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Eroica Fenice

Teatro

Lumache, desideri e compromessi in una cena tête-à-tête al TRAM

Lumache è lo spettacolo di Pietro Juliano, andato in scena al TRAM da giovedì 20 a domenica 23 febbraio. Lumaca: termine comune in lingua italiana con cui si indicano tutti i gasteropodi terrestri polmonati sprovvisti di conchiglia complessa e apprezzabile a occhio nudo, bensì rudimentale e nascosta nella massa di un mantello.  Luci soffuse, un ristorante, un tavolo, un uomo e una donna, seduti l’uno di fronte all’altro. Compìta lei, smodato lui. Lei parla, lui ammicca. Scrittrice lei, editore lui. Lea Crivello (Cinzia Cordella) lei, Manuel Montedoro (Nello Provenzano) lui. Al centro, un piatto di lumache.  Una semplice cena, apparentemente. Un conflitto di idee, a ben guardare. Lea è una scrittrice, dai saldi valori, alla disperata ricerca di qualcuno che pubblichi il suo ultimo romanzo. Manuel è un editore senza scrupoli, che fa della disperazione di Lea la sua forza. Il romanzo sarà pubblicato, ma non senza un prezzo da pagare. Sullo sfondo di questo serrato scambio di battute, princìpi, punti di vista, lui, il cameriere (Peppe Romano). Con la sua livrea, esperto conoscitore di vini e bevande, osserva la scena e, approfittando di un momento di solitudine con Lea, quasi assolvendo alle funzioni del vecchio coro della tragedia greca, si abbandona a una riflessione sul valore del tempo, sul desiderio, la voglia di inventare il presente.   Perché in fondo è di questo che si tratta: del desiderio. Lea, che agghindata in gonna e tacchi, pensava di trovare in Manuel consenso e fiducia, trova in Manuel e a quel tavolo un interrogativo vecchio quanto il mondo: cosa si è disposti a fare per realizzare i propri desideri? Quanto si è disposti a scendere a compromessi?  E pietanza dopo pietanza, bicchiere dopo bicchiere, ammiccamento dopo ammiccamento, accusa dopo accusa, difesa dopo difesa, vediamo lei, Lea, costretta per un’intera serata a subire l’arroganza e la natura viscida di chi le sta di fronte, uscire dal ristorante con lui. Non cederà? Cederà? Sullo sfondo, lo sguardo del cameriere, muto. In quel silenzio, parole su parole.   Ma, in conclusione, le lumache che c’entrano? Il parallelismo tra la lumaca e l’uomo, dice il regista Pietro Juliano, nasce dal fatto che il frenetico susseguirsi di decisioni che questi ultimi sono chiamati a prendere, sia nel privato che nel pubblico, potrebbero rendersi meno nocivi e più fruttuosi se maturati con lentezza, al punto, evidentemente, da lasciare un segno più maturo e critico per le generazioni a venire.  Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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Teatro

Scannasurice, in scena la poesia teatrale di Moscato

In scena al Teatro Elicantropo di Napoli, dal 20 febbraio all’8 marzo, Scannasurice di Enzo Moscato, regia di Carlo Cerciello. Scannasurice: letteralmente scanna-topi.  Uno scannatoio, un tugurio, un inferno, il ventre di Napoli.  Una scatola cubica, a tre piani, luci votive, bottiglie vuote, carte sporche e seduta nel buio una figura androgina che indossa la fatiscienza del luogo in cui vive. Canotta e mutande bianche, capelli raccolti in una retina e trucco sbiadito. Spezza da subito il silenzio con una lingua oscena e sublime, un virtuosismo verbale che, a tratti, non arriva neppure a un napoletano, eppure arriva tutto. Un idioma barocco che riempie, che svuota, che cura, che ferisce.  “Ho scelto”, così il regista Carlo Cerciello in una nota, “un testo in lingua napoletana di un autore antioleografico per eccellenza come Enzo Moscato, mettendo in scena il suo Scannasurice, scritto dopo il terremoto del 1980, nell’intento di allontanarmi dalla malsana oleografia di ritorno, che, nuovamente, appesta Napoli di retorica e luoghi comuni, in una città che ha smarrito la memoria stessa della sua vita culturale, seppellita dalla banalità e dal conformismo.” In uno spazio claustrofobico, su, giù, destra, sinistra, dentro, fuori, un’unica straordinaria attrice, Imma Villa, che diventa femminiello, munaciello, bella ‘mbriana, puttana e racconta storie racchiuse in altre storie, un passato che non passa. D’improvviso luci si accendono a incorniciare un’edicola votiva ed ecco la Madonna che con affetto e disprezzo si rivolge ai sorci. Abitatori che infestano quel sottosuolo, metafora dei napoletani, suricille loro stessi, che tentano di risalire dai piani bassi, di salvarsi. E la memoria corre inevitabilmente alla Ortese, alla sua Napoli non bagnata dal mare. Topi, surice e un testo attuale, attualissimo, pur essendo stato scritto nel 1982. Un viaggio tra gli elementi più arcani della napoletanità, in compagnia dei fantasmi delle leggende partenopee, alla ricerca di un’identità sempre più smarrita dentro le macerie della storia e della sua quotidianità terremotata. Dai mutandoni a pelliccia e tacchi, dalla voglia di vivere all’istinto di morire, dallo sguardo verso la luna al buio dei vicoli e dei basoli scassati della città. Un destino di solitudine, disperazione, ribellione e rassegnazione. Il destino di chi è solo e sa che  nessuno si salva da solo. “Chi so’? Stong ‘arinto? Stong ‘afora? Nun moro, no…ma neppure campo comm’apprimme: ‘a vista, ‘e mmane, ‘e rrecchie…tutte cose se n’è ghiute…e pure ‘a voce…ancora ‘nu poco…e poi…sommergerà, affonderà pur’essa.”   Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/giovannaparato/32998614225/  

