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Rendez-vous debutta al CTF | Recensione

RENDEZ-VOUS_2-ph.-Richard-Haughton

Rendez-vous al Teatro Mercadante crea un incantesimo, dà forma ai sogni e ai ricordi. La famiglia Thierrée-Chaplin intraprende un viaggio tra gli specchi in cui si riflettono le immagini del passato, i frame di un vecchio spettacolo e visioni oniriche. Allucinazione e realtà si incontrano e si fanno il verso a vicenda.

Il sipario aperto preannuncia che stiamo per assistere a molto di più di un semplice spettacolo teatrale. La scenografia è composta interamente da pannelli fatti di specchi. La compagnia Thierrée-Chaplin ci invita, però, a guardare oltre i riflessi, a seguire le proiezioni di luce generate dai rapidi movimenti delle pareti specchiate, che come lampi ci colpiscono in volto: è consigliato seguire queste eclissi vertiginose e stare a vedere dove ci condurranno. Forse stiamo per entrare in un mondo magico.

Rendez-vous: oltre gli specchi ci sono sogni inespressi, per afferrarli occorre tornare bambini

Le prime figure che ci appaiono davanti – animali, dame imbellettate, mezzi di trasporto improbabili – ci fanno sgranare subito gli occhi. Non siamo davvero convinti che siano reali. Ma poi pian piano le visioni aumentano, si moltiplicano, escono da ogni parte. Danno forma a una realtà tridimensionale, ancestrale e fiabesca. Il palcoscenico è affollato da esseri mitologici, donne a pezzi, uomini zebrati, valigie contenenti interi banconi dell’ortofrutta. E Jean-Baptiste Thierrée ci guarda sornione mentre taglia le carote. La sua comicità è talmente semplice da sembrare irreale. L’ironia nasce dalla ricerca del nulla, è naturale e pura perché gioca sull’errore: i trucchi del clown sono malriusciti, gli oggetti gli cadono di mano, le palline che lancia in aria non rimbalzano. Poi d’improvviso di fronte a un oggetto che cambia forma urla ingenuamente: «miracolo!» – così il pubblico scoppia in una risata fragorosa.

Un uomo dallo sguardo sagace (James Thierrée ballerino snodabile e smontabile) entra sulla scena per posizionarsi sulla sinistra del palco e sedersi comodamente a leggere il giornale – per la verità non è troppo comodo perché il suo corpo è incastrato in una tuta che sembra di alluminio. La gag funziona perché riproduce un gesto quotidiano e ostico, in cui ci si può rispecchiare: il giornale che tiene tra le mani non sta in piedi, prima si piega da un lato, poi da un altro, infine cade in avanti, non si lascia leggere in alcun modo.

Le divagazioni e i racconti intimi si collocano sullo stesso piano perché tutti sono mossi da sentimenti autentici: la solitudine accomuna sia l’uomo-tuttobianco che ha difficoltà a dormire e vaga come un sonnambulo, puntando i piedi nel vuoto e spaventandosi della sua stessa ombra, sia la donna (Aurélia Thierrée) che danza con l’invisibile, perché il compagno-pupazzo le svanisce tra le braccia. E scomparire, questa volta nei propri panni, è anche il desiderio di Victoria Chaplin, che è un’abile e minuscola contorsionista dentro un abito a cerchio.

In Rendez-vous i corpi possono trasformarsi in ingranaggi di biciclette, le ruote si trasformano in ali. E, in assenza di parole, sono i rumori a parlare: l’accartocciarsi di un giornale o di un uomo imbalsamato che fatica a stare dritto, lo strepitio di un cucchiaino di ferro che picchia su pentole e bicchieri. Un abito fatto di stoviglie dalla testa ai piedi viene suonato da Victoria e il mio cervello pedala più rapidamente per riavvolgere il nastro dei ricordi: anche io da bambina usavo padelle e posate come strumenti.

