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Eroica Fenice

Culturalmente

DSA: quali strumenti compensativi adottare?

Cosa sono i DSA?  La legge 8 ottobre 2010, n. 170, riconosce la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia come Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), assegnando al sistema nazionale di istruzione e agli atenei il compito di individuare le forme didattiche e le modalità di valutazione più adeguate, affinché alunni e studenti con DSA possano raggiungere il successo formativo. I Disturbi Specifici di Apprendimento interessano alcune specifiche abilità dell’apprendimento scolastico. Appartengono a tali disturbi: l’abilità di lettura, di scrittura, di fare calcoli. Sulla base dell’abilità interessata dal disturbo, i DSA assumono una denominazione specifica: dislessia (lettura), disgrafia e disortografia (scrittura), discalculia (calcolo). Cos’è il PDP – piano didattico personalizzato? Quando si attua?  È chiamato in questo modo il documento di programmazione con il quale la scuola definisce gli interventi che intende mettere in atto nei confronti degli alunni con esigenze didattiche particolari ma non riconducibili alla disabilità (in caso di disabilità, come è noto, il documento di programmazione si chiama PEI, Piano Didattico Individualizzato, diverso per contenuti e modalità di definizione). Per gli alunni con DSA, Disturbi Specifici di Apprendimento, un documento di programmazione personalizzato (il PDP, appunto) è di fatto obbligatorio; contenuti minimi sono indicati nelle Linee Guida del 2011, come pure i tempi massimi di definizione (entro il primo trimestre scolastico).  Tecniche di supporto per i diversi DSA (ragazzo dislessico, discalculico o disgrafico) Cosa sono gli strumenti compensativi per gli alunni con DSA?  Gli strumenti compensativi sono strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell’abilità deficitaria. Fra i più noti per un ragazzo dislessico, discalculico o disgrafico sono:  1) la sintesi vocale, che trasforma un compito di lettura in un compito di ascolto;  2) il registratore, che consente all’alunno o allo studente di non scrivere gli appunti della lezione;  3) i programmi di video scrittura con correttore ortografico, che permettono la produzione di testi sufficientemente corretti senza l’affaticamento della rilettura e della contestuale correzione degli errori; 4) la calcolatrice, che facilita le operazioni di calcolo; 5) altri strumenti tecnologicamente meno evoluti quali tabelle, formulari, mappe concettuali, etc.  Tali strumenti sollevano l’alunno o lo studente con DSA da una prestazione resa difficoltosa dal disturbo, senza peraltro facilitargli il compito dal punto di vista cognitivo.  Quali sono le misure dispensative per gli alunni con DSA?  Le misure dispensative sono, invece, interventi che consentono all’alunno o allo studente di non svolgere alcune prestazioni che, a causa del disturbo, risultano particolarmente difficoltose e che non migliorano l’apprendimento.  In merito alle misure dispensative, lo studente dislessico è dispensato: dalla lettura a voce alta in classe; dalla lettura autonoma di brani la cui lunghezza non sia compatibile con il suo livello di abilità; da tutte quelle attività ove la lettura è la prestazione valutata. In fase di verifica e di valutazione, lo studente disgrafico o discalculico, inoltre, può usufruire per l’espletamento delle prove o, in alternativa e comunque nell’ambito degli obiettivi disciplinari previsti per la classe, di verifiche con minori richieste.  Di fondamentale importanza è la valorizzazione dei punti di […]

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Culturalmente

Il treno dei Foja continua ad andare. Intervista a Dario Sansone

E piglio ‘stu treno che va luntano ‘a tutt”e paranoie addò ‘nu biglietto nun se fa ‘nu suonn’ ‘e binari e stazioni lassamme ‘a casa tutt”e guaje cercanne chell’ ca nun saje.                                                                                                                     ‘O treno che va, terzo album dei Foja, band partenopea, è il simbolo di un viaggio in cui la lingua napoletana sposa il rock. In cui la tradizione sposa il moderno. Ogni canzone è una stazione, un pretesto per esplorare e scandagliare le passioni che abitano l’animo umano con quella foja, quella foga che li accende, e da cui è impossibile non lasciarsi accendere.   Dario Sansone, intervista al frontman dei Foja Partiamo dal titolo, ‘O treno che va. Dario Sansone, ma dove va questo treno? Lo sto ancora scoprendo: è un treno che va per andare. Quello che c’importa è la dimensione del viaggio più che l’arrivo. Il nostro treno si è fermato in varie stazioni, regalandoci tante soddisfazioni e intanto continua ad andare e, a dire il vero, non so, non sappiamo ancora dove vogliamo arrivare. Intanto, in autunno, questo treno vi porterà oltre i confini nazionali…  Esatto. Da novembre porteremo la nostra musica all’estero. Sono previste almeno dieci tappe. Sicuramente Barcellona, Parigi, Londra. Poi si vedrà. Avete scelto di cantare esclusivamente in napoletano, di rimanere ancorati alle vostre radici. Pensi che questo possa essere, in qualche modo, un limite? Tutt’altro. Credo che cantare in napoletano sia un punto di forza. Cantare in napoletano mi sembra il modo più sincero di esprimere le mie emozioni. E poi alcune parole del nostro dialetto hanno una capacità di sintesi che altre lingue non hanno. Eppure convieni con me che il napoletano è una lingua intraducibile… Come sono intraducibili molti slang americani, eppure sono cresciuto ascoltando Bob Dylan. In più il Regno di Napoli ha subito molte dominazioni, il napoletano si è miscelato con lo spagnolo, con il francese. Sono tanti i vocaboli stranieri assorbiti dal napoletano. Per dirne uno: ‘a buatt’! Abbiamo già suonato all’estero, a Londra, ed è stato bellissimo, la musica, se ha qualcosa da dire, arriva comunque. Touché. I nostri nuovi progetti sono basati proprio su scambi linguistici. Cagnasse tutto sarà tradotto in catalano; la collaborazione con la grandissima cantautrice Pauline Croze ha portato alcuni nostri pezzi, come A chi appartieni, oltre le Alpi. Napoli è da sempre una città internazionale pronta allo scambio, una città di mare aperta al dialogo con il mondo e il nostro obiettivo è proprio quello di varcare i confini. Il treno va, appunto, e deve continuare ad andare. Domanda un po’ scomoda. In un tuo pezzo bellissimo, canti Fosse pe’ me cagnasse tutto… È davvero possibile secondo te il cambiamento? In che modo? Sicuramente la chiave non […]

