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Eroica Fenice

Commedie da vedere, le migliori 6 da non perdere

Commedie da vedere, quali non puoi proprio perdere?

Nel corso della sua storia il cinema ha fatto della commedia uno dei suoi generi di punta. Che siano sottili armi per lanciare frecciatine ai potenti, lenti per filtrare i tabù e i pregiudizi della società, spietate parodie o basi per costruire storie leggere e godibili, le commedie garantiscono sempre punti di riflessione interessanti e, ovviamente, sane risate.

Vediamo assieme quali sono le commedie cinematografiche più divertenti e che meritano almeno una visione. E no, state tranquilli, di cinepanettoni e di operazioni di marketing con protagonisti youtubers non ne vedrete nemmeno l’ombra.

Commedie da vedere, le nostre scelte

La guerra lampo dei fratelli Marx – Leo McCarrey (1933)

Cominciamo così la nostra classifica delle migliori 6 commedie da vedere.

Assieme a Charlie Chaplin, Buster Keaton e Stanlio e Ollio i fratelli Marx furono tra gli attori comici più amati ed apprezzati nel cinema americano degli anni ’20. Tra le tante commedie interpretate da loro segnaliamo La guerra lampo dei fratelli Marx, diretta da Leo McCarrey nel 1933.

Lo staterello immaginario di Freedonia è governato da Rufus Firefly (Groucho Marx), il tipico dittatore esaltato e pomposo che per compiacere se stesso dichiara guerra al vicino stato di Sylvania. Nel tentativo di fermare i suoi folli propositi vengono inviate le spie Chicolini e Pinky (Chico e Harpo Marx). Le conseguenze, come è facile prevedere, saranno al limite dello stravagante e della pazzia.

Il film rappresentò per i Marx un insuccesso al botteghino e in Italia la censura fascista vietò la sua distribuzione, ma con il passare del tempo la pellicola è stata rivalutata. Non ci vuole molto a capire che questa è una pellicola contro la guerra e soprattutto contro coloro che ne accendono i focolai. Basta guardare l’atteggiamento stupidamente orgoglioso di Groucho Marx che ricalca quello di un Mussolini, di un Hitler o di qualunque altro dittatore e uomo politico che usa le armi del patriottismo, della paura e della persuasione per creare nemici immaginari con il solo obiettivo di soddisfare la propria sete di potere.

Condito da una serie di gag divertenti e memorabili (una su tutte, quella dello specchio), La guerra lampo dei fratelli Marx è una commedia da recuperare per l’eterna attualità del suo messaggio e per dimostrare che dei potenti di qualunque bandiera e di qualunque partito si può (e si deve) ridere.

«Siamo nei pasticci, amici, correte a Freedonia: tre uomini e una donna sono bloccati in un palazzo. Mandate aiuto! Se non potete mandare aiuto, mandate altre due donne!» (Rufus Firefly/Groucho Marx)

A qualcuno piace caldo – Billy Wilder (1959)

Il cinema classico hollywoodiano deve la sua fama ai nomi di molte star, ma su tutte spicca sicuramente Marilyn Monroe. Nel 1959 il regista Billy Wilder la diresse in una delle sue più celebri commedie, A qualcuno piace caldo.

Nella Chicago degli anni ’20 il sassofonista Joe (Tony Curtis) e il contrabbassista Jerry (Jack Lemmon) sono testimoni del massacro di San Valentino e per questo sono nel mirino della banda di Ghette Colombo. Per sfuggirgli i due amici si imbarcano su un treno diretto in Florida, dove si trova una compagnia di suonatrici. Per non dare troppo nell’occhio Joe e Jerry si travestono da donne e assumono le identità di Josephine e Daphne e fanno la conoscenza di Sugar (Marilyn Monroe), suonatrice di ukulele in cerca di un miliardario da sposare.

A qualcuno piace caldo è da considerare una commedia dei travestimenti e degli equivoci, molto singolare per gli anni in cui è stata prodotta. Il codice Hayes, quell’insieme di norme etiche e morali che vietava ai registi di trattare temi scabrosi, era ancora in vigore e per un pubblico conservatore il film di Wilder suscitò qualche polemica. In effetti non era roba da poco due uomini che praticano crossdressing e che si infatuano della stessa donna, con ricaduta sulla tematica omosessuale. Ma nonostante il puritanesimo dell’epoca, conseguenza di un’immagine pulita che Hollywood doveva darsi dopo essere stata la Babilonia di alcolizzati e ninfomani, Billy Wilder gira una delle commedie più riuscite di tutti i tempi. Complice è anche Marylin Monroe: innocente, sensuale ed ironica allo stesso tempo.

