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Eroica Fenice

Teatro

Resurrexit Cassandra, il genio di Jan Fabre al Teatro Bellini

Dopo la rassegna estiva del Napoli Teatro Festival 2020, si torna nei teatri. E lo si fa per davvero. Il sipario, la platea, i palchetti, il velluto rosso delle poltroncine. Certo, si torna con modalità diverse, ma la curiosità e la luce negli occhi, quegli occhi che le mascherine lasciano intravedere appena, quelle non cambiano. Ad aprire la Sezione Internazionale, il 12 e 13 settembre, presso il Teatro Bellini di Napoli, Resurrexit Cassandra. E allora, che lo spettacolo abbia inizio.  Al centro della scena una statuaria donna bionda, avvolta nel verde di un abito. Alle sue spalle specchi-monitor. Terra e tartarughe ai suoi piedi. Si tratta di Cassandra, principessa troiana, figlia di Priamo ed Ecuba, uccisa per mano di Clitemnestra. Cassandra, principessa troiana, rimessa al mondo dalla prolifica mente di Jan Fabre.  Resurrexit Cassandra dà voce a una delle creature più sventurate della mitologia greca, condannata da Apollo all’incomunicabilità, nelle cui vene scorrono il sangue e il dolore del passato, del presente e del futuro, sui cui fianchi ondeggiano rabbia, verità e denuncia. Una voce che piange nel deserto.  Ancora una volta il genio dell’artista belga fa centro, supportato dalla felice unione con un potentissimo testo firmato da Ruggero Cappuccio, che riesce a inserire perfettamente l’eroina greca nelle maglie del presente. Ancora una volta le parole dell’indovina, rivolte a un’umanità che la considera un’invasata, sono apocalittiche: non un cavallo di legno, non una città in fiamme stavolta, ma un mondo da salvare. Una Madre Terra che sa essere tanto generosa quanto spietata, che ama i suoi figli ma che può tranquillamente continuare a vivere senza. In una danza orgiastica, provocatoria e sensuale, in quello che Fabre ha definito un concerto di immagini scandito da cambi d’abito, nero, blu, rosso, bianco, Cassandra, una meravigliosa Sara Höttler, si dimena. Lei, morta, ma che continua a vivere con le membra sparse, chiede di essere ascoltata. Lei, in lotta con la piccolezza degli uomini e la grandezza della loro presunzione, ebbra delle sue visioni fatte di arcipelaghi di plastica, scioglimenti di ghiacciai e innalzamento delle acque, scuote con le sue parole, austere, teutoniche, mentre gli occhi di chi la ascolta restano impigliati nei movimenti dei suoi fianchi. Lei, protagonista assoluta dello spettacolo. Come recitano le note di regia, la profetessa inascoltata ha il compito di tutelare il mondo. Rappresenta la Madre primordiale, Madre Natura, la sciamana, la santa che ci mette in guardia sulle sorti del nostro Pianeta. Resurrexit Cassandra è un atto d’accusa contro l’inconcepibile piacere dell’autoinganno in cui si crogiola l’umanità: sappiamo bene tutto ciò che può accadere a noi stessi e alla terra, ma la brama di ingannarci è maggiore. Questa è la nostra vergogna e la nostra tragedia.  Una Cassandra contemporanea che sussurra, grida, si lamenta. Ototototo popoi da, Ototototo popoi da, un lamento struggente, penetrante, pregno di dolore e frustrazione. Impossibile non far cadere l’attenzione sulla cura con cui lecca, bacia, tocca le tartarughe ai suoi piedi, forse simbolo del buon senso o forse anche un inno alla lentezza in risposta a […]

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Teatro

Caligola, analisi di una lucida follia al NTFI

La scena rimane vuota per alcuni secondi. Caligola entra furtivamente dal lato sinistro. Sembra smarrito, va verso lo specchio e si ferma non appena vede la propria immagine.  Roma, I secolo d. C. Un uomo è fuori di sé per la morte di Drusilla. Sua sorella, la sua amante. Quell’uomo è il figlio di Germanico, il terzo imperatore romano. Quell’uomo è Caligola.  Protagonista di uno dei testi più affascinanti di Albert Camus, scritto a più riprese, in un periodo in cui l’Europa veniva risucchiata nella voragine dei totalitarismi, Caligola non porta in scena una tragedia storica, ma esistenziale. Un’opera teatrale di estrema tensione, in cui si intrecciano il delirio del potere e l’utopia della verità. L’involucro vuoto di un imperatore e quel che resta di un uomo alla disperata ricerca di un senso del vivere.  Per la ripartenza del teatro, dopo mesi di tavole vuote e sipari calati, Vinicio Marchioni si mette in gioco con un testo estremamente attuale che offre una riflessione sull’assurdo della vita, che indaga la solitudine e il delirio di uomo, un imperatore, che i manuali di storia ci hanno consegnato come un pazzo, terribile e crudele. In una scenografia scarna, circondata da specchi di pirandelliana memoria, che costringono il protagonista a un confronto con se stesso, ipnotizzanti le coreografie di Milena Mancini, che rende quasi tangibile, con l’eleganza dei suoi movimenti, il pathos dei crimini del sanguinario Caligola. Un viaggio nei meccanismi del potere, ma prima ancora un viaggio nella lucida follia di chi, in balìa della lotta insanabile tra ragione e sentimento, schiavitù e libertà, riconosce tragicamente che questo mondo in sé non basta alla inappagabile felicità, mera utopia di ogni animo umano. «Questo mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.»   L’anarchia di Caligola appartiene all’arte e alla poesia, la sua follia si rivela essere sempre più lucida razionalità, la disperazione disvela agli occhi del Cesare il carattere effimero di quell’esistenza in cui niente dura, neppure il dolore, in cui si smarrisce persino il senso della libertà: «non esiste che una sola libertà, quella del condannato a morte. Perchè tutto gli è indifferente al di fuori del colpo che farà scorrere il suo sangue.»  La morte di Drusilla è per Caligola la rivelazione dell’assurdità della condizione umana, l’uscita dalla caverna platonica. La sua crudeltà un modo per imitare il destino, la sua morte l’apoteosi di tutte le sue azioni e il suo modo di rifiutare quell’assurdo inaccettabile e di iniziare ad essere, forse, veramente vivo.  NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA  DI ALBERT CAMUS LETTURA DRAMMATIZZATA DIRETTA E INTERPRETATA DA VINICIO MARCHIONI IDEAZIONE SCENICA, COSTUMI E PERFORMER MILENA MANCINI CAPODIMONTE – CORTILE DELLA REGGIA  26 LUGLIO ORE 21:30   Immagine in evidenza: Napoli Teatro Festival Italia

