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Eroica Fenice

Fun e Tech

Remastered, remake e reboot di videogiochi: quali sono le differenze?

Nell’ultimo decennio il mondo videoludico ha assistito ad una apparizione massiccia di videogiochi etichettati come remastered, remake e reboot di giochi già noti. La caratteristica che li accomuna è sicuramente l’appoggio alla base di un titolo precedentemente pubblicato, ma con differenze sostanziali che contraddistinguono una delle tre tipologie rispetto alle altre. Remastered, remake e reboot: le differenze ed i giochi più popolari delle varie tipologie Gioco rimasterizzato (remastered) La remastered di un videogioco non è altro che una rimasterizzazione di un titolo già noto su una console più recente, una conversione ad hoc di un titolo pubblicato su una console di generazione precedente a quella in cui dovrà girare il videogioco modificato. L’operazione di rimasterizzazione consiste nell’adattamento del comparto grafico alla console di generazione successiva, in aggiuntiva sono stati apportati anche degli adattamenti nel comparto sonoro. Il gioco resta pressoché identico all’originale, ma fruibile da una console più recente, dunque capace di riprodurre una qualità multimediale più elevata. Da non confondersi con l’emulazione che consiste invece in una conversione in “tempo reale” del videogioco (originale) e allo stesso tempo del firmware della console nativa che supporta il titolo. Nel citare alcuni esempi famosi di rimasterizzazioni non si può non citare The Last of Us, pluripremiato titolo uscito nel 2013 inizialmente per PlayStation 3 e rimasterizzato su PlayStation 4 l’anno successivo. Sulla terza console di casa Sony il gioco girava ad una risoluzione in HD 720p, mentre sulla sua console successiva il titolo è stato upscalato al full HD 1080p. Altri famosi titoli sono stati rivenduti sotto forma di “trilogie”, dove un unico titolo conteneva i tre capitoli che hanno contraddistinto i brand nelle precedenti generazioni videoludiche, come le trilogie di Ratchet & Clank, Sly Cooper e Jak and Daxter, videogiochi che hanno scritto la storia della PlayStation 2, riproposti per la PlayStation 3 ad una risoluzione a 720p (contro i 480i/p della console nativa). Gioco ri-progettato (remake) Al contrario della rimasterizzazione, il remake di un videogioco consiste in una lavorazione ex novo di un titolo già esistente. Il gioco si presenta con lo stesso titolo del suo originale ma con una veste completamente rinnovata. Lo sviluppo di un remake è certamente più complesso di una semplice rimasterizzazione, in quanto tutte le meccaniche di gioco vengono ricostruite da zero ed eventualmente proposte con modifiche più o meno invasive che adattano maggiormente il titolo ad un contesto videoludico più attuale a quello del titolo originario. Esempi di videogiochi che sono stati ricostruiti sono i brand di Crash Bandicoot con i due titoli Crash Bandicoot N. Sane Trilogy (remake dei primi tre capitoli sulla prima PlayStation) e Crash Team Racing (CTR), il draghetto Spyro con la trilogia dei primi tre capitoli su PlayStation, cioè Spyro Reignited Trilogy. Anche altri brand come Resident Evil e MediEvil hanno ricevuto dei titoli ricostruiti sulle console più recenti. Quello del rifacimento dei videogiochi non è certamente una novità degli ultimi anni, Nintendo infatti ripropose sul Super Nintendo Entertainment System (più familarmente SNES) i titoli di Super Mario […]

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Eventi nazionali

Fiere comics in Italia: le più amate dagli appassionati

Non soltanto in Giappone: le Fiere del Fumetto o Fiere Comics in Italia sono numerosissime, ogni regione può vantarne più d’una in qualsiasi periodo dell’anno: ce n’è davvero per tutti! Ma cosa sono, in breve, le fiere comics? A chi si rivolgono? Si tratta di eventi di gran richiamo per gli appassionati di fumetti, videogiochi, animazione e cosplay e rappresentano un piacevole e divertente diversivo dalla quotidianità per immergersi nel fantastico mondo nerd in compagnia di altri appassionati, fare gruppo e stringere nuove amicizie. In fiera è possibile trascorrere il tempo curiosando tra gli stand che vendono non soltanto fumetti, ma anche videogiochi (perfino console e videogames retro!), gadget ed abbigliamento legato alla cultura giapponese, ma anche cibo tradizionale giapponese, incontrare i propri fumettisti e youtuber preferiti oppure divertirsi  ai concerti offerti dalla fiera: come non menzionare i bellissimi live di Giorgio Vanni, autentici tuffi nel passato, immancabile ospite di tutte le fiere comics in Italia? Ancora, è possibile giocare a giochi di ruolo o a giochi da tavola in veri e propri tornei, godere della compagnia dei cosplayers, ragazzi e ragazze di ogni età che impersonano, non soltanto nell’aspetto ma soprattutto nell’interpretazione, un personaggio che amano, ed assistere alla gara cosplay, dove si esibiscono. È altresì un’ottima occasione per aspiranti fumettisti per farsi conoscere ed apprezzare dagli appassionati e dalle case editrici. Scopriamo insieme quali sono le fiere comics in Italia più amate e frequentate dagli appassionati. Fiere comics in Italia: quando e dove si svolgono le tre maggiori Lucca Comics & Games Il Lucca Comics & Games è la più grande e rinomata tra le fiere comics in Italia, nonché la prima in d’Europa e seconda nel mondo soltanto al Comiket di Tokyo: è La Mecca dei cosplayers italiani e degli appassionati tutti, sogno nel cassetto di molti ma appuntamento fisso di tanti, tantissimi altri (la scorsa edizione ha contato ben 270 mila presenze), che, sfidando il tempo incerto del mese di novembre (mese in cui la fiera tradizionalmente si svolge), vi si recano partendo da ogni città d’Italia.  La fiera si svolge all’interno delle mura della città, in un’area vastissima dedicata alle molteplici attività a cui si può prendere parte durante la manifestazione. L’edizione 2020 del Lucca Comics & Games si svolgerà dal 28 ottobre al 1 novembre. Napoli Comicon Seconda fiera d’Italia per grandezza e prestigio, nonché prima nel meridione, il Napoli Comicon, che giunge quest’anno alla sua ventiduesima edizione, è una delle fiere comics d’Italia più apprezzate, per la varietà delle attività proposte e per lo spessore degli ospiti internazionali che ogni anno la fiera invita, e si tiene tra aprile e maggio nella Mostra d’Oltremare di Napoli, location molto ampia ed apprezzata che consente una gran varietà di attività – dai concerti all’aperto alla gara cosplay, ed una grandissima quantità di stand nei padiglioni della Mostra-, ed è senz’altro uno degli eventi dell’anno più attesi dalla gioventù napoletana e dagli appassionati di ogni regione d’Italia. L’edizione 2020 del Napoli Comicon si svolgerà dal 30 aprile […]

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Fun e Tech

Windows 7 verso la fine del supporto: cosa succederà?

