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Eroica Fenice

Teatro

Riccardo III nei meandri del Museo del Sottosuolo

La coscienza è soltanto una parola che sogliono usare i vigliacchi, ed è stata inventata apposta per tenere in soggezione i forti. (Riccardo III) Centotredici scalini. Dal cielo alla terra, dall’aria aperta ai meandri del sottosuolo. Luci calde, soffuse e personaggi immortali, figli della penna del grande William Shakespeare. Il ventre di Napoli infiammato dalla lucida e sanguinaria follia di Riccardo III, incarnazione della cupidigia di potere, rapace in mezzo ai rapaci. Giganteggia sulla scena la sua figura, interpretata con convinzione e grande carisma da Francesco Nappi,  emblema di una società, quella inglese, dilaniata, all’indomani della Guerra delle due Rose, da intrigo, ambizione, paura, sospetto, menzogna. Stratega, attore, dissipatore di menzogne vendute come verità, Riccardo parla, dichiara, convince. E’ attore e pubblico di se stesso: si guarda agire e se ne compiace. Prenderò per moglie la figlia più giovane di Warwick. Si, le ho ucciso marito e padre, ma che importa? Malvagiamente istrionico seduce le sue vittime, prima tra tutte Lady Anna (interpretata da Sara Guardascione), che cade irretita nelle maglie del suo corteggiamento. E seduce il pubblico, che, sebbene inorridito dalle sue azioni, non può non essere risucchiato dai suoi monologhi, con quell’attrazione di cui il male sa essere capace. Riccardo III, re e principi cadono nelle sue trame Ebbro di un delirio di onnipotenza, Riccardo assassina chiunque si gli si frapponga nella scalata al potere, inclusi Lord Hastings (Andrea Cioffi), l’amico Bukingham (Gabriele Formato), e addirittura sua moglie. Tutti contro tutti, senza esclusione di colpi. Crimini su crimini. Sangue su sangue.  E allora il reale si intreccia con il sovrannaturale: sogni premonitori, fantasmi che affollano la notte prima della battaglia, maledizioni profetiche. Dispera e muori, dispera e muori, dispera e muori! E così l’Inghilterra diventa un mondo gotico e inferiore. Riccardo, condannato dai suoi crimini a rimanere solo, si ritrova in mezzo al campo di battaglia, urlando sconsolato il verso tanto citato: Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo. La sua fine è nota ai più. Portare in scena un gigante come Shakespeare è sempre una scommessa rischiosa. Decisamente vincente quella degli attori della compagnia Il Demiurgo che, in una narrazione ciclica, aperta e chiusa da immagini visionarie, ben hanno reso la parabola di Riccardo III, escalation di violenza  e di delirio di grandezza fino al suo cruento epilogo. Cinque attori che raccontano una storia immortale. Riuscitissima anche la scelta della location, congeniale alla voluta immersione in una dimensione altra, onirica e atemporale: i suggestivi meandri del Museo del sottosuolo. Per maggiori informazioni: www. ildemiurgo.it

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Teatro

Paolo Cresta nei panni di Vitangelo Moscarda

Ogni realtà è un inganno.  Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila con Paolo Cresta nel ruolo di Vitangelo Moscarda. L’interno di un cortile e una seduta essenziale debolmente illuminata. Un uomo seduto, dai piedi scalzi. Sta in silenzio, ma lo si riconosce subito, è lui, Vitangelo Moscarda, figlio della meravigliosa penna di Luigi Pirandello (1867-1936), siciliano di nascita, italiano d’adozione. È lui, il protagonista del celebre Uno, nessuno e centomila, romanzo prepotente, che illumina il lettore, gettando buio sulle sue certezze, facendolo sprofondare nel baratro del suo positivismo. È un naso, sì, un naso pendente che crea uno strappo nel cielo di carta, che sveglia Gengè, così lo chiama la moglie Dida, dal sonno rassicurante delle sue convinzioni. Lui, che non sapeva di avere un naso pendente, a destra, viene risucchiato da un vortice di domande: Chi era? Come lo vedevano gli altri? Mi si fissò il pensiero ch’io ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere. Ma chi è Vitangelo Moscarda, interpretato con maestria, fascino e smisurato talento da Paolo Cresta? Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna mia realtà propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano.  Un uomo consapevole della molteplicità del suo sentire, eppure costretto in una forma, una maschera, che soffoca la vita. Un uomo in continua balia del desiderio di essere libero, senza una forma, e la consapevolezza che una vita senza forma non può essere vissuta, come Mattia Pascal, il povero bibliotecario di Miragno insegna. Uno, nessuno e centomila forme, quelle forme che con sadica voluttà inizia a distruggere, inanellando una serie di iniziative che stravolgeranno la sua vita, fino ad alienare le sue ricchezze nella costruzione di un ospizio per mendicanti, dove finisce anch’egli, uno dei tanti, con berretto, zoccoli e camiciotto turchino.  Vitangelo Moscarda potrebbe essere ognuno di noi, che, all’improvviso, scopre di non essere quello che  in realtà crede. Non una perdita d’identità, ma, al contrario, una violenta presa di coscienza, quel demone maligno che sa essere la riflessione, che smonta le immagini per cercare di capire come sono fatte e cosa c’è dietro di esse.  Ieri, 27 luglio (ma anche stasera e domani), nel Real Orto Botanico di Napoli, per la rassegna Brividi d’estate 2019, si è dipanato il turbinio delirante di Gengè, e, inevitabilmente, ognuno seduto lì, ipnotizzato e risucchiato da quel fiume in piena di parole, da quel flusso di coscienza straripante, è stato contagiato così da tanto da quella follia delirante da uscirne sano, ubriaco della genialità pirandelliana, che costringe a mettersi a nudo e riconoscersi in ogni tormento e sgomento pronunciato. Parola per parola. 