 Circo, teatro e music-hall si intrecciano per «prolungare i giochi dell’infanzia»

Un quadretto familiare (ph. Richard Haughton)
Un quadretto familiare (ph. Richard Haughton)

La compagnia Thierrée-Chaplin ci aiuta a ripercorrere le nostre fanciullesche chimere, quelle sbiadite e quelle più nitide e, nel tempo sospeso della messinscena, avvera i nostri desideri da bambini, sicuramente i miei. Così, mentre osservo la trasformista Chaplin dileguarsi dentro gli abiti, ideati da lei come tane sicure, e poi ricomparire con gli occhi luccicanti e trasognati, penso alla stretta prossimità tra i giochi d’infanzia e l’arte circense – consapevole che qui siamo ben oltre il circo normalmente inteso.

Tra un Rendez-vous e l’altro anche il sipario – che era già aperto all’inizio – si chiude in un abbraccio. Le pareti, prima costituite da specchi, si trasformano ora in tende rosse e, ondeggiando a destra e a sinistra, si compenetrano e ci accarezzano soavemente. Il teatro inteso come luogo scenico ci offre, con questo intreccio di fantasie, un sollievo, un momento di rassicurante raccoglimento, in cui, spalla a spalla con il nostro vicino, possiamo riconoscerci uguali e fragili, sentirci fortunati di aver scoperto che siamo ancora in grado di meravigliarci, di sognare.

I travestimenti non nascondono, disvelano

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Questione di specchi (ph. Richard Haughton)

Un quadretto familiare si muove fondendosi in un organismo unico. E, come la grande Arca di Noè si dissolveva tra le onde, questa zattera umana viene risucchiata dalle tegole del palcoscenico. Un’allegra famiglia può trasformarsi in una bestia dalle sembianze più strane, apparire terrificante e insieme magica. Può prendersi gioco del più anziano, metterlo in ridicolo, vestirlo e svestirlo a suo piacimento. Ma infine sempre si ricompone, come mettesse insieme i pezzi rotti di uno specchio.

Alla fine di questo spettacolo – così nuovo per me che sono abituata a tutt’altro tipo di teatro, di gran lunga più verboso e serioso – mi sento come Jean-Baptiste Thierrée in una scena desolante e al contempo spassosa. In questa apparizione il clown cammina in avanti e si porta dietro delle scarpe giganti. Trascina il suo stesso peso, quello della sua storia, di tutta una tradizione familiare e culturale. Ma forse l’importante è non prendersi troppo sul serio e l’incanto può ancora balzare inaspettatamente fuori da una valigia di cui spesso si è costretti a farsi carico.

fonte foto: fotografo di scena Richard Haughton

RENDEZ-VOUS

CON VICTORIA THIERRÉE-CHAPLINJEAN-BAPTISTE THIERRÉEAURÉLIA THIERRÉE E JAMES THIERRÉE
CON LA PARTECIPAZIONE DI LUCIA LEONARDI
COSTUMI VICTORIA THIERRÉE-CHAPLIN
REALIZZAZIONE COSTUMI MONIKA SCHWARZL
DIREZIONE TECNICA GERD WALTER
REGIA LUCI SAMUEL BOVET
REGIA SUONO GUILLAUME DUGUET
MACCHINISTI DI SCENA ROXANE GRALLIENALESSIO NEGROMONIKA SCHWARZLGERD WALTER
ASSISTENTE DI SCENA ALESSIO NEGRO
ASSISTENTE DI REGIA ANNA OUSTINOV
MONTAGGIO SONORO LUCAS COLINDOMENICO PETILLO
AMMINISTRAZIONE DELPHINE LECLERC
PRODUZIONE LA COMPAGNIE DU HANNETON
COPRODUZIONE ANTHÉA, ANTIPOLIS THÉÂTRE D’ANTIBES
CON IL SOSTEGNO DEL MINISTERO DELLA CULTURA, DRAC BOURGOGNE-FRANCHE-COMTÉ

Teatro Mercadante
17 giugno, ore 21:00
Replica 18 giugno ore 19:00

Durata 1 ora e 25 minuti

Debutto assoluto

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A proposito di Chiara Aloia

Chiara Aloia nasce a Formia nel 1999. Laureata in Filologia moderna.

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