«Ma come hai imparato a baciare così?»

«Vendendo baci per il soccorso invernale» (Joe/Tony Curtis e Sugar/Marylin Monroe)

I soliti ignoti – Mario Monicelli (1958)

Con la grande tradizione della commedia all’italiana il nostro paese ha fatto di questo genere una delle punte di diamante del suo cinema, assieme allo spaghetti-western. Tra le tante pellicole di quella gloriosa stagione la scelta è ricaduta su I soliti ignoti, girato da Mario Monicelli nel 1958.

Una banda di criminali occasionali, costretta a vivere di ristrettezze, decide di mettere in atto una rapina che dovrebbe farli diventare ricchi. Il gruppo è formato dal pugile Peppe “er pantera” (Vittorio Gassman), il fotografo Tiberio (Marcello Mastroianni), il nullafacente Mario (Renato Salvatori), l’immigrato siciliano “Ferribotte” (Tiberio Murgia) geloso della sorella Carmelina (Claudia Cardinale) e dall’attempato e perennemente affamato “Capannelle” (Carlo Pisacane). Istruita dal mastro scassinatore Dante Cruciani (Totò), la comitiva di improvvisati ladri si prepara a scassinare una cassaforte contenuta all’interno di un appartamento presso il Monte di Pietà. Ma le cose prenderanno una piega diversa e il risultato sarà dei più divertenti.

Da molti critici considerato come la migliore tra le commedie italiane, I soliti ignoti è un’autentica fonte di divertimento. Il cast è di tutto rispetto, con i “mostri” Gassman e Mastroianni e l’irresistibile personaggio del vecchio Capanelle a farla da padrone. Ma il merito di Monicelli è quello di aver unito il genere della commedia con un cinema dal retrogusto neorealista e che, in un certo senso, testimonia le condizioni di povertà e di difficoltà in cui versavano i quartieri popolari di Roma. Condizioni talmente difficili che spingono una banda di ladri non professionisti a compiere il furto del secolo, con risultati esilaranti e spassosi. Un must delle commedie irrinunciabile.

«Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi! Voi, al massimo, potete andare a lavorare! » (Tiberio/Marcello Mastroianni)

Animal house – John Landis (1978)

E ora spostiamoci negli anni ’70, negli ultimi anni della Nuova Hollywood per fare la conoscenza di quello che può si può considerare il padre delle commedie giovanili: Animal House, diretta da John Landis.

Siamo nel 1962 e le giovani matricole universitarie Larry e Kent (Tom Hulce e Stephen Furst) sono alla ricerca di una tra le tante confraternite del college dell’università di Faber a cui iscriversi. Rifiutati dalla prestigiosa Omega Theta Phi vengono accolti dalla rivale Delta Tau Chi, composta da un gruppo di studenti sgangherati e indisciplinati cappeggiati da “Bluto” (John Belushi). Per tutta la durata della pellicola si assiste alle scaramucce tra le due confraternite, che raggiungerà punte di grottesca epicità fino al finale assurdo.

All’uscita nelle sale il film generò reazioni contrastanti. C’era chi lo accusava di essere una volgare esibizione di bassa comicità e chi invece ne lodò la feroce critica al buon gusto. Eppure, come si è già detto, Animal house è stato un film in un certo senso seminale perché è ha fondato il genere del college comedy in cui rientrano i vari American Pie, La rivincita dei nerds e altri prodotti del genere. Quello che però lo differenzia da suoi derivati è l’incredibile verve comica del film, che non guarda in faccia a nessuno. Tutto il moralismo, il buoncostume e le regole del vivere civile di una certa America, rappresentata dai spocchiosi e snob studenti altolocati del college, vengono derisi e messi alla berlina dall’anarchia goliardica di Bluto e soci tra toga party, alcool che scorre a fiumi (in una scena emblematica John Belushi si scola per intero una bottiglia di whisky) e battute politicamente scorrete e sessualmente spinte. Insomma, John Landis firma un vero e proprio capolavoro e non si sa se sarebbe stato tale anche senza l’apporto del mitico Belushi, con il quale lavorerà anche due anni dopo all’altrettanto iconico The Blues Brothers.

«Cosa? È finita? Hai detto finita? Non finisce proprio niente se non l’abbiamo deciso noi. È forse finita quando i tedeschi hanno bombardato Pearl Harbour? Col cazzo che è finita! E qui non finisce, perché quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare» (Bluto/John Belushi)

Balle Spaziali – Mel Brooks (1987)

Quello della parodia è un sottogenere della commedia molto attivo e Mel Brooks è forse il maggior regista specializzato in questo sottogenere. Molti lo ricordando soprattutto per Frankenstein Junior, ma tra le sue pellicole più iconiche c’è anche Balle Spaziali.

