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Telegrafi dello Stato di Matilde Serao | Recensione

Telegrafi dello Stato di Matilde Serao | Recensione

La casa editrice Polidoro pubblica la novella Telegrafi dello Stato (1886) di Matilde Serao: un grande classico sullo sfruttamento del lavoro femminile

Polidoro pubblica in una nuova edizione, con la splendida prefazione di Vincenza Alfano, il racconto breve Telegrafi dello Stato. Si tratta della novella che apre Il romanzo della fanciulla (1886). Per narrare la storia di Maria Vitale e delle sue giovani colleghe, telegrafiste dello Stato nella sezione femminile, Matilde Serao ha tratto materia viva dalla propria esperienza personale. Dopo aver terminato gli studi, infatti, l’autrice trovò impiego come telegrafista presso le Poste Centrali di Napoli, dove lavorò dal 1874 al 1877. 

Telegrafi dello Stato è un racconto corale tutto al femminile, che tuttavia mantiene inalterato il pregio di caratterizzare brillantemente ogni personaggio, ognuna delle giovani impiegate: al centro della vicenda non vi è un’unica telegrafista, ma tutte, accomunate dalla giovane età, dal bisogno, che le spinge a prestare servizio come telegrafiste in un’epoca in cui il lavoro femminile non era così diffuso ed era in ogni caso indicativo non di emancipazione, ma di un’esigenza economica, e dai vagheggiamenti sentimentali tipici della loro età.
Ognuna a suo modo sogna l’amore e la vita che l’attende fuori dall’ufficio, una seduzione che appare tuttavia lontanissima, nelle lunghe giornate, tutte uguali, trascorse sedute alla scrivania, col divieto assoluto di chiacchierare tra loro e soprattutto con i colleghi telegrafisti dall’altro capo della linea, mentre il frenetico battere sui tasti e l’affastellarsi di messaggi da riportare allontanano sempre di più il mondo fuori dalla finestra e le sue lusinghe, al punto tale da diventare l’ufficio l’unico mondo possibile, un microcosmo fatto di complicità, sospiri, stanchezza, abnegazione e sacrificio infine accettato come giusto e necessario, com’è d’altronde, accettata, una paga più bassa rispetto ai colleghi uomini, la richiesta di lavoro straordinario non retribuito e le detrazioni sul già misero stipendio, giustificate dal ritardo, anche lieve, sul posto di lavoro. Ognuna delle giovani accetta di dover faticare – nel senso proprio del termine, ma anche per come in dialetto a Napoli lo si intende, ovvero come sinonimo di “lavorare”- il doppio di un uomo per dimostrare il proprio valore, la propria efficienza, il proprio attaccamento alla causa, restando tuttavia in una posizione subalterna, relegata nel ruolo disegnato per lei in una società in cui è soltanto l’uomo a dettare le regole del gioco, nell’impossibilità di far carriera perché è previsto che si ricopra quella mansione soltanto in attesa del matrimonio, che è il reale fine della realizzazione femminile, il sospirato evento che “metterà a posto le cose” e risolleverà le impiegate dall’indigenza, regalando loro la vita che è naturale che una donna debba desiderare ed ottenere.
Non stimolate all’emancipazione e all’ambizione, le donne raccontate dalla Serao non osano immaginare una vita differente, una gratificazione fuori dalle mura domestiche, né tantomeno il riconoscimento dei propri meriti lavorativi.

Per le tematiche trattate, in primis quella dell’alienazione tipica di molte professioni statiche e ripetitive e per la tematica della disparità salariale tra uomo e donna, Telegrafi dello Stato è una novella-denuncia che si rivela ancora tristemente attuale e che dipinge con ben più di un velo di tristezza la generazione di giovani donne che per prima si affaccia al mondo del lavoro, trovando in esso l’ennesima catena.

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A proposito di Giorgia D'Alessandro

Laureata in Filologia Moderna alla Federico II, docente di Lettere e vera e propria lettrice compulsiva, coltivo da sempre una passione smodata per la parola scritta.

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