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Teatro

Non solo Medea di Emio Greco e Pieter C. Scholten (Recensione)

Ascoltate la mia voce: la voce del narratore dimenticato. In questo rumore infernale nessuno ascolta più le storie. Ascoltate! Teatro Grande di Pompei. Una donna vestita di rosso. Sette microfoni e luci intermittenti. Una voce ora forte e rabbiosa, ora flebile e timorosa. Un tempo sospeso per rivelare la modernità delle tragedie greche. Inizia così Non solo Medea, piece di Emio Greco e Pieter C. Scholten, in cui corpi, parole e musica si intrecciano per indagare la fatalità e la libertà umana di fronte alla violenza della nostra società.  L’attrice, Manuela Mandracchia, incarna, di volta in volta, diversi personaggi del teatro greco. Ora è Edipo, ora Ifigenia, ora Antigone, ora è Medea. Non solo Medea. Le sue parole dialogano con i corpi dei danzatori, tutti vestiti di bianco, creando una tensione drammatica nella quale lotta e amore riecheggiano l’uno con l’altro. Il passato e il presente si sfiorano e si urtano su uno sfondo musicale energico e potente. Voi vi siete dimenticati di me. Di me, il narratore. L’Europa ha dimenticato il suo narratore. E con me i miti dei re e dei figli dei re. Ma la nostra storia è anche la storia di un accecamento, della rabbia e delle grida di guerra, dei legami di sangue e delle vendette. Siamo nati ciechi e appena abbiamo cominciato a vedere siamo di nuovo ridiventati ciechi. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Composto di sette parti – rimpiangere, domare, accettare, ribellarsi, negare, realizzare, esodo – il flusso di parole di Medea, non solo Medea, guida gli spettatori nell’oscurità dell’esilio e di terre straniere, Rifiutarsi di aprire gli occhi. Deformare la realtà. Prendere in giro l’oracolo. Facendoti oracolo tu stesso. Perché la maggior parte delle persone apprezza le menzogne? Perché amiamo credere alle favole che rendono la realtà più bella di quella che è. O ci promettono qualcosa in cui neppure crediamo o che ci aiutano a sopportare dolorosa verità. Meglio una buona menzogna di una verità mediocre. Noi mentiamo per sentirci necessari, altri, diversi da quello che siamo. Qualcuno mente sapendo di mentire e continuerà e insisterà a farlo. Qualcun altro mente per pura ignoranza.  Medea è una straniera, una donna che, dalla Colchide barbarica, piomba in una civiltà diversa, quella greca. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Come siamo arrivati qui? Come ci siamo ritrovati in questa crisi? In questo mondo di cose? Nella crisi delle cose. Nella crisi di sempre più cose? Da una crisi all’altra? Quello che ci unisce, ci separa. Quello che ci separa ci unisce. Dove stiamo andando con tutte queste cose? Da uomini illuminati a uomini presuntuosi? Come siamo diventati quello che siamo diventati? Chi è l’uomo nuovo? Zero

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Culturalmente

24 frasi latine famose e la loro traduzione, chi l’ha detto che il Latino è una lingua morta?

Frasi latine famose, le 24 che non puoi non conoscere! Erroneamente il Latino viene definito una lingua morta. Ma quando è morto il Latino? E, soprattutto, chi l’ha detto che è morto? Nulla di più falso. Il Latino è la lingua più parlata del mondo. Certo, non quello di Cicerone, ma quello che parliamo ogni giorno, con le sue trasformazioni storiche: quello delle lingue neolatine, o romanze. Il Latino è un dispositivo della memoria culturale, come versatile interfaccia multilingue, come ponte tra le culture. Conoscere il Latino significa comprendere meglio il presente in quanto figlio di un passato, conoscere una lingua le cui parole raccontano una civiltà, l’evoluzione umana, la cultura di un popolo. Il Latino è una lingua viva, perché vive nelle lingue che parliamo. E non solo nelle sue evoluzioni. Sono tante le parole, le espressioni latine che, ancora oggi, infatti, sopravvivono nel parlato di tutti i giorni. Queste sono le nostre 24 frasi latine famose preferite, con traduzione e spiegazione. Frasi latine famose, le nostre preferite  Ad maiora/A cose più grandi. Cominciamo la nostra carrellata di citazioni latine famose con una locuzione utilizzata come formula di buon auspicio, augurando che l’obiettivo raggiunto sia un primo passo verso cose più grandi. Carpe diem/Cogli l’attimo. Tratta dalle Odi del poeta latino Orazio, letteralmente significa Cogli il giorno ed è un invito a godere in maniera equilibrata le gioie della vita, cercando di coglierne ogni sfumatura godibile. Questa è una di quelle frasi famose in latino da tenere sempre a mente. Melius abundare quam deficere/Meglio abbondare che scarseggiare. Locuzione di origine incerta, secondo la quale, piuttosto che rischiare di non raggiungere la giusta misura, è preferibile eccedere e superarla. Questa è una delle frasi latine famose più utilizzate Alea iacta est/Il dado è stato tratto. Pronunciata, a torto o a ragione, secondo Svetonio da Cesare nel passaggio del Rubicone con i suoi soldati in marcia verso Roma, indica il raggiungimento di un punto di non ritorno, che ormai si è compiuto un passo decisivo, che non si può più tornare indietro. Homo quisque faber ipse fortunae suae/Ogni uomo è artefice della propria fortuna. Attribuita ad Appio Claudio Cieco, sottolinea la capacità dell’uomo, in quanto animale razionale, di creare mezzi per adeguare e trasformare la realtà secondo le sue esigenze. Mens sana in corpore sano/Mente sana in un corpo sano. Locuzione tratta dalle Satire di Giovenale, secondo cui l’uomo dovrebbe aspirare a due beni soltanto: la sanità dell’anima e la salute del corpo. Con il passare del tempo, l’espressione è stata intesa con il significato che corpo e anima debbano svilupparsi insieme e che vadano esercitati entrambi per assicurarsi il benessere. In medio stat virtus/La virtù sta nel mezzo. Derivata da alcune frasi dell’Etica Nicomachea di Aristotele, afferma la necessità o la convenienza della moderazione, dell’equilibrio, o come invito a evitare gli eccessi. Mater semper certa est, pater numquam/La madre è sempre certa, il padre mai. Massima di esperienza, secondo la quale se è facile individuare la madre di un soggetto, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

