e di piccante, che analizza i corpi delle due sorellastre, i ranavuottoli Genoveffa e Anastasia, interpretate magistralmente da un istrionico e camaleontico Biagio Musella e da una rassicurante e quasi materna Nunzia Schiano. La loro recitazione è corporale  e dialettale, e affonda le mani nelle budella della fiaba, torcendole e strizzandole fino a farle penzolare su uno specchio incrinato, che consegna l’immagine di due sorelle che abitano in “Via delle Brutte, 2”, e che hanno fatto della bruttezza il loro stendardo e il loro vessillo, esibendola con una fierezza volgare quasi da vaiasse. Cenerentola? Diviene subito la cessa, l’antitesi dello specchio che consegna una perfezione odiosa e quasi disgustosa, una Cenerentola destinata a una vita densa di ipocrisie e storie d’amore destinate al fallimento, mentre invece la bruttezza delle due sorellastre diviene confortevole, e viene “protetta” sulla scena da una cortina abbassata e trasparente, che rende però tutto fumoso ed evanescente come una visione […]

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Recensioni

Quotidiana mente: il monologo da sold out di Aurora Leone a Caserta

Dopo il grande successo di Italia’s Got Talent, sbarca al Teatro Comunale ”C. Parravano” di Caserta, per una serata ricca di emozioni e divertimento, Aurora Leone con il suo monologo ”Quotidiana mente (Una famiglia a pretesto)”. L’attrice, con la collaborazione ed il patrocinio del comune di Caserta, ha voluto ringraziare la sua città per tutto il supporto ricevuto nelle intense settimane di Italia’s Got Talent, noto programma televisivo in cui Aurora è riuscita ad aggiudicarsi un posto tra i finalisti, portando in scena gratuitamente il suo monologo che ha fatto sorridere e allo stesso tempo commuovere tutti gli italiani. Un monologo da sold out Un monologo che già nel maggio dello scorso anno, per circa tre date, è stato sold out presso il Teatro Civico 14 di Caserta e che è stato il punto di partenza di un percorso che ha portato Aurora Leone davanti ad un pubblico di circa 400 persone. Il monologo inizia con il palco buio e di sottofondo la canzone di Brunori Sas ”Il costume da torero”, poi la giovane attrice casertana fa il suo ingresso in scena mettendo in evidenza, con singolare e sottile comicità, quelli che sono gli aspetti più ”quotidiani” della sua vita. A partire dal ”trauma infantile” della musica propinatale dal padre (sketch ormai famoso in tutta Italia), proseguendo poi con la sua Università, i viaggi, i ricordi d’infanzia, le avventure e le vicende più divertenti vissute con la sua famiglia, ma in particolar modo con i suoi genitori e suo fratello gemello Antonio. Aurora Leone: un mix di originalità e comicità Un mix di originalità e comicità che ha conquistato subito i cuori degli italiani, ma soprattutto dei casertani che dopo lo spettacolo erano tutti in piedi ad applaudire la giovane attrice che a soli 19 anni è riuscita a portare avanti un monologo di circa 70 minuti, coinvolgendo il pubblico e provocando in ogni spettatore tanta ilarità mista a momenti di intensa, e mai banale, riflessione su tematiche ancora oggi forti e presenti nel nostro territorio e non. Il coraggio, quello di Aurora, di mettersi in gioco e di portare avanti i suoi ideali ed il teatro, in cui lei si cimenta a pieno con il suo modo di essere trasparente e spontaneo. Un grande talento, quello dell’attrice casertana, che a piccoli passi è arrivata nel cuore di ogni persona nel modo più diretto possibile e sempre col sorriso sulle labbra. Grazie Aurora e viva il teatro, quello sincero e senza filtri. Fonte immagine: Screenshot da Youtube

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Libri

Come diventai monaca di César Aira torna con Fazi editore (Recensione)