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Teatro

Perla Navarra in Edward mani di forbice

Recensione dello spettacolo Edward mani di Forbice, in scena al Maschio Angioino per la regia di Perla Navarra Una volta, tanti e tanti anni fa, viveva in quel castello un inventore, e tra le tante cose che faceva, si racconta che diede vita ad un uomo. Un uomo con tutti gli organi: un cuore, un cervello, tutto. Beh, quasi tutto. Perché vedi, l’inventore era molto vecchio, e morì prima di finire l’uomo da lui stesso creato. Da allora, l’uomo fu abbandonato, senza un papà, incompleto e tutto solo. Il suo nome era Edward. Un balcone, una nonna e una bambina avida di storie. Inizia così la piece Edward mani di forbice, andata in scena domenica, 14 luglio, nella meravigliosa cornice del Maschio Angioino, per la regia di Perla Navarra. Inizia così una delle favole meglio riuscite del regista americano Tim Burton. Il Maschio Angioino diventa il castello sulle cui scale e nelle cui ombre si nasconde Edward, un triste assemblaggio di parti umane, che si ritrova delle lame al posto delle mani. Vissuto da sempre in solitudine, viene d’improvviso catapultato tra la gente, nel mondo frivolo e conservatore della sua epoca. Edward mani di forbice, una fiaba gotica per la regia di Perla Navarra Una fiabesca, surreale commedia malincolica, fedele alla pellicola, che accende le luci sulla solitudine, sul dolore, sulla tristezza, ma soprattutto sulla bellezza che si cela nel “diverso”. Edward, come uno scrigno, mostra la sua immensa e inspiegabile bellezza solo a chi ne possiede le chiavi, solo a chi è dotato di quella sensibilità che permette di andare oltre la forma. Suscita molta curiosità, dettata dalla sua diversità: sarà prima accolto, fino quasi a diventare un mito, per poi essere ripudiato e ricacciato nel castello. Eppure lui, al quale le forbici, negano persino la possibilità dell’abbraccio, è capace di sentimenti puri, delicati, come l’amore per Kim, figlia della donna che lo ospita fuori dal castello. Estremamente attuale l’affascinante rivisitazione del tema della diversità, figlia della mente geniale di Tim Burton, e ben rappresentata dalla compagnia la Chiave di Artemysia, guidata da Perla Navarra. Estremamente attuale la critica del perbenismo borghese e dello strato superficiale che lo contraddistingue, smascherato dalla presenza di Edward che ne mostra il lato feroce e ipocrita. Estremamente attuale e necessario l’invito all’apertura verso la diversità, in un buio momento storico del nostro paese, che costruisce muri e fomenta odio verso il debole, verso il diverso, verso l’altro.   EDWARD MANI DI FORBICE REGIA Perla Navarra DRAMMATURGIA Livia Bertè IN SCENA Danilo Rovani, Livia Berté, Milena Pugliese, Diletta Acanfora, Flavio D’Alma, Annamaria Prisco, Nicola Caianiello FonteFoto:https://www.facebook.com/lachiavediartemysia/photos/p.695151167572370/695151167572370/?type=1&theater

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Teatro

Il Principe e la Luna, un viaggio onirico: a cura di Mario Autore

Il Principe e la Luna di Mario Autore: il ritorno della compagnia Teatro in Fabula al Napoli Teatro Festival. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità”. Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry Per il Napoli Teatro Festival Italia 2019, Teatro in Fabula ha presentato alla Galleria Toledo Il Principe e la Luna, uno spettacolo con Giuseppe Cerrone e Melissa Di Genova. Il progetto, le musiche originali e la regia a cura di Mario Autore, i costumi e gli elementi scenici di Federica Pirone. Protagonista del racconto è Louìs, che trascorre il suo tempo nel testardo tentativo di raggiungere la luna. Puntualmente fallisce, ma la sua aspirazione lo induce a ritentare ogni volta. L’incontro con una ragazzina di nome Lea spinge lo strampalato inventore a ripercorrere la storia dei suoi tentativi.  Chi ha detto che i sogni devono restare chiusi nel cassetto? Bisognerebbe non smettere mai di realizzare i propri sogni, o almeno provarci, perché, in fondo, anche questo è un modo di sentirsi vivi. Lo sa bene Louìs, che, dando voce al bambino che è in lui, si adopera per raggiungere la luna, di cui si scopre innamorato una sera qualunque e, affrontando peripezie di ogni genere, riesce a raggiungerla.  Louìs, interpretato con estrema bravura dall’istrionico Giuseppe Cerrone, pur con un linguaggio incomprensibile, riesce attraverso la sua mimica a far arrivare al pubblico il campionario infinito dei suoi sentimenti, tanto belli, quanto semplici e incontaminati, con la complicità di una meravigliosa Melissa Di Genova, che veste i panni di Lea.  Inevitabile non pensare al Piccolo Principe e al suo sguardo sul mondo tanto profondo, quanto lontano dalla superficialità del mondo dei grandi, ciechi verso tutto ciò che davvero conta nella vita, se è vero che l’essenziale è invisibile agli occhi. Il Principe e la Luna di Mario Autore, spettacolo decisamente sui generis Il Principe e la Luna, uno spettacolo che colpisce, rapisce, stupisce, per il suo carattere estremamente poco convenzionale, per la sua scenografia dai tratti onirici, che ricorda le tinte fiabesche delle pellicole di Wes Anderson; per i suoi personaggi che sembrano usciti da un libro di storie per bambini; per la trama, che pur nella sua semplicità, si fa portavoce di un messaggio significativo: l’importanza dei sogni e della visione incantata della vita che l’età tende a portar via, perché tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano. Note dell’Autore Lo spettacolo è concepito come una forma di pantomima, in cui la componente sonora e musicale fa da drammaturgia, sostenendo ritmicamente ed emotivamente la scena.  La lingua è un grammelot arcaico, una sorta di lingua primitiva e meticcia, un pidgin infantile. La musica riprodotta, tutta originale, ripropone in forma sonora gli ambienti immaginari dei protagonisti. I riferimenti sono il cinema muto, i personaggi anomali, buffi ed alieni, i cartoni Pixar e i maestri Charlie Chaplin e Buster Keaton, il circo teatro. Il Principe e la Luna è una ricerca sul desiderio: il desiderio quale motore […]

