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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 247 articoli

Recensioni

Campania Teatro Festival 2021: Les Folies Napolitaines

Per il Campania Teatro Festival è andato in scena il 1 e 2 luglio lo spettacolo di burlesque Les Folies Napolitaines prodotto dalla scuola Burlesque Cabaret Napoli e diretto da Floriana D’Ammorra nella cornice incantevole del Real Bosco di Capodimonte. Possiamo considerare Les Folies Napolitaines un omaggio alla tradizione degli spettacoli di music hall, varietà e cabaret de Les Folies Bergère di Parigi, che tanto hanno ispirato i lavori di famosi pittori, come Manet e Toulouse-Lautrec. In questo spettacolo si fondono magistralmente l’estetica retrò e un linguaggio, espressioni ed immagini dei giorni nostri. Infatti la sensazione è quella di ritrovarsi in una macchina del tempo che catapulta in un’altra dimensione ed essere comunque in grado di ritrovare aspetti familiari e riconoscibili. Il ritmo dello spettacolo è un continuo salire e lo spettatore può solo che rimanerne incantato. Durante l’esibizione a tenere sempre alta l’attenzione ci pensano Fanny Damour e Marlon Dietrich che, grazie alla loro alchimia e fascino, tra una battuta e qualche battibecco, sono stati il collante tra una performance e l’altra. Fanny è accogliente, sbarazzina e a tratti svampita. Marlon invece ha sempre pronta la risposta giusta, stuzzica con la sua arguzia e caparbietà. Il filo rosso che unisce le perfomance è l’espressione dell’erotismo, che sul palco assume una vera e propria forma e storia. Gli artisti si donano letteralmente al pubblico, rivelando e nascondendo, creando una tensione che non può non stuzzicare la curiosità. Nulla è scontato ed ogni siparietto è riuscito a riempire di meraviglia e sorpresa le facce del pubblico. Gli schemi del fantomatico decoro sociale si trasformano, diventando fluidi e liminali. Sul palco si celebra la bellezza dei corpi in tutte le sue forme, che siano maschili, femminili, statuarie o morbide. Se questo aspetto ha sempre fatto parte del burlesque, ora più che mai si inserisce e contribuisce al contesto del movimento del body positivity. Durante lo spettacolo sono molti gli stereotipi che vengono abbattuti e il clima è festoso, libero e gioioso. Un applauso a tutti gli artisti che si sono esibiti e che hanno reso l’aria magnetica ed elettrizzante: Floriana D’Ammorra in arte Fanny Damour e Roberta della Volpe in arte Roby Roger,  Salvatore Veneruso in arte Marlon Dietrich, gli “sguatteri” della compagnia che ci hanno intrattenuto in un continuum di risate, lo special-guest della serata che da Portland, passando per Vienna, è giunto sul palco del Campania Teatro Festival portando un bagaglio pieno di meraviglie: Russell Brunner. Grazie ad Alessandro Capasso in arte Al Capasso, Chiara D’Agostino in arte Grace Heart, Flora Coppola in arte Madame Flo e Claudia Esposito, la mastodontica bellezza primigenia, in arte Claude Legal.   Fonte immagine: Ufficio Stampa

