Eroica Fenice

Teatro

Il Principe e la Luna, un viaggio onirico: a cura di Mario Autore

Il Principe e la Luna di Mario Autore: il ritorno della compagnia Teatro in Fabula al Napoli Teatro Festival. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità”. Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry Per il Napoli Teatro Festival Italia 2019, Teatro in Fabula ha presentato alla Galleria Toledo Il Principe e la Luna, uno spettacolo con Giuseppe Cerrone e Melissa Di Genova. Il progetto, le musiche originali e la regia a cura di Mario Autore, i costumi e gli elementi scenici di Federica Pirone. Protagonista del racconto è Louìs, che trascorre il suo tempo nel testardo tentativo di raggiungere la luna. Puntualmente fallisce, ma la sua aspirazione lo induce a ritentare ogni volta. L’incontro con una ragazzina di nome Lea spinge lo strampalato inventore a ripercorrere la storia dei suoi tentativi.  Chi ha detto che i sogni devono restare chiusi nel cassetto? Bisognerebbe non smettere mai di realizzare i propri sogni, o almeno provarci, perché, in fondo, anche questo è un modo di sentirsi vivi. Lo sa bene Louìs, che, dando voce al bambino che è in lui, si adopera per raggiungere la luna, di cui si scopre innamorato una sera qualunque e, affrontando peripezie di ogni genere, riesce a raggiungerla.  Louìs, interpretato con estrema bravura dall’istrionico Giuseppe Cerrone, pur con un linguaggio incomprensibile, riesce attraverso la sua mimica a far arrivare al pubblico il campionario infinito dei suoi sentimenti, tanto belli, quanto semplici e incontaminati, con la complicità di una meravigliosa Melissa Di Genova, che veste i panni di Lea.  Inevitabile non pensare al Piccolo Principe e al suo sguardo sul mondo tanto profondo, quanto lontano dalla superficialità del mondo dei grandi, ciechi verso tutto ciò che davvero conta nella vita, se è vero che l’essenziale è invisibile agli occhi. Il Principe e la Luna di Mario Autore, spettacolo decisamente sui generis Il Principe e la Luna, uno spettacolo che colpisce, rapisce, stupisce, per il suo carattere estremamente poco convenzionale, per la sua scenografia dai tratti onirici, che ricorda le tinte fiabesche delle pellicole di Wes Anderson; per i suoi personaggi che sembrano usciti da un libro di storie per bambini; per la trama, che pur nella sua semplicità, si fa portavoce di un messaggio significativo: l’importanza dei sogni e della visione incantata della vita che l’età tende a portar via, perché tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano. Note dell’Autore Lo spettacolo è concepito come una forma di pantomima, in cui la componente sonora e musicale fa da drammaturgia, sostenendo ritmicamente ed emotivamente la scena.  La lingua è un grammelot arcaico, una sorta di lingua primitiva e meticcia, un pidgin infantile. La musica riprodotta, tutta originale, ripropone in forma sonora gli ambienti immaginari dei protagonisti. I riferimenti sono il cinema muto, i personaggi anomali, buffi ed alieni, i cartoni Pixar e i maestri Charlie Chaplin e Buster Keaton, il circo teatro. Il Principe e la Luna è una ricerca sul desiderio: il desiderio quale motore […]

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Teatro

Centro storico, raccolto di periferia: spaccato di solidarietà

“Centro storico, raccolto di periferia” in scena al Palazzo reale il 7 luglio | Recensione “È malacqua, è malacqua, è fernuta ‘a zezzenella È malacqua, è malacqua oggi è n’ata jacuvella …nun galleggia ‘a paparella” La Compagnia Teatri di Popolo — nata nel 1999 e che dal 2014 collabora con il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL di Salerno — presenta al NTFI 2019 una nuova drammaturgia, che racconta quanto sia spesso la “periferia” a disegnare il “centro” della felicità, con lo spettacolo “Centro storico, raccolto di periferia” Centro isolato di periferia. I suoi abitanti, uniti da solidarietà e da un legame quasi familiare, dettato dalla condivisione della quotidianità, trascinano i loro giorni scanditi da ritmi sempre uguali in un equilibrio rassicurante. Il professore, la massaia, la casa di appuntamenti, dove la gente va per fa’ passà ‘o tiemp’ chiù velocemente, e Don Mimì. Don Mimì, detto o’ Lion’, pietra miliare del quartiere, custode di memoria e di vita, garante di tutte le sue creature: gli abitanti di quel centro isolato di periferia. Ogni giorno Don Mimì trascina il suo carretto e i suoi anni in piazza, con quella cantilena sulle labbra che sa di casa, che è rassicurante come una ninnananna per i bambini che affidano il loro sonno alle braccia di una madre. Per ogni problema Don Mimì è lì, la sua mano è sempre tesa al prossimo contro le difficoltà del quotidiano. Ma chi è davvero Don Mimì? Da dove arrivano i suoi guadagni? Sono questi gli interrogativi che stanno dietro il suo arresto, che inducono il brigadiere a costringerlo dietro le sbarre.  Con la fine della perdita della libertà del Leone coincide la fine della tranquillità del piccolo centro isolato di periferia. La casa di appuntamenti chiusa, i furti e i malori del Professore, il licenziamento della massaia. E così, il brigadiere è costretto a riformularsi la domanda: ma chi è davvero Mimì? E riformulata sarà anche la risposta. Mimì, memoria storica, uomo dalla proverbiale generosità è una presenza di cui il quartiere non può fare a meno. La polizia si vedrà allora costretta a fare uso di uno strumento assente tra le ordinarie pratiche del suo delicato ufficio, un dispositivo non presente tra le innumerevoli leggi: la creatività. Centro storico, raccolto di periferia: spaccato di vita così semplice e così complesso Lo spettacolo curato da Marco Dell’Acqua incanta per la profondità e pienezza dei suoi personaggi, che si muovono in una scarna scenografia fatta si travi di legno e panni stesi. Personaggi che, con la loro autenticità, con la loro semplicità, arrivano al cuore. La pièce si propone di illuminare e restituire centralità alle sofisticate abilità di ogni comunità solidale, quando inventa soluzioni spontanee e ingegnose per trasformare la sopravvivenza in vita. La complessità della vita diventa così occasione per riconsiderare il significato produttivo della condivisione e il suo inspiegabile mistero, luogo privilegiato in cui abita la più commuovente delle poesie, l’amore, come inesauribile forza di ogni felice creazione di senso per il benessere di tutti.   CENTRO STORICO, […]