Il romanzo si apre con una passeggiata insieme al papà in una giornata assolata a Rosario, Argentina. Da subito si percepisce che è un avvenimento particolare quello del piccolo César, che sta per assaggiare per la prima volta il gelato, nello specifico alla fragola. Questa precisa scelta dovuta solo all’ispirazione di un colore avrà delle conseguenze inaspettate ed incredibili: grazie alla Fazi editore, è di nuovo da oggi in libreria un romanzo di uno dei più celebri autori della letteratura argentina contemporanea, Come diventai monaca di César Aira. Pubblicato per la prima volta nel 1993, Come diventai monaca è più che un romanzo, una novella breve. Prolifico scrittore, che fa della sua narrazione ricca di parole e strabordante il suo segno di riconoscimento, César Aira qui stupisce per tanti motivi: prima di tutto, il protagonista è lui, un bimbo che trasferitosi da Coronel Pringles (sua città natia) affronta con grande immaginazione una realtà poco incline ai cambiamenti, o chissà, forse tanto eclettica da dare alla sua scrittura questo forte piglio creativo. César però è anche una bambina: l’io narrante è lui per gli altri, lei per se stesso. Così, César crea un mondo surreale dove realtà e fantasia si intrecciano in ogni parentesi della sua infanzia, grande o piccola. E tutto inizia con il gelato alla fragola: dopo aver superato la difficoltà di entrare nel suo modo di descrivere gli eventi, pieno e adulto, César Aira è in possesso della storia già dalla prima scena, quando il lettore subito comprende il senso di inadeguatezza del piccolo protagonista, troppo diverso per essere in pace con ciò che lo circonda. Questo prelibato cibo, freddo e dolce, a lui fa letteralmente “schifo”. A quale bambino non piace il gelato? Si ripete César, e anche il padre, che preso da un’ira funesta lo costringe ad ingurgitare altre cucchiaiate, non provando nessuna pietà guardando le sue lacrime e i conati di vomito. César si sente in colpa, continuamente, per essere quello che è, anche dopo quando si scopre che in effetti il gelato è avariato, e quando il padre collerico fa fuori il gelataio miscredente affogandolo nel corpo del reato. Va in prigione, e il senso di colpa tracima e durerà per tutto il romanzo. La storia prosegue in un letto d’ospedale, dove César è costretto per tre mesi a causa dell’intossicazione; però sembra quasi di essere in un posto senza tempo e senza luogo, dove le anime in pena, poveri bimbi statici o desiderosi di uscirne, sono traghettati dal via vai di un Caronte impersonato da una dura ma infaticabile crocerossina. Proprio con l’infermiera inizia il tipico “duello” dialogativo di César; incapace di provare buon senso e fermarsi, il protagonista mette in scena bugie e discorsi fuorvianti, confondendo e innervosendo il suo interlocutore, solo per il gusto di farlo. Ad esempio, chiaro è il momento di visita del medico: César, attraverso stratagemmi privi di logica (ma per lui sono il fondamento faticoso di una logica perversa), mente sui dolori, cambia il soggetto della conversazione, […]

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Libri

Cuorineri – Il Direttore, il romanzo/inchiesta di Simona Pino d’Astore (Recensione)