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Teatro

David di Joele Anastasi, la forza utopica dell’ideale

In occasione del Napoli Teatro Festival 2020 (NTFI), i Vucciria Teatro tornano a Napoli, portando in scena, nella maestosa cornice di Capodimonte, David (11 e 12 luglio). Drammaturgia e regia di Joele Anastasi. Silenzio. Figure che si muovono sulla scena, che si cercano senza trovarsi. Che si trovano senza cercarsi. Ancora silenzio. Dalla stasi la genesi improvvisa di un corpo nudo, quello di David (Joele Anastasi), statuario nelle sue pose plastiche. Dalla morte la vita, dal dolore la grazia che riempie il vuoto di un dramma familiare. Un uomo e una donna, una moglie e un marito che trascinano quel che resta delle loro esistenze in un solco di ricordi e sensi di colpa. Antonino (Eugenio Papalia), un figlio, unico e tuttavia fratello, che annaspa nel mare della sua solitudine aggrappandosi alla forza salvifica dell’immaginazione. Una vicenda familiare sapientemente costruita sull’alternarsi di punti di vista che si incrociano senza mai incontrarsi.  David è una storia d’amore. L’amore di una madre (Federica Carruba Toscano), che fa del silenzio lo scudo al suo dolore, che non perdona, che non si perdona per quel figlio che non è mai stato e che continua ad essere. L’amore di un padre (Enrico Sortino), che prova a cancellare la sua responsabilità di morte, piantando vita e fiori nel suo orticello. L’amore di un fratello, che partorisce con la sua immaginazione quel bambino mai uscito dall’utero materno, sangue del suo sangue. David è una storia di assenza. David, figlio respinto, sconfigge ancora una volta Golia, sconfigge l’oblio continuando a vivere pur non essendo mai nato, continuando a sedere a quella tavola imbandita cui non è mai stato invitato, continuando ad essere presente nella sua ingombrante assenza. David è ovunque, nella ricercata agonia della madre, nel tentativo di espiazione del padre, negli occhi di Antonino, che frantuma la sua solitudine dando essenza e forma a quel fratello tanto desiderato, tanto amato da essere odiato.  Una storia in cui il reale si rifugia nell’ideale, lo insegue, ci si specchia. Perché io sono te. Perché tu, sei me. Vieni qua, fratello mio. Vieni da me.  Ancora una volta i Vucciria Teatro, interessantissima realtà teatrale siciliana, si impongono sulla scena con il linguaggio dei corpi. Corpi che comunicano pur stando in silenzio, che emozionano pur nella loro fissità. La nudità è un elemento caratterizzante, metafora ora della bellezza della vita, reale o utopica che sia, ora della maternità negata a seni che non hanno bocche da allattare. Di forte impatto visivo, al centro della scena, una vasca piena d’acqua, elemento primordiale che crea, trasforma e distrugge. D’acqua le lacrime, d’acqua il mare, d’acqua il non-luogo in cui torna David, dissolvendosi come il busto di gesso che ha tra le mani.  Senza alcun risparmio, gli attori siciliani si donano completamente e meravigliosamente sulla scena, con quella loro intensità solita che scuote lo spettatore nella sua comoda seduta, raccontando l’amore nelle sue infinite sfaccettature: quell’amore a volte pesante come una pietra al collo, che costringe giù nell’abisso. E tuttavia anche lì, nell’abisso, è […]

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Teatro

Troia city, la verità sul caso Aléxandros al NTFI

Troia city, la verità sul caso Aléxandros di Antonio Piccolo, regia di Lino Musella. In scena nella verde cornice di Capodimonte il 7 e l’8 luglio, per la rassegna Napoli Teatro Festival Italia. Rimaneggiare il repertorio classico è sempre impresa audace, difficile scommessa minacciata dai devoti all’ intoccabile sacralità di un testo. Rimaneggiare il repertorio classico è, però, impresa congeniale ad Antonio Piccolo, attore, regista e drammaturgo napoletano, classe ’87 che dopo la riscrittura dell’Antigone ancora una volta porta in scena la classicità, supportato dalla perfetta regia di Lino Musella. Una tragedia perduta di Euripide che, con una felice intuizione, diventa il pretesto per un vero e proprio giallo. Il testo di partenza è l’Aléxandros, mito tanto affascinante quanto poco noto che si spoglia di ogni trattazione pedante e accademica, destino frequente delle opere antiche, per diventare un racconto avvincente e moderno, in barba ai denigratori del futuro del classico che ha e avrà sempre qualcosa da dire. E così il filologo diventa un investigatore e il mito l’oggetto di un’indagine. Non si esaurisce in questo la genialità dell’idea. Decisamente originale è anche la scelta della vicenda narrata: non un crimine di cui le tragedie, macchiate dal sangue dei loro personaggi, traboccano, ma l’assenza di un crimine definito necessario. Necessario un crimine? Si, se può scongiurare una guerra decennale.  Ed ecco che, tra le verdi chiome di Capodimonte, le luci si accendono su un uomo in giacca e cravatta, un investigatore che scopriremo essere lo stesso Antonio Piccolo. Sul nero di una lavagna gli indizi di una vicenda che affonda le sue radici nella memoria dei tempi. Scrive e cancella, cancella e riscrive. Alle sue spalle un musicista (Marco Vidino), tutt’intorno le tracce del crimine e ricordi d’infanzia. Tra questi un cavalluccio rosso, chiaro omaggio a una tradizione che un napoletano non può non cogliere con il sorriso negli occhi.  Chiare le premesse dell’indagine: da una parte il monte Ida, dall’altro Troia city. Da una parte l’essenzialità della vita dei pastori, dall’altra lo sfavillio e la magniloquenza dei principi troiani. Due mondi tanto lontani quanto vicini, rette parallele, e tuttavia destinate a incontrarsi. Un bambino esposto su un monte e salvato da un’orsa, il senso di colpa di due genitori, il rapimento di una donna, la distruzione di una città: immagini che si sovrappongono, fili narrativi che si intrecciano e rimandano alle facce di una stessa moneta: Alessandro, difensore degli uomini e Paride, principe bello e sconsiderato.  Un eroe vero e un codardo falso, un eroe falso e un codardo vero. Ma cos’hanno in comune Alessandro e Paride? Qual è la verità? E quanto è caro il prezzo di questa moneta?  Molti gli interrogativi, poche le risposte, un’unica certezza: manca un delitto. – Commissario, ma perchè si uccide? – Per sesso e per soldi. In sintesi, per il potere. Dinamiche ancestrali che furono e che sempre saranno. E così il passato si avvicina al presente, la guerra di Troia assume le sembianze di una partita di calcio: i Greci battono i Troiani […]

