Il Frankenstein di Guillermo del Toro | Recensione

Il Frankenstein di Guillermo del Toro | Recensione

All’interno di questo articolo parleremo del film Frankenstein del regista messicano Guillermo del Toro, distribuito da Netflix nel 2025. Esso è l’adattamento del romanzo gotico della scrittrice britannica Mary Shelley (1797-1851), divenuto famosissimo nel panorama letterario inglese dell’800′, ritenuto oggi un classico della letteratura in tutto il mondo.

Frankenstein di Guillermo del Toro: la trama 

Il film si apre sui ghiacciai dell’Artico, al Polo Nord, in cui vi è una nave danese che sta compiendo una spedizione. L’equipaggio si imbatte in quella che viene chiamata ‘La Creatura‘, (interpretata da Jacob Elordi) la quale ha una forza sovrumana ed è apparentemente immortale, ma non solo, perché trovano anche il barone Victor Frankenstein (Oscar Isaac), ferito e con una gamba meccanica, il quale rivela di essere lui il creatore della creatura, ed è proprio da qui che il film inizia a narrare gli eventi che hanno portato alla creazione di Victor.

Il Frankenstein di Guillermo del Toro | Recensione
Poster promozionale del film

Il vero significato del film

La creazione di Victor può riflettere ben due cose:

  • Il suo desiderio di voler sconfiggere la morte, dovuto al fatto che da bambino ha perso entrambi i suoi genitori, per questo inizia a studiare medicina e diventa un abile chirurgo.
  • Il suo voler cercare costantemente l’approvazione del padre che non ha mai ricevuto, essendo stato quest’ultimo un uomo freddo e violento, che non ammetteva il minimo errore. Attraverso la sua creazione è come se lui cercasse ancora questa approvazione, sottolineando il fatto che questa sia una ferita aperta per lui.

Nonostante il fatto che Victor si sia dedicato per anni, lavorando notte e giorno, alla sua creazione, nel momento in cui riesce nel suo intento non è soddisfatto, prova disgusto e rammarico per quello che ha creato, incatenando la creatura nelle viscere della torre del suo palazzo, tentando di insegnargli con metodi violenti e brutali, proprio come faceva suo padre, il nome del suo creatore, fallendo. La creatura, che è nata come un essere buono e ingenuo, non riceverà mai l’amore e l’affetto del suo creatore, colui che avrebbe dovuto prendersene cura, che invece non solo lo abbandona, ma tenta anche di dare fuoco al suo laboratorio e all’intero palazzo, ferendosi alla gamba, poiché durante l’esplosione viene scaraventato contro una roccia. La creatura riesce a liberarsi ma è costretta a vivere da sola vagando in giro e procacciandosi il cibo, venendo a contatto con le cattiverie e le crudeltà che vi sono nel mondo, incattivendosi pian piano. Il culmine arriva nel momento in cui, per colpa di Victor, morirà l’unica persona che abbia mai donato dell’affetto alla creatura, cioè Elizabeth (Mia Goth), la fidanzata di suo fratello William, la quale fin dall’inizio si rende conto della bontà e dolcezza della creatura e crea un legame di tenerezza con essa, spezzato dalla malvagità di Victor. Questo fa si che la creatura, da essere buona, ingenua, pura, non ricevendo mai amore e affetto di nessuno e vedendo i mali che circondano il mondo, si trasforma in un essere cattivo, vendicativo, il cui unico obbiettivo è quello di uccidere il suo creatore

Perché guardare il Frankenstein di Guillermo del Toro?

Il regista messicano è noto per il suo stile inconfondibile, con la sua attenzione maniacale per i dettagli visivi: ogni scena sembra infatti essere costruita come un’opera d’arte. Egli costruisce mondi che non solo affascinano, ma spingono anche a interrogarsi sul nostro stesso concetto di umanità, difatti è fondamentale la sua capacità di utilizzare l’orrore gotico — che si basa tradizionalmente su atmosfere inquietanti, paesaggi oscuri e la presenza di creature mostruose — nei suoi film per infondere una riflessione più profonda sulla condizione umana, mettendo al centro temi come la solitudine, la mostruosità e l’identità. Egli è noto per dare vita a personaggi che, pur essendo esteticamente mostruosi o deformati, sono profondamente umani nei loro sentimenti e nelle loro sofferenze, infatti qui la “mostruositànon è qualcosa di estraneo o distaccato dall’essere umano: il regista suggerisce che tutti noi, in fondo, possiamo essere percepiti come mostri in certi momenti, a causa delle nostre differenze, dei nostri difetti o delle nostre cicatrici emotive, il “mostro” può rappresentare chiunque sia emarginato, rifiutato o giudicato per qualcosa che lo rende unico o che lo distingue dalla norma. La creatura di Frankenstein diventa il simbolo di una condizione universale, cioè quella di chi è emarginato, di chi è rifiutato dalla società per la propria diversità.

Fonte immagini: Netflix

 

 

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