In una Brindisi spezzata dall’inopia e dalle ingiustizie, la camorra fa il suo corso conducendo battaglie sanguinose e violente per ottenere il dominio sul territorio. Ma la speranza di riuscire a risorgere può, a volte, essere più forte di qualsiasi crimine. Nelle librerie il primo romanzo/inchiesta di Simona Pino d’Astore Cuorineri – Il Direttore, pubblicato dalla Graus Editore per la collana Black Line. Brindisi, come una qualsiasi città soggiogata dalla violenza incontrastata e senza scrupoli della malavita organizzata, è lo sfondo, e fulcro dominante, del romanzo di Simona Pino d’Astore. A raccontare la città sono in prima persona i tre camorristi Franco Altavilla, detto “14”, Luigi Narcisi “il Pazzo” e Luigi Patisso “il Direttore” (personaggi reali ai quali Simona Pino d’Astore ha chiesto di raccontare la loro storia). Storie personali alternate a capitoli in cui l’autrice narra, anche se in maniera romanzata per alcuni avvenimenti e personaggi inventati, meccanismi della criminalità brindisina ma estesa a tutto il territorio pugliese. Cuorineri – Il Direttore, il romanzo/inchiesta di Simona Pino d’Astore Simona Pino d’Astore nasce proprio a Brindisi, dove vive con la sua famiglia svolgendo la professione di giornalista e interessandosi alle dinamiche politiche e di criminologia legate a questa grossa fetta della società, che tutti tentiamo di nascondere e di mettere da parte ma che vive incontrastata nei nostri vicoli. Con questo romanzo però l’autrice tenta di dare una lettura che potrebbe essere definita della “speranza” e della giustizia, dove non è utopico affermare che cambiare è possibile. Infatti, alternando i momenti di inchiesta – condotti seguendo il focus di “Gomorra” di Saviano (diversi territori ma stessa criminalità) – a quelli della vita personale dei camorristi, Simona Pino d’Astore, lasciandosi ispirare da fatti realmente accaduti, prova a spiegare le motivazioni che possono spingere un criminale a diventare tale. La povertà in primis, un quartiere degradato che non offre sbocchi di divagazione ad un bambino solo che non è seguito dai propri genitori, i quali non tentano di salvare il proprio figlio da un’esistenza fatta di inopia e assenza, ma anzi infondono in lui odio e violenza. Così, rubare o fare del male al prossimo sembra essere l’unica via d’uscita, mentre il desiderio folle di ottenere tutto, soldi e potenza, diventa sempre più forte e sentito, trasforma la propria anima, ti spinge ad entrare nel mondo della camorra senza più poterne uscire, sperando e credendo davvero di poter avere protezione e una vita facile. In alcuni capitoli emergono invece storie di una quotidiana giornata di un aspirante camorrista che tenta di farsi strada ed essere accettato o solamente essere il primo su tutti, attraverso uno smercio di sigarette di contrabbando o compiendo una rapina in banca o chiedendo appoggio al sindaco o all’assessore corrotto di turno in cambio di favori politici. E quando la latitanza o la carcerazione è l’unica azione da compiere, nel romanzo emergono le sensazioni dei personaggi come quella di resa nei confronti di un destino già compiuto, che è al di sopra anche dell’amore verso la propria compagna […]

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Libri

Atlante: il libro d’esordio di Vincenzo Scaglione| Recensione

“Atlante” è l’esordio letterario di Vincenzo Scaglione, di recente edito da La bottega delle parole. Sin dalle prime pagine abbiamo la sensazione di entrare all’interno della mente di un’anima spaesata, la cui bussola è impazzita, e il cui dolore è tangibile. Atlante è un racconto frantumato, dove tempi passati e presenti si alternano vicendevolmente, proprio come le emozioni in un cuore deluso. Il protagonista della vicenda, Valerio, ci trascina nel suo flusso di pensieri e di emozioni. C’è il sogno allucinato, ma c’è anche il ricordo lucido e vivo. C’è la delusione per una storia d’amore che, una volta finita, porta via con sé anche tutto il resto, ma al contempo c’è la voglia di rialzarsi con le proprie gambe e continuare a camminare da soli.  Nel cuore del racconto di “Atlante” di Vincenzo Scaglione Il racconto di Vincenzo Scaglione ha un punto focale, al quale, come presi da un vortice, tornano i ricordi più disparati e lontani: il centro dell’uragano è sempre lei. Quell’amore che ci convince a stravolgere la nostra vita, non solo a pensare per due, ma a vivere concretamente in due. Il racconto di Vincenzo finisce per essere una sorta di auto-analisi, di confessione che sgorga inarrestabile da quel centro, da quella delusione che finisce per travolgere ogni cosa le gravitasse intorno.  Il dolore provocato da quella separazione inaspettata e indesiderata, Valerio lo conserva e lo custodisce, come riempitivo di quel vuoto. E proprio come un flusso di pensiero incontrollato, il racconto di Valerio si srotola tra le pagine, passando da un ricordo all’altro. Le frasi proverbiali della nonna morente, ricordate col senno di poi, sembrano quasi rappresentare una sorta di fatale premonizione del suo destino amoroso. È questo l’espediente messo in scena per ricordare l‘inizio della storia d’amore che sembra cambiare le sorti di Valerio: il primo casuale incontro ad una festa, una ragazza che sembra non avere nulla a che fare con l’ambiente circostante, e che proprio per questo risulta essere la più attraente, il primo scambio di battute niente affatto promettenti, ma poi il cambio di scena; una serie forse non casuale di coincidenze che portano i due ad uno pseudo avvicinamento… una favola tutta moderna, insomma. E così i ricordi del passato si alternano al presente, e si fa esplicita la necessità dell’oggi di andare avanti, nonostante la volontà di fissare ancora una volta quello che è stato, perché passato non vuol dire meno importante. Il linguaggio schietto e chiaro dell’autore rende più vivide le emozioni, come le metafore che utilizza, quasi a voler riportare esattamente quello che è il linguaggio del pensiero, e, attraverso la limpidezza delle parole che si susseguono sulla pagina, sembra quasi di vedere chiaramente il riflesso dei pensieri dell’autore. Come anticipato dai paragrafi iniziali, la favola moderna finisce, senza una causa straziante, ma non per questo con meno dolore. Quello stesso dolore è intessuto nelle parole del racconto, ed è vivida la voglia del protagonista di riprendersi ripartendo da se stesso. Forse proprio dalle sue stesse parole. […]

