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Eroica Fenice

Teatro

Sconosciuto. In attesa di rinascita di e con Sergio Del Prete

Sconosciuto. In attesa di rinascita, scritto, diretto e interpretato da Sergio Del Prete, ha debuttato il 30 giugno al Campania Teatro Festival, Sezione Osservatorio. Un uomo in abito scuro taglia il buio con una risata isterica, amara. Inizia a correre in ogni direzione, senza direzione. Il suo movimento è arrestato dal perimetro di neon in cui, a fatica, entra. Un rifugio, un utero materno, o più probabilmente una gabbia le cui sbarre, invisibili, sono proiezioni mentali di un passato che nega il presente, di radici familiari bloccanti come catene, di una periferia che ruba persino i sogni, di tentativi abortiti di una vita che poteva essere ma non è stata, di una vita che poteva non essere, e invece è stata. Sergio Del Prete, non si risparmia in un solo centimetro dello spazio scenico. Fratello, e tuttavia figlio unico, in compagnia della sua solitudine spia il mondo, ai margini del mondo, ai margini della sua stessa vita.  Sessanta minuti per raccontare agli altri, o forse a se stesso, una vita non-vita. Un testo duro, come l’odio verso un padre che esempio non è mai stato. Lirico, come l’amore verso una madre racchiuso nel verde di due occhi. Tagliente, come la denuncia di una terra bugiarda e di una periferia asfissiante, metafora di quella chiusura mentale che siede nei bassi di quartieri degradati come sul velluto dei divani di salotti borghesi. Intimo, come l’amplesso con Marta, una puttana che non si ferma al piacere a pagamento, ma che gli insegna l’amore, la vita, in un mondo che non sa più comunicare. Inquisitorio, come le incessanti domande rivolte a un fratello mai nato, forse alibi necessario con cui assolversi dalla propria incapacità di stare al mondo. Chi è che è veramente morto? Io o tu? Chi è veramente vivo? Io o tu? È proprio la casuale scoperta dell’aborto subìto dalla madre prima della sua nascita a condizionare la sua vita, quel dono che diventa per lui una croce da portare, peso insostenibile per le spalle di un solo uomo che cerca spasmodicamente amore nella conferma di una madre, che cerca il suo posto nel mondo, quel posto che poteva essere di un altro e che di fatto suo non lo è mai stato. Aborto sì tu, ma aborto so’ pure io. Un uomo che pian piano si spoglia davanti a uno specchio interiore in cui non riesce più a guardarsi, accecato da una verità che non fa più luce: ricordi su ricordi, rabbia su rabbia, solitudine su solitudine. Un flusso di coscienza incalzante, destabilizzante, scandito dalla potenza narrativa delle musiche di Francesco Santagata. Uno spettacolo essenziale, vero che non rassicura ma scuote, non forgia risposte ma insinua dubbi. Uno spettacolo necessario, se è vero, citando Neiwiller, che ci vuole un altro sguardo per dare senso a ciò che barbaramente muore ogni giorno omologandosi. Sconosciuto. In attesa di rinascita è un viaggio interiore, edipico, nella periferia dell’anima, in una terra senza eroi, in un mare in cui è difficile tuffarsi, ma necessario e […]

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Teatro

Federico Buffa incanta il bosco di Capodimonte

Recensione di Due pugni guantati di nero con Federico Buffa, sezione SportOpera del Campania Teatro Festival  Ogni pietra è un nero che si batteva per i diritti ed è stato linciato.  Esistono storie bellissime ed esistono persone che sono nate per raccontare storie: dal loro incontro si spalancano mondi, ed è proprio ciò che è accaduto lunedì, 28 giugno, nella verdeggiante cornice di Capodimonte, sovrastata da un cielo stellato. Un meraviglioso Federico Buffa ha dato voce, corpo, anima alla storia di due icone sportive del Novecento, Tommie Smith e John Carlos, immortalati in un gesto che ha fatto storia: pugni alzati, guanti neri, piedi scalzi, testa bassa e una collanina di pietre al collo.  Corre l’anno ’67 quando il sociologo Harry Edwards fonda l’OPHR, Olympic program for human rights. L’idea di base è boicottare i giochi olimpici di Città del Messico: Smith e Carlos sposano l’idea curando meticolosamente un gesto simbolico in caso di vittoria. Il 16 ottobre 1968, nello stadio Olimpico di Città del Messico, i due velocisti afroamericani arrivano primo e terzo nella finale dei 200 metri piani. Dal podio, rivolti verso la bandiera statunitense che campeggia sugli spalti, con il capo chino alzano un pugno chiuso, indossando dei guanti neri. La loro foto diventerà una delle più famose del Novecento, simbolo di un decennio di proteste. Nel loro pugno chiuso, guantato di nero, la battaglia per i diritti civili, e in particolare per quelli degli afroamericani, che nel 1968 aveva raggiunto il suo apice. Alla loro protesta si unisce anche il secondo classificato, l’australiano Peter Norman, che sul podio indossa la spilla dell’Olympic Project for Human Rights. Sullo stadio scende il silenzio. Un gesto che decreterà il destino dei due velocisti più forti del tempo, cacciati dal villaggio olimpico: uno finirà a lavare auto, scaricatore di porto diventerà l’altro.  Colpisce ancora una volta nel segno Federico Buffa che, accompagnato dal pianoforte di Alessandro Nidi, con il suo solito carisma, emoziona e si emoziona, regalando alla platea del Campania Teatro Festival settanta minuti di sport, di storia, di vita. Un narratore straordinario, capace di fare vera cultura, cioè di stabilire collegamenti, creare connessioni, aprire digressioni. Ed ecco che noi spettatori, con il solo potere di una voce, la sua voce, ci ritroviamo alla fine degli anni ’60, seduti sugli spalti dello stadio Olimpico di Città del Messico e quei pugni alzati quasi riusciamo a vederli, e quella paura quasi riusciamo a sentirla.  La paura dei tre su quel podio: non erano due neri e un bianco che chiedevano rispetto e giustizia, erano tre esseri umani.  Due pugni guantati di nero con Federico Buffa e Alessandro Nidi – pianoforte  sezione SportOpera  a cura di Claudio Di Palma e Vesuvioteatro    

