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Il genio di Papaioannou in Transverse Orientation

Papaioannou

Mai ci sarà una porta. Tu sei dentro
e la fortezza è pari all’universo
dove non è diritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro.
Non sperare che l’aspro tuo cammino
che ciecamente si biforca in due,
che ciecamente si biforca in due,
abbia fine.

Jorge Louis Borges

Un’asettica stanza bianca, la luce intermittente di un neon e una porta. Questo il modo in cui Dimitris Papaioannou dà l’avvio a un viaggio tra antichità e modernità, permanenza e transitorietà, alla ricerca della luce. Transeverse Orientation, presentato in anteprima mondiale alla Biennale de la dans di Lione, porta il coreografo greco al Teatro Politeama di Napoli, per la Sezione Internazionale del Campania Teatro Festival.

Uno spettacolo che conferma Papaioannou come un visionario, come il più potente creatore di un linguaggio scenico che intreccia il corpo con le immagini visive. Transverse Orientation regala una ininterrotta sovrapposizione di scene che si incastrano in occhi increduli e traboccanti di meraviglia, costringendoli ben oltre il limite dell’immaginazione.

In una dimensione avveniristica, in cui la fanno da padrone giochi di luci e ombre, uomini vestiti di nero, cigolanti come manichini, sono intenti in uno spasmodico daffare su una scala da cui salgono e scendono tentando di sistemare un neon rotto, quasi a riprodurre l’ostinato non-sense dell’esistenza. 

Al centro dell’opera, poi, il Minotauro, mostro mitologico ucciso da Teseo: un toro portato in scena e animato, sulle musiche di Vivaldi da otto performer (Damiano Ottavio Bigi, Šuka Horn, Jan Mollmer, Breanna O’Mara, Tina Papanikolaou, Łukasz Przytarski, Christos Strinopoulos, Michalis Theophanus), che, inevitabilmente, rimandano ai giovani ateniesi inviati ogni anno come sacrifici a Minosse per scontare l’assassinio di suo figlio. I loro corpi, con una maestrìa perfetta, diventano zampe, coda, lingua, cuore pulsante dell’animale. L’omicidio del Minotauro diventa metafora del giovane che vuole uccidere il vecchio, per prenderne il posto e creare un mondo nuovo.

Dopo la morte del toro, la vita. Una donna incartucciata, dalle sembianze di una Venere botticelliana, dalle sue viscere genera la vita, una vita che si scompone poi tra le sue mani, labile il confine tra la potenza e l’atto. Un dipinto rinascimentale, carico di bellezza e orrore, frutto della grandezza del genio dell’artista, che dell’estetica si conferma maestro. 

Papaioannou maneggia il mito spogliandolo di spazio e tempo e trasformandolo in un contenitore di visioni, in una poesia ermetica in cui il senso soccombe allo stupore, in cui il linguaggio si traduce in movimento e il movimento in incanto.

Nella sua mente si sgretolano anche i limiti strutturali di un teatro, al punto che le tavole del palcoscenico, con un lavorìo incessante, vengono smontate e sovrapposte, nel finale della pièce, diventando fianchi di montagne sovrastanti uno specchio d’acqua, elemento primordiale e principio vitale, a simboleggiare, ancora una volta, la rigenerazione. 

Ancora una volta, nelle mani di Papaioannou, la realtà si arrende al sogno. 

 

 

 

 

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A proposito di Rossella Capuano

Amante della lettura, scrittura e di tutto ciò che ha a che fare con le parole, è laureata in Filologia, letterature e civiltà del mondo antico. Insegna materie letterarie. Nel tempo libero si diletta assecondando le sue passioni: fotografia, musica, cinema, teatro, viaggio. Con la valigia sempre pronta, si definisce “un occhio attento” con cui osserva criticamente la realtà che la circonda.

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