I Foja al Palazzo Reale per la rassegna Napoli Teatro Festival

Napoli Teatro Festival 2018. Piazza del Plebiscito, Palazzo reale, Cortile d’onore. E al centro del cortile un palco calcato dalla grinta di Dario sansone, che, con la sua chitarra alla mano, ha trascinato i suoi fan in un’ora e mezza di bella musica. In un’atmosfera regale protagonista la canzone napoletana dei Foja. I Foja, in occasione del Napoli Teatro Festival Italia, hanno, infatti, presentato uno spettacolo inedito in cui la parola e i testi in lingua napoletana sono stati l’anima della performance, messi a nudo da arrangiamenti in chiave acustica e concepiti ad hoc per la rassegna, rispettando la splendida cornice del Palazzo Reale di Napoli. La scaletta del concerto ha dato spazio, tra le altre, alle canzoni raramente proposte nei live della band, puntando alla verità delle liriche e all’essenza.  I Foja nascono nel 2006 dall’unione di quattro musicisti napoletani: Dario Sansone (autore e voce), Ennio Frongillo (chitarra), Gianni Schiattarella (batteria) e Giuliano Falcone (basso). Il nome della band lascia da subito intuire il loro spirito, la foja, in italiano foga. La foga è qualcosa che brucia dentro, una fiamma che tiene vivi, infervora l’anima. E ieri sera quella foja si è sentita proprio tutta.  Non hanno bisogno di tante presentazioni, soprattutto dopo il successo internazionale di Gatta Cenerentola, il film d’animazione tutto partenopeo impreziosito da un singolo, A chi appartieni, e la cui regia è curata anche da Dario Sansone. Sono sicuramente uno dei gruppi partenopei più amati degli ultimi anni, perché propongono una musica che arriva dritta al cuore e ben si avvicina a quella che è l’essenza della tradizione musicale napoletana. I loro album sono un caleidoscopio di racconti, un misto di narrazioni e di sentimenti con cui si sono conquistati un posto di riguardo nelle orecchie e nel cuore di moltissimi fan, non solo a Napoli ma in tutta Italia.  Foja, uno spettacolo tutto napoletano A fine serata Dario ha ringraziato il Napoli Teatro Festival, splendida rassegna che da anni si fregia del merito di avvicinare i giovani al teatro e si è rivolto poi ai suoi fan, ringraziandoli per essere stati i primi ad accaparrarsi i biglietti, in numero limitato per l’occasione. Ringraziandoli per il loro affetto e calore ha concluso dicendo: “perché quando mi hanno chiesto cosa sia il pubblico per i Foja, io ho risposto Una grande famiglia“. Buonanotte guagliù.   FOJA IN CONCERTO REALE con Dario Sansone (voce e chitarra), Giovanni Schiattarella (batteria e percussioni), Giuliano Falcone (basso e cori), Ennio Frongillo (chitarra), Luigi Scialdone (chitarra, corde e cori) audio Daniele Chessa luci Gianluca Sacco produzione Graf srl agenzia Arealive Cortile d’Onore 10 giugno ore 22.30

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Libri

Immaginare ripari, a cura di Tommaso Ariemma: il terremoto a Ischia

Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie. Erri de Luca Sono tre i momenti di cui si segnano con precisione l’ora e i minuti: le nascite, le morti e le catastrofi, attimi infiniti capaci di riempire il cuore di gioia o di svuotarlo completamente. Ischia, ventuno agosto. Ore 20:57. Un enorme boato, buio, la terra trema. Trema quel suolo che per errore chiamiamo terraferma. E se quel suolo si chiama Casamicciola lo si sa molto bene. Casamicciola, un comune di Ischia nel cui nome è inciso il ricordo di quei tredici secondi che devastarono l’isola in una lontana giornta di luglio. Inciso a tal punto che è entrato nell’immagine collettiva “È successo Casamicciola”. Tredici secondi che sono potente metafora della provvisorietà dell’esistenza, della destabilizzante certezza che non vi sia nulla di certo, del dolore improvviso della perdita, di quelle crepe che non si sa più se appartengano ai cornicioni dei palazzi o all’anima.  Il terremoto, come dice Valeria Parrella, è quando non puoi più dare per sicuro nulla, quando non puoi più determinare niente, quando la madre ti abbandona e per rifondare la città, l’esistenza, il senso, vi è necessità di nuova materia. E quella nuova materia Tommaso Ariemma, eclettico docente di Storia e Filosofia del Liceo Statale Ischia, la trova tra i banchi di scuola, nelle penne e nella creatività dei suoi studenti. Liceali che, con un approccio non convenzionale alla Poetica di Aristotele, hanno scelto di misurarsi con la scrittura per esorcizzare la paura, per “immaginare ripari”.  Immaginare ripari, a cura di Tommaso Ariemma: raccontare per comprendere e superare Diciannove racconti il risultato. Diciannove racconti che sanno di dolore, di paura, di amore, di speranza, di vita. Storie che si affacciano su quella crepa che improvvisamente si apre, ma che non hanno nulla del racconto cronachistico. La fantasia vi si fonde con la realtà con toni ora amari e dolorosi, ora ironici e speranzosi. Storie in cui il sisma, comune denominatore, fa da cornice, e, spesso, da rimando a riflessioni che riguardano l’esistenza tutta, divenendo, talvolta, seppur tra le macerie, occasione di rinascita. Come scrive Pasquale Raicaldo nella prefazione:“Le storie di queste pagine sono storie di vita interrotta. Sono anche storie di resilienza. Ne abbiamo bisogno: ripartire dopo la calamità.“   Immaginare ripari Il terremoto a Ischia del 21 agosto in 19 racconti a cura di Tommaso Ariemma Valentino Editore  