Windows 7, il sistema operativo di casa Microsoft rilasciato nel 2009 (a meno di tre anni dal rilascio del predecessore), è stato uno dei sistemi operativi Microsoft di punta dell’ultimo decennio, nato per sostituire lo sfortunato predecessore Windows Vista, in seguito ai numerosi episodi spiacevoli denunciati dai clienti in seguito al passaggio a Vista da Windows XP. Come riporta il comunicato ufficiale di Microsoft, il sistema operativo di casa Redmond rilasciato ufficialmente al pubblico il 22 ottobre del 2009, installato ancora sul 26,82% dei computer (secondo Statcounter, secondo solo al più recente Windows 10) verrà dismesso in data 14 gennaio 2020, motivando la scelta con la necessità di “concentrarsi sul supporto di tecnologie più recenti e di nuove esperienze”. Microsoft provvederà ancora, come in passato, ad inviare delle notifiche sui dispositivi che utilizzano il sistema operativo Windows 7, facendo leva su tutti i potenziali rischi e svantaggi dovuti alla tecnologia obsoleta nel proseguire l’esperienza di utilizzo con un sistema operativo datato, con l’obiettivo di invogliare l’utenza al passaggio al più attuale Windows 10. Fine del supporto a Windows 7: cosa comporterà? Possibili soluzioni ed alternative Già terminato il supporto principale a Windows 7 nel 2015, l’azienda di Satya Nadella porrà fine definitivamente al supporto esteso del sistema operativo. In seguito non fornirà più assistenza online né telefonica e non verranno più rilasciati nuovi aggiornamenti atti a correggere eventuali vulnerabilità non colmabili dai semplici software antivirus, costituendo di fatto una corsia preferenziale per la diffusione di nuovi attacchi informatici da parte di malintenzionati. La soluzione proposta da Microsoft consiste nell’acquisto di una licenza per l’uso di Windows 10, alternativamente è possibile ancora optare per il predecessore Windows 8, che riceverà aggiornamenti di sicurezza fino al 2023. Offerto inizialmente a partire dal 1° aprile 2019 per le licenze a volume, esteso poi a tutte le altre tipologie dal 1° dicembre per le versioni Professional ed Enterprise, Microsoft ha istituito il programma Extended Security Updates (ESU): un servizio sottoscritto a pagamento che garantisce ad aziende, governi e pubbliche amministrazioni una estensione – fino ad un massimo di tre anni – del supporto a Windows 7. Importante evidenziare che in caso di sottoscrizione ad ESU nel secondo o nel terzo anno, sarà dovuto il pagamento anche delle quote degli anni precedenti. Il costo dell’abbonamento varia in base alla tipologia del contratto di licenza, in caso di contratto a volume i prezzi sono i seguenti: 25$ a PC il primo anno 50$ a PC il secondo anno 100$ a PC il terzo anno Nel caso di contratti di licenza non a volume si dovrà far fronte ad una maggiorazione: 50$ a PC il primo anno 100$ a PC il secondo anno 200$ a PC il terzo anno Va ribadito che l’ultima soluzione riportata consiste in una agevolazione per le aziende e non costituisce un sostitutivo ad un eventuale aggiornamento del parco software, che viene più volte consigliato da Microsoft stessa.   Fonte immagine: HdBlog

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Libri

Autodifesa di Caino: Camilleri non smette d’incantare

I grandi sanno parlare ed incantare anche dopo la loro scomparsa, perché, in realtà, non vanno mai via davvero, ma restano, statuari ed immortali, sempre presenti e vivi tra le loro pagine, con la potenza del classico che, parafrasando Calvino, non smette mai di dire ciò che ha da dire. È il caso di Andrea Camilleri, uno degli ultimi grandi della letteratura contemporanea, o, com’egli stesso avrebbe preferito definirsi, “in fondo un cantastorie“: uomo di grande umiltà e cultura, prolifico autore della fortunatissima serie di gialli legati al nome del Commissario Montalbano, che rivive ora tra le pagine di Autodifesa di Caino, il primo libro del grande narratore siciliano scomparso lo scorso 17 luglio e pubblicato postumo da Sellerio Editore. Come Conversazione su Tiresia, l’opera, strutturata come breve monologo teatrale sull’origine biblica del Male, avrebbe dovuto essere rappresentata a Roma, alle Terme di Caracalla, il 15 luglio 2019, tuttavia non ha mai visto il palcoscenico a causa della scomparsa del suo autore. Autodifesa di Caino: l’origine del Male raccontata dal primo assassino della storia Sembra quasi di ascoltarlo, o addirittura vederlo, l’anziano Camilleri, grande affabulatore, interrogarsi sul Bene e sul Male, e sull’origine di entrambi, che risiede nell’uomo, anzi, nello stesso uomo, nel pronunciare l’autodifesa di Caino, una brillante e ben congegnata arringa di difesa del primo assassino della storia, o, come lo definisce Camilleri, “colui che mise per primo in atto il Male, trasformando in atto ciò che era in potenza“. Simbolo incarnato del Male, predestinato ad esso fin dalla nascita, immagine speculare del fratello Abele, predestinato al Bene, Caino racconta la sua storia e prova ad affrancarsi dall’abito che non soltanto la religione, ma la letteratura, l’arte e la cultura tutta, gli ha cucito addosso, ed indossare i panni, più veritieri, di uomo tra gli uomini, che ha in sé il germe del Male ma anche quello del Bene. Male, in un certo senso, necessario, in quanto ci permette di distinguere e riconoscere il Bene. Camilleri racconta una Genesi differente, dipingendo Caino e Abele non come anime speculari, ma come uomini nei quali il Bene ed il Male convivono in un delicato equilibrio che ha il suo ago della bilancia nel libero arbitrio, nella capacità di scegliere se sottomettersi all’istinto o dominarlo, in una narrazione che, rifacendosi a fonti differenti da quelle bibliche nel delineare le personalità dei due fratelli e raccontare i retroscena della morte di Abele, ne rovescia addirittura le posizioni. È il Caino uomo, non il Caino-simbolo a prendere la parola, a raccontarsi, svelarsi, mettersi a nudo. Il Caino che, condannato da Dio non a morte ma ad una lunga, lunghissima vita da fondatore di civiltà, riceverà il suo perdono, secondo alcuni miti, grazie all’invenzione della musica, perché “la musica, ha scritto infatti Hermann Hesse, è basata sull’armonia tra Cielo e Terra, è la coincidenza tra il disordine e la chiarezza“. Un Caino la cui progenie non ha prodotto assassini, non ha generato altro male, perché non esiste la predestinazione, l’uomo ha facoltà, diritto e […]

