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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 213 articoli

Recensioni

Peppe Iodice in Jody Beach Party: l’estate a Gennaio al Teatro Augusteo

Jody Beach Party è lo spettacolo ideato da Lello Marangio e Peppe Iodice, con regia di Francesco Mastrandrea e ha portato con sé l’odore del mare e il suono dei tormentoni estivi  in sala al Teatro Augusteo le sere del 23 e 24 Gennaio, stravolgendo completamente la percezione dello spazio-tempo. Com’è nata l’idea del Jody Beach Party? Ce lo spiega Peppe Iodice in persona all’inizio dello spettacolo. Non è tanto per andare contro o competere con Lorenzo Jovanotti, quanto il desiderio di vivere la vita di tutti giorni, per quanto abitudinaria a volte, con la voglia di divertirsi. Infatti il Jody Beach Party parte dall’essere spettacolo per diventare un’esperienza condivisa. Il pubblico interagisce attivamente e segue e cambia le carte in gioco, ride e risponde. L’atmosfera che si respira appena si entra in sala è elettrica. Le maschere camminano tra le file e le poltrone con cesti pieni di cibo e vivande, tanto da avere l’impressione di essere al Super Bowl negli U.S.A. Il palco è completamente inondato dalla luce dei fari, forti come il sole in Agosto. Alla consolle c’è Daniele “Decibel” Bellini, speaker dello stadio San Paolo che riesce ad interagire con grande alchimia insieme a Peppe Iodice e a divertire il pubblico con il mix e la scelta delle canzoni. La musica non è solo un accompagnamento, ma vero e proprio strumento di viaggio nel tempo. Tra gli ospiti speciali ci sono i Los Locos, duo italiano di musica latino-americana composto da Roberto Boribello e Paolo Franchetto. Il loro beat ci riporta con un battere di ciglia automaticamente all’inizio degli anni novanta e i colori delle camicie fluo stile hawaiano incoronano l’atmosfera. E tra le note di Mueve la colita  e El tic tic tac abbiamo momenti di “serietà” con un pezzo che si avvicina molto per lo stile ai monologhi di stand-up comedy con temi che trattato l’imprevedibilità e la disorganizzazione del sopraggiungere della morte e un monologo che celebra per vie traverse l’importanza della cultura. A dividere il palco con Peppe Iodice, oltre a ballerini, amici e baristi, c’è Lello Marangio, co-conduttore e la voce indispensabile dell’amico razionale nelle serate di festa, quell’amico che non ti abbandona nemmeno durante le serate in cui hai bevuto un po’ di più. Si raggiunge la sublimazione del party con la celebrazione di un matrimonio, l’amore come parte del divertimento e il sentimento che porta con sé la felicità di una semplice e indimenticabile serata estiva, come quella del Jody Beach Party. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale 2020 del Teatro Augusteo, consultate il seguente sito: http://www.teatroaugusteo.it/1/cartellone_2019_2020_1365226.html

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La resa dei conti: gli interrogativi senza tempo in scena al Piccolo Bellini