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Libri

Il ladro di giorni, viaggio on the road di Guido Lombardi

Feltrinelli, nuove proposte. Primo scaffale, sulla sinistra: Il ladro di giorni di Guido Lombardi. Ne leggi dal retro la sintesi. Padre-figlio-viaggio: parole che, messe insieme, sono per te pugni. Parole che, messe insieme, hanno per te il peso specifico della nostalgia. E allora quasi sei tentata a riporlo nello scaffale, il primo sulla sinistra, ma in passato ti sei già imbattuta nella penna di questo autore e, a prescindere dalle tue crepe, sai che in quella storia troverai poesia e in quella poesia, forse, troverai qualche pezzo di te. Perché, in fondo, è a questo che servono le storie, no?   Quella di Lombardi è la storia di un viaggio on the road verso il Sud, la storia di Salvo e Vincenzo. Salvo, figlio di Vincenzo, undici anni, barese, campione di tuffi. Vincenzo, padre di Salvo, appena uscito di prigione.   Tema: racconta un giorno diverso dagli altri, usando il discorso diretto e indiretto. Svolgimento. Poetica è la scelta di raccontare i fatti attraverso il punto di vista di Salvo, un undicenne, che ha perso la madre e che del padre, che non vede da sei anni, ha solo ricordi sfocati.  Con babbo era diverso, lui non parlava molto, mi faceva vedere come si fanno le cose e basta. Però era anche vero che ormai non mi ricordavo più molto di lui e man mano che passava il tempo era sempre peggio. Cioè, se pensavo alla sua faccia, mi sembrava come se stava sott’acqua, che vedi tutte le cose deformate, con le onde che muovono tutto e non si capisce niente. Questa cosa mi faceva incavolare un sacco e alla fine non ci ho provato più a ricordarlo.  Costretto dalla vita a diventare grande in un tempo piccolo, Salvo vive con gli zii e con suo cugino Emidio a Trento, dove piove un sacco. Ha già capito molte cose su come va la vita, che i grandi si danno la colpa per non sentirsi in colpa, che quando fai domande che li mettono in difficoltà, promettono di risponderti quando sarai più grande, solo che gli anni passano e tu sei sempre troppo piccolo. E mentre gli anni passano, in un giorno qualunque, il passato piomba a violentare il presente. Vincenzo esce dalla prigione, torna e strappa Salvo dal suo nuovo perimetro di certezze. Inizia il loro viaggio.   Un viaggio di quattro giorni, da Nord a Sud, da passato a presente, da sconosciuti a padre e figlio. Di nuovo. Perché quattro giorni sono pochi, ma per Salvo e Vincenzo saranno sufficienti a scoprirsi e riconoscersi, a odiarsi e amarsi ancora, e forse anche di più, uniti nella caccia al ladro di giorni, al ladro dei giorni dell’infanzia di un figlio, al ladro dei giorni dell’amore abortito di un padre, al ladro dei loro giorni.  Una storia avvincente ed emozionante, che Guido Lombardi non si è limitato a raccontare, seducendo il lettore, lasciandolo invischiato tra le sue pagine. Si è spinto oltre, dando volto, voce, vita ai suoi personaggi, portando Il ladro di giorni sul […]

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Teatro

Iliade la guerra di Troia rivive nel Museo del Sottosuolo

Recensione di Iliade la guerra di Troia, al Museo del Sottosuolo di Napoli. Cantami, o Diva, del Pelide Achille   l’ira funesta che infiniti lutti addusse agli Achei… Questi i versi che danno inizio a uno dei poemi più noti al mondo, l’Iliade di Omero. Vicende che, immuni dall’azione del tempo che tutto logora, hanno affascinato, affascinano e continueranno a farlo.  La guerra di Troia – il cui pretesto è il ratto di Elena, sposa del re greco Menealo, da parte del troiano Paride – dura da nove anni quando inizia l’Iliade. Il cieco di Chio non ne racconta né l’inizio né la fine, concentra la narrazione in cinquantuno giorni, nei quali si dipanano i più svariati sentimenti dell’animo umano: l’ira di Achille per la perdita di Briseide prima, di Patroclo poi; la paura e la dignità di Ettore alla vigilia dello scontro; la sete di vendetta di Menelao, privato della sua donna e, prima ancora, del suo onore; l’amore e la speranza di Andromaca che perderà il suo sposo, suo figlio Astianatte, la patria, la libertà.  E proprio attraverso il punto di vista di Andromaca, principessa troiana e sposa di Ettore (una bravissima Chiara Vitello), nel Museo del Sottosuolo di Napoli rivivono, nello spettacolo Iliade la guerra di Troia, le storie degli eroi greci e troiani, che da millenni affollano pagine, menti e fantasie di scrittori. Sulla scena quattro attori (Marco Serra, Daniele Acerra, Francescoantonio Nappi e Chiara Vitello) della compagnia Il Demiurgo, che, spostandosi in maniera itinerante, rappresentano nel corso dello spettacolo, diretto da Francesco Nappi, storie di amori, tradimenti, sangue. Alla voce di Andromaca, rotta dal dolore e dalle lacrime, si sovrappongono gli scontri di Ettore e Paride, di Achille ed Ettore, le gesta di Odisseo e Diomede, di Agamennone e Menelao. E così, pur assistendo alle azioni di una società lontana, i cui valori sono cambiati, gli spettatori sono trascinati da sentimenti che ogni uomo conosce, fino al sacco di Troia e alla cancellazione della stirpe troiana.  A fare da cornice alle immortali gesta cantate da Omero, i bui meandri del Museo del Sottosuolo, in cui, a 25 metri di profondità, riecheggiano gli scudi battuti l’uno sull’altro, le grida di guerra, di rabbia, di dolore. E riecheggia una vicenda immortale: la guerra di Troia.  Iliade la guerra di Troia, in scena al Museo del Sottosuolo di Napoli il 19 gennaio.