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Bruciati di Stefano Ariota, omosessualità e lutto allo ZTN

Venerdì, 3 maggio è andato in scena al teatro ZTN lo spettacolo “Bruciati” di Antonio Mocciola, con la regia di Stefano Ariota. Sul palco i tre attori Marina Billwiller, Ivan Improta e Simone Alfano hanno regalato agli spettatori una performance fuori dalle righe. La scena, segnata dalla virulenza della nudità dei corpi, ha infiammato un ambiente volutamente scarno in un’atmosfera lancinante e perturbante che ha guidato una concitata e doppia narrazione in un solo ed esile piano scenico. Un plauso va anche agli Assistenti alla  regia Massimo Di Stasio e Marco Gremito e all’arredamento scenico dell’arch. Tullio Pojero. “Bruciati” di Stefano Ariota, lo spettacolo dalle molteplici narrazioni come frutto di una realtà delirante Una donna dondola sotto le forti braccia di due uomini, vomita parole sconnesse, insensate come nenie maligne. Erompono tra la platea dei ghigni diabolici, risate schizzate come suoni stridenti in un silenzio assoluto. Dei suoni cadenzati e inquietanti di campane a lutto squarciano la tela del silenzio e si propagano tra gli interstizi della mura del teatro e scagliano pezzi di note di follia, dolore, morte. L’incipit di “Bruciati” è una ferita sanguinante, uno strappo lancinante che desta il sublime, una doccia di fuoco che sveglia dal sopore della quotidianità. Lo spettacolo di Antonio Mocciola è pregno e grondante di una forza primigenia. Un piano scenico diviso in due accoglie i tre protagonisti Anna, Ilario e Marco. Anna e Ilario sono due coniugi e hanno un figlio di nome Andrea che non compare mai nella scena. Tuttavia, La vita di coppia dei due è per Ilario una mordace copertura, poiché Ilario è omosessuale ed è da sempre innamorato di Marco. I due amanti sono costretti a vedersi di nascosto, in stanze d’albergo, poiché Ilario non ha il coraggio di lasciare sua moglie. Ilario teme il giudizio e vuole proteggere suo figlio Andrea da una situazione scomoda e decide di portare avanti una doppia vita. L’incontro dei due amanti è inserito in un angolo del palcoscenico. I due compaiono nudi sul piano scenico condiviso contemporaneamente con Anna, la quale appare congelata, obnubilata da una tetra immobilità, sfumata dall’ombra delle luci concupiscenti puntate sui due uomini. I due corpi si muovono sontuosi, avvinghiati in un unico corpo inscindibile, fusi dal sudore  bollente del piacere carnale. Le scena appare allucinata dalla passione più viscerale e si libera delle vestigia morali e moralistiche della società. Pur amando Marco, tuttavia Ilario è imprigionato nella sua gabbia domestica, condivisa con la moglie che non ama e odia con tutto se stesso. Le mura della casa sono pareti di una prigione di ipocrisia, un luogo infernale, dove la moglie si muove a scatti, come un carillon, quasi  fosse azionata da una cordicina. Proprio da qui che lo spettacolo sembra non completamente lineare, diviene insoluto. Proprio a partire dalle mura domestiche di Ilario e Anna che trapelano brandelli di inquietudine: Ilario risulta frustrato, oppresso dalla sua non vita, si scaglia contro la moglie che si comporta, tuttavia, normalmente, scoppia in fragorose risate isteriche che trapelano […]