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Recensioni

Museo del Popolo Estinto di Enzo Moscato al Campania Teatro Festival

“Museo del popolo estinto” è il nuovo progetto scenico di Enzo Moscato che ha debuttato il 29 e 30 giugno a Capodimonte per il Campania Teatro Festival. Composto da vari frammenti testuali, autonomi e nello stesso tempo interdipendenti tra di loro, il plot narra dell’odierna città di N.* (e, con essa, quasi tutte quelle dell’universo mondo) che, travolte dalla negatività e dal debordo, noir, civile, storico, estetico, morale, si sono lasciate con indolenza investire negli ultimi tempi ammalandosi e impestandosi.  Sul palco vediamo Benedetto Casillo, che s’impossessa dei racconti e li frantuma come giocattoli affidati all’umore e ha gesti dispettosi e sguardo ironico; e ancora Vincenzo Arena, Tonia Filomena, Amelia Longobardi, Emilio Massa, Anita Mosca, Antonio Polito, pronti a scatti di tono e di pensiero, avvolti da dubbi e sussulti, irritanti per salti logici e consolanti per sperdute certezze. E tra tutti, grande orchestratore di frammenti ritrovati e messi insieme come per costruire un nuovo “mostro” fatto coi pezzi mal combacianti, c’è Moscato attore nel suo dimesso scegliersi spazi per commenti e nel suo sgomitolare il filo che conduce nelle stanze del suo labirinto composto in sette segmenti che s’intersecano: inquietante protagonista, poeta, drammaturgo, attore, regista, intellettuale di raffinata provocazione del linguaggio e della messa in scena. Il “Museo del Popolo Estinto”: il “Museo” del Teatro che fu Come si fa a mettere in scena il nulla? Infatti, se si tratta (come introduce Moscato) di esporre «la messa a punto e la visione della progressiva ma inarrestabile estinzione, di popolo e di cultura, della “gens neapolitana”», con ciò si espone per l’appunto il nulla, proprio come in un museo: dove ci si mostra non la vita in atto, ma un’antologia più o meno esaustiva dei reperti o relitti della vita di un altro tempo, di epoche spesso lontanissime da noi. Il «Museo» a cui qui allude Moscato («crudelissimo», lo chiama) è anche e specialmente quello del Teatro che, nell’esporre la nuda verità, non dovrebbe e non potrebbe essere mai reticente e connivente con ciò che viene detto “il degrado e a cui è rimasto solo la disperazione” e una lingua che si prefigge un solo, totalizzante scopo, quello di fare a pezzi le parole della tradizione, di una tradizione malintesa e diventata a sua volta un «museo». “Museo del Popolo Estinto” è uno spettacolo che vuole raccontare di una città che dilata il suo spazio ben oltre il confine delineato dalla geografia e scolora, irritante e proterva, nell’universo a cui Enzo Moscato si avvicina ogni tanto, alimentando la sua vena per critici sussulti della rappresentazione e della storia. Lo fa ancora una volta, secondo il suo costume, costruendo sintassi frantumate, compiendo il suo lavoro di archeologo del proprio tempo e cronista di un passato che l’alimenta. Compie il suo viaggio pronto all’incontro con altri viandanti, incamminandosi in compagnia dell’amato Antonin Artaud, alla ricerca di una “vendemmia di sangue” che può essere nutrimento ed è fatale alimento per una città di morti che ritornano in vita. Incastra fili e pezzi di […]