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Notizie curiose

Le 5 domande più temute del Natale in famiglia

Finalmente, è Natale. Freddo, che quest’anno è tardato ad arrivare. Regali sotto l’albero, da scartare a mezzanotte. Buoni propositi per l’anno nuovo, gli stessi ogni anno. Decorazioni che rallegrano l’atmosfera. Tavole imbandite ricche di prelibatezze. La tipica cena di pesce della vigilia. Struffoli e pastiera, anche se la tradizione napoletana vuole sia un dolce pasquale. Panettone o pandoro, a seconda dei gusti: una faida che si ripropone ogni anno a tavola. E ancora, l’immancabile insalata di rinforzo, che nessuno riesce mai a gustare per bene, già troppo sazio. Tanto si sa, nessuna dieta (r)esiste fino al 6 gennaio. Ma soprattutto, il Natale è momento di riunione familiare. Che si tratti degli stessi parenti che vedi ogni domenica, o dei cugini oltreoceano, parte della magia del Natale risiede proprio nel ricongiungersi tutti attorno ad immense tavolate. E ogni Natale, tra una portata e l’altra, all’appello non mancano mai le solite domande di rito, le più sgradevoli e moleste che si possano immaginare, quelle domande che rompono l’atmosfera idilliaca post cenone, quelle domande che stanno ad un’allegra tavolata come il gesso stridente sta alla lavagna nell’ora di matematica. Domande da non fare, domande che, forse proprio per questo, si ripropongono ogni anno durante le feste. Le 5 domande più temute a Natale… e non solo! E il fidanzatino? E la fidanzatina? La più classica, la più frequente, nonché più indesiderata da single, zitelle incallite e soggetti riservati. E se finalmente, per rompere il solito schema di ogni anno, hai finalmente qualcosa da raccontare con orgoglio, sia pure un’avventura di due giorni che rompe la tua monotonia di single, veloce come un fulmine arriverà la controdomanda, più molesta della precedente: E quando ti sposi? Quando ti laurei? La domanda più temuta dai trentenni fuoricorso, l’unica domanda in grado di far sentire in colpa perfino le matricole, che di esami in arretrato ancora non ne hanno ma già sentono insinuarsi il timore di finire a prendere una triennale in 10 anni, come quell’amico scansafatiche da cui ti vedi mettere in guardia circa quindici volte al giorno. Realizzi improvvisamente che, mentre tu sei lì seduto a tavola a gozzovigliare, i libri da studiare per l’esame in agguato subito dopo le feste sono sulla scrivania a prendere polvere da una settimana. E non hai ancora finito il programma… Ansia! Hai trovato lavoro? Ti sei finalmente laureato o hai scelto di fermarti dopo il diploma? Non sentirti escluso, abbiamo domande moleste anche per te. Ti si potrebbe chiedere, per esempio, quanto guadagni. Sempre nell’eventualità di una risposta affermativa alla prima domanda. In caso contrario, preparati a ricevere tutto il calore e la compassione della tua famiglia. C’è crisi… Andrà meglio il prossimo anno, vedrai! E la dieta come va? Cara zia salutista, non puoi chiedermi una cosa simile dopo il pranzo da 15 portate della nonna, davanti ai dolci! Cosa fai a Capodanno? Troppo triste ammettere di passare il capodanno in compagnia di Carlo Conti su Rai 1, dite? Il prossimo che me lo chiede, rischia di non vederlo, il Capodanno. Buone domande, buone risposte e buone feste a tutti!

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Libri

Libri da leggere a Natale: 5 proposte ed idee regalo

Il libro è un ottimo compagno per l’inverno: il suo habitat naturale è un confortevole salotto, una tazza di tè o di cioccolato bollente, una soffice poltrona ed un caminetto a riscaldare l’atmosfera. Fuori dalla finestra, la neve… Sapreste immaginare qualcosa di più bello?  D’altronde, il libro, si sa, è il regalo di Natale più gradito ad ogni lettore, ma alcuni libri a tema natalizio potrebbero essere una buona scelta per chiunque, dai più grandi ai più piccoli, e anche per iniziare alla lettura qualche amico o parente notoriamente allergico ai libri ma contagiato dall’incanto del Natale: ce n’è per tutte le età e per tutti i gusti, dai classici immortali della letteratura alle più recenti novità letterarie, dalla narrativa al giallo passando per la commedia romantica. Ecco 5 proposte di libri da leggere a Natale. Da leggere, rileggere o regalare: ecco 5 proposte di libri da leggere a Natale! Canto di Natale, di Charles Dickens Abbiamo scelto, per rompere il ghiaccio, un grande classico della letteratura natalizia: ci piace vincere facile! Canto di Natale è uno dei libri da leggere a Natale più famosi al mondo, tutti conoscono la storia del vecchio e avaro Ebenezer Scrooge, un uomo solitario e scontroso che nella notte di Natale riceve l’inaspettata visita dei tre Fantasmi del Natale Passato, del Natale Presente e del Natale Futuro, che lo conducono ad una profonda e sentita redenzione, che lo porterà ad amare davvero il Natale, la vita  -dopo averne compreso il valore- ed il prossimo. All’iconica figura di Scrooge è ispirato il personaggio di Zio Paperone e sono numerosi gli adattamenti cinematografici e teatrali di questa celebre storia, il più famoso e riuscito dei quali è A Christmas Carol (2009), film d’animazione digitalizzata in 3D, con Jim Carrey nel ruolo di Scrooge e dei tre Fantasmi. Il Natale di Poirot, di Agatha Christie Tra i libri da leggere a Natale non manca neppure un giallo, Il Natale di Poirot, della regina del genere, Agatha Christie. Al centro delle vicende del romanzo, la riunione di una famiglia il giorno di Natale, riunione che è molto diversa dai festosi pranzi familiari che immaginiamo e sui cui misteri dovrà indagare il brillante investigatore privato Hercule Poirot. Riuscirà a scoprire l’autore del terribile omicidio della notte di Natale? Lo scopriremo soltanto leggendo. Il tredicesimo dono, di Joanne Huist Smith Mancano 13 giorni a Natale e Joanne ed i suoi figli, a causa della tragica scomparsa di suo marito, non riescono a sentirlo nell’aria, fin quando alla loro porta non inizia ad apparire ogni giorno un pacco regalo da “i vostri cari amici”, senza alcun riferimento più esplicito al mittente. Il tredicesimo dono è un bellissimo romanzo da leggere e regalare sulla forza ed il coraggio di andare avanti, riprendere a vivere e a sperare, anche quando tutto sembra ormai perduto. In uno specchio, in un enigma di Jostein Gaarder È la notte di Natale quando Cécile, una ragazzina norvegese costretta a letto da una grave malattia, tra veglia e […]