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Si nota all’imbrunire: le mille sfumature della solitudine al Teatro Bellini

Ritorna a Napoli, dopo il successo al Napoli Teatro Festival, presso il Teatro Bellini, lo spettacolo Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato), scritto e diretto da Lucia Calamaro ed interpretato da Silvio Orlando con Riccardo Goretti, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondanini. In scena dal 3 al 12 maggio 2019, la pièce tende ad evidenziare tutte quelle che sono le sfumature della solitudine sociale, dramma tanto temuto quanto attuale ai nostri giorni. Si nota all’imbrunire: la realtà cruda trattata con un velo di ironia Una delle caratteristiche più singolari di Lucia Calamaro, nota e affermata regista e drammaturga italiana già vincitrice di tre premi UBU, è proprio quella di trattare quelli che sono i drammi più acuti della nostra generazione, con una sottile ironia tale da entrare nel cuore di ogni spettatore con leggerezza, ma ben radicata. Con Si nota all’imbrunire, la regista ci parla di un uomo anziano, Silvio, che da tre anni vive in un paese disabitato, non cammina più e non ha più incontri sociali con persone, né a maggior ragione con i suoi tre figli con cui è in perenne scontro. Il racconto si svolge nell’arco di pochi giorni in cui Silvio riceve a casa i suoi figli e suo fratello poiché a breve doveva avvenire la messa di commemorazione dei dieci anni dalla morte di sua moglie. In evidenza lo sforzo dei figli e del fratello del protagonista nel riattivare quelli che sono i sentimenti di Silvio, ma soprattutto quel briciolo di vitalità che restava in lui. La solitudine sociale: la patologia più attuale dei nostri giorni Il tema fondamentale di questo spettacolo è proprio questo: la solitudine sociale. Immensi gli attori e la regista nel trattare un tema che è molto spesso dimenticato, ma che è più attuale di quanto crediamo. Quel disperato bisogno di andare contro chiunque ci stia accanto, i perenni scontri e l’isolarsi, magari tra le pareti di una casa nella nostra zona di comfort che creiamo per non permettere a nessuno di invaderla. Proprio ciò che accade a Silvio che, alla fine dello spettacolo, si rende conto che l’incontro con i figli ed il fratello per la commemorazione dei dieci anni dalla morte della moglie, in realtà non è mai esistito e che è stato solo frutto della sua immaginazione. Frutto di una mancanza perché, anche se in minima parte, ognuno di noi ha bisogno dell’altro e che forse la solitudine sociale è solo una via alternativa per essere lasciati da soli per un lasso di tempo, ma che sia solo un fatto umano, in tutta la sua più assoluta temporaneità.