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Libri

Felici contro il mondo, l’appassionante romanzo di Enrico Galiano

“Felici contro il mondo” è l’appassionante romanzo di Enrico Galiano edito da Garzanti editore, l’attesissimo sequel di “Eppure cadiamo felici”. La trama Gioia ha sempre pensato che ci fosse una parola per dare un senso a tutto. Dove quelle che conosceva non potevano arrivare, c’erano quelle delle altre lingue: intraducibili, ma piene di magia. Ora, il quaderno su cui appuntava quelle parole giace dimenticato in un cassonetto. Gioia è diventata la notte del luminoso giorno che era: ha lasciato la scuola e non fa più le sue chiacchierate, belle come viaggi, con il professore di filosofia, Bove. Neanche lui ha le risposte che cerca. Anzi, proprio lui l’ha delusa più di tutti. Dal suo passato emerge un segreto inconfessabile che le fa capire che lui non è come credeva. Gioia non ha più certezze e capisce una volta per tutte che il mondo non è come lo immagina. Che nulla dura per sempre e che tutti, prima o poi, la abbandonano. Come Lo, che dopo averla tenuta stretta tra le braccia ha tradito la sua fiducia: era certa che nulla li avrebbe divisi dopo quello che avevano passato insieme. Invece non è stato così. Gioia non può perdonarlo. Meglio non credere più a nulla. Eppure, Lo e Bove conoscono davvero quella ragazza che non sorride quasi mai, ma che, quando lo fa, risplende come una luce; quella che, ogni giorno, si scrive sul braccio il verso della sua poesia preferita, che a volte cade eppure è felice. È quella la Gioia che deve tornare a galla. Insieme è possibile riemergere dal buio e scrivere un finale diverso. Insieme il rumore del mondo è solo un sussurro che non fa paura. Felici contro il mondo: il romanzo Il romanzo Felici contro il mondo parte fin da subito con la fotografia precisa di due persone, che pur amandosi, non riescono a conciliare tempi, desideri e reazioni. Gioia e Luca, soprannominato Lo, mostrano fin dalle prime pagine pezzi strabilianti del loro carattere. Gioia Spada subirà una sorta di mutazione traslata, da bruco impaurito, ligio al dovere, si trasformerà in una farfalla capace di sferzare le avversità. Importante per la sua caratterizzazione, saranno senz’altro i suoi capelli rossi, e la passione per la fotografia. Se dapprima, Gioia avrà il timore che fare foto sia solo un modo capriccioso di possedere un hobby, col tempo, dinanzi ad email, cattedre e risposte buone, sarà poi capace di conquistare proprio tutti, convincendo prima sé stessa e poi gli altri che il suo non è un mero hobby, ma una passione concreta. Accanto alla protagonista, si staglierà senz’altro la figura di Lo. Il ragazzo, affetto da una sindrome che lo costringe ad ossessionarsi su cose e/o persone, subirà il pressing continuo di chi lo circonda, affinché la sua vita prenda una direzione opposta rispetto a quella di chi ama. Lo è folle, incostante, con una serie di stranezze che caratterizzano in modo particolare il suo personaggio. L’interiorità di Gioia, sarà indagata nel profondo, grazie ai numerosi flashback sulla […]

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Libri

One life, l’avvincente libro sulla vita di Megan Rapinoe

One life è l’avvincente biografia di Megan Rapinoe, edito da Garzanti editore, con la traduzione di Giulia Vallacqua One life, sinossi Megan Rapinoe è una delle calciatrici più forti di sempre. Ma le medaglie d’oro e i successi conquistati sul campo di calcio rappresentano solo una parte della sua storia, perché Megan Rapinoe è oggi una vera icona, una paladina dei diritti lgbt, delle pari opportunità, della lotta alle ingiustizie sociali. Cresciuta in un paesino conservatore nel Nord della California, ha appena quattro anni quando dà il primo calcio a un pallone. I genitori la incoraggiano a seguire l’amore per lo sport, ma la educano anche all’impegno nella comunità e al volontariato. È lì che nasce quella passione che l’ha accompagnata per tutta la vita e arriva fino al 2016, quando è la prima atleta bianca di alto profilo a inginocchiarsi per protesta durante l’esecuzione dell’inno nazionale americano, contro l’ingiustizia razziale e la brutalità della polizia. Le proteste e le critiche sono state immediate, ma subito sommerse da un’enorme ondata di supporto. Raccontandosi per la prima volta, dalle discriminazioni subite fino all’invito rifiutato alla Casa Bianca di Donald Trump, Megan Rapinoe esorta ciascuno di noi a prendere in mano la propria vita, a far sentire la propria voce e a impegnarsi per migliorare – con grandi azioni e piccoli gesti –il mondo in cui viviamo. One life parte senz’altro in maniera incisiva ed incalzante, impugnando fin dalle prime righe il nocciolo della questione: durante un evento pubblico, Megan Rapinoe, si inginocchia per protesta durante l’inno nazionale americano, contro le ingiustizie raziali. Ciò scaturisce una serie di reazioni avverse da parte di esponenti politicamente influenti, dalle masse, e dai semplici haters. Tuttavia, non mancano i messaggi di solidarietà e l’appoggio delle minoranze. La questione razziale, fin da subito, sembra essere uno degli argomenti principi dell’intera biografia. Megan non le manda a dire, non ha peli sulla lingua, e non ha paura di esporsi, ciò caratterizza fin da subito il suo personaggio che ben si allontana dalla mera finzione narrativa, abbracciando fermamente il concetto di persona pubblica. La prima parte del libro si concentra sulla vita passata, tempi in cui una Megan bambina si diverte a giocare con i suoi fratelli, impregnandosi in maniera consistente in una vita semplice fatta di buoni profumi, grandi paesaggi, ma soprattutto nella normalità della cittadina di Redding. La vita di Megan è fin da subito senza regole e principi cardini. I figli della famiglia, infatti, crescono educati e felici, senza costrizione alcuna. La conca familiare e i primi problemi Da qui sembra evincere un altro concetto importante: la libertà. Megan non detiene alcun vincolo con gli altri, neppure con i suoi genitori. Fin dalla tenera età sceglie i suoi abiti seguendo gusti ed inclinazioni maschili, senza farsi domande né ascoltare i quesiti altrui. Megan non sembra il maschiaccio di casa, né una persona prossima ad una vita “scapestrata”, quanto piuttosto scioglie il nodo dei suoi dubbi esistenziali dando man forte alla libertà che sceglie di vivere […]

