Mario Iannuzziello è un contrabbassista, bassista, compositore e arrangiatore di musica jazz originario di Bari. La formazione artistica di Mario Iannuzziello è avvenuta fra la scuola di musica Il Pentagramma di Bari, il Conservatorio di Matera e la Siena Jazz University e attualmente sta approfondendo i suoi studi al conservatorio Niccolò Piccinni del capoluogo pugliese.
Venerdì 26 giugno è uscito il suo ultimo singolo The Dobler-Dahmer Theory, il quale è stato realizzato assieme ad Addison Frei e a Diego Joaquin Ramirez grazie alla casa discografica Alfamusic. Si tratta di un brano in cui il trio di musicisti dialoga liberamente avvalendosi dei propri strumenti musicali, un mix fra latin jazz e le istanze più contemporanee di questo genere musicale nato negli Stati Uniti del primo Novecento. Il titolo del brano contiene una citazione a una teoria psicologica immaginaria presentata nell’episodio P.S. I Love You dell’ottava stagione della famosa sitcom della FOX How I Met Your Mother.
| Elemento chiave | Dettagli del progetto |
|---|---|
| Artista | Mario Iannuzziello |
| Nuovo singolo | The Dobler-Dahmer Theory |
| Genere musicale | Latin jazz e jazz contemporaneo |
| Collaborazioni | Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez |
| Etichetta discografica | Alfamusic |
- L’insolito legame fra il nuovo brano di Mario Iannuzziello e la sitcom di Craig Thomas e Carter Bays
- Quando il cinema ispira la musica e quando si realizza la colonna sonora di un film
- Un singolo nato da una collaborazione con Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez
- L’evoluzione e la maturità musicale di Mario Iannuzziello
- Il jazz fra tradizione e sperimentalismo: gli artisti che hanno influenzato la musica di Mario Iannuzziello
- Cosa riserva il futuro al contrabbassista barese? Ulteriori progetti fra musica, teatro e collaborazioni internazionali
L’insolito legame fra il nuovo brano di Mario Iannuzziello e la sitcom di Craig Thomas e Carter Bays
Il tuo singolo in uscita “The Dobler-Dahmer Theory” menziona una celebre teoria della sit-com How I Met Your Mother, mostrata nell’episodio P.S. I Love You dell’ottava stagione. Ci racconteresti la nascita di questo brano e perché hai scelto proprio questa teoria immaginaria?
La teoria di Ted Mosby è semplice: se la persona a cui ti rivolgi è interessata a te, un gesto romantico estremo diventa “Dobler” (come Lloyd Dobler in Say Anything, che alza il boombox sotto la finestra di Diane); se invece la persona non è interessata, lo stesso identico gesto diventa “Dahmer”, un potenziale serial killer. È lo stesso identico gesto a cambiare segno in base a chi lo riceve, non alle qualità di chi lo compie. Per un brano vale la stessa cosa pensandoci, molto dipende da ciò che percepisce l’ascoltatore, e, come dice molto bene Leonard Bernstein, ascoltare la musica ci suggerisce talvolta emozioni e sensazioni a cui non siamo capaci di dare un nome. In senso stretto conviene ricordare a noi stessi quanto spesso siamo vittime della nostra percezione, dei nostri gusti, e talvolta dei nostri pregiudizi.
Quando il cinema ispira la musica e quando si realizza la colonna sonora di un film
Restando su How I Met Your Mother: quali sono i contributi che il cinema e la cultura pop apportano alla tua produzione musicale? Inoltre, come è stato realizzare la colonna sonora per cortometraggi come Myosis e Hotel Roma?