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Teatro

Lello Arena in Miseria e nobiltà al Teatro S. Ferdinando

Dal 20 dicembre al 5 gennaio 2020 Lello Arena e Luciano Melchiorre portano nello storico Teatro S. Ferdinando di Napoli, tempio della commedia napoletana, una pietra miliare della drammaturgia non soltanto napoletana ma nazionale: Miseria e nobiltà, la brillante commedia di Eduardo Scarpetta del 1887 che ha avuto tra i suoi interpreti il figlio Eduardo De Filippo, Totò e Sophia Loren (nella nota trasposizione cinematografica del 1954), e che brilla di una nuova luce nell’attualissimo adattamento di Lello Arena (qui nel ruolo della maschera Felice Sciosciammocca) e Luciano Melchiorre, ad ennesima conferma che ci si trova davanti ad un vero classico: un’opera senza tempo che, non importa quanto tempo passi dalla sua stesura, ma non smette mai di dire ciò che ha da dire e che, nella rielaborazione in chiave moderna e dai toni più cupi di Lello Arena e Luciano Melchiorre, lo fa in maniera egregia, coinvolgente e convincente. Miseria e nobiltà, di e con Lello Arena: due facce della stessa medaglia Pasquale, Concetta, Luisella, Pupella, Felice. In uno scenario buio e minimale, dove i personaggi si muovono a fatica e lentamente si trascinano, costretti letteralmente dalle gabbie della miseria, lontani dagli interni patinati dell’alta borghesia, i relitti della società s’interrogano sulla possibilità di mettere a tavola un piatto caldo, cercando qualcosa, qualsiasi cosa, da impegnare, stretti in una convivenza forzata in uno scantinato senza luce né aria, tra umidità, rifiuti, fame e rancori. Rancori che esplodono adesso come micce perché, se “in questa casa si mangia pane e veleno“, come fa notare Felice a Pasquale “adesso è finito pure il veleno“. Quanto al pane, naturalmente era già finito da un pezzo. Come procurarselo? L’insperata soluzione giunge dal nobile Eugenio, il rampollo di una ricca famiglia di marchesi che si è innamorato della bella e frivola Gemma, prima ballerina al S. Carlo, sposa impresentabile in famiglia, tanto più se si considera che Gemma è figlia di quello che, lungi dall’avere gli illustri natali che ci si augura per il suocero del marchesino, a Napoli verrebbe chiamato un “pezzente arricchito”, un cuoco diventato straordinariamente ricco grazie ad una lauta eredità. Eugenio chiederà così alle due famiglie di fingersi i suoi nobili parenti per accompagnarlo a casa del cuoco per chiedere Gemma in sposa ed ottenere così il consenso che dalla sua vera famiglia certamente non otterrebbe. La casa del cuoco costituisce una tentazione troppo forte per chi, come Felice, ammette candidamente che, più che la giovane Gemma, sposerebbe il cuoco, perché l’amore passa, ma la fame resta; e così l’improbabile nobile famiglia, agghindata in abiti dal gusto decisamente dark ma dalla foggia elegante, dagli abissi sale risale superficie, dalla miseria alla nobiltà – notevole ed emblematica, a questo proposito, la scelta scenografica di porre il cupo scantinato-gabbia al di sotto della chiara, ampia e luminosa sala da pranzo del cuoco, in una complessa architettura scenica volta a sottolineare il rapporto tra l’estetica della scena ed il messaggio che essa vuol trasmettere, e che rende questa anticonvenzionale trasposizione godibile per gli […]

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Cinema e Serie tv

Il Primo Natale: il grande successo natalizio di Ficarra e Picone

A due anni dal successo de L’ora legale, è in tutte le sale italiane dal 12 dicembre Il Primo Natale, prodotto da Medusa Film, il nuovo film natalizio del duo di comici siciliani Ficarra e Picone, qui nei ruoli, rispettivamente, di Salvo, un ladro di arte sacra e convinto ateo, che si beffa dei credenti grazie ai quali riesce ad arricchirsi illecitamente, e il pio padre Valentino, affascinato dall’arte sacra del Presepe, e alle prese con i casting per i protagonisti del Presepe vivente che metterà in scena alla sua parrocchia di Roccadimezzo Sicula. E sarà proprio il Presepe con la sua eterna magia, suggestivo ed evocativo, a far incrociare i cammini di due uomini così diversi che, in un richiamo evidente al celebre capolavoro di Massimo Troisi e Roberto Benigni “Non ci resta che piangere“, magicamente, attraversando un canneto, torneranno insieme indietro nel tempo, fino all’anno zero, in tempo per vivere l’esperienza del Primo Natale, quello della nascita di Gesù al tempo di Erode (Massimo Popolizio) in Palestina, ed assistere al miracolo di Dio che si fa uomo in una notte che non è come la immaginiamo, che ha per protagonista una Natività per nulla stereotipata: senza il fiato caldo del bue e dell’asinello a riscaldare la fredda capanna, né i doni dei Re Magi, né, a dar la vita al Salvatore, la giovane donna dal velo azzurro e dalla folta chioma bionda che ci aspetteremmo, ma dai penetranti occhi e capelli scuri, né l’uomo anziano accanto a lei. Un Presepe – e questa volta vivente davvero – non convenzionale, di certo, più realistico proprio per questo magico. Niente renne, Babbo Natale, neve o slitte o luci colorate, ad eccezione di quella sfavillante e luminosa della Cometa su Betlemme, nessun regalo materiale da scartare sotto l’albero, ma un regalo più grande e più vero che trova compimento in una povera capanna di paglia e di legno: quello della salvezza. Immergiamoci dunque nella magia dell’unico e vero Primo Natale. Il Primo Natale di Ficarra e Picone, un Natale all’insegna dell’altruismo e della solidarietà Pochi momenti dell’anno smascherano le ipocrisie abilmente celate tutto l’anno quanto il Natale, festa oggi consumistica e all’insegna del più puro materialismo che, in una frenesia di regali e luci, nasconde le ombre e l’egoismo di chi, cieco di fronte alla sofferenza degli ultimi, sceglie di voltarsi dall’altra parte mentre ipocritamente venera le statuine di creta del più ultimo degli uomini, nato in assoluta povertà ma pieno di una ricchezza che non ha nulla di materiale, l’ipocrisia di chi afferma di credere nel Suo verbo ma non perde occasione per dividere gli uomini sulla base del luogo da cui provengono e delle risorse di cui dispongono, per ribadire, spesso a scapito di quello altrui, il proprio diritto alla vita e alla felicità. Una festa che, ormai, ha del tutto perso il suo significato primigenio, che viene ricordato solo e soltanto attraverso le statuine del Presepe, che veicolano comunque un’idea del tutto irrealistica (ed eurocentrica) della Natavità. Con […]