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Teatro

Rubini e Lo Cascio portano Dracula al Teatro Bellini

Recensione di Dracula, da Bram Stoker, adattamento Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini Il nosferatu non muore come l’ape dopo aver punto una volta. Diventa solo più forte, ed essendo più forte ha più potere di fare del male. Questo vampiro che si trova fra noi è di per sé forte come venti uomini; ha un’astuzia più che mortale, poiché la sua astuzia è cresciuta nelle ere… Dracula, Bram Stoker Chi non ha mai sentito il nome di Dracula? Chi non ne conosce la vicenda? Uno scrittoio e un uomo che cerca nella penna un’arma con cui affrontare la disperazione.  Si tratta di Jonathan Harker, di professione avvocato, personaggio del celebre romanzo ottocentesco di Bram Stoker, Dracula (1897). Una narrazione lenta, complessa, che si snoda attraverso lettere, articoli, pagine di diari dei vari protagonisti. Una narrazione che contiene tutti gli elementi tipici del genere gotico. Il castello labirintico, il vascello fantasma, l’erotismo, la morte, il sangue, la necrofilia, uniti, però, ad elementi di modernità tardo-ottocentesca: i telegrafi, le sedute di ipnosi e la fiducia positiva nella scienza e nella razionalità, incarnata dal professor Van Helsing.  Nella riscrittura per il teatro, Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi, rimarcano i risvolti psicologici dei personaggi: e così Dracula diventa non solo un viaggio notturno verso l’ignoto, tra lupi che ululano, banchi di foschia e croci ai bordi delle strade, ma assume anche i caratteri di un viaggio interiore del protagonista la cui vita cambia non appena si accosterà al cancello del castello: il ricordo di ciò che gli accade sarà un’ossessione che contaminerà tutto ciò che ha di più caro, in primis il rapporto con la moglie Mina (Alice Bertini). È il talento di Luigi Lo Cascio a dare voce e corpo ai tormenti di Harker, mentre Sergio Rubini veste i panni del professor Van Helsing. Il duo, già visto e osannato al teatro nella pièce Delitto e Castigo (regia di Sergio Rubini), pur dando prova di grande maestria, sembra forse risucchiato dalla lentezza della narrazione, dalla rappresentazione, a tratti stereotipata dei personaggi. Il Conte Dracula, interpretato da Geno Diana, nello spazio di poche battute, porta sulla scena quegli atteggiamenti trasgressivi, irrazionali e proibiti caratteristici del personaggio di Stoker, assumendo però, a tratti, toni caricaturali.  Quasi cinematografica, più che teatrale la scenografia, che, attraverso pannelli scuri che simulano ora temporali, ora tempeste, rende il mistero che avvolge l’intera vicenda, vicenda in cui il buio prevale sulla luce. DRACULA  da Bram Stoker adattamento Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini con  Luigi Lo Cascio Jonathan Harker Sergio Rubini     Professor van Helsing Lorenzo Lavia    R. M. Renfield Roberto Salemi  Dottor Seward Geno Diana        Conte Dracula Alice Bertini        Mina Murray  in scena al Teatro Bellini di Napoli dal 17 al 26 gennaio 

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Teatro

Medée Visions, incontro di arti al Teatro Bellini

Destrutturare una tragedia. Immaginare un dialogo tra linguaggi artistici differenti. Contaminare il classico con il moderno. È quanto sta alla base di Medée Visions, pièce rappresentata sulle tavole del Teatro Bellini di Napoli il 14 e 15 gennaio. Alessia Siniscalchi ha creato un incontro atipico tra Medea ed Eva, tra Adamo, Caino e Giasone. Paradiso e Inferno: 17 momenti montati come in un film tra la dualità femminile e il maschio/padre/fuggitivo. Un progetto audace in cui si fondono le opere dell’artista Valerio Berruti, il testo di Paulina Mikol, le fotografie di Giovanni Ambrosio, le musiche di Cristina Barzi e Phil St. George, i video di Paul Viven e le luci di Benjamin Sillon.  Tanti anni fa ho immaginato un’interpretazione contemporanea del mito di Medea. Non avevo un figlio all’epoca, lasciai morire questa idea e cominciai a creare spettacoli immersivi sul tema della relazione, racconta la Siniscalchi, regista di Medée Visions, oggi che ho un bimbo di otto anni è tempo di tornare a Medea. Così la vicenda di Medea, maga della Colchide, moglie di Giasone e madre dei suoi figli, è resa sulla scena in maniera assolutamente non convenzionale. Il suo dolore, la sua rabbia, la sua follia diventano ora danza, ora canto, ora parola spezzata. Spezzata e ripetuta in una babele di lingue: a battute in inglese seguono risposte in francese e, ancora, in italiano. Così, la vicenda di Medea si intreccia a quella di Eva.  Suggestiva la scenografia che vede su pannelli sagome infantili enfatizzate da giochi di luci. Luci continue, intermittenti, a rendere l’intensità del pathos che rende questo dramma, la Medea di Euripide un capolavoro senza tempo.  Hai conosciuto un’altra? Ha la pelle di pesca? È più giovane di me? Hai conosciuto un’altra? Ha la pelle di pesca? È più giovane di me? Una donna sedotta, abbandonata in nome di usanze greche che, barbara, non può capire. Una donna in cui la follia diventa lucida razionalità. Un dramma antico che nasconde, tra le pieghe, tracce di modernità.  Alessia Siniscalchi è napoletana, ma vive e lavora tra l’Italia e la Francia. Nel 2007 fonda il collettivo Kulturscio’k, che si muove tra i due paesi. Oggi fanno parte del collettivo attori di cinema e teatro, danzatori, fotografi e musicisti che portano avanti una ricerca che approfondisce il rapporto istintivo e primordiale tra musica, movimento e testo.  Medée Visions di Alessia Siniscalchi con Alessandra Guazzini, Fannu Guidecoq, Francesco Calabrese, Felicie Baille, Zelia Pelacani Catalano e, in alternanza, Chiara Sistri testo originale Eva/Medea di Paulina Mikol Spiechowicz testi Alessia Siniscalchi su ispirazioni libere da George Bernard Shaw, Dario Fo, Franca Rame, Euripide Grillpartzer   Fonte foto: www.teatrobellini.it

