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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 88 articoli

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Clitennestra, Agamennone e Cassandra: Geometrie della Passione al Maschio Angioino

Il cortile del Maschio Angioino, venerdì 14 settembre, è accarezzato da una luna flebile e muta che sembra voler urlare le colpe cucite sulla pelle di donne e uomini appartenenti alla notte dei tempi, colpe e traumi allucinanti intrappolati nel magma della storia e del mito come insetti custoditi nell’ambra. Intorno è buio, come se le spire dell’oscurità facessero calare un manto di velluto sugli occhi degli spettatori. Ma è un attimo, e il velo nero dell’oblio è subito strappato come una tela ingombrante, e le pupille sono libere di posarsi sulla figura di una donna che buca l’oblio, dai piedi nudi e dalla lunga tunica, appena uscita dalle pieghe di un incubo che s’incarna sulla sua stessa pelle rischiarata da quella luna soffocata. Lei è Clitennestra, interpretata da Cinzia Maccagnano. Lei addomestica le tavole del palcoscenico, ci si china, ci si prostra, e spalma la propria figura sinuosa e allucinata sul suolo, rendendo la sua macchina attoriale un corpo vivo e fremente: una tela immacolata dove proiettare fotogrammi di dolore, geometrie rigorose eppure spezzate proprio lì, in un punto di rottura che si annida tra il cuore e il basso ventre, tra lo stomaco e il grembo, dove vi è il gomitolo inestricabile e segreto del suo strazio. Alle spalle di Clitennestra, vi sono un uomo e una donna. Lui possente come la colonna dorica di un tempio, vestito elegantemente, dallo sguardo fiero e dalla lingua muta, lei esile e flessuosa come una sirena, dalla lunga chioma e dagli occhi vispi che inondano il palco di quelle parole che la sua bocca tace: sono Agamennone e Cassandra, interpretati da Aurelio Gatti e Luna Marongiu. Clitennestra,  Cassandra e Agamennone, formano un triangolo che diffonde i suoi spigoli geometrici tra i bastioni del Maschio Angioino e si interseca negli occhi degli spettatori, assorbiti dal monologo viscerale e torrentizio di Clitennestra. Il silenzio viene letteralmente incorporato dai passi di danza di Agamennone e Cassandra, che alle spalle di Clitennestra, continuano a tacere e si accingono in una coreografia serrata: i loro piedi danzanti disegnano schemi di colpa e dolore, rinnovando quella lacerazione che sfilaccia il ventre offeso di Clitennestra. Gli schemi liquidi e preziosi della coreografia sembrano fagocitare il silenzio e calpestarlo con i tacchi, mentre Clitennestra, l’unica a prendere la parola, rovescia sul pubblico il suo soliloquio fluviale, che sgorga dal midollo posto al centro esatto del suo dolore e che pulsa di intimità e viscere contorte. Il monologo di Clitennestra: centro nevralgico del dolore e della colpa Clitennestra si offre al pubblico con la sua nuda voce, dopo aver lacerato ogni velo della geometria e del silenzio: lei ha controllato il raccolto quando suo marito non c’era, lei ha infilzato sui pali le teste dei briganti, lei si è sostituita a lui durante le sue assenze, fino a identificarsi con la sua stessa carne e ad assumere il suo stesso occhio nel guardare il bianco collo delle serve. Clitennestra è la donna che aspetta, colei che trascina il suo bianco […]

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“Amleto” di Giuseppe Pestillo e “Certe Stanze” di Ettore Nigro: poesia e teatro come ricerca di senso