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Musica

Francesco Renga all’Augusteo con L’altra metà Tour

Ha iniziato il suo lungo e fortunato viaggio venerdì 11 novembre al Teatro degli Arcimboldi di Milano “L’altra metà tour“, il nuovo tour di Francesco Renga, che conterà oltre 50 date ed approderà in Europa a maggio 2020, e che nella serata del 18 novembre ha inaugurato la stagione di concerti del Teatro Augusteo di Napoli, dove si esibirà anche nella serata del 19. L’altra metà tour di Francesco Renga, una nuova stagione per un grande artista Accompagnato sul palco dai suoi musicisti Fulvio Arnoldi (chitarra acustica e tastiere), Vincenzo Messina (pianoforte e tastiere), Stefano Brandoni (chitarre), Heggy Vezzano (chitarre), Phil Mer (batteria) e Gabriele Cannarozzo (basso), Francesco Renga presenterà al pubblico in tour il nuovo album, “L’altra metà” (2019), l’album da cui è tratto Aspetto che torni, il brano che Francesco Renga ha presentato al 69° Festival di Sanremo. L’altra metà è stato prodotto da Michele Canova Iorfida e contiene 12 brani dal sound e dal linguaggio contemporaneo, volti a rappresentare l’altra metà della sua vita e carriera artistica trentennale, carriera già costellata di grandi successi come Uomo senza età, Angelo, La tua bellezza, Vivendo adesso, Meravigliosa, Era una vita che ti stavo aspettando e Il giorno più bello del mondo, classici intramontabili dell’artista. L’altra metà, sulla scia già di Tempo Reale (2014), si propone come un nuovo album dal sound e dai linguaggi contemporanei e che ha quasi il sapore di un bilancio, caratterizzato da una nuova consapevolezza, presentato in un live che ha il pregio di saper spaziare tra passato e presente con continuità ed innovazione. «Il fascino e la bellezza del teatro, la vicinanza fisica con il pubblico. Poterlo guardare in faccia, toccarlo, sentirlo. E sapere che loro possono fare altrettanto. Lo spettacolo che andrà in scena è pensato proprio per questo, per vivere una serata ricca di grande magia».  Un tour coinvolgente, che sfrutta a pieno le potenzialità del teatro e la possibilità di reale interazione col pubblico, che è l’altra metà dell’artista -quella in cui l’artista, come in uno specchio, può rispecchiarsi e nel quale, a sua volta, anche il pubblico si rispecchia- , e che porta in scena, insieme ai brani inediti del nuovo album, i più grandi successi del cantautore udinese, che emozionano ogni volta la platea come fosse la prima, perché raccontano un sentimento che, nella sua semplicità, è complicato come null’altro ed è il vero motore del mondo: l’amore, in tutte le sue sfumature. Quello che resta, quello che se ne va, quello che non è mai iniziato ma è stato a lungo desiderato, quello verso i propri familiari, quello verso gli amici ed il proprio compagno. L’altra metà della mela, o, se si preferisce, l’altra metà del cielo. Quell’altra metà che pochi cantautori italiani contemporanei sanno cantare e celebrare bene, con spontaneità e poesia, quanto Francesco Renga. – Foto di Toni Thorimbert in comunicato stampa.

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Libri

Gatti di Shifra Horn, una storia d’amore edita Fazi

Le credenze popolari vogliono che il migliore amico dell’uomo sia il cane, affettuoso e fedele, e giudicano, al contrario, il gatto un animale infido, legato più all’ambiente che ai propri padroni, anzi, un animale indomito che padroni non ne ha e che non mostra verso i propri coinquilini umani alcun tipo di calore e di affetto spontaneo, che non sia legato ad una richiesta di soddisfacimento dei propri bisogni. Niente di più falso. Lo sapranno già i possessori di gatti – o, più propriamente, coloro che sono stati scelti da un gatto come compagni di vita, in un rapporto di totale parità – e, per chi avesse ancora dubbi o reticenze in merito, è senz’altro consigliata la lettura di Gatti, di Shifra Horn, una delle ultime uscite Fazi Editore: una storia d’amore, come dichiara l’autrice israeliana già nel sottotitolo del libro, la storia dell’amore profondo che l’ha sempre legata a questi animali e che, nel corso della loro troppo breve (rispetto alla durata di quella umana) vita l’hanno ricambiata con immancabile trasporto, un libro nel quale non potranno che riconoscersi gli amanti dei gatti tutti e che farà innamorare di queste creature anche i più diffidenti. Shifra Horn: una vita da amante dei gatti Shifra Horn, scrittrice israeliana, afferma di aver sempre vissuto circondata dai gatti, presenze fondamentali nella sua vita e che, accanto a suo figlio, l’hanno sempre accompagnata nelle varie fasi della sua vita e attraverso i suoi numerosi trasferimenti per lavoro – in barba alle credenze che vogliono i gatti legati all’ambiente più che ai loro padroni -, tra Tokyo e Gerusalemme, sebbene lei sia allergica ai gatti ma, si sa, al cuor non si comanda e un attacco allergico val bene una lunga sessione di fusa. Si ritroveranno tra queste pagine i divertenti aneddoti e le avventure domestiche di Zizi, la prima gatta di Shifra Horn, nera come la pece, Neko-Chan, una gatta giapponese senza coda che si dice porti fortuna, Sheeshee, un bellissimo esemplare di himalaiano dagli occhi blu, in simbiosi con l’autrice del libro, le sue figlie Levana e Shehora, il giorno e la notte, un’abile cacciatrice dal pelo bianco amante dei documentari in TV e una placida miciona dal pelo nero, devota al figlio dell’autrice. A metà tra diario di vita e un lungo racconto composto da aneddoti sparsi, Gatti di Shifra Horn è la storia della lunga e profonda passione che da sempre lega l’uomo al gatto, che instaura con lui un rapporto totalmente paritario, fondato sul rispetto, sulla reciproca fiducia e sull’empatia, perché pochi animali come il gatto sanno interpretare puntualmente gli stati d’animo dei propri amici umani, prestare assistenza e conforto e, a loro modo, prendersene cura. Il gatto, animale autonomo ed indipendente ma non per questo schivo, sa ascoltare, sa amare e, se congiunge il proprio destino e la propria quotidianità a quella di un umano, sarà per sempre e con assoluta fedeltà, per propria scelta volontaria e non per bisogno. Una storia d’amore, se vogliamo, basata su presupposti […]

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Teatro

Gianfelice Imparato in Ditegli sempre di sì al Teatro Diana

Dal 13 fino al 24 novembre Gianfelice Imparato e Carolina Rosi saranno al Teatro Diana con Ditegli sempre di sì, con la regia di Roberto Andò e prodotto da Elledieffe, la Compagnia di Teatro di Luca De Filippo diretta oggi da Carolina Rosi. Si tratta di uno dei primi testi di Eduardo De Filippo (una prima stesura dell’opera risale al 1925), portato in scena dal grande drammaturgo napoletano per la prima volta nel 1932 assieme ai fratelli Titina e Peppino e nel 1997 dal figlio Luca. Opera coinvolgente e divertente, di straordinaria fortuna, e la prima in assoluto in cui Eduardo De Filippo affronta la tematica della follia. Non è mai semplice misurarsi e rendere omaggio ad una delle personalità simbolo della cultura napoletana nel mondo, ma l’impresa è senz’altro riuscita al regista Roberto Andò, alla sua prima esperienza con il teatro di Eduardo, e all’interpretazione magistrale di Gianfelice imparato e Carolina Rosi, in virtù della loro lunga e vasta esperienza teatrale, di una profonda conoscenza del teatro di Eduardo e dei rapporti lavorativi e personali con Luca De Filippo, del quale Carolina Rosi è stata per oltre vent’anni compagna. Ditegli sempre di sì: il Michele Murri di Gianfelice Imparato ci mostra il labile confine tra follia e sanità La scena si apre in un tipico salotto borghese napoletano: erroneamente dimesso come ormai guarito dal manicomio nel quale era stato rinchiuso, grazie all’ottimismo di uno psichiatra fin troppo fiducioso che rassicura la sorella Teresa circa l’ottima salute del fratello e la incoraggia a non contrariarlo in nulla (da qui il titolo dell’opera), Michele Murri (Gianfelice Imparato) torna a casa dalla sorella Teresa (Carolina Rosi), una vedova che vive con la sua cameriera in un appartamento in affitto e subaffitta la stanza del fratello ricoverato ad uno stravagante studente con velleità poetiche. Michele non è, tuttavia, un pazzo furioso, ma un perfetto gentiluomo, uomo d’affari socievole, cordiale e brillante, la cui difficile esperienza del manicomio viene nascosta a tutti, affinché non si comprometta, affinché la società dei sani non lo etichetti come un uomo pericoloso e lo escluda dalla propria realtà, impedendogli di reintegrasi in essa come uomo d’affari e di rivestire adesso il ruolo di marito, giudicato con razionalità da Michele Murri come funzionale e quasi propedeutico al suo rientro nella società borghese, fondamentale per ottenere tranquillità e rispettabilità. Ma Michele Murri, sebbene le apparenze dicano il contrario, pazzo lo è davvero: è un maniaco ossessivo della precisione e, prendendo puntualmente ed eccessivamente alla lettera tutto ciò che gli viene detto dagli inquilini del palazzo dove vive, una serie di bizzarri tipi umani, ne distorce le parole smascherandone i piani segreti, le ipocrisie e le vanità, fino a creare una fitta trama di equivoci e fraintendimenti che ci condurranno con vivacità fino alla conclusione, lapidaria e beffarda, dell’opera: la confessione disincantata che il confine tra follia e sanità è in realtà ben più sottile di ciò che s’immagina, che l’insensatezza regola i rapporti umani e che i presunti sani, in […]

