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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 96 articoli

Recensioni

Ebbanesis: Serenvivity al Teatro Sancarluccio

Serenvivity è lo spettacolo del duo Ebbanesis, composto da Serena Pisa e Viviana Cangiano, due giovani cantanti napoletane in ascesa nel panorama musicale italiano. Lo spettacolo, fra musica, canto e comicità, è in scena al Teatro Sancarluccio il 14 e il 15 novembre, nella meravigliosa cornice della Napoli alla moda di Via dei Mille. Ebbanesis: un progetto nato per gioco su internet La storia delle Ebbanesis è il perfetto esempio di come la nuova società delle comunicazioni e dei social network possa favorire l’emergere di differenti stili e forme artistiche: le due cantanti si sono fatte conoscere dal piccolo pubblico social grazie ad alcuni video su Faceboook, nei quali riarrangiavano pezzi della tradizione musicale, soprattutto partenopea, fra il serio e il faceto. In queste piccole, casalinghe performance, le Ebbanesis in favore di camera, voci più chitarra, divertivano un ristretto gruppo di spettatori, inserendo dei jingle all’americana su pezzi che hanno fatto la storia di Napoli (uno fra tanti, Carmela di Sergio Bruni, che diventa uno swing, o Ragione e sentimento di Maria Nazionale, presenti anche fra i pezzi di Serenvivity). In questo panorama si incastonano perfettamente alcuni pezzi inediti, come Pe’ mme di Alessio Bonomo e Marzo cu ‘tte della stessa Serena Pisa, che per la loro dolcezza e profondità completano il caleidoscopio di emozioni di uno spettacolo fuori dai canoni. All’origine del successo in ascesa per le Ebbanesis, dunque, qualche video su internet, alcune presenze in tv, qualche collaborazione che ha permesso loro di farsi notare in contesti più disparati, dalla partecipazione a Tu si que vales, alla richiesta di Maurizio De Giovanni, scrittore napoletano, di musicare Rondinella in occasione di una lettura d’opera, fino alla pubblicazione di un video con Fanpage con un medley sanremese, per non parlare di una serie di concerti sul territorio campano e internazionale . In Serenvivity le due talentuose promesse raccontano questi ed altri aneddoti che hanno segnato il loro percorso professionale. Le Ebbanesis in Serenvivity Le due cantanti si presentano sul palchetto del Sancarluccio nella massima sobrietà: una chitarra, un leggio, un baule per appoggiare alcuni essenziali oggetti di scena. Vestite con eccentrici abiti vintage, che ricordano un po’ le pin-up di un tempo, le Ebbanesis dimostrano che un palco non ha bisogno di grandi luci per mettere in evidenza il talento: sono le loro voci a fare da padrone sulla scena, i loro sorrisi e gli intermezzi per presentare i singoli pezzi, che donano un’aria di freschezza e comicità all’intero spettacolo. In Serenvivity si palesa non solo il talento, ma uno stile del tutto personale, una linea artistica spontanea ma ben definita, una volontà di portare avanti un progetto che ha tutte le carte in regola per imporsi anche all’esterno della nostra regione. In quell’ora e mezza di emozione e divertimento, le Ebbanesis stravolgono la tradizione, la rigirano a vantaggio di un sapore comico fra démodé, americano, grottesco, tragico. In Serenvivity trova posto non soltanto la musica della storia di Napoli, ma anche una rivisitazione in napoletano di Volevo un gatto […]

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Fronte del porto di Alessandro Gassman approda al Teatro Bellini