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Libri

L’orchidea marina: il romanzo di Francesca Colella

Recensione del romanzo L’orchidea marina di Francesca Colella Un omaggio alla mia terra e alla mia isola, Ischia, che fa da sfondo alla storia, con i suoi scenari unici e stupefacenti, che non mancano mai di suscitare emozioni, accendendo cuore e immaginazione.  Queste le parole che si leggono nelle note dell’autrice Francesca Colella, docente ischitana, che nell’agosto 2020 ha pubblicato L’orchidea marina. Le isole sono mondi speciali i cui abitanti, sono spesso costretti a immaginare soltanto cosa ci sia oltre l’orizzonte, oltre l’abbraccio del mare che li circonda. La profondità delle acque si insinua anche nei loro animi, abissi incontaminati in cui è bello immergersi e da cui emergono fatti, storie, in cui è bello perdersi.  È questo che si percepisce fin dalle prime pagine del libro L’orchidea marina, che già dal titolo trasuda delicatezza. In quasi trecento pagine si dipana una storia d’amore d’altri tempi: Carmela, giovane isolana, ha appena quattordici anni quando scopre le avvisaglie dell’amore. Sentimenti ancestrali si intrecciano con la bellissima natura ischitana, con il rullante logorio di stagioni nuove e sempre uguali.  I campi, ora che li abitava Giorgio erano colmi di bellezza; la potatura delle viti, ritmata dal ticchettio delle cesoie, i movimenti delle abili mani delle donne che dai tralci ricavavano il pinnicillo, l’ondeggiare delle spighe di orzo e di grano, queste scene sembravano evocare insieme la forza e la grazia dell’amato e dunque di irresistibile fascino.  Liberamente ispirata a un fatto di cronaca accaduto a Ischia negli anni ’20 del Novecento, la vicenda di Carmela e Giorgio trascina il lettore indietro nel tempo, in un mondo contadino del quale, grazie alla potenza descrittiva dell’autrice, se ne vedono i colori, se ne sentono i profumi e le voci. Un mondo atavico, soffocato da pregiudizi e convinzioni secolari, sapientemente ricostruito attraverso ricerche, testimonianze, documenti.  Sempre presente sullo sfondo, l’isola è colta nelle sue trasformazioni, nel ciclo incessante delle stagioni e delle attività semplici che scandiscono la vita dei suoi abitanti. La primavera era alle porte e già si respirava una brezza tiepida che pian pano sembrava raddolcire odi, rancori, risentimenti, malinconie, delusioni, la speranza tornava a fare capolino nei cuori semplici di gente secolarmente avvezza a vivere ai ritmi della natura, assecondandone il ciclo eterno di morte e rinascita.  Un’isola che è un porto sicuro, ma anche un porto da abbandonare in cerca di fortuna. L’autrice declina l’amore in tutte le sue sfaccettature: impossibile per il lettore non provare empaticamente la gioia, la tristezza, la speranza, la delusione di Carmela e dei personaggi tutti.  Coinvolgente la scrittura di Francesca Colella, sconvolgente il finale che mette in luce la potenza di un sentimento così complesso, cangiante, potenzialmente letale… Lettura assolutamente consigliata!     

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Teatro

Quartett, la Galleria Toledo riparte con Heiner Müller

Recensione di Quartett di Heiner Müller, in scena alla Galleria Toledo di Napoli Napoli, 11 maggio, zona gialla. Un colore che significa apertura, ritorno alla socialità, alle passeggiate, ai pranzi fuori al sole, alle cene con gli amici. Un colore che significa apertura, ritorno nei musei, e soprattutto ritorno nei teatri.  E finalmente si rialza anche il sipario della Galleria Toledo di Napoli, spazio culturale di avanguardia e ricerca diretto da Laura Angiulli, che affida la ripartenza al meraviglioso testo del drammaturgo tedesco Henier Müller, Quartett, con la regia di Alessandro Marmorini (11 e 12 maggio). Questo il primo dei tre spettacoli in cartellone, previsti nella stagione sospesa. Dal 18 al 20 sarà in scena In casa con Claude, thriller psicologico diretto da Giuseppe Bucci; il 23 maggio La conoscenza della non conoscenza.05, performance di danza contemporanea con Adriana Borriello.  La mia pelle, indifferente a quale animale lo strumento del suo piacere sia attaccato, mano o artiglio. Quando chiudo gli occhi, siete bello, Valmont. O gobbo, se lo desidero. Il privilegio dei ciechi. Vedono quello che vogliono. L’amore delle pietre. Due personaggi sulla scena, alle loro spalle due teche e un flusso di parole, fitti monologhi in stile mülleriano che trascinano lo spettatore in una spirale di riflessioni e di rimandi continui all’amore, al tempo, alla vecchiaia, alla morte.  Due personaggi sulla scena, il visconte Valmont (Roberto Negri) e la marchesa Merteuil (Cristina Golotta), due ex amanti che tra realtà e finzione ordiscono intrighi sessuali, si scambiano di ruolo perdendo e ritrovando di continuo la loro identità, e infine vestono i panni delle loro vittime: una giovane vergine appena uscita dal collegio e una donna virtuosa e tuttavia debole alle tentazioni. In una situazione claustrofobica, asfissiante, il dialogo diventa l’unica salvezza e la grande prigionia dei due amanti, che rivivono e si rinfacciano le loro colpe, entrambi vittime, entrambi carnefici.  L’amore è il dominio dei domestici. Mi considerate capace di un impulso così volgare. La felicità suprema è la felicità degli animali. Di tanto in tanto mi è piaciuto usarvi a tale scopo. Tratto dal romanzo Le relazioni pericolose di Pierre Choderlos de Laclos, Quartett porta sulla scena un cruento gioco, un duello in cui Valmont e Merteuil, perduti e annoiati, ingannano il tempo a colpi di perverse fantasie cercando continuamente di sopraffarsi. Un verboso fiume sulla cui sponda resta l’ineluttabilità del destino e l’amara consapevolezza che forse tutta la razza umana potrebbe essere solo il cancro del mondo. Una ripartenza intensa, interessante che si è conclusa con parole traboccanti di emozione degli attori e gli occhi lucidi degli spettatori distanziati e mascherati. Tutti uniti dalla gioia di essere lì e dalla speranza, stavolta, di restarci. Fonte immagine in evidenza: Facebook