In una galassia lontana lontana (vi ricorda qualcosa?) gli abitanti del pianeta Spaceballs hanno esaurito la loro riserva d’aria. Così il loro tiranno Lord Casco (Rick Moranis) decide di rapire Vespa (Daphne Zuniga), principessa del pianeta Druida e chiede al suo sovrano nonché padre l’aria di quel luogo come riscatto per la sua liberazione. In questa trama già assurda si uniscono il contrabbandiere Stella Solitaria (Bill Pullman) e il suo amico Rutto (John Candy), che salvano la principessa. Inizia così un viaggio in lungo e in largo per la galassia, dove Stella Solitaria farà la conoscenza del maestro Yogurt (Mel Brooks), il quale lo inizierà ai segreti del “lato posteriore dello sforzo”, utili per affrontare Lord Casco e i suoi uomini.

La comicità di Balle spaziali, come ogni parodia che si rispetti, consiste nel mettere alla berlina un modello di riferimento e i suoi simboli più emblematici. Non è difficile notare che qui l’oggetto dello scherno è la saga di Guerre Stellari, a cominciare dai nomi dei personaggi (Lord Casco è Dart Fener, Stella Solitaria è Han Solo, Yogurt è il maestro Yoda e così via), ma anche ponendo l’attenzione sul merchandising derivante: dal set di giocattoli ai cereali per la colazione, passando addirittura per la carta igienica. Non mancano ovviamente nemmeno i riferimenti ad altre saghe fantascientifiche come Alien, il tutto accompagnato da una vena sarcastica e anche da divertenti giochi metacinematografici e metanarrativi. Balle spaziali è da vedere così com’è, senza cercare appigli critici e godendosi il carico di ilarità di cui è costituito.

«Ci sono ancora molti altri Stronzi su questa nave?!»

«Presente!»

«Lo sapevo, sono circondato da Stronzi… Continuate a sparare, Stronzi!» (Dialogo tra Lord Casco e i suoi uomini)

Il grande Lebowski – Joel ed Ethan Coen (1998)

Concludiamo questo viaggio nelle commedie da vedere con quella che è la più enigmatica e all’apparenza nonsense di tutte: Il grande Lebowski, diretto dai fratelli Coen.

In un quartiere di Los Angeles Jeffrey Lebowski detto “Il Drugo” (Jeff Bridges) trascorre le sue giornate tra una partita di bowling e qualche bevuta di latte e white russian. La sua normale routine viene interrotta quando due uomini irrompono in casa sua e gli urinano sul tappeto affinché paghi una somma di denaro. I due brutti ceffi in realtà hanno scambiato Lebowski con un suo omonimo (David Huddleston) che invece è un miliardario. Così il nostro antieroe decide di recarsi da lui allo scopo di chiedere un risarcimento per il suo amato tappeto. L’anziano uomo contatta poi Jeffrey per aiutarlo a liberare la sua giovane moglie rapita da alcuni sicari e da lì nasceranno una serie di situazioni al limite del paradossale, in cui vengono coinvolti anche i due amici del protagonista: il reduce del Vietnam Walter (John Goodman) e Donny (Steve Buscemi).

Quella dei fratelli Coen è forse una delle commedie più assurde mai girate. Oltre al ben evidente citazionismo (Il soprannome del protagonista che richiama all’Alex DeLarge di Arancia Meccanica, nonché il fatto che beva latte come lui), il film è quasi tutto giocato sugli equivoci, sull’esagerazione tipicamente comica e su gag che spesso e volentieri sfiorano la normalità. Emblema di tutto ciò è il personaggio di Walter, il burbero e scontroso amico del Drugo sempre pronto ad attaccare briga e a complicare all’inverosimile anche la situazione più semplice. Il grande Lebowski, con la sua carica di nichilismo psichedelico, sembra essere privo di significato, ma proprio in questo risiede il suo irresistibile fascino. A dimostrazione di ciò nel Kentucky si tiene ogni anno il Lebowski fest, un evento in cui si assiste a proiezioni collettive del film con gli spettatori vestiti come i personaggi. Quando la commedia diventa umana e non più filmica.

«Stai per entrare in una vale di lacrime, figliolo» (Walter/John Goodman)

 

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Fonte dell’immagine: https://limoday.blogspot.com/2017/05/julius-seizer.html

 

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