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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 141 articoli

Recensioni

Nino D’Angelo in ”Dangelocantabruni”: l’omaggio alla ”Voce ‘e Napule” al teatro Trianon Viviani

Dopo aver solcato, ancora una volta, il palco del teatro Ariston di Sanremo nel febbraio scorso, Nino D’Angelo torna ad emozionare il pubblico con ”Dangelocantabruni”, uno spettacolo in memoria di uno dei più grandi artisti della musica napoletana: Sergio Bruni. In scena dal 14 al 17 marzo 2019 al teatro Trianon Viviani, Nino D’angelo porta sul palco i successi musicali senza tempo con passione e dedizione accompagnato dall’orchestra guidata dal maestro Enzo Campagnoli. Nino D’Angelo torna al teatro Trianon Viviani Lo spettacolo si apre con uno scenario piuttosto semplice: sul palco Nino D’Angelo con l’orchestra posizionata su una piattaforma che ruota e cambia musicisti a seconda della musicalità da dare ad un determinato brano; alla sinistra del pubblico, invece, il direttore d’orchestra. L’artista coinvolge i suoi fans fin da subito e per tutto il resto della serata, portando in scena canzoni come ”Vieneme nzuonno”, ”Na bruna”, ”O Vesuvio”. Un dinamico Nino D’Angelo che emoziona e meraviglia il pubblico come solo pochi artisti riescono a fare, voce del popolo che canta per il popolo e con il popolo, ricordando un grande maestro con stima e tanto cuore. Le canzoni erano, infatti, intervallate da una voce narrante (voce dello stesso cantante in scena), la quale ricordava tutti quelli che sono stati i momenti più belli degli incontri tra Nino D’Angelo e Sergio Bruni, dal primo all’ultimo, creando intimità con gli spettatori lì presenti. Sergio Bruni: un’eredità senza eguali ”Un artista senza eredi, inimitabile come Sinatra e Breil”, afferma sul palco del Trianon Nino D’Angelo, parlando del Bruni come uno dei pochi che ha dato voce al popolo di Napoli con canzoni che sono ancora oggi parte fondamentale della musica partenopea e, non a caso, Eduardo stesso lo definì, tempo fa, come ” ‘A voce ‘e Napule”. Voce di Napoli che lo stesso Nino D’Angelo vede come ”padre” e nel bel mezzo dello spettacolo, stupisce ancora una volta il suo pubblico cantando una sua canzone ” ‘O pate”, canzone che lo lega profondamente al maestro e che lui avrebbe tanto voluto dedicargli quando era ancora in vita poiché vedeva in Bruni un padre che lo aveva guidato (e lo guida tutt’oggi), artisticamente, per tutto il suo percorso. Lo spettacolo musicale si conclude con la splendida canzone ”Carmela” con cui D’Angelo conclude il concerto e lascia il palco davanti ad un pubblico senza parole. Senza parole poiché profondamente immerso in una Partenope che solo Nino D’Angelo, ancora oggi, riesce ad interpretare e raccontare. Una Napoli che resiste ancora con tutte le sue forze, le sue tradizioni, la sua musica, le sue originalità. E fin quando ci saranno artisti, come Nino D’Angelo, che racconteranno Napoli con così tanta passione ed emozione, la storia potrà non dirsi perduta, ma ancora viva tra l’eco dei vicoli e delle sfumature di questa immensa città.

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Yerma. ‘A Yetteca: l’opera di Federico Garcìa Lorca approda al TRAM