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Libri

Lo scorpione dorato, il secondo attesissimo romanzo di Marika Campeti

Lo scorpione dorato è un romanzo di Marika Campeti, edito da Augh Edizioni. La trama del romanzo Chiara, una donna dalla vita apparentemente perfetta, ha un malore e sviene in un Autogrill. Quando riprende i sensi, scopre nel parcheggio che la sua auto è vuota e la sua famiglia sparita. Parte da qui una ricerca da incubo dove le sue certezze crollano e la sua mente si perde fra ricordi confusi, l’angoscia provocata dalla “voce di uno scorpione” che continua a parlare nella sua testa e da un senso di colpa di cui non riconosce la radice. Per cercare di ricostruire la sua vita, Chiara decide di impiegare il suo tempo aiutando gli altri e arriva in Turchia, seguendo un’associazione umanitaria. La sua vicenda si intreccia con quella di Beyan, profuga curda con un passato di abusi e indifferenza, anche lei custode di un doloroso segreto. Il romanzo ha certamente un inizio adrenalinico, fatto di parole e righe con un climax esasperante. Tale inizio, permette fin da subito al lettore di entrare pienamente nelle vicende narrative, pur avendo fin dall’inizio una serie di interrogativi interessanti. I personaggi principali sono senz’altro Chiara e Beyan. Le due donne restituiscono al libro un sapore interamente femminile e profondo. Chiara, incarna il personaggio della moglie e madre media, colei che concilia il lavoro al suo ruolo di moglie e madre perfetta. A fare da sfondo a tali vicende di vita quotidiana però, saranno una serie di problematiche, che molto spesso attanagliano la noia coniugale e lo stress “dell’angelo del focolare”. Chiara, infatti, passerà dall’essere il centro della sua famiglia, al motivo scatenante di tante situazioni negative, le quali porteranno il concilio familiare in un vero e proprio caos universale. Da tale disdetta familiare, verranno a galla, nuovi amori, incontri passionali, e una serie di sensi di colpa imprescindibili. Accanto a Chiara, si staglia, dall’altra parte del mondo un personaggio piuttosto controverso. Beyan, infatti è la “ritardata” del paese. La giovane, non è ben vista dagli altri, al punto tale da non concederle nemmeno il rispetto base che contraddistingue ogni essere umano. Beyan passerà da una realtà familiare piuttosto degradante, ad un contesto “extra” che la renderà in qualche maniera maggiormente felice. La ragazza affetta da sindrome di down, si ritroverà in una serie di vicissitudini, legate di fatto alla sua condizione mentale. Argomento di spicco, è senz’altro l’abuso sessuale. Beyan, infatti, si troverà molte volte vittima di abuso, con i relativi “effetti collaterali” di gesti così aberranti. Beyan è una ragazza con una forte immaginazione, legata al carretto dei suoi “simit”, ciambelle preparate dalla sua madre adottiva, che lei stessa venderà per il paese. Attraverso, la giovane, ci si imbatterà in una visione unitaria di Istanbul: dai mercatini di spezie, ai monumenti tipici della cultura curda, arrivando a sentire i profumi turchi, fino alla maestosità delle moschee. Sarà la sua “buona fede” ad invischiarla in affari alquanto loschi: situazioni che intrecceranno il suo destino con un piccolo essere, di cui lei stessa non aveva […]

