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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 76 articoli

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“Destinazione nota” di Noemi Giulia Fabiano, la musica può renderci liberi e umani

Dove ci porterà l’utilizzo della tecnologia? Verso una destinazione nota, probabilmente. Destinazione nota è uno spettacolo interpretato da adolescenti e pensato per gli adolescenti. Scritto e diretto da Noemi Giulia Fabiano, è andato in scena al TRAM di Napoli nel corso del Festival TrentaTram. La Musica può liberarci dalla schiavitù della tecnologia nello spettacolo di Noemi Giulia Fabiano Destinazione nota presenta sul palco la quotidianità di un gruppo di liceali. Dalle ore passate a controllare i messaggi sul telefonino, alle conversazioni di gruppo su Whatsapp, ai pomeriggi spesi a scaricare applicazioni sul proprio smartphone. La vita di Laura e dei suoi compagni di scuola cambia radicalmente quando il loro professore gli assegna un compito apparentemente semplice: i ragazzi dovranno scrivere un tema sull’evoluzione della musica attraverso le epoche. Laura e le sue amiche non sanno cosa scrivere. La protagonista chiede aiuto ad un’imbranata cugina che le consiglia di scaricare un’applicazione che le permetterà di conoscere la storia della musica. Accade così che la giovane si ritrova catapultata nel passato. Da inviata speciale, scopre quanto la musica abbia il potere di aiutare le persone a liberarsi dalle catene sociali. Destinazione nota di Noemi Giulia Fabiano è un monito verso l’incapacità di aggregazione dei nostri tempi Laura viaggia attraverso il tempo e scopre quanto sia importante per gli uomini la presenza della musica. Negli anni ’20, per esempio, non si poteva ascoltare la musica in solitudine e per questo le note erano in grado di unire le persone. Negli anni ’50 la musica era simbolo di rivoluzione. Il pubblico sceglieva cosa ascoltare tramite il juke box. Negli anni ’80, invece, grazie alle canzoni, ci si innamorava facilmente e si chiacchierava in maniera spontanea davanti ad una cassetta e ad uno stereo. Il viaggio di Laura si conclude quando la ragazza arriva ad una destinazione nota. Nel futuro, infatti, gli uomini si isoleranno nell’ascolto della musica grazie all’utilizzo delle cuffiette. Saranno presenti e assenti e solo il suono delle notifiche del loro cellulare potrà destarli da un sonno indotto. La destinazione ultima diventa così un obiettivo da trasformare per cambiare le sorti dell’umanità. Il gruppo di attori protagonisti dello spettacolo è una vivace e acerba comitiva della recitazione: sul palco vediamo abili ballerini e cantanti che si mostrano talvolta timidi nell’interpretazione. Gli adolescenti sono il bersaglio preferito della tecnologia, della schiavitù velata dei cellulari. Vivere da esseri umani è un compito faticoso. Rinascere come essere umani, invece, può diventare un gioco affascinante e misterioso.      

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3SOME di Tommaso Fermariello al Tram: storia di un menage à trois

