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Folklore napoletano e musica popolare: 3 brani che lo raccontano

Folklore napoletano

Il folklore napoletano, o musica di tradizione, è l’insieme di canti trasmessi spesso oralmente che descrivono l’identità, le vicende e i sentimenti di una popolazione in un preciso contesto storico. La cultura partenopea è ricchissima di questo genere di canzoni, alcune così antiche che le loro origini si perdono nel tempo.

Le canzoni in sintesi

Canzone (anno) Autori (testo / musica) Contesto storico e significato
‘A tammurriata nera (1944) Edoardo Nicolardi / E. A. Mario Racconta la nascita di bambini di colore a Napoli da madri italiane, frutto delle relazioni con i soldati alleati durante la seconda guerra mondiale.
‘O surdato ‘nnammurato (1915) Aniello Califano / Enrico Cannio La struggente nostalgia di un soldato al fronte durante la prima guerra mondiale, che pensa alla sua amata lontana.
‘A rumba de’ scugnizzi (1932) Raffaele Viviani Un ritratto ironico e musicale dello “scugnizzo”, il ragazzo di strada napoletano, furbo, ribelle e pieno di vita.

‘A tammurriata nera: una cronaca del dopoguerra

Fu scritta da Edoardo Nicolardi nel 1944, ispirato da un evento che causò scalpore nella società napoletana: in un ospedale, una donna bianca partorì un bambino di colore. Presto ci si accorse che non era un caso isolato. Si trattava dei figli nati dalle relazioni, spesso frutto di violenza, tra le donne napoletane e i gourmier, soldati marocchini inquadrati nell’esercito francese che avevano liberato la città. Nella canzone, la donna accetta il bambino e lo integra nella cultura locale, dicendo: “‘O chiamma Ciro”. Tuttavia, il tono è agrodolce: il coro sottolinea come il bambino ricorderà sempre l’infedeltà della madre. Il brano, un pilastro del folklore napoletano, è una “tammurriata”, un ritmo scandito dalla tammorra, un grande tamburo a cornice tipico della tradizione campana.

‘O surdato ‘nnammurato: un inno dalla trincea

Forse la canzone napoletana per eccellenza, identificativa della città in Italia e all’estero. Il testo è di Aniello Califano e la musica di Enrico Cannio. Scritta nel 1915, come documentato dall’Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi, la canzone divenne l’inno non ufficiale dei soldati italiani durante la Prima Guerra Mondiale. Parla della struggente malinconia di un soldato al fronte che, lontano da casa e dagli affetti, trova conforto pensando al suo grande amore che lo attende a Napoli.

‘A rumba de’ scugnizzi: ritratto di un’anima ribelle

Una parola tipica del folklore napoletano è proprio “scugnizzo“. Il termine, come definito dall’Enciclopedia Treccani, designa un ragazzo di strada, un monello furbo, dispettoso e ribelle. La canzone, scritta da Raffaele Viviani, ne traccia un ritratto perfetto. Grazie all’interpretazione di artisti come Sergio Bruni e Massimo Ranieri, il brano ha raggiunto grande popolarità. Il ritmo, che ricorda una ballata latina, ci trasporta in una piazza napoletana, dove lo scugnizzo vive le sue giornate tra espedienti e allegria.

‘O rilorgio, mo capisco pecché ‘o cerco e nun ‘o trovo, steva appiso, è gghiuto o ffrisco: c’è rimasto sulo ‘o chiuovo.

Tradotto: “L’orologio, ora capisco perché lo cerco e non lo trovo. Stava appeso, è sparito: è rimasto solo il chiodo.”

Il folklore napoletano è talmente ricco di brani musicali che risulta impossibile raccoglierli tutti, ma questi esempi mostrano la sua capacità di raccontare la storia con un’incredibile forza emotiva.

Fonte immagine in evidenza: Pixabay


Articolo aggiornato il: 15/09/2025

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