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Concerti

Hear my voice, Gnut al Teatro Sannazaro con il suo EP

Una camicia a quadri, un paio di jeans e un codino. Una chitarra e una voce intima, quella di Claudio Domestico, in arte Gnut. Ieri, 23 maggio, tra il velluto rosso e i palchetti dello storico Teatro Sannazaro di Napoli, si è consumata una serata interessante, che più che un concerto, sembrava una chiacchierata tra amici. A renderlo possibile la semplicità del cantautore napoletano, che, con timidezza e simpatia, impugnando la sua chitarra, Ciaccarella, che, a occhio e croce, ha cinquant’anni, non ha soltanto cantato i suoi pezzi, ma ha raccontato cosa ci fosse dietro le parole e le note che lo hanno reso noto e tanto amato tra i giovani, e non solo. E così, ci ha fatto entrare nella sua stanza, ci ha portato sul suo letto, dal quale, mentre fuori pioveva a dirotto, è dovuto scappare perchè si stava “scrivendo sotto”. Ha raccontato tanti aneddoti, storie di vita familiare, nonni “cantanti” e nonne “manager”, amicizie. Perchè è vero che l’arte e la musica nascono così, per strada, nutrite dalla vita che ci capita, mentre nemmeno ce ne accorgiamo. Gnut, chitarra e cuore sul palco La prima parte del concerto, ha visto Gnut cantare e suonare accompagnato dalla sua band, e poi, in solitaria, nei suoi “never green”. Pezzi che raccontano la nostra generazione, sogni, speranze, delusioni. Pezzi in cui è facile scorgersi e riconoscersi, in nome di quei sentimenti semplici e universali che Claudio mette in musica, come l’amore. E proprio il parlare dell’amore ha risucchiato sul palco un ospite speciale, l’amico e poeta Alessio Sollo e la sua verve inconfondibile. A ritmo di battute e risate complici su quell’amore, che, a detta di Sollo, “se l’avessa fa nu’ poco con l’amicizia e dovrebbe imparare qualcosa da questa“, è partita la canzone L’ammore over, una delle quattro perle dell’EP Hear My Voice, nato proprio dall’incontro fortunato tra la musica di Gnut e le parole di Sollo. Ambizioso progetto registrato alla fine del 2017 in uno studio a Cevennes, in Francia. Con una timbrica che rimanda a nomi come Elliot Smith e Bon Iver, vi prendono vita sono storie d’amore, tradimenti, serenate e il fascino inconfondibile di una città come Napoli che fa da irrinunciabile scenario. Immancabile la presenza di altri nomi noti agli amanti del genere, come Andrea Tartaglia e Roberto Colella, che, uniti in un abbraccio, prima ancora che in un coro, hanno chiuso una di quelle serate che dovrebbero ripetersi più spesso, che ti fanno capire quanto di bello può fare la musica quando va oltre la musica stessa. Hear My Voice, una scommessa tutta napoletana. Sicuramente vincente.

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Culturalmente

Hear My Voice, l’ultimo lavoro di Gnut al Teatro Sannazaro

Claudio Domestico, più noto nel panorama musicale partenopeo, e non solo, come Gnut, varca i confini nazionali con un progetto intimo e poetico Hear My Voice, un mini EP di quattro brani, quattro perle cantate in napoletano e scritte in collaborazione con l’amico e poeta Alessio Sollo. Un connubio, già noto, che promette molto bene. Attivo dal 2008, dopo varie pubblicazioni in Italia, tra cui l’album Rumore della Luce (2009), prodotto da Piers Faccini, Gnut decide di guardare all’estero, registrando questo Ep alla fine del 2017 in uno studio a Cevennes, in Francia. Con una timbrica che rimanda a nomi come Elliot Smith e Bon Iver, ad essere raccontate sono storie d’amore, tradimenti, serenate e il fascino inconfondibile di una città come Napoli che fa da irrinunciabile scenario. “Sono quattro canzoni d’amore in una lingua in cui non esiste il verbo amare. In napoletano l’amore è solo un sostantivo: l’ammore. Non è possibile dire in napoletano Ti amo. Sarebbe tradotto con Te voglio ben’. Questa cosa spinge i poeti e gli autori di canzoni a cercare delle soluzioni alternative per esprimere i propri sentimenti, figure retoriche o metafore. Il poeta Alessio Sollo scrive e pubblica sui social decine di poesie al giorno, ripetendo tutti i giorni questo esercizio stilistico. Questi brani sono il mio tentativo di mettere in musica questa sua attitudine. Da questa collaborazione sono nati tutti i pezzi del disco. Dal punto di vista musicale ho cercato di fondere elementi della mia tradizione, la canzone napoletana, con altri generi più distanti dal mio mondo. Mi sono ispirato al blues, al folk inglese e alla musica africana. Per questo lavoro è stato naturale cercare un confronto con Piers Faccini, che per me resta un grandissimo punto di riferimento e di ispirazione. Un vero maestro nel miscelare sonorità geograficamente distanti nel rispetto della personalità dell’artista che produce. Per me è un grande onore”. L’Ep n.1 del progetto, Hear my voice, approderà a Napoli in versione live mercoledì, 23 maggio, al Teatro Sannazaro Non al baretto sotto casa o in piazza con la birra e la solita voglia di cantare. Stavolta in un teatro. Appuntamento davvero imperdibile: mandolino, chitarra, una delle migliori voci del cantautorato italiano e quel napoletano che, in maniera intraducibile e inconfondibile, è poesia. Quel napoletano che, in maniera ambiziosa, porta la passione nel mondo. E Claudio, o Gnut che dir si voglia, a braccetto con la penna di Sollo, saprà essere un degno ambasciatore. 