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Teatro

Tony Laudadio e Monica Nappo al Ridotto del Mercadante con Tossine

Dall’8 al 19 gennaio al Ridotto del Mercadante, lo spettacolo Tossine di Tony Laudadio.  Il salotto di una casa. Un divano di velluto blu e una donna che racconta dettagli del suo matrimonio. Ma chi è l’uomo seduto di fronte a lei? Perché le chiede tanti dettagli? “Alle volte, si legge nelle note di regia, diamo le nostre relazioni per scontate. Anzi, più sono intime, più le diamo per scontate. Pensiamo che la persona che ci sta accanto vivrà tutta la vita con noi. Che abbia questo nostro stesso desiderio. Che ci ami come il primo giorno. Che stia ancora lì ad aspettarci, a desiderarci, a commuoversi pensando ai bei momenti insieme.” E così, mentre la vita, che non ne vuole sapere di arrestarsi, va avanti, Lola (Teresa Saponangelo) assolda Mesto (Ivan Castiglione), un sicario, per uccidere suo marito Michele (Tony Laudadio). Sia ben chiaro, il suo è solo un modo contorto di amare. Vincente l’ironia con cui i personaggi portano in scena le debolezze e le perversioni della società borghese, scavando al fondo di rapporti di chi, perso nei cerimoniali dell’esistenza, pensa di conoscersi davvero bene. Coppie scoppiate che millantano amori di cui ignorano l’essenza. Facile proiettarsi sul velluto di quel divano, facile porsi le domande di Lola e Michele, facile lasciarsi avvelenare dalle Tossine che, maldestramente maneggiate da Mesto, dovrebbero firmare la vendetta di Lola, moglie di Michele, tradita da Michele, marito di Lola. Cosa faresti se io ti tradissi? Cosa ti mancherebbe di me se io morissi? Domande all’apparenza innocue che accendono micce, che alimentano dubbi. Domande semplici che sconvolgono un equilibrio complesso. Facile vestire i panni di Lola e i suoi interrogativi sulla capacità di perdonare, facile vestire i panni di Michele, che si scopre ignaro di chi dorme nel suo letto. Facile sentire sulle propria pelle le lacrime di Mesto, che nella parola fallito trova la perfetta sintesi della sua vita.  Il salotto di una casa. Un divano di velluto blu e tre personaggi, anzi, tre persone che potremmo essere ognuno di noi. Tradimenti, verità taciute, amore ti amo, amore sei una dea, amore ti ho tradito ma solo perché eravamo già in crisi, amore quella per me non significa niente, amore se tu mi tradissi io ti ammazzerei, amore assolderei un sicario con i tuoi soldi. Dramma familiare rappresentato in maniera sarcastica e geniale. Scrittura di Tony Laudadio e la regia di Monica Nappo: incrocio di talenti. Esilaranti gli attori che ci accompagnano, naufraghi, alla deriva di una storia, con il sorriso sulle labbra e le lacrime agli occhi (dal ridere!).  Applausi.        

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Teatro

L’Antigone di Sofocle, il dramma in scena al Bellini

Dal 7 al 12 gennaio le tavole del Teatro Bellini si macchiano di morte e sangue, contaminate da colpe antiche e moderne: in scena l’Antigone di Sofocle (traduzione e adattamento di Laura Sicignano  e Alessandra Vannucci). Tebe.  Antigone, figlia di Edipo, ha ancora negli occhi la morte dei fratelli Eteocle e Polinice: li ha visti uccidersi reciprocamente, l’uno all’assalto, l’altro a difesa della città. Ha nelle orecchie il bando di suo zio Creonte, nuovo sovrano di Tebe, che vuole insepolto, pena la morte, il corpo di Polinice, traditore della città, ma prima ancora fratello di Antigone.  La legge non mi separerà dal mio sangue. Antigone, che ha nel sangue le leggi degli dei, i vincoli dell’amore, lei che ha nel sangue il sangue di Polinice, non accetta quel bando, non può accettarlo. Nessuno può impedire di seppellire un corpo, nemmeno se di un traditore. Nessuno può impedire a una sorella di seppellire suo fratello.  Non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte ed incrollabili degli dei. Infatti, queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono.  Antigone, figlia di Edipo. Creonte, zio di Antigone. Uno scontro insanabile: donna lei, uomo lui. Giovane lei, vecchio lui. Individuo e società, famiglia e stato: forze dominate da leggi proprie che parlano lingue diverse, incapaci di comunicare. Antigone è un’eroina classica eppure estremamente moderna: donna, giovane, che si ribella in nome di leggi non scritte, le sole che per lei contano. Che si ribella al decreto di un uomo prima, ad una società patriarcale poi.  Antigone è un mito fertile: non smette di parlare al presente e di generare riflessioni sulla società di ogni epoca. Un mito che affonda le radici duemila anni fa, eppure non c’è parola pronunciata dagli eroi di Sofocle che non faccia sentire la suo eco in ogni tempo e in ogni dove.  Antigone, che porta nel suo nome, nel suo destino, colpe ataviche, non teme la punizione, la prigionia, la morte. Antigone ribelle, eroica, martire. Una spirale che risucchierà Emone, figlio di Creonte, amante di Antigone; Euridice, moglie di Creonte, madre di Emone. Morte chiama morte. Male genera male.  Ma cos’è il Male? E perché? È il caso, uno scherzo divino, o la punizione per la ὕβϱις (ubris, nda) dei protagonisti, oppure è il destino di tutti?  Potente l’accompagnamento musicale suonato dal vivo da Edmondo Romano. Meravigliosa la scenografia di Guido Fiorato, che rappresenta un contesto postbellico, distrutto, carbonizzato, che nel finale crolla, va in frantumi come l’animo di chi sopravvive. Come l’animo di Creonte, sopraffatto dal nichilismo, dal vuoto, dalla sconfitta delle sue stesse scelte, dall’utilizzo eccessivo della ragione che, come lui stesso dice, genera nient’altro che morte.  ANTIGONE  di Sofocle con Sebastiano Lo Monaco, Lucia Cammalleri, Egle Doria, Luca Iacono, Silvio Laviano, Simone Luglio, Franco Mirabella, Barbara Morselli, Pietro Pace.   Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/311/antigone

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Teatro

Pater di Adriana Follieri debutta al Teatro Nuovo

Papàààààà…non risponde. Prova tu… Nell’ottobre 2018, spiega Adriana Follieri, in occasione di Intrecci/Festival del Welfare e dell’Intrecciatura promosso da Less a Napoli, ho ricevuto l’invito a realizzare un laboratorio teatrale integrato rivolto agli abitanti della città, napoletani e giovani migranti richiedenti asilo. Questa compagine si è rivelata particolarmente felice e dal singolare potenziale artistico, tanto da suggerirmi di approfondire il lavoro anche a festival concluso. Nasce così la compagnia di Pater, ascoltando questo desiderio di profondità e cura, lasciando spazio al non prevedibile e accogliendone il dubbio.  È stato il palcoscenico del Teatro Nuovo a ospitare, giovedì 19 dicembre, il debutto di Pater, un lavoro sul movimento poetico e vitale che nasce e prende forza dalla piccola storia di una comunità. È un lavoro sull’essere umano e sulla natura, anche urbana, che accoglie e che respinge.  Pater muove intorno alla questione del libero arbitrio, interrogandosi sulle conseguenze e le possibilità di ciascuno di fronte alle proprie scelte, la cui drammaturgia originale s’ispira al saggio Attesa di Dio di Simone Weil, in particolare allo scritto A proposito del Pater. «Padre nostro che sei nei cieli» Egli è nostro Padre; non c’è nulla in noi di reale che non proceda da lui. Noi gli apparteniamo. Egli ci ama, perché se stesso e noi siamo cosa sua. Ma è il Padre che è nei cieli. Non altrove. Se noi crediamo di avere un padre quaggiù non è lui, ma un falso dio. Non possiamo fare un solo passo verso di lui: non si cammina verticalmente. Possiamo dirigere verso di lui soltanto il nostro sguardo. Non dobbiamo cercarlo, dobbiamo soltanto mutare la direzione dello sguardo. Tocca a lui cercarci. Dobbiamo essere felici di sapere che egli è infinitamente fuori dalla nostra portata. Abbiamo così la certezza che il male in noi, anche se sommerge tutto il nostro essere, non contamina in alcun modo la purezza, la felicità, la perfezione di Dio. Pater di Adriana Follieri, trampolino di lancio, gioco di evoluzione e immersione  La lettura condivisa delle parole di Simone Weil, ha dato il via alla ricerca di una originale traduzione scenica, fino a giungere a una drammaturgia scarna, essenziale. Un lavoro collettivo fatto di gesti, parole, lamenti, e soprattutto musica e colori. Notevole l’accompagnamento musicale di Pasquale Termini (violoncello) e Francesca Diletta Iavarone (flauto traverso). In un tempo dove è l’individualismo a vincere tutte le sfide, conclude la Follieri, abbiamo tentato di concederci lo spazio e il tempo della cooperazione.  [Fonte immagine: http://terredicampania.it/eventi/pater-teatro-nuovo-napoli/16/12/2019/]        