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Cinema e Serie tv

Sono solo fantasmi, l’ultimo film di Christian De Sica presentato al Metropolitan

È stato presentato in anteprima al Cinema Metropolitan di Napoli, sito in via Chiaia, 149, Sono solo fantasmi, il nuovo film di e con Christian De Sica, Carlo Buccirosso e Gian Marco Tognazzi: un cast stellare che si cimenta nel genere, pioneristico in Italia, dell’horror-comedy, una assoluta novità che dal 14 novembre verrà proposta in tutte le sale cinematografiche italiane e che ha visto impegnarsi nella produzione anche il figlio di De Sica, Brando, attore e regista, passione che unisce i De Sica e che si tramanda da generazioni, tre generazioni che s’incontrano e si ricongiungono in questo nuovo film. Napoli ancora una volta set a cielo aperto, città promossa a simbolo, in Sono solo fantasmi, del “non è vero, ma ci credo“: una Napoli lontana dalle cronache e dai luoghi comuni che la vogliono intrappolare nel ruolo, senz’altro svilente e riduttivo, di città della Camorra, com’è De Sica stesso a sottolineare in conferenza stampa, ma una Napoli magica e meravigliosa, che abbraccia, invece, l’esoterico, l’ultraterreno. Perché, si sa, “a Napoli ci sono più fantasmi che a Milano“: in poche altre città italiane come nella bella Partenope è vivo il culto dei morti, che parlano attraverso i sogni, vivono e rivivono nelle leggende metropolitane e nutrono la superstizione dei cittadini. Sono solo fantasmi: un Christian De Sica lontano dai cliché si misura con l’ombra del padre Al centro delle vicende narrate, Thomas, Carlo ed Ugo: un trio di fratelli al verde che, alla morte del genitore, riallacciano i rapporti per dividersi l’eredità di un padre assente, donnaiolo, ricco ed inaffidabile, per poi scoprire che nulla è rimasto loro, tutto è stato perduto al tavolo da gioco, ad eccezione di un’antica casa (da riscattare entro 40 giorni, pena la messa all’asta dell’immobile) nel centro storico di Napoli, infestato, a quanto pare, da misteriose presenze. Di lì, l’idea: perché non fare della superstizione dei napoletani un business, in grado di dare una svolta alle loro vite? Tra il serio (da parte di Ugo, grande appassionato dell’occulto) ed il faceto, i tre fratelli si cimenteranno nella sottile arte del ghost busting in salsa partenopea, guadagnandosi la stima dei sempre più numerosi clienti che faranno ricorso alle loro prestazioni per liberarsi di indesiderate presenze, imbattendosi nello spirito senza requie della temibile Janara del Vesuvio che, offesa per la poca considerazione mostrata dai tre acchiappafantasmi, minaccia l’incolumità della città. Un cast di attori a tutto tondo, quello di Sono solo fantasmi, che funziona e propone un’idea innovativa di comicità, che mescola le caratteristiche del genere horror alla commedia all’italiana. Un De Sica calato in un ruolo comico, ma quanto mai lontano dai cliché che legano la sua immagine all’immancabile cinepanettone natalizio,  è affiancato qui da Carlo Buccirosso e Gian Marco Tognazzi, che nella finzione cinematografica prende il nome del padre Ugo: e non è soltanto l’unico richiamo dei due figli d’arte ai genitori. L’intero film, difatti, vede Christian De Sica misurarsi costantemente con l’ombra -in tutti i sensi- del padre Vittorio, con sé stesso e […]

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Teatro

Che disastro di commedia, la pièce di Mark Bell debutta all’Augusteo

“Che disastro di commedia“, la disastrosa pièce tragicomica ideata dal regista inglese Mark Bell e prodotta da AB Menagement, debutta all Teatro Augusteo di Napoli e ne apre col botto la stagione teatrale venerdì 25 ottobre, dove resterà fino al 3 novembre. Lo spettacolo, nato nel 2012 nel pub londinese “The Old Red Lion”, un massimo di 60 spettatori a serata, una scenografia costruita (e poi distrutta) dagli attori stessi ed il titolo originale di “The play that goes wrong“, ovvero, letteralmente “La commedia che va storta“, riesce, pur andando puntualmente storta (come nei piani), a conoscere uno straordinario successo ovunque giunga, successo che, dalla sala del pub, l’ha condotta al Duchess Theatre di Londra nel 2014 e da lì in tutto il mondo, aggiundicandosi anche alcuni importanti riconoscimenti, come il Best New Comedy agli Olivier Awards nel 2015. Non fa eccezione il Teatro Augusteo, dove Che disastro di commedia ha intrattenuto piacevolmente il pubblico, regalando qualche ora di genuino divertimento. Che disastro di commedia: quando tutto va storto, ma va alla grande così Difficile a credersi, ma qualche volta tutto va storto eppure va bene così: ce lo mostra Che disastro di commedia, un irresistibile spettacolo comico metateatrale nel quale tutto, ma davvero tutto, riesce ad andare storto, finanche quando il pubblico non riuscirebbe più, ormai, ad immaginare un esito peggiore. La compagnia, in un gioco metateatrale che coinvolge anche il pubblico, mette in scena quello che viene presentato come il miglior lavoro, il più riuscito ed il più completo, dal punto di vista del cast e delle risorse impiegate, il primo vero e proprio spettacolo teatrale della sfortunata e sgangherata compagnia Sant’Eufrasio Piedimonte, che si cimenterà nella pièce tragica Delitto a villa Haversham, un misterioso omicidio avvenuto negli anni ’20 nel West End, ambizioso progetto che, con risolvi esilaranti ed innumerevoli gag, da tragedia si trasformerà in una vera e propria commedia degli equivoci e degli errori. Al centro della scena, l’investigatore Carter che dovrà fare chiarezza sulla improvvisa e misteriosa morte di Cecil Haversham, aiutato (ed avversato) dal fratello fidanzata Florence, il suo amante e fratello della vittima, il più caro amico della vittima ed il suo maggiordomo. Si tratterà di omicidio o suicidio? Chi avrebbe potuto giovarne? Che disastro di commedia propone un tipo di comicità semplice, ma davvero efficace, basata su un’incredibile sovrabbondanza degli effetti comici tradizionali: tra battute dimenticate, palesi errori di regia, un cadavere che a tratti si muove e ricompare da vivo sulla scena, repentini cambi di attori, gag e ripetizioni, oggetti che scompaiono e ricompaiono altrove, giochi di luci, musiche e colori volti ad enfatizzare gli attimi più grotteschi e paradossali dell’esibizione, e soprattutto una traballante scenografia che crolla in pezzi sotto gli occhi del pubblico mentre gli attori, stoici eroi, cercano di portare avanti lo spettacolo, il pubblico non può che sentirsi coinvolto e genuinamente divertito da una pièce che risulta esilarante ed originale pur sfruttando quelli che sono gli elementi più tradizionali della comicità di ogni tempo. Una disaster […]

