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Febbre all’alba di Péter Gárdos

Febbre all'alba

febbre all'albaPéter Gárdos, regista ungherese, dedica il suo primo romanzo, Febbre all’alba, al racconto dello straordinario incontro dei suoi genitori, due ebrei sfuggiti per miracolo all’Olocausto, sopravvissuti ai campi di sterminio e ricoverati in campi profughi svedesi.
L’autore è cresciuto senza mai conoscere la storia dei suoi genitori, né le sue origini ebraiche, da tempo nascoste e seppellite per non dover più ricordare e soffrire. Ciò fino alla morte di suo padre, Miklós Gárdos, in seguito alla quale sua madre Agnes, che nella narrazione prende il nome di Lili, gli consegna le lettere d’amore che, dopo l’orrore dei lager, ridiedero la speranza e la voglia di vivere ad un uomo e una donna dal destino apparentemente già segnato.

Febbre all’alba: lettere d’amore tra sopravvissuti all’Olocausto

Svezia, luglio 1945. Il destino di Miklós Gárdos, giovane giornalista ungherese scampato all’Olocausto per miracolo, è tristemente già segnato: tubercolosi, 6 mesi di vita e non di più. Il dottor Lindholm, del campo profughi svedese che ospita Miklós, si esprime duramente, le sue parole non lasciano spazio ad interpretazioni, né a vane speranze.
Ciononostante, il giovane giornalista non si dà per vinto: non lascerà questa terra senza aver prima conosciuto l’amore di una donna. Compila così 117 lettere, tutte identiche, destinate alle 117 donne ungheresi sopravvissute, come lui, alla Shoah, e  ospiti dei centri di recupero svedesi, nella speranza di trovare fra loro l’amore.
Soltanto una ventina di ragazze risponderà alle lettere, tra loro, Lili Reich, giovanissima ragazza di Budapest trovata viva tra un mucchio di cadaveri a Bergen-Belsen, al momento della liberazione. Una miracolata, come Miklós.

Quello tra Miklós e Lili è un amore che si nutre della carta delle loro lettere, di speranza, di voglia di vivere, d’incontri fugaci che sfidano la distanza e la salute precaria.
Febbre all’alba racconta l’amore, prima ancora che raccontare le atrocità dello sterminio. Celebra la vita e non racconta la morte. Celebra il miracolo e la speranza, celebra la forza della giovinezza e la ricchezza dei sentimenti, la voglia di ricominciare, di rinascere nuovamente dalle ceneri di un passato ingombrante.
Attraverso le lettere dei suoi genitori, Péter Gárdos ci racconta e testimonia un lato – tristemente – poco esplorato della vicenda, ma non per questo meno interessante: ci racconta di chi resta e lotta per riprendere la sua vita, anche se ha visto troppo, anche se ha sofferto, anche se sembra impossibile. Miklós e Lili sono stati marito e moglie per più di cinquant’anni.

Qualche volta accade, qualcuno ce l’ha fatta. Qualcuno ha sfidato un destino già segnato, ha osato credere in un futuro, ha osato sperare in un miracolo e ce l’ha fatta.

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A proposito di Giorgia D'Alessandro

Laureata in Filologia Moderna alla Federico II, docente di Lettere e vera e propria lettrice compulsiva, coltivo da sempre una passione smodata per la parola scritta.

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