3SOME di Tommaso Fermariello al TRAM il 18 maggio: fenomenologia di un menage à trois Questa è la storia di un menage à trois particolare, dai contorni vacillanti e dall’erotismo ambiguo e strisciante. 3SOME è la storia di una triangolazione erotica ed eretica, eretica perché inserisce tra i suoi protagonisti un’entità dall’odore malsano, nauseabondo e disperato, il cancro, e ciò porta ad uno strappo eretico e quasi scandaloso nella classica fenomenologia amorosa. La malattia è uno dei lati del triangolo erotico, ed entra in punta di piedi sul palco del TRAM il 18 maggio, incarnata nelle fattezze di una ragazza minuta, vestita di nero, cinica e dalla voce stridula e disturbante. 3SOME, di Tommaso Fermariello, regia di Martina Testa, e interpretato dallo stesso Tommaso Fermariello, Gianluca Bozzale e Sofia Pauly, è la fenomenologia pop di una malattia che si insinua tra le pieghe di un rapporto amoroso, facendolo avvizzire e rosicchiandolo dall’interno, come un tarlo che svuota progressivamente la vita e restituisce i due involucri vuoti degli innamorati protagonisti dello spettacolo. Pier, appassionato di libri e aspirante scrittore, allampanato, goffo, impacciato e alla ricerca della sua luce, e Diego, youtuber esuberante, dalla forte carica sensuale e dal carisma disarmante, sono una coppia innamorata. Pier e Diego sono affiatati, stanno per andare a vivere insieme e coltivano una quotidianità fatta di progetti e abitudini di coppia. Pier, ossessionato dalla paura delle malattie e del dolore, si ritrova faccia a faccia col suo terrore più grande: Diego, il suo compagno di vita, ha un cancro al cervello. La malattia comincia a strisciare pian piano nelle fessure e negli spiragli della coppia già dalla prima visita di Diego al pronto soccorso, presso cui si reca dopo uno svenimento: la malattia è una ragazza mora, “nera che non si vedeva da una vita intera, nera che porta via, nera che picchia forte, che butta già le porte”, come direbbe un certo De André; è nera, è livida, è cinica, ma è pop. Sì, la morte è cinica e strisciante, ma, nel suo turbinio di nero e di voragine, riesce a creare colori con la sua vocetta stridula, con il suo modo di porsi esuberante e vivace, con le sue battute goffamente macabre e il suo incedere svampito e drammatico. 3SOME: la Morte prende vita e si insinua nel rapporto di coppia “Sono io la morte, e porto corona. E son di tutti voi, signora e padrona”: Branduardi aveva organizzato una sorta di danza macabra, con la Morte a dettare le regoli del ballo e i passi da seguire. La ragazza nera, cinica e svampita, detta le regole del menage à trois: attrae Diego nelle sue spire, come una farfalla attirata dalla luce bruciante della lampada, secondo un gioco di equilibrio precario, in cui Pier rimane sempre ai margini, mai del tutto coinvolto nella fisicità del rapporto erotico tra Diego e la ragazza. Diego, fagocitato dall’influenza della ragazza nera, è restio a curarsi, a seguire un ciclo di chemioterapia, e getta sul tavolo da gioco […]

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Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia al TrentaTram Festival

Quarto appuntamento con il TrentaTram, il primo festival teatrale del Tram (Teatro Ricerca Arte Musica) che porta in scena 11 spettacoli di compagnie under 30 dal 10 al 27 maggio 2018. Domenica 13 maggio è stata la volta di Potrebbe avere effetti indesiderati, una pièce teatrale scritta e diretta da due giovani donne, Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia, che affronta una problematica umana, troppo umana: il rapporto con l’altro, alla luce dei molteplici io e delle svariate personalità che abitano ciascun individuo. Tutto si svolge nella cornice di una scenografia minima, lo studio di una psicologa (Raimonda Maraviglia) dalla quale si reca la signorina F., una giovane donna piuttosto ‘confusa’ (Rebecca Furfaro). Solo una scrivania divide le due donne, apparentemente sole in quello studio, ma nell’ombra siedono altri quattro personaggi, piuttosto singolari e diversi tra loro. Quella che inizia come una semplice seduta di analisi, si trasforma ben presto in un viaggio che porta all’esplorazione dei meandri più nascosti della mente della signorina F., un percorso al quale prendono parte le diverse personalità che abitano la donna, ma che, ad un’attenta analisi, sono parte integrante della psiche di ciascun essere umano. Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia e l’uguaglianza teatro-vita E se ciascuno di noi fosse abitato da molteplici personalità che la vita ci costringe a reprimere ogni volta che applichiamo etichette e definizioni a noi stessi, indefinibili per natura? Questo ed altri sono gli interrogativi che emergono da uno spettacolo che intende portare sulla scena, attraverso il teatro, la pluridimensionalità della mente dell’essere umano. E per fare ciò, tutte le diverse componenti della personalità della signorina F. prendono vita sulla scena: dal rapporto ossessivo con la madre (personificato da Chiara Cucca), al masochismo nel rapporto con l’altro (Daniele Sannino), passando per il senso di inadeguatezza (Teresa Raiano) e l’effetto Truman show di vivere in un mondo di finzione (Gaetano Balzano). In una realtà che sembra impedire all’individuo di assecondare ciascuna delle personalità che lo compongono, di essere tutto contemporaneamente, l’unica via d’uscita è il teatro, in cui tutte le anime che abitano il meraviglioso mondo della psiche possono assumere concretezza e vivere sulla scena. Uno spettacolo che tocca tematiche di estremo interesse ed offre molti, talvolta troppi, spunti di riflessione, che lo spettatore si affanna a rincorrere, afferrando qua e là i fili di una trama intricata ed eterogenea, così come in modo intricato ed eterogeneo si intrecciano le svariate personalità che ogni giorno si incontrano e si scontrano nella psiche di ogni individuo.