Arriva al Piccolo Bellini di Napoli dal 21 al 26 gennaio 2020, lo spettacolo di Michele Santeramo, ” La resa dei conti ”  per la regia di Peppino Mazzotta  con Daniele Russo e Andrea Di Casa.  La resa dei conti: enigmi, esistenza, salvezza Il testo di Michele Santeramo porta sul palcoscenico del Piccolo Bellini  interrogativi enigmatici senza tempo e senza risposta in un dialogo tra due uomini che riflettono sull’esistenza e sulla possibilità di salvezza di ogni essere umano. I due protagonisti condividono lo stesso ambiente, senza finestre e porte, per volere di uno dei due che tenta di ”salvare” l’altro credendo di essere Gesù. Giochi d’identità e continue menzogne: due vite di sconosciuti che iniziano ad intrecciarsi e di cui entrambi sentono il tremendo peso e, allo stesso tempo, l’estenuante voglia di liberarsi da un’esistenza che non riconoscono più come propria. Colpevoli e consapevoli dei loro peccati, cercano un’altra ed ultima possibilità di salvezza. Salvarsi per evitare la condanna: la condanna di una vita  priva di scopo. Cercano di capire come sia stato possibile essere arrivati a quel punto e di riprendere la propria esistenza in mano, cambiando identità e facendo in modo che siano in primis loro stessi e poi gli altri. Il cambiamento radicale parte proprio dalla riflessione che ognuno di noi fa con se stesso, proprio dall’esatto punto in cui parte la ”resa dei conti”. Il punto in cui tutte le carte ormai sono in tavola, in cui arriva quel momento preciso in cui si necessita di un cambiamento, di una rivincita sul passato. ”Che fai? Dormi? Qua dormono tutti!” Con questa frase chiave, con questo paragone che fa intendere quanto l’uomo sia cieco nei confronti di ciò che gli accade intorno, inizia lo spettacolo di Michele Santeramo che riesce a trascinare lo spettatore in un vortice di domande, problemi e tentativi di soluzione. Lo scenario è semplice ma ben curato, il che rende ancora più enigmatico il dialogo tra i due protagonisti rinchiusi in questa stanza senza finestre, porte, tempo. Eccezionale la regia di Peppino Mazzotta e l’interpretazione dei due attori (Andrea Di Casa e Daniele Russo) che riescono a mandare segnali forti, a lasciare segni indelebili e, soprattutto, a rendere vive e reali quelle che sono domande esistenziali che si cerca spesso di eludere. Domande e perplessità che ogni persona porta con sé ma che spesso vengono rimandate, soffocate e, in apparenza, dimenticate. Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/329/la-resa-dei-conti

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Malacrescita di Mimmo Borrelli: storia di sangue

Mimmo Borrelli è al Teatro Nuovo, dal 10 al 12 gennaio, con Malacrescita, testo potente e conturbante tratto La madre: ‘i figlie so’ piezze ‘i sfaccimma  Con Malacrescita Mimmo Borrelli, ancora una volta, ruba, depreda, saccheggia la tragedia greca: lo fa per costruire personaggi dalla statura mastodontica, per raccontare un agghiacciante presente, per turbare e scuotere coscienze, per ottenere la catarsi, per plasmare la sua lingua. Malacrescita porta in scena una rediviva Medea, Maria Sibilla Ascione, figlia di camorrista, moglie di Santokanne, il camorrista Francesco Schiavone, madre di due gemelli che lei stessa rende dementi, avvinazzandoli. Malacrescita nasce dall’inevitabile esigenza di narrare la storia di come un uomo, un marito, un amore possono ridurre una donna, portarla alla più truce, crudele e innaturale delle vendette: quella di Medea sui suoi figli. Mimmo Borrelli presta la sua voce ai due gemelli, figli nati dall’amore di Maria Sibilla per Schiavone, eppure non voluti: quella di Maria Sibilla è una maternità che nasce dal vizio, non dal desiderio. I due gemelli, pasciuti con il vino, vengono resi inabili e abbandonati da una madre che, come Medea, vede in loro l’unica possibilità di vendicarsi del proprio uomo: tutti sapranno che Schiavone è padre di due figli scemi. Sono proprio i gemelli a

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Natale al TRAM: La scuola delle mogli, di Diego Sommaripa

