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Le Sedie di Valerio Binasco al Bellini | Recensione

Le Sedie di Valerio Binasco al Bellini | Recensione

Al teatro Bellini di Napoli, in scena dal 29 marzo al 3 aprile, ci saranno Le Sedie di Eugène Ionesco viste dagli occhi di Valerio Binasco, autore della regia, il quale ha deciso di riprendere il testo dopo circa settant’anni dalla sua prima rappresentazione, nella traduzione di Gian Renzo Morteo.

Eugène Ionesco, tra i cardini del teatro dell’assurdo, difficilmente viene visto al di fuori dal suo odio per l’assurdità e l’effetto devastante della vita, ma il tentativo di Valerio Binasco nelle sue Sedie è diverso: vuole mostrare l’amore di Ionesco per il teatro e restituire la teatralità dell’assurdo a qualcosa di umano. Il regista prova a fare dell’assurdo una storia di “tenerezza umana”, credendo in qualcosa ch’egli stesso definisce una richiesta assurda da fare al testo di Ionesco, che comunque mostra molta verità così come una caratteristica comune alla nostra epoca, definita da Binasco un’assurdità: la speranza.

Partendo dall’interpretazione dell’assurdità della speranza si possono inquadrare criticamente diverse delle acute scelte di regia di Binasco, il quale ha abbandonato la scenografia ordinata e definita da Ionesco, per restituire al pubblico un’immagine post-apocalittica (a cui il testo allude), priva di sipario, ma che incarna perfettamente l’immagine di un momento senza spazio e senza tempo, che perfettamente aderisce ad ogni epoca in cui la si vuole immaginare. La scenografia, abilmente realizzata da Nicolas Bovey, ricorda un edificio distrutto forse da una bomba, che inquadrato nelle vicende odierne sembra un collegamento ancora più vivo e forte, il cui pavimento è obliquo e sporco, il soffitto fatto da pannelli bianchi – simili a quelli di un ospedale – è rotto, sulla destra c’è una piramide di sedie accatastate e dimenticate, che copre la porta da cui entreranno i numerosi ed invisibili ospiti e sul fondo una finestra corona l’immagine.

In scena ci sono un Vecchio (Michele Di Mauro) e una Vecchia (Federica Fracassi) che, seguendo con maestria il ritmo incalzante del testo nella loro storia fatta di ricordi spezzati, frasi incompiute, discorsi senza senso e attese infinite, svelano brillantemente l’umanità che soggiace all’assurdità della storia. Ne Le Sedie di Binasco i due vecchi sono gli unici personaggi, che nelle loro sembianze clownesche riescono a trasudare l’umanità cercata del regista. È una grande prova di teatro di attori, in cui i protagonisti sottolineano l’inadeguatezza della loro vita nel rimpianto dell’essere soltanto un maresciallo d’alloggio e non aver saputo sfruttare le proprie capacità per diventare un capo, mischiato al progetto rivoluzionario di dover portare un messaggio fondamentale all’umanità: «L’individuo e la persona sono una cosa sola. Ed io non sono io, sono me stesso dentro un altro».

Questo messaggio, che non può essere espresso dal Vecchio, ma da un oratore professionista, dev’essere acclamato davanti a molti ospiti, tutti invisibili, la cui presenza è segnata solo dalle sedie. Arriva così ancora più forte nelle menti degli spettatori la riflessione sulla solitudine dell’individuo e sulla vita, che segue i due vecchi nel loro emblematico salto nel vuoto.

Immagine in evidenza: Michele Di Mauro, Federica Fracassi – ©PHOTO LUIGI DE PALMA

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A proposito di Chiara Leone

Zoomer classe '98, studentessa della scuola della vita, ma anche del corso magistrale in Lingue e Letterature Europee e Americane all'Orientale. Amante dell'America intera, interprete e traduttrice per vocazione. La curiosità come pane quotidiano insieme a serie tv, cibo, teatro, libri, musica, viaggi e sogni ad occhi aperti. Sempre pronta ad esprimermi e condividere, soprattutto se in lingue diverse.

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