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Teatro

Nella solitudine dei campi di cotone, Koltès al NTFI

Per il Napoli Teatro Festival Italia, nella meravigliosa cornice del Palazzo Reale, è andato in scena, il 6 luglio, uno dei testi più affascinanti e complessi di Bernard-Marie Koltès, Nella solitudine dei campi di cotone (1986), regia di Andrea De Rosa «Non sono qui per dar piacere io, ma per riempire l’abisso del desiderio, per richiamare il desiderio alla mente, per costringere il desiderio ad avere un nome, per trascinarlo fino a terra, dargli forma e peso, con l’inevitabile brutalità che c’è nel dare una forma e un peso al desiderio.» C’è qualcosa di più seducente e magnetico di un desiderio? Una scena scarna in cui l’unica nota di colore è il rosso di un drappo di velluto, in sottofondo la dolcezza delle note di Bach e due personaggi sospesi in un tempo-non tempo e in un luogo non-luogo. Chi sono? Dove sono? Perché si sono incontrati? E perché proprio in quel momento? Domande che non trovano risposte. Domande che, forse, non necessitano di risposte.  Uno ha qualcosa da vendere, l’altro sta al gioco e dice che forse comprerà. Cosa, non è dato saperlo. Una transazione tra un venditore e un compratore che avviene nell’oscurità, nell’ora dei rapporti brutali tra gli uomini e gli animali, assumendo ora i tratti di un duello, ora di un gioco erotico. Lei, il venditore, seduce. Lui, il compratore, schiva. Tutto ruota attorno a un “contatto verbale”, un fiume di parole non sempre facilmente navigabile: le metafore, tratte dal mondo animale e della prostituzione, unite agli sguardi che si consumano tra i due, ridefiniscono l’idea del desiderio non più inteso come la necessità di ottenere un oggetto, ma come il bisogno di soddisfare un impulso.  Un labirinto oscuro in cui è facile perdersi, una transazione commerciale il cui fine ultimo è indagare il fondo della coscienza e farlo venire alla luce con la parola. E proprio in un’estenuante lotta di parole si incontrano/scontrano le identità frammentate e incompiute dei due personaggi che restano sospesi, galleggianti nelle loro solitudini. Un conflitto logorante, che non trova pace, tra l’amore e la morte, il desiderio e la paura, l’animale e l’uomo, il buio e la luce, nuclei ancestrali intorno ai quali si consuma da sempre l’esistenza. In nome di quella che per Koltès è la più grande sfida del teatro: abbandonare il palcoscenico per ritrovare la vita reale. Testo volutamente difficile quello di Koltès, scelto da Andrea De Rosa per il ritorno in scena dopo mesi di riflettori spenti e sipari abbassati.  «Durante la quarantena, scrive De Rosa nelle note di regia, ho pensato spesso ai teatri vuoti. Bui, freddi, silenziosi. Era un’immagine che allo stesso tempo mi attraeva e mi spaventava, come quando ero bambino e non riuscivo a farmi capace che la mia casa continuasse a esistere anche quando non c’era più nessuno. Che cos’è una casa quando non c’è nessuno che la abita? Che cos’è un teatro vuoto? Continua a esistere per chi? Ho immaginato il luogo dove si svolge Nella solitudine dei campi di […]

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Musica

La belle dame, il nuovo EP di Valerio Bruner

Da oggi, 17 aprile, è disponibile su tutte le piattaforme il nuovo EP di Valerio Bruner, La belle dame. Cinque canzoni sull’universo femminile. Napoli, piazza Bellini.  In un’assolata mattinata in cui era ancora concessa la bellezza di guardarsi negli occhi senza l’imperativo del distanziamento sociale, Eroica Fenice aveva incontrato Valerio Bruner, giovane artista napoletano, per parlare del suo nuovo EP La belle dame, disponibile da oggi, 17 aprile. Perché se un virus, chiamato covid-19, costringe tutti noi italiani a stare chiusi in casa, la musica non si ferma.  Come e quando nasce questo EP? La genesi di questi pezzi risale già ai tempi di Down the river. Sempre pezzi acustici, voce e chitarra. Dopo tre anni dal primo album c’è stato un incontro fortunato con un’etichetta, Volcano Records & Promotion.  Abbiamo prima registrato voce e chitarra, a Napoli. Poi in studio a Torino, più lontana dall’identità territoriale napoletana che a volte è un bene e un male. Il tutto tra novembre e dicembre. Dopo una registrazione tra Napoli e Torino sono venute fuori canzoni mie che, con gli arrangiamenti, non riconoscevo o che forse riconoscevo di più. Un’esplosione difficile da spiegare con le parole.  E così ci perdiamo nelle immagini di Torino, una città magica, negli aneddoti di giornate lavorative intense, di tragitti a piedi con la chitarra in spalla, sole tiepido e la serenità di chi sente che sta percorrendo la strada giusta, la sua. Partiamo dal titolo, La belle dame…  É un omaggio a una poesia di John Keats, La Belle Dame sans Merci, poesia che adoro, al punto da scriverci un pezzo. É un lavoro tutto improntato sulla figura femminile: sono cresciuto in un contesto femminile fatto di donne cazzute, mia madre, mia nonna. In una società in cui l’emancipazione femminile non è così scontata, è venuto spontaneo raccontare storie di donne che in situazioni negative, in cui tutto sembra perduto, trovano comunque una luce. Un inno a tutte quelle donne che, consapevoli della loro forza, lottano e continuano a farlo, nonostante tutto.  Un piccolo universo narrativo, cinque donne, cinque storie, cinque canzoni in cui è concentrato il messaggio dell’album. Cosa c’è di diverso rispetto a Down the river? L’altro è un lavoro forse  più autobiografico, ma allo stesso modo, le mie canzoni nascono sempre da ciò che mi circonda, che colpisce la mia attenzione. Penso a Rivergirl e al modo in cui è nata: due anni fa ero a Londra, nel quartiere di Little Venice, bellissimo. In una giornata uggiosa mi colpirono i battelli fermi sui canali abitati da questi “gipsy dell’acqua” e su un cartello c’era la scritta RIVERMAN. Annotai delle parole sul taccuino che porto sempre con me, “Rivergirl is not too late”. Queste parole mi sono tornate in mente ascoltando un giro di accordi di Tom Petty…e così è nato il primo singolo: uno scenario apocalittico, una donna sola e inascoltata che trova in sé la forza per andare avanti, dimenticandosi di tutto il resto “’cause rivergirl won’t be too late”.  Testi intensi che spaziano musicalmente dal […]