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Attualità

L’origine del 1 maggio, festa dei lavoratori

1 maggio, festa dei lavoratori: origine e storia di questa data. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (Articolo 1 della Costituzione Italiana) Il poeta greco Esiodo racconta che nella mitica età dell’oro, tempo di prosperità e abbondanza, gli uomini vivevano senza leggi, senza odio e guerre e la terra produceva frutti spontaneamente. Con l’avvento di Zeus, e con la fine di questa aurea aetas, sull’umanità si abbattè una dura necessità: il lavoro. Una punizione, ma anche un dono, un mezzo attraverso cui vivere secondo giustizia.  Oggi, 1 maggio, si celebra la festa dei lavoratori, ma saranno tante le attività lavorative che non si fermeranno, perché, mai come quest’anno lavorare in questa giornata, dopo tanti mesi di chiusure, sarà un piacere per le tante categorie messe in ginocchio dal Covid.  La festa dei lavoratori nasce il 20 luglio 1899 a Parigi, su idea del congresso della seconda Internazionale. Data simbolica in ricordo di una manifestazione svoltasi a Chicago nel 1866. “8 ore per dormire, 8 ore di svago, 8 ore di lavoro“: nel 1867, nell’Illinois, si festeggia la conquista delle otto ore lavorative. Gradualmente, dallo stato dell’Illinois, si estese a tutto il territorio statunitense. Vent’anni dopo, a Chicago, in occasione del diciannovesimo anniversario di tale conquista, fu organizzato uno sciopero generale per ottenere l’estensione della legge, e in particolare la protesta della fabbrica di mietitrici McCormick fu repressa col sangue. 1 maggio 1886. Simbolo delle lotte operaie, di lavoratori in cerca di  diritti e condizioni di lavoro migliori, a partire dal 1947 la Festa del lavoro e dei lavoratori divenne ufficialmente festa nazionale italiana. Sono tanti altri i paesi che celebrano questo giorno, ma proprio gli Stati Uniti, luogo in cui tutto ebbe inizio, stranamente festeggiano i lavoratori il primo settembre e non in questa data.  Da sempre lavorare ricopre grande importanza per la realizzazione dell’uomo e tale consapevolezza si è solidificata particolarmente quest’anno in cui molte categorie di lavoratori sono state private di tale diritto piombando spesso nella disperazione emotiva, oltre che economica, perché lavorare non significa soltanto guadagnarsi il pane. Lavorare significa esprimere se stessi, mettersi alla prova, conquistare la propria autonomia, sentirsi utili e parte di un tutto. Nel ricordare il valore di questa giornata, ci auguriamo che il prossimo 1 maggio sarà realmente una festa per tutti e di ritrovarci, magari, a cantare insieme al mitico concerto in Piazza San Giovanni.     Fonte immagine in evidenza: Wikipedia.                  

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Napoli e Dintorni

La Tomba di Agrippina torna ad accogliere i visitatori

La Tomba di Agrippina, da sempre meta dei viaggiatori del Grand Tour In un primo momento pensò al veleno, ma dopo l’avvelenamento di Britannico la sua morte non sarebbe apparsa accidentale […] Gli offrì un’idea ingegnosa il liberto Aniceto, capo della flotta di stanza al capo Miseno e precettore di Nerone fanciullo, odioso ad Agrippina, che era da lui ricambiata di pari odio. Costui informò il principe che si poteva costruire una nave, una parte della quale, in alto mare, si sarebbe aperta per un apposito congegno ed avrebbe fatto affogare Agrippina, colta di sorpresa. Nulla più del mare offriva possibilità di disgrazie accidentali e se Agrippina fosse stata portata via da un naufragio, chi sarebbe mai stato tanto iniquo da attribuire ad un delitto ciò che i venti e le onde avevano compiuto? […] Nerone, sulla spiaggia mosse incontro a lei che veniva dalla sua villa di Anzio ed avendola presa per mano l’abbracciò e la condusse a Bauli. Questo è il nome di una villa che è lambita dal mare, nell’arco del lido tra il promontorio Miseno e l’insenatura di Baia. […] In attesa della notizia che il delitto era stato consumato, apprese, invece, che Agrippina si era salvata con una lieve ferita. […] I sicari circondarono il letto e primo il triarca la colpì con un bastone sul capo. Al centurione che brandiva il pugnale per ferirla, protendendo il grembo gridò: <<Colpisci al ventre>> e cadde trafitta da molte ferite.  Con queste parole Tacito, storico di età imperiale, negli Annales (14, 2-10), racconta le dinamiche con cui si consumò l’uccisione della persona a Nerone più vicina: sua madre Agrippina.  Da un’erronea lettura e interpretazioni delle fonti, il luogo di sepoltura di cui parla lo scrittore è stato identificato con un teatro-ninfeo che affaccia sul mare di Bacoli. Si tratta, in realtà, della parte di una villa di epoca romana quasi completamente distrutta e costretta, dalla mancanza di fondi, ad uno stato di abbandono da più di vent’anni. Qualunque sia la reale locazione della Tomba di Agrippina, grazie al finanziamento di un privato, Antonio Del Prete, imprenditore di Frattamaggiore, sarà finalmente riaperta al pubblico.  Una notizia bellissima data dal sindaco Josi Gerardo della Ragione che parla di un atto di mecenatismo, frutto della sinergia tra il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, il Comune di Bacoli ed il gruppo Mecdab, dei fratelli Rocco, Antonio, Carmela e Benito Del Prete. Presto, quindi, i resti presenti nella Marina Grande di Bacoli, saranno sottoposti a un lavoro di riqualifica e illumineranno anche di notte il piccolo borgo, accrescendo il fascino che da sempre caratterizza l’area flegrea tutta, in cui labile è il confine tra storia e mito. Un’iniziativa che lascia ben sperare in un, seppure lento, recupero dei tanti echi di antichità di cui porta traccia ogni pietra della cittadina flegrea. Un’iniziativa che si spera sia solo, appunto, un inizio. Se ne sente davvero il bisogno.  Fonte foto: Napoli-turistica.com  