Nell’intimità della sala del Teatro TRAM ha riscosso grande successo la rappresentazione  teatrale  de La scuola delle mogli, opera di Molière riscritta dal drammaturgo e anche regista Diego Sommaripa e ambientata nella Napoli dei giorni nostri. Il sottotitolo dello spettacolo – Oggi come ieri – rende ancora più reale l’attualità delle tematiche affrontate che mettono in  risalto la difficoltà di scavalcare e cancellare del tutto determinati pregiudizi che vengono covati quasi con morbosità nei cuori delle persone. Si parla specialmente del sentimento della gelosia, più precisamente della gelosia amorosa che porta a sotterfugi  ed inganni per preservare la facciata di un amore corrisposto. Temi che sono tuttora in gioco in molte delle dinamiche di coppia e che spesso portano a dei risvolti inimmaginabili e tragici. Proprio per la contemporaneità del tema, la traslazione temporale riesce alla perfezione ed entra nella mente e nell’immaginario degli spettatori senza alcun tipo di difficoltà. La scuola delle mogli di Diego Sommaripa – la storia Lo schema dell’opera teatrale segue i canoni della commedia. Abbiamo infatti il “vecchio” Arnolfo, distinto specialmente dalla sua avidità nei confronti della vita. Egli vuole tutto, possiede tutto e ha l’arroganza di pensare che anche l’amore può essere posseduto. L’erroneamente considerato oggetto del suo amore è  Agnese, adottata da lui in tenera età ed educata per diventare la moglie perfetta. In che modo si diventa la moglie perfetta? Per Arnolfo la risposta è: l’ignoranza. Proprio per questo Agnese viene isolata per diciotto anni dalle classiche dinamiche sociali con un’istruzione elementare e poca esperienza del mondo. Non saranno tuttavia delle mura a nascondere la bellezza della ragazza. Infatti il giovane Orazio, trovandosi a passare sotto alla finestra della casa, scorge Agnese e se ne innamora. L’ignoranza di Agnese, che in realtà può essere considerata più ingenuità, diventa l’arma che colpirà Arnolfo in pieno viso sventando e rovinando il piano di tutta una vita. Perché l’amore, soprattutto quello che nasce nei cuori puri e sinceri, ha una forza sorprendente e nella sua genuinità trova sempre il modo di esistere e resistere alle complicazioni, ai ricatti e all’avidità. Per quanto Diego Sommaripa abbia dato maggior rilievo al lato comico dell’opera, molti sono gli spunti di riflessione e critica nei confronti di una società che tende a voler nascondere e sminuire le proprie responsabilità verso il prossimo. Molto interessante è stata la reinterpretazione dei ruoli di Alano e Giorgina, specchio della precarietà dei lavoratori del ventunesimo secolo che, pur di mantenere la propria famiglia, si ritrovano ad accettare qualsiasi tipo di impiego. Una nota di merito va all’attore Antonio De Rosa, nei panni di Arnolfo, ruolo splendidamente interpretato donando al pubblico una montagna russa di intonazioni, espressioni facciali e grande versatilità. Sul palco dall’inizio alla fine, De Rosa ha sfoggiato un’elettricità crescente, mantenendo l’attenzione del pubblico e intrattenendolo fino alle lacrime. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale 2020 del Teatro TRAM: https://www.teatrotram.it/stagione-2019-20/ Ph  © Giulio Pollica

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Recensioni

Ferdinando, il testo-capolavoro di Annibale Ruccello al Piccolo Bellini

Dopo il grande successo della scorsa stagione, ritorna sul palcoscenico del Piccolo Bellini Ferdinando, il testo-capolavoro di Annibale Ruccello per la regia di Nadia Baldi in scena dal 26 dicembre 2019 al 5 gennaio 2020 con Gea Martire, Chiara Baffi, Fulvio Cauteruccio e Francesco Roccasecca. Il capolavoro di Annibale Ruccello: il perfetto equilibrio tra comico e tragico Lo spettacolo si apre in uno scenario ben architettato con un letto al centro del palco. Sul letto donna Clotilde che è interpretata in maniera magistrale dall’immensa Gea Martire. Agli albori dell’Unità d’Italia, la storia narra di una baronessa (Clotilde) che vive in compagnia di una sua lontana parente (Gesualda) in una villa fuori Napoli dove trascorre le sue giornate a letto poiché si definisce gravemente malata; la sera, puntualmente ad ogni ora, il parroco del luogo (Don Catellino) va a fare visita alle due donne. Le noiose e monotone giornate vengono stravolte dall’arrivo del giovane Ferdinando: un ragazzo dal bell’aspetto che viene affidato alla tutela della baronessa poiché, alla morte dei suoi genitori, lei è l’unica parente più stretta a potersi prendere cura di lui. Così tutto assume una vitalità diverse e un intrigo passionale inizia a girare all’interno della casa che coinvolgerà tutti i personaggi e tutti follemente innamorati del fanciullo. Ma le cose non andranno come sperato per nessuno dei tre personaggi poiché, dietro al viso d’angelo del giovane, si nascondono invece intrighi, maldicenze e soprattutto false identità. Dal comico vi è un netto passaggio verso il tragico soprattutto con l’inizio del secondo atto in cui tutte le carte iniziano a mostrarsi e quelli che sono gli amori nei confronti del bel ragazzo vengono svelati e si tramutano in ossessioni, come quella di Don Catellino, in amore passionale, come quello di Donna Clotilde o in quello rabbioso e voglioso di Gesualdina. ”Ferdinando, grazie! E nun se chiammava manco Ferdinando!” E così si conclude il testo di Annibale Ruccello: una falsa identità che aveva però preso possesso di tutto ciò che vi era nella villa di Donna Clotilde sia a livello materiale che, soprattutto, sentimentale e spirituale. Lo spettacolo, con la regia di Nadia Baldi, è fedele al testo, ma soprattutto impeccabile nei movimenti di ogni singolo attore e nella pronuncia di una lingua napoletana così pura e pulita. Magistrale l’interpretazione degli attori in scena che sono riusciti a far sentire in tutto e per tutto al pubblico la magia di una grande opera teatrale, lasciando, tra una risata e una lacrima, a bocca aperta gli spettatori, ma soprattutto con gli occhi incollati sul palcoscenico per tutta la durata dello spettacolo. Il testo non è facile, ma con la fenomenale bravura della regia e degli attori, è ritornato finalmente e degnamente in scena uno dei classici del teatro napoletano.  