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La Capinera di Rosy Bonfiglio al TRAM

La Capinera di Rosy Bonfiglio è al TRAM per la terza serata del TrentaTram Festival. Buio. Una figura femminile avanza sul palcoscenico, offrendosi al pubblico come in una cerimonia iniziatica. Il suo corpo è vestito di fogli di carta, intrisi di parole smorzate e di inchiostro nero come il volo sinistro degli uccelli, predetto da qualche oracolo tra i monti della Grecia. La figura femminile mastica e contiene il vuoto delle sue stesse viscere, è una baccante che flette il suo corpo come un ramo sconquassato dai venti, è l’Arianna che si dimena sulla spiaggia di Nasso, tra la battigia e le conchiglie, è l’Edipo, femminile e virile al tempo stesso, che accarezza la sua colpa come una bestia da addomesticare. È la lupa di Verga, dall’ombelico fremente, è l’alito dei monti boschivi della Grecia ed è la salsedine cocente della Sicilia, è l’androgino che non ha sessualità ma che contiene tutte le sensualità possibili. È la Capinera, delicatissimo uccello che si abbevera di carta e inchiostro, la Capinera che ha esalato l’ultimo respiro non per fame o per sete, ma per qualcosa di ignoto e più grande del suo corpicino. Rosy Bonfiglio è la Capinera, al TRAM il 12 maggio Rosy Bonfiglio porta in scena al TRAM, il 12 maggio, la sua Capinera di aria e di inchiostro. Figlia della Sicilia, donna di carne, di battito e di polvere, conterranea di Verga, Pirandello e Rosa Balistreri, dopo aver studiato all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica di Silvio D’Amico e aver maturato esperienze con Luca Ronconi e Gabriele Lavia, decide di approdare alla sua prima esperienza autoriale. Sceglie di partire dalla fisicità e dalla carnosità della terra e del linguaggio di Verga, da una delle sue opere forse più sofferte e imbevute di Sicilia, grecità e femminilità: Storia di una Capinera. Sceglie di farsi Capinera, di prestare il suo corpo al piumaggio e alle ali di un uccello rinchiuso tra le sbarre di una gabbietta, e di condurre il pubblico in una catàbasi, in una discesa verso l’Ade della follia più autentica. Rosy Bonfiglio, come un Enea nell’Oltretomba, prende per mano il pubblico e sussurra con voce docile ed iniziatica, il famoso incipit dell’opera verghiana, narrando della piccola capinera trovata stecchita nella sua gabbietta: è l’inizio della storia di Maria, diciannovenne orfana di madre, rinchiusa in un convento a Catania dall’età di sette anni e destinata a diventare monaca di clausura. Per via di un’epidemia di colera, Maria ha la possibilità di trascorrere un periodo a Monte Ilice, presso la casa di suo padre, assieme a quella donna che ha difficoltà a chiamare “madre” (la seconda moglie di suo padre) e ai suoi fratellastri Giuditta e Gigi. Proprio a Monte Ilice, comincia un lungo scambio epistolare con Marianna, confidente, amica ed educanda come lei, e Rosy Bonfiglio sceglie di vestire la sua Capinera di quelle stesse lettere del romanzo epistolare di Verga, senza stravolgerle ma facendo soltanto un lavoro di fino, da abile cesellatrice capace di restituire il succo più delizioso e aspro di quelle […]