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Eventi/Mostre/Convegni

Letizia Battaglia ai Magazzini fotografici

Total black, carrè rosa e macchina fotografica al collo. Eccola, ai Magazzini Fotografici, Letizia Battaglia. Ottantaquattro anni e una fama mondiale. Per il New York Times è una delle 11 donne che hanno segnato il nostro tempo. In un’atmosfera confidenziale, sigaretta alla mano, Letizia racconta e si racconta. Lei che ha fatto della fotgrafia uno strumento di impegno civile, mettendo il suo talento e la sua passione al servizio di valide cause, dalla questione femminile ai diritti dei carcerati.  Racconta il suo rapporto con Napoli, dove ha vissuto a cavallo della seconda guerra mondiale.  La sua personale, ospitata dai Magazzini Fotografici, inaugurata ieri 13 dicembre, e visitabile fino all’8 marzo, è il racconto delle contraddizioni e delle ferite di Palermo, città complessa da lei profondamente amata. Nei suoi scatti da cronista, che immortalano i delitti di mafia che l’hanno resa simbolo della battaglia contro la criminalità organizzata e l’omertà che ne aumenta il potere, campeggiano, la morte, il dolore. Dolore che lei stessa dice di combattere contrapponendogli la bellezza. E’ da questo intento che nasce la scomposizione e ricomposizione delle sue foto, così un cadavere è affiancato da un nudo femminile cinto di fiori. Spende parole molto dure contro la mafia, quella mafia che per trent’anni ha fotografato. Per trent’anni ha fotografato la Sicilia, con immagini in bianco e nero crude e dolorose. I suoi reportage per il quotidiano L’Ora di Palermo. Celebrano la morte, anche se è arrivata da mano mafiosa, ma mai la mafia.  Letizia Battaglia ha personalmente scelto dal suo archivio di stampe vintage una selezione di immagini che rappresentano uno spaccato della sua ricerca fotografica. La mostra porta a Napoli ritratti di una Palermo difficile con lo sguardo intimo, profondo ed emozionato. Lo sguardo di una donna, da sempre attenta alle problematiche della condizione femminile. Lo sguardo delle donne e delle bambine da lei ritratte.  Racconta e si racconta. La sua forza legato all’impegno, il suo desiderio di bellezza che la fa essere combattiva, la sua voglia di dare quanto ha ricevuto, di darsi. Non si definisce una battagliera, il suo impegno lo percepisce come dovere.  Nel 2017 inaugura a Palermo, all’interno dei cantieri Culturali della Zisa, il Centro Internazionale di Fotografia da lei diretto, metà museo, metà scuola di fotografia e galleria. E nel 2019 inaugura a Venezia, presso la Casa dei Tre Orci, una grande mostra monografica retrospettiva di tutta la sua carriera.  Per questa nuova occasione sarà ospite dello spazio espositivo Magazzini Fotografici, situato nel centro storico di Napoli, nell’antico Palazzo Caracciolo D’Avellino del Decumano superiore. 

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Teatro

Eroica Fenice intervista Daniela Ioia

Capelli e occhi neri. Classe ’84 e quella veracità che solo il DNA di un napoletano conosce. Tra il viavai del centro e il profumo di una nota pasticceria di Napoli, Eroica Fenice intervista la bellissima Daniela Ioia. Daniela, tu hai iniziato con il teatro, vero? Si, il teatro è il mio primo amore. Ho iniziato a 15 anni interpretando Pupella in Miseria e nobiltà, tutti passano per Miseria e nobiltà. In compagnia c’erano Umberto Bellissimo, Corrado Taranto, Gina Perna, Fabio Brescia. Ho iniziato un po’ per caso, mi sono formata da autodidatta, ma, ti dirò, il non avere un’impostazione accademica, a volte, può essere un vantaggio… In questo momento sei in giro, nei teatri, con Mamma mà. Come nasce la tua collaborazione con Massimo Andrei?  Mamma mà nasce tre anni fa: avevo voglia di mettermi alla prova in qualcosa, da sola. A Roma conobbi Massimo Andrei che dopo qualche mese mi propose una bozza dello spettacolo. Affidai a Gennaro Silvestro la regia e ho debuttato al Teatro Testaccio, poi, ironia della sorte, è arrivata la notizia della maternità. Ti identifichi in qualcuna di queste donne che interpreti? O comunque, quale di queste senti più vicina a te?  Mi divertono tutte e tre allo stesso modo. La seconda è quella più verace, abbiamo riferimenti quotidiani a quel personaggio. Anche la terza donna mi diverte tanto, ha una tecnica differente. Anche se non sembra, è uno spettacolo molto tecnico. Richiede grande padronanza del linguaggio, ognuna ha sfumature e atteggiamenti diversi. Faccio tutto io anche dal punto di vista produttivo, dal contatto con i teatri al tecnico delle luci. In che modo l’essere madre ha cambiato il tuo lavoro? La presenza di un figlio ti stravolge, ti stravolge già dal giorno in cui scopri che diventerai madre. Poi il tuo corpo cambia, ti vedi diversa. Quando arriva ritorni ad essere quella che eri, senza però più esserlo. Ho voluto ricominciare subito a lavorare: dopo poco più di un mese dall’arrivo di Jacopo ero a Venezia, al Festival del Cinema. Ho voluto farlo perché ero ferma da troppo, non sentivo più il contatto con me stessa. Avevo bisogno di ritrovarmi, riconoscermi.  E, inevitabilmente, ci ritroviamo a parlare di Jacopo, un bimbo fortunato, fortunatissimo, che ritrovandosi due genitori che hanno fatto della recitazione la loro vita, già respira l’aria dei teatri, anzi, già ha debuttato con Nartea, associazione culturale napoletana che fa visite drammatizzate della città. Un destino già scritto? Chi lo sa… Ti vedi più in un ruolo comico o drammatico? Non saprei rispondere. Recitare mi piace nella sua totalità. Ovviamente il comico diverte e ti diverte di più; in più la reazione del pubblico, la risata, è immediata, a differenza del drammatico che arriva più lentamente. Sono entrambi complicati, forse il comico un po’ di più, richiede qualcosa di innato che non puoi acquisire con lo studio. Devi essere un po’ macchietta e io sono una macchietta nata.  E come darle torto! La simpatia e il carisma di Daniela Ioia sono decisamente un valore aggiunto alla […]