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Libri

Luciano Tronchin, Soldi di legno. Tra appartenenza e terre lontane

Appena pubblicato dalla casa editrice Il Frangente, Soldi di legno di Luciano Tronchin è un romanzo che racconta la perdita e il ritrovamento di se stessi, come su una barca in attesa del bel tempo ma in balia del mare in tempesta. Leo Venier è un imprenditore veneziano che decide di vendere, di punto in bianco, la propria casa in centro, dagli arredi lussuosi e situata in una zona maestosa di una delle città più romantiche del mondo. Artefice di questa decisione e propulsore di pensieri negativi che gli attanagliano la mente da lungo tempo, il tormento di avere fatto carriera ai danni del pianeta, essendo stato per anni un commerciante di leak e molto prima un dipendente di un fiorente cantiere navale. Accanto a lui una giovane donna, Angela, che gli ricorda ogni giorno la spensieratezza degli anni insegnandogli a godere dei piccoli e gioiosi momenti, nonostante la differenza di età, quanto i suoi pensieri cupi, non gli permettano di vivere serenamente una tranquilla esistenza. Ad appoggiarlo costantemente c’è anche Saverio, il miglior amico di sempre, così diverso dalla sua personalità ma per questo confidente e dispensatore di buoni consigli, che cerca di limare i tormenti del suo animo ad ogni richiesta. Uno squilibrio mentale e un disagio cinico verso gli altri che si mostra subito nel primo incontro del romanzo, quello con l’affascinante agente immobiliare Licia, la cui bellezza spaventa ed intimorisce Leo, in balia delle sue più tormentate emozioni e riflessioni. In Soldi di legno di Luciano Tronchin, ciò che emerge già dalle prime pagine è l’interrogativo esistenziale per eccellenza: un uomo adulto da una apparente appagata vita che improvvisamente non riesce più a sentirsi parte del mondo che lo circonda, proprio come una barca che, in mancanza di una bussola che gli indichi la via, perde la giusta direzione, vittima dei tumultuosi affanni del mare in tempesta. Se il suo cuore è la tempesta, Leo è la barca, che naviga alla ricerca di una terra perduta, o forse provando a scoprire nuovi orizzonti, guardando oltre la linea di demarcazione; infatti, il protagonista, stanco di una quotidianità agiata e avendo la volontà di fare qualcosa per migliorare la natura che lo circonda, anche per lasciare ai posteri un futuro ecologico migliore, incappa nell’incontro fortuito con un vecchio marinaio, che sta vendendo il suo centenario trabaccolo, il Cornelio. Da qui oltre ad avere stretto una bellissima amicizia, Leo ha trovato anche casa, un posto che possa davvero chiamare così, non più sulla terraferma, ma con la possibilità di poter navigare alla ricerca di mete nuove e di una nuova vita. Da questo punto Luciano Tronchin sembra mostrarci un romanzo in via di conclusione, con il protagonista che affronta e vince le sue paure più grandi, speranzoso questa volta di riuscire a trovare le risposte ai mille interrogativi. Ma il pericolo è dietro l’angolo, così come sono gli ostacoli che bruscamente ci bloccano quando ognuno di noi prova a migliorare un’esistenza che, così com’è, non si accetta e non […]

