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Poesie di Giovanni Raboni: 3 da leggere

Poesie di Giovanni Raboni: 3 da leggere

Giovanni Raboni è un poeta della generazione degli anni Trenta del secolo scorso, conosciuto anche per aver intrapreso una relazione con Patrizia Valduga, anche lei affermata poetessa italiana. Se non sai cosa ha scritto il poeta, ecco tre poesie di Giovanni Raboni che dovresti conoscere, se sei un appassionato di poesia.

Quali sono le poesie più famose di Giovanni Raboni?

Titolo Poesia Raccolta di riferimento Tematica principale
Sonetto III, 21 Quare Tristis (1998) Paura, solitudine e senso di colpa
Di quello che ho nel cuore Canzonette mortali (1986) Tormento interiore e ineffabilità
L’iperbole che ami Tutte le poesie (Einaudi) Desiderio fisico e astrazione dell’amata

Vita, studi e letteratura

Nato a Milano nel 1932, in una famiglia cattolica, composta da padre funzionario presso il Comune, e madre artista costretta a trasferirsi presso Sant’Ambrogio a Olona, quando il giovane Raboni aveva 10 anni, successivamente al primo bombardamento avvenuto a Milano. A causa della guerra, suo padre lo costrinse a uno studio privato, impedendogli di frequentare una scuola media statale. Nonostante l’ambiente esterno non promettesse nulla di buono, Raboni si raccolse nelle sue letture, appassionandosi alla letteratura russa, francese, inglese dell’Ottocento e, iniziò anche a studiare autori come Ungaretti e Montale, a cui dice di dovere molto per aver ben compensato a rispondere senza troppe aspettative ad un mondo turbolento, come quello che era nel 1900 per la guerra. Giovanni Raboni frequentò per poco tempo il liceo classico, cambiando scuola, per poi abbandonarlo definitivamente e dedicarsi all’amicizia di esponenti della letteratura italiana come Vittorio Sereni. Conseguì poi, la maturità presso il liceo Carducci e, più tardi, si laureò in giurisprudenza, lavorando poi come avvocato, successivamente come giornalista per riviste e quotidiani, come il Corriere della Sera. Esordì con la sua prima raccolta poetica dal titolo Il catalogo è questo nel 1961, seguita da L’insalubrità dell’aria (1963), Le case della Vetra (1966), riconosciuta come prima raccolta omogenea del poeta; seguono Quare tristis (1998) in cui scrive sonetti intensi e profondamente lirici e la casa editrice Einaudi pubblicò nel 2014, Tutte le poesie (1949- 2004). Giovanni Raboni morì per un attacco cardiaco nel 2004.

Sonetto III, 21: tra le poesie di Giovanni Raboni

Ma paura di cosa, abbi pazienza!
Insensatezze. Eppure è lì, la sento
darsi da fare attorno al cuore senza
ritegno né fretta, tenace, lento

tarlo in un vecchio dondolo. E perché
mi succede soltanto quando sono solo
solo, e in allontanamento, cioè
teoricamente in pace? che perdono
devo ancora ottenere per andarmene
senza sentirmi un traditore? I debiti,
si sa, un conto è pagarli, un altro estinguerli,
e questo divario, a pensarci, è il lievito

della mia vita…(Cerco di scherzare
aspettando il momento di tornare.)

Il sonetto è tratto da Quare Tristis (1998) e fin dal principio, l’io poetico cerca di razionalizzare la sua paura, parlando appunto di insensatezze: non ha ragione di esistere, perché frutto della sua mente, pressata da qualche tensione. Tuttavia, non può estirpare la paura, estraendola come un dente che lacera dal dolore, ma è qualcosa di molto più radicato e profondo che agita il cuore, si muove infatti attorno al cuore. La lentezza con cui la paura inizia questo processo di distruzione della mente e del corpo nasce dall’interno, arriva da molto lontano, da un tempo passato, dunque non è niente che l’abbia preso di soppianto, è, di fatto un vecchio dondolo. Il paradosso espresso da Raboni è il seguente: nel momento in cui si è soli, lontani dal caos e ci si dovrebbe riappacificare con noi stessi e col mondo esterno, diventa occasione di forte disagio, poiché affrontati i piccoli conflitti quotidiani, riemergono quelli del cuore e della mente. In questa poesia, il motivo centrale è il debito che costa al poeta un gravoso peso morale, anche rispetto al passato; si sente un traditore, è stravolto dal senso di colpa che potrebbe svanire se solo fosse estinto ciò che dovrebbe rendere. Pagarlo non lo porterebbe a concludere questo strazio dal punto di vista economico ma che potrebbe riguardare anche un ambito affettivo: un investimento che lascia spazio intermedio tra ciò che si è ricevuto e che non può essere restituito. L’immagine del lievito, riguarda qualcosa che cresce, che si muove, ma che è inaffidabile, poiché potrebbe cambiare forma e rappresenta l’instabilità dell’esistenza. Il poeta cerca di scherzare ma non ci riesce, vorrebbe alleggerire la propria condizione, attraverso l’autoironia, ma non c’è via di scampo, se non un allontanamento temporaneo dal problema.

Di quello che nel cuore: la paura dell’io poetico

Di quello che ho nel cuore
parlo poco, mi frena la paura.
E voglio e soffro, e mi farà morire
la cosa che la lingua non sa dire.

La quartina è tratta dalla raccolta poetica Canzonette mortali (1986) e introduce attraverso il parallelismo del secondo verso a qualcosa di taciuto dall’io poetico, ma che costituisce, contemporaneamente, un tormento per il cuore, tuttavia, non può rivelare niente di cui sta soffrendo al momento, perché lo interrompe la paura. E voglio, quasi come se la congiunzione preannunciasse a una serie di tentativi compiuti per cercare di parlare, di esprimersi, eppure, estendendosi poi in un climax ascendente – voglio, soffro, mi fa morire – lo lacera internamente. La paura in Raboni è ricorrente ed è paralizzante, lascia senza parole, quasi come se la lingua non fosse in grado di articolare le parole, e conclude con la perifrasi la cosa, per riferirsi a ciò di cui, di fatto, non può parlare.

L’iperbole che ami: la raccolta di poesie di Giovanni Raboni, edizione Einaudi

L’iperbole che ami,
quella che sei: t’adoro
nella curva dei fianchi,
nel niente del costato.

Questa breve e suggestiva quartina è inserita nella raccolta Einaudi, Tutte le poesie ed è introdotta da questa figura retorica dell’esagerazione – l’iperbole -, con cui il poeta si rivolge a un tu, una donna amata che, a sua volta, ama quella figura, a giudicare dall’aggettivo dimostrativo femminile del secondo verso. Lei stessa è un’iperbole. Il poeta l’adora, questa può essere percepita come una dichiarazione esagerata, estrema da parte dell’uomo nei suoi confronti e si estende nel desiderio fisico del corpo della donna, che, probabilmente non può ottenere pienamente, a giudicare dall’assenza di materia fisica, del niente.

Fonte immagine: (Wikipedia, pubblico dominio)

Articolo aggiornato il: 27/04/2026

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