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“Audizione” di Chiara Arrigoni, roulette russe sessuali al TRAM

Palpitante tensione. Sarah e Miguel attendono l’esito di un importantissimo colloquio di lavoro in cui c’è in gioco una importante fetta del loro futuro. Centomila euro la paga per una sola performance. I requisiti? Essere disposti a spogliarsi dei vestiti e di ogni dignità per ricchi annoiati, e non aver nessuna remora a contagiarli con l’HIV. Basato su una triste quanto vera vicenda di cronaca, “Audizione” della compagnia under 30 “Le ore piccole”, è il secondo spettacolo del Trentatram Festival. Dopo 6 maggio 1938, si cambiano completamente registro e tematiche. L’impianto drammaturgico di Chiara Arrigoni si fonda sulle carenze emotive e sulle subdole dinamiche lavorative che caratterizzano le attuali generazioni. Sarah (Chiara Arrigoni) e Miguel (Andrea Ferrara), ormai svuotati di ogni morale e amor proprio, sono i candidati perfetti per la proposta indecente dello spietato signor T (Massimo Leone), una roulette russa sessuale, un’orgia in cui il vero brivido per i partecipanti sarà la loro presenza. La presenza di un malato in incognita. In questo gioco perverso, che ricorda la realistica crudezza degli episodi più oscuri di Black Mirror, è possibile individuare tre tipologie umane. I disperati, la cui rabbia e frustrazione viene abilmente sfruttata e incanalata, alimentando una ferina lotta per la sopravvivenza. I facoltosi, uccisi dall’eccessivo benessere, che cercano ad ogni costo una evasione, sinonimo di riscoperta del sentire vitalistico. Tra di loro, tra le due tipologie, si inseriscono le “iene”, chi entrambi sfrutta, mercificandoli di fatto pur di ottenere remunerazione. “Audizione” di Chiara Arrigoni, la cruda essenza del teatro La regia di Francesco Toto è estremamente asciutta, cinematografica e attenta ad ogni dettaglio e movimento. Dai certificati medici presenti sul monitor del computer del selezionatore, alle espressioni dei personaggi fuori campo, tutto è stato studiato, rivisto e reso funzionale alla climax emotiva. Un turbine di emozioni violente ha catalizzato l’attenzione degli spettatori per l’intera durata di uno spettacolo pregno, affascinante e soprattutto senza fronzoli. Privato di paillettes, inutili orpelli scenici, e retoriche, il teatro portato in scena da questa promettente compagnia è vivo, essenziale, efficace. È un teatro povero solo nel budget, ma ricco – ed è una rarità oggi come oggi – nei contenuti.

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“6 maggio 1938”: Guglielmo Lipari dà il via il Festival Trentatram al TRAM di Napoli