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Recensioni

Per il tuo bene: tragicomici schemi familiari in scena al Piccolo Bellini

Arriva al Piccolo Bellini di Napoli dal 17 al 22 dicembre, il testo vincitore del 12esimo Premio Riccione ”Pier Vittorio Tondelli”, ”Per il tuo bene’‘, drammaturgia e regia di Pier Lorenzo Pisano e con Alessandro Bay Rossi, Marco Cacciola, Laura Mazzi, Maria Occhionero ed Edoardo Sorgente. La storia di una famiglia o, più nello specifico, di un ritorno a casa del protagonista che è come se ritornasse verso se stesso per poi non riuscire ad andarsene mai più. Per il tuo bene: storie, intrecci, famiglia Lo spettacolo di Pier Lorenzo Pisano è tutto questo: un mix di sentimenti contrastanti, di vicende familiari, di quotidianità, ma soprattutto della banalità dei piccoli gesti di tutti i giorni in fondo però così importanti e sentiti. Il continuo abbandonarsi dei protagonisti alle vicende comuni, ma allo stesso tempo l’estenuante ricerca e volere di tutto questo: una madre completamente devota ai figli nonostante le sue contraddizioni e viceversa. Un figlio che ritorna a casa da sua madre, da suo fratello minore, dalla vita che aveva abbandonato quando si era trasferito e che, in fondo, le era tanto mancata. Il ritorno alla vita di un tempo, anche se per pochi giorni, ed il rivivere ricordi che sembravano andati perduti, riescono a catapultare il protagonista in una visione totalmente nuova dell’apparente banale vita quotidiana, riescono a fargli vedere oltre il primo strato di apparenza quella che è in realtà la bellezza delle cose. La bellezza di riscoprire gli affetti immuni al tempo che passa ed alle circostanze, la bellezza dei rapporti, di una madre e di un fratello sempre pronti ad accogliere nonostante le difficoltà, nonostante un padre che non smette mai, invece, di ricordare la sua assenza. «Come sta papà?» La domanda ricorre spesso nello spettacolo di Pisano e ad ogni domanda corrisponde un istantaneo black out, come se fosse un qualcosa di oscuro, come se si dovesse marcare quella che è l’assenza di una figura maschile nella famiglia in questione rispetto alla continua presenza di quella femminile. La continua presenza della figura femminile che spinge il protagonista a restare, a sciogliere tutto in un abbraccio. Un abbraccio liberatorio, non una frase di circostanza. Un abbraccio liberatorio che racchiude, senza parole in quel caso superflue, quello che in famiglia, con le parole, sarebbe difficile da esprimere. Per il tuo bene: un’immersione in un mondo fatto di coccole e pareti troppo strette, in cui le cose cambiano, in cui tutto cambia, tranne il bene. Il bene, non cambia mai.

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Al Caos Teatro, Paolo Cresta in “Uno, nessuno e centomila”