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Libri

Generazione perduta, il libro di Gianluca Malato sul fenomeno "Blue Whale"

“Generazione perduta” è il nuovo libro di Gianluca Malato. Marco è un adolescente solitario, figlio di una famiglia onesta ma non molto abbiente. Frequenta alcuni amici dei Parioli, ricchi e spavaldi, che il padre spera gli procureranno un giorno le amicizie giuste per avere una vita migliore. Un giorno diventa vittima del curatore, uno strano individuo che gli ordina via Instagram di infliggersi del dolore e di fare altre cose che lo terrorizzano. Il libro parte con ritmi incalzanti, ponendo il lettore in una situazione d’immediato pericolo. Fin dalle prime pagine la visione sarà come quella di un grande obiettivo che inquadra oggetti e situazioni da vicino. Il personaggio principale è senz’altro Marco, un ragazzo di famiglia umile trovatosi che frequenta persone “vantaggiose”. Il gruppo dei pari, fin da subito, non segue il solito cliché “di porto sicuro”, quanto piuttosto si configurerà come una scala che porta all’ascesa del successo. Le amicizie di Marco non sono oneste né sincere. Ogni azione del gruppo sarà messa in moto da un senso di rivalsa, accettazione, adrenalina e da una gran dose di senso dispotico. Il libro indaga in modo eccelso e moderno i pensieri, i dubbi e i desideri di Marco. La narrazione sembra quasi riuscire a mettere letteralmente le “mani nella testa” di un adolescente. La quotidianità di Marco e dei suoi amici segue il filone che i media ci hanno più volte propinato. Il libro racconta, infatti, la vita “pariolina”, la droga, la prostituzione, il successo ricercato ad ogni costo. A prendere il sopravvento su questa narrazione street, ad un certo punto, sarà il terrificante fenomeno della Blue Whale. Marco, attraverso Instagram si imbatterà in uno strano soggetto, il cui nickname è Akira89. Il loro scambio di messaggi rivelerà fin da subito i ruoli: Marco è la vittima e Akira è il suo capo o, per meglio dire, il curatore. Il libro di Gianluca Malato racconterà con minuzia ogni sfida terrificante che il curatore imporrà a Marco. I video, le ferite autoinflitte, il senso di perenne angoscia. Queste saranno le parole d’ordine di un libro che indaga un momento storico definito e spaventoso. A dare man forte alla figura agghiacciante di Akira sarà per motivi diversi quella di Maurizio, l’amico facoltoso di Marco: le due figure si intrecceranno in più punti, sottolineando che non basta ergersi a capo per esserlo davvero. Le angoscianti sfide a cui è sottoposto giornalmente Marco, sotto ricatto, si accostano alla vita quotidiana dello stesso, fino a toccare un argomento saliente: l’amore. L’amore per Betty, una ragazza non vicina agli stereotipi sociali di bellezza e successo, donerà, infatti, al protagonista una forza nuova, forza che condurrà a molte sorprese nell’arco della lettura.. Generazione perduta che, oltre a raccontare in prima persona il tedioso fenomeno della Blue Whale, sottolinea come alla base di tutto ci sia la solitudine e la debolezza, sentimenti che spesso accompagnano l’adolescenza di tutto il mondo. Nella terza parte del libro ci sarà un finale inatteso, uno di quelli che non ci si aspetta. […]