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Attualità

Artisti 7607, uniti in lotta per un equo compenso

Contro lo sfruttamento delle piattafome streaming, il grido di denuncia della Cooperativa Artisti 7607 «Gli stati membri provvedono a che gli autori e gli artisti (interpreti ed esecutori), se concedono in licenza o trasferiscono i loro diritti esclusivi per lo sfruttamento delle loro opere o altri materiali, abbiano il diritto di ricevere una remunerazione adeguata e proporzionata. Gli stati membri provvedano a che gli autori e gli artisti (interpreti o esecutori) ricevano, almeno una volta all’anno e tenendo conto delle specificità di ciascun settore, informazioni aggiornate, pertinenti e complete sullo sfruttamento delle loro opere ed esecuzioni da parte di coloro ai quali hanno concesso in licenza o trasferito i diritti oppure da parte degli aventi causa, in particolare per quanto riguarda le modalità di sfruttamento, tutti i proventi generati e la remunerazione dovuta.» Questo è quanto si legge negli articoli 18 e 19 della Direttiva UE 2019/790 sui diritti d’autore e sui diritti connessi nel mercato unico digitale. Parole che dovrebbero garantire remunerazione adeguata, proporzionata e obbligo di trasparenza. Dovrebbero.  A tutela delle infrazioni perpetrate ai danni di interpreti ed esecutori, la Cooperativa italiana degli Artisti, ARTISTI 7607, che dal 2013 svolge attività di amministrazione e intermediazione dei diritti connessi ai diritti d’autore spettanti agli artisti interpreti ed esecutori, fa sentire la propria voce, denunciando lo sfruttamento delle piattaforme streaming che, nonostante la loro crescita esponenziale, omettendo i dati completi degli utilizzi, concedono compensi irrisori, non corrispondendo i diritti connessi degli artisti. Per diritti connessi al diritto d’autore si intende il

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Eventi/Mostre/Convegni

Wine and The City si reinventa, diventa testata giornalistica

Il vino come espressione culturale: è questo il credo della rassegna Wine and The City che, da dodici anni, mette in moto la città di Napoli, organizzando degustazioni itineranti, cooking show, incontri con vignaioli, reading letterari, cene in luoghi ricercati. Insomma, un evento che gli amanti del vino, ma soprattutto dell’arte, dei salotti culturali e sensibili alla ricercatezza, hanno fisso in agenda nel mese di maggio.  Da gennaio 2021, in seguito ad un anno che ha messo e che continua a mettere un po’ tutti a dura prova, Wine and The City ha deciso di rimettersi in gioco, investire tempo, risorse ed energie in un nuovo progetto: il suo magazine online. Una vera e propria testata giornalistica con una mission precisa: raccontare il mondo del vino e del food da altre angolazioni, dando voce a storie e personaggi, iniziative, tendenze e territori. Eroica Fenice intervista Donatella Bernabò Silorata, giornalista, fondatrice di Wine and The City ed oggi direttore della testata.  Andiamo indietro nel tempo: quando e come nasce Wine and The City?  Wine&TheCity nasce nel 2008 un po’ per gioco e un po’ per caso, un’idea semplice, un’intuizione: portare il vino fuori dal salone VitignoItalia che si svolgeva a Castel dell’Ovo. All’epoca ero socia e capo ufficio stampa di VitignoItalia e, pensando al fuori salone del Mobile di Milano che ho sempre frequentato per passione, pensai: ma se facessi un fuori salone del vino? Detto fatto. Coinvolsi boutique e negozi di amici a Chiaia e nacque l’edizione zero di Wine&TheCity: per la prima volta calici e sommelier entrarono nelle vetrine dei negozi, tra tacchi a spillo, gioielli e design. Quell’anno era appena uscito nelle sale cinematografiche il film di Sex and the City, l’ispirazione fu questa per il nome. Aggiungerei anche che nessuno immaginava che a quell’edizione zero ne sarebbero succedute altre, Napoli tra l’altro viveva la drammatica emergenza della spazzatura e una gogna mediatica nazionale senza precedenti. Chi avrebbe scommesso sulla città? Neanche i miei soci di allora di VitignoItalia credevano nella mia stravagante idea di portare bottiglie, calici e sommelier tra le strade e i negozi di Chiaia. Nel gergo del markerting mi hanno poi detto che sono stata una first mover, la prima in Italia ad inventarsi un fuori salone enogastronomico. Dopo di noi a Napoli sono nati il Fuori di Taste a Firenze, il Fuori Fiera di Verona poi chiamato sfacciatamente Vinitaly&TheCity e tanti altri cloni. E naturalmente a Firenze e a Verona si sono mosse le istituzioni locali e fondi pubblici per costruire e promuovere questi progetti. Wine&TheCity ancora oggi, come nel 2008, è un’impresa indipendente che si autofinanzia con il proprio lavoro e con il supporto di mecenati e sponsor privati.  Com’è cambiato/cresciuto nel tempo?  Alla decima edizione, nel 2017, c’è stata la sterzata decisiva, il decennale meritava una edizione speciale. Ma già nel 2016 avevamo scelto come nostro claim “Coltiviamo ebbrezza creativa” perché ormai avevamo invaso la città con iniziative ed eventi anche on the road: sulle scale, nelle piazze, lungo la costa di Posillipo, nel sottosuolo entrando nelle […]

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Teatro

Teatro Patologico e Odissea: un viaggio nel viaggio

Alla scoperta del Teatro Patologico, fondato nel 1992 da Dario D’Ambrosi Gli uomini non nascono tutti uguali. Una profonda diversità li caratterizza fin dalla nascita, purtroppo o per fortuna. Per fortuna, la diversità è ricchezza. Purtroppo, è più spesso intesa come mancanza.  Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana: così recita l’art. 3 della nostra Costituzione. In teoria belle parole, nei fatti solo parole.  Correva l’anno 1978 quando la legge Basaglia imponeva la chiusura dei manicomi e il recupero della dignità dei malati in essi reclusi. L’obiettivo era ridare valore alla singola persona, porla al centro di un processo maieutico capace di tirar fuori da ognuno il meglio, spesso annichilito dai farmaci e, ancor più spesso, dal pregiudizio della diagnosi. Prima della legge 180, venivano internate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale. Tra i soggetti deviati non solo i malati di mente, ma anche le prostitute, i delinquenti, i sovversivi e gli omosessuali. Soggetti considerati pericolosi, da legare, sedare, emarginare. Rivoluzionario dunque l’approccio di Basaglia che vedeva, non nella reclusione, ma nella relazione con il mondo esterno possibilità di cura, possibilità di ritrovare il filo perduto dell’esistenza.  Tanta strada è stata fatta in cinquant’anni, ma, sebbene si parli sempre più di inclusione, del valore della diversità, tanta ancora resta da farne. La disabilità fisica e mentale, ancora oggi, è un ostacolo spesso invalicabile, ma capita, a volte, che alle mancanze delle istituzioni si sostituisca quanto di più prezioso oggi ci resta: la solidarietà umana.  E proprio nella solidarietà umana, nella filantropia, affonda le sue radici una realtà incredibile nata, a Roma, grazie a Dario D’Ambrosi: il Teatro Patologico. E, in effetti, quale luogo migliore delle tavole di un palcoscenico, per uscire dall’isolamento e annullare la distanza tra sé e l’altro? Il teatro diventa allora viaggio, terapia, senso del vivere. Venerdì 2 aprile, la Rai ha acceso i riflettori sull’encomiabile lavoro che nelle mura del Teatro Patologico getta, ostinato, un ponte tra la disabilità e l’avventurosa ricerca di quella normalità negata. Con grande delicatezza, Domenico Iannacone racconta la storia di una rappresentazione teatrale: l’Odissea. Un metaviaggio: il doloroso nostos di Odisseo verso la sua Itaca come specchio della quotidiana sfida della malattia mentale, i versi omerici fanno eco alle vite di chi li ha messi in scena. E allora, con quella magia di cui il Teatro è maestro, la finzione si fonde con la realtà, facendo crollare il castello di carta, quel sottilissimo confine tra sanità e follia.  Impossibile non emozionarsi entrando nel mondo di Paolo, Fabio, Claudia, Marina, Andrea, che hanno trovato nel teatro uno scopo, che è sempre importante avere, che è vitale quando si ha una fragilità mentale, e non solo. Il Teatro Patologico ha assunto per loro le fattezze di Itaca, il porto sicuro in cui tornare e riconoscersi. Un film-documentario (visibile su […]