Sabato 14 e domenica 15 dicembre è andato in scena presso il Caos Teatro di Villaricca (NA), lo spettacolo “Uno, nessuno e centomila”, un adattamento della famosa opera di Luigi Pirandello curato, diretto ed interpretato magistralmente dall’attore Paolo Cresta. È il secondo appuntamento di “Frammenti”, quarta stagione teatrale del Caos Teatro. Siamo tutti Uno, Nessuno e centomila Protagonista della famosa opera pirandelliana è Vitangelo Moscarda, chiamato Gengè dalla moglie Dida, un uomo qualunque, come si definisce lui stesso, una persona ordinaria. Vitangelo è un trentenne che ha ereditato la banca del padre e vive di rendita. Un giorno come un altro, riceve un’osservazione da parte della moglie: “Guardatelo bene il naso, ti pende verso destra”. Una frase apparentemente innocua che tuttavia scatena in lui una forte crisi di identità, trascinandolo in abissi  di riflessioni e considerazioni che lo portano a rendersi conto che lui non è unico. Il suo viaggio interiore lo induce a cambiare vita. Vitangelo rinuncia al suo lavoro di usuraio – così lo definisce la gente – anche a costo della propria rovina economica e contro il volere della moglie che nel frattempo è andata via di casa. Una scelta, quella di Gengè, pensata per fare un’opera di carità, ma anche per non apparire più agli occhi della moglie come una marionetta. In questo gli viene in aiuto Anna Rosa, un’amica della moglie, che lui conosce poco, la quale gli racconta di aver fatto di tutto per far intendere a sua moglie che Vitangelo non era lo sciocco che lei immaginava e che non c’era in lui il male. Tuttavia, alla fine, il protagonista arriverà alla follia e verrà internato in un ospizio, dove però si sentirà finalmente libero da ogni regola e inizierà a vedere il mondo da un’altra prospettiva. Inoltre, arriva ad affermare che non ha più bisogno di un nome, perché i nomi convengono ai morti, a chi ha concluso. Lui è vivo, e non conclude. Per uscire dalla prigione in cui la vita rinchiude – dice Vitangelo – non basta cambiare nome, perché la vita è una continua evoluzione, il nome rappresenta la morte. Bisogna vivere attimo per attimo la vita, rinascendo continuamente in modo diverso. “La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola, domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo”. La storia di Vitangelo Moscarda è la storia di una presa di coscienza: l’uomo non è Uno e la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno, appunto) a concepire che egli è un nulla (Nessuno), tramite la consapevolezza dei diversi se stesso che via via diventa nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo la realtà perde la sua oggettività, tutto diventa relativo. Nel suo tentativo di distruggere le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, il protagonista viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da […]

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In girum imus nocte et consumimur igni: la deriva dell’uomo postmoderno

In girum imus nocte et consumimur igni, Roberto Castello e ALDES presentano l’epopea dell’uomo postmoderno al ridotto Bellini. Il 3 volte Premio UBU Roberto Castello porta sul palcoscenico del Piccolo Bellini con In girum imus nocte et consumimur igni(Andiamo in giro la notte e siamo consumati dal fuoco), uno spettacolo di danza, cinema e teatro, che prende il titolo da un enigmatico palindromo latino di incerta origine, e che affronta, in modo del tutto inedito e sperimentale, la crisi dell’uomo. ALDES è una sorta di compagnia acefala, priva di un capocomico, una compagnia di artisti e operatori culturali che dal 1993 si occupa di sperimentazione artistica. ALDES, sotto la direzione di Roberto Castelli,  fonde le arti, abbatte i muri tra cinema, teatro, danza, musica nella convinzione che l’arte possa parlare a tutti di tutto. L’arte può e deve parlare di ciò che artistico non è, come la confusione, lo smarrimento e il disorientamento dell’uomo nel presente. Quattro attori vestiti di nero (Alice Giuliani, Mariano Nieddu, Giselda Ranieri, Stefano Questorio) si muovono convulsamente, scompostamente, come in trance. Non c’è colore, non ci sono parole: una luce bianca, fredda, illumina a tratti, taglia la scena, crea immensi bui, vertiginosi coni d’ombra. Una danza frenetica, ritmata ma convulsa occupa la scena: 60 minuti di musica, un loop elettronico, assordante e ossessivo, accompagna il naufragio dell’uomo, della società, dell’Italia contemporanea. Lo spettatore, ipnotizzato dalla musica e dalle immagini, si immedesima negli eroi di una tragedia: una tragedia in cui non c’è violenza, non c’è sangue, ma solo smarrimento, caos, perdizione. Gli eroi di questa tragedia non combattono, non aspirano, non corrono: si muovono a vuoto, sbattono come mosche in un barattolo, cercando un dio nel denaro e nella vanità e stanchi, sfiniti e avviliti smarriscono la strada. In girum imus nocte et consumimur igni è il commovente ed empatico ritratto della misera condizione umana, un ritratto che non vuole condannare, stigmatizzare, che non ha la presunzione di offrire soluzioni, vie d’uscita o di fuga, ma solo vuole testimoniare, riferire, fotografare, gettare luce sul presente. É, dunque, lo spettacolo a dare un senso al titolo e non viceversa: il palindromo latino di incerta derivazione, nello spettacolo di Roberto Castello, prende la forma di un girovagare nelle tenebre, alla vana ricerca di una luce. foto: comunicato stampa