Yerma. ‘A Jetteca approda al teatro TRAM, tra le suggestioni di Federico Garcìa Lorca e il viscerale linguaggio napoletano, roco e sensuale Dal 14 al 17 marzo 2019 al TRAM, Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Port’alba, è in scena “Yerma. ‘A Yetteca”, cerebrale e palpitante rivisitazione dell’opera “Yerma” dello spagnolo Federico Garcìa Lorca, con la regia di Silvio Fornacetti e Fabio Di Gesto e le interpretazioni di Chiara Vitiello, Diego Sommaripa, Francesca Morgante, Maria-Grazia Di Rosa e Gennaro Davide Niglio. “Yerma” è la seconda delle tre grandi tragedie lorchiane, e si inserisce tra “Nozze di sangue” (1933) e “La casa di Bernarda Alba”. Yerma, parola ruvida che rimane annidata sulle papille gustative senza sciogliersi in zucchero, significa “sterile”: un tronco su cui non s’innesta fiore, frutto che non germoglia, polline che non si diffonde nell’aria. Le immagini evocate dalla penna lorchiana, inzuppata nel sangue torbido degli incubi visionari del poeta, vengono stemperate sul palco del TRAM in uno sfondo nero come il velluto del dramma. Dal nero si parte, e nel nero si sprofonda come in una tragedia che smorza le lingue e buca i fiati. E di nero sono tinti gli occhi e il grembo della protagonista, interpretata da una convulsa e febbricitante Chiara Vitiello che penetra violentemente il vuoto onirico con le sue vesti bianchi e drappeggiate, che la fanno somigliare ad una vestale riemersa dalle cavità del proprio personale Ade. Chiara Vitiello è delicata come un giunco ma scalmanata come una baccante, e le sue visioni prendono corpo in napoletano, lingua impastata di sangue e calcestruzzo, di sale e di terrore, di vita e salsedine: lo spagnolo lorchiano si trasfigura nella lingua delle piazze e dei vasci, nella lingua dei popoli, degli scugnizzi e dei femminielli, regalando a Yerma l’intensità sguaiata di una vaiassa e la regalità di una dea con le ali sgualcite e annerite. Il dramma coniugale di Yerma, le pressioni della gente e le sue visioni folli e sfrenate: un modo estremo di raccontare il dramma della sterilità Il microcosmo di Yerma si nutre in primis del rapporto ambivalente, contraddittorio e quasi formale con suo marito Juan che qui diventa Giovanni, interpretato intensamente da Diego Sommaripa, che veste la scena in modo mimetico e arguto, muovendosi in modo camaleontico e dando corpo e voce a un contraltare maschile di grande spessore. L’intimità del microcosmo coniugale di Yerma è continuamente stuprata dalle lingue della gente, la gente pettegola dei vasci che aspetta ossessivamente la nascita del bambino, che si chiedono come e perché una donna non sia ancora in attesa, giocando al lotto le sorti di un grembo che diviene proprietà comune e popolare. Il grembo di Yerma diviene spazio comune e democratico, spartito gelosamente dalle manacce del popolo, interpretato da tre visioni che si stagliano con prepotenza sul palco, che sembrano demoni linguacciuti, avidi e sadici. Tre sono le visioni del popolo, tre sono le Grazie di Canova e sono anche le Marie, tre sono le proiezioni della gente che solleticano con punte acuminate il […]

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Non solo Medea: ovazione al Teatro Mercadante