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Napoli e Dintorni

Pio Monte della Misericordia, sulle rovine di Casamicciola

Pio Monte della Misericordia di Casamicciola: ventiquattromila metri quadrati di degrado La fortuna più grande dell’insegnare è che, proprio mentre lo fai, impari tante cose. Gli studenti, con i loro dubbi, le loro domande, le loro riflessioni, spesso ti aprono mondi, ti fanno affacciare su verità che prima non possedevi. E proprio loro, da allievi, diventano grandi maestri. La fortuna più grande dell’insegnare a Ischia è scoprire ogni giorno, attraverso i racconti di chi ci vive, dettagli su un’isola incredibile, ricca e multiforme, generosa verso le esigenze di chiunque. Mare e monti per gli sportivi, tradizioni a non finire per i curiosi, tracce di storia per i più dotti, angoli intimi per i più romantici. Insomma, un’isola amata e amabile. Dopo anni di esplorazioni con gli stessi occhi affamati di bellezza, che Ischia non lascia mai delusi, lo sguardo è caduto sul grosso edificio, forse tra i più grandi dell’isola, che campeggia al centro di Casamicciola: il Pio Monte della Misericordia.  Non tanto la bellezza, quanto lo stato di rovina sono stati stavolta fonte di attenzione, motivo di indagine. Ridotto ad uno stato di abbandono da circa quarant’anni, vittima di innumerevoli tentativi di speculazione, il Pio Monte della Misericordia è al centro di una polemica, civile, economica, sociale che, più rovinosa del terremoto, dal 1973 ha spento l’aura che lo rendeva motivo di lustro per il comune di Casamicciola.  Ma che cos’è il Pio Monte della Misericordia?  Fondato a Napoli nel 1602, in piena controriforma, da sette nobili per esercitare le sette opere della Misericordia corporali, tra cui curare gli infermi, fu poi replicato, nel 1604 nell’isola di Ischia, a Casamicciola: un ospedale in cui le cure avvenivano attraverso la miracolosa acqua termale, decantata dal medico Julio Jasolino nel suo libro De remedii naturali che sono nell’isola di Pithecusa. Dopo due secoli dalla costruzione, questa struttura inseriva Casamicciola tra le più importanti stazioni di cura d’Europa.  28 luglio 1883: le cronache locali raccontano di un disastroso terremoto. Un terremoto così disastroso da incidere nel nome di Casamicciola il ricordo di quei tredici secondi che devastarono l’isola. Inciso a tal punto da cristallizzarsi in un modo di dire: “É successo Casamicciola“. Non bastò la sua imponenza a salvare il Pio Monte della Misericordia, che, dodici anni dopo il terribile sisma, fu ricostruito giù verso la Marina, segnando, con i suoi ampi giardini e depositi di acqua miracolosa, la prima rinascita di Casamicciola. Se, come una fenice, è rinato dalle ceneri di una calamità, il Pio Monte della Misericordia non si è più risollevato dalla crisi finanziaria dell’Ente Morale, che ne ha decretato la chiusura dal 1973.    Nel 2019 sulla straordinaria architettura è apparsa una scritta: Misuro il tempo. Ispirata alle Confessioni di Sant’Agostino, l’installazione ambientale ideata da Bianco-Valente, ha tentato di estendere il concetto del passato che esiste attraverso la nostra memoria all’edificio del Pio Monte della Misericordia, omaggiando lo spirito di un luogo che, nonostante lo stato di forzato abbandono, non conosce la scalfitura del tempo.  Sembra, tuttavia, che […]