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Libri

Ian Manook ritorna con un altro thriller poliziesco: Heimaey

Dopo l’avvincente saga di Yeruldelgger, lo scrittore Ian Manook ritorna con un’altra entusiasmante avventura, sempre tra il thriller e il poliziesco, dalle tinte dark: Heimaey, appena pubblicato in Italia dalla Fazi editore per la collana “Darkside”. Dalle distese incontaminate della Mongolia ai paesaggi unici dell’Islanda cambia la prospettiva, ma non l’intento di narrazione di Ian Manook: dopo la fortunata trilogia di Yeruldelgger, un cinico commissario in crisi interiore perenne, lo scrittore ritorna a parlarci di avventure poliziesche, tra investigazioni e colpi di scena, sotto lo sguardo protagonista di un’altra meravigliosa ambientazione, quella delle terre islandesi.  Gli intrecci tra una storia e l’altra, come il sottotitolo di un capitolo che inizia con l’ultima frase, non mancano neanche in Heimaey, un romanzo carico di nuove sfide e nuovi personaggi in giro per il mondo. Un giornalista francese, Soulniz, decide di portare con sé sua figlia Beckie, dalla quale si è allontanata, in un viaggio a ritroso nel tempo lungo tutta l’Islanda, patria della sua giovinezza che lo accolse come volontario per la ricostruzione della cittadina di Heimaey quando nel 1973 l’eruzione violenta di un vulcano la distrusse. Parallelamente, Manook ci racconta la storia di Kornelius, un maturo poliziotto innamorato della sua collega di medicina legale Ida ma stuzzicato dalle provocazioni e dal carattere di una sua sottoposta molto sagace, Botty. Come ci ha abituati la consequenzialità del romanzo in Ian Manook però, a “dare il la” agli eventi successivi sono due casi verificatisi quasi contemporaneamente: un’esplosione di un lotto misterioso sulla nave da cargo Loki al largo dell’oceano, e il ritrovamento in un incandescente geyser del cadavere di uno sconosciuto, scuoiato dalla cintola in giù, ucciso secondo, si scoprirà, una superstizione islandese che risale ad una macabra leggenda. Come si intrecciano tutti questi personaggi? Come trovano il giusto percorso e la corrispondente conclusione ogni singolo evento innescato nel romanzo? Ancora una volta, l’autore in Heimaey risolve, come un abile prestigiatore, più piccoli puzzle per farli convergere in un unico grande e sorprendente quadro, fatto di azione e caratterizzato dalla psicologia di ogni personaggio. Come fu per Yeruldelgger, primeggia comunque la personalità, molto simile al commissario mongolo, sia di Soulniz che di Kornelius. Entrambi, uomini tutti di un pezzo affranti dagli ostacoli della vita quotidiana, lottano contro i propri demoni, e i propri errori. Errori commessi in passato per il primo e a cui, con questo viaggio con la figlia diciottenne, tenta di rimediare; mentre il secondo in conflitto continuo tra ciò che vorrebbe essere (un gigante dall’aspetto mastodontico che per hobby canta in un coro il krummavisur folkloristico) e ciò che irrimediabilmente finisce per apparire agli occhi degli altri, un uomo-bambino confuso dai suoi sentimenti contrastanti e da un “tallone d’Achille” che tutte le donne della sua vita sembrano additargli. E poi c’è questa interiorità, questo doppio essere, che sopravvive cercando di restare a galla senza perdere; c’è il buon investigatore Kornelius, intuitivo, pratico, un generoso amante con commuoventi e tragiche doti canore, e c’è di contro il Kornelius corrotto, che per estinguere […]

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