Non solo Medea: l’immortalità della tragedia. È senza tempo la tragedia greca: nelle vicende di ieri, sembra sentire la eco delle tragedie di oggi, senza confini nè barriere. È su questo filo del “senza tempo” che si muove Non solo Medea, ideato dai coreografi Emio Greco e Pieter C. Scholten, con produzione del Teatro Stabile in collaborazione con Le Ballet National di Marsiglia, per il secondo anno consecutivo a Napoli. Lo scorso anno, ha avuto anche l’importante cornice del Pompeii Theatrum Mundi, cioè all’interno degli scavi pompeiani; un palcoscenico atto a sottolineare la fragilità quasi della nostra contemporaneità. Quest’anno Non solo Medea va in scena dal 15 marzo al 17 marzo compreso al Teatro Mercadante di Napoli. Un pubblico variegato ed entusiasta ha accolto la prima dello spettacolo lo scorso venerdì 15. Non solo Medea: la precarietà dell’uomo moderno In Non solo Medea, è Manuela Mandracchia l’attrice a cui è stato affidato il compito di interpretare di volta in volta i personaggi della tragedia greca. La Mandracchia, vestita di rosso e con i capelli riccioluti lasciati liberi dalle costrizioni, incarna perfettamente ognuna delle sette parti delle quali è composta l’opera: Rimpiangere, Domare, Accettare, Ribellarsi, Negare, Realizzare, Esodo. In ognuno di queste sette episodi – liberamente collocabili in uno spazio-tempo preferito – l’attrice cambia identità di volta in volta. Ora è Medea (che perde tutto per seguire il suo sposo), poi Edipo (dilaniato dagli episodi e dalle colpe), poi ancora Medea, la dimenticata Antigone (la compianta Ifigenia. Personaggi che, di episodio in episodio, quasi perdono la loro vera identità per diventare simbolo di un dramma comune e comunitario.  Insomma: Medea come simbolo di incomprensione, cambiamento, lotta. Il corpo di ballo, composto dai professionisti del Ballet National di Marsiglia, ha accompagnato in maniera del tutto indipendente i monologhi dell’attrice/aedo, solitaria come una Cassandra. Le musiche, selezionate accuratamente, rispecchiano in pieno la dimensione atemporale dell’opera: si spazia dai Pink Floyd a Beethoven, senza che questo crei confusione o imbarazzo. In un crescendo esplosivo, la parte coreografica ha dialogato e talvolta si è scontrata con la parte dialogata, avviluppando completamente lo spettatore nella sua dimensione (ancora: senza spazio, senza tempo). Le percussioni, magistralmente, hanno scandito i ritmi: non è un caso che siano stati tamburi e xilofoni ad accompagnarci in Non solo Medea; quando gli ominidi iniziarono ad interessarsi dei suoni intorno a loro, con tutta probabilità provano a riprodurre il battito del cuore e i passi, quindi percussioni. Altro suono che ci ha accompagnato spesso durante la rappresentazione, è il fluire dell’acqua: acqua purificatrice, ma anche dannata causa di dolori. Panta rei, anche per Medea, anzi: non solo per Medea. Non solo Medea: la fondazione dell’episodio zero e la rinascita dell’uomo. Continui i richiami, durante l’opera, alle vicende che sono intorno, molto additate nell’opera come una delle cause della distruzione dell’Europa. Durante il prologo ed anche in seguito la scarna scenografia manda però in onda su telo immagini di guerre, soprusi, distruzioni e le nuove, nuovissime tragedie fatte di sbarchi. Tanto che Medea […]

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TITO/GIULIO CESARE, la parodia del potere, l’atroce morte del tiranno

Mercoledì, 13 marzo al Teatro Bellini è andato in scena TITO/GIULIO CESARE, due riscritture originali di due tragedie di Shakespeare, contenuti in due atti dello stesso spettacolo: il primo atto, “TITO” è una riscrittura della prima tragedia di Shakespeare “Tito Andronico” di Michele Santeramo e la regia di Gabriele Russo con Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta, Ernesto Lama, Daniele Marino, Francesca Piroi, Daniele Russo, Leonardo Antonio Russo, Filippo Antonio Russo, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino; il secondo atto “GIULIO CESARE. Uccidere il tiranno” è una riscrittura del “Giulio Cesare” di Shakespeare di Fabrizio Sinisi e la regia di Andrea De Rosa con Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino. TITO/GIULIO CESARE, due riscritture che dialogano tra di loro fra parodia, metateatro e  rappresentazione della violenza Una fervido clima di tensione si annida tra gli anfratti del palcoscenico. Una faglia recide il tronco greve della tradizionale tragedia shakespeariana e segna una frattura da cui zampillano i bagliori di una contemporaneità che è nella sua essenza una reiterazione di meccanismi che sono rimasti indenni. Il potere arido, la tirannia, la violenza emergono dalle faglie del palco e sono costanti nelle due riscritture e negli adattamenti, seguendo meccanismi che sono rimasti inalterati. Gli spettacoli dei registi Daniele De Rosa e Gabriele Russo sono nella loro essenza profondamente attuali, anche ponendo in auge due classici shakespeariani. Colgono aspetti particolari dei meccanismi del potere e della violenza ad essa correlata, ponendo una lente d’ingrandimento che abbia uno spessore universalistico. Eradicano dalle svariate implicazioni di tipo prettamente drammatico, poetico, psicologico di William Shakespeare e delle sue canonizzate tragedie dei fenomeni che possono essere considerati universali e perpetui nella società, espandendoli come una enorme macchia d’olio con una regia mirata a infondere e dimostrare l’epifania di meccanismi che oggi più che mai sembrano interessarci di prima persona: il potere e le implicazioni più truculente che in esso si nascondono, la tirannia, l’autoreferenzialità, l’ossessione verso il carisma e l’apparenza, l’annichilimento della società. Non è un caso che il Tito di Russo sia un personaggio atipico, che abbia perso tutto l’orgoglio da condottiero del Tito Andronico shakespeariano e sia divenuto un uomo pigro, stanco, inetto che, dopo la  campagna contro i goti e dopo aver portato con sé i prigionieri, abbia voluto congedarsi dagli uffizi del potere, ignaro del popolo che lo avrebbe voluto imperatore, e ora vorrebbe solo starsene comodo su una poltrona a leggere e ad ascoltare musica leggera. Questo Tito non conserva nulla di ciò che caratterizza un condottiero romano: tutte le sue azioni e decisioni sono prese quasi controvoglia, senza una particolare ragione, ma solamente perché è costretto a esserlo per uno status quo ben impostato. Tito ha lo sguardo cinico, divorato dal tedio, tormentato dal senso di responsabilità che non sente nemmeno più suo. Difatti, Tito risulta essere un inetto, tanto da decidere di affidare le sorti dell’impero a Saturnino. Non risulta difficile, dunque intravedere in questo Tito l’uomo contemporaneo, annegato nel nichilismo. Tito è un condottiero […]