Al via il Trentatram Festival 2018, con 6 maggio 1938 di Guglielmo Lipari, liberamente ispirato a “Una giornata particolare” di Costanzo, Maccari e Scola Buio.  Sprazzi di luce arancione di fiamme che ribollono, forse in un’altra dimensione. Poi ancora buio. E infine tavola, fornelli, letto, piatti, libri, lenzuola, bucato, biancheria, brocche d’acqua e bottiglie di vino, affastellati come in un formicaio scenografico brulicante di correlativi oggettivi. Ogni oggetto è un correlativo oggettivo, è un feticcio, ogni singolo piatto, cuscino o lenzuola è una proiezione del corpo fascista che riverbera sulla carnalità della donna, disumanizzata, diserotizzata e relegata a puro mammifero dalle finalità di procreazione. Con questo imbuto scenografico di oggetti, riversati al cospetto del pubblico nella loro pienezza vorticosa, e con l’immagine di una donna che riaffiora dal buio, inizia 6  Maggio 1938, con Anna Rapoli e Marco Abate, drammaturgia e regia di Guglielmo Lipari, 28 anni, di formazione cinematografica (come dal regista affermato nel corso della serata) e proveniente da Cava de’ Tirreni. 6 maggio 1938 è lo spettacolo inaugurale del Trentatram Festival, alla sua prima edizione: il festival è iniziato giovedì 10 maggio e si concluderà il 27. La peculiarità del festival è quella di ospitare compagnie teatrali formate da attori e registi con meno di trent’anni. Saranno undici le compagnie a prendere parte alla rassegna, selezionate tra le più promettenti e interessanti del panorama nazionale; saranno giudicate da una giuria, composta da due gruppi: il gruppo degli Analitici, formato da addetti ai lavori, critici e operatori teatrali, e il gruppo dei Visionari, ossia di appassionati, studenti e amatori del teatro. Verrà proclamato un unico vincitore a cui andranno tre giorni di messa in scena presso il teatro TRAM nel corso della stagione 2018/2019. “6 maggio 1938” di Guglielmo Lipari: nell’universo dello spettacolo Entrare nel ventre, nello stomaco dello spettacolo non è assolutamente semplice: è essenziale approcciarsi a 6 maggio 1938 con uno sguardo libero e cristallino, con la mente ridotta a mo’ di tabula rasa nel dimenticare, volontariamente, il film a cui lo spettacolo è liberamente ispirato, ossia “Una giornata particolare”, o almeno provare a mitigarne il ricordo. Giudicare e recensire lo spettacolo seguendo la linea di confronto con il proprio antecedente cinematografico, sarebbe un’operazione sterile e infruttuosa: meglio provare ad addentrarsi nella pancia di questo piccolo spettacolo, esplorandone luci e ombre. Roma, 6 maggio 1938: Luciana, (interpretata da Anna Rapoli) si trova nel proprio altare domestico, eretto per lei da  marito, virile padrone fascista che muove i fili della vita di sua moglie, come un burattinaio intriso di sacro orgoglio romano. L’altare domestico in cui è relegata Luciana, quasi come una Didone nella propria roccaforte cartaginese, è composto da oggetti feticcio che, ammassati sulla scena come tanti ciottoli di una spiaggi abbandonata, le ricordano la propria sterilità emotiva e bulimia sentimentale. Il 6 maggio 1938 è il giorno della storica visita del grande alleato tedesco, Adolf Hitler, giunto in Italia per visitare Mussolini e accolto dallo strepito entusiasta di uomini, donne e bambini, tra cui il marito e […]

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“Jamais Vu” del Collettivo Lunazione, quando l’oblio può essere una benedizione