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Teatro

Lisistrata in scena al Trianon Viviani

Lisistrata, donna ateniese, convoca numerose donne di Atene e altre città: bisogna discutere di un importante problema. A causa della guerra del Peloponneso, infatti, gli uomini delle poleis greche sono perennemente impegnati nell’esercito e non hanno più tempo per stare con le loro famiglie.  Lisistrata propone allora alle altre donne di fare uno sciopero del sesso: finché gli uomini non firmeranno la pace, esse rifiuteranno di avere rapporti sessuali con loro. Dopo un momento di sbigottimento e di rifiuto, le donne si dicono favorevoli al piano e fanno un giuramento.  Lisistrata di Aristofane, autore greco di V secolo, è la commedia che più di ogni altra sottolinea la forza motrice del sesso, ritenuto già dai Greci tanto potente da poter condurre alla soluzione di una guerra. E sarà proprio con il sacrificio di questo piacere che la donna e le sue concittadine proveranno a convincere gli uomini alla pace duratura.  Si tratta di un’opera di una modernità impressionante: Aristofane pone le donne sullo stesso piano degli uomini, inneggiando all’isonomia. È un riscatto di genere, o meglio, una vera e propria guerra tra generi, animata dall’intenzione più nobile: ristabilire la quiete e la tranquillità. L’aspetto più interessante di questa commedia è la sua concretezza, la sua vicinanza alla realtà insita dell’arma che Lysistrata utilizza per vincere la sua battaglia: la libido.  Lisistrata è una donna intelligente, passionali e determinata a ottenere ciò che desidera, ma più che altro è una figura energica: la sua forza è la combinazione di pazienza e strategia, abilità che le donne quotidianamente sperimentano.  Cosa accadrebbe se Lisistrata non fosse nata ad Atene, ma nel sud dell’Italia? Con il sottotitolo a rivolta d”e mugliere, Franco Cutolo ha riscritto in napoletano la celebre commedia, ambientandola nella metà dell’Ottocento in un immaginario paese della Campania. Questo classico della comicità è stato portato in scena da molti autori – spiega Cutolo, che firma anche la regia dello spettacolo – ho considerato più versioni, in particolare quella di Gaetano Di Maio, per arrivare a un testo più attualizzato, pur se il linguaggio, in cui sovrabbondano proverbi, sembra talvolta rimandare alla lingua di Cortese e Basile. Nella scrittura di questa storia travolgente, piena di sorprese e comicità, ho tenuto sempre ben presente l’interprete che ho scelto, Maria Del Monte, una delle ultime testimoni della nostra grande tradizione attoriale.  Con Del Monte è in scena Gino Curcione. Gli altri interpreti sono Annamaria Colasanto, Claudia Buongiovanni, Pietro Juliano, Lucia Palmentieri, Carla Buonerba, Lello Russo e Rosaria Io. Le musiche sono eseguite dal vivo da Mimmo Maglionico, Enzo Vorraro, Nicola Norma, Patrizio Catalano, Alessandro Dell’Aquila e Joey Napolitano. Lisistrata, liberamente tratta dall’omonima commedia di Aristofane, in scena al Teatro Trianon Viviani dal 28 novembre all’8 dicembre. 

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Teatro

Look like, in scena al Piccolo Bellini

Amiamo la perfezione, perché non la possiamo avere; la rifiuteremmo se ce l’avessimo. Il perfetto è il disumano, perché l’umano è imperfetto. Fernando Pessoa Look like, in scena il 19 e 20 novembre al Piccolo Bellini di Napoli. Un lavoro nato all’interno del percorso triennale Bellini Teatro Factory, frutto della sinergia tra Francesco Ferrara, allievo drammaturgo e Salvatore Cutrì, allievo attore e regista, ai quali si aggiungono gli attori Chiara Celotto, Rosita Chiodero, Manuel Severino, Simone Mazzella, Salvatore Cutrì.  In una società perversa in cui conta più l’apparire rispetto all’essere o meglio, in cui l’essere coincide con l’apparire; in una società fatta di icone e modelli, un mondo preconfezionato in cui esistono regole e format che ci inquadrano in un target o in un altro, estremamente attuale e pungente risulta la pièce Look Like.  Un lavoro che porta in scena la fragile identità degli adolescenti che cercano loro stessi divincolandosi nella giungla dei messaggi che sottolineano la spasmodica importanza dell’apparire. Chiara è un’adolescente che vuole essere bella. Ma non bella come tutte le altre ragazze, vuole essere perfetta, di quella perfezione che conduce al successo. Look like, ossessiva e spasmodica ricerca della perfezione Chiara vuole essere perfetta, dimenticandosi che la perfezione, per fortuna, non esiste. Dimenticandosi che è dalle crepe che entra la luce, come diceva Cohen. È dall’imperfezione che nascono cose imprevedibili e fantastiche. È l’imperfezione che ci rende unici.  La protagonista di Look Like attraversa il mondo sentendosi perennemente osservata, scansionata e, dunque, rappresentata, dagli occhi di chi incontra. Per questo decide di sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica. Ma dopo? Cosa resta di Chiara e dei suoi diciotto anni?  Così dice Salvatore Cutrì: «Ho deciso di stremare i corpi, di sfinirli, sfiancarli, sottoponendoli a movimenti sempre uguali, ripetitivi, monotoni e meccanici, per renderli ancor di più oggetti di una catena di montaggio dell’apparire, prodotti di una fabbrica dell’immagine in cui si confeziona merce sempre più vicina al gusto comune. Soffocati, come avvolti da un telo di nylon, messi sotto vuoto, implodiamo ogni giorno, coloriamo, insicuri, incerti, dubbiosi su ciò che siamo e su ciò che appare di noi al mondo, un mondo confessato tutto nello sguardo dell’altro, degli altri. LOOK. Guardare. LIKE. Piacere. Imperativi del nostro tempo. L’unica scelta che ci rimane è decidere se affrontarli con gioia o con dolore. Nient’altro.»  Look Like è il terzo dei quattro spettacoli, TAKE FOUR (Le Supplici, Certe vite, Look like, Il tempo orizzontale), proposti, dal 12 al 24 novembre, dalla Bellini Teatro Factory, rivisitazione in chiave contemporanea dell’Accademia di recitazione del Teatro Bellini, che dal 1988 ha formato artisti che oggi calcano le scene dei più importanti teatri del Paese. Interessante ed estremamente attuale la tematica proposta, interessante il potenziale dei giovani attori.