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Teatro

Prometeo, il titano in catene che sfidò Zeus

Agli estremi confini eccoci giunti già della terra, in un deserto impervio tramite de la Scizia. Ed ora, Efesto, compier tu devi gli ordini che il padre a te commise: a queste rupi eccelse entro catene adamantine stringere quest’empio, in ceppi che non mai si frangano: ch’esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco padre d’ogni arte, t’involò, lo diede ai mortali. Ai Celesti ora la pena paghi di questa frodolenza, e apprenda a rispettar la signoria di Giove, a desister dal troppo amor degli uomini. Il mito di Prometeo si colloca agli albori del mondo, quando Chrònos e Zeus si contendevano il regno. Sopravvissuto al diluvio mandato dagli dei per punire la tracotanza dei suoi fratelli, Prometeo è accolto da Zeus sull’Olimpo. Per volontà di questo diventa demiurgo, dando origine all’uomo dal fango, nel quale instilla la vita con il fuoco divino, soffiandoci dentro. Fatali saranno la sua generosità e compartecipazione al destino umano. Fatale sarà il furto del fuoco dall’officina di Efesto per donarlo agli uomini, come mezzo di innalzamento dalla barbarie. Si scatenerà su di lui l’ira di Zeus.  Prometeo sarà, infatti, incatenato ad una roccia ai confini del mondo, sotto la custodia di Efesto, di Kratos e Bìa. Con questa scena ha inizio la tragedia eschilea. In tutta l’opera è costante la centralità del personaggio di Prometeo, un ribelle incapace di accettare l’ordine imposto da Zeus e dalle nuove divinità. Centrale è il punto di vista del protagonista, portatore di un valore che non può non suscitare simpatia nello spettatore: la solidarietà verso gli uomini e la volontà di aiutarli a progredire facendo loro conoscere il fuoco. Prometeo, dunque, come portatore di luce e di progresso, anche a costo di sfidare la volontà di Zeus, metafora del pensiero libero, svincolato dal mito e dalle false e bugiarde mitologie. È l’eroe che insegue “virtute e canoscenza”. Il dramma del titano, dopo il grande successo riscosso durante la prima edizione della rassegna Pompeii Theatrum Mundi, torna al Teatro Mercadante, dal 4 al 15 aprile, interpretato da Luca Lazzareschi, che, nei toni sofferti della sua voce, lascia ben scorgere il dolore dell’eroe solitario che, pur mostrandosi altezzoso al cospetto dei suoi torturatori, si abbandona ai lamenti quando è solo. Emerge il suo carattere ribelle nei dialoghi con Oceano (Tonino Taiuti), con Ermes (Gigi Savoia), a suo avviso, servo di Zeus. Durate la sua prigionia, incontra anche Io (Alessandra D’Elia), alla quale profetizza un futuro di  sofferenze, ma anche di riscatto. Non saranno le catene a placare la sua indole, seppur consapevole di poter nulla contro la necessità. «Tutto quanto il futuro io conosco perfettamente fin d’ora, né mi giungerà inatteso alcun dolore. Bisogna sopportare il meglio possibile la porzione di sorte che ci è assegnata, sapendo che invincibile è la forza della necessità». Prometeo, il dramma di un eroe romantico Facile per lo spettatore identificarsi in Prometeo, trascinato nel suo dolore anche dalla voce ipnotizzante del coro (Flo), in quanto il titano, come l’uomo aspira ad un di più che non gli è concesso. Prometeo appare così […]

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Cinema & Serie tv

La casa di carta, la seconda stagione dal 6 aprile su Netflix

Tokyo, Berlino, Rio, Nairobi, Denver, Mosca, Oslo ed Helsinki. Otto criminali, già braccati dalle autorità che non hanno nulla da perdere, vengono reclutati da una figura carismatica e geniale, il Professore (Alvaro Morte). Unico obiettivo svaligiare la zecca di Stato spagnola. Scavare tunnel, stampare banconote, tenere a bada numerosi ostaggi: una partita a scacchi con la polizia. È questa la trama della serie La casa de papel, La casa di carta, nata dalla penna di Alex Pina, andata in onda in Spagna la scorsa primavera e portata in Italia e nel resto del mondo da Netflix, dal 20 dicembre. Inizialmente composta da 15 episodi della durata di 75 minuti, è stata frazionata in puntate di 40 minuti e divisa in due parti: 13 episodi la prima, forse 10 la seconda. Nonostante la speranza di una terza parte della serie, Alex Pina smentisce, non ci sono intenzioni di continuare la storia per un’ulteriore stagione, facendo aggiunte superflue.  Pur partendo dal più classico dei cliché del genere, La casa di carta si distingue nel panorama serial-stream, riuscendo a trasformare un evento banale, visto e rivisto in un’occasione per delineare e mettere a fuoco i tratti spigolosi e affascinanti di chi una rapina si prepara a farla e poi la compie davvero. Numerosi i riferimenti diretti che i personaggi fanno ai film di Tarantino e gli omaggi degli sceneggiatori ai film di genere, dai poliziotti problematici alle storie d’amore inaspettate, dalle intuizioni geniali ai ribaltamenti di prospettiva. Convincenti i personaggi, che risultano veri, scandagliati nel loro passato necessario a capire cosa li ha portati a impugnare armi e assecondare le dure regole di un gioco in cui il rischio di compromettere l’intera operazione aleggia costantemente. Ognuno ha dei punti deboli, paure, ferite, speranze. Così si finisce a empatizzare con i rapinatori, stravolgendo le categorie di bene e male, giusto e ingiusto; a fare il tifo per loro, anche se mai ci sogneremmo, si spera, di rapinare una banca, figuriamoci la zecca nazionale. La casa di carta: nulla è giusto, nulla è sbagliato Dopo un intenso periodo di formazione, gli otto eccentrici artisti della rapina, mascherati da Salvador Dalì, irrompono nella zecca, lì dove pezzi di carta diventano denaro, guidati dal capo della banda, il Professore, che opera dall’esterno dell’edificio per depistare le indagini e preparare il piano di fuga. Sempre un passo avanti rispetto alle autorità. Autorità che veste i pantaloni di una donna: Raquel Murillo (Itziar Ituño), inviata sul posto come negoziatore, che resterà molto coinvolta, più del dovuto, nella vicenda. Ancora una volta nulla è giusto, nulla è sbagliato. Interessanti anche gli ostaggi e le loro diverse reazioni alla cattività e alle costrizioni fisiche e psicologiche. La scrittura della parte crime non sempre è impeccabile, troppo spesso piegata alle esigenze emotivo-sentimentali dei personaggi, richiedendo una sospensione dell’incredulità non indifferente. Eppure, se una serie può dirsi ben riuscita quando incolla lo spettatore allo schermo in attesa della prossima mossa, sicuramente Pina ha vinto questa sfida. Infatti in molti sono già partiti con il countdown… Il 6 aprile ritorna […]

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Teatro

Delitto/Castigo, lettura a due voci al Bellini con Luigi Lo Cascio e Sergio Rubini