Sono sempre stato un appassionato di cinema, ma non per questo mi sento autorizzato a parlarne da esperto. Mi viene in mente la battuta di Nanni Moretti: “Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema… tutti!”. Le suggestioni che arrivano in fase di scrittura della musica possono venire da qualsiasi cosa, spesso da un’elaborazione personale o da uno stimolo esterno, drammatico o semiserio come in questo caso: il cinema è una delle tante fonti, non un campo su cui sento di poter teorizzare. Scrivere musica per il cinema è invece un mestiere diverso, con regole proprie. Il mio intento è sempre quello di superare, e a volte negare apertamente, un rapporto mimetico tra immagine e suono: la musica che scrivo per le immagini non è descrittiva. Cerco di dire quello che l’immagine, il dialogo e il montaggio non dicono esplicitamente, ma che in qualche modo risuona comunque con chi guarda. Hotel Roma è un cortometraggio di mio cugino omonimo, diplomato alla Scuola Holden, che immaginava un adagio malinconico sullo sfondo di un dialogo tra Cesare Pavese, protagonista del corto, e il concierge dell’albergo. Anche in questo caso, come in genere faccio, ho scritto la musica sul montato definitivo. Myosis è un’esperienza diversa: un corto d’animazione che mi ha richiesto di lavorare con “eventi” di tempo e modulazioni metriche per animare una scena d’azione, fino a tornare, in forma circolare, al tema iniziale e a una successione seriale di suoni costruita su un accordo aumentato. L’intento era dichiaratamente quello di evocare tensione ed estraneazione.

Un singolo nato da una collaborazione con Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez
Per The Dobler-Dahmer Theory hai collaborato con Addison Frei e Diego Joaquin Ramirez. Cosa ti ha spinto a collaborare con loro e in che modo il loro tocco ha influenzato la forma finale del brano?
Ho conosciuto Addison nel 2017, grazie a un progetto di dialogo e scambio reciproco tra il Conservatorio di Torino e l’Artist Diploma della Juilliard School di New York. Di questo devo essere molto grato alle figure di Emanuele Cisi e Furio Di Castri. Diego invece è un musicista con cui ho suonato per la prima volta a Brooklyn lo scorso anno, ma mi sono innamorato del suo modo di suonare la batteria ascoltando a fondo l’album Life Lessons di Marc Cary: confrontarsi con musicisti attivi sulla scena newyorkese e registrare in uno degli studi più prestigiosi al mondo è, in fondo, un’ambizione comune a molti artisti. Di Addison ho sempre ammirato la versatilità e il senso di controllo totale sulla musica che traspare da ogni sua scelta. Di Diego ammiro la precisione e la creatività nel trovare soluzioni sulla batteria. Come accade nel jazz per tutta la musica originale (fatte salve alcune scelte di scrittura irrinunciabili), un brano viene plasmato e ridefinito dai suoi esecutori, la cui scelta è spesso più importante della musica stessa.
L’evoluzione e la maturità musicale di Mario Iannuzziello
Ci sono tre tappe fondamentali che aiutano gli ascoltatori a comprendere la tua evoluzione: The Fool, Ruhe e End of May. Se dovessi analizzare questi brani, quali elementi di maturità o di svolta artistica ritroveresti in essi?
Il mio modo di scrivere musica si è evoluto attraverso molteplici influenze, pur restando orientato a un’identità timbrica che cerco di mantenere intatta trasversalmente a tutti i miei lavori. In The Fool ho voluto ripensare la scrittura per archi, riprendendo un progetto già avviato anni fa sullo stesso brano a firma di Aaron Parks. Questo mi ha permesso un confronto immediato tra la mia scrittura del 2019 e quella di oggi, dove cerco di privilegiare meno l’elemento melodico in senso stretto, per dare più respiro alla disposizione dei suoni e all’impasto timbrico nell’addizione tra quartetto d’archi e formazioni di stampo jazzistico. Ruhe nasce nella stessa ottica: lo spazio diventa funzionale a garantire autonomia alle scelte improvvisative della pianista Esmeralda Sella, il cui contributo è stato essenziale. In End of May c’è invece un elemento ritmico che, per quanto controintuitivo, garantisce una pulsazione su cui io stesso mi sono inserito in qualità di solista. Credo, tutto sommato, che la maturità stia nella capacità di sottrarre elementi, di rinunciare a voler dimostrare continuamente ciò di cui si è capaci, sia come compositori che come esecutori. È una consapevolezza che si acquisisce gradualmente. Spesso significa andare oltre quanto richiesto in sede accademica, e difendere le proprie scelte sul piano estetico, non su quello della completezza o del rigore tecnico di stampo tradizionalista.