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Teatro

Centro storico, raccolto di periferia: spaccato di solidarietà

“Centro storico, raccolto di periferia” in scena al Palazzo reale il 7 luglio | Recensione “È malacqua, è malacqua, è fernuta ‘a zezzenella È malacqua, è malacqua oggi è n’ata jacuvella …nun galleggia ‘a paparella” La Compagnia Teatri di Popolo — nata nel 1999 e che dal 2014 collabora con il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL di Salerno — presenta al NTFI 2019 una nuova drammaturgia, che racconta quanto sia spesso la “periferia” a disegnare il “centro” della felicità, con lo spettacolo “Centro storico, raccolto di periferia” Centro isolato di periferia. I suoi abitanti, uniti da solidarietà e da un legame quasi familiare, dettato dalla condivisione della quotidianità, trascinano i loro giorni scanditi da ritmi sempre uguali in un equilibrio rassicurante. Il professore, la massaia, la casa di appuntamenti, dove la gente va per fa’ passà ‘o tiemp’ chiù velocemente, e Don Mimì. Don Mimì, detto o’ Lion’, pietra miliare del quartiere, custode di memoria e di vita, garante di tutte le sue creature: gli abitanti di quel centro isolato di periferia. Ogni giorno Don Mimì trascina il suo carretto e i suoi anni in piazza, con quella cantilena sulle labbra che sa di casa, che è rassicurante come una ninnananna per i bambini che affidano il loro sonno alle braccia di una madre. Per ogni problema Don Mimì è lì, la sua mano è sempre tesa al prossimo contro le difficoltà del quotidiano. Ma chi è davvero Don Mimì? Da dove arrivano i suoi guadagni? Sono questi gli interrogativi che stanno dietro il suo arresto, che inducono il brigadiere a costringerlo dietro le sbarre.  Con la fine della perdita della libertà del Leone coincide la fine della tranquillità del piccolo centro isolato di periferia. La casa di appuntamenti chiusa, i furti e i malori del Professore, il licenziamento della massaia. E così, il brigadiere è costretto a riformularsi la domanda: ma chi è davvero Mimì? E riformulata sarà anche la risposta. Mimì, memoria storica, uomo dalla proverbiale generosità è una presenza di cui il quartiere non può fare a meno. La polizia si vedrà allora costretta a fare uso di uno strumento assente tra le ordinarie pratiche del suo delicato ufficio, un dispositivo non presente tra le innumerevoli leggi: la creatività. Centro storico, raccolto di periferia: spaccato di vita così semplice e così complesso Lo spettacolo curato da Marco Dell’Acqua incanta per la profondità e pienezza dei suoi personaggi, che si muovono in una scarna scenografia fatta si travi di legno e panni stesi. Personaggi che, con la loro autenticità, con la loro semplicità, arrivano al cuore. La pièce si propone di illuminare e restituire centralità alle sofisticate abilità di ogni comunità solidale, quando inventa soluzioni spontanee e ingegnose per trasformare la sopravvivenza in vita. La complessità della vita diventa così occasione per riconsiderare il significato produttivo della condivisione e il suo inspiegabile mistero, luogo privilegiato in cui abita la più commuovente delle poesie, l’amore, come inesauribile forza di ogni felice creazione di senso per il benessere di tutti.   CENTRO STORICO, […]

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Napoli e Dintorni

Miseno, amena terra tra mito e leggenda

Dall’alto del lieve poggio che s’avanza sul mare formando Capo Miseno, si vedono perfettamente il Vesuvio, il golfo di Napoli, le isole di cui è disseminato e la campagna che si distende da napoli sino a Gaeta; insomma la regione dell’universo ove i vulcani, la storia, la poesia hanno lasciato più tracce.  Madame de Staël   È risaputo che i Campi Flegrei, dal greco phlegraios, ardente, sono ammantati da un alone di mistero e fantasticheria. Quando si arriva a Bacoli, accoglie i visitatori un cartello con su scritto Terra di mito e storia, che già la dice lunga. Punto estremo della penisola flegrea è Capo Miseno, un’altura tra Miseno e Bacoli, che, con i suoi 164 metri di altezza, offre una vista mozzafiato per tutti gli amanti dei panorami, che abbraccia il golfo di Napoli, le isole di Procida e Ischia e segna, in un certo senso, il confine tra il golfo di napoli e quello di Gaeta. Miseno, una terra dove la storia incontra il mito Non è la sola bellezza paesaggistica a rendere Miseno un luogo ameno; nelle sue acque si nasconde, infatti, una tradizione mitologica di un certo rilievo. Miseno deve il suo nome al trombettiere di Enea che, avendo osato sfidare Tritone nel suono della tromba, era stato gettato in mare e in seguito annegato. Il suo corpo fu ritrovato in mare da Enea, che decise di seppellirlo sotto un enorme cumulo di terra, Capo Miseno, quasi a voler ricreare una tomba in memoria del prode compagno. Così ne parla Virgilio, nel VI libro dell’Eneide: Ma il pio Enea sovrappone un sepolcro di mole imponente/all’eroe, con i suoi arnesi, il remo e la tromba,/sotto un areo monte che ora è chiamato Miseno,/dal suo nome, e in perpetuo ne serba il suo nome nei secoli. Il porto di Miseno era, nell’antichità sede permanente di una parte della flotta romana, che sfruttava un doppio bacino naturale, quello più interno (detto Maremorto o Lago Miseno), dedicato ai cantieri e alla manutenzione navale e quello più esterno era, invece, il porto vero e proprio. Miseno fu luogo assai ricercato dagli imperatori anche per la villeggiatura. Proprio a Miseno si trovava Plinio, quale comandante della flotta, quando scoppiò la terribile eruzione del 69 d. C. che gli costò la vita. Estese rovine si osservano ancora sulla cima del promontorio, Capo Miseno, costituito di tufo giallo alla base e di tufo grigio nella parte più alta, su cui campeggia un enorme faro, punto di riferimento per la navigazione notturna.  Oggi Miseno è una famosa località balneare, le sue spiagge, a partire da giugno, sono affollate da ombrelloni rossi, arancioni, blu, a righe e da migliaia di bagnanti, che trovano nelle acque flegree ristoro dalla calura estiva. Di sera, invece, accoglie la movida, a ritmo di musica e drink. Una cittadina dalle origini millenarie in cui il vecchio si fonde con il nuovo, l’antico con il moderno.    Fonte foto: https://pixabay.com/it/photos/sea-boat-summer-vintage-beautiful-2480919/