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Teatro

Medea di Portamedina, la Galleria Toledo si tinge di rosso

Tratta dall’omonimo romanzo di Francesco Mastriani, la Medea di Portamedina, in scena alla Galleria Toledo dal 15 al 24 novembre, regia di Laura Angiulli. Una scena quasi vuota e suppellettili di casa pendenti. Pendenti, come la verità, l’amore, le promesse, la vita. A rompere il silenzio Coletta Esposito (Alessandra D’Elia): una donna del popolo, capace di grandi sentimenti.  Coletta è infiammata dall’amore. Lei, figlia ra maronna, trascorre la sua infanzia fra le mura dell’Annunziata. Lei, figlia di nessuno, nutre nell’animo una straziante fame d’amore. E sarà tra le braccia, sulla bocca, negli occhi di Cipriano Barca (Pietro Pignatelli) che scoppia la sua passione  quasi tirannica. Amplessi su amplessi. Voglie su voglie. Ossessioni su ossessioni. Violenza su violenza. Coletta è dilaniata dalla gelosia. Dalla relazione clandestina con Cipriano (Coletta è di fatto sposata), nasce una bambina. L’attrazione di lui si affievolisce, l’amore di lei si infittisce. Ma lui di quel vicolo cieco e di quel matrimonio promesso non ne vuole sapere. Coletta, avvelenata dall’ossessione del possesso, dimentica persino di essere madre. Lei, che una madre non l’ha mai avuta, rivive le mura dell’Annunziata, il morbo dell’abbandono. Domande su domande. Attese su attese. Speranze su speranze. Manìe su manìe.  Coletta è accecata dall’odio. Il matrimonio non si compie, Cipriano ha deciso di sposare la giovane Teresina. Straziata, furente, spietata Coletta, non farlo! Ma la donna di via Portamedina, eroina tragica, Medea, ha deciso. E nel giorno del matrimonio di Cipriano e Teresina la chiesa si tinge di rosso.  Note di regia: Come in Euripide, la narrazione di Mastriani usa straordinaria acutezza a penetrare il labirinto delle emozioni e delle angosce della protagonista e delle forze oscure da quel velenoso groviglio generate e alimentate, ma quel conflitto fra razionale e irrazionale che è tra i tratti distintivi della Medea euripidea e che costituiscono la dorsale del pathos drammatico dell’evento, non trovano luogo. In Coletta nessun tentennamento interviene nella spinta verso un definitivo rituale di sangue, che è anzi inequivocabilmente cercato e compiuto in tutta lucidità. Nemmeno un tremore, un accenno di pietà, un estremo fremito d’emozione. Alla coscienza di Coletta, figlia negata e bambina malamente allevata, mancano le coordinate per una humanitas di classica memoria. 

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Teatro

L’attore napoletano Sergio Del Prete si racconta

Novembre, in un pomeriggio uggioso e una Napoli che non sa reagire alla pioggia, Eroica Fenice incontra Sergio Del Prete, giovane attore napoletano. Pantaloni grigi, maglietta bianca e una semplicità disarmante. Facile entrare in sintonia con lui, complice un caffè, come la tradizione napoletana impone. Fare l’attore è una scelta professionale o una scelta di vita? Sicuramente una scelta di vita, la scelta di un tipo di vita. Inizi, paradossalmente, in nome di un sano egoismo, facendo cose che ti danno una certa soddisfazione emotiva, ma fare l’attore è, deve essere, un lavoro di altruismo, di generosità verso quel pubblico spesso sottovalutato. Sposare questo tipo di vita inevitabilmente ti condiziona nelle scelte umane, nei rapporti personali. Il non avere programmi rende complicato affrontare l’ordinarietà.  Quando hai capito che “dovevi” fare questo? L’ho capito quando ho provato a fare altro ma la mente correva sempre al teatro. Ho iniziato, per caso, in un laboratorio teatrale a scuola. Poi nel periodo dell’Università, dove mi iscrissi forse erroneamente, più provavo a immaginarmi in altri contesti, più il mio bisogno di vita emotivo, sentimentale, mi trascinava sul palcoscenico, su quelle tavole dove ho trovato la mia forma quando non avevo ancora un’idea ben chiara di chi, cosa fossi. È lì che ho trovato me stesso, il mio posto nel mondo. Una malattia da cui, per fortuna, non sono più guarito.  E nel sorriso dei suoi occhi mentre descrive cosa prova quando si apre il sipario, che forse, come lui dice, nun se po’ capì, si legge un amore viscerale, prepotente, quasi contagioso.  Qual è il primo ruolo che hai interpretato? Quanto sei cambiato da allora? Ho iniziato vestendo i panni di Gennarino, un personaggio di De Filippo, avevo sedici anni. Fino a un attimo prima che si aprisse il sipario, non ero assolutamente consapevole di cosa stessi per fare, la prima battuta mi ha risucchiato in un vortice emotivo. A sedici anni la carica emotiva era molto forte, recitare significava per me uscire allo scoperto. Intanto sono cresciuto, cambiato, sono diventato consapevole: l’attore non deve emozionarsi, deve emozionare. Non nego che la scarica elettrica c’è sempre, ma l’emozione ha un’altra direzione: è di chi ti sta di fronte, non tua. Tra i ruoli che hai interpretato, c’è un personaggio che ti è rimasto sulla pelle? Che in qualche modo ti ha segnato?  Sicuramente il personaggio di uno spettacolo al quale sono particolarmente legato, di cui ho curato anche la regia insieme a Roberto Solofria: Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori. Un travestito che affronta un percorso quasi onirico tra personaggi che vivono nel sottosuolo. Mi ha segnato, perché ha determinato la mia personale visione del teatro, che deve essere, a mio avviso, essenziale. L’essenzialità appartiene al mio modo di vivere, di essere. Questo spettacolo ha cambiato, o meglio, ha valorizzato alcune parti di me, la mia sensibilità, cosa inevitabile quando ti trovi a scandagliare personaggi di questo tipo, messi a nudo nel loro essere persone più che personaggi. Simboli in cui ognuno può trovare qualcosa di sé, che rendono […]