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Il contrario di uno: il romanzo di Erri De Luca in scena al Piccolo Bellini

Arriva al Piccolo Bellini, lo spettacolo ”Il contrario di uno” tratto dal romanzo del celebre scrittore napoletano Erri De Luca, diretto da Nicola Laieta e con i giovani attori del Laboratorio Territoriale delle Arti. In scena dal 2 al 5 maggio, la rappresentazione tende ad evidenziare un racconto in particolare del libro ovvero ”Morso di luna nuova‘,’ in cui vi è narrato un anno particolare della seconda guerra mondiale, forse il più catastrofico, il ’43, e in seguito la liberazione della città. La sfida dei giovani attori con ”Il contrario di uno” Sul palco del Piccolo Bellini parte la sfida di questi giovani attori del Laboratorio Territoriale delle Arti che, con grande coraggio, hanno messo in scena uno dei testi più particolari di Erri De Luca. L’inconfondibile e fluida penna dello scrittore napoletano è stata riportata con dedizione sul palcoscenico, mettendo in evidenza quelli che erano i sentimenti, l’angoscia e la paura che si respirava negli anni della guerra nella città partenopea. Davanti allo spettatore, inizialmente, due quadri ognuno con un’immagine rispettivamente di Hitler e di Mussolini. Il discorso del duce, l’entrata in guerra ed il clima di terrore e di miseria che si percepiva in una Napoli messa alle strette. Ma nonostante ciò, i napoletani non si perdono d’animo e affrontano sempre il tutto con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore, tra rosari, battute sarcastiche e grande coraggio. Il grande coraggio della resistenza nelle parole di Erri De Luca In particolar modo è stato evidenziato un anno, il 1943. Anno di lotta, anno di resistenza, anno in cui la città di Napoli, grazie alla sua unione, è riuscita a portare avanti un ideale che si tramuterà poi nell’effettiva liberazione della città. E così è stata messa in scena questa continua ricerca di libertà, di stimoli, incoraggiata dal meraviglioso testo di Erri De Luca che ha portato anche ad una vera e propria evoluzione e consapevolezza del senso del lavoro teatrale e di crescita che il regista, con i giovani attori, ha costruito passo dopo passo omaggiando uno scrittore contemporaneo e dando spazio ai nuovi talenti della scena partenopea che hanno tanto da raccontare e da fare. Un’idea che nasce dopo un’escursione sul Vesuvio in cui i giovani di Maestri di Strada hanno dialogato con Erri Del Luca sul tema della bellezza che nasce dalle catastrofi, che è a pieno descritta nel racconto de ”Il contrario di uno” e che questi ragazzi hanno espresso in tutta la sua essenza, scavando all’interno delle fragilità di ognuno di loro e creandone, a loro volta, un punto di forza. Fonte foto: Ufficio stampa

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Cavalli di Ritorno 2.0, un camaleontico Gino Rivieccio all’Augusteo

Il cavallo di ritorno è una forma di estorsione tipicamente campana che prevede il furto e la successiva restituzione, previo pagamento di un’ingente somma, del bene appena rubato. E oggi come oggi non c’è nulla di più prezioso di quella scatola nera della nostra esistenza che noi chiamiamo telefono. In questa tascabile borsa di Mary Poppins nascondiamo informazioni, segreti e fotografie che, nelle mani sbagliate, potrebbero compromettere la nostra carriera, destabilizzare la nostra vita sociale. Gino Rivieccio, con lo spettacolo “Cavalli di ritorno 2.0”, andato in scena ieri al Teatro Augusteo di Napoli, ne racconta con il sorriso le catastrofiche conseguenze. Lo fa, nel suo inimitabile modo, con l’ironia e la comicità sobria e mai volgare che ne hanno contraddistinto i 40 anni di carriera. I dialoghi con il simpaticissimo Giovanni Esposito (presente solo in video wall) funzionano e fanno da raccordo ad uno show più ampio, in cui Rivieccio descrive vizi e stranezze del nostro bel Paese. Al suo fianco Rosario Minervino e Paola Bocchetti, attori giovani quanto talentuosi, che hanno dimostrato capacità recitative e canore notevoli. Gino Rivieccio e la nostalgia canaglia “Aggiornamento” del precedente spettacolo, andato in scena, tra gli altri, anche al Teatro Diana nel 2017, “Cavalli di Ritorno 2.0” è un varietà di altri tempi in cui è palese il sentimento di nostalgia degli anni 50′ – 60′, di tempi forse più semplici ma in cui la meritocrazia non era quasi mai in discussione. I volti noti e i rappresentanti della classe politica odierna sono grotteschi e insignificanti rispetto a quelli che li hanno preceduti, e su questo stridente paragone punta la verve comica dello show. Ne è un esempio l’omaggio alla Rai che con le sue trasmissioni, in quella piccola scatola senza colori, sapeva intrattenere, emozionare e stupire, e ai suoi protagonisti indiscussi, quali Corrado e Mike Bongiorno. Discorso analogo vale per Filomena Marturano, la più commovente tra le commedie di Eduardo, a cui Rivieccio contrappone la banalità di C’è Posta per Te e delle sue storie. Sempre sul pezzo, camaleontico ma mai prima donna, l’attore classe ’58 ha dimostrato ancora una volta ieri sera di essere un riferimento, un signore della comicità napoletana autentica, in cui la risata rima con riflessione, omaggio, consapevolezza.