Giuseppe Pestillo e Ettore Nigro hanno portato Amleto-Pazzo ad arte e Certe Stanze al chiostro di San Domenico Maggiore. Ecco come è andata Non sono matto, sono pazzo ad arte! Qual è il confine tra normalità e follia? Tra essere e non essere? Tanti sono i dilemmi che attanagliano l’animo umano, alla perenne ricerca di se stesso, di una propria identità che vada al di là delle etichette. L’Amleto shakespeariano non è tanto lontano dall’uomo contemporaneo: passano i secoli ma gli interrogativi restano gli stessi, problematici e privi di risposta. Si ricerca allora un dialogo che rompa il riecheggiare di un eterno monologo, che permetta di trovare insieme una soluzione, o quantomeno di alleviare il peso della coscienza. Ma l’interlocutore sembra muto ed indifferente e dunque il dialogo torna ad essere un monologo, con la speranza che almeno le parole possano colmare il vuoto di un’esistenza priva di significato. Amleto – Pazzo ad arte di Giuseppe Pestillo, liberamente tratto dall’opera shakespeariana È proprio per le tematiche affrontate che questa tragedia risulta ancora così attuale, calata in una quotidianità che non la desacralizza ma la eleva, rendendola intramontabile. Amleto-Pazzo ad arte, Frammenti di una vita che ci “ri-guardano” è lo spettacolo messo in scena al chiostro di San Domenico Maggiore nell’ambito della rassegna “Morsi di teatro”. L’azione scenica ha visto protagonista l’attore e regista Giuseppe Pestillo, che ha interagito con il pubblico costruendo insieme il dramma e modificandolo a seconda delle interferenze del mondo esterno. Aerei (frequenti) che sorvolavano il cortile, cellulari che squillavano (“Padre! Padre! Carmen? Non sei mio padre! Chi è Carmen?”), voci in lontananza, tutto è stato preso e calato nella scena, rendendo la rappresentazione divertente e coinvolgente per gli spettatori seduti intorno all’attore, come in un allegro simposio. Certe stanze, i versi musicali di Anna Marchitelli per la regia di Ettore Nigro Il monologo si trasforma in una lettura corale con Certe stanze, concerto per musica e voce tratto dall’omonima raccolta poetica di Anna Marchitelli, con la regia di Ettore Nigro e le musiche di Mario Autore. Ciò che emerge con prepotenza è la figura della femmina scurpiona, radicata in una Grande Madre e in una Napoli sottintesa ed abissale. Erotici e ferini, i versi della Marchitelli danzano con forza e leggiadria sulle note del piano, in un rapporto di reciproca musicalità, accompagnando il pubblico in una dimensione di parole sussurrate, capaci di ricucire il senso perduto. Faccio l’amore col pensiero che usa la tua stessa lingua con i tratti del tuo profilo che in una statua greca ha imitato con l’eco dei discorsi al sapore di abisso tirati fino a tardi slargati al giorno dopo in bocca solo briciole il mistero. […] Citando Montale, “è ancora possibile la poesia nella società delle comunicazioni di massa?”. Nonostante la consapevolezza di essere tutti figli smarriti e spaventati la poesia continua a sopravvivere, come ricerca di significato ed appiglio per sfuggire all’insensatezza del quotidiano.

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Gemelli sì, Fratelli no – Una riflessione sull’uomo/attore

Nelle serata del 13 agosto, presso il Chiostro di San Domenico, è andato in scena “GEMELLI SI, FRATELLI NO“, scritto da Raffaele Speranza e interpretato e diretto da Ernesto Lama con la partecipazione di Antonio Speranza. Questo spettacolo, insieme a tanti altri, fa parte della rassegna estiva “Classico Contemporaneo“, in cui ogni sera al pubblico viene mostrato uno spettacolo diverso con un’unica tematica comune: essere la riscrittura di un testo classico. Gemelli sì, fratelli no – Il paradosso della famiglia Si sa, la famiglia può divenire un handicap, più che un vantaggio, se si presentano determinate condizioni. I litigi feroci, l’urlato scambio di opinioni è pura quotidianità in moltissimi nuclei centrale della nostra società, ma abbiamo imparato da tempo che al suo interno, nascosti sopra la superficie, ci sono meccanismi più complessi. Ce l’ha insegnato Freud, per citarne uno, ma, ancora prima, c’è l’ha mostrato la sacra Bibbia con Caino e Abele. Sapendo quindi quanto può essere difficile rapportarsi con chi dividiamo la matrice genetica, ci viene naturale pensare di dissimulare, fingere dinanzi ad argomenti che creano burrasca, al fine soprattutto di vivere tranquillamente la propria esistenza. Eppure non bisogna esagerare, altrimenti il bluff è chiaramente scoperto, bisogna essere posati, equi nel distribuire la propria emozione. Un metodo studiato, perfezionato, provato sulla propria pelle, che fa di per sé chi lo usa un creatore di vere e proprie realtà alternative, non un misero imitatore. Questo è il Paradosso sull’attore di Diderot, una riflessione sulla necessità dell’attore di non contare sulla sola emozione, ma di misurare, con cura, le forze del suo personaggio senza mai farlo uscire dai binari. Partendo da questo pressupposto, il lavoro di Raffaele Speranza alla scrittura e di Ernesto Lama e Antonio Speranza nell’interpetazione converge unicamente nel mettere in scena questa surreale “prova aperta”, in cui giocando con vari testi scelti, tra cui il Don Giovanni e Il Malato Immaginario, ma anche citando bonariamente Miseria e Nobilità, e concendosi spesso di trascendere in maniera divertente e divertita nell’improvvisazione, gli attori mostrano al pubblico questo sottile filo che tiene uniti due fratelli che hanno molto poco in comune, oltre il sangue. Si ride, e non poco, dinanzi alla loro performance, eppure la risata non è di sicuro l’unico obiettivo di questo spettacolo, che centrando in pieno l’obiettivo di Diderot, mostra, sì, ironicamente e in chiave comica, ciò che esso vuole professare nel suo Paradosso, ma allo stesso tempo mostra la possibilità di ingannare e di essere ingannati nella quotidianità di chi fa dell’arte un artificio, segna una linea tra ciò che l’attore può e non può fare, tra ciò che deve e non deve fare, tra ciò che è, papabilmente, giusto e sbagliato sul palco. Resta, dunque, all’attore scegliere quale metodo usare, chi essere o come andare in scena. In ogni caso, noi gli diciamo: “Merda, merda, merda!”

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Gli Innamorati 2.0, un moderno Goldoni per il Classico Contemporaneo

In questi giorni di caldo agostano a Napoli, precisamente nel Chiostro di San Domenico Maggiore, è in svolgimento Classico Contemporaneo, rassegna teatrale estiva, in cui ogni sera viene presentato al pubblico uno spettacolo diverso, con un’unica nota caratteristica in comune: essere una riscrittura/rimaneggiamento di un’opera classica. Lo spettacolo previsto per la sera del 12 agosto, Gli Innamorati 2.0, diretto e interpretato da Andrea Cioffi, è una riscrittura della settecentesca opera di Carlo Goldoni, che vede, in oltre, in scena Sara Guardascione, Alessandro Balletta, Franco Nappi e Viola Forestiero. Gli innamorati 2.0, l’amore al tempo dei social Il ridere è pane quotidiano dei comici. Far ridere è una bella responsabilità, perché coincide con l’apertura del cuore da parte del pubblico, la concessione di una fiducia ritrattabile, momentanea, la cui durata può essere minuti, ore, anni, o, persino, l’eternità. Una risata, può capitare, sia l’inizio di un amore. Gli Innamorati 2.0 cerca continuamente il riso, prostrandosi servile al dio della risata, poiché non c’è nulla di più divertente di una tragica storia d’amore, dove due cuori che vogliono battere all’unisono, non sanno riconoscere il suono dell’altro e per questo riescono a concordare il ritmo. Il linguaggio scelto dall’autore è essenziale, scarno nella contemporeanizzazione, sembra al fine di mantenere alcuni impeti del testo originale, soprattutto nei singoli monologhi dei personaggi. La vera modernità della riscrittura viene concentrata negli aspetti digitali dell’opera, in cui, lì dove un tempo gli innamorati si scambiavano lunghe, animose  e corpose epistole, oggi gli amanti si conoscono, flirtano, vivono e lasciano attraverso una serie di battute digitate in uno spazio infinito, lasciando la corretta comprensione del testo non più al cuore di chi legge, ma al T9. La sceneggiatura sembra ogni tanto vagheggiare appena, mostrando allo spettatore certe battute e scelte artistiche un pò fini a se stesse, senza alcuna continuità e cerca fin troppo quel riso, al limite spesso del paradossale, che se è una saggia scelta per raccontare una così frastagliata storia d’amore, può essere un elemento di distrazione per chi cerca di tenere i fili della narrazione. Eppure la risata nasce spontanea di volta in volta, le battute sanno essere posizionate al punto giusto e gestite con disinvoltura dagli attori, i quali, singolarmente, sanno padroneggiare al meglio gli aspetti più ironici e più amari dei loro personaggi. Con un’ultima, imprevedibile, risata si conclude l’opera, la quale lascia se non una memoria indelebile nello spettatore, sicuramente il bel ricordo di una serata passata a divertirsi.  

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El Pirata Boat e Teatro in pillole: divertimento e arte in mezzo al mar!

La rassegna Teatro in pillole, nata da un’idea di Stefania Russo, si caratterizza come un innovativo format di intrattenimento capace di coniugare arte, divertimento e soprattutto la passione per il teatro.  Gli eventi, tutti organizzati nei minimi dettagli, sono pensati in modo tale da permettere ai partecipanti di vivere un esperienza innovativa ed entusiasmante, in cui il piacere di una serata tra amici, si fonde con gli stimoli di un contest teatrale. Nel corso dell’evento, tra un boccone ed un bicchiere di vino, il pubblico, potrà assistere ad esibizioni di svariato genere, tutte elaborate su di un tema predefinito ed aventi una durata massima di 10 minuti. Al termine della serata le esibizioni saranno votate dagli spettatori e sarà così decretato un vincitore. Ad arricchire ulteriormente il contest vi è poi la presenza, ad ogni serata, di un ospite proveniente dal settore teatrale, chiamato ad assegnare il premio della critica. Al termine di questa rassegna, fatta di splendide cene-spettacolo, i punteggi degli attori saranno cumulati e vi sarà poi un superpremio finale!! “Tutti possono partecipare, come attori o come spettatori, tutti quelli che hanno voglia di provare e condividere BELLE EMOZIONI” Il Teatro in pillole a bordo della El Pirata Boat Mercoledì 25 luglio, per l’ultima serata di Teatro in Pillole, Stefania Russo ha deciso di stupire i partecipanti con una location eccezionale, “El Pirata Boat”, un brigantino moderno che rievoca perfettamente un galeone pirata!  La serata ha avuto inizio al Molo Sena, dove a partire dalle ore 21.00 un gommone ha iniziato a traghettare i partecipanti, tutti vestiti secondo il dress code balneare, al galeone ormeggiato nelle splendide acque del porto di Coroglio. Saliti a bordo della maestosa nave, gli ospiti sono stati catapultati in una eccezionale festa in barca! Un ricco buffet accompagnato da vino bianco e cocktail, e la fresca selezione musicale ad opera del dj set by Stefano Romano, hanno regalato ai presenti una serata divertente ed inusuale. Nel corso dell’evento, le scatenate danze degli ospiti sono state interrotte 4 volte dal suono di una sirena che preannunciava l’inizio delle esibizioni di teatro in pillole. In ordine cronologico gli spettatori hanno potuto assistere alla seguenti interpretazioni: La toccante lettura, posta in essere da Doc Carlo Alfaro e Stefania Ciancio, di un testo avente ad oggetto il viaggio della speranza, intrapreso ogni giorno, dai profughi in fuga da guerra e fame. Un divertente spettacolo di ventriloquio ad opera del bravissimo Salvatore Santoro, in arte mago Sasà, e la sua adorabile scimmietta. Una passionale rappresentazione teatrale avente ad oggetto la storia di due ladri innamorati, scritta da Giuseppe Cerasuolo ed interpretata da quest’ultimo insieme ad Anna Letizia. (Vincitori della serata) Ed infine uno spettacolo presentato dagli Improvvisa-Ment, due giovani interpreti Campani. Ospite d’onore di quest’ultimo appuntamento con teatro in pillole è stato Francesco Paolantoni, attore di grandissima fama, che con la sua grande simpatia è riuscito a regalare inaspettati momenti di humour. Merita particolare menzione il divertentissimo scenario comico che si è venuto a creare nel momento della votazione., Paolantoni, grazie […]

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La Bella e la Bestia all’Aperia della Reggia di Caserta

Il 21 e 22 Luglio 2018, L’Aperia della Reggia di Caserta ha fatto da cornice allo splendido spettacolo messo in scena da Il Demiurgo, La Bella e la Bestia. La rappresentazione è basata sulla prima versione della fiaba, quella narrata da Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve. In un piccolo villaggio della Francia del ‘700 la vita scorre serena e monotona. Un piccolo mondo rassicurante che sta stretto a Belle, giovane donna sognatrice e caparbia. Un giorno, il suo destino si intreccia con quello di un’orrida bestia che governa un castello nascosto nei boschi. Per amore di suo padre, Belle si offre come prigioniera ma, come in ogni fiaba che si rispetti, nulla è ciò che sembra: e combattendo contro il pregiudizio del volgo, un’antica maledizione e un aspetto mostruoso “la Bella e la Bestia” finiscono per innamorarsi. Ma la strada per il classico, e noto a tutti, “e vissero tutti felici e contenti” è lunga e complicata. Il grande merito de La Bella e la Bestia è stato sicuramente riuscire a fondere egregiamente nella tradizionale trama della storia elementi di modernità e ilarità, con personaggi dalla battuta sempre pronta a far sorridere, apprezzatissimi dagli spettatori. L’opera infatti ha incantato grandi e piccini, che col tramontar del sole si sono trovati trasportati nella più classiche delle fiabe. Senza dubbio uno spettacolo dalla piacevole leggerezza in cui il ballo, il canto e la musica hanno accompagnato una recitazione impeccabile. Degna di nota soprattutto la performance del personaggio di Lumière (Andrea Cioffi), candelabro dall’accento francese che ha tenuto viva la vivacità dell’opera, così come Tockins (Peppe Romano) e Gaston (Massimo Polito). Senza dimenticare ovviamente i due protagonisti, Angelo Sepe nel misterioso ruolo della Bestia e Chiara Vitiello che con la sua dolcezza è riuscita perfettamente ad impersonare Belle. A rendere il tutto più suggestivo è stata poi la location, L’Aperia che, posta alla sommità dello splendido giardino inglese, ha svolto il ruolo di naturale scenografia. Magnifica, dunque, la magnifica iniziativa de Il Demiurgo  e da tenere d’occhio i prossimi eventi: presso l’Aperia della Reggia di Caserta il 28 e 29 luglio si svolgerà la rappresentazione di Alice nel paese delle meraviglie, mentre il 25 agosto sarà la volta di Il ritratto di Dorian Gray. La Bella e la Bestia- 21/22 luglio: Coreografie: Federica di Benedetto Belle: Chiara Vitiello Bestia: Angelo Sepe Lumiere: Andrea Cioffi Tockins: Peppe Romano Madame. Duvet: Federica Di Benedetto Madame Plume: Manuela Urga Madame Teapot: Mariachiara Vigoriti Monsieur chien: Antonio Ferraro MadameChat: Valeria Napolitano Gaston: Massimo Polito Le Tont: Gabriele Borriello Mourice: Roberto Ingenito Audry: Ester Esposito Didier: Antonio Torino Comelacittà

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“Eracle” al Pompeii Theatrum Mundi nel segno dell’impotenza

È stato messo in scena il 19 sera lo spettacolo teatrale “Eracle”, uno dei molti che rientrano nella programmazione estiva del teatro Stabile di Napoli e rappresentato al Pompeii Theatrum Mundii. Le antiche rovine dell’anfiteatro romano si popolano dei tanti personaggi che danno vita allo spettacolo. Ponendosi in controtendenza, “Eracle” sceglie di non puntare su una scenografia scarna e pochi ma intensi attori, ma preferisce colpire lo spettatore in tutti i suoi cinque sensi. Il battere dei tamburi, le musiche dal retrogusto moderno per essere forse meglio comprese da una platea variegata, danze che prendono tutto lo spazio respirabile in scena, costumi molto articolati e dai forti colori, fumi di incenso che si diffondono dell’aria… tutto travolge completamente chi assiste allo spettacolo. La sonorità è un elemento preponderante e si esprime anche con i frequenti rintocchi che gli eroi fanno sulla propria armatura, con le frequenti grida urlate per dolore, per paura, per il senso di impotenza, che assurge a protagonista della tragedia. Sinossi di “Eracle” La storia è quella di Eracle. Partito per superare tutte le sue fatiche, lascia a Tebe sua moglie Megara, suo padre e i suoi tre figli, sicuro della loro sicurezza sotto lo sguardo benevolo del re Creonte. Ciò che l’eroe ignora, è che nel corso degli anni il ruolo di re di Tebe è stato strappato violentemente dal corpo esanime di Creonte e che a commettere l’omicidio altri non è che Lico, originario dell’Eubea, dall’indole tirannica e folle. Desideroso di essere trattato con onori e rispetto, invidia l’affetto che l’intera città tebana custodisce per il suo eroe e pensa di poter ottenere anche questo, come il potere, con la forza. Una personalità codarda, meschina, incapace di un’attenta analisi del suo ruolo e dei comportamenti umani, ma tesa ad afferrare tutto con prepotenza ed arroganza. Quindi, mosso dalla paura di una futura vendetta da parte dei figli di Eracle e dall’invidia verso quest’ultimo, pianifica l’assassinio della donna e dei pargoli. Ma ecco il ritorno dell’eroe salvifico, che uccide il tiranno e salva il nucleo familiare, eppure la tragedia è ancora ben lungi dal dirsi conclusa. Seguendo il modello dell’”Eracle” di Euripide, giungono le Furie, mandate dalla vendicativa Era, per rubare il senno dell’eroe e condurlo ad ucciderlo moglie e figli. Rinsavito, medita il suicidio, ma viene salvato dall’arrivo dell’amico Teseo, che gli offre una seconda possibilità per continuare a vivere. Lutto e comicità convivono sullo stesso palco L’intento della regista Emma Dante è quello di analizzare i meccanismi che si celano dietro al potere e le sue degenerazioni, ma soprattutto di dare risalto alla figura femminile, portatrice di una sensibilità diversa, nella tragedia antica. Così tutti i personaggi, tradizionalmente maschili, vengono recitati da donne dalle lunghe chiome e il ruolo da protagonista di Eracle viene messo da parte, per far spazio ai soggetti inermi, indifesi e in balia degli eventi: Megara e i suoi figli. Sono loro che in scena non possono far altro se non assistere ad una trama che si snoda avanti ai loro […]

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Modern Advisor Dance On Stage al Teatro Immacolata

Silenzio in platea. Il pubblico si prepara ad assistere alla performance, mentre sul palco i danzatori provano salti, prese e pirouettes prima di andare in scena. Finalmente si apre il sipario ed è tutto perfettamente in ordine, ballerini pronti, sguardi fieri e occhi che lasciano trasparire l’emozione, la passione, l’adrenalina. Che lo spettacolo abbia inizio. Modern Advisor Dance On Stage, spettacolo in tre atti ON STAGE è l’ultimo progetto della compagnia Modern Advisor Dance Project della coreografa Stefania Contocalakis, presentato agli spettatori del Teatro Immacolata di Napoli, che per l’occasione ha registrato il tutto esaurito. La performance si è sviluppata in tre momenti: nel primo è stato presentato il nuovo lavoro intitolato Tree stories, nato dalla collaborazione con Carlo Contocalakis e Giulio Di Domenico, che hanno curato, rispettivamente, le musiche e le opere grafiche originali. Cosa sarebbe per noi la “storia degli alberi” se questi avessero la lingua per narrarcela? (Maud Van Buren). A questo interrogativo hanno cercato di rispondere i danzatori della compagnia dando voce, attraverso il linguaggio del corpo, agli alberi e al loro ciclo vitale, metafora dell’esistenza umana. Luci, ombre, respiri, silenzi, salti e cadute: la coreografia si gioca tutta sull’alternarsi di momenti statici e dinamici, rigidità e fluidità dei movimenti, riproducendo la stabilità degli alberi che al loro interno celano il segreto della vita, con il loro protendersi verso l’alto e verso il basso. Ed è così che le braccia e le dita dei ballerini diventano rami e foglie, mentre le gambe si trasformano in radici, in preda ad un processo di metamorfosi. Tutto avviene sotto gli occhi di Madre Natura, impersonata dalla voce solista Giulia Lepore, che rende ancora più soave ed armonica la rappresentazione. La seconda parte si apre con Lilith la prima e l’ultima, interpretata da Filena Gentile, che danza sulle musiche di Carlo Contocalakis, seguito dal secondo estratto, Il dono, romantico pas de deux danzato da Giosuè Carbone e Ida Marino sulle note di violino e di piano dei compositori Edo Notarioberti e Martina Mollo. A chiudere il secondo tempo è La carrozza di cristallo, coreografia fiabesca e visionaria ispirata all’omonimo racconto scritto da Giancarlo Galasso, con le musiche di Ludovico Einaudi. Il Lupo (Giuseppe Carillo) cerca di liberare la Fanciulla (Filena Gentile) dalla pancia di cristallo del drago, ma con stupore si accorge che è lei ad andare verso di lui. Come hai fatto a scappare dalla pancia del drago? Ma quello non è un drago, è un treno, rispose lei scoppiando a ridere… Lo Spirito (Angelo Marino), il Corpo (Cristina Multari) e l’Anima (Laura Pinto) tengono insieme un fil rouge che lega l’animale alla fanciulla, creando dinamiche di equilibrio e disequilibrio, forza e delicatezza di grande effetto e suggestione. Lo spettacolo si conclude in bellezza con All that jazz, omaggio a Bob Fosse, che ha proiettato gli spettatori nelle atmosfere retro di Cabaret e Chicago, divertendoli e coinvolgendoli a suon di musica. Cantanti e danzatori si sono esibiti dando prova di grande professionalità, bravura ed entusiasmo, come hanno dimostrato gli applausi del pubblico che li hanno accompagnati fino alla […]

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Al Nostos Teatro, Sogno di una notte di mezza estate

Dal 29 giugno al 1 luglio, dalle 19.30 alle 22.30, al Nostos Teatro Sogno di una notte di mezza estate, celeberrima commedia di Shakespeare, rivive nel magnifico scenario del Complesso Monumentale di San Francesco ad Aversa. Sicuramente la più famosa commedia di Shakespeare ha una trama complessa e ricca di colpi di scena che si presta a numerose interpretazioni filologiche e reinterpretazioni nel Mondo Moderno: tutto ha inizio ad Atene dove fervono i preparativi per le nozze di Teseo e Ippolita, ma esse non fanno che da sfondo alla coppia di innamorati veri protagonisti della vicenda, Ermia e Lisandro, vicenda in cui si andranno ad intrecciare le peripezie di altri innamorati, quali appunto Demetrio ed Elena. Metateatro, folklore, cultura classica frammista a leggende e personaggi propri piuttosto del mito celtico, scenari ed espedienti della letteratura di intrattenimento come la magia, il sogno, paesaggi fantastici e misteriosi: tutto questo fa mostra di sé in una sola opera, fa ridere e fa sognare, rimanere col fiato sospeso e sospirare per il romanticismo, tanti elementi che l’Autore ha saputo ben armonizzare sanciscono il successo di questa Commedia presso il pubblico di tutti i tempi. Si va a spasso con la storia e coi suoi interpreti per Sogno di una notte di mezza estate al Nostos Teatro Niente quinte di cartone né tendaggi per Sogno di una notte di mezza estate al Nostos Teatro: sapientemente i direttori artistici dell’opera scelgono di rappresentare in piacevoli serate di mezza estate la celeberrima commedia nel complesso monumentale della chiesa di San Francesco per la rassegna A spasso con la Storia 2018. Lo Spettatore va effettivamente a spasso con la storia e i suoi interpreti dal punto più alto del Monastero, alla sala circondata da finestroni dove un tempo si affacciavano le suore di clausura per guardare la Vita scorrere inesorabile ai loro piedi, al giardino del chiostro con la sua frescura e le piante secolari attraverso scale a chiocciola e terrazze bagnate dalla luce della Luna, per concludersi nella magnifica Chiesa Monumentale di San Francesco. Il connubio è ben riuscito: le luci soffuse sotto le ogive, gli archi bianchi, le luci della città che si affacciano dai finestroni, gli affreschi del secolo XIII, la pace e il silenzio dell’orto trasportano lo spettatore in un’atmosfera magica e lo cullano in un sogno come quello dei protagonisti. Questo riuscito espediente fa dello spettatore – un po’ spione – parte attiva della vicenda (d’altronde gli attori camminano accanto a lui e quasi lo sfiorano) e a sua volta lo spettatore si sente coinvolto e guarda con simpatia gli interpreti, tutti giovanissimi. Da Aversana consiglio vivamente lo spettacolo ai miei compaesani che lo troveranno molto godibile con una punta dell’orgoglio campanilista che viene dall’avere dei monumenti così belli e a tutti i tipi di pubblico, perché la rappresentazione sa mettere ben d’accordo l’amante del classico e del moderno. Nostos sogno  

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Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro, “Sotto il Vesuvio niente” al Napoli Teatro Festival

Sotto il Vesuvio niente di Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro: un bestiario napoletano   Un bestiario napoletano, un magma di creature che si affastellano come formiche e che si muovono vorticosamente tra il sole e la lava del Vesuvio: “Sotto il Vesuvio niente” è una storia di mosaici, di tessere che danzano tra il fuoco e la salsedine e che urlano e sussurrano ai passanti, e agli spettatori, la loro storia. Storia comune per gente speciale, avrebbe detto Fabrizio De André, e quella delle creature del Vesuvio è una storia maledettamente e scandalosamente comune, normale nelle sue sfumature e speciale nei suoi risvolti che sanno di sangue e di morte. Il bestiario che si apre a ventaglio sotto il Vesuvio vede sfilare un caleidoscopio di tipi umani, uno zoo che si agita dietro le sbarre dello sguardo degli spettatori, che osservano il contorcersi animalesco delle figure del sottosuolo napoletano. Come bestie sgorgate dalla lava e dalla cenere, i personaggi del catalogo del Vesuvio si offrono alla platea: le lacrime napulitane vengono sublimate dalla voce dei menestrelli e dei cantori, che urlano a gran voce il loro dolore e la loro voglia di rivalsa, con il ritmo ancestrale e primitivo di percussioni che sanno di altri tempi e altre epoche. Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro, tra teatro, danza e canto La voce possente e straziante delle cantate napoletane scandisce lo spettacolo come un mantra ossessivo, che commuove punti dell’animo che il pubblico non ricordava di possedere: è leitmotiv dello spettacolo progetto di Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro, e come un filo rosso guida gli spettatori tra marinai, mandolini, vulcani dalle bocche fumanti e personaggi che urlano al pubblico la propria colpa e il proprio legittimo diritto di redenzione. I personaggi di “Sotto il Vesuvio niente”, la colpa se la portano addosso come un odore, come un peccato originale o un tatuaggio sotto gli strati dell’epidermide: le donne del bestiario del Vesuvio, nate dal mare come Veneri botticelliane, ma nate non da una conchiglia, ma dal tufo e dalla lava, donne napoletane sante e sgualdrine in cerca di un battesimo di redenzione. Le donne del bestiario vesuviano vogliono tutto, vogliono estrarre l’inverno dall’inferno, il sole dai vicoli bui e fitti, la schiuma dalle onde e la tempesta dal mare, sono sante e sono cristalline, e sembra che tra le loro cosce si annidi il segreto della vita e dei secoli. Accanto a loro, sfilano i femminielli, figure androgine e fluide, che stemperano l’emozione e la commozione piazzando qua e là, come fiori dalle spine pungenti, le loro battute a sfondo sessuale, i loro doppi sensi e giochi di parole, strappando al pubblico risate amare come l’aria che si respira nei vicoli certi giorni di agosto. Le baby gang irrompono sul palco: c’è posto anche per loro, in un bestiario vorticoso e incessante, e coi loro pugnali inscenano una danza scandita dalle urla degli adulti che usano aggettivi come “irrecuperabili” e che vestono di negazione il loro destino. Per le baby gang non esiste recupero, […]

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