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Teatro

Franco Mastrogiovanni, il maestro più alto del mondo

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. Franco Basaglia, Che cos’è la Psichiatria, 1967   31 luglio 2009, Pollica, comune di Salerno, 2338 abitanti.  Franco Mastrogiovanni, maestro elementare, viene sorpreso a guidare oltre i limiti di velocità. Un reato che segnerà l’inizio della fine per uno come lui. I carabinieri non bastano per uno come lui. Animato da idealismo e anarchia è considerato pericoloso uno come lui. Il sindaco di Pollica riterrà necessario un TSO per uno come lui. Addirittura si ricorrerà alla contenzione per uno come lui. Lacci ai polsi e alle caviglie per uno come lui. Ottantasette ore senza cibo e acqua per uno come lui.  4 agosto 2009, ospedale di San Luca, Vallo della Lucania Franco Mastrogiovanni, maestro elementare, viene sorpreso morto. La contenzione, per uno come lui, supera la vita e da morto resta legato per altre sei ore, prima che i medici si accorgano che il suo cuore ha smesso di battere. Ucciso dall’indifferenza dei camici bianchi prima, da un edema polmonare poi. Un edema da cui poteva essere salvato. Certo, se non fosse stato costretto al letto della follia. Respira – diciamo alle persone in difficoltà – l’aria è vita. Quell’aria che avrebbe potuto inspirare meglio, col solo essere seduto. Respira, l’aria è vita. Le ultime ore di Franco Mastrogiovanni in un lager psichiatrico Un quadrato nero, grate di legno e un uomo al centro. Un allarmismo rompe il silenzio: carabinieri, guarda costiera e sindaco stanno inseguendo un soggetto pericolosissimo, un mite maestro elementare che la sera prima ha guidato con eccesso di velocità. Un eccesso che l’uomo cilentano, che i suoi alunni, in omaggio ai suoi 193 cm d’altezza chiamavano il maestro più alto del mondo, paga con un TSO, trattamento sanitario obbligatorio che, come tutto ciò che deriva da un obbligo, è uno strumento esposto per natura ad abusi. Contenzione e nessuno che raccolga la sua disperata voglia di libertà. Queste sono le coordinate in cui si consumano le ultime ore di Franco Mastrogiovanni, raccontate nello spettacolo Il maestro più alto del mondo. Morte di un matto, in scena ieri alla Galleria Toledo (per la rassegna Napoli Teatro Festival), scritto e diretto da Mirko Di Martino, che, con occhio cinico e sarcastico, indaga il difficile rapporto tra cura e detenzione, salute e follia, e interpretato da Orazio Cerino.  Una storia che, inevitabilmente, conduce il pensiero a Stefano Cucchi e che, ancora più inevitabilmente, getta ombra e dubbi sulla sicurezza di cui si fa portavoce lo Stato. Uno Stato che prima fa danni e poi pretende di giudicarli e di distribuire assoluzioni e condanne. Uno Stato in cui la diversità è considerata follia e la follia un pericolo da tenere a bada. Tenere […]

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Teatro

Giulietta e le altre di Wanda Marasco: lacrime unite in una catena

Giulietta e le altre, scritto e interpretato da Wanda Marasco, che ha magistralmente vestito i panni di queste grandi donne, da Giulietta a Medea, da Antigone a Nora, è andato in scena per la prima volta, in assoluto, ieri, 13 giugno (replica stasera alle ore 19), presso la Sala Assoli, in occasione del Napoli Teatro Festival Italia, suscitando grande entusiasmo e commozione nel pubblico. Venite. Chisto è ‘o finale. ‘E llacreme hann”a cad’ ‘nterra e po’ hann”a ruciulia’ pe’ tutto ‘o munno, comme a ‘na catena… Una stanza semibuia, una donna scalza, con i capelli legati e un abito azzurro, che entra in scena bisbigliando parole tra sé e sé. Un grande tavolo di legno, vuoto, eppure pieno, imbandito di storie. Storie di donne. Storie diverse, ma tenute insieme dai fili dell’amore, della passione, della rabbia, dell’odio e di quella resilienza di cui maestro sa essere l’animo femminile. Voce narrante quella della balia, che si accinge a impastare pane per le sue bambine, donne cresciute, invecchiate, eppure mai morte. Giulietta e le altre, di e con Wanda Marasco Donne che da secoli continuano a vivere calcando tavole di teatri e che in fondo si annidano in ognuno di noi. Si raccontano, mettendo a nudo, in modo disarmante, il loro universo interiore, così complesso e per questo così affascinante. Intenso il monologo di Giulietta, simbolo di impulsività, passione e idealismo. La sua infatuazione adolescenziale viene elevata al rango di amore sacro, che la unirà al suo amante su letto di morte. Morte che toccherà anche ad Antigone, figlia di Edipo, eroina romantica e ribelle che, sola, si oppone al dominio ingiusto di un tiranno. Antigone, nata non per condividere l’odio, ma l’amore. Per lei nessuna legge umana può contrariare certi principi: nessuno può impedire la sepoltura di un corpo, nemmeno se appartiene ad un traditore, soprattutto nessuno può vietare ad una sorella di seppellire il proprio fratello. Ipnotizzante il discorso rabbioso e drammatico di Medea, la maga della Colchide tradita da Giasone in nome di leggi che, da barbara, non può capire. Furiosa, ma fin troppo razionale, si vendica del marito, macchiandosi del peggiore dei crimini: l’uccisione dei figli. Forza e disperazione, lucidità e follia, dolcezza e violenza. I toni luttuosi diventano d’improvviso festosi: è Natale e Nora gioca con i suoi bambini, lei, un giocattolo tra i giocattoli, che decide si spogliarsi del suo ruolo di bambola: grande inno alla libertà, insopprimibile, dell’essere umano. E quando tutte loro stanno per sedere a tavola, arriva a chiudere il cerchio di quel dolore, che sembra non conoscere spazio e tempo, Filomena. Filomena Marturano, che proprio non ce la fa a non iniziare il suo racconto dal vico San Liborio e proprio non ce la fa a trattenere le lacrime, quelle lacrime che per una vita intera le sono rimaste bloccate dentro.  Intanto il pane è pronto e Giulietta e le altre, queste bambine, invecchiate ma mai morte siedono a tavola e parlano e ridono, e ridono e parlano, dimenticandosi di tutto il resto, mentre il buio […]