Fronte del porto di Alessandro Gassman approda al Teatro Bellini di Napoli. Fronte del porto, diretto da Alessandro Gassman, approda al Teatro Bellini di Napoli dal 6 al 25 novembre, incastonandosi in una stagione ricca di grandi nomi, spettacoli originali e riscritture di grandi classici. Dopo il successo straordinario di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Gassman dirige ancora una volta Daniele Russo, in una storia di contaminazioni, riadattamenti e fusione tra cinema e teatro. L’opera, riadattata per il teatro da Enrico Ianniello, ha il proprio impasto originario in una storia dell’americano Budd Schulberg, a sua volta ispirata da un’inchiesta giornalistica su cui si imperniò la sceneggiatura del film di Elia Kazan, chiamato appunto Fronte del porto (On the waterfront), che vinse otto Oscar nel 1954. Un lavoro certosino di scatole cinesi, di matrioske e continui rimandi, che affonda le radici in America e che arriva a toccare le coste di una Napoli di quasi quarant’anni fa, battuta dal vento e dalla miseria. Il porto di Napoli consanguineo del porto di New York, in un legame sotterraneo che attraversa l’oceano e arriva fino al nucleo pulsante e intimo di un’umanità in apnea di giustizia e libertà. L’apnea di un’umanità che si affastella in una selva oscura di capannoni, magazzini, container e grosse navi, in cui l’inferno ha la puzza del sudore dei lavoratori con le mani spellate e il respiro mozzato. Dalla condizione dei lavoratori americani fino al dramma di figure napoletane che sembrano riaffiorare da un bestiario medievale o da un passo biblico, perché l’eccellenza degli attori -Daniele Russo in primis- ha qualcosa di spirituale, disperato e animalesco che colpisce lo spettatore nel nervo più scoperto tra il cuore e l’ombelico. Sì, Fronte del porto approda al Teatro Bellini, e mai verbo fu più indicato, perché la prima sensazione che si prova, confondendosi in platea, è quella di trovarsi esposti al freddo e alla durezza delle banchine di un porto, più che seduti comodamente su poltrone di velluto. E gli effetti scenici e i giochi di luci rendono la scenografia una vera e propria succursale di un porto: onde che increspano il palco, l’orizzonte del mare mattutino, il grigiore dei capannoni per il rimessaggio, i piazzali di cemento. Non manca anche la riproduzione fedele dei vicoli napoletani, delle insenature che si aprono a ogni traversa della città, del perimetro delimitato tra un vascio e un balcone coi panni stesi: tutti gli habitat dove brulica il bestiario sono riprodotti fedelmente, in un connubio tra cinema e teatro che regala, a volte, la curiosa e alienante sensazione di trovarsi di fronte a uno schermo. Fronte del porto, la condizione dei lavoratori del porto della Napoli degli anni Ottanta, vessati e ingoiati da un sistema malavitoso: i personaggi e le dinamiche dello spettacolo Il tocco della regia di Gassman è tangibile e vivido fin dall’inizio, e si ha il conforto di una narrazione lineare, ordinata e coerente: la condizione dei lavoratori del porto della Napoli degli anni ’80 è introdotta dalla storia di Giuseppe Caruso, […]

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Harold Pinter, l’assurdo al Teatro Nuovo di Napoli

Il teatro dell’assurdo di Harold Pinter è tornato a Napoli con lo spettacolo “C’è qualcuno alla porta” di Andrea Lucchetta e Luigi Siracusa. Scopri come è andata! L’incomunicabilità, la distorsione dei ricordi, l’assuefazione da dinamiche perverse e ridondanti. I testi di Harold Pinter sono colmi di paradossi, illogicità, beffe, ed è proprio questo a renderli moderni, specchi circensi di un mondo distopico e multiforme. Oggi come ieri, ieri come domani, gli abitanti della Terra si muovono dentro cerchi concentrici e viziosi, dalla quale potrebbero fuoriuscire soltanto in due modi: tenendosi per mano o guardandosi dentro. Entrambe le prospettive risultano troppo complesse, quasi perverse, e questo comporta una cronica assuefazione al nulla. In ambo gli atti, in ambo i racconti di Harold Pinter portati brillantemente in scena ieri sera al Teatro Nuovo di Napoli, questa defezione morale risulta centrale. Nel primo,  “Il Calapranzi”, i due killer (Marco Fanizzi e Vincenzo Grassi) non sanno dare un nome e una forma al luogo in cui si trovano per compiere il loro lavoro. Attendono, quasi come Didi e Gogo con Godot, qualcuno che non conoscono, che dovrà pagare per qualche motivo con la morte. A loro non spetta fare domande, solo eseguire. E nel frattempo vagano in quello spazio quadrato, una cucina priva di cibo ed utensili, e hanno come unico contatto con il mondo un “paniere” contenente ordinazioni che non potranno soddisfare e un telefono meccanico, emblema di una comunicazione interrotta con l’esterno. Harold Pinter secondo Andrea Lucchetta e Luigi Siracusa Le difficoltà e le incomprensioni sono, invece, il perno di “Vecchi Tempi”, testo più maturo del premio Nobel Harold Pinter e che ha visto in scena Cecilia Bertozzi, Michele Enrico Montesano e Sofia Panizzi. Il triangolo amoroso tra Kate, Deeley e Anna è scaleno. Nessuno dei lati, nessuna delle prospettive combacia con l’altra. Un cortocircuito di ricordi, accompagnati da versi di canzoni accennate, costituisce un intreccio narrativo pregno di note silenti, di non detto, di lasciato intendere. Non c’è un solo svolgimento, ma un fiume di ricordi ad estuario, non c’è un solo finale possibile, ma una serie di copia e incolla confusi che denotano il dramma delle società attuali. La domanda che lo spettacolo, con l’ottima regia del duo Lucchetta – Siracusa, lascia sottintesa è:” c’è speranza?”. A questa domanda Harold Pinter non risponde, così come gli spettatori dei suoi drammi.

