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Babylon di Damien Chazelle | La recensione del film

Babylon, la recensione del film ibrido di Damien Chazelle con Margot Robbie, Brad Pitt, Diego Calva, Tobey Maguire, Li Jun Li, Samara Weaving e Olivia Wilde

Esagerato. Estremo. Dissoluto. Mastodontico. Eccessivo. Sfrenato. Edonistico. E ancora, party scandalistici. Alcool. Droga. Eccitazione consumata in ogni dove.

Benvenuti nella Babilonia orgiastica di Damien Chazelle. La Babylon hollywoodiana degli anni ’20 – ’30 (e oltre) riflessa nel circo dionisiaco di un’epoca di passaggio per la storia del cinema. La reincarnazione delirante del cinema muto che si autoflagella in onore del cinema sonoro, tra bramato divismo e progressista decadenza dei divi più in voga di quegli anni.

 

Babylon di Damien Chazelle è solo smisurata frenesia?

 

Ma Babylon è molto di più. È il felliniano Jack Conrad (Brad Pitt) che compiace la sua dolce vita tra un italiano scherzoso masticato, denaro, fiumi di alcool, donne, matrimoni, divorzi e la musica lirica che risuona nella sua lussuosa casa con piscina. È Nellie LaRoy (Margot Robbie) nei suoi abiti succinti, bellissima e seducente in rosso fiammante come la sua indole da licenziosa star senza freni inibitori. È Manny Torres (Diego Calva), al suo primo ruolo internazionale riconosciuto dopo la serie TV Narcos: Messico, che tra la smodata Babele di inquadrature in primo piano, primissimi piani, carrellate zoomate in bianco e nero e a colori, naviga sulle onde del suo folle amore per Nellie andando alla deriva. È Fay Zhu (Li Jun Li) che ammalia, intrattiene, si innamora e fugge in Europa per qualche esclusivo contratto con il cinema francese.

Babylon è la Babilonia dove tanti generi e stili narrativi diversi bevono un whiskey insieme. L’action febbricitante della prima parte del lungo minutaggio (ben 190 minuti circa) si gode i suoi fuochi d’artificio nel montaggio frenetico ‒ a tratti con qualche interruzione di scena troncata troppo presto ‒ e si mescola al graduale dramma rallentato della seconda parte che imbocca la strada degenerativa del suicidio come fine fisica e morale di icone sacre del cinema muto. Action, drama che tirano le fila al musical e alla comedy costellate da una viziosa ironia che strappa volentieri una fragorosa risata. E aleggiano nell’aria anche i sintomi di un gangster movie a tratti thriller capitanato da un impressionante quanto inquietante James McKay (Tobey Maguire), servo delle sue costose depravazioni.

E se il cinema è fatto di spirali autodistruttive con personalità eccentriche indomabili come Nellie LaRoy ‒ probabilmente la migliore performance di Margot Robbie che si scatena con tutte le sue energie ‒ o come la stella più ricercata e (stra)pagata della sregolata Hollywood Jack ConradBrad Pitt affezionato da sempre al suo corpo scolpito e al suo charme da affascinante uomo che sa quello che vuole ‒ o come Manny Torres (Diego Calva) che anche da affermato regista continua a proteggere Nellie dal suo stile di vita forsennato ‒ la meritevole sorpresa di Babylon che dimostra il suo incredibile talento ‒ aspetteremo il 1952 per asciugar(ci) qualche lacrima dal viso. Le dolci note di Singin’ in the Rain accompagnano quel bellissimo omaggio alla Decima Musa ispiratrice che tanto commuove Manny nel buio della sala. Per ricordar(ci) ancora quanto il cinema sia vivo e vegeto nella sua linfa artistica nonostante le sue abnormi indecenze e le continue rivoluzioni tecniche.

Babylon è tanto, troppo eccesso. Ma è anche la Torre di Babele elefantiaca costruita con la doverosa cura nei dettagli dal regista di La La Land che ci porta dietro le quinte di un cinema convulso.

Vedere per credere.

VOTO: 7.5

Martina Corvaia

 

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