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Teatro

Lumache, desideri e compromessi in una cena tête-à-tête al TRAM

Lumache è lo spettacolo di Pietro Juliano, andato in scena al TRAM da giovedì 20 a domenica 23 febbraio. Lumaca: termine comune in lingua italiana con cui si indicano tutti i gasteropodi terrestri polmonati sprovvisti di conchiglia complessa e apprezzabile a occhio nudo, bensì rudimentale e nascosta nella massa di un mantello.  Luci soffuse, un ristorante, un tavolo, un uomo e una donna, seduti l’uno di fronte all’altro. Compìta lei, smodato lui. Lei parla, lui ammicca. Scrittrice lei, editore lui. Lea Crivello (Cinzia Cordella) lei, Manuel Montedoro (Nello Provenzano) lui. Al centro, un piatto di lumache.  Una semplice cena, apparentemente. Un conflitto di idee, a ben guardare. Lea è una scrittrice, dai saldi valori, alla disperata ricerca di qualcuno che pubblichi il suo ultimo romanzo. Manuel è un editore senza scrupoli, che fa della disperazione di Lea la sua forza. Il romanzo sarà pubblicato, ma non senza un prezzo da pagare. Sullo sfondo di questo serrato scambio di battute, princìpi, punti di vista, lui, il cameriere (Peppe Romano). Con la sua livrea, esperto conoscitore di vini e bevande, osserva la scena e, approfittando di un momento di solitudine con Lea, quasi assolvendo alle funzioni del vecchio coro della tragedia greca, si abbandona a una riflessione sul valore del tempo, sul desiderio, la voglia di inventare il presente.   Perché in fondo è di questo che si tratta: del desiderio. Lea, che agghindata in gonna e tacchi, pensava di trovare in Manuel consenso e fiducia, trova in Manuel e a quel tavolo un interrogativo vecchio quanto il mondo: cosa si è disposti a fare per realizzare i propri desideri? Quanto si è disposti a scendere a compromessi?  E pietanza dopo pietanza, bicchiere dopo bicchiere, ammiccamento dopo ammiccamento, accusa dopo accusa, difesa dopo difesa, vediamo lei, Lea, costretta per un’intera serata a subire l’arroganza e la natura viscida di chi le sta di fronte, uscire dal ristorante con lui. Non cederà? Cederà? Sullo sfondo, lo sguardo del cameriere, muto. In quel silenzio, parole su parole.   Ma, in conclusione, le lumache che c’entrano? Il parallelismo tra la lumaca e l’uomo, dice il regista Pietro Juliano, nasce dal fatto che il frenetico susseguirsi di decisioni che questi ultimi sono chiamati a prendere, sia nel privato che nel pubblico, potrebbero rendersi meno nocivi e più fruttuosi se maturati con lentezza, al punto, evidentemente, da lasciare un segno più maturo e critico per le generazioni a venire.  Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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Teatro

Scannasurice, in scena la poesia teatrale di Moscato

In scena al Teatro Elicantropo di Napoli, dal 20 febbraio all’8 marzo, Scannasurice di Enzo Moscato, regia di Carlo Cerciello. Scannasurice: letteralmente scanna-topi.  Uno scannatoio, un tugurio, un inferno, il ventre di Napoli.  Una scatola cubica, a tre piani, luci votive, bottiglie vuote, carte sporche e seduta nel buio una figura androgina che indossa la fatiscienza del luogo in cui vive. Canotta e mutande bianche, capelli raccolti in una retina e trucco sbiadito. Spezza da subito il silenzio con una lingua oscena e sublime, un virtuosismo verbale che, a tratti, non arriva neppure a un napoletano, eppure arriva tutto. Un idioma barocco che riempie, che svuota, che cura, che ferisce.  “Ho scelto”, così il regista Carlo Cerciello in una nota, “un testo in lingua napoletana di un autore antioleografico per eccellenza come Enzo Moscato, mettendo in scena il suo Scannasurice, scritto dopo il terremoto del 1980, nell’intento di allontanarmi dalla malsana oleografia di ritorno, che, nuovamente, appesta Napoli di retorica e luoghi comuni, in una città che ha smarrito la memoria stessa della sua vita culturale, seppellita dalla banalità e dal conformismo.” In uno spazio claustrofobico, su, giù, destra, sinistra, dentro, fuori, un’unica straordinaria attrice, Imma Villa, che diventa femminiello, munaciello, bella ‘mbriana, puttana e racconta storie racchiuse in altre storie, un passato che non passa. D’improvviso luci si accendono a incorniciare un’edicola votiva ed ecco la Madonna che con affetto e disprezzo si rivolge ai sorci. Abitatori che infestano quel sottosuolo, metafora dei napoletani, suricille loro stessi, che tentano di risalire dai piani bassi, di salvarsi. E la memoria corre inevitabilmente alla Ortese, alla sua Napoli non bagnata dal mare. Topi, surice e un testo attuale, attualissimo, pur essendo stato scritto nel 1982. Un viaggio tra gli elementi più arcani della napoletanità, in compagnia dei fantasmi delle leggende partenopee, alla ricerca di un’identità sempre più smarrita dentro le macerie della storia e della sua quotidianità terremotata. Dai mutandoni a pelliccia e tacchi, dalla voglia di vivere all’istinto di morire, dallo sguardo verso la luna al buio dei vicoli e dei basoli scassati della città. Un destino di solitudine, disperazione, ribellione e rassegnazione. Il destino di chi è solo e sa che  nessuno si salva da solo. “Chi so’? Stong ‘arinto? Stong ‘afora? Nun moro, no…ma neppure campo comm’apprimme: ‘a vista, ‘e mmane, ‘e rrecchie…tutte cose se n’è ghiute…e pure ‘a voce…ancora ‘nu poco…e poi…sommergerà, affonderà pur’essa.”   Fonte immagine: https://www.flickr.com/photos/giovannaparato/32998614225/  