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Teatro

Pompeii Theatrum Mundi: quest’anno s’ha da fare

Presentazione della Conferenza Stampa del Pompeii Theatrum Mundi Mai come questa volta tornare a teatro segna un possibile ritorno alla vita. Mai come adesso il teatro è il luogo cui è delegata la possibilità di raccontare le mutazioni di cui non siamo ancora consapevoli, e Pompei è lì, a testimoniare, emblematicamente, in ogni sua singola pietra, l’istinto cruciale, il prima e il dopo della nostra storia di uomini.  Venerdì 26 marzo, in modalità online, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del Pompeii Theatrum Mundi, rassegna che, dal 2017, riempie la cavea del Teatro Grande di Pompei.  Presenti il Direttore del Teatro Stabile di Napoli Roberto Andò, il Direttore Generale dei Musei Massimo Osanna, il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, il Direttore del Campania Teatro Festival Ruggero Cappuccio, il Direttore Generale per le Politiche Culturali e il Turismo Regione Campania Rosanna Romano. Presenti anche gli artisti che prenderanno parte alla rassegna.  Una grande festa i cui fili conduttori, prima ancora che la presentazione degli spettacoli in cartellone, sono stati l’emozione dei partecipanti, l’entusiasmo, la consapevolezza dell’impossibilità, la speranza. Una grande festa resa possibile dalla sinergia delle Istituzioni della Regione Campania che hanno voluto fortemente questo ritorno, finanziando e investendo nella cultura.  A fare da apripista per la riapertura dei teatri in autunno, cinque spettacoli. Il programma di quest’anno non si ferma al classico antico, come ha affermato Roberto Andò: «Quest’anno tentiamo l’esperimento di ospitare testi non legati alla classicità antica, credendo nel valore prezioso degli autori viventi. I cinque titoli hanno un fil rouge, quello che unisce l’idea di catastrofe con quella di resurrezione, mai tanto attuale». Un programma quindi che, dal 24 giugno al 25 luglio, porterà in scena il nuovo, cinque prime teatrali, con titoli inediti, adattamenti e riscritture di grande interesse.  «Vogliamo affrontare con “l’ottimismo della volontà” – dichiara il Presidente Filippo Patroni Griffi – la sfida della quarta edizione di Pompeii Theatrum Mundi, confidando che da giugno vi sia l’inizio di una nuova stagione per il nostro Paese che possa coincidere con la ripresa di tutte le attività in presenza.» Aprirà la rassegna lo spettacolo Resurrexit Cassandra, testo di Ruggero Cappuccio, regia  e scenografia di Jan Fabre. Seguiranno Il purgatorio. La notte lava la mente di Mario Luzi, con la regia di Federico Tiezzi;  Pupo di Zucchero di Emma Dante e, ancora, Quinta stagione di Franco Marcoaldi. Infine, grande chiusura con Le cerisaie/Il giardino dei ciliegi di Anton Checov, con la regia di Tiago Rodrigues.  Grandi registi e grandi interpreti per cinque prime nazionali: noi siamo pronti!  Fonte foto: Napoli Magazine

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Cinema e Serie tv

L’ultimo paradiso, su Netflix dal 5 febbraio

Recensione de L’ultimo paradiso di Rocco Ricciardulli La bellezza sa essere, a volte, un’arma a doppio taglio. Una luce che oscura la bravura. Non è il caso di Riccardo Scamarcio, celebre attore italiano, che ha dimostrato di avere, oltre a bellezza e fascino, grande bravura. Dopo aver vestito i panni di Vincenzo, nel film Il ladro di giorni di Guido Lombardi, approda su Netflix, come produttore, co-sceneggiatore e attore protagonista de L’ultimo paradiso di Rocco Ricciardulli (su piattaforma dal 5 febbraio). In pochi giorni si è piazzato tra i titoli più visti, fotografando scorci di un Sud soffocato dall’oppressione del caporalato, ma animato dalla ribellione dei braccianti. Ciccio Paradiso (interpretato da Riccardo Scamarcio) è un contadino intrappolato in un sistema che ha origini in un passato senza tempo, ma è soprattutto un sognatore, uno sciupafemmine innamorato delle donne e della vita, che cerca, a caro prezzo, di spogliarsi della sua condizione di lavoratore oppresso e marito infelice.  Siamo negli anni Cinquanta in Puglia, in un profondo Sud, baciato e bruciato dal sole, dove i padroni fanno il buono e il cattivo tempo. Compare Schettino (Antonio Gerardi) non è solo il padrone di Ciccio, ma è anche il padre di Bianca (Gaia Bermani Amaral), giovanissima donna di cui lui è innamorato: amore, sogni e diritti per cui combattere sono i fili narrativi di una vicenda che rimanda, inevitabilmente, a realtà ancora presente. Come afferma lo stesso Scamarcio: «La storia di questo film, pur essendo ambientata negli anni Cinquanta, non è così distante dalla nostra realtà. Lo sfruttamento esiste ancora oggi, solo che a pagarne le conseguenze sono gli extracomunitari che ricevono un salario pari a due euro all’ora.» Forse troppi gli spunti narrativi, forse per questo tutti poco sviluppati e spesso tendenti al cliché. Lasciati in superficie personaggi, vicende, aspetti che andrebbero approfonditi, o comunque meglio definiti, come Antonio (interpretato dallo stesso Scamarcio), fratello di Ciccio che, dopo sviluppi inattesi della sua storia, lascia il Nord, risucchiato dalla sua terra, dal suo passato e dalla necessità di rivalsa verso il suo stesso sangue. In una realtà ancestrale che non ammette cambiamento, in cui la vendetta resta l’unico modo di farsi giustizia, la sola via concessa è il vagheggiamento nel sogno, reso nel film da un finale dal sapore visionario.  Fonte foto: Netflix  

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Teatro

27 marzo, Giornata Mondiale del Teatro

Oggi, 27 marzo 2021, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro Teatro s. m. [dal lat. theatrum, e questo dal gr. ϑέατρον, der. del tema di ϑεάομαι «guardare, essere spettatore»; la parola greca indicava, oltre che l’edificio per le rappresentazioni drammatiche, anche quello per assemblee e per pronunciare orazioni]. Alla lettera T, dell’enciclopedia Treccani, c’è il lemma teatro, parola che risale al VI secolo a. C., parola che sembra essere assente nei vocabolari della nostra classe dirigente, da un anno a questa parte.  Eppure ad Atene la classe politica pagava i cittadini per andare a teatro: il teatro era così importante che lo Stato, pur di permettere a tutti di parteciparvi, istituì un fondo statale, il theorikòn. Sì, in altre parole un sussidio. Anche oggi lo Stato ha istituito un sussidio, ma per tenerlo chiuso il Teatro. Quella nobile arte, considerata un tempo imprescindibile strumento di educazione, veicolo di idee politiche, religiose e sociali, oggi è costretta ad elemosinare ristori, a reinventarsi in pallide copie di sé attraverso lo streaming. Il motivo? Considerata “bene non essenziale”. Che fare Teatro fosse cosa non semplice nel nostro bel paese, più che in altri, era risaputo. Meno risaputo era che fare Teatro sarebbe diventata cosa impossibile, nel nostro bel paese, più che in altri, in barba a ogni tentativo di sopravvivenza con le dovute restrizioni imposte da uno sconosciuto virus. Perché la domenica nei centri commerciali sì, in platea distanziati e con mascherina no. Perché in fila per ricevere il corpo di Cristo sì, disposti a scacchiera per nutrirsi di cultura no. Perché ammassati in metro sì, in pochi nei palchetti no. Oggi, 27 marzo, mentre Medea, Antigone, Edipo, Amleto si girano i pollici in attesa di tornare a emozionare ancora, a scuotere animi intorpiditi, a riempire quegli occhi oggi ciechi dinanzi alla cultura, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro. Istituita a Vienna nel 1961, ha un sapore particolarmente amaro oggi questa ricorrenza, che cerca di dare lustro a quello che Eduardo De Filippo definiva il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita. E mai come in questo momento in cui le nostre esistenze sembrano sospese, in cui si è smesso di vivere per continuare a vivere, l’uomo ha bisogno dell’uomo, di guardarsi quando si alza il sipario, e di porsi domande e cercare risposte quando questo si cala. Mai come in questo momento, l’uomo ha bisogno del Teatro.   Fonte immagine: Pixabay.