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Andromaca, da Euripide a “I Sacchi di Sabbia” alla Sala Assoli

Nei giorni 25, 26 e 27 ottobre, la Sala Assoli ha ospitato “Andromaca“, opera teatrale tratta dall’autore greco Euripide e qui riadattata da Massimiliano Civica (Premio Ubu 2015) e I Sacchi di Sabbia, con questi ultimi intenti ad esserne gli interpreti in scena. Andromaca de I Sacchi di Sabbia o come ti irrido il dramma Se riflettiamo sulle radici del teatro e del dramma non possiamo non pensare ai Greci. A loro dobbiamo la nostra tradizione culturale, il tre unità aristoteliche, seppur non proprie del filosofo, sono un memorandum vivente sul come si imposta e si compone la creazione drammatica. Così profondo è il nostro rispetto e la nostra consuetudine a questa impostazione da ritrovarci spesso in uno scatenarsi di polemiche e dibattiti sul come debba essere rappresentato il dramma oggi. Se è possibile presentarlo solo in quel modo, rispettando la storia e l’abitudine, oppure se è possibili stravolgerlo, mutarlo, se non amputarlo, senza rendergli offesa insopportabile. Il metodo usato da Civica e I Sacchi di Sabbia è innovativo, se così vogliamo dire. Mischia i due status del teatro, quello “alto/dramma” e quello “basso/commedia”, col fine di poterci mostrare, senza omissioni, tutta la tragedia euripidea, evitando di condurre lo spettatore nella pienezza del dramma e raccontando tutte le mostruosità e la violenza insita nell’opera con una grottesca ironia. Talmente assurda è quella spirale di orridi accadimenti in susseguirsi da suscitare una comicità quasi involontaria, qui esagerata e portata in risalto dalle interpretazioni degli attori. Di questi ultimi vanno lodate le buone interpretazioni, capaci di rompere la “quarta parete” senza uscire dal seminato della narrazione, coinvolgendo il minimo indispensabile il pubblico a non lasciarlo mai andare, a perdersi nei suoi pensieri e conducendolo per mano verso il finale. Ridere, ridere, ridere sono le ultime parole del messaggero di Neottolemo, dopo aver raccontato le vicissitudine del suo padrone. Con questo invito si congedano gli attori e le loro interpretazioni, destinate a finire di nuove nelle pagine dei classici e a venire ancora e ancora interpretate come se tutto quell’assurdo dolore non facesse mai poi ridere nessuno.

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“Io, mai niente con nessuno avevo fatto” di Joele Anastasi, al Piccolo Bellini