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Libri

Il ladro di giorni, viaggio on the road di Guido Lombardi

Feltrinelli, nuove proposte. Primo scaffale, sulla sinistra: Il ladro di giorni di Guido Lombardi. Ne leggi dal retro la sintesi. Padre-figlio-viaggio: parole che, messe insieme, sono per te pugni. Parole che, messe insieme, hanno per te il peso specifico della nostalgia. E allora quasi sei tentata a riporlo nello scaffale, il primo sulla sinistra, ma in passato ti sei già imbattuta nella penna di questo autore e, a prescindere dalle tue crepe, sai che in quella storia troverai poesia e in quella poesia, forse, troverai qualche pezzo di te. Perché, in fondo, è a questo che servono le storie, no?   Quella di Lombardi è la storia di un viaggio on the road verso il Sud, la storia di Salvo e Vincenzo. Salvo, figlio di Vincenzo, undici anni, barese, campione di tuffi. Vincenzo, padre di Salvo, appena uscito di prigione.   Tema: racconta un giorno diverso dagli altri, usando il discorso diretto e indiretto. Svolgimento. Poetica è la scelta di raccontare i fatti attraverso il punto di vista di Salvo, un undicenne, che ha perso la madre e che del padre, che non vede da sei anni, ha solo ricordi sfocati.  Con babbo era diverso, lui non parlava molto, mi faceva vedere come si fanno le cose e basta. Però era anche vero che ormai non mi ricordavo più molto di lui e man mano che passava il tempo era sempre peggio. Cioè, se pensavo alla sua faccia, mi sembrava come se stava sott’acqua, che vedi tutte le cose deformate, con le onde che muovono tutto e non si capisce niente. Questa cosa mi faceva incavolare un sacco e alla fine non ci ho provato più a ricordarlo.  Costretto dalla vita a diventare grande in un tempo piccolo, Salvo vive con gli zii e con suo cugino Emidio a Trento, dove piove un sacco. Ha già capito molte cose su come va la vita, che i grandi si danno la colpa per non sentirsi in colpa, che quando fai domande che li mettono in difficoltà, promettono di risponderti quando sarai più grande, solo che gli anni passano e tu sei sempre troppo piccolo. E mentre gli anni passano, in un giorno qualunque, il passato piomba a violentare il presente. Vincenzo esce dalla prigione, torna e strappa Salvo dal suo nuovo perimetro di certezze. Inizia il loro viaggio.   Un viaggio di quattro giorni, da Nord a Sud, da passato a presente, da sconosciuti a padre e figlio. Di nuovo. Perché quattro giorni sono pochi, ma per Salvo e Vincenzo saranno sufficienti a scoprirsi e riconoscersi, a odiarsi e amarsi ancora, e forse anche di più, uniti nella caccia al ladro di giorni, al ladro dei giorni dell’infanzia di un figlio, al ladro dei giorni dell’amore abortito di un padre, al ladro dei loro giorni.  Una storia avvincente ed emozionante, che Guido Lombardi non si è limitato a raccontare, seducendo il lettore, lasciandolo invischiato tra le sue pagine. Si è spinto oltre, dando volto, voce, vita ai suoi personaggi, portando Il ladro di giorni sul […]

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Teatro

Iliade la guerra di Troia rivive nel Museo del Sottosuolo

Recensione di Iliade la guerra di Troia, al Museo del Sottosuolo di Napoli. Cantami, o Diva, del Pelide Achille   l’ira funesta che infiniti lutti addusse agli Achei… Questi i versi che danno inizio a uno dei poemi più noti al mondo, l’Iliade di Omero. Vicende che, immuni dall’azione del tempo che tutto logora, hanno affascinato, affascinano e continueranno a farlo.  La guerra di Troia – il cui pretesto è il ratto di Elena, sposa del re greco Menealo, da parte del troiano Paride – dura da nove anni quando inizia l’Iliade. Il cieco di Chio non ne racconta né l’inizio né la fine, concentra la narrazione in cinquantuno giorni, nei quali si dipanano i più svariati sentimenti dell’animo umano: l’ira di Achille per la perdita di Briseide prima, di Patroclo poi; la paura e la dignità di Ettore alla vigilia dello scontro; la sete di vendetta di Menelao, privato della sua donna e, prima ancora, del suo onore; l’amore e la speranza di Andromaca che perderà il suo sposo, suo figlio Astianatte, la patria, la libertà.  E proprio attraverso il punto di vista di Andromaca, principessa troiana e sposa di Ettore (una bravissima Chiara Vitello), nel Museo del Sottosuolo di Napoli rivivono, nello spettacolo Iliade la guerra di Troia, le storie degli eroi greci e troiani, che da millenni affollano pagine, menti e fantasie di scrittori. Sulla scena quattro attori (Marco Serra, Daniele Acerra, Francescoantonio Nappi e Chiara Vitello) della compagnia Il Demiurgo, che, spostandosi in maniera itinerante, rappresentano nel corso dello spettacolo, diretto da Francesco Nappi, storie di amori, tradimenti, sangue. Alla voce di Andromaca, rotta dal dolore e dalle lacrime, si sovrappongono gli scontri di Ettore e Paride, di Achille ed Ettore, le gesta di Odisseo e Diomede, di Agamennone e Menelao. E così, pur assistendo alle azioni di una società lontana, i cui valori sono cambiati, gli spettatori sono trascinati da sentimenti che ogni uomo conosce, fino al sacco di Troia e alla cancellazione della stirpe troiana.  A fare da cornice alle immortali gesta cantate da Omero, i bui meandri del Museo del Sottosuolo, in cui, a 25 metri di profondità, riecheggiano gli scudi battuti l’uno sull’altro, le grida di guerra, di rabbia, di dolore. E riecheggia una vicenda immortale: la guerra di Troia.  Iliade la guerra di Troia, in scena al Museo del Sottosuolo di Napoli il 19 gennaio.

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Teatro

Rubini e Lo Cascio portano Dracula al Teatro Bellini

Recensione di Dracula, da Bram Stoker, adattamento Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini Il nosferatu non muore come l’ape dopo aver punto una volta. Diventa solo più forte, ed essendo più forte ha più potere di fare del male. Questo vampiro che si trova fra noi è di per sé forte come venti uomini; ha un’astuzia più che mortale, poiché la sua astuzia è cresciuta nelle ere… Dracula, Bram Stoker Chi non ha mai sentito il nome di Dracula? Chi non ne conosce la vicenda? Uno scrittoio e un uomo che cerca nella penna un’arma con cui affrontare la disperazione.  Si tratta di Jonathan Harker, di professione avvocato, personaggio del celebre romanzo ottocentesco di Bram Stoker, Dracula (1897). Una narrazione lenta, complessa, che si snoda attraverso lettere, articoli, pagine di diari dei vari protagonisti. Una narrazione che contiene tutti gli elementi tipici del genere gotico. Il castello labirintico, il vascello fantasma, l’erotismo, la morte, il sangue, la necrofilia, uniti, però, ad elementi di modernità tardo-ottocentesca: i telegrafi, le sedute di ipnosi e la fiducia positiva nella scienza e nella razionalità, incarnata dal professor Van Helsing.  Nella riscrittura per il teatro, Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi, rimarcano i risvolti psicologici dei personaggi: e così Dracula diventa non solo un viaggio notturno verso l’ignoto, tra lupi che ululano, banchi di foschia e croci ai bordi delle strade, ma assume anche i caratteri di un viaggio interiore del protagonista la cui vita cambia non appena si accosterà al cancello del castello: il ricordo di ciò che gli accade sarà un’ossessione che contaminerà tutto ciò che ha di più caro, in primis il rapporto con la moglie Mina (Alice Bertini). È il talento di Luigi Lo Cascio a dare voce e corpo ai tormenti di Harker, mentre Sergio Rubini veste i panni del professor Van Helsing. Il duo, già visto e osannato al teatro nella pièce Delitto e Castigo (regia di Sergio Rubini), pur dando prova di grande maestria, sembra forse risucchiato dalla lentezza della narrazione, dalla rappresentazione, a tratti stereotipata dei personaggi. Il Conte Dracula, interpretato da Geno Diana, nello spazio di poche battute, porta sulla scena quegli atteggiamenti trasgressivi, irrazionali e proibiti caratteristici del personaggio di Stoker, assumendo però, a tratti, toni caricaturali.  Quasi cinematografica, più che teatrale la scenografia, che, attraverso pannelli scuri che simulano ora temporali, ora tempeste, rende il mistero che avvolge l’intera vicenda, vicenda in cui il buio prevale sulla luce. DRACULA  da Bram Stoker adattamento Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini con  Luigi Lo Cascio Jonathan Harker Sergio Rubini     Professor van Helsing Lorenzo Lavia    R. M. Renfield Roberto Salemi  Dottor Seward Geno Diana        Conte Dracula Alice Bertini        Mina Murray  in scena al Teatro Bellini di Napoli dal 17 al 26 gennaio 