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Teatro

Elvira, fenomenologia della creazione di un personaggio

Elvira, al Teatro Bellini: come nasce un personaggio. Parigi, 21 febbraio 1940. Un palcoscenico, un maestro e un’allieva, una lezione di recitazione. Il Don Giovanni di Molière è l’opera da portare in scena, Elvira il personaggio da interpretare. Essere in un teatro, assistendo alla creazione di una pièce teatrale. Guardare, ascoltare un personaggio, assistendo alla creazione di quel personaggio. Trovarsi dietro le quinte di un’opera, pur stando seduti in platea. Spiare le prove, pur essendo alla prima dello spettacolo. Un’operazione di metateatro che, rompendo la barriera tra attori e spettatori, mostra cosa si cela dietro il mestiere dell’attore, che guidato da un maestro esigente, riesce, dopo tentativi, su tentativi, su tentativi, ad entrare nel corpo e nei pensieri del personaggio da interpretare. E così il maestro Louis Jouvet (Toni Servillo), spiega, insegna, corregge, dispensa consigli alla sua allieva Claudia (Petra Valentini), sgranando il rosario di tutte le difficoltà da superare per raggiungere la verità del personaggio. Difficoltà che vanno oltre la mera tecnica drammatica, insufficiente se non accompagnata dal sentimento. Un processo maieutico, uno scambio reciproco, un rapporto intimo e complice in cui anche chi insegna finisce con l’imparare.  Elvira: una lezione sul teatro e sulla nobiltà del mestiere di recitare “Elvira porta il pubblico all’interno di un teatro chiuso, quasi a spiare tra platea e proscenio, con un maestro e un’allieva impegnati – afferma Toni Servillo – in un particolare momento di una vera e propria fenomenologia della creazione del personaggio. Un’altra occasione felice, offerta dalle prove quotidiane del monologo di Donna Elvira nel quarto atto del Don Giovanni di Molière, consiste nell’opportunità di assistere a una relazione maieutica che si trasforma in uno scambio dialettico, perché il personaggio è per entrambi un territorio sconosciuto nel quale si avventurano spinti dalla necessità ossessiva della scoperta”. Una lezione sul teatro e sulla nobiltà del mestiere di recitare, che, se impartita da un gigante come Toni Servillo, assume un valore aggiunto. Parigi, settembre 1940.  E intanto fuori dal teatro, impazza la seconda guerra mondiale, con i suoi orrori e le sue bombe. E intanto Claudia, ebrea, è costretta a lasciare Parigi. E intanto Louis Jouvet parte volontario in esilio per scappare dalla guerra, per scappare dall’orrore nazista.  Elvira  (Elvire Jouvet 40) di Brigitte Jaques da Molière e la commedia classica di Louis Jouvet @ Editions Gallimard traduzione di Giuseppe Montesano con Toni Servillo                Louis Jouvet Petra Valentini           Claudia/Elvira Francesco Marino     Octave/Don Giovanni Davide Cirri                 Lèon/Sganarello regia Toni Servillo In scena al Teatro Bellini di Napoli all’8 al 20 gennaio Non mancate! [Fonte immagine: teatrobellini.it]

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Culturalmente

DSA: quali strumenti compensativi adottare?

Cosa sono i DSA?  La legge 8 ottobre 2010, n. 170, riconosce la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia come Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), assegnando al sistema nazionale di istruzione e agli atenei il compito di individuare le forme didattiche e le modalità di valutazione più adeguate, affinché alunni e studenti con DSA possano raggiungere il successo formativo. I Disturbi Specifici di Apprendimento interessano alcune specifiche abilità dell’apprendimento scolastico. Appartengono a tali disturbi: l’abilità di lettura, di scrittura, di fare calcoli. Sulla base dell’abilità interessata dal disturbo, i DSA assumono una denominazione specifica: dislessia (lettura), disgrafia e disortografia (scrittura), discalculia (calcolo). Cos’è il PDP – piano didattico personalizzato? Quando si attua?  È chiamato in questo modo il documento di programmazione con il quale la scuola definisce gli interventi che intende mettere in atto nei confronti degli alunni con esigenze didattiche particolari ma non riconducibili alla disabilità (in caso di disabilità, come è noto, il documento di programmazione si chiama PEI, Piano Didattico Individualizzato, diverso per contenuti e modalità di definizione). Per gli alunni con DSA, Disturbi Specifici di Apprendimento, un documento di programmazione personalizzato (il PDP, appunto) è di fatto obbligatorio; contenuti minimi sono indicati nelle Linee Guida del 2011, come pure i tempi massimi di definizione (entro il primo trimestre scolastico).  Tecniche di supporto per i diversi DSA (ragazzo dislessico, discalculico o disgrafico) Cosa sono gli strumenti compensativi per gli alunni con DSA?  Gli strumenti compensativi sono strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell’abilità deficitaria. Fra i più noti per un ragazzo dislessico, discalculico o disgrafico sono:  1) la sintesi vocale, che trasforma un compito di lettura in un compito di ascolto;  2) il registratore, che consente all’alunno o allo studente di non scrivere gli appunti della lezione;  3) i programmi di video scrittura con correttore ortografico, che permettono la produzione di testi sufficientemente corretti senza l’affaticamento della rilettura e della contestuale correzione degli errori; 4) la calcolatrice, che facilita le operazioni di calcolo; 5) altri strumenti tecnologicamente meno evoluti quali tabelle, formulari, mappe concettuali, etc.  Tali strumenti sollevano l’alunno o lo studente con DSA da una prestazione resa difficoltosa dal disturbo, senza peraltro facilitargli il compito dal punto di vista cognitivo.  Quali sono le misure dispensative per gli alunni con DSA?  Le misure dispensative sono, invece, interventi che consentono all’alunno o allo studente di non svolgere alcune prestazioni che, a causa del disturbo, risultano particolarmente difficoltose e che non migliorano l’apprendimento.  In merito alle misure dispensative, lo studente dislessico è dispensato: dalla lettura a voce alta in classe; dalla lettura autonoma di brani la cui lunghezza non sia compatibile con il suo livello di abilità; da tutte quelle attività ove la lettura è la prestazione valutata. In fase di verifica e di valutazione, lo studente disgrafico o discalculico, inoltre, può usufruire per l’espletamento delle prove o, in alternativa e comunque nell’ambito degli obiettivi disciplinari previsti per la classe, di verifiche con minori richieste.  Di fondamentale importanza è la valorizzazione dei punti di […]

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Culturalmente

Il treno dei Foja continua ad andare. Intervista a Dario Sansone

E piglio ‘stu treno che va luntano ‘a tutt”e paranoie addò ‘nu biglietto nun se fa ‘nu suonn’ ‘e binari e stazioni lassamme ‘a casa tutt”e guaje cercanne chell’ ca nun saje.                                                                                                                     ‘O treno che va, terzo album dei Foja, band partenopea, è il simbolo di un viaggio in cui la lingua napoletana sposa il rock. In cui la tradizione sposa il moderno. Ogni canzone è una stazione, un pretesto per esplorare e scandagliare le passioni che abitano l’animo umano con quella foja, quella foga che li accende, e da cui è impossibile non lasciarsi accendere.   Dario Sansone, intervista al frontman dei Foja Partiamo dal titolo, ‘O treno che va. Dario Sansone, ma dove va questo treno? Lo sto ancora scoprendo: è un treno che va per andare. Quello che c’importa è la dimensione del viaggio più che l’arrivo. Il nostro treno si è fermato in varie stazioni, regalandoci tante soddisfazioni e intanto continua ad andare e, a dire il vero, non so, non sappiamo ancora dove vogliamo arrivare. Intanto, in autunno, questo treno vi porterà oltre i confini nazionali…  Esatto. Da novembre porteremo la nostra musica all’estero. Sono previste almeno dieci tappe. Sicuramente Barcellona, Parigi, Londra. Poi si vedrà. Avete scelto di cantare esclusivamente in napoletano, di rimanere ancorati alle vostre radici. Pensi che questo possa essere, in qualche modo, un limite? Tutt’altro. Credo che cantare in napoletano sia un punto di forza. Cantare in napoletano mi sembra il modo più sincero di esprimere le mie emozioni. E poi alcune parole del nostro dialetto hanno una capacità di sintesi che altre lingue non hanno. Eppure convieni con me che il napoletano è una lingua intraducibile… Come sono intraducibili molti slang americani, eppure sono cresciuto ascoltando Bob Dylan. In più il Regno di Napoli ha subito molte dominazioni, il napoletano si è miscelato con lo spagnolo, con il francese. Sono tanti i vocaboli stranieri assorbiti dal napoletano. Per dirne uno: ‘a buatt’! Abbiamo già suonato all’estero, a Londra, ed è stato bellissimo, la musica, se ha qualcosa da dire, arriva comunque. Touché. I nostri nuovi progetti sono basati proprio su scambi linguistici. Cagnasse tutto sarà tradotto in catalano; la collaborazione con la grandissima cantautrice Pauline Croze ha portato alcuni nostri pezzi, come A chi appartieni, oltre le Alpi. Napoli è da sempre una città internazionale pronta allo scambio, una città di mare aperta al dialogo con il mondo e il nostro obiettivo è proprio quello di varcare i confini. Il treno va, appunto, e deve continuare ad andare. Domanda un po’ scomoda. In un tuo pezzo bellissimo, canti Fosse pe’ me cagnasse tutto… È davvero possibile secondo te il cambiamento? In che modo? Sicuramente la chiave non […]

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Teatro

Non solo Medea di Emio Greco e Pieter C. Scholten (Recensione)

Ascoltate la mia voce: la voce del narratore dimenticato. In questo rumore infernale nessuno ascolta più le storie. Ascoltate! Teatro Grande di Pompei. Una donna vestita di rosso. Sette microfoni e luci intermittenti. Una voce ora forte e rabbiosa, ora flebile e timorosa. Un tempo sospeso per rivelare la modernità delle tragedie greche. Inizia così Non solo Medea, piece di Emio Greco e Pieter C. Scholten, in cui corpi, parole e musica si intrecciano per indagare la fatalità e la libertà umana di fronte alla violenza della nostra società.  L’attrice, Manuela Mandracchia, incarna, di volta in volta, diversi personaggi del teatro greco. Ora è Edipo, ora Ifigenia, ora Antigone, ora è Medea. Non solo Medea. Le sue parole dialogano con i corpi dei danzatori, tutti vestiti di bianco, creando una tensione drammatica nella quale lotta e amore riecheggiano l’uno con l’altro. Il passato e il presente si sfiorano e si urtano su uno sfondo musicale energico e potente. Voi vi siete dimenticati di me. Di me, il narratore. L’Europa ha dimenticato il suo narratore. E con me i miti dei re e dei figli dei re. Ma la nostra storia è anche la storia di un accecamento, della rabbia e delle grida di guerra, dei legami di sangue e delle vendette. Siamo nati ciechi e appena abbiamo cominciato a vedere siamo di nuovo ridiventati ciechi. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Composto di sette parti – rimpiangere, domare, accettare, ribellarsi, negare, realizzare, esodo – il flusso di parole di Medea, non solo Medea, guida gli spettatori nell’oscurità dell’esilio e di terre straniere, Rifiutarsi di aprire gli occhi. Deformare la realtà. Prendere in giro l’oracolo. Facendoti oracolo tu stesso. Perché la maggior parte delle persone apprezza le menzogne? Perché amiamo credere alle favole che rendono la realtà più bella di quella che è. O ci promettono qualcosa in cui neppure crediamo o che ci aiutano a sopportare dolorosa verità. Meglio una buona menzogna di una verità mediocre. Noi mentiamo per sentirci necessari, altri, diversi da quello che siamo. Qualcuno mente sapendo di mentire e continuerà e insisterà a farlo. Qualcun altro mente per pura ignoranza.  Medea è una straniera, una donna che, dalla Colchide barbarica, piomba in una civiltà diversa, quella greca. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Come siamo arrivati qui? Come ci siamo ritrovati in questa crisi? In questo mondo di cose? Nella crisi delle cose. Nella crisi di sempre più cose? Da una crisi all’altra? Quello che ci unisce, ci separa. Quello che ci separa ci unisce. Dove stiamo andando con tutte queste cose? Da uomini illuminati a uomini presuntuosi? Come siamo diventati quello che siamo diventati? Chi è l’uomo nuovo? Zero

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Culturalmente

24 frasi latine famose e la loro traduzione, chi l’ha detto che il Latino è una lingua morta?