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Eventi/Mostre/Convegni

Campania Teatro Festival, si riaccende la speranza

Presentazione della conferenza stampa del Campania Teatro Festival  Napoli è una schiava che cerca un padrone sul quale regnare. Napoli è una città che da sempre cerca scientificamente di ritardare l’appuntamento con la propria realizzazione. Una città isterica, che non vuole guarire le sue ferite, ma contemplarle e goderne, godere di quel sangue che quando è solido lo si vuole liquido e quando è liquido lo si vuole solido. Un desiderio continuamente rinviato. Napoli è una città che si offre senza mai concedersi, che trova la sua spinta creativa nel suo essere perennemente inappagata. E l’arte è l’unica cura che ammette, l’unica cura che non teme. Sono queste le bellissime parole con cui Ruggero Cappuccio, direttore artistico del Napoli Teatro Festival, ha presentato, il 16 febbraio, la quattordicesima edizione del Festival che da quest’anno, cambierà nome: Campania Teatro Festival, in omaggio a tutti i micro-territori campani di grandissimo interesse creativo, che da quattro anni sono coinvolti. Un omaggio a un territorio interrelato, le cui parti dialogano architettonicamente, artisticamente e culturalmente tra di loro. Come i viaggiatori del Grand Tour non consideravano il loro viaggio esaurito con la vista di Napoli, ma volevano vedere anche Padula, Caserta, Capri, Procida, Ischia, anche il Festival allarga i propri orizzonti, diventando agorà del fervore artistico e mettendo in relazione le forze creative dell’intera regione.  Parole pregne di passione rivolte alla città, che ogni volta risorge con forza e innocenza. Parole pregne di stima rivolte al coraggio degli artisti, scenografi, costumisti, tecnici che metteranno in scena lavori dal destino ignoto, essendo ignoto il destino stesso del teatro. Parole pregne di rabbia rivolte a un paese storicamente insensibile al teatro, alle arti, alla letteratura. Un paese in cui i teatri sono chiusi non solo per difetto amministrativo, ma per l’incompetenza di una classe dirigente affezionata alla propria ignoranza.  Con orgoglio e fierezza, la Campania risponde al buio in cui annaspa da un anno, e forse più, la cultura del nostro bel paese, accendendo una fiammella di speranza. Una fiammella alimentata dall’amore e dalla convinzione di chi ancora ci crede, di chi al lamento preferisce l’agire. Una fiammella alimentata da 1500 lavoratori dello spettacolo che, con la loro encomiabile partecipazione, danno volto, sangue e carne alla bellezza dei sogni, alla convinzione delle scelte di vita (perché vivere di spettacolo significa sposare non semplicemente un lavoro, ma un modus vivendi), che resistono a tutto, a diritti ignorati, sostegni negati, sipari abbassati. Ed è proprio da loro che parte il Campania Teatro Festival, dalla forza della loro resilienza, dalla loro libertà e, soprattutto, dalla loro capacità di aprirsi e rinnovarsi continuamente.  Oggi, 19 marzo, al teatro Mercadante, sarà l’orchestra giovanile Luigi Cherubini, guidata dal maestro Riccardo Muti a dare il via al Campania Teatro Festival.  Una rassegna che, dal 12 giugno all’11 luglio, fonderà arte, letteratura, musica, danza e cinema. Nutrimento per l’anima che fa già brillare gli occhi a quanti da tanto, troppo tempo, ne sono a digiuno.  Centocinquantanove spettacoli. Dieci sezioni. Ventiquattro luoghi. Settanta debutti assoluti e […]

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Culturalmente

La Thomas Dane Gallery ospita Alexandre Da Cunha

Napoli, Quartiere Chiaia. In Via Francesco Crispi, al civico 69, si nasconde in un piano di Villa Ruffo, elegante palazzo ottocentesco, una preziosa galleria d’arte: la Thomas Dane Gallery. Completamente ristrutturata dal gallerista inglese Thomas Dane e inaugurata nel 2018, con i suoi ampi interni bianchi e le sue preziose vetrate che affacciano sul verde da una parte e sulle sinuosità del Vesuvio dall’altra, la Thomas Dane Gallery offre un perfetto spazio espositivo, adatto ad ospitare ogni forma di arte contemporanea: dalla pittura alla scultura, dalla fotografia all’arte cinematografica.  Innamorato di Napoli e della bellezza delle sue imperfezioni, del suo patrimonio storico e culturale, seducente agli occhi di chiunque, Dane vede nel suo nuovo spazio un ponte verso l’Europa, un crocevia di nomi internazionali del sistema artistico contemporaneo.  Attualmente in mostra, con una sua personale, l’artista di fama mondiale Alexandre Da Cunha, originario di Rio de Janeiro. Curata in dialogo con Jenni Lomax, ex direttrice del Camden Arts Centre di Londra, la mostra Arena pone l’accento sul rapporto spaziale degli oggetti nella progressione delle stanze della galleria. Gli oggetti sono costantemente rielaborati dallo sguardo dell’artista che supera la staticità dei materiali, ne modifica le forme, senza sminuirne il significato, creando una lettura più comprensiva del readymade, che anima la realtà degli oggetti vissuta e delle comunità o degli individui che li hanno utilizzati.   Tra le opere in mostra, Kentucky (2020), teste di mocio di cotone tinto per lavare a terra, sono trasformate dalla fantasia dell’artista in un tessuto unico sospeso in diagonale dal soffitto. O ancora Marble (2020), un anello di gomma gonfiabile drappeggiato con un tessuto che si raccoglie sul pavimento in un posizionamento del materiale sottile e intuitivo, sfidando la percezione di quello che potrebbe essere duro o morbido al tatto.   Alexandre Da Cunha sfida il valore implicito degli oggetti. Nella sua attenta disposizione di materiali e oggetti – che siano domestici, utili o usa e getta – rivaluta le gerarchie dell’attenzione e della percezione analizzando con cura il gioco di sagoma, forma, colore.  In un momento buio come questo, in cui la cultura soffre e la necessità della bellezza si impone prepotente, forte è la speranza di poter tornare presto a camminare nel mezzo di una mostra, guardare un’opera e restarci fermi davanti a immaginare, persi tra dettagli e significati nascosti.    Orario della galleria:  Da martedì al venerdì dalle 11.00 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 19.00, sabato dalle 12.00 alle 19.00 Oppure su appuntamento Per maggiori info:  +39 081 1892 0545 [email protected] (Photo credit Amedeo Benestante)