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Food

Pastars apre nel cuore di Napoli: al via nel giorno di S. Gennaro

Nel giorno di S. Gennaro, anche Pastars ci regala un piccolo miracolo: pasta gratis per tutti! Nel giorno di S. Gennaro, l’inaugurazione di Pastars in via Benedetto Croce, 48, un format di fast food innovativo che sceglie di puntare su un piatto della nostra tradizione, la pasta, e fin dal suo esordio promette di essere tappa fissa degli avventori -turisti, ma anche studenti e lavoratori- che percorrono quotidianamente le vie del centro storico, ci regala un piccolo miracolo: pasta gratis a pranzo ai primi 100 visitatori, che dovranno successivamente lasciare una recensione e/o un selfie sui canali social di Pastars. Non c’è niente che gli italiani amino di più della pasta: piatto ricco e tradizionale della nostra cucina, che unisce nord e sud, non manca mai a mezzogiorno nelle case degli italiani e la nostra fantasia ha saputo inventare mille diverse ricette, dalle più semplici ma gustose alle più complesse ed elaborate, per soddisfare i palati più esigenti. Menù tradizionale, format innovativo: Pastars propone una vasta scelta di piatti tipici della tradizione culinaria napoletana, dal ragù alla genovese, dalla pasta e patate fino al classico scarpariello, passando per un pesto arricchito con mandorle e un ottimo pomodorino giallo con ceci, dando al cliente la possibilità di scegliere non soltanto la propria ricetta preferita ma finanche il formato di pasta che preferisce tra una decina di opzioni differenti, scelta che spazia dai rigatoni alle penne e dai paccheri fino ai fusilli freschi, con una particolare attenzione alla qualità delle materie prime, 100% made in Italy: la pasta utilizzata è infatti quella prodotta a Gragnano, dallo storico pastificio “Antiche Tradizioni di Gragnano“, luogo rinomato e conosciuto fin dal XVI secolo proprio per la qualità dei propri pastifici. Pastars, un progetto nato da imprenditori campani legati alle proprie origini, alla propria terra e a ciò che essa può offrire, offre un servizio eco-solidale e sostenibile ad un prezzo contenuto e popolare, che guarda alla qualità, alla tasca e all’ambiente: lì potrete trovare un ricco menù da asporto servito (entro soli 120 secondi dall’ordinazione!) con posate biodegradabili, vassoio, bicchieri e piatto in cartone, pronto per essere consumato in loco o altrove, trasportabile comodamente con un pratico vassoio in cartone con due cavità per inserire il piatto di pasta e la bibita scelta. L’attività è del tutto plastic free e si propone di utilizzare soltanto materiali riciclabili: finanche l’acqua è servita in lattina o in vetro. Nella stessa direzione va anche la scelta di variare il menù in base alla disponibilità stagionale delle materie prime, in modo da favorire la scelta di prodotti naturali a km 0, con un ridotto impatto ambientale e la possibilità di privilegiare i prodotti del territorio campano nelle diverse stagioni.  

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Libri

Nestor Burma e la bambola: un altro successo di Léo Malet edito Fazi

Le avventure del detective privato Nestor Burma ritornano in libreria con “Nestor Burma e la bambola”, un nuovo successo dell’inconfondibile penna di Léo Malet per Fazi Editore.  Ancora una volta, ritroveremo l’irriverente e perennemente al verde Nestor Burma, il celebre investigatore privato nato dalla fantasia del maestro del noir francese Léo Malet, che, armato di pipa, impermeabile e lingua affilata, sventa il crimine nella fredda e piovosa città di Parigi; questa volta impegnato in un difficile caso che vede per protagonisti due anziani signori, che promettono al nostro squattrinato detective una cospicua somma di denaro in cambio del suo aiuto a smascherare un medico abortista che ben tre anni fa si è reso colpevole della morte della loro giovane nipote, un’avvenente diciottenne, una vera “bambola”, citando Burma, da sempre piuttosto sensibile alle attrattive del fascino femminile. Una “bambola” che merita giustizia, per la sua troppo giovane età, per la compassione che suscitano i due fiduciosi vecchietti, disposti a sacrificare tutto il loro patrimonio per dare giustizia al ricordo dell’amata nipotina e, perché no, per il lauto pagamento che spetterà al detective, su cui già pregusta di mettere le mani, assillato dai creditori. Riuscirà il nostro detective a risolvere brillantemente il caso? Un’altra brillante avventura: Léo Malet si conferma il maestro indiscusso del noir francese   Ma non sarà soltanto per il suo atavico bisogno di soldi che Nestor Burma si offrirà di aiutare l’anziana coppia di coniugi: i due riporranno in lui una tale commovente fiducia e dimostreranno un tale desiderio di giustizia (e forse vendetta) che l’uomo non potrà esimersi dall’accettare l’incarico, tanto più se questo vede per protagonista una così bella e giovane ragazza e se si preannuncia un caso difficile ed interessante: come dimostrare qualcosa che è accaduto così tanto tempo fa e sulla base di pochi e deboli indizi, forniti da due vecchietti che si affidano al polveroso diario di una ragazzina e al loro fiuto? Quale occasione migliore per riportare l’Agenzia Fiat Lux in auge, farsi pubblicità, ritornare a far parlare di sé e così ritornare a far quadrare il bilancio? Il movente che spingerà Nestor Burma ad accettare questo incarico non sarà soltanto il bisogno economico, ma la vanità stuzzicata di un uomo abituato ad essere dipinto come “il detective che mette k.o. il mistero” e che da troppo tempo, ormai, sente la nostalgia delle prime pagine dei giornali, con tutto ciò che ne consegue, anche dal punto di vista economico. Ancora una volta, in questo romanzo di Léo Malet le attitudini e le capacità che abbiamo imparato ad apprezzare in Burma saranno utili allo scioglimento del caso: un innato fiuto per gli intrighi (e per le belle donne), una mente acuta e veloce, sarcasmo e perspicacia, la capacità di servirsi dell’aiuto di poliziotti e giornalisti per arrivare ai suoi scopi, facendo creder loro di star rendendo loro dei servigi e continuando invece a mantenere una propria autonomia di pensiero e di azione sfruttando le occasioni che queste collaborazioni possono rendere, una intelligente (e […]