Frasi latine famose, le 24 che non puoi non conoscere! Erroneamente il Latino viene definito una lingua morta. Ma quando è morto il Latino? E, soprattutto, chi l’ha detto che è morto? Nulla di più falso. Il Latino è la lingua più parlata del mondo. Certo, non quello di Cicerone, ma quello che parliamo ogni giorno, con le sue trasformazioni storiche: quello delle lingue neolatine, o romanze. Il Latino è un dispositivo della memoria culturale, come versatile interfaccia multilingue, come ponte tra le culture. Conoscere il Latino significa comprendere meglio il presente in quanto figlio di un passato, conoscere una lingua le cui parole raccontano una civiltà, l’evoluzione umana, la cultura di un popolo. Il Latino è una lingua viva, perché vive nelle lingue che parliamo. E non solo nelle sue evoluzioni. Sono tante le parole, le espressioni latine che, ancora oggi, infatti, sopravvivono nel parlato di tutti i giorni. Queste sono le nostre 24 frasi latine famose preferite, con traduzione e spiegazione. Frasi latine famose, le nostre preferite  Ad maiora/A cose più grandi. Cominciamo la nostra carrellata di citazioni latine famose con una locuzione utilizzata come formula di buon auspicio, augurando che l’obiettivo raggiunto sia un primo passo verso cose più grandi. Carpe diem/Cogli l’attimo. Tratta dalle Odi del poeta latino Orazio, letteralmente significa Cogli il giorno ed è un invito a godere in maniera equilibrata le gioie della vita, cercando di coglierne ogni sfumatura godibile. Questa è una di quelle frasi famose in latino da tenere sempre a mente. Melius abundare quam deficere/Meglio abbondare che scarseggiare. Locuzione di origine incerta, secondo la quale, piuttosto che rischiare di non raggiungere la giusta misura, è preferibile eccedere e superarla. Questa è una delle frasi latine famose più utilizzate Alea iacta est/Il dado è stato tratto. Pronunciata, a torto o a ragione, secondo Svetonio da Cesare nel passaggio del Rubicone con i suoi soldati in marcia verso Roma, indica il raggiungimento di un punto di non ritorno, che ormai si è compiuto un passo decisivo, che non si può più tornare indietro. Homo quisque faber ipse fortunae suae/Ogni uomo è artefice della propria fortuna. Attribuita ad Appio Claudio Cieco, sottolinea la capacità dell’uomo, in quanto animale razionale, di creare mezzi per adeguare e trasformare la realtà secondo le sue esigenze. Altre citazioni latine Mens sana in corpore sano/Mente sana in un corpo sano. Locuzione tratta dalle Satire di Giovenale, secondo cui l’uomo dovrebbe aspirare a due beni soltanto: la sanità dell’anima e la salute del corpo. Con il passare del tempo, l’espressione è stata intesa con il significato che corpo e anima debbano svilupparsi insieme e che vadano esercitati entrambi per assicurarsi il benessere. In medio stat virtus/La virtù sta nel mezzo. Derivata da alcune frasi dell’Etica Nicomachea di Aristotele, afferma la necessità o la convenienza della moderazione, dell’equilibrio, o come invito a evitare gli eccessi. Mater semper certa est, pater numquam/La madre è sempre certa, il padre mai. Massima di esperienza, secondo la quale se è facile individuare la madre […]

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Eventi/Mostre/Convegni

I Foja al Palazzo Reale per la rassegna Napoli Teatro Festival

Napoli Teatro Festival 2018. Piazza del Plebiscito, Palazzo reale, Cortile d’onore. E al centro del cortile un palco calcato dalla grinta di Dario sansone, che, con la sua chitarra alla mano, ha trascinato i suoi fan in un’ora e mezza di bella musica. In un’atmosfera regale protagonista la canzone napoletana dei Foja. I Foja, in occasione del Napoli Teatro Festival Italia, hanno, infatti, presentato uno spettacolo inedito in cui la parola e i testi in lingua napoletana sono stati l’anima della performance, messi a nudo da arrangiamenti in chiave acustica e concepiti ad hoc per la rassegna, rispettando la splendida cornice del Palazzo Reale di Napoli. La scaletta del concerto ha dato spazio, tra le altre, alle canzoni raramente proposte nei live della band, puntando alla verità delle liriche e all’essenza.  I Foja nascono nel 2006 dall’unione di quattro musicisti napoletani: Dario Sansone (autore e voce), Ennio Frongillo (chitarra), Gianni Schiattarella (batteria) e Giuliano Falcone (basso). Il nome della band lascia da subito intuire il loro spirito, la foja, in italiano foga. La foga è qualcosa che brucia dentro, una fiamma che tiene vivi, infervora l’anima. E ieri sera quella foja si è sentita proprio tutta.  Non hanno bisogno di tante presentazioni, soprattutto dopo il successo internazionale di Gatta Cenerentola, il film d’animazione tutto partenopeo impreziosito da un singolo, A chi appartieni, e la cui regia è curata anche da Dario Sansone. Sono sicuramente uno dei gruppi partenopei più amati degli ultimi anni, perché propongono una musica che arriva dritta al cuore e ben si avvicina a quella che è l’essenza della tradizione musicale napoletana. I loro album sono un caleidoscopio di racconti, un misto di narrazioni e di sentimenti con cui si sono conquistati un posto di riguardo nelle orecchie e nel cuore di moltissimi fan, non solo a Napoli ma in tutta Italia.  Foja, uno spettacolo tutto napoletano A fine serata Dario ha ringraziato il Napoli Teatro Festival, splendida rassegna che da anni si fregia del merito di avvicinare i giovani al teatro e si è rivolto poi ai suoi fan, ringraziandoli per essere stati i primi ad accaparrarsi i biglietti, in numero limitato per l’occasione. Ringraziandoli per il loro affetto e calore ha concluso dicendo: “perché quando mi hanno chiesto cosa sia il pubblico per i Foja, io ho risposto Una grande famiglia“. Buonanotte guagliù.   FOJA IN CONCERTO REALE con Dario Sansone (voce e chitarra), Giovanni Schiattarella (batteria e percussioni), Giuliano Falcone (basso e cori), Ennio Frongillo (chitarra), Luigi Scialdone (chitarra, corde e cori) audio Daniele Chessa luci Gianluca Sacco produzione Graf srl agenzia Arealive Cortile d’Onore 10 giugno ore 22.30

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Libri

Immaginare ripari, a cura di Tommaso Ariemma: il terremoto a Ischia

Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie. Erri de Luca Sono tre i momenti di cui si segnano con precisione l’ora e i minuti: le nascite, le morti e le catastrofi, attimi infiniti capaci di riempire il cuore di gioia o di svuotarlo completamente. Ischia, ventuno agosto. Ore 20:57. Un enorme boato, buio, la terra trema. Trema quel suolo che per errore chiamiamo terraferma. E se quel suolo si chiama Casamicciola lo si sa molto bene. Casamicciola, un comune di Ischia nel cui nome è inciso il ricordo di quei tredici secondi che devastarono l’isola in una lontana giornta di luglio. Inciso a tal punto che è entrato nell’immagine collettiva “È successo Casamicciola”. Tredici secondi che sono potente metafora della provvisorietà dell’esistenza, della destabilizzante certezza che non vi sia nulla di certo, del dolore improvviso della perdita, di quelle crepe che non si sa più se appartengano ai cornicioni dei palazzi o all’anima.  Il terremoto, come dice Valeria Parrella, è quando non puoi più dare per sicuro nulla, quando non puoi più determinare niente, quando la madre ti abbandona e per rifondare la città, l’esistenza, il senso, vi è necessità di nuova materia. E quella nuova materia Tommaso Ariemma, eclettico docente di Storia e Filosofia del Liceo Statale Ischia, la trova tra i banchi di scuola, nelle penne e nella creatività dei suoi studenti. Liceali che, con un approccio non convenzionale alla Poetica di Aristotele, hanno scelto di misurarsi con la scrittura per esorcizzare la paura, per “immaginare ripari”.  Immaginare ripari, a cura di Tommaso Ariemma: raccontare per comprendere e superare Diciannove racconti il risultato. Diciannove racconti che sanno di dolore, di paura, di amore, di speranza, di vita. Storie che si affacciano su quella crepa che improvvisamente si apre, ma che non hanno nulla del racconto cronachistico. La fantasia vi si fonde con la realtà con toni ora amari e dolorosi, ora ironici e speranzosi. Storie in cui il sisma, comune denominatore, fa da cornice, e, spesso, da rimando a riflessioni che riguardano l’esistenza tutta, divenendo, talvolta, seppur tra le macerie, occasione di rinascita. Come scrive Pasquale Raicaldo nella prefazione:“Le storie di queste pagine sono storie di vita interrotta. Sono anche storie di resilienza. Ne abbiamo bisogno: ripartire dopo la calamità.“   Immaginare ripari Il terremoto a Ischia del 21 agosto in 19 racconti a cura di Tommaso Ariemma Valentino Editore  