Gli uomini si dividono in ordinari e straordinari. Quelli ordinari devono vivere nell’obbedienza e non hanno diritto di violare la legge, perché essi, vedete un po’, sono appunto ordinari. Quelli straordinari, invece, hanno il diritto di compiere delitti d’ogni specie e di violare in tutti i modi la legge, per il semplice fatto d’essere straordinari.   Delitto e castigo Una città fantasma, San Pietroburgo, e una girandola di ubriachi, pazzi, idioti, suicidi, miserabili e lussuriosi. Uno sfondo buio e un giovane studente intento a scrivere un articolo, Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov. Inizia così il viaggio nella vicenda e nel vortice delirante di ossessioni del personaggio uscito dalla penna di Fëdor Dostoevskij che ieri, al Teatro Bellini di Napoli, aveva le movenze e la voce di un incredibile Luigi Lo Cascio. L’uccisione di Alena Ivànovna, una vecchia usuraia, la premeditazione dell’omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi, fisici e mentali che ne seguono. Delitto/Castigo è un racconto tormentato della presa di coscienza della colpa. Un romanzo polifonico in cui ogni personaggio rappresenta in qualche modo un’idea, un’ossessione, un punto di vista. In cui la realtà, attraverso il racconto in terza persona, è continuamente interrotta e aggredita dalla voce interiore del protagonista. A un altrettanto incredibile Sergio Rubini sono affidate le voci degli altri personaggi. Lo vediamo in scena, con il suo eclettismo e inconfondibile carisma, ora come Marmeladov, ubriacone che beve per affogare i suoi dolori, ora come Aleksàndrovna Raskol’nikova, madre del protagonista, ora come Arkadij Ivanovič Svidrigajlov. Delitto/Castigo, a volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza Una riuscitissima lettura a due voci, che mette a nudo la natura dell’animo umano nei suoi istinti più estremi, eternamente in bilico fra Male e Bene, Giusto e Sbagliato, eternamente incerta fra il dubbio nichilistico e la fede. È evidente il conflitto interiore del protagonista che tenta di convincersi che l’omicidio della vecchia, con cui ha liberato dal giogo molti poveri creditori, non solo non è condannabile e non dovrebbe procurargli alcun pentimento, ma costituisce la dimostrazione della sua appartenenza a una categoria superiore, autorizzata a vivere e ad agire al di sopra della legge comune, perché le sue azioni, anche quelle condannate dalla morale, hanno come fine ultimo il bene collettivo. Eppure in lui affiorano i sensi di colpa e il terrore di essere scoperto e, infine, la rassegnazione di essere non un grande uomo, ma un pidocchio e, come tale, di meritare una punizione. Un conflitto che genera un contagioso stato febbrile, una scissione, uno sdoppiamento e forse la consapevolezza inconscia che Raskol’nikov rappresenta ognuno di noi, o meglio, è nascosto in ognuno di noi. Perdersi tra i capitoli di una delle più grandi opere letterarie mai scritte, accompagnati dalla maestria di due grandi attori, Lo Cascio e Rubini, giganti nel panorama attoriale italiano. Due ore in cui si susseguono parole e gesti, gesti e parole, che, a tratti, hanno connotati onirici, dove è l’arrivo improvviso di un suono, un rumore di passi, una lama di luce, un grido a rendere tutto reale.  Una chiave sensoriale con cui […]

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Cinema & Serie tv

Napoli velata nell’occhio di Ferzan Özpetek

Il sinuoso vortice della scala del Palazzo Mannajuolo e un movimento ellittico, quasi una vertigine. Un viaggio nei misteri di un delitto e nella mente tortuosa e misteriosa di una donna: Adriana (Giovanna Mezzogiorno). Un’anatomopatologa a disagio con i vivi che, una sera, per caso, incontra lo sguardo seducente e provocatore di Andrea (Alessandro Borghi) con cui vive un’intensa notte di passione in cui sogno e realtà si fondono per poi sfociare in un risveglio spaventoso e destabilizzante. Ritroverà il suo amante sul suo tavolo di lavoro. Proprio dalla morte del fugace amante parte il pretesto per raccontare una città complessa. “Ho raccontato il mio personale viaggio stordito e abbagliato dentro Napoli. L’ho fatto attraverso una donna, perché Napoli, ai miei occhi, è femmina”. Così Napoli è diventata Adriana. Promettenti le premesse di Napoli velata, opera ultima del regista stambuliota Ferzan Özpetek, uscita nelle sale il 28 dicembre 2017, distribuito da Warner Bros. Erotismo e mistero, passato e presente che si intrecciano in una storia di ossessioni, ambientata negli scorci segreti di una Napoli borghese, elegante ed esoterica. Una Napoli viscerale e superba, donna e madre, anzi matrigna che divora i suoi figli. Eppure il risultato finale non convince. Le corde sottili dell’erotismo e del mistero stridono con un eccesso visivo e acustico di ingredienti napoletani. Sanno di troppo le digressioni folkloristiche, sa di troppo poco la caratterizzazione dei personaggi. “Racconto i segreti di una città che conosce oro e polvere, una città profana e sacra allo stesso tempo. E dentro alla cornice del thriller esplode una potente storia d’amore”. Ozpetek attinge a un campionario di immagini davvero suggestivo: il chiostro del Museo di San Martino, dove si gioca alla tombola vajassa, la Cappella del Principe di San Severo, dove è esposto il Cristo velato, la scalinata della Farmacia degli Incurabili, il Museo Archeologico e i tanti vicoli di Napoli. Fotogrammi potentissimi di una città che anche da sola, priva di vivi, presunti morti e fantasmi, ha tanto da raccontare. Napoli velata, una personale interpretazione del regista turco Tante le parole che si sono spese intorno a Napoli velata. Tanta la curiosità e l’aspettativa prima. Tante le reazioni e le opinioni divergenti poi, tra gli amanti di Özpetek, pronti a difenderlo sempre e comunque e quanti storcono il naso fissando i titoli di coda di un film che, alla pretesa di addentrarsi nei misteri di Napoli, risponde con una scrittura approssimativa e abusando, forse, di troppi clichè.