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Culturalmente

Francesco Arena | otto angoli, in mostra allo Studio Trisorio

Qual è la parte di una stanza che più passa inosservata? Gli angoli. Sono proprio gli angoli le coordinate in cui si muove il viaggio artistico di Francesco Arena, la cui ultima personale è stata inaugurata il 19 febbraio 2021 presso lo Studio Trisorio (in via Riviera di Chiaia), fiore all’occhiello delle gallerie d’arte napoletane.  Otto angoli, otto opere diverse. Ad occupare l’angolo più occidentale dello spazio Extreme Occident (2013), un libro di Marc Chadourne, trovato casualmente dall’artista, che, cercandone poi una copia, ha trovato Extreme Orient (2017), posizionato nell’angolo più orientale dello spazio. Alle pagine cartacee degli estremi, si aggiungono tanti altri materiali: bronzo, alluminio, rame. Tutti rimandano ai concetti di spazio e tempo, tutti rimandano a profondi significati politici, storici, letterari e sociali. Le vicende collettive si intrecciano a quelle individuali dell’artista e sono tradotte in unità di misura che determinano le dimensioni e il senso delle sue opere.  Il peso di un blocco di bronzo lucidato a specchio crea un ossimoro con la delicatezza di un fiore, spinto dal blocco ad assecondare la geometria del muro. Peso e leggerezza, pieno (del blocco) e vuoto (dell’angolo) sono gli opposti che animano l’opera Fiore curva (2020). “Si scalda solo per quello che non sa”, “Quello che sa lo lascia freddo”, “Se sa di qualcosa, ma non può appurare che cosa sia, è allettato a saperlo”. Alluminio lucidato a specchio e scritte sono gli elementi essenziali del Trittico del sapere (2020) che impone all’attenzione tra frasi prese in prestito dal romanzo I calabroni di Peter Handke. Elle capovolta (2020), alta tre metri una L capovolta, in rame, recita una frase di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam: Nous nous en souviendrons de cette planéte/Ce ne ricorderemo di questo pianeta, scelta da Leonardo Sciascia come epitaffio per la sua tomba. Gli angoli, che sono anche la base dell’architettura, sono necessari allo sviluppo delle opere. Un tubo Innocenti, lungo sei metri, piegato ad angolo retto e quindi aderente al muro, che il genio di Arena fa contenere un nastro, estensione fisica, concreta di una canzone dei Nirvana. Nome dell’opera Endless, Nameless (2020). Ancora una volta lo Studio Trisorio, che ha da poco aperto in via Carlo Poerio 110 un secondo spazio espositivo destinato ad opere storiche e nuove degli artisti della galleria, propone un artista notevole che, con il suo sincretismo artistico tra memoria e presente e giocando con materiali di ogni genere, veicola messaggi allegorici e profondi.   Francesco Arena | otto angoli, in mostra fino al 10 aprile 2021. Non perdetelo! Foto di Francesco Squeglia

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Attualità

9 febbraio, giornata mondiale della lingua greca

9 febbraio 2020: giornata mondiale della Lingua greca e della Cultura Ellenica  Corfù, 9 febbraio 1857. La Grecia dà l’estremo saluto a Dionysios Solomòs, poeta di Zante, autore dei celebri versi dell’Inno alla libertà, inno nazionale della Grecia e di Cipro dal 1865 (in greco moderno Ύμνος εις την Ελευθερίαν). Composto nel 1823, nei primi anni della rivoluzione greca, consacra Solomòs poeta nazionale greco. Ti riconosco dal taglio / Terribile della tua spada / Ti riconosco dal tuo volto / Che con foga definisce la terra / Risollevata dalle ossa / Sacre dei Greci / E valorosa come prima / Ave, o ave, libertà. Grecia, 2014. La Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche d’Italia propone al governo greco di istituire una Giornata mondiale della lingua greca. Quale data proporre se non il 9 febbraio? Così, dal 2016, ogni anno, il 9 febbraio si festeggia la giornata mondiale di quel meraviglioso universo che si racchiude nella lingua e nella cultura greca.  L’invito a partecipare alla celebrazione di questa giornata è aperto a tutti, particolarmente accolto dalle scuole, dagli studenti dei licei classici che, tra le pagine del Rocci e una versione di Tucidide, considerano il greco croce e delizia. Tante le iniziative per festeggiare una lingua, una cultura che è alla base di tutto ciò che è bello e non soltanto in nome di quell’amore per la classicità di cui possono essere impregnati gli appassionati di Greco e Latino.  C’è chi ha definito il greco una lingua geniale. Andrea Marcolongo, scrittrice per La Stampa, D – la Repubblica e Il Messaggero, nella prefazione del suo libro d’esordio, La lingua geniale – 9 ragioni per amare il greco, scrive: “Ciascuno di voi, nel corso della sua vita, si deve essere imbattuto nel greco e nei Greci. Chi con le gambe strette sotto i banchi del liceo, chi a teatro davanti a una tragedia o a una commedia, chi nei pallidi corridoi dei tanti musei archeologici che affollano l’Italia – in tutti i casi, il senso dell’essere greco non sembra mai essere più appassionante e vivo di una statua di marmo. A tutti, ma proprio a tutti, prima o poi deve essere stato detto, oppure nemmeno è stato detto, perché da più di due millenni la voce che circola è sempre la stessa, tale da essere ormai sotto la pelle e dentro la testa di ogni europeo: Tutto ciò che di bello e di insuperabile è stato detto o fatto al mondo, l’hanno detto o fatto per la prima volta gli antichi Greci”.  Insomma un inno alla bellezza, un giorno da ricordare: 9 febbraio, giornata della Lingua e della cultura Ellenica. Save the date! Immagine in evidenza: https://www.athenanova.it/blog/didattica-greco-latino/tradurre-il-greco-antico-non-significa-capirlo/

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