Il Piccolo Bellini dal 23 al 28 ottobre ospiterà la compagnia teatrale Vucciria Teatro, che presenterà in scena “Io, mai niente con nessuno avevo fatto“. L’opera, scritta, diretta e interpretata da Joele Anastasi, vede inoltre in scena Enrico Sortino, Federica Carruba Toscano. Lo spettacolo è prodotto da Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini. “Io, mai niente con nessuno avevo fatto” di Joele Anastasi e l’amore che uccide Se è nelle vostre visioni cinematografiche, di sicuro non avrete potuto dimenticare i movimenti di danza frenetici, rabbiosi per le strade dell’immaginaria provincia inglese di Everington di Billy nel film “Billy Elliot”, in cui mostrava allo spettatore quel suo tormento interiore, quella sua manifestazione di un’interiorità divisa tra ciò che si aspetta da lui e tra ciò che esso desidera, incorniciata dalle note di “Town Called Malice” dei The Jam. Era difficile la vita per lui, figuriamoci per un ragazzino puppo della Sicilia degli anni ’80. Suddivisa, frammentata da un continuo, intenso e selezionato gioco di luci, il teatro concettuale dei Vucciria e lo spettacolo di Joele Anastasi ci mostra, come a voler incastonare diversi pezzi fondamentali di quel che è pur sempre un distorto mosaico. La storia di Giovanni, Rosaria e Giuseppe, tre vittime della vita e delle circostanze, che si muovono gravanti del peso di una società che li indica come colpevoli di essere ciò che semplicemente sono. Bisogna far plauso ai Vucciria, di essersi addentrati in un marasma oggigiorno presente e che finisce puntualmente con l’essere bollato come “momento buio del passato”. Il rancore cresce e il rifiuto della diversità di esso si alimenta e lievita altrettanto, nelle metropoli si nascondono i mostri, confondendosi tra le migliaia di genti mentre nelle province, meno trafficate, esplodono in tutto il loro malessere. Eppure la “miglior gioventù” continua a venire fuori, il nuovo avanza ed ha una voglia e una forza di sognare indomabili, che neppure il peggior stigma (che sia esso la malattia o l’omosessualità) può fermare. Allora si danza, si salta qua e là, attendendo solo di stare appena un po’ meglio, per partire, andare lontano. Fin dove il sogno ci spinge.

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Terrore e Miseria del Terzo Reich inaugura la stagione all’Elicantropo

Terrore e Miseria del Terzo Reich inaugura la stagione al Teatro Elicantropo, sotto la regia di Carlo Cerciello. Ecco la nostra recensione! Ventitrè sono i testi chiamati in scena per inaugurare la ventitreesima stagione del Teatro Elicantropo. Sarà in scena dal 18 ottobre all’11 novembre la nota opera ad episodi del drammaturgo e saggista tedesco naturalizzato austriaco Bertolt Brecht “Terrore e Miseria del Terzo Reich” con la regia di Carlo Cerciello. Guidati dal direttore artistico dell’Elicantropo e regista in scena ci sono gli Allievi ed Ex Allievi del laboratorio permanente dello stesso teatro. Terrore e Miseria del Terzo Reich diretto da Carlo Cerciello, l’altro volto di una storia “Credi che abbia detto la verità?” Si chiude così uno degli episodi più forti e simbolici del testo Brechtiano, in quest’occasione diretto da Carlo Cerciello. Immagina, Brecht, questa famiglia borghese, con cameriera e pater familias istruito e istruttore, costretta a temere la possibilità di un tradimento di pensieri e ideali da parte del figlio, un pargoletto ben nutrito e curato, che si attarda a tornare a casa e di cui si smette per un pò di avere notizie. Quel che tiene banco, al Teatro Elicantropo, è, sopra ogni cosa, l’abilità narrativa e la superiore qualità del testo dell’autore tedesco. Ad esso dobbiamo l’abilità di intrattenerci, trascinarci dentro la storia e portarci a restare incollati mentre i tragici fatti della vita quotidiana tedesca durante il Reich si svolgono. Una visione profonda e disumanizzata della vita del popolo, costretto a ingoiare amarezza e bile, fingendo di essere in una vastissima gabbia dorata. Un’altra faccia, di quella medaglia sporca che tanto e fin troppo poco conosciamo, che viene egregiamente costruita da Brecht già trà 1935-1938, ovvero in pieno regime. Di qualità sono pure le interpretazioni dei singoli attori chiamati a farsi peso di questo lavoro dal grande impatto emotivo, capaci di indossare con cura le vesti e i dolori di un popolo apparentemente dimenticato e cancellato dallo scorrere del tempo, ma che resta, rivive, quotidianamente seppur in tutte altre forme. Così si chiude questo spettacolo, con un enorme e significativo “No” e una lenta omelia fatta di sentimenti umani ad accompagnare chi lascia il palco per un’ultima volta. Testi di Bertholt Brecht!