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Nerium Park al Nuovo – Il peso di vivere

Dal 6 al 10 marzo, la stagione teatrale del Teatro Nuovo di Napoli ospiterà Nerium Park, opera del pluripremiato autore catalano Josep Maria Mirò, qui diretta da Mario Gelardi, con in scena Chiara Baffi e Alessandro Palladino. Lo spettacolo rappresentata pure un importante traguardo per il Nuovo Teatro Sanità, essendo per essa la prima produzione autonoma. Nerium Park, un racconto  La trama, di per sé, è assai semplice. Bruno e Marta sono una coppia felice, entrambi onesti e seri lavoratori, che ha deciso di fare il grande passo e acquistare la loro prima casa insieme nel nuovo, enorme complesso di case dal nome Nerium Park. Queste, sembrano le basi di una vita destinata a percorrere binari sicuri e piacevoli, ma poco dopo l’acquisto, uno dei due amanti perde il lavoro da un giorno all’altro, costringendo la coppia a fare i conti con le conseguenze economiche, psicologiche e sociali annesse all’evento. È l’attesa, come già anticipato dal regista Mario Gelardi, la chiave d’accesso all’opera e alla vita di Bruno e Marta. Che qualcosa semplicemente accada o smetta di accadere, che uno dei protagonisti, o entrambi, prendano di petto, con furia, la vita e le ingiustizie, le meschinità a cui spesso bisogna adeguarsi, chinare il capo per sopravvivere. O che affronti apertamente le meschinità di cui si impara a fare uso per vivere. Un passepartout capace di aprire come un guscio di noce la mente dei protagonisti, la loro anima per permetterci di guardare dentro. Le ambizioni mancate, l’amore presente e insufficiente al contempo, le incertezze che, come un ospite incapace di capire quando è meglio andar via, si collocano nella loro grande e nuova casa con fare invadente. Sullo sfondo di un Nerium Park desolato, un insieme di mura senza anima, sempre avvolto nel buio tranne per quella che fuoriesce dal loro soggiorno di sera, si consumano i mesi di un anno e una relazione. Il mondo, che doveva essere distante e lontano da lì, invade il territorio, accede alla casa, alla loro vita e li conduce ad una inevitabile riflessione su ciò che è giusto, ciò che è meglio per ognuno di loro. A Bruno e Marta ci si affeziona con facilità, potrebbero essere chiunque di noi. Non si può fare a meno di provare un senso di appartenenza a quella sconfitta annunciata, a quella vacuità che toglie il respiro, alla voglia di riscatto, di vittoria e al dolore della consapevolezza di quanto sia necessario fare il male per il bene, a volte. Senza infliggere nessuna stilettata sanguinante, la regia di Gelardi, mostra i processi e i danni dello stigma sociale, prendendolo alla lontana, senza sbatterlo in prima pagina come si fa con certi mostri, per poi essere dimenticati appena ne arriva uno nuovo. Gli gira attorno, mette in evidenza la parte del testo che racconta soprattutto la vita comune, e pone un quesito semplice, una riflessione afferrabile da chiunque, dando così la possibilità allo spettatore di sperare che tale scelta non tocchi mai a lui.  