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Teatro

Medée Visions, incontro di arti al Teatro Bellini

Destrutturare una tragedia. Immaginare un dialogo tra linguaggi artistici differenti. Contaminare il classico con il moderno. È quanto sta alla base di Medée Visions, pièce rappresentata sulle tavole del Teatro Bellini di Napoli il 14 e 15 gennaio. Alessia Siniscalchi ha creato un incontro atipico tra Medea ed Eva, tra Adamo, Caino e Giasone. Paradiso e Inferno: 17 momenti montati come in un film tra la dualità femminile e il maschio/padre/fuggitivo. Un progetto audace in cui si fondono le opere dell’artista Valerio Berruti, il testo di Paulina Mikol, le fotografie di Giovanni Ambrosio, le musiche di Cristina Barzi e Phil St. George, i video di Paul Viven e le luci di Benjamin Sillon.  Tanti anni fa ho immaginato un’interpretazione contemporanea del mito di Medea. Non avevo un figlio all’epoca, lasciai morire questa idea e cominciai a creare spettacoli immersivi sul tema della relazione, racconta la Siniscalchi, regista di Medée Visions, oggi che ho un bimbo di otto anni è tempo di tornare a Medea. Così la vicenda di Medea, maga della Colchide, moglie di Giasone e madre dei suoi figli, è resa sulla scena in maniera assolutamente non convenzionale. Il suo dolore, la sua rabbia, la sua follia diventano ora danza, ora canto, ora parola spezzata. Spezzata e ripetuta in una babele di lingue: a battute in inglese seguono risposte in francese e, ancora, in italiano. Così, la vicenda di Medea si intreccia a quella di Eva.  Suggestiva la scenografia che vede su pannelli sagome infantili enfatizzate da giochi di luci. Luci continue, intermittenti, a rendere l’intensità del pathos che rende questo dramma, la Medea di Euripide un capolavoro senza tempo.  Hai conosciuto un’altra? Ha la pelle di pesca? È più giovane di me? Hai conosciuto un’altra? Ha la pelle di pesca? È più giovane di me? Una donna sedotta, abbandonata in nome di usanze greche che, barbara, non può capire. Una donna in cui la follia diventa lucida razionalità. Un dramma antico che nasconde, tra le pieghe, tracce di modernità.  Alessia Siniscalchi è napoletana, ma vive e lavora tra l’Italia e la Francia. Nel 2007 fonda il collettivo Kulturscio’k, che si muove tra i due paesi. Oggi fanno parte del collettivo attori di cinema e teatro, danzatori, fotografi e musicisti che portano avanti una ricerca che approfondisce il rapporto istintivo e primordiale tra musica, movimento e testo.  Medée Visions di Alessia Siniscalchi con Alessandra Guazzini, Fannu Guidecoq, Francesco Calabrese, Felicie Baille, Zelia Pelacani Catalano e, in alternanza, Chiara Sistri testo originale Eva/Medea di Paulina Mikol Spiechowicz testi Alessia Siniscalchi su ispirazioni libere da George Bernard Shaw, Dario Fo, Franca Rame, Euripide Grillpartzer   Fonte foto: www.teatrobellini.it

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Teatro

Tony Laudadio e Monica Nappo al Ridotto del Mercadante con Tossine

Dall’8 al 19 gennaio al Ridotto del Mercadante, lo spettacolo Tossine di Tony Laudadio.  Il salotto di una casa. Un divano di velluto blu e una donna che racconta dettagli del suo matrimonio. Ma chi è l’uomo seduto di fronte a lei? Perché le chiede tanti dettagli? “Alle volte, si legge nelle note di regia, diamo le nostre relazioni per scontate. Anzi, più sono intime, più le diamo per scontate. Pensiamo che la persona che ci sta accanto vivrà tutta la vita con noi. Che abbia questo nostro stesso desiderio. Che ci ami come il primo giorno. Che stia ancora lì ad aspettarci, a desiderarci, a commuoversi pensando ai bei momenti insieme.” E così, mentre la vita, che non ne vuole sapere di arrestarsi, va avanti, Lola (Teresa Saponangelo) assolda Mesto (Ivan Castiglione), un sicario, per uccidere suo marito Michele (Tony Laudadio). Sia ben chiaro, il suo è solo un modo contorto di amare. Vincente l’ironia con cui i personaggi portano in scena le debolezze e le perversioni della società borghese, scavando al fondo di rapporti di chi, perso nei cerimoniali dell’esistenza, pensa di conoscersi davvero bene. Coppie scoppiate che millantano amori di cui ignorano l’essenza. Facile proiettarsi sul velluto di quel divano, facile porsi le domande di Lola e Michele, facile lasciarsi avvelenare dalle Tossine che, maldestramente maneggiate da Mesto, dovrebbero firmare la vendetta di Lola, moglie di Michele, tradita da Michele, marito di Lola. Cosa faresti se io ti tradissi? Cosa ti mancherebbe di me se io morissi? Domande all’apparenza innocue che accendono micce, che alimentano dubbi. Domande semplici che sconvolgono un equilibrio complesso. Facile vestire i panni di Lola e i suoi interrogativi sulla capacità di perdonare, facile vestire i panni di Michele, che si scopre ignaro di chi dorme nel suo letto. Facile sentire sulle propria pelle le lacrime di Mesto, che nella parola fallito trova la perfetta sintesi della sua vita.  Il salotto di una casa. Un divano di velluto blu e tre personaggi, anzi, tre persone che potremmo essere ognuno di noi. Tradimenti, verità taciute, amore ti amo, amore sei una dea, amore ti ho tradito ma solo perché eravamo già in crisi, amore quella per me non significa niente, amore se tu mi tradissi io ti ammazzerei, amore assolderei un sicario con i tuoi soldi. Dramma familiare rappresentato in maniera sarcastica e geniale. Scrittura di Tony Laudadio e la regia di Monica Nappo: incrocio di talenti. Esilaranti gli attori che ci accompagnano, naufraghi, alla deriva di una storia, con il sorriso sulle labbra e le lacrime agli occhi (dal ridere!).  Applausi.        