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Cinema & Serie tv

La ruota delle meraviglie, l’ultimo film di Woody Allen

Alvy Singer in Io e Annie raccontava la sua infanzia illuminata dalle montagne russe del mitico parco di divertimenti di Coney Island. Proprio a Coney Island, all’ombra della ruota panoramica, trascorre l’intera vita di Ginny e Humpty, i protagonisti dell’opera ultima di Woody Allen, La ruota delle meraviglie-Wonder Wheel. 1950. La lunga spiaggia di Coney Island, la ruota panoramica, le insegne colorate dei negozi, la folla di bagnanti, gli ombrelloni e quattro vite che si intrecciano calcando il tipico canovaccio sentimentale del regista newyorkese, invariato da Manhattan in poi. È Kate Winslet a dare il volto alla frustrazione e al cuore di Ginny, un’ex attrice sulla quarantina, i cui sogni di gloria sono spariti, rimpiazzati da un grembiulino sbiadito  e dall’odore pungente di fritto e pesce del ristorante in cui lavora. Afflitta dai rimpianti del passato e dai sogni sul futuro, Ginny è sposata con il giostraio Humpty (Jim Belushi), ma è nel bagnino Mickey (Justin Timberlake), che trova una via di fuga e riscopre la sua parte passionale, ricordandosi di tutto l’amore che è ancora capace di dare, finchè non rompe il fragile equilibrio l’arrivo di Carolina, figlia di Humpty, fuggita dall’entourage del marito mafioso.   Magistrale l’interpretazione di Kate Winslet, che, in uno scambio mutevole di ruoli e di umori, si comporta come i gangster che braccano Carolina, si ubriaca come il marito, vive di arte come l’amante drammaturgo. Una Kate Winslet che, inevitabilmente, richiama alla memoria la Cate Blanchett di Blue Jasmine. Certo, in versione proletaria. La ruota delle meraviglie, un lento moto rotante  Il film ripercorre le ossessioni ricorrenti nella recente produzione di Allen: la giostra della vita, il libero arbitrio, il resoconto dei propri fallimenti e delle scelte sbagliate, la colpa. Meravigliosa la fotografia di Vittorio Storaro (alla seconda collaborazione con Allen dopo Cafè Society), ipnoticamente seduttiva, che alterna colori sfavillanti e grigi cupi per raccontare la dolorosa discrepanza tra sogno e realtà di questi personaggi. Distanza incolmabile con cui, ognuno a suo modo, sarà costretto a fare i conti.  Scena madre il monologo finale. Uno scenario desolante in cui non c’è più spazio per la speranza, spazzata via dalla rassegnazione. La rassegnazione di dover imparare a convivere con i fallimenti e quella tragedia che a volte sa essere la vita. Una scrittura, quella di Allen, che si fa sempre più asciutta e affilata, meno propensa alla battuta e alla leggerezza, ma sempre portavoce di una personalissima visione della vita che difficilmente lascia indifferenti. 

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Teatro

Iu sugnu Immacolata, Immacolata Concezione

La chiamavano bocca di rosa metteva l’amore, metteva l’amore. La chiamavano bocca di rosa metteva l’amore sopra ogni cosa. Dopo il loro esordio alla Galleria Toledo, tornano a Napoli i Vucciria Teatro, brillante compagnia siciliana che stavolta calca il palco del Teatro Piccolo Bellini, dal 12 al 17 dicembre, portando in scena Immacolata Concezione, nato da un’idea di Federica Carruba Toscano. Sicilia, anni ’40. Un mercato e urla da banco. Un campanaccio che sfrega sulla pelle di un corpo inaspettatamente nudo. La pelle di Concetta (Federica Carruba Toscano), figlia di un pastore che la baratta con una capra da latte. Lavata, profumata e vestita viene offerta allo sguardo e al desiderio di uomini lussuriosi. Il bordello di Donna Anna (Joele Anastasi, che ha curato anche la regia e la drammaturgia) sarà la sua nuova casa. Le regole del bordello, i suoi nuovi comandamenti. Una dimensione popolare, quasi ancestrale quella di Concetta. Concetta e la sua innocenza. Concetta e la sua purezza più eccitante di un orgasmo. Concetta e la sua incoscienza che seduce gli uomini più del suo seno prosperoso. Lei, che non sa cosa sia l’amore, lo semina. Lei, che non sa cosa significhi fare l’amore, insegna a farlo, pur restando vergine. Ma cosa avrà di tanto speciale questa nuova arrivata che tutti si contendono? Cosa farà mai a questi uomini che, in un viavai continuo, scaldano la sua alcova e la vogliono ancora e ancora e ancora? Proprio lei, una ragazza silenziosa, inconsapevole del suo corpo e ancora estranea ai piaceri dell’età adulta, riesce a dare forma ai desideri inespressi di ogni suo cliente. E anche ai suoi, in una calda sera d’estate, dove, tra musica e vino, si perde tra le braccia di Turi (Alessandro Lui), raccogliendo in un amplesso l’amore di lui, e dimenticando il decimo comandamento del bordello di Donna Anna. Da capra per scannare diventa capra da latte. Ma per le capre da latte non c’è spazio nel bordello, in quelle quattro mura in cui sembrano dissolversi gli schemi sociali e i giochi di potere. In quelle quattro mura in cui anche Don Saro (Enrico Sortino), signorotto locale, padrone di tutto e di tutti, è soggiogato dal candore di questa ragazza che finirà i suoi giorni aggiungendo vita alla vita. E che diventerà santa quando sarà davvero di tutti, di Angelo, del fruttivendolo, di Don Saro, di Padre Gioacchino (Ivano Picciallo), di Turi e di tutti quelli che la ricorderanno, inebriandosi di quell’amore che lei, nutrita di incoscienza e ignoranza, voleva insegnare. Senza voi altri io non sono niente, sono qua e vi aspetto. Senza speranza non ci resto. Voglio tramutare il male, ci voglio insegnare l’amore. E mi ficiru santa perché li ho guardati negli occhi per la prima volta. Perché gli ho detto che cu’ mia potevano piangere e potevano ridere e di nuovo piangere e arrestati uomini. U me nomi è muri. Iu sugnu Immacolata. Immacolata Concezione. Iu sugnu Immacolata. Immacolata Concezione I Vucciria Teatro, che con Immacolata Concezione sono stati tra i […]