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Teatro

Mamma mà, il TRAM si veste di comicità

Mamma mà, in scena al TRAM dall’8 al 10 novembre  Chi te vo bene chiù d’a mamme, te n’ganne. È risaputo che, al sud, la mamma è una colonna portante, una creatura quasi mitologica. La potenza del vincolo materno è tale da diventare modo di dire: mammamà, espressione che il napoletano utilizza per indicare stupore, noia, meraviglia. Insomma, nella città partenopea ogni occasione è buona per invocare mammà. E proprio questo ruolo, croce e delizia di una donna, è al centro del monologo di Massimo Andrei, Mamma mà (regia Gennaro Silvestro). A dare voce alle battute di Andrei una meravigliosa Daniela Ioia, la cui veracità napoletana straborda prepotente, nelle movenze, nelle parole, negli sguardi. In una parola, esilarante. La vediamo ora in camice e ciabatte armata di detersivi e straccio, ora in abiti più sobri, ora in tutina attillata e tacchi vertiginosi, divise d’ordinanza di tre donne molto diverse tra loro con un comune denominatore: la maternità. C’è chi la attende con ansia, consultando medici e invocando santi. C’è chi i figli ce li ha già e con quella eccessiva premura in cui le mamme del sud sono maestre, cerca di metterli in guardia sugli errori e sulla presunta ignorantità del mondo: il fidanzato può essere pure marrò, che mica è colpa sua, l’importante è che porta i soldi a casa e che non tiene cento mogli. E poi c’è chi, abbandonata dal marito, combatte il tempo che avanza con aderenza e scollature e colma i suoi vuoti ingombrando la vita dei figli. Ansie, sfoghi, ammiccamenti, il tutto in una stanza con uno scrittoio sulla destra e una sedia di fronte: lo studio di uno psicologo. Tre napoletane. Tre donne. Tre madri. E la proiezione mentale di una donna con in mano un test di gravidanza: aspetto un bambino? Sì? Che madre sarò? Mamma, mà! Un campionario di donne napoletane, napoletanissime che Daniela Ioia interpreta con tale naturalezza, che quasi ci abbagliano i neon bianchi degli ospedali, che quasi vediamo il basso in cui qualcuno annega i suoi problemi in un secchio pieno d’acqua con una mazza in mano. Che quasi ci troviamo nella palestra in cui qualcuno ammicca cercando nello sguardo degli uomini la sicurezza di cui il marito l’ha privata.  Mamma, mà, un monologo pungente, che ironizza sui luoghi comuni in maniera mai banale. E se è vero che, De Filippo docet, far ridere è molto più difficile che far piangere, non resta che dire Chapeau a Daniela Ioia e Massimo Andrei. Andatelo a vedere! Come? Sono finite le repliche al TRAM? E cercatelo altrove, tanto che tenite ‘a fà? Mamma, mà!  Fonte immagine: www.ilmonito.it

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Teatro

Il tempo è veleno in scena al Teatro Nuovo

Il tempo è veleno | Recensione teatrale Dopo il Napoli Teatro Festival, presentata da Teatri Uniti e Fondazione Campania dei Festival, torna al Teatro Nuovo di Napoli, Il tempo è veleno, di Tony Laudadio, regia di Francesco Saponaro, in scena dal 6 novembre fino a domenica 10. Cosa accadrebbe se ci trovassimo nella stessa stanza con il nostro passato e il nostro futuro? Se d’un tratto la linea del tempo si piegasse su se stessa? E proprio ciò che accade in una Napoli degli anni ’70, in un interno che affaccia sul golfo e sul Vesuvio. Scenografia scarna, una tenda, un tavolo e bianche cornici di porte attraversate da Paco, Bianca e le loro due figlie. Protagonisti di una vicenda familiare che innesca una riflessione sul tempo che, forse, non conosce perdono, che sedimenta e torna, in un modo o nell’altro, a chiedere il conto. Sessant’anni di vita in un’ora e mezza. Sessant’anni di vita in un salone, teatro di perbenismo, menzogne, affetti, tradimenti, illusioni, disillusioni, abbandoni, dolori, ma che affaccia sul rassicurante golfo, con vista su mare. Vincente la sovrapposizione di diversi momenti temporali, la presenza nella stessa stanza di personaggi, del loro prima, del loro dopo. Camminano vicini, si incrociano, si parlano pur non sentendosi, si guardano pur non vedendosi, come fantasmi. Inevitabile non trovare in questo gioco di doppi, di specchi, di rimandi, una metafora della città di Napoli, che vive da sempre popolata dai suoi fantasmi, che in ogni sua strada, palazzo, sampietrino rivela le facce di tante epoche che l’hanno attraversata e che continueranno a farlo.  Il tempo è veleno, commedia dolce e amara  Di solito il tempo lenisce il dolore, si legge sulle note di regia, qui, invece, il tempo alimenta l’angoscia di cui si servono i ricordi, i sensi di colpa e le paure. Improvvisi turbamenti costringono i personaggi di questa commedia a ripensamenti e incertezze, a gesti di stupidità quotidiana che dietro l’illusione trasgressiva del gioco nascondono un’essenza di morte. E non c’è scampo, non c’è antidoto, non c’è redenzione, perché il tempo precipita lentamente nelle nostre vite come una goccia di inesorabile veleno. Il tempo è veleno  di e con Tony Laudadio, Teresa Saponangelo, Eva Cambiale, Andrea Renzi, Angela Fontana, Lucienne Perreca regia Francesco Saponaro Fonte immagine: https://www.facebook.com/concerteria.it/photos/gm.549464415787107/3088639761152295/?type=3&theater

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