Il jazz fra tradizione e sperimentalismo: gli artisti che hanno influenzato la musica di Mario Iannuzziello
Invece, per quanto riguarda la tua passione per la musica, quali sono gli artisti che ti hanno formato o influenzato maggiormente?
Il jazz è sempre stato al centro dei miei ascolti, da molto prima che prendessi in considerazione l’idea di studiare musica o di provare a suonarlo. In una prima fase adoravo il lirismo pianistico di Bill Evans (in particolare negli album Alone e Conversations with Myself), la cantabilità ipnotica di Coltrane, e la sonorità tanto del primo quanto del secondo quintetto di Miles Davis. Ricordo di essere rimasto rapito da un brano della colonna sonora del film Finding Forrester, senza sapere che fosse tratto da un concerto di Miles Davis. Il brano è Little Church di Hermeto Pascoal, che ho voluto inserire nell’album. È stato, se non il primo approccio al jazz, di certo un imprinting che ha dato una direzione alla mia estetica, forse anche oltre la musica in sé. In un secondo momento ho iniziato a definire il ruolo di ogni strumento e a capire come funzionasse il jazz, e di conseguenza ho cominciato ad avere delle preferenze tra i contrabbassisti. Ad oggi farei tre nomi su tutti: Percy Heath, Paul Chambers, Eddie Gomez, che solo in una fase di studio più avanzata sono diventati oggetto di analisi e trascrizione. Al di là del contrabbasso, e ovviamente del jazz, cerco di lasciarmi permeare da qualunque genere musicale, provando a vincere quella riluttanza che troppo spesso, nel nostro ambiente, si ha per la musica distante, per forma e sostanza, dal jazz. Sono appassionato di opera e di musica classica, sia cameristica che sinfonica. E amo le canzoni: quelle del repertorio dei crooner, ma anche quelle scritte da Paul McCartney, James Taylor, Peter Gabriel, John Mayer, Becca Stevens.
Cosa riserva il futuro al contrabbassista barese? Ulteriori progetti fra musica, teatro e collaborazioni internazionali
In conclusione, dopo la pubblicazione di “The Dobler-Dahmer Theory”, quali saranno i tuoi prossimi progetti? È prevista in futuro anche la realizzazione di un’altra colonna sonora?
Dopo The Dobler-Dahmer Theory è prevista l’uscita di altri due singoli, che accompagneranno poi l’uscita di The Town Does Not Exist: un progetto a cui tengo moltissimo e che rappresenta il coronamento di un sogno. In parallelo lavoro già ad altri progetti che portano avanti le mie idee di contaminazione tra i linguaggi del jazz contemporaneo e altre forme di scrittura, dalla classica cameristica alla musica contemporanea, fino all’improvvisazione radicale. Spero di potermi muovere presto in questo ambito, collaborando con artisti già attivi sul panorama internazionale: amo vedere la mia scrittura evolversi e declinarsi nei modi più diversi possibili, quando si confronta con un’estetica e una sensibilità lontane dalla mia. Se si è coerenti con le proprie scelte, in fatto di collaborazioni le proprie idee vengono sempre potenziate. Se invece l’esperimento fallisce, la responsabilità è nostra, per non aver saputo fare la scelta giusta. Mi piacerebbe confrontarmi ancora con la musica applicata a immagini e performance. Lo scenario in cui mi riconosco di più è forse quello teatrale, dove la stessa musica assume un valore cangiante a ogni rappresentazione, ed è una suggestione viva per gli artisti sul palcoscenico, mossi a loro volta dalla stessa suggestione del pubblico. Potendo scegliere, mi piacerebbe lavorare proprio in questa direzione.
Fonte immagine di copertina: si ringrazia l’Ufficio Red&Blue Music Relations per l’immagine di copertina