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Il paese di cuccagna in scena al Teatro San Ferdinando

Sarà in scena fino a domenica 10 marzo al Teatro San Ferdinando di Napoli lo spettacolo Il paese di cuccagna, ispirato al romanzo omonimo di Matilde Serao e diretto da Paolo Coletta. Il regista ha adattato il romanzo alla scena, isolando i personaggi e le vicende principali del testo, conferendo allo spettacolo una vena fortemente musicale. Il paese di cuccagna: la traduzione scenica Pubblicato a puntate sul Mattino nel 1980, Il paese di cuccagna di Matilde Serao racconta il gioco del lotto, aspramente criticato dalla scrittrice, e alcuni aspetti tipici del popolo napoletano. La traduzione scenica si focalizza su alcuni personaggi, in particolare su Crescenzo Esposito, tenitore di un bancolotto, di Gaetano Trifari, Cesare Fragalà, Carlo Cavalcanti, accaniti giocatori che si fanno chiamare i cabalisti e si incontrano di notte per dedurre i numeri che potrebbero uscire l’indomani, di Luisella Fragalà, moglie di Cesare, di Bianca Calvacanti, figlia di Carlo, delle sorelle Concetta e Caterina Esposito, dell’assistito Pasqualino De Feo e di sua moglie Chiarastella. La Napoli di fine Ottocento È un affresco della Napoli nobile di fine Ottocento quello che vediamo sulla scena del San Ferdinando. La scenografia è essenziale e mutevole, ma i pochi oggetti di scena e gli abiti indossati dagli attori ci catapultano nella Napoli ottocentesca di Matilde Serao. I personaggi sono nobili in decadenza, ossessionati dal gioco del lotto dal quale sperano di ricavare una vincita fortunata che possa cambiare loro la vita. Attendono una qualche salvezza, una salvazione da un malessere indefinito: «Quando lessi per la prima volta Il paese di cuccagna, il tema che mi colpì immediatamente fu quello della salvazione» afferma il regista nelle note di regia. E i personaggi che ci vengono presentati sulla scena cercano di salvarsi attraverso il gioco del lotto, infarcito di credenze superstiziose e cabalistiche. I nobili napoletani cercano insistentemente i numeri da giocare, e pensano di ricavarli dai più puri di cuore. Dovranno arrivare alla rovina, alla distruzione, per accorgersi dell’assurdità di quello che Matilde Serao definì «il cancro di Napoli», quel gioco del lotto che andava – e va- solo ad arricchire le casse dello stato. La superstizione e il razionalismo A fare da sfondo al gioco del lotto ci sono la superstizione e la magia. Verso la fine dell’Ottocento cominciarono infatti ad assumere una certa importanza le figure dei medium capaci di parlare con l’aldilà e lo studio della magia e dell’esoterismo, e alcune pratiche cominciarono a diffondersi anche nel capoluogo partenopeo: come dimenticare la famosa Eusapia Palladino, che arrivò persino in Francia e incontrò le menti più eccelse dell’epoca? C’è tutto questo immaginario nello spettacolo di Paolo Coletta – compaiono altre figure tipiche dell’immaginario napoletano quali la fattucchiera e l’assistito – e c’è lo scontro tra il mondo della superstizione e il mondo della scienza. Lo scetticismo razionalista, che pure si manifestava nell’Ottocento attraverso la dottrina positivistica, è qui incarnato dal personaggio di Crescenzo Esposito, che gestisce un bancolotto e ricava guadagni dalla foga dei giocatori. Un teatro musicale Quello che emerge è […]

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La notte poco prima delle foreste, Pierfrancesco Favino incanta il Bellini