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Teatro

L’amico ritrovato all’Orto Botanico: intervista a Paolo Cresta

“Ho esitato un po’ prima di scrivere che avrei dato volentieri la vita per un amico… Ma sono convinto che non si trattasse di un’esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l’avrei fatto quasi con gioia.” (Hans Schwarz) Nella calda serata del 7 luglio, per la rassegna Brividi d’Estate di Il Pozzo e il Pendolo, il Real Orto Botanico di Napoli ha ospitato L’amico ritrovato, il celebre e toccante romanzo di Fred Uhlman riletto ed interpretato dall’attore Paolo Cresta, accompagnato da Giacinto Piracci alla chitarra elettrica, che ha evidenziato i momenti più toccanti del romanzo di Uhlman, che racconta un incontro, quello tra Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo, e il conte Konradin von Hohenfels, giovane rampollo di una nobile famiglia ariana nella Stoccarda degli anni ’30, che ha i caratteri di un’epifania. L’incontro casuale tra i due sedicenni tra i banchi di scuola, raccontato dalla voce di Paolo Cresta, si rivelerà per entrambi illuminante e quasi salvifico: anime solitarie e sorprendentemente simili, con un altissimo senso dell’amicizia ed un innato senso di lealtà, i due si scopriranno complementari e reciprocamente necessari ed il loro rapporto, pur consumandosi nel breve tempo di un anno, non si esaurirà mai davvero, tanto che, a 30 anni dalla loro separazione, Hans afferma che Konradin entrò nella sua vita in un giorno di scuola del 1932, “per non uscirne mai più“. Di Hans e Konradin, della potenza delle parole e del sempre attuale testo di Uhlman abbiamo parlato con Paolo Cresta. L’amico ritrovato è un grande classico. In che modo ha lavorato sul testo di Uhlman per adattarlo allo spettacolo? Da alcuni anni, nella mia attività di narratore ho voglia di portare in teatro la Letteratura, quei libri che mi hanno emozionato e lasciato qualcosa, o che spesso mi sono stati consigliati da persone a me care. Il lavoro è nel trasformare un testo che è nato per essere letto e va quindi traslato, viene “tradotto” in un altro linguaggio espressivo, in una nuova forma. Si tratta di impossessarsi di un testo, farlo vibrare, renderlo tridimensionale. Che ruolo ha la musica in questa operazione? La musica, insieme al testo, ha la capacità di raccontare. Sono fortunato, perché lavoro con grandi musicisti, come Giacinto Piracci, che è stato accanto a me questa sera. Musicisti di grande talento che sono in grado di far raccontare alla musica non soltanto ciò che dice il testo, ma ciò che, nella nostra interpretazione, siamo noi a voler tirare fuori. La musica legge tra le righe. La composizione della musica di questa sera è frutto del lavoro di Giacinto Piracci, è tutto originale e pensato per questo spettacolo ed è fantastico. L’amico ritrovato è non soltanto un grande classico, ma uno dei testi cardine della letteratura per ragazzi. Le è già capitato di proporlo a gruppi di giovani e giovanissimi? È da una decina d’anni che mettiamo in scena L’amico ritrovato. Lo abbiamo fatto anche per le scuole, con risultati straordinari, ottenendo dagli studenti silenzio ed attenzione. È […]

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Riflessioni culturali

Young adult: cosa leggono oggi gli adolescenti?

Fenomeno interessante che tocca l’universo – o, più correttamente, il mercato – letterario negli ultimi anni è l’invasione dei romanzi etichettati come young adult. Più che un genere letterario, si tratta di una categoria di mercato, in quanto ingloba nel termine decine di generi, che vanno dal romance al fantasy distopico. Letteratura adolescenziale, giovanile, o che dir si voglia: sempre di più i romanzi appartenenti a questa categoria di mercato affollano le librerie, grazie all’interesse delle piccole e grandi case editrici italiane, in primis Newton Compton, ma anche DeAgostini e Rizzoli. Young adult: il fenomeno tra fine anni ’90 e inizio anni 2000 In principio fu Harry Potter, dalla penna dell’autrice inglese J.K. Rowling, una saga di 7 romanzi sulle avventure del mago Harry e dei suoi amici Ron ed Hermione. Sette romanzi i cui temi centrali erano l’amicizia, il coraggio, e la perenne lotta del bene contro il male, incarnato nella saga dal personaggio di Lord Voldemort. Sette romanzi che, in qualche modo, trasmettevano valori positivi attraverso letteratura d’evasione. Romanzi apprezzati in tutto il mondo per gli intrecci complessi e ricchi di personaggi tanto ben caratterizzati da sembrare reali, e per la descrizione di un mondo magico che ha fatto sognare bambini e adulti. Romanzi per ragazzi apprezzati anche dai grandi perché rispondono all’innato bisogno di magia del bambino che c’è in ogni adulto. Twilight, di Stephanie Meyer, inaugura il fenomeno editoriale della letteratura paranormal romance, che vede come protagonisti di sofferte storie d’amore (storie, in verità, tutte piuttosto simili) esseri umani, di solito fanciulle indifese, e esseri paranormali, come vampiri e licantropi. Rispetto ad Harry Potter, la saga di Twilight interessa un pubblico prevalentemente femminile, manifestando così una tendenza tipica dello young adult moderno. Young adult oggi: quanto è difficile raccontare l’adolescenza? Non è una novità esclusiva degli ultimi anni l’interesse degli autori per gli adolescenti: grandi classici della letteratura come Oliver Twist e David Copperfield di Dickens, L’isola del tesoro di Stevenson e Lo Hobbit di Tolkien sono stati scritti per avvicinare i giovani alla letteratura e offrir loro racconti avventurosi e di fantasia che li appassionassero, che fossero di qualità e allo stesso tempo alla loro portata. Ciò che viene meno oggi rispetto a ieri non è tanto l’interesse al mondo giovanile, ma la qualità dell’offerta. Il mercato dei romanzi young adult odierno offre romanzi tutti molto simili tra loro, dal finale prevedibile e dai personaggi stereotipati, trattando con estrema superficialità argomenti come la droga, il sesso, la malattia. Non è già abbastanza difficile raccontare l’adolescenza senza cadere nel ridicolo toccando argomenti così delicati in modo frettoloso? Facile imbattersi nel bello e dannato, che fa perdere la testa alla giovane fanciulla ingenua, che accetta passivamente la sofferenza, i maltrattamenti subiti, sempre pronta al perdono e all’abnegazione. Schema narrativo che ricorda quello già noto di Twilight: storie trite e ritrite, rilette oggi in chiave erotica o fantasy negli young adult moderni. Decine di giovani donne affermano di non sentirsi rappresentate da queste eroine così deboli e sciocche, sempre pronte a fare la scelta sbagliata, sole ed […]

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