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Teatro

L’Antigone di Sofocle, il dramma in scena al Bellini

Dal 7 al 12 gennaio le tavole del Teatro Bellini si macchiano di morte e sangue, contaminate da colpe antiche e moderne: in scena l’Antigone di Sofocle (traduzione e adattamento di Laura Sicignano  e Alessandra Vannucci). Tebe.  Antigone, figlia di Edipo, ha ancora negli occhi la morte dei fratelli Eteocle e Polinice: li ha visti uccidersi reciprocamente, l’uno all’assalto, l’altro a difesa della città. Ha nelle orecchie il bando di suo zio Creonte, nuovo sovrano di Tebe, che vuole insepolto, pena la morte, il corpo di Polinice, traditore della città, ma prima ancora fratello di Antigone.  La legge non mi separerà dal mio sangue. Antigone, che ha nel sangue le leggi degli dei, i vincoli dell’amore, lei che ha nel sangue il sangue di Polinice, non accetta quel bando, non può accettarlo. Nessuno può impedire di seppellire un corpo, nemmeno se di un traditore. Nessuno può impedire a una sorella di seppellire suo fratello.  Non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte ed incrollabili degli dei. Infatti, queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono.  Antigone, figlia di Edipo. Creonte, zio di Antigone. Uno scontro insanabile: donna lei, uomo lui. Giovane lei, vecchio lui. Individuo e società, famiglia e stato: forze dominate da leggi proprie che parlano lingue diverse, incapaci di comunicare. Antigone è un’eroina classica eppure estremamente moderna: donna, giovane, che si ribella in nome di leggi non scritte, le sole che per lei contano. Che si ribella al decreto di un uomo prima, ad una società patriarcale poi.  Antigone è un mito fertile: non smette di parlare al presente e di generare riflessioni sulla società di ogni epoca. Un mito che affonda le radici duemila anni fa, eppure non c’è parola pronunciata dagli eroi di Sofocle che non faccia sentire la suo eco in ogni tempo e in ogni dove.  Antigone, che porta nel suo nome, nel suo destino, colpe ataviche, non teme la punizione, la prigionia, la morte. Antigone ribelle, eroica, martire. Una spirale che risucchierà Emone, figlio di Creonte, amante di Antigone; Euridice, moglie di Creonte, madre di Emone. Morte chiama morte. Male genera male.  Ma cos’è il Male? E perché? È il caso, uno scherzo divino, o la punizione per la ὕβϱις (ubris, nda) dei protagonisti, oppure è il destino di tutti?  Potente l’accompagnamento musicale suonato dal vivo da Edmondo Romano. Meravigliosa la scenografia di Guido Fiorato, che rappresenta un contesto postbellico, distrutto, carbonizzato, che nel finale crolla, va in frantumi come l’animo di chi sopravvive. Come l’animo di Creonte, sopraffatto dal nichilismo, dal vuoto, dalla sconfitta delle sue stesse scelte, dall’utilizzo eccessivo della ragione che, come lui stesso dice, genera nient’altro che morte.  ANTIGONE  di Sofocle con Sebastiano Lo Monaco, Lucia Cammalleri, Egle Doria, Luca Iacono, Silvio Laviano, Simone Luglio, Franco Mirabella, Barbara Morselli, Pietro Pace.   Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/311/antigone

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Teatro

Pater di Adriana Follieri debutta al Teatro Nuovo

Papàààààà…non risponde. Prova tu… Nell’ottobre 2018, spiega Adriana Follieri, in occasione di Intrecci/Festival del Welfare e dell’Intrecciatura promosso da Less a Napoli, ho ricevuto l’invito a realizzare un laboratorio teatrale integrato rivolto agli abitanti della città, napoletani e giovani migranti richiedenti asilo. Questa compagine si è rivelata particolarmente felice e dal singolare potenziale artistico, tanto da suggerirmi di approfondire il lavoro anche a festival concluso. Nasce così la compagnia di Pater, ascoltando questo desiderio di profondità e cura, lasciando spazio al non prevedibile e accogliendone il dubbio.  È stato il palcoscenico del Teatro Nuovo a ospitare, giovedì 19 dicembre, il debutto di Pater, un lavoro sul movimento poetico e vitale che nasce e prende forza dalla piccola storia di una comunità. È un lavoro sull’essere umano e sulla natura, anche urbana, che accoglie e che respinge.  Pater muove intorno alla questione del libero arbitrio, interrogandosi sulle conseguenze e le possibilità di ciascuno di fronte alle proprie scelte, la cui drammaturgia originale s’ispira al saggio Attesa di Dio di Simone Weil, in particolare allo scritto A proposito del Pater. «Padre nostro che sei nei cieli» Egli è nostro Padre; non c’è nulla in noi di reale che non proceda da lui. Noi gli apparteniamo. Egli ci ama, perché se stesso e noi siamo cosa sua. Ma è il Padre che è nei cieli. Non altrove. Se noi crediamo di avere un padre quaggiù non è lui, ma un falso dio. Non possiamo fare un solo passo verso di lui: non si cammina verticalmente. Possiamo dirigere verso di lui soltanto il nostro sguardo. Non dobbiamo cercarlo, dobbiamo soltanto mutare la direzione dello sguardo. Tocca a lui cercarci. Dobbiamo essere felici di sapere che egli è infinitamente fuori dalla nostra portata. Abbiamo così la certezza che il male in noi, anche se sommerge tutto il nostro essere, non contamina in alcun modo la purezza, la felicità, la perfezione di Dio. Pater di Adriana Follieri, trampolino di lancio, gioco di evoluzione e immersione  La lettura condivisa delle parole di Simone Weil, ha dato il via alla ricerca di una originale traduzione scenica, fino a giungere a una drammaturgia scarna, essenziale. Un lavoro collettivo fatto di gesti, parole, lamenti, e soprattutto musica e colori. Notevole l’accompagnamento musicale di Pasquale Termini (violoncello) e Francesca Diletta Iavarone (flauto traverso). In un tempo dove è l’individualismo a vincere tutte le sfide, conclude la Follieri, abbiamo tentato di concederci lo spazio e il tempo della cooperazione.  [Fonte immagine: http://terredicampania.it/eventi/pater-teatro-nuovo-napoli/16/12/2019/]        

