Il fiore che ti mando l’ho baciato (Sala Assoli) | Recensione

Il fiore che ti mando l'ho baciato

Nell’intimo ed immenso ambiente della Sala Assoli, Antonio Grimaldi trasferisce in teatro una sognante e malinconica corrispondenza epistolare tra due innamorati divisi dagli orrori della prima guerra mondiale: Il fiore che ti mando l’ho baciato.

Per questo progetto, Elvira Buonocore rielabora il carteggio tra Stamura Segarioli e Francesco Fusco (conservato dalla nipote Rosa Fusco nella biblioteca del Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo), trovando, tra le parole dolci e sofferte di lui, le possibili risposte di lei, ricostruite con i diari e le fotografie. Antonio Grimaldi cura la regia di Il fiore che ti mando l’ho baciato scegliendo di costellare la scena di fogli bianchi, che Anna Rita Vitolo riempirà con parole di un testo fatto di delicatezza e resistenza

Lei è un’appassionata maestra elementare, lui invece, è un tenente medico costretto a pestare servizio al fronte. Anna Rita Vitolo fa il suo ingresso nei panni candidi (meravigliosamente ideati da Animazione ’90) di Stamura Segarioli portando con se un cofanetto, dal quale si dirama una piccola luce che le illumina il viso ogni volta che lo usa per riporvi dentro un ricordo diverso: fotografie, capelli, una spilla tricolore e sopratutto fiori. Nello spettacolo Il fiore che ti mando l’ho baciato, questi ultimi sono il simbolo di un’amore che aspetta di sbocciare, del tentativo zelante di aggrapparsi alla terra il più profondamente possibile per scongiurare l’avvizzimento del desiderio, della cura costante e attenta necessaria per veder prosperare le caldi parole.

Portando il proprio pensiero ai ricordi e all’immaginazione, lei si consola e si consuma nell’attendere un amore che è destinato a rimanere sospesoNel corso della rappresentazione Il fiore che ti mando l’ho baciato vedremo il tormento e la speranza di una donna mentre dentro di lei cresce il frutto di un amore stroncato dalle intemperie di un periodo tiranno, che non contempla la gioia, ma ha spazio solo per l’odio.  

Salvatore Labadia cura un connubio sonoro imprevedibile e struggente fatto con le più romantiche e famose canzoni e con la voce avvolgente di Francesco, che si contendono la mente di Stamura mentre risuonano assordanti e perpetui i bombardamenti. Capiremo che quei ricordi tanto intensamente protetti erano stati custoditi sin da subito per andare nelle mani di qualcun altro, suo figlio.  Lo spettacolo Il fiore che ti mando l’ho baciato si conclude con la fenomenale attrice che semplicemente alzandosi la gonna sopra al ginocchio ci trasporta sulla riva del mare, dove tiene per mano suo figlio e costruisce, con i fogli sui quali prima leggeva, la barchetta con cui navigheranno sereni verso l’altrove

Infine i temi della guerra, dell’attesa e dell’amore rendono collettiva e universale una storia che senza la lungimiranza di Antonia Lezza e lo straordinario lavoro di coloro coinvolti in questo progetto, sarebbe rimasta sotto la polvere del tempo. 

Il fiore che ti mando l’ho baciato, dal carteggio 1913/1915 tra Stamura Segarioli e Francesco Fusco. Con Anna Rita Vitolo, scrittura scenica e drammaturgica di Elvira Buonocore, Anna Rita Vitolo, Antonio Grimaldi, regia di Antonio Grimaldi. Mixaggio sonoro di Salvatore Labadia, costumi di Animazione ‘90, foto di scena di Anna Paola Montuoro. Una produzione Centro Studi sul Teatro Napoletano, Meridionale ed Europeo e Teatro Grimaldello

Fonte dell’immagine in evidenza per “Il fiore che ti mando l’ho baciato (Sala Assoli) | Recensione”: ufficio stampa

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One Comment on “Il fiore che ti mando l’ho baciato (Sala Assoli) | Recensione”

  1. Bellissima recensione intelligente e emozionante per uno spettacolo profondo e coinvolgente. Grazie, Sofia, io sono a Pechinoi per due mesi e non ho potuto vedere lo spettacolo. C’è un video? Potremmo tenerci in contatto così quando ritorno a Stoccolma dove vivo, potrei averlo. Stoccolma: ma sono italiana e napoletana.

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