Jamais Vu è in scena al teatro TRAM di Napoli fino a domenica 6 maggio. L’amnesia è un fenomeno contrario al deja vu e può spaventarci davvero. Cosa accadrebbe se improvvisamente dimenticassimo un momento importante, un ricordo fondamentale per la nostra esistenza? Il soggetto di Eduardo Di Pietro prodotto dal Collettivo Lunazione mostra allo spettatore la disarmante conseguenza di un jamais vu (contrario di deja vù) e i benefici che il “non ricordo” può arrecare alla nostra esistenza. L’oblio come conseguenza delle azioni immorali Si sa, rapinare la Banca Nazionale è un’impresa ardua che non si può certamente realizzare senza conseguenze. Lo sanno bene i quattro rapinatori protagonisti di Jamais Vu. Stretti nelle loro camicie bianche sporche di polvere e sudore, i terroristi dell’ultima ora si intrufolano nella banca per dare un senso alla vita che li ha traditi. Ma l’imprevisto è dietro l’angolo. Dopo il furto i rapinatori diventano vittime di una amnesia collettiva e, in un claustrofobico rifugio, subiranno tutte le conseguenze del “non ricordo”. Il lume della memoria (raffigurato da una lampadina posta al centro del palco) passa di mano in mano, splendendo attraverso una luce opaca ma sempre vivida. Chiusi in una stanza i quattro saranno costretti a fare i conti con i loro ricordi e con un passato che gli morde l’anima. “Ricorda che noi siamo solo quello che costruiamo” si ripete il più disgraziato tra loro. Lo sforzo impiegato per ricordare ciò che è accaduto in seguito alla rapina si trasforma presto in una seduta collettiva di psicoanalisi. Le luci blu che splendono ad intermittenza simulano il vuoto in cui può ricadere la mente. Il ricordo del Bene non è più un vero Bene, il Male invece è reale. Il denaro è solo un vile mezzo. Quando la società ti mette da parte l’amarezza diventa la tua unica compagna. “Ricordare è importante ma dimenticare lo è di più. Solo così si può tornare a vivere”. Questo è il messaggio principale di Jamais Vu, uno spettacolo incentrato sull’importanza della coscienza e della memoria che la custodisce. “Sono anni che scappiamo dai ricordi. L’amnesia è una benedizione”. L’espropriazione per la libertà, simboleggiata da una avventurosa rapina alla Banca Nazionale, diventa così lo specchio di una redenzione personale e collettiva concessa dalla cancellazione dei ricordi. In Jamais Vu la comicità si mescola alla riflessione Si ride, si piange, si riflette seduti davanti al palco. La recitazione di Eduardo Di Pietro, Giulia Esposito, Vincenzo Liguori, Gennaro Monforte e Laura Pagliara è una rappresentazione scenica delle varie tipologie di “scarti della società contemporanea”. Donne e uomini che si sono sentiti traditi dall’esistenza, dai sogni che hanno coltivato e che rappresentano il motore della loro vita. La comicità delle battute è espressa attraverso fraseggi in dialetto napoletano e intrecci e incomprensioni di parole. La riflessione si mescola alla risata in un continuum dinamico e coinvolgente. I colpi di scena sorprendono lo spettatore confondendogli le idee. L’immedesimazione è necessaria e la spinta emotiva ci permette di comprendere quanto possa essere concreta […]

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“TFR” di Lello Marangio e Lucio Pierri, risate di fine rapporto all’Augusteo

Una commedia ben scritta e ben interpretata da un talentuoso cast. Risate e riflessioni. Un finale a sorpresa davvero geniale. Questo è il bagaglio di intrattenimento che ci ha lasciato ieri sera TFR – Trattamento di Fine Rapporto, spettacolo scritto da Lello Marangio e Lucio Pierri, andato in scena al Teatro Augusteo di Napoli. La storia, di grandissima attualità, segue le tragicomiche vicende di una azienda di pannelli fotovoltaici che, in seguito a manomissioni al fatturato della sua direttrice, la Dottoressa Borromeo (Rosaria De Cicco), rischia la chiusura. Un Euro Parlamentare (Massimo Carrino) colluso con la camorra e un imprenditore cinese (Davide Marotta) tenteranno di approfittarne. Ultimo baluardo degli operai a rischio licenziamento saranno tre sgangherati rappresentati sindacali – oltre che lavoratori della fabbrica – Michelangelo (Lucio Pierri), Francesco (Ernesto Lama) e Karina (Yuliya Mayarchuk) tenteranno ogni possibile escamotage per far fronte alla bancarotta. Ci riusciranno? Questa è la domanda che scena dopo scena viene posta allo spettatore mentre gli si palesano di fronte tutte le malsane dinamiche che inquinano le già malsane acque in cui versano le aziende italiane. La corruzione della politica, che non è immune dallo scendere a compromessi, gli appalti truccati e gli accordi con i rappresentati della malavita, gli acquirenti stranieri dal denaro facile, che vogliono conquistare e monopolizzare.  I sogni, le paure e gli amori tra operai, nello specifico, infondono una verve di leggerezza e ironia alla commedia, in cui ogni dialogo è chiuso da una battuta, una gag o un gioco di parole. Lello Marangio e Lucio Pierri descrivono un malcostume tutto italiano Nello scacchiere, che ricorda molto i gialli americani in cui tutti i personaggi, in fondo, sono colpevoli, che il duo presenta sulla scena, non mancano sorprese e colpi di scena. Gli ultimi dieci minuti dello spettacolo, come accennato in precedenza, sono un vero e proprio capolavoro drammaturgico e donano uno spessore notevole ad una recita che era stata comunque fluida, sagace e interessante fino a quel momento, anche per l’ottima sinergia tra gli attori che hanno dato carisma, identità e sfumature ai loro personaggi. TFR – Trattamento di Fine Rapporto sarà in scena fino a domenica 6. E noi non possiamo che consigliarvelo.   

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L’Immoralista di Gide al TRAM.Un racconto tra edonismo e spiritualismo

L’Immoralista è in scena al Teatro TRAM di Napoli fino a domenica 29 aprile. Lo spettacolo è tratto dal romanzo di André Gide del 1902. La riscrittura di Luisa Guarro e Antonio Mocciola pone al centro della rappresentazione il concetto di rinascita. Una nuova vita che è conseguenza di una malattia del corpo che condiziona anche lo spirito di un uomo. Il letterato Michel, infatti, contrae la tubercolosi durante il suo viaggio di nozze e dopo aver sconfitto la morte si convince di essere il Dio di se stesso e di poter dare nuova linfa alla propria esistenza. L’Immoralista, Michel e Marcelin intrappolati in un matrimonio contrastante Attenzione contiene spoiler! Michel sposa la giovane Marcelin per compiacere suo padre sul letto di morte. I coniugi si presentano al pubblico come due persone opposte dal punto di vista della morale. Dopo le nozze partono alla volta dell’Africa e durante il viaggio Michel si ammala di tubercolosi. Marcelin è una donna morigerata che assiste il marito giorno e notte e prega costantemente affinché egli possa guarire. Ma Michel si convince di poter sconfiggere da solo la malattia: “Non voglio avere obblighi con il tuo Dio”, dice alla moglie. Nei giorni trascorsi in Africa l’uomo è affascinato dai bambini che popolano la città di Tunisi. Ammira la loro struttura fisica, la loro vivacità e la loro salute. Contemplando le immagini estasianti dei bambini,  vuole a tutti i costi stringere rapporti con loro. In preda alle allucinazioni Michel si incammina verso il cortile e si lascia inebriare dall’atmosfera lanciandosi in una danza mistica. Si sente rinato sia nel corpo che nello spirito. Sensualità e metafisica si fondono: “Mi sento bruciare dentro da una febbre di felicità”. Tornato in patria, a Parigi, il protagonista mette in dubbio la morale della società che lo circonda e persino quella di sua moglie. Egli si sente in gabbia, diretto su binari certi che portano alla morte. Vuole vivere ogni giorno in modo naturale. I coniugi si recano in Normandia per amministrare le fattorie di famiglia. Qui si ripristina l’ossessione di Michel per i ragazzini del luogo. Ma è proprio in Normandia che Marcelin si ammala di tubercolosi e, affidandosi alle cure di Michel, la donna si vede costretta a viaggiare in lungo e in largo in cerca della guarigione. In questo modo il marito la porta di nuovo a Tunisi, lì dove ha sconfitto la tubercolosi, abbandonandola e costringendola a morire da sola. Col cadavere di Marcelin che giace sul pavimento Michel si addentra nel deserto alla ricerca di quei ragazzini che, secondo la sua logica, gli hanno ridato la vita. Ma ormai tutto è cambiato e una voce, dal buio, lo prende in giro deridendolo. Le interpretazioni di Esposito e Marciello ci mostrano il senso della conflittualità Il palco del TRAM è un nido d’amore. Immerso in un’atmosfera monocromatica, si tinge delle sfumature del color crema. I vestiti, gli oggetti e le luci concentrano la nostra attenzione su un “unicum spaziale”.  Il contrasto tra la morale inattaccabile di […]

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