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Attualità

Hear my voice, Gnut al Teatro Sannazaro con il suo EP

Una camicia a quadri, un paio di jeans e un codino. Una chitarra e una voce intima, quella di Claudio Domestico, in arte Gnut. Ieri, 23 maggio, tra il velluto rosso e i palchetti dello storico Teatro Sannazaro di Napoli, si è consumata una serata interessante, che più che un concerto, sembrava una chiacchierata tra amici. A renderlo possibile la semplicità del cantautore napoletano, che, con timidezza e simpatia, impugnando la sua chitarra, Ciaccarella, che, a occhio e croce, ha cinquant’anni, non ha soltanto cantato i suoi pezzi, ma ha raccontato cosa ci fosse dietro le parole e le note che lo hanno reso noto e tanto amato tra i giovani, e non solo. E così, ci ha fatto entrare nella sua stanza, ci ha portato sul suo letto, dal quale, mentre fuori pioveva a dirotto, è dovuto scappare perchè si stava “scrivendo sotto”. Ha raccontato tanti aneddoti, storie di vita familiare, nonni “cantanti” e nonne “manager”, amicizie. Perchè è vero che l’arte e la musica nascono così, per strada, nutrite dalla vita che ci capita, mentre nemmeno ce ne accorgiamo. Gnut, chitarra e cuore sul palco La prima parte del concerto, ha visto Gnut cantare e suonare accompagnato dalla sua band, e poi, in solitaria, nei suoi “never green”. Pezzi che raccontano la nostra generazione, sogni, speranze, delusioni. Pezzi in cui è facile scorgersi e riconoscersi, in nome di quei sentimenti semplici e universali che Claudio mette in musica, come l’amore. E proprio il parlare dell’amore ha risucchiato sul palco un ospite speciale, l’amico e poeta Alessio Sollo e la sua verve inconfondibile. A ritmo di battute e risate complici su quell’amore, che, a detta di Sollo, “se l’avessa fa nu’ poco con l’amicizia e dovrebbe imparare qualcosa da questa“, è partita la canzone L’ammore over, una delle quattro perle dell’EP Hear My Voice, nato proprio dall’incontro fortunato tra la musica di Gnut e le parole di Sollo. Ambizioso progetto registrato alla fine del 2017 in uno studio a Cevennes, in Francia. Con una timbrica che rimanda a nomi come Elliot Smith e Bon Iver, vi prendono vita sono storie d’amore, tradimenti, serenate e il fascino inconfondibile di una città come Napoli che fa da irrinunciabile scenario. Immancabile la presenza di altri nomi noti agli amanti del genere, come Andrea Tartaglia e Roberto Colella, che, uniti in un abbraccio, prima ancora che in un coro, hanno chiuso una di quelle serate che dovrebbero ripetersi più spesso, che ti fanno capire quanto di bello può fare la musica quando va oltre la musica stessa. Hear My Voice, una scommessa tutta napoletana. Sicuramente vincente.

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Musica

Hear My Voice, l’ultimo lavoro di Gnut al Teatro Sannazaro

Claudio Domestico, più noto nel panorama musicale partenopeo, e non solo, come Gnut, varca i confini nazionali con un progetto intimo e poetico Hear My Voice, un mini EP di quattro brani, quattro perle cantate in napoletano e scritte in collaborazione con l’amico e poeta Alessio Sollo. Un connubio, già noto, che promette molto bene. Attivo dal 2008, dopo varie pubblicazioni in Italia, tra cui l’album Rumore della Luce (2009), prodotto da Piers Faccini, Gnut decide di guardare all’estero, registrando questo Ep alla fine del 2017 in uno studio a Cevennes, in Francia. Con una timbrica che rimanda a nomi come Elliot Smith e Bon Iver, ad essere raccontate sono storie d’amore, tradimenti, serenate e il fascino inconfondibile di una città come Napoli che fa da irrinunciabile scenario. “Sono quattro canzoni d’amore in una lingua in cui non esiste il verbo amare. In napoletano l’amore è solo un sostantivo: l’ammore. Non è possibile dire in napoletano Ti amo. Sarebbe tradotto con Te voglio ben’. Questa cosa spinge i poeti e gli autori di canzoni a cercare delle soluzioni alternative per esprimere i propri sentimenti, figure retoriche o metafore. Il poeta Alessio Sollo scrive e pubblica sui social decine di poesie al giorno, ripetendo tutti i giorni questo esercizio stilistico. Questi brani sono il mio tentativo di mettere in musica questa sua attitudine. Da questa collaborazione sono nati tutti i pezzi del disco. Dal punto di vista musicale ho cercato di fondere elementi della mia tradizione, la canzone napoletana, con altri generi più distanti dal mio mondo. Mi sono ispirato al blues, al folk inglese e alla musica africana. Per questo lavoro è stato naturale cercare un confronto con Piers Faccini, che per me resta un grandissimo punto di riferimento e di ispirazione. Un vero maestro nel miscelare sonorità geograficamente distanti nel rispetto della personalità dell’artista che produce. Per me è un grande onore”. L’Ep n.1 del progetto, Hear my voice, approderà a Napoli in versione live mercoledì, 23 maggio, al Teatro Sannazaro Non al baretto sotto casa o in piazza con la birra e la solita voglia di cantare. Stavolta in un teatro. Appuntamento davvero imperdibile: mandolino, chitarra, una delle migliori voci del cantautorato italiano e quel napoletano che, in maniera intraducibile e inconfondibile, è poesia. Quel napoletano che, in maniera ambiziosa, porta la passione nel mondo. E Claudio, o Gnut che dir si voglia, a braccetto con la penna di Sollo, saprà essere un degno ambasciatore. 

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