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Le disgrazie di Flavio e la Chiesa di Santa Marta

Le disgrazie di Flavio, secondo appuntamento per l’edizione 2018 del Festival di Commedia dell’Arte I viaggi di Capitan Matamoros – Drammaturgie della scena. Recensione dello spettacolo. Forse non tutti sanno che lungo il decumano inferiore, all’incrocio di Via Benedetto Croce e Via San Sebastiano, c’è una chiesetta che – spettatrice silenziosa della movida napoletana che anima la non lontana Piazza Bellini –  è in queste sere teatro di uno spettacolo tutto suo. Si tratta della Chiesa di Santa Marta e lo spettacolo – andato in scena mercoledì 17 ottobre e in replica giovedì 18 alle ore 20:30 – è Le disgrazie di Flavio, commedia dell’arte tratta da un antico scenario della raccolta di Flaminio Scala. Alla scoperta della Chiesa di Santa Marta Visto l’obiettivo con cui nasce il Festival I viaggi di Capitan Matamoros – quello di valorizzare luoghi storici di Napoli non sempre fruibili al grande pubblico – prima della messa in scena, l’associazione Artes – Restauro e Servizi per l’Arte ha permesso agli spettatori di scoprire qualcosa in più su quest’affascinante location. La visita guidata nella Chiesa di Santa Marta, compresa nel prezzo del biglietto, si è tenuta in tre lingue: italiano, inglese e spagnolo. Se da un lato questo ne ha allungato non di poco i tempi, dall’altro ha consentito anche ai numerosi turisti stranieri presenti di poter scoprire qualcosa su Napoli e la sua storia che – probabilmente – non è presente in nessuna guida turistica. L’edificio è stato fondato nel XV secolo e fortemente voluto dalla regina Margherita di Durazzo d’Angiò che a Santa Marta era legata sia per ragioni personali (si dice che la vita delle due donne avessero molte cose in comune) sia per ragioni religiose e politiche (la santa era – ed è tutt’ora – molto venerata in Provenza, luogo da cui proveniva la regina). Inizialmente gestita dalla Confraternita dei Disciplinati di Santa Marta cui facevano parte tanti nobili e viceré, la Chiesa ha conservato a lungo tra le sue mura una testimonianza storica importantissima: il Codice di Santa Marta. Ora conservato all’Archivio di Stato, il Codice è prezioso sia perché documenta il succedersi delle dinastie e delle case regnanti su Napoli capitale, sia perché testimonia l’evoluzione della cultura figurativa meridionale. Ma soprattutto la sua storia è interessante perché il manoscritto scampò miracolosamente all’incendio e al saccheggio del 1647 che, nella chiesa, distrussero tutto: cose e persone. Qui, infatti – prima di trovare la morte per mano degli spagnoli – cercarono rifugio un gruppo di persone che avevano partecipato alla rivoluzione di Masaniello e i cui scheletri sono ancora conservati nella cripta sottostante. Dopo che la guida ha condotto gli spettatori anche lì, un Pulcinella ha però “interrotto” la visita: era ora di pensare ad altre disgrazie, quelle – tutte da ridere – di Flavio. Alla scoperta della Commedia dell’Arte Le disgrazie di Flavio appartiene squisitamente al genere della Commedia dell’Arte. Rimasta popolare fino alla metà del XVIII secolo, ha reso famosa la commedia italiana in tutto il mondo; più che di un genere di […]

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MisStake, Fabiana Fazio porta in scena l’amore al Caos Teatro

“Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo…”, questa celebre frase tratta da una delle tragedie shakespeariane più conosciute dà il la a MisStake, il monologo-soliloquio di parole e canzoni andato in scena il 13 ottobre al Caos Teatro di Villaricca (Na), e in replica questa sera alle 19:00. Scritto, diretto e interpretato dalla brava e bella Fabiana Fazio – con assistenti alla regia Angela Carrano e Giulia Musciacco, collaborazione ai movimenti di scena Maura Tarantino – , MisStake  si compone di una serie di appassionanti e deliranti riflessioni sull’amore; quello con la A maiuscola (ammesso che esista), quello impossibile ma tanto desiderato, quello ostinato, quello illusorio, quello ideale, quello sempre sognato, quello perduto. MisStake, il lucido delirio d’amore di Fabiana Fazio Partendo dalla famosa frase della scena del balcone di Romeo e Giulietta, la Fazio ha rappresentato, nell’intima cornice del Caos Teatro, un monologo sul tema dell’amore e delle sue infinite possibilità. Un colloquio solitario, uno sproloquio delirante, appassionato e ironico che mette in risalto il naturale e straripante talento dell’attrice e autrice partenopea che, da sola sul palco, intrattiene, coinvolge, emoziona e diverte la platea, recitando e cantando in modo ineccepibile. La poliedrica Fabiana Fazio porta sul palco una donna che ripete sempre una stessa frase che non cambia mai nel tempo: “Mi ami?”, e lo chiede a 15 anni, poi a 30, a 40, a 60 anni e quando ormai è vecchia e stanca a tal punto da riuscire a stento a emettere suoni dalla bocca. Vestita da sposa rock con tacchi e occhiali da sole, che cambia di continuo nel corso dello spettacolo, Fabiana Fazio s’interroga incessantemente sull’amore, in un eterno meccanismo che non si blocca mai: Giulietta e Romeo. Una Giulietta e un Romeo. Tutto finisce per una serie di coincidenze e errori (what a mistake!). L’amore. La vita. Il conflitto. “La tragedia è tragedia – spiega la Fazio – Non può che finire tragicamente. Sarebbe una tragedia in ogni caso, anche se dovesse evolvere diversamente. Comunque dovesse andare a finire, sarebbe una tragedia. E’ finita. Finirebbe comunque”. “In un modo doveva pur finire. Con la morte. Con la fine. Meglio con la fine. Nessuno spargimento di sangue”, dice una delle ipotetiche Giulietta portate in scena dall’attrice. “Non c’è nessuna speranza dunque? – ha dichiarato ancora la Fazio – Non se smettiamo di farci domande”. Alla fine le domande della donna immaginata dalla Fazio non trovano risposta perché la risposta non è mai unica. L’amore ha mille volti, può essere illusione, dolore, ma anche gioia, poesia, energia positiva e devastante. Perché MisStake La scelta del titolo del suo nuovo spettacolo è stata così spiegata dalla Fazio: «Dopo aver visto un cartellone pubblicitario in strada con la foto di una Miss, mi dico: “Mistake. Anzi Misstake! Così si dovrà chiamare lo spettacolo!” Così ho iniziato a scrivere degli appunti, dei giochi di parola intorno al termine miss, al termine inglese mistake, ai suoi significati e a tutti i modi in cui si può sbagliare, fare errore. Ho pensato […]

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“L’Inferno di Dante” al Museo del Sottosuolo di Napoli | Recensione

Il Museo del Sottosuolo di Napoli per una notte si è trasformato nell’inferno di Dante. Scopri come è andata. “…Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate” Dopo aver incantato oltre 700mila spettatori nelle edizioni realizzate nelle Grotte di Pertosa e di Castelcivita, lo spettacolo L’Inferno di Dante, ideato e coordinato da Domenico Maria Corrado, è tornato in scena ieri sera al Museo del Sottosuolo di Napoli. In questo luogo senza tempo che nasce come acquedotto greco – romano per poi essere riscoperto come rifugio antiaereo durante il secondo conflitto mondiale, le porte dell’eterna dannazione hanno accolto oltre 50 persone per uno spettacolo che non ha certamente deluso le enormi aspettative. C’era comunque da aspettarselo perché l’associazione Tappeto Volante è specializzata proprio nel mettere in scena rappresentazioni teatrali che si coniugano in maniera armoniosa con gli ambienti. Ma andiamo con ordine. L’Inferno di Dante è uno spettacolo itinerante turistico-divulgativo basato sulla prima cantica della Divina Commedia e racconta, quindi, della discesa del Sommo Poeta tra i cerchi infernali. Durante il suo cammin tra la perduta gente, con la guida del suo fido maestro Virgilio, il fiorentino incontrerà (e noi con lui) indimenticabili personaggi le cui gesta vivono ancora oggi grazie al suo capolavoro. Museo del Sottosuolo di Napoli: dal buio alle stelle  Sono tre gli atti e altrettante le sale del Museo del Sottosuolo in cui l’azione scenica prende vita. Superati i 106 gradini, il pubblico viene accolto da una spettacolare coreografia a cui segue l’ingresso di uno smarrito Dante. Il suo senso di angoscia acuito dalla presenze delle tre fiere viene spazzato via dall’arrivo di Virgilio che indica agli stanti la strada che conduce alla porta infernale. Da qui in avanti, il susseguirsi di emozioni contrastanti si fa tambureggiante. Amore e speranza, nell’ascoltare Beatrice, timore reverenziale nei confronti di Minosse e Caron, “Dimonio dagli occhi di bragia”, e poi pietà nel vedere Francesca abbracciata a Paolo. I due cantano stretti l’uno all’altro e stringono il cuore dei presenti e quello del poeta. Nella sala “Delle Riggiole”, la situazione si fa più angosciante e claustrofobica. Cerbero e Medusa cercano di ostacolare il cammino al gruppo, senza riuscirci. Il volere divino è troppo forte. La terza sala, invece, ha tre indiscussi protagonisti: Ulisse, il Conte Ugolino e il male incarnato, Lucifero. Interessante è la caratterizzazione che viene fatta di quello che fu l’angelo più bello di Dio. Egli, infatti, non compare in scena, ma viene rappresentato con un filmato che mostra l’olocausto, il fungo atomico e molte altre tragiche vicende che hanno avuto come protagonista l’assenza di umanità. L’inferno di Dante, in conclusione Un viaggio, un incredibile viaggio quello di ieri sera al Museo del Sottosuolo di Napoli. Lo spettacolo itinerante “L’Inferno di Dante”  non può che essere riassunto così. Tutto, dall’umida quanto affascinante ambientazione, agli attori e figuranti che hanno saputo incarnare con realismo e vitalità i loro ruoli, dalle musiche di Enzo Gragnaniello alla scelta di attenersi fedelmente al testo, tutto è stato funzionale alla buona riuscita di questa discesa mano nella mano con Dante Alighieri […]