Sanremo 2018. Un’edizione non certo indimenticabile trova il suo punto in una voce. Non è quella di un cantante ma di un attore, di quelli bravi, di quelli italiani, quindi, come vuole un malcostume tutto nostrano, sottovalutati, e che finiscono coll’essere noti al grande pubblico più per le pubblicità che li vedono protagonisti che per il talento. Una sola luce illumina il palco dell’Ariston mentre Pierfrancesco Favino mette a nudo con una polifonia di voci e gesti il concetto di straniero. Quel monologo, tratto da La Notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès, è solo un frammento di un racconto estremamente complesso e che il pubblico del Teatro Bellini ieri sera ha potuto finalmente apprezzare nella sua cruda interezza. Un testo, quello del drammaturgo e regista francese, che fa della profonda ed empatica analisi della condizione di estraneità della società e dei frettolosi modelli in cui essa cristallizza il pensiero il suo punto di forza. Un marasma di aneddoti e personaggi che si sfiorano, sovrappongono, spingono come atomi impazziti e la cui gestione drammaturgica, nella forma del soliloquio, sarebbe stata estremamente complessa per chiunque. Ma non per Pierfrancesco Favino. L’attore romano è riuscito a ipnotizzare la platea con un arcobaleno mimico ed emozionale, sfruttando al meglio il palco e il disegno luci di Marco D’Amelio. I complimenti, comunque, vanno divisi anche con Lorenzo Gioielli è riuscito nell’impresa di rendere, attraverso i movimenti dell’attore, dinamico uno spazio scenico privo di scenografia La notte poco prima delle foreste, uno spettacolo difficile da raccontare Bisognerebbe stare dall’altra parte senza nessuno intorno, amico mio quando mi viene di dirti quello che ti devo dire, stare bene tipo sdraiati sull’erba, una cosa così che uno non si deve più muovere con l’ombra degli alberi. Allora ti direi: ‘qua ci sto bene, qua è casa mia, mi sdraio e ti saluto’. Ma qua, amico mio, è impossibile, mai visto un posto dove ti lasciano in pace e ti salutano. Lo scrosciare della pioggia, il disperato tentativo di fare amicizia con altro e nel contempo l’incapacità di lasciarlo parlare, perché il silenzio è stato troppo a lungo l’unica soluzione. L’amore fugace, nel bel mezzo di un ponte, e quello che diventa frustrante dannazione. Il sesso, sempre e comunque con la valigia in mano e l’assordante mormorio dei nemici in sottofondo. Le risate, quelle alle spalle, e il non sentirsi mai a casa, sentirsi costantemente in quella stanza di hotel con a malapena i soldi di un caffè in tasca. La notte poco prima delle foreste è uno spettacolo che vuole fornire risposte, fomentando piuttosto riflessioni e dubbi sulla responsabilità che ognuno di noi ha, in quanto essere umano, verso l’altro. Difficile spiegarlo e raccontarlo, meglio viverlo nella sua violenta e inconcludente drammaticità. Foto di Fabio Lovino La notte poco prima delle foreste Teatro Bellini, dal 26 febbraio al 4 marzo Orari: feriali ore 21:00, sabato ore 17:30 e 21:00, domenica ore 18:00, lunedì 4 marzo h. 17:30 Prezzi: da 14€ a 32€, Under29 15€

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La dodicesima notte di Shakespeare al Teatro Galleria Toledo