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13 assassine al TRAM: un format da non perdere

“13 assassine”: una storia lunga quanto il mondo | Recensione Cosa hanno in comune 13 donne, di diverse epoche, età, mansioni, fattezze? Semplice, quanto crudo: tutte hanno commesso almeno un omicidio, per i più svariati motivi. È questo il filo conduttore di “13 assassine”, il format messo in scenda dal 2 al 14 aprile al teatro TRAM di Napoli, ideato dal regista Mirko de Martino. L’assassinio è il casus belli della messa in scena ma i motivi sono decisamente più profondi: si cerca di indagare nella fine composizione psicologica delle “assassine”, nel loro passato, sui loro eventuali aguzzini oppure complici. “13 assassine” è un format assolutamente indicato a chi – come chi vi scrive – aspetta il mercoledì per vedere Chi l’ha visto? con Federica Sciarelli oppure si sente un po’ Leosiner, cioè fan accanito di Franca Leosini: l’analisi della cronaca nera va forte in Italia e c’è da dire che la facciamo benissimo. “13 assassine”: l’ultima serata tra gli omicidi della storia recente e passata L’ultima serata del format, il 14 aprile scorso, ha visto in scena le assassine di ieri e di oggi, con omicidi passati alla storia per tantissimi motivi. È anche questo il bello di “13 assassine”: non importa lo status sociale, l’impiego, l’età, le motivazioni. L’assassinio “livella” tutte e mette le protagoniste a nudo, cosicché lo spettatore può – in cuor suo, s’intende – trovare una spiegazione logica ad un comportamento altrimenti illogico. 13 assassine, quindi, spogliate dei condizionamenti dati dai mass media e presentate a noi come donne. Si parte con la storia di Daniela Cecchin, la donna che, vittima di un forte disturbo della personalità, uccide una ex compagna di classe del marito perché “invidiosa della troppa felicità“. E’ giustamente “disturbante” la doppia personalità creata da Daniela: da un lato, ossequiosa e rispettosa dei dettami religiosi; dall’altra, una donna alla ricerca spasmodica della bellezza estetica, così tanto da sottoporsi a svariati interventi. Il secondo spettacolo ha visto in scena una giovanissima attrice, interprete di Erika de Nardo, protagonista del caso che è passato alla storia come il delitto di Erika ed Omar a Novi Ligure: la coppia di fidanzatini allora sedicenni infierì con 57 coltellate sulla madre e sul fratellino di lei. Erika appare sulla scena come una persona oppressa, un’adolescente inquieta ed incompresa da una famiglia tradizionale, che cerca svago e conforto negli eccessi: alcol, droghe, finanche il sesso per lei era uno strumento di liberazione. Una personalità fragile e corrotta ha portato al compimento dei due omicidi: sarebbero stati tre, includendo anche il padre assente in quel momento, se il “vigliacco Omar” non fosse andato via. Si prosegue quindi con un fortissimo momento storico, con una Lucrezia Borgia completamente avvinta dai giochi di potere che si svolgevano con lei ed intorno a lei. Bellissima sulla scena tanto quanto afflitta ed avvinta, dopo che per secoli le si sono attribuiti omicidi e veleni. In realtà, si cela in lei una personalità molto più complessa della semplice assassina per potere: infatti, la giovane […]

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