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Clitennestra, Agamennone e Cassandra: Geometrie della Passione al Maschio Angioino

Il cortile del Maschio Angioino, venerdì 14 settembre, è accarezzato da una luna flebile e muta che sembra voler urlare le colpe cucite sulla pelle di donne e uomini appartenenti alla notte dei tempi, colpe e traumi allucinanti intrappolati nel magma della storia e del mito come insetti custoditi nell’ambra. Intorno è buio, come se le spire dell’oscurità facessero calare un manto di velluto sugli occhi degli spettatori. Ma è un attimo, e il velo nero dell’oblio è subito strappato come una tela ingombrante, e le pupille sono libere di posarsi sulla figura di una donna che buca l’oblio, dai piedi nudi e dalla lunga tunica, appena uscita dalle pieghe di un incubo che s’incarna sulla sua stessa pelle rischiarata da quella luna soffocata. Lei è Clitennestra, interpretata da Cinzia Maccagnano. Lei addomestica le tavole del palcoscenico, ci si china, ci si prostra, e spalma la propria figura sinuosa e allucinata sul suolo, rendendo la sua macchina attoriale un corpo vivo e fremente: una tela immacolata dove proiettare fotogrammi di dolore, geometrie rigorose eppure spezzate proprio lì, in un punto di rottura che si annida tra il cuore e il basso ventre, tra lo stomaco e il grembo, dove vi è il gomitolo inestricabile e segreto del suo strazio. Alle spalle di Clitennestra, vi sono un uomo e una donna. Lui possente come la colonna dorica di un tempio, vestito elegantemente, dallo sguardo fiero e dalla lingua muta, lei esile e flessuosa come una sirena, dalla lunga chioma e dagli occhi vispi che inondano il palco di quelle parole che la sua bocca tace: sono Agamennone e Cassandra, interpretati da Aurelio Gatti e Luna Marongiu. Clitennestra,  Cassandra e Agamennone, formano un triangolo che diffonde i suoi spigoli geometrici tra i bastioni del Maschio Angioino e si interseca negli occhi degli spettatori, assorbiti dal monologo viscerale e torrentizio di Clitennestra. Il silenzio viene letteralmente incorporato dai passi di danza di Agamennone e Cassandra, che alle spalle di Clitennestra, continuano a tacere e si accingono in una coreografia serrata: i loro piedi danzanti disegnano schemi di colpa e dolore, rinnovando quella lacerazione che sfilaccia il ventre offeso di Clitennestra. Gli schemi liquidi e preziosi della coreografia sembrano fagocitare il silenzio e calpestarlo con i tacchi, mentre Clitennestra, l’unica a prendere la parola, rovescia sul pubblico il suo soliloquio fluviale, che sgorga dal midollo posto al centro esatto del suo dolore e che pulsa di intimità e viscere contorte. Il monologo di Clitennestra: centro nevralgico del dolore e della colpa Clitennestra si offre al pubblico con la sua nuda voce, dopo aver lacerato ogni velo della geometria e del silenzio: lei ha controllato il raccolto quando suo marito non c’era, lei ha infilzato sui pali le teste dei briganti, lei si è sostituita a lui durante le sue assenze, fino a identificarsi con la sua stessa carne e ad assumere il suo stesso occhio nel guardare il bianco collo delle serve. Clitennestra è la donna che aspetta, colei che trascina il suo bianco […]

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