La dodicesima notte in scena al Teatro Galleria Toledo-Materiali contemporanei | Recensione La dodicesima notte è uno spettacolo di Laura Angiulli, tratto dall’opera shakespeariana “La dodicesima notte o quel che volete“ messo in scena al Teatro Galleria Toledo-Materiali contemporanei dal 9 al 17 febbraio. Interpreti sono Paolo Aguzzi, Giuseppe Brunetti, Agostino Chiummariello, Michele Danubio, Alessandra D’elia, Luciano Dell’Aglio, Michele Maccagno, Gennaro Maresca e Caterina Pontrandolfo mentre lo staff tecnico è composto da Rosario Squillace, all’impianto scenico, Cesare Accetta per le luci, Flavia Francioso quale direttore di scena, Fulvio Mascolo, tecnico luci, e dall’aiuto elettricista Luca Sabatino. La commedia La dodicesima notte, o quel che volete (Twelfth Night, or What You Will in lingua inglese originale) è una commedia in cinque atti scritta da William Shakespeare tra il 1599 e il 1601. Il titolo allude, probabilmente, alla festa dell’Epifania (corrispondente alla dodicesima notte che trascorre dal Natale). Fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al Middle Temple Hall ed è stato ipotizzato che la prima assoluta sia stata organizzata per l’anno prima, proprio il giorno dell’Epifania. Tuttavia, nella commedia non c’è alcun riferimento alla ricorrenza ma appare invece palese che, se c’è un’opera nella quale l’autore abbia avuto la ferma intenzione di non offrire rimandi spazio-temporali definiti, si tratta proprio de La dodicesima notte, o quel che volete, tant’è che nel sottotitolo, Shakespeare sembra invitare il lettore/spettatore a dare alla commedia la connotazione che preferisce. Il luogo in cui si svolge la commedia non a caso è un’Illiria senza confini, che potrebbe essere qualunque parte del mondo, nella quale si muovono personaggi che il pubblico riconosce come “tipi” che potrebbero tranquillamente far parte del suo mondo. L’intento goliardico del titolo suggerisce anche la volontà di presentare lo spettacolo come un’occasione di intrattenimento, utilizzando il gioco metateatrale interno allo spettacolo e il motivo del travestimento, dell’inganno e dello scambio di persona. Le fonti letterarie dell’opera shakespeariana sono la commedia Menecmi di Plauto, per l’intreccio basato sullo scambio d’identità, e Gl’ingannati, una commedia italiana allestita a Siena dall’Accademia degli Intronati nel 1531, guida principale per la vicenda amorosa. La trama Ambientata nell’antica regione balcanica dell’Illiria, la trama principale de La dodicesima notte, o quel che volete vede due gemelli, Viola e Sebastian, che naufragano in Illiria, con la falsa convinzione che l’altro sia perito nella tragedia. Viola viene a sapere dal capitano della nave che in Illiria il duca Orsino corteggia la contessa Olivia, la quale ha giurato di non accettare nessuna corte per sette anni, in memoria di suo fratello, e decide di presentarsi alla corte del duca sotto le mentite spoglie di Cesario, per proteggere la sua reale identità. Diverrà ben presto il messaggero prediletto del duca, che la invierà presso la contessa a perorare la sua causa, senza capir che lei, Viola, si è nel frattempo innamorata di lui e che la contessa, ingannata dal travestimento, si è infatuata del servo Cesario. Al palazzo della contessa, intanto, il chiassoso zio della nobildonna, Sir Toby Belch, sfrutta a suo vantaggio le disponibilità finanziarie del suo fatuo compagno di bevute, Sir Andrew Aguecheek, pretendente alla mano della giovane Olivia e, insieme alla cameriera Maria, ordisce un […]

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Macbettu al Bellini – La terra trema e il cuore pure

Dal 12 al 17 febbraio, il Teatro Bellini ospiterà Macbettu, opera teatrale vincitrice del premio UBU 2017 come Miglior Spettacolo dell’anno. Tratto dal Macbeth di William Shakespeare, è tradotto in sardo da Giovanni Carroni e vede in scena Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino diretti da Alessandro Serra. Lo spettacolo è prodotto da Sardegna Teatro/Compagnia Teatropersona. Macbettu, la terra chiama Il rumore. Metallico, violento, ripetuto. Richiama alla mente, seppure essa non ne ha esperienze dirette, i campi di guerra, le sterminate cavallerie e l’orrore dei corpi caduti. Così inizia Macbettu, nell’oscurità, fisica e mentale, in cui le figure ancora più tetre del mondo in cui vivono e si muovono, appaiono come possedute da una danza indecifrabile, un modo di porsi ironico e confabulatorio tra pochi eletti. C’è un messaggio di grandezza, o infimità a seconda della lettura, che smuove gli animi, accende gli spiriti e fa muovere la terra più della sua rotazione naturale. Porterà scompiglio, miseria e morte dove scompiglio, miseria e morte hanno già posto le mura della propria casa. Macbettu di Alessandro Serra sembra volutamente ignorare lo spettatore vergine, ignaro di ciò che gli si pone dinanzi, e narra la storia shakesperiana da un pulpito invisibile, dal punto di vantaggio di chi già sa e “obbliga” ad una conoscenza precedente della sua trama per poterne apprezzare e cogliere tutte le sfumature. La scena è presa in possesso da un gruppo di attori, la fanno propria, la dominano e la vivono. Ci sono solo uomini in scena, pure quando c’è da interpretare uno dei personaggi femminili più controversi e pericolosi della drammaturgia tutta: Lady Macbeth. Qui appare, però, in netta minoranza in confronto al rapporto Macbeth-Banco, non è più la fondamentale causa del malato e perverso intrigo, ma ne appare prima semplice sostenitrice, poi critica e, infine, vittima. Non è più personaggio primario, totale, ma necessario e interessante suppellettile. In un rumore che ricorda le notti insonni, in un pensiero, un rimorso che bussa alle porte della mente e dello spirito, Macbettu si chiude, portando con sé le le anime frastagliate, distrutte e il male di cui esse s’erano macchiati. Macbettu tratto dal Macbeth di William Shakespeare traduzione in sardo Giovanni Carroni con Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Leonardo Capuano, Andrea Carroni, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino musiche pietre sonore Pinuccio Sciola composizioni pietre sonore Marcellino Garau regia, scene, luci, costumi Alessandro Serra coproduzione Sardegna Teatro, Compagnia Teatropersona Dal 12 al 17 febbraio, Teatro Bellini