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Teatro

Peppino, un masculu e fiammina in un paese del sud

Una scena dal sapore ottocentesco. Un uomo chino sul marmo di un camposanto. Un silenzio rotto dal suono di un dialetto aspro, quello di Peppì, interpretato da un ipnotico Saverio La Ruina che, in un intenso monologo, si racconta alla madre, della quale non resta altro che una foto su di una tomba innevata. Alla madre è rivolto l’incessante flusso di parole del figlio che racconta l’Inferno di una vita segnata da dolori e solitudine, volgendo lo sguardo al passato, ai tempi di scuola, quando l’occhio non cadeva sulle  gambe delle professoresse, ma su quelle dei compagni, sui ragazzini del Lidu Aragosta. Peppì racconta l’inferno di un’omosessualità vissuta in un paese di provincia che gli urla dietro “ricchiù, ricchiù“. In un meridione che non lascia spazio alla libertà di amarsi, come e quando si vuole, ma che costringe a soffocare istinti e pulsioni per non far parlare la gente. Quella gente per cui due masculi che si amano sono solo due ricchiuni. Affiorano alla mente tanti ricordi, anche belli, dei primi incontri, con Vittorio, Angelo e poi finalmente l’amore. Quello con Alfredo, durato dieci anni, che non perde la poesia, anche se è costretto a consumarsi di nascosto, in macchina, nel buio di un parcheggio, dove Alfredo sarà ucciso da bastonate omofobe, per la sola “colpa” di essere un masculu e fiammina. Siamo negli anni Settanta, anni fatti di pregiudizi, ignoranza, di un conformismo che storce il naso al diverso. Dopo vent’anni, Peppì si racconta alla madre, sgranando il rosario dei suoi ricordi. Scatta per lui un tipico confessarsi del sud, al riparo dagli imbarazzi, dal timore di preoccupare la madre, che come tutte le madri, si preoccupa sempre. Una madre che forse aveva già capito, ha sempre saputo, ma ha scelto il silenzio in nome di un amoroso rispetto. Grazie per le cose che non hai mai detto, per le cose che non hai mai chiesto.  Masculu e fiammina, un toccante viaggio nei meandri dell’anima Alle illusioni giovanili, agli occhi che brillano immaginando l’amore, segue la consapevolezza dell’età adulta, la rassegnazione di quel che resta di una vita fatta di zie da accudire, ricordi del passato e una panchina con vista sull’immobile vita di un piccolo paese, dove il tempo sembra scorrere sempre uguale. In un meridione, tra tombe innevate, Peppì va a ricercare la sensazione di libertà, di dire finalmente tutto quello che si è sempre tenuto dentro, rifugiandosi nell’abbraccio della madre, che pur gelido e marmoreo, resta l’unico posto in cui ci si sente al sicuro, sempre.  Lui che porta sulle spalle il fardello di una vita sofferta, di violenze subite, di silenzi, di paure. Lui, che ormai è diventato adulto, non ha perso la forza di sognare, di continuare a sognare, come quando sotto il suo ombrellone rosso, con la scritta Cric Croc, si riscopriva con la pelle d’oca e gli occhi fissi su quel ragazzo biondino del Lidu Aragosta. Confessa alla madre di sognare un mondo migliore, più gentile, che non condanni le persone con etichette […]

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Teatro

L’ora di ricevimento del Professor Ardèche

Area metropolitana di Tolosa. Una scena spoglia. Una cattedra, banchi, sedie, una finestra. Spettatore silenzioso, un albero da frutto che impassibile assiste, anno dopo anno, alle vicende degli alunni, di questi piccoli apprendisti della vita, e alla loro vita che scorre dentro e fuori le finestre. “Una scuola di intonaco e ventisei occhi che mi guardano”. Al centro della scena, il signor Ardèche, insegnante di professione, che, come ogni anno, sa che si sentirà un pesce fuor d’acqua, lui che vorrebbe solamente insegnare ai suoi alunni la bellezza e la poesia, sa che sarà chiamato ad altri doveri. E come ogni anno, armato di pazienza, ironia e rassegnazione dovrà fare da paciere, in quel crogiolo di culture e religioni che è la sua classe, nel cuore dell’esplosiva banlieue di Les Izards, ai margini dell’area metropolitana di Tolosa. Un ruolo, quello del Professor Ardèche, che sembra cucito addosso a Fabrizio Bentivoglio, artista di rara intensità e sensibilità, tra i cui capelli, le mani, lo sguardo malinconico, ci sono gli anni ’90, il tempo dei reduci, dei disillusi, dei disorientati. Cucito così bene, che, dopo pochi minuti, non lo vediamo più, vediamo solo Ardèche, che, con un divertente monologo, intriso di cinismo, presenta la sua classe, la sesta C. Tredici alunni, un campionario umano che lui, con affetto e ironia, ribattezza con nomignoli, ogni anno sempre gli stessi: il “Panorama”, con la testa sempre tra le nuvole e il banco con vista su mondo, l’”Invisibile”, anonimo per antonomasia, il “Raffreddore”, il “Boss”, la “Missionaria”. Bambini di undici anni che popolano le sue lezioni, con i cui genitori il Professore si confronta ogni settimana, il giovedì, dalle 11 alle 12: l’ora di ricevimento. Un’ora che sa essere tanto breve, quanto interminabile. Un concentrato di tensioni e stress, contro cui non possono nulla nemmeno le tisane al tiglio. L’ora di ricevimento, storie di incontri-scontri culturali L’ora di ricevimento, nata dall’occhio attento e della straordinaria penna di Stefano Massini, racconta, come osserva Michele Placido, che ne ha curato la regia, i cambiamenti e l’evoluzione del tessuto sociale non solo italiano, ma europeo, in cui diventa naturale e necessaria la messa in discussione del modello educativo di una classe intellettuale borghese sempre più spiazzata dai cambiamenti epocali della recente storia contemporanea.  Un interessantissimo spaccato sociale, in cui ci si sente chiamati in causa, ancora di più se insegnanti lo si è nella vita reale e di fronte a quella scarna scenografia, fatta di sedie e banchi, quasi ci si sente a casa. Viene naturale farsi carico del difficile destino del Professor Ardèche, condannato a una società, a una scuola, a una classe dove sembra non ci sia più posto per la poesia, per la bellezza, sbiadite su uno sfondo dominato da scontri sociali e lotte identitarie. Dove sembra non ci sia posto se non per il disincanto e la sconfitta. “La verità è che alla fine io perdo”. Giù il sipario.   L’ora di ricevimento, in scena al Teatro Bellini, dal 7 al 12 novembre. di Stefano Massini […]

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