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Napoli e Dintorni

Miseno, amena terra tra mito e leggenda

Dall’alto del lieve poggio che s’avanza sul mare formando Capo Miseno, si vedono perfettamente il Vesuvio, il golfo di Napoli, le isole di cui è disseminato e la campagna che si distende da napoli sino a Gaeta; insomma la regione dell’universo ove i vulcani, la storia, la poesia hanno lasciato più tracce.  Madame de Staël   È risaputo che i Campi Flegrei, dal greco phlegraios, ardente, sono ammantati da un alone di mistero e fantasticheria. Quando si arriva a Bacoli, accoglie i visitatori un cartello con su scritto Terra di mito e storia, che già la dice lunga. Punto estremo della penisola flegrea è Capo Miseno, un’altura tra Miseno e Bacoli, che, con i suoi 164 metri di altezza, offre una vista mozzafiato per tutti gli amanti dei panorami, che abbraccia il golfo di Napoli, le isole di Procida e Ischia e segna, in un certo senso, il confine tra il golfo di napoli e quello di Gaeta. Miseno, una terra dove la storia incontra il mito Non è la sola bellezza paesaggistica a rendere Miseno un luogo ameno; nelle sue acque si nasconde, infatti, una tradizione mitologica di un certo rilievo. Miseno deve il suo nome al trombettiere di Enea che, avendo osato sfidare Tritone nel suono della tromba, era stato gettato in mare e in seguito annegato. Il suo corpo fu ritrovato in mare da Enea, che decise di seppellirlo sotto un enorme cumulo di terra, Capo Miseno, quasi a voler ricreare una tomba in memoria del prode compagno. Così ne parla Virgilio, nel VI libro dell’Eneide: Ma il pio Enea sovrappone un sepolcro di mole imponente/all’eroe, con i suoi arnesi, il remo e la tromba,/sotto un areo monte che ora è chiamato Miseno,/dal suo nome, e in perpetuo ne serba il suo nome nei secoli. Il porto di Miseno era, nell’antichità sede permanente di una parte della flotta romana, che sfruttava un doppio bacino naturale, quello più interno (detto Maremorto o Lago Miseno), dedicato ai cantieri e alla manutenzione navale e quello più esterno era, invece, il porto vero e proprio. Miseno fu luogo assai ricercato dagli imperatori anche per la villeggiatura. Proprio a Miseno si trovava Plinio, quale comandante della flotta, quando scoppiò la terribile eruzione del 69 d. C. che gli costò la vita. Estese rovine si osservano ancora sulla cima del promontorio, Capo Miseno, costituito di tufo giallo alla base e di tufo grigio nella parte più alta, su cui campeggia un enorme faro, punto di riferimento per la navigazione notturna.  Oggi Miseno è una famosa località balneare, le sue spiagge, a partire da giugno, sono affollate da ombrelloni rossi, arancioni, blu, a righe e da migliaia di bagnanti, che trovano nelle acque flegree ristoro dalla calura estiva. Di sera, invece, accoglie la movida, a ritmo di musica e drink. Una cittadina dalle origini millenarie in cui il vecchio si fonde con il nuovo, l’antico con il moderno.    Fonte foto: https://pixabay.com/it/photos/sea-boat-summer-vintage-beautiful-2480919/

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Teatro

Franco Mastrogiovanni, il maestro più alto del mondo

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere. Franco Basaglia, Che cos’è la Psichiatria, 1967   31 luglio 2009, Pollica, comune di Salerno, 2338 abitanti.  Franco Mastrogiovanni, maestro elementare, viene sorpreso a guidare oltre i limiti di velocità. Un reato che segnerà l’inizio della fine per uno come lui. I carabinieri non bastano per uno come lui. Animato da idealismo e anarchia è considerato pericoloso uno come lui. Il sindