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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 82 articoli

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“Eracle” al Pompeii Theatrum Mundi nel segno dell’impotenza

È stato messo in scena il 19 sera lo spettacolo teatrale “Eracle”, uno dei molti che rientrano nella programmazione estiva del teatro Stabile di Napoli e rappresentato al Pompeii Theatrum Mundii. Le antiche rovine dell’anfiteatro romano si popolano dei tanti personaggi che danno vita allo spettacolo. Ponendosi in controtendenza, “Eracle” sceglie di non puntare su una scenografia scarna e pochi ma intensi attori, ma preferisce colpire lo spettatore in tutti i suoi cinque sensi. Il battere dei tamburi, le musiche dal retrogusto moderno per essere forse meglio comprese da una platea variegata, danze che prendono tutto lo spazio respirabile in scena, costumi molto articolati e dai forti colori, fumi di incenso che si diffondono dell’aria… tutto travolge completamente chi assiste allo spettacolo. La sonorità è un elemento preponderante e si esprime anche con i frequenti rintocchi che gli eroi fanno sulla propria armatura, con le frequenti grida urlate per dolore, per paura, per il senso di impotenza, che assurge a protagonista della tragedia. Sinossi di “Eracle” La storia è quella di Eracle. Partito per superare tutte le sue fatiche, lascia a Tebe sua moglie Megara, suo padre e i suoi tre figli, sicuro della loro sicurezza sotto lo sguardo benevolo del re Creonte. Ciò che l’eroe ignora, è che nel corso degli anni il ruolo di re di Tebe è stato strappato violentemente dal corpo esanime di Creonte e che a commettere l’omicidio altri non è che Lico, originario dell’Eubea, dall’indole tirannica e folle. Desideroso di essere trattato con onori e rispetto, invidia l’affetto che l’intera città tebana custodisce per il suo eroe e pensa di poter ottenere anche questo, come il potere, con la forza. Una personalità codarda, meschina, incapace di un’attenta analisi del suo ruolo e dei comportamenti umani, ma tesa ad afferrare tutto con prepotenza ed arroganza. Quindi, mosso dalla paura di una futura vendetta da parte dei figli di Eracle e dall’invidia verso quest’ultimo, pianifica l’assassinio della donna e dei pargoli. Ma ecco il ritorno dell’eroe salvifico, che uccide il tiranno e salva il nucleo familiare, eppure la tragedia è ancora ben lungi dal dirsi conclusa. Seguendo il modello dell’”Eracle” di Euripide, giungono le Furie, mandate dalla vendicativa Era, per rubare il senno dell’eroe e condurlo ad ucciderlo moglie e figli. Rinsavito, medita il suicidio, ma viene salvato dall’arrivo dell’amico Teseo, che gli offre una seconda possibilità per continuare a vivere. Lutto e comicità convivono sullo stesso palco L’intento della regista Emma Dante è quello di analizzare i meccanismi che si celano dietro al potere e le sue degenerazioni, ma soprattutto di dare risalto alla figura femminile, portatrice di una sensibilità diversa, nella tragedia antica. Così tutti i personaggi, tradizionalmente maschili, vengono recitati da donne dalle lunghe chiome e il ruolo da protagonista di Eracle viene messo da parte, per far spazio ai soggetti inermi, indifesi e in balia degli eventi: Megara e i suoi figli. Sono loro che in scena non possono far altro se non assistere ad una trama che si snoda avanti ai loro […]

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Modern Advisor Dance On Stage al Teatro Immacolata

Silenzio in platea. Il pubblico si prepara ad assistere alla performance, mentre sul palco i danzatori provano salti, prese e pirouettes prima di andare in scena. Finalmente si apre il sipario ed è tutto perfettamente in ordine, ballerini pronti, sguardi fieri e occhi che lasciano trasparire l’emozione, la passione, l’adrenalina. Che lo spettacolo abbia inizio. Modern Advisor Dance On Stage, spettacolo in tre atti ON STAGE è l’ultimo progetto della compagnia Modern Advisor Dance Project della coreografa Stefania Contocalakis, presentato agli spettatori del Teatro Immacolata di Napoli, che per l’occasione ha registrato il tutto esaurito. La performance si è sviluppata in tre momenti: nel primo è stato presentato il nuovo lavoro intitolato Tree stories, nato dalla collaborazione con Carlo Contocalakis e Giulio Di Domenico, che hanno curato, rispettivamente, le musiche e le opere grafiche originali. Cosa sarebbe per noi la “storia degli alberi” se questi avessero la lingua per narrarcela? (Maud Van Buren). A questo interrogativo hanno cercato di rispondere i danzatori della compagnia dando voce, attraverso il linguaggio del corpo, agli alberi e al loro ciclo vitale, metafora dell’esistenza umana. Luci, ombre, respiri, silenzi, salti e cadute: la coreografia si gioca tutta sull’alternarsi di momenti statici e dinamici, rigidità e fluidità dei movimenti, riproducendo la stabilità degli alberi che al loro interno celano il segreto della vita, con il loro protendersi verso l’alto e verso il basso. Ed è così che le braccia e le dita dei ballerini diventano rami e foglie, mentre le gambe si trasformano in radici, in preda ad un processo di metamorfosi. Tutto avviene sotto gli occhi di Madre Natura, impersonata dalla voce solista Giulia Lepore, che rende ancora più soave ed armonica la rappresentazione. La seconda parte si apre con Lilith la prima e l’ultima, interpretata da Filena Gentile, che danza sulle musiche di Carlo Contocalakis, seguito dal secondo estratto, Il dono, romantico pas de deux danzato da Giosuè Carbone e Ida Marino sulle note di violino e di piano dei compositori Edo Notarioberti e Martina Mollo. A chiudere il secondo tempo è La carrozza di cristallo, coreografia fiabesca e visionaria ispirata all’omonimo racconto scritto da Giancarlo Galasso, con le musiche di Ludovico Einaudi. Il Lupo (Giuseppe Carillo) cerca di liberare la Fanciulla (Filena Gentile) dalla pancia di cristallo del drago, ma con stupore si accorge che è lei ad andare verso di lui. Come hai fatto a scappare dalla pancia del drago? Ma quello non è un drago, è un treno, rispose lei scoppiando a ridere… Lo Spirito (Angelo Marino), il Corpo (Cristina Multari) e l’Anima (Laura Pinto) tengono insieme un fil rouge che lega l’animale alla fanciulla, creando dinamiche di equilibrio e disequilibrio, forza e delicatezza di grande effetto e suggestione. Lo spettacolo si conclude in bellezza con All that jazz, omaggio a Bob Fosse, che ha proiettato gli spettatori nelle atmosfere retro di Cabaret e Chicago, divertendoli e coinvolgendoli a suon di musica. Cantanti e danzatori si sono esibiti dando prova di grande professionalità, bravura ed entusiasmo, come hanno dimostrato gli applausi del pubblico che li hanno accompagnati fino alla […]

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Al Nostos Teatro, Sogno di una notte di mezza estate

Dal 29 giugno al 1 luglio, dalle 19.30 alle 22.30, al Nostos Teatro Sogno di una notte di mezza estate, celeberrima commedia di Shakespeare, rivive nel magnifico scenario del Complesso Monumentale di San Francesco ad Aversa. Sicuramente la più famosa commedia di Shakespeare ha una trama complessa e ricca di colpi di scena che si presta a numerose interpretazioni filologiche e reinterpretazioni nel Mondo Moderno: tutto ha inizio ad Atene dove fervono i preparativi per le nozze di Teseo e Ippolita, ma esse non fanno che da sfondo alla coppia di innamorati veri protagonisti della vicenda, Ermia e Lisandro, vicenda in cui si andranno ad intrecciare le peripezie di altri innamorati, quali appunto Demetrio ed Elena. Metateatro, folklore, cultura classica frammista a leggende e personaggi propri piuttosto del mito celtico, scenari ed espedienti della letteratura di intrattenimento come la magia, il sogno, paesaggi fantastici e misteriosi: tutto questo fa mostra di sé in una sola opera, fa ridere e fa sognare, rimanere col fiato sospeso e sospirare per il romanticismo, tanti elementi che l’Autore ha saputo ben armonizzare sanciscono il successo di questa Commedia presso il pubblico di tutti i tempi. Si va a spasso con la storia e coi suoi interpreti per Sogno di una notte di mezza estate al Nostos Teatro Niente quinte di cartone né tendaggi per Sogno di una notte di mezza estate al Nostos Teatro: sapientemente i direttori artistici dell’opera scelgono di rappresentare in piacevoli serate di mezza estate la celeberrima commedia nel complesso monumentale della chiesa di San Francesco per la rassegna A spasso con la Storia 2018. Lo Spettatore va effettivamente a spasso con la storia e i suoi interpreti dal punto più alto del Monastero, alla sala circondata da finestroni dove un tempo si affacciavano le suore di clausura per guardare la Vita scorrere inesorabile ai loro piedi, al giardino del chiostro con la sua frescura e le piante secolari attraverso scale a chiocciola e terrazze bagnate dalla luce della Luna, per concludersi nella magnifica Chiesa Monumentale di San Francesco. Il connubio è ben riuscito: le luci soffuse sotto le ogive, gli archi bianchi, le luci della città che si affacciano dai finestroni, gli affreschi del secolo XIII, la pace e il silenzio dell’orto trasportano lo spettatore in un’atmosfera magica e lo cullano in un sogno come quello dei protagonisti. Questo riuscito espediente fa dello spettatore – un po’ spione – parte attiva della vicenda (d’altronde gli attori camminano accanto a lui e quasi lo sfiorano) e a sua volta lo spettatore si sente coinvolto e guarda con simpatia gli interpreti, tutti giovanissimi. Da Aversana consiglio vivamente lo spettacolo ai miei compaesani che lo troveranno molto godibile con una punta dell’orgoglio campanilista che viene dall’avere dei monumenti così belli e a tutti i tipi di pubblico, perché la rappresentazione sa mettere ben d’accordo l’amante del classico e del moderno. Nostos sogno  

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Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro, “Sotto il Vesuvio niente” al Napoli Teatro Festival

Sotto il Vesuvio niente di Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro: un bestiario napoletano   Un bestiario napoletano, un magma di creature che si affastellano come formiche e che si muovono vorticosamente tra il sole e la lava del Vesuvio: “Sotto il Vesuvio niente” è una storia di mosaici, di tessere che danzano tra il fuoco e la salsedine e che urlano e sussurrano ai passanti, e agli spettatori, la loro storia. Storia comune per gente speciale, avrebbe detto Fabrizio De André, e quella delle creature del Vesuvio è una storia maledettamente e scandalosamente comune, normale nelle sue sfumature e speciale nei suoi risvolti che sanno di sangue e di morte. Il bestiario che si apre a ventaglio sotto il Vesuvio vede sfilare un caleidoscopio di tipi umani, uno zoo che si agita dietro le sbarre dello sguardo degli spettatori, che osservano il contorcersi animalesco delle figure del sottosuolo napoletano. Come bestie sgorgate dalla lava e dalla cenere, i personaggi del catalogo del Vesuvio si offrono alla platea: le lacrime napulitane vengono sublimate dalla voce dei menestrelli e dei cantori, che urlano a gran voce il loro dolore e la loro voglia di rivalsa, con il ritmo ancestrale e primitivo di percussioni che sanno di altri tempi e altre epoche. Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro, tra teatro, danza e canto La voce possente e straziante delle cantate napoletane scandisce lo spettacolo come un mantra ossessivo, che commuove punti dell’animo che il pubblico non ricordava di possedere: è leitmotiv dello spettacolo progetto di Peppe Lanzetta e Pasquale De Cristofaro, e come un filo rosso guida gli spettatori tra marinai, mandolini, vulcani dalle bocche fumanti e personaggi che urlano al pubblico la propria colpa e il proprio legittimo diritto di redenzione. I personaggi di “Sotto il Vesuvio niente”, la colpa se la portano addosso come un odore, come un peccato originale o un tatuaggio sotto gli strati dell’epidermide: le donne del bestiario del Vesuvio, nate dal mare come Veneri botticelliane, ma nate non da una conchiglia, ma dal tufo e dalla lava, donne napoletane sante e sgualdrine in cerca di un battesimo di redenzione. Le donne del bestiario vesuviano vogliono tutto, vogliono estrarre l’inverno dall’inferno, il sole dai vicoli bui e fitti, la schiuma dalle onde e la tempesta dal mare, sono sante e sono cristalline, e sembra che tra le loro cosce si annidi il segreto della vita e dei secoli. Accanto a loro, sfilano i femminielli, figure androgine e fluide, che stemperano l’emozione e la commozione piazzando qua e là, come fiori dalle spine pungenti, le loro battute a sfondo sessuale, i loro doppi sensi e giochi di parole, strappando al pubblico risate amare come l’aria che si respira nei vicoli certi giorni di agosto. Le baby gang irrompono sul palco: c’è posto anche per loro, in un bestiario vorticoso e incessante, e coi loro pugnali inscenano una danza scandita dalle urla degli adulti che usano aggettivi come “irrecuperabili” e che vestono di negazione il loro destino. Per le baby gang non esiste recupero, […]

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Erodiade allo Spazio Libero Teatro, un regno alla fine della decadenza

Erodiade è l’emblema della disperazione, della follia femminile che divampa quando il controllo della realtà risulta impossibile. Una coinvolgente rivisitazione dell’Erodiade di Gustave Flaubert è andata in scena allo Spazio Libero Teatro di Napoli in un’opera scritta da Federica Castellano e diretta da Vittorio Lucariello. Nel ricordo della magistrale interpretazione di Carmelo Bene (Salomè), lo spettacolo si è presentato al pubblico come una divampante scena tutta al femminile con al centro le emozioni incontrollabili della moglie del Re Erode. Erodiade, tiranna dei sentimenti e madre snaturata Sono molteplici le componenti emotive che scatenano in Erodiade un flusso di cattive intenzioni ed emozioni snaturate. La principessa della Giudea è infatti vittima delle infauste scelte di suo marito e dell’inesorabile corruzione dell’impero romano. Si scatena così in lei il terrore per un avvenire fatto di perdita di potere ed ineluttabile decadenza della bellezza. Quattro donne accolgono il pubblico in una danza sensuale in cui primeggia il velo nero, portatore di sciagure. Al buio la voce infelice e disperata di Erodiade risuona sulle pareti del palco:“Nascondete il sole, le stelle, la luna. Non voglio che più niente mi guardi”. In un’affascinante ed inquietante atmosfera la principessa racconta alle sue ancelle dei festini organizzati da Erode e riversa sulle presenti tutto il livore che nutre nei confronti della figlia Salomè. “Era Salomè, ma era Erodiade, l’Erodiade di un tempo”. La regale donna riflette la propria immagine in uno specchio opaco mentre sembra arrendersi alla distruzione del tempo che passa. In un fremito di rabbia e riscatto generazionale pretende che sua figlia Salomè diventi carnefice di Giovanni Battista. Il martirio dell’uomo rappresenta per madre e figlia il risanamento di un rapporto corrotto in cui Erodiade aveva perso ogni potere sulla figlia.  L’interpretazione di Federica Castellano è l’apice della potenza espressiva femminile Sul palco i colori e le luci ricostruiscono i sentimenti che Erodiade cova all’interno delle sue viscere. Rabbia, rassegnazione, costernazione, desiderio di rivalsa generano nella mente della principessa un’incontrollabile reazione emotiva che la fa vaneggiare tra le mura del palazzo. Federica Castellano è una presenza fisica e recitativa che trasmette al pubblico tutta la mistura delle emozioni controverse di Erodiade. I suoi occhi comunicano angoscia, i suoi movimenti alienazione, le sue parole terrore. La rabbia della principessa è il motore di un comportamento incontrollabile ed irrazionale. Lo spettacolo si esprime attraverso una narrazione metateatrale in cui il pubblico è coinvolto a tutto tondo. La scelta delle musiche è appropriata ai singoli momenti di lucidità e follia che Erodiade alterna nel suo monologo della disperazione. Una pennellata di colori contemporanei ammortisce i toni anacronistici di uno scenario biblico e solenne.   

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Bagarìa di Francesco Rivieccio al TRAM per la penultima serata

Bagarìa di e con Francesco Rivieccio è andato in scena al TRAM il 26 maggio, per la penultima serata del Trentatram Festival Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Bagarìa è un soprannome nudo. Nudo, scarnificato e colmo al tempo stesso, pienezza e vacuità in un solo respiro. Il suo significato non si può toccare, sentire tra le dita, ma si può assaporare nella sua assoluta libertà di interpretazione. Bagarìa è il soprannome che emerge da un fondale nero, come un abisso sgorgato direttamente dal buco nero che tutti noi ci portiamo dentro. E proprio da quel buco nero che affiora, come da una palude allucinata, la figura di Francesco Rivieccio, autore e unico attore del monologo, con regia di Vittorio Passaro, suo compagno di traversata nel suo folle volo oltre le colonne d’Ercole e della canoscenza. Oltrepassare i limina dei confini della vita corporea è un leitmotiv frequentissimo, e per affermarlo non serve scomodare la Commedia dantesca, né tentare di inerpicarsi in confronti e parallelismi che svilirebbero l’essenza piena di uno spettacolo che non si pone come riscrittura del divino poema, ma anzi, il viaggio ultraterreno è solo uno dei tanti ingredienti mescolati in quel calderone che porta il nome di Bagarìa. Un pentolone che vede agitarsi in modo convulso tanti ingredienti e sapori diversi, e che alla fine si svelano nelle loro fragranze uniche e peculiari. Bagarìa: la leggerezza, la malinconia, la profondità e le riflessioni di Francesco Rivieccio Bagarìa è un nudo nome, un calderone di gusti differenti: è il soprannome di un ex architetto napoletano di sessantadue anni, incarnato da Francesco Rivieccio, che in seguito a un fallimento, si trova a fare il barbone e vivere per strada, tra le scarpe rosicchiate dai topi, le carte di giornale e i cocci di bottiglia. Dopo la sua morte, tra l’indifferenza generale e per strada, Bagarìa si sdoppia, tra il corpo, esanime e ucciso dal freddo, riverso sul marciapiede, e la sua anima, che assume l’età a lui più cara, i ventitré anni. L’opera è un confronto, serrato e tratti lirico e dolcissimo, tra l’involucro terreno di Bagarìa, avvolto nella sua coperta che funge da sudario, e la sua anima giovane e ventitreenne: ci si aspetterebbe di provare angoscia violenta e opprimente finitudine, per via della materia trattata, ma a dispetto dell’orrido cominciamento, i toni si elevano in una visionaria leggerezza venata di malinconia sognante, a tratti clownesca e circense. Osservare Francesco Rivieccio che volteggia sul palco, fa pensare a dei versi di Aldo Palazzeschi: Chi sono?/ Il saltimbanco dell’anima mia. Anima, saltimbanco. Sono due parole che si stagliano come pietre sulla coscienza, ma che diventeranno leggere come granellini di sabbia impigliati tra le dita. Il Bagarìa di Rivieccio è un saltimbanco, l’acrobata della sua stessa anima, un artista circense e camaleontico che passa in rassegna il racconto della sua vita a cominciare dalla fine, tenendosi in equilibrio sui ricordi e le memorie più intime: il matrimonio di Bagarìa, la scoperta della sua omosessualità, gli anni universitari con gli amici, il fallimento, la bancarotta, […]

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“Destinazione nota” di Noemi Giulia Fabiano, la musica può renderci liberi e umani

Dove ci porterà l’utilizzo della tecnologia? Verso una destinazione nota, probabilmente. Destinazione nota è uno spettacolo interpretato da adolescenti e pensato per gli adolescenti. Scritto e diretto da Noemi Giulia Fabiano, è andato in scena al TRAM di Napoli nel corso del Festival TrentaTram. La Musica può liberarci dalla schiavitù della tecnologia nello spettacolo di Noemi Giulia Fabiano Destinazione nota presenta sul palco la quotidianità di un gruppo di liceali. Dalle ore passate a controllare i messaggi sul telefonino, alle conversazioni di gruppo su Whatsapp, ai pomeriggi spesi a scaricare applicazioni sul proprio smartphone. La vita di Laura e dei suoi compagni di scuola cambia radicalmente quando il loro professore gli assegna un compito apparentemente semplice: i ragazzi dovranno scrivere un tema sull’evoluzione della musica attraverso le epoche. Laura e le sue amiche non sanno cosa scrivere. La protagonista chiede aiuto ad un’imbranata cugina che le consiglia di scaricare un’applicazione che le permetterà di conoscere la storia della musica. Accade così che la giovane si ritrova catapultata nel passato. Da inviata speciale, scopre quanto la musica abbia il potere di aiutare le persone a liberarsi dalle catene sociali. Destinazione nota di Noemi Giulia Fabiano è un monito verso l’incapacità di aggregazione dei nostri tempi Laura viaggia attraverso il tempo e scopre quanto sia importante per gli uomini la presenza della musica. Negli anni ’20, per esempio, non si poteva ascoltare la musica in solitudine e per questo le note erano in grado di unire le persone. Negli anni ’50 la musica era simbolo di rivoluzione. Il pubblico sceglieva cosa ascoltare tramite il juke box. Negli anni ’80, invece, grazie alle canzoni, ci si innamorava facilmente e si chiacchierava in maniera spontanea davanti ad una cassetta e ad uno stereo. Il viaggio di Laura si conclude quando la ragazza arriva ad una destinazione nota. Nel futuro, infatti, gli uomini si isoleranno nell’ascolto della musica grazie all’utilizzo delle cuffiette. Saranno presenti e assenti e solo il suono delle notifiche del loro cellulare potrà destarli da un sonno indotto. La destinazione ultima diventa così un obiettivo da trasformare per cambiare le sorti dell’umanità. Il gruppo di attori protagonisti dello spettacolo è una vivace e acerba comitiva della recitazione: sul palco vediamo abili ballerini e cantanti che si mostrano talvolta timidi nell’interpretazione. Gli adolescenti sono il bersaglio preferito della tecnologia, della schiavitù velata dei cellulari. Vivere da esseri umani è un compito faticoso. Rinascere come essere umani, invece, può diventare un gioco affascinante e misterioso.      

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3SOME di Tommaso Fermariello al Tram: storia di un menage à trois

3SOME di Tommaso Fermariello al TRAM il 18 maggio: fenomenologia di un menage à trois Questa è la storia di un menage à trois particolare, dai contorni vacillanti e dall’erotismo ambiguo e strisciante. 3SOME è la storia di una triangolazione erotica ed eretica, eretica perché inserisce tra i suoi protagonisti un’entità dall’odore malsano, nauseabondo e disperato, il cancro, e ciò porta ad uno strappo eretico e quasi scandaloso nella classica fenomenologia amorosa. La malattia è uno dei lati del triangolo erotico, ed entra in punta di piedi sul palco del TRAM il 18 maggio, incarnata nelle fattezze di una ragazza minuta, vestita di nero, cinica e dalla voce stridula e disturbante. 3SOME, di Tommaso Fermariello, regia di Martina Testa, e interpretato dallo stesso Tommaso Fermariello, Gianluca Bozzale e Sofia Pauly, è la fenomenologia pop di una malattia che si insinua tra le pieghe di un rapporto amoroso, facendolo avvizzire e rosicchiandolo dall’interno, come un tarlo che svuota progressivamente la vita e restituisce i due involucri vuoti degli innamorati protagonisti dello spettacolo. Pier, appassionato di libri e aspirante scrittore, allampanato, goffo, impacciato e alla ricerca della sua luce, e Diego, youtuber esuberante, dalla forte carica sensuale e dal carisma disarmante, sono una coppia innamorata. Pier e Diego sono affiatati, stanno per andare a vivere insieme e coltivano una quotidianità fatta di progetti e abitudini di coppia. Pier, ossessionato dalla paura delle malattie e del dolore, si ritrova faccia a faccia col suo terrore più grande: Diego, il suo compagno di vita, ha un cancro al cervello. La malattia comincia a strisciare pian piano nelle fessure e negli spiragli della coppia già dalla prima visita di Diego al pronto soccorso, presso cui si reca dopo uno svenimento: la malattia è una ragazza mora, “nera che non si vedeva da una vita intera, nera che porta via, nera che picchia forte, che butta già le porte”, come direbbe un certo De André; è nera, è livida, è cinica, ma è pop. Sì, la morte è cinica e strisciante, ma, nel suo turbinio di nero e di voragine, riesce a creare colori con la sua vocetta stridula, con il suo modo di porsi esuberante e vivace, con le sue battute goffamente macabre e il suo incedere svampito e drammatico. 3SOME: la Morte prende vita e si insinua nel rapporto di coppia “Sono io la morte, e porto corona. E son di tutti voi, signora e padrona”: Branduardi aveva organizzato una sorta di danza macabra, con la Morte a dettare le regoli del ballo e i passi da seguire. La ragazza nera, cinica e svampita, detta le regole del menage à trois: attrae Diego nelle sue spire, come una farfalla attirata dalla luce bruciante della lampada, secondo un gioco di equilibrio precario, in cui Pier rimane sempre ai margini, mai del tutto coinvolto nella fisicità del rapporto erotico tra Diego e la ragazza. Diego, fagocitato dall’influenza della ragazza nera, è restio a curarsi, a seguire un ciclo di chemioterapia, e getta sul tavolo da gioco […]

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Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia al TrentaTram Festival

Quarto appuntamento con il TrentaTram, il primo festival teatrale del Tram (Teatro Ricerca Arte Musica) che porta in scena 11 spettacoli di compagnie under 30 dal 10 al 27 maggio 2018. Domenica 13 maggio è stata la volta di Potrebbe avere effetti indesiderati, una pièce teatrale scritta e diretta da due giovani donne, Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia, che affronta una problematica umana, troppo umana: il rapporto con l’altro, alla luce dei molteplici io e delle svariate personalità che abitano ciascun individuo. Tutto si svolge nella cornice di una scenografia minima, lo studio di una psicologa (Raimonda Maraviglia) dalla quale si reca la signorina F., una giovane donna piuttosto ‘confusa’ (Rebecca Furfaro). Solo una scrivania divide le due donne, apparentemente sole in quello studio, ma nell’ombra siedono altri quattro personaggi, piuttosto singolari e diversi tra loro. Quella che inizia come una semplice seduta di analisi, si trasforma ben presto in un viaggio che porta all’esplorazione dei meandri più nascosti della mente della signorina F., un percorso al quale prendono parte le diverse personalità che abitano la donna, ma che, ad un’attenta analisi, sono parte integrante della psiche di ciascun essere umano. Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia e l’uguaglianza teatro-vita E se ciascuno di noi fosse abitato da molteplici personalità che la vita ci costringe a reprimere ogni volta che applichiamo etichette e definizioni a noi stessi, indefinibili per natura? Questo ed altri sono gli interrogativi che emergono da uno spettacolo che intende portare sulla scena, attraverso il teatro, la pluridimensionalità della mente dell’essere umano. E per fare ciò, tutte le diverse componenti della personalità della signorina F. prendono vita sulla scena: dal rapporto ossessivo con la madre (personificato da Chiara Cucca), al masochismo nel rapporto con l’altro (Daniele Sannino), passando per il senso di inadeguatezza (Teresa Raiano) e l’effetto Truman show di vivere in un mondo di finzione (Gaetano Balzano). In una realtà che sembra impedire all’individuo di assecondare ciascuna delle personalità che lo compongono, di essere tutto contemporaneamente, l’unica via d’uscita è il teatro, in cui tutte le anime che abitano il meraviglioso mondo della psiche possono assumere concretezza e vivere sulla scena. Uno spettacolo che tocca tematiche di estremo interesse ed offre molti, talvolta troppi, spunti di riflessione, che lo spettatore si affanna a rincorrere, afferrando qua e là i fili di una trama intricata ed eterogenea, così come in modo intricato ed eterogeneo si intrecciano le svariate personalità che ogni giorno si incontrano e si scontrano nella psiche di ogni individuo.

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La Capinera di Rosy Bonfiglio al TRAM

La Capinera di Rosy Bonfiglio è al TRAM per la terza serata del TrentaTram Festival. Buio. Una figura femminile avanza sul palcoscenico, offrendosi al pubblico come in una cerimonia iniziatica. Il suo corpo è vestito di fogli di carta, intrisi di parole smorzate e di inchiostro nero come il volo sinistro degli uccelli, predetto da qualche oracolo tra i monti della Grecia. La figura femminile mastica e contiene il vuoto delle sue stesse viscere, è una baccante che flette il suo corpo come un ramo sconquassato dai venti, è l’Arianna che si dimena sulla spiaggia di Nasso, tra la battigia e le conchiglie, è l’Edipo, femminile e virile al tempo stesso, che accarezza la sua colpa come una bestia da addomesticare. È la lupa di Verga, dall’ombelico fremente, è l’alito dei monti boschivi della Grecia ed è la salsedine cocente della Sicilia, è l’androgino che non ha sessualità ma che contiene tutte le sensualità possibili. È la Capinera, delicatissimo uccello che si abbevera di carta e inchiostro, la Capinera che ha esalato l’ultimo respiro non per fame o per sete, ma per qualcosa di ignoto e più grande del suo corpicino. Rosy Bonfiglio è la Capinera, al TRAM il 12 maggio Rosy Bonfiglio porta in scena al TRAM, il 12 maggio, la sua Capinera di aria e di inchiostro. Figlia della Sicilia, donna di carne, di battito e di polvere, conterranea di Verga, Pirandello e Rosa Balistreri, dopo aver studiato all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica di Silvio D’Amico e aver maturato esperienze con Luca Ronconi e Gabriele Lavia, decide di approdare alla sua prima esperienza autoriale. Sceglie di partire dalla fisicità e dalla carnosità della terra e del linguaggio di Verga, da una delle sue opere forse più sofferte e imbevute di Sicilia, grecità e femminilità: Storia di una Capinera. Sceglie di farsi Capinera, di prestare il suo corpo al piumaggio e alle ali di un uccello rinchiuso tra le sbarre di una gabbietta, e di condurre il pubblico in una catàbasi, in una discesa verso l’Ade della follia più autentica. Rosy Bonfiglio, come un Enea nell’Oltretomba, prende per mano il pubblico e sussurra con voce docile ed iniziatica, il famoso incipit dell’opera verghiana, narrando della piccola capinera trovata stecchita nella sua gabbietta: è l’inizio della storia di Maria, diciannovenne orfana di madre, rinchiusa in un convento a Catania dall’età di sette anni e destinata a diventare monaca di clausura. Per via di un’epidemia di colera, Maria ha la possibilità di trascorrere un periodo a Monte Ilice, presso la casa di suo padre, assieme a quella donna che ha difficoltà a chiamare “madre” (la seconda moglie di suo padre) e ai suoi fratellastri Giuditta e Gigi. Proprio a Monte Ilice, comincia un lungo scambio epistolare con Marianna, confidente, amica ed educanda come lei, e Rosy Bonfiglio sceglie di vestire la sua Capinera di quelle stesse lettere del romanzo epistolare di Verga, senza stravolgerle ma facendo soltanto un lavoro di fino, da abile cesellatrice capace di restituire il succo più delizioso e aspro di quelle […]

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