Il diavolo veste Prada è un titolo che suscita emozioni contrastanti: ambizione, desiderio di successo, ma anche voglia di mettersi alla prova, di crescere ed evolvere. Non è soltanto un film di successo: è un riferimento culturale capace di raccontare un mondo complesso e affascinante come quello della moda, nel quale si intrecciano ambizione, lavoro e talento. A quasi vent’anni dalla sua uscita, resta una leggenda perché ha saputo raccontare la moda non in superficie, ma analizzandola in profondità e restituendola come un sistema di valori in cui, oltre ai canoni di bellezza, emerge qualcosa di ancora più importante: il riscatto personale.
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Il significato profondo del film: oltre la moda
Dietro gli abiti iconici e le battute entrate nella storia del cinema pop, il film nasconde infatti una verità meno glamour e più universale: nulla, nemmeno il talento, esiste senza sacrificio. Andy Sachs non diventa “brava” per caso. Impara, osserva, resiste. Sbaglia, cade e trae insegnamento dai propri errori. E soprattutto comprende che il successo non è un dono, ma una costruzione lenta, spesso scomoda.
È forse questo il motivo per cui Il diavolo veste Prada non invecchia: perché non racconta una favola idealizzata, ma un percorso di crescita e formazione. La moda è il contesto, ma la storia parla di chiunque abbia provato almeno una volta a essere all’altezza di qualcosa che lo supera.
A confermare la forza di questo immaginario è anche chi oggi lo vive dall’interno. Valentino Odorico, giornalista di moda e controfigura di Stanley Tucci nel nuovo capitolo della saga, osserva il mito da una posizione privilegiata: quella di chi conosce il rigore del fashion system e la sua capacità di premiare passione, impegno e dedizione.

Intervista a Valentino Odorico: sul set del sequel
Tre domande a Valentino Odorico
Il diavolo veste Prada è diventato una leggenda. Da giornalista di moda, come spieghi questa longevità?
“Fondamentalmente perché è una storia sempre attuale. Sono passati quasi venticinque anni, ma il film è riuscito a raccontare il mondo della moda con una proiezione di sogno e, allo stesso tempo, con un realismo del dietro le quinte che ancora oggi parla a chi sogna di lavorare in questo settore. I meccanismi, nonostante si dica che siano cambiati, in realtà vengono percepiti dall’esterno più o meno allo stesso modo di allora. Ed è anche per questo che c’è tanta attesa per il seguito.
Un aspetto molto interessante è il modo in cui viene raccontata la figura femminile: in altri film la donna doveva essere guerriera, combattere per dimostrare il proprio valore. Qui no. Il personaggio interpretato da Meryl Streep è temuto e osannato perché è semplicemente molto brava nel suo lavoro. È un ritratto ironico ed esasperato, certo, ma innovativo per l’epoca: una donna potente non perché cattiva, ma perché competente. Un messaggio fortissimo, soprattutto se contestualizzato a venticinque anni fa.”

Essere controfigura di Stanley Tucci nel secondo film ti mette dentro un mondo già mitico. Che effetto fa?
“È stato sorprendente, quasi strabiliante. Pur avendo lavorato in televisione e frequentato il mondo della moda per oltre vent’anni, ciò che mi ha colpito di più è stato assistere alla realizzazione di un film di questa caratura, con tutte le dinamiche tipiche di una grande produzione hollywoodiana.
Ti rendi conto della macchina organizzativa che c’è dietro, del numero impressionante di persone coinvolte, dell’attenzione maniacale dedicata a ogni singola scena. Anche avendo già esperienza di set e riprese, viverlo da dentro è qualcosa di incredibile.
È stato bellissimo incontrare il cast, dialogare con loro, partecipare a un progetto che, se avrà lo stesso impatto del primo, entrerà di diritto nella storia del cinema di genere. Dopo aver vissuto il set, riguardare il primo film significa farlo con occhi completamente diversi: conosci ciò che accade dietro quella scena che poi arriva sullo schermo. Per chi lavora nella moda, inoltre, è affascinante viverla anche in una dimensione cinematografica.”
Secondo te, oggi, chi è la “Miranda Priestly” del nostro tempo?
“È difficile individuarne una sola. I tempi sono cambiati e figure così forti e iconiche sono sempre più rare. Penso ad Anna Wintour, che resta un’icona assoluta, o a Franca Sozzani in Italia. O ancora a personalità come Giorgio Armani, che hanno rivoluzionato lo stile, il costume e il modo di porsi.
Oggi è più complicato che emergano figure di questo tipo, con un carisma così totalizzante. Questo non significa che non esistano donne potenti: al contrario. Credo che oggi le “Miranda Priestly” siano molte, spesso invisibili, dietro le quinte. Donne imprenditrici, manager, professioniste che svolgono il proprio lavoro con competenza e autorevolezza, in tutti i settori, non solo nella moda.”
Talento, sacrificio, dedizione: le lezioni del film
Riguardato oggi, Il diavolo veste Prada appare meno cinico di quanto si pensasse in passato. Andy non viene condizionata dalla moda: viene formata. Impara che il talento senza disciplina è fragile, che la passione va allenata, che l’eccellenza richiede attenzione totale. È una lezione complessa, ma autentica, soprattutto in un’epoca che promette risultati immediati senza fatica.
Il film ci ricorda che il mondo della moda, come ogni industria creativa, è stratificato, competitivo e spesso duro, ma anche profondamente gratificante per chi decide di affrontarlo con serietà. Non tutti restano, non tutti lo desiderano. Ma chi resiste, cresce.
Forse Il diavolo veste Prada è diventato una leggenda perché non idealizza il successo né lo demonizza. Ne mostra il prezzo, ma anche la ricompensa: la consapevolezza di ciò che si è capaci di diventare.
Continua a parlarci perché non celebra l’arrivo, ma il percorso. L’evoluzione di Andy dimostra che i sogni non si realizzano per magia, ma attraverso scelte, sacrifici e una fiducia ostinata in ciò che ancora non siamo. E forse crescere, alla fine, significa proprio questo: permettersi di diventare la versione migliore di sé stessi.
Le immagini sono state fornite da Valentino Odorico.
Articolo aggiornato il: 10/01/2026