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Liv Ferracchiati e il suo Eschimese in Amazzonia al Piccolo Bellini

Sarà in scena fino a domenica 17 febbraio al Piccolo Bellini di Napoli lo spettacolo Un eschimese in Amazzonia. Scritto e ideato dall’autore e attore Liv Ferracchiati, vede in scena, oltre allo stesso Ferracchiati, i giovani Greta Cappelletti, Laura Dondi, Giacomo Marettelli Priorelli e Alice Raffaelli. Lo spettacolo racconta la condizione di un transgender nel mondo contemporaneo. I quattro attori che formeranno il coro sono già in scena mentre il pubblico si siede in sala. Le luci si spengono ed entra un ragazzo che indossa una felpa scura con cappuccio. Si posiziona davanti a un microfono che lo accompagnerà per tutto lo spettacolo e racconta della sua condizione: dice di essere un eschimese in Amazzonia. Confessa, cioè, di essere transgender. Il coro sferraglia le sue taglienti domande: gli chiede se va nel bagno degli uomini o delle donne, qual è il suo organo sessuale, se entra in chiesa, cosa si può mai dire ai bambini che chiedono spiegazioni su di lui. L’eschimese cerca di rispondere a tutte le domande, con ironia e sfrontatezza, cerca per tutto il tempo di non lasciarsi sopraffare dalla forza disarmante del coro – metafora di una società omologata e robotica. Man mano l’eschimese si rivela allo spettatore, rivela la sua storia e le sue convinzioni, gli idoli di bambino e i sogni d’amore. Il rapporto tra l’individuo e la società Eschimese in Amazzonia è un’espressione utilizzata dall’attivista Porpora Marcasciano – metafora della condizione del transgender in un mondo che non riesce a vedere oltre al sistema binario del genere. È come se tra il freddo e il caldo non ci fossero gradazioni e sfumature, e ogni condizione intermedia provocasse uno squilibrio. È come se un eschimese vivesse in Amazzonia, in una situazione di inadattabilità perenne, di scontro con l’ambiente che abita e attraversa. Ed è il rapporto tra l’individuo transgender e la società al centro dello spettacolo in questione. C’è da un lato un individuo solo e diverso, dall’altro un coro di quattro attori che agiscono e parlano in perfetta sincronia. Sono meccanici i loro movimenti che accennano spesso una danza, robotiche le loro battute nelle quali si addensano tutti gli stereotipi legati al tema del transgenderismo. Siamo di fronte a una massa di individui anonimi, riflesso sbeffeggiato della società che attornia l’eschimese senza mai sforzarsi di capirlo, senza mai smettere di fargli domande scontate e superflue. Sembra che l’eschimese sia di fronte a un’intervista o di fronte a un tribunale, costretto a giustificarsi continuamente, a tentare di trasformare se non in empatia almeno in comprensione la condanna che la società gli getta sulle spalle. Ma, forse, riesce a provocare solo un senso di ingenerosa pietà. Il linguaggio di Liv Ferracchiati È un linguaggio teatrale giovane e diretto quello della compagnia The Baby Walk, fondata solo nel 2015 da Liv Ferracchiati. La scrittura scenica – e non regia, come si legge dal foglio di sala – è collettiva. Lo spettacolo è il terzo capitolo della Trilogia sull’identità, dopo Peter Pan guarda sotto le gonne e […]

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