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Eventi/Mostre/Convegni

Letizia Battaglia ai Magazzini fotografici

Total black, carrè rosa e macchina fotografica al collo. Eccola, ai Magazzini Fotografici, Letizia Battaglia. Ottantaquattro anni e una fama mondiale. Per il New York Times è una delle 11 donne che hanno segnato il nostro tempo. In un’atmosfera confidenziale, sigaretta alla mano, Letizia racconta e si racconta. Lei che ha fatto della fotgrafia uno strumento di impegno civile, mettendo il suo talento e la sua passione al servizio di valide cause, dalla questione femminile ai diritti dei carcerati.  Racconta il suo rapporto con Napoli, dove ha vissuto a cavallo della seconda guerra mondiale.  La sua personale, ospitata dai Magazzini Fotografici, inaugurata ieri 13 dicembre, e visitabile fino all’8 marzo, è il racconto delle contraddizioni e delle ferite di Palermo, città complessa da lei profondamente amata. Nei suoi scatti da cronista, che immortalano i delitti di mafia che l’hanno resa simbolo della battaglia contro la criminalità organizzata e l’omertà che ne aumenta il potere, campeggiano, la morte, il dolore. Dolore che lei stessa dice di combattere contrapponendogli la bellezza. E’ da questo intento che nasce la scomposizione e ricomposizione delle sue foto, così un cadavere è affiancato da un nudo femminile cinto di fiori. Spende parole molto dure contro la mafia, quella mafia che per trent’anni ha fotografato. Per trent’anni ha fotografato la Sicilia, con immagini in bianco e nero crude e dolorose. I suoi reportage per il quotidiano L’Ora di Palermo. Celebrano la morte, anche se è arrivata da mano mafiosa, ma mai la mafia.  Letizia Battaglia ha personalmente scelto dal suo archivio di stampe vintage una selezione di immagini che rappresentano uno spaccato della sua ricerca fotografica. La mostra porta a Napoli ritratti di una Palermo difficile con lo sguardo intimo, profondo ed emozionato. Lo sguardo di una donna, da sempre attenta alle problematiche della condizione femminile. Lo sguardo delle donne e delle bambine da lei ritratte.  Racconta e si racconta. La sua forza legato all’impegno, il suo desiderio di bellezza che la fa essere combattiva, la sua voglia di dare quanto ha ricevuto, di darsi. Non si definisce una battagliera, il suo impegno lo percepisce come dovere.  Nel 2017 inaugura a Palermo, all’interno dei cantieri Culturali della Zisa, il Centro Internazionale di Fotografia da lei diretto, metà museo, metà scuola di fotografia e galleria. E nel 2019 inaugura a Venezia, presso la Casa dei Tre Orci, una grande mostra monografica retrospettiva di tutta la sua carriera.  Per questa nuova occasione sarà ospite dello spazio espositivo Magazzini Fotografici, situato nel centro storico di Napoli, nell’antico Palazzo Caracciolo D’Avellino del Decumano superiore. 

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Teatro

Eroica Fenice intervista Daniela Ioia

Capelli e occhi neri. Classe ’84 e quella veracità che solo il DNA di un napoletano conosce. Tra il viavai del centro e il profumo di una nota pasticceria di Napoli, Eroica Fenice intervista la bellissima Daniela Ioia. Daniela, tu hai iniziato con il teatro, vero? Si, il teatro è il mio primo amore. Ho iniziato a 15 anni interpretando Pupella in Miseria e nobiltà, tutti passano per Miseria e nobiltà. In compagnia c’erano Umberto Bellissimo, Corrado Taranto, Gina Perna, Fabio Brescia. Ho iniziato un po’ per caso, mi sono formata da autodidatta, ma, ti dirò, il non avere un’impostazione accademica, a volte, può essere un vantaggio… In questo momento sei in giro, nei teatri, con Mamma mà. Come nasce la tua collaborazione con Massimo Andrei?  Mamma mà nasce tre anni fa: avevo voglia di mettermi alla prova in qualcosa, da sola. A Roma conobbi Massimo Andrei che dopo qualche mese mi propose una bozza dello spettacolo. Affidai a Gennaro Silvestro la regia e ho debuttato al Teatro Testaccio, poi, ironia della sorte, è arrivata la notizia della maternità. Ti identifichi in qualcuna di queste donne che interpreti? O comunque, quale di queste senti più vicina a te?  Mi divertono tutte e tre allo stesso modo. La seconda è quella più verace, abbiamo riferimenti quotidiani a quel personaggio. Anche la terza donna mi diverte tanto, ha una tecnica differente. Anche se non sembra, è uno spettacolo molto tecnico. Richiede grande padronanza del linguaggio, ognuna ha sfumature e atteggiamenti diversi. Faccio tutto io anche dal punto di vista produttivo, dal contatto con i teatri al tecnico delle luci. In che modo l’essere madre ha cambiato il tuo lavoro? La presenza di un figlio ti stravolge, ti stravolge già dal giorno in cui scopri che diventerai madre. Poi il tuo corpo cambia, ti vedi diversa. Quando arriva ritorni ad essere quella che eri, senza però più esserlo. Ho voluto ricominciare subito a lavorare: dopo poco più di un mese dall’arrivo di Jacopo ero a Venezia, al Festival del Cinema. Ho voluto farlo perché ero ferma da troppo, non sentivo più il contatto con me stessa. Avevo bisogno di ritrovarmi, riconoscermi.  E, inevitabilmente, ci ritroviamo a parlare di Jacopo, un bimbo fortunato, fortunatissimo, che ritrovandosi due genitori che hanno fatto della recitazione la loro vita, già respira l’aria dei teatri, anzi, già ha debuttato con Nartea, associazione culturale napoletana che fa visite drammatizzate della città. Un destino già scritto? Chi lo sa… Ti vedi più in un ruolo comico o drammatico? Non saprei rispondere. Recitare mi piace nella sua totalità. Ovviamente il comico diverte e ti diverte di più; in più la reazione del pubblico, la risata, è immediata, a differenza del drammatico che arriva più lentamente. Sono entrambi complicati, forse il comico un po’ di più, richiede qualcosa di innato che non puoi acquisire con lo studio. Devi essere un po’ macchietta e io sono una macchietta nata.  E come darle torto! La simpatia e il carisma di Daniela Ioia sono decisamente un valore aggiunto alla […]

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