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Madri 2.0 di Rosaria De Cicco | Recensione

Madri 2.0 di Rosaria De Cicco |Recensione

Madri 2.0 va in scena al Teatro Oberon di Napoli

Rosaria De Cicco va in scena al Teatro Oberon di Napoli con il suo spettacolo Madri 2.0: un viaggio sottoforma di monologo durante il quale l’attrice presenta e ripercorre i vari modi di intendere l’essere madre, dalla figura di Eva fino a Filumena Marturano di Eduardo De Filippo, mettendo a disposizione una serie di testi ormai diventati veri e propri simboli della nostra cultura teatrale napoletana.

Ciò che le madri non dicono

In Madri 2.0 Rosaria De Cicco compie un’operazione di continua immedesimazione ed estraniamento allo stesso tempo. Infatti, Madri 2.0 appare quasi come una prova a scena aperta durante la quale l’attrice rende visibile il processo di identificazione con le madri-personaggi create dai drammaturghi più importanti della scena napoletana e, grazie a questo movimento che va costantemente dal dentro al fuori e viceversa, favorisce anche l’immedesimazione del pubblico non tanto nelle parole dette da quelle madri quanto in quei sottotesti che muovono le loro rispettive intenzioni. Madri 2.0 mette a nudo certi aspetti dell’essere madre che ancora oggi sembrano trovare difficoltà a uscire fuori: madri stanche di essere costrette a dei ruoli imposti, madri che nascondono talvolta il proprio dolore e madri che innanzitutto sono esseri umani con le loro pulsazioni ed i loro desideri da soddisfare, finanche nel loro rispettivo senso fisico e, perché no, erotico.

Allora, Madri 2.0 si presenta come una disamina ironica e avvincente che accompagna il pubblico a entrare in empatia con tali figure materne, trasformando un’occasione a suo modo comica in momenti di riflessione su tematiche importanti e talvolta anche tragiche. E in questo percorso, Rosaria De Cicco rende omaggio con grinta e passione alle madri simbolo del nostro panorama teatrale partenopeo, quelle stesse madri che tra le loro righe sono state capaci di esprimere quanto le madri nella vita reale non riescono a dire. A questo punto, Madri 2.0 diventa uno spazio di confronto, di un’immedesimazione che vuole comunicare arrivando a centrare lo scopo di riuscire a fare emergere certe riflessioni sull’essere madri.

Questo lavoro di contatto con il classico per ricercare espressioni sempre nuove e attuali si inserisce perfettamente nell’idea che anima il Teatro Oberon di Napoli, una piccola ma sorprendente realtà nel cuore di via Tasso. Come indica stesso il nome del teatro, Oberon è il Re delle Fate in Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare ed è stato scelto proprio dal direttore artistico Adriano Fiorillo in virtù di questa intenzione di riportare nel presente i grandi maestri intramontabili del teatro colorandoli di nuove sfumature presenti e che, come tali, possano ancora raccontare qualcosa ai giorni nostri. Ma non solo: la linea artistica scelta combina stili e generi diversi, dal comico al tragico e questa scelta, come si è già visto per Madri 2.0, fa in modo che lo spettatore possa essere coinvolto con delicatezza ed entusiasmo negli spunti di riflessione offerti.

Fonte immagine di copertina: Francesca Hasson  

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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