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Libri

Il posto dei santi, l’emozionante romanzo di Bianca Favale

Il posto dei santi è il romanzo d’esordio di Bianca Favale, edito da ScatoleParlanti per la collana “Voci”. Alma farebbe qualsiasi cosa per nascondere la relazione che porta avanti da sempre con Nina, la sua prima fidanzata, moglie e madre di famiglia. La sua esistenza è intrisa di bugie e accompagnata dalla pigra attesa del momento in cui lei e Nina potranno vivere il loro amore alla luce del sole. La forza di una promessa la costringe a guardare in faccia la realtà e a non aspettare più un istante per alzare il sipario della sua vita. Il posto dei santi, la trama Il romanzo ha un inizio crudo e diretto. La storia di Alma fin da subito sembra risaltare agli occhi del lettore con fervore ed irruenza. I forti contrasti cromatici, e le descrizioni ampie di abbigliamento e gusti, sembrano demarcare la linea dura e precisa di quelli che saranno gli esordi di una strabiliante vita. Le prime pagine de Il posto dei santi focalizzano l’attenzione sugli anni di vita di una protagonista piuttosto giovane. Alma frequenta infatti le scuole elementari e si pone una serie di domande che rendono il susseguirsi dei giorni una continua scoperta. Sarà qui che il concetto di “brutto anatroccolo” tenterà più volte di farsi spazio e prendere forma nella vita della giovane protagonista. Il romanzo della Favale ci racconta una serie di aspetti riguardo l’omosessualità: l’oblio, le domande, l’accettazione, la vergogna e la risoluzione con sé stessi, ma ancora di più ci racconta il concetto di “fase”. Più volte quando si è omosessuali, infatti, si ascolta la tipica frase che l’orientamento sessuale può essere stato viziato e cambiato da qualche cattiva conoscenza o da un lieve turbamento interiore, ma di fatto si tende a pensare che la situazione sia questione di tempo. Anche nel romanzo “il posto dei santi”, l’omosessualità della protagonista vive diversi momenti: la negazione, il mutismo, la curiosità, la sperimentazione, il dubbio, persino i percorsi obbligati, ma nulla di tutto questo sembrerà ostacolare il viaggio interiore che Alma compirà durante tutto il romanzo. Nel romanzo della Favale ci si imbatterà in due tipi di famiglie: una più conservatrice e severa, e l’altra maggiormente inclusiva. Entrambi gli approcci saranno esplicati dall’autrice in maniera esaustiva e completa, in modo da fornire uno specchio globale di tutte le realtà dei giorni nostri. Alma oltre ad essere la protagonista del romanzo, sembra rivestire il ruolo della libertà. Se dapprima, infatti i compromessi e le limitazioni sociali sembrano strapparle la voce, d’altra parte, col tempo, Alma diventerà l’emblema del coraggio e dell’accettazione. Ad accompagnare un grande personaggio come quello della protagonista, è senz’altro quello di Nina, una delle persone più importanti della sua vita. Nina, infatti, pur essendo l’opposto di Alma, troverà la chiave di volta per diventare il fulcro di tutta la sua vita. Il loro rapporto è fresco, intenso e gioviale. Le loro conversazioni saranno sia leggere che profonde. I loro sguardi sembrano attraversare la carta stampata per raggiungere quello del lettore, fino […]

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Primo sangue, scherma e rancore fraterno al TRAM

Recensione di Primo sangue, regia di Mirko De Martino, con Orazio Cerino e Errico Liguori Una spada. Una palestra e un padre – allenatore sul letto di morte a fare da sfondo ad un duello. Sangue amaro, rimpianti, bugie e tradimenti si sfidano su quella pedana. Aldo e Edo sono lì, pronti quasi ad uccidersi. Eppure sono fratelli o meglio due figli unici che non parlano da 12 anni. Eppure buon sangue non dovrebbe mentire. Non dovrebbe, ma come spesso accade, retoriche a parte, sono quei panni sporchi mai lavati a distruggere le famiglie. Il non detto, i non abbracci possono ferire, lacerare, uccidere più di qualsiasi arma. Il Tram ha avviato così la sua stagione –  per il momento rinviata a causa del nuovo opinabilissimo DPCM – con uno spettacolo, “Primo sangue“, drammaticamente intenso, irresistibile nella sua nichilistica ricerca del valore delle relazioni soprattutto in un contesto di agonismo e competizione. A cosa servono, infatti, tutte le medaglie e i riconoscimenti se non c’è confronto, calore, comunicazione? Primo sangue, il teatro si fa pedana Primo sangue è un ottimo esempio di teatro moderno perché mesce dinamismo, innovazione, un ottimo testo e il giusto pathos recitativo. Le scenografie – curate da Giorgia Lauro – hanno contribuito inoltre a dare profondità ad un scontro non sono verbale e dialettico ma realmente simulato tra i due attori che si sono messi (con buoni risultati) alla prova nella scherma. Stoccata dopo stoccata, colpo dopo colpo, Orazio Cerino e Errico Liguori hanno messo davvero corpo, anima e smisurato talento in campo in uno spettacolo la cui regia non poteva che essere di Mirko di Martino, sapientemente coadiuvato dalla consulenza tecnica e coreografica del maestro d’arme Nicola De Matteo che, con Aldo Cuomo e Lorenzo Buonfiglio, ha addestrato i due al combattimento, ad un duello senza vinti né vincitori. O forse no, i vincitori stavolta sono stati il teatro e la cultura. Finzione scenica in un Paese dove le priorità ora sono altre. Come sempre. Ma noi resistiamo. Siamo feriti, il primo sangue è già uscito. Feriti non morti. Non ancora, DPCM permettendo. PRIMO SANGUE — testo e regia di Mirko Di Martino con Orazio Cerino, Errico Liguori scene di Giorgia Lauro aiuto regia Angela Rosa D’ Auria maestro d’arme Nicola De Matteo allenamenti presso Circolo Nautico Posillipo-Sala Scherma ufficio stampa Chiara Di Martino produzione TRAM Teatro e Teatro dell’Osso

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Stand-up Comedy Napoli allo Slash+

A distanza di un bel po’ di tempo, si torna ad una serata di Stand-up Comedy, che si è svolta giovedì 15 Ottobre allo Slash+, per sentire i nuovi pezzi del pacchetto di comici “quattro più uno”: Vincenzo Comunale, Adriano Sacchettini, Davide DDL, Flavio Verdino ed Elena Mormile. Oltre ad esibirsi, questi ragazzi organizzano serate open-mic per Stand-up Comedy Napoli, il format locale gestito da The Comedy Club, che cura anche il management di comici come Filippo Giardina e Pietro Sparacino. Il lavoro, svolto in primis da The Comedy Club e dai ragazzi di Stand-up Comedy Napoli, sta portando a  grandi risultati nel panorama della stand-up comedy in Italia, spostando l’epicentro di questi spettacoli sempre più verso il meridione. Inoltre è interessante notare come nelle serate open-mic organizzate da Stand-up Comedy Napoli, ovvero spettacoli in cui le persone possono provare pezzi nuovi e inediti previa prenotazione, l’affluenza dei volti sul palco è molto eterogenea e con una grande rappresentatività di genere. Stand-up comedy allo Slash+ Torniamo adesso allo Slash+ e al quintetto protagonista della serata “Sentite questa puzza? C’è aria di lockdown”. Impossibile dare torto a questo dubbio che si sta insinuando silenziosamente nelle menti di molti e che proprio per questo motivo ha reso ancora più elettrizzante la sfida degli stand-up comedian. L’atmosfera tuttavia è quella giusta. Intima, luci soffuse, il palco e il microfono in mezzo. Trenta persone a distanza di sicurezza e il servizio impeccabile di cocktails del locale. Tra il pubblico si nota una certa familiarità e tra gli habitués anche qualche volto nuovo e incuriosito. A scaldare il pubblico ci pensa Vincenzo Comunale, chiarendo senza mezzi termini ai neofiti ciò a cui andranno incontro: una bella dose di sarcasmo e parole scurrili. Vincenzo Comunale è il comico del gruppo con più esperienza: oltre ad aver vinto per due anni consecutivi il “Premio Massimo Troisi”, di recente ha partecipato insieme a Valerio Lundini al programma “Battute” trasmesso su Rai2. Cavalleria vuole che ad aprire lo spettacolo sia proprio l’unica donna della serata, Elena Mormile, che in pochi minuti mette a tacere gli uomini in sala portando alla luce un aspetto risaputo ma taciuto della nostra quotidianità: il sexting durante il lockdown. I temi di Elena si fanno via via più pungenti, fino ad addentrarsi nei problemi tipici di un rapporto tra coniugi. A seguire Flavio Verdino e il suo rapporto con la droga. Sembra di vedere un ispettore della guida Michelin che enumera le qualità e i difetti di ciascuna delle sostanze. Le combinazioni che si possono fare sono numerosissime e coloratissime.  Punto centrale del suo monologo è rappresentato dalla difficoltà di togliersi di dosso le etichette che ci vengono assegnate. Lo switch di tema è rapido, sale sul palco Davide DDL. Sempre molto attento ai fenomeni politici e sociali, parla del concetto di “eterofobia”. Sottile, intellettuale e incisivo. Lo stile della narrazione è diretto e interessante. Adriano Sacchettini a seguire. L’uomo troppo buono che viene spesso friend-zonato ha trovato una soluzione: la pornografia. Un Don […]

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E Cammarere, le identità reiette di Di Gesto

E Cammarere, spettacolo di Fabio Di Gesto liberamente ispirato a “Le Serve” di Genet, chiude la IX edizione del Teatro alla Deriva, anche quest’anno ospitata dalle Terme Stufe di Nerone. La rassegna teatrale, ideata da Ernesto Colutta e Giovanni Meola, chiude i battenti insolitamente ad ottobre con l’intensa interpretazione di Francesca Morgante e Maria Claudia Pesapane. E Cammarere di Di Gesto trasforma la zattera del laghetto circolare delle Stufe di Nerone in un tipico vascio napoletano, una buia tana affacciata su uno dei tanti vicoli dove la vita si svolge notte e giorno senza che i raggi del sole arrivino a scandirne il tempo. Due sorelle, due umili popolane, due donne sole consumano la loro misera esistenza in una dimensione di esclusione ed emarginazione. Nelle loro vesti si incarnano due esistenze reiette, due destini rifiutati da una comunità caotica e chiassosa che non si manifesta mai in scena, se non attraverso le ferine invettive delle protagoniste. Le due sorelle, due esistente senza nome nè identità, si scambiano freneticamente i ruoli alternandosi nell’impersonare la padrona di casa dispotica e crudele e la sciagurata serva. Prende vita così un gioco crudele e sadico in cui l’identità della padrona, identificata in una scura pelliccia e una parrucca, passa di mano in mano tra le due sorelle in un vortice di ossessione e disperazione che le porterà all’autodistruzione. Ma le due donne non sono veramente due cameriere e la padrona di casa è solo una presenza irreale, un feticcio che si manifesta a tratti negli sporadici attimi di lucidità delle due protagoniste a rimarcare la distanza di entrambi da uno status di emancipazione e accettazione sociale. L’immagine della padrona è dunque un podio, un traguardo che le due protagoniste anelano raggiungere; in quell’immagine sono racchiusi tutti segni di un’esistenza piena e viva, la femminilità, l’indipendenza, l’affermazione di sé, la sessualità e l’erotismo, una condizione che è totalmente preclusa alle due sorelle. La padrona è tutto ciò che le due sorelle non saranno mai, e questa crudele verità si accende ad intermittenza nel buio cieco delle loro coscienze interrompendo, e allo stesso tempo esasperando, il crudele gioco al massacro che le vede protagoniste. Nella trasposizione di Di Gesto , E Cammarere, il testo di Jean Genet, pur conservando l’idea drammatica, è totalmente riscritto in un napoletano duro e ancestrale, una lingua densa di antichi detti e parole arcaiche che contribuiscono ad identificare la condizione sociale e culturale nella quale le protagoniste si dibattono. Una lingua fatta di parole e ritornelli che, con drammatica musicalità, scandiscono il tempo della follia accompagnando le protagoniste verso il tragico epilogo. Fonte immagine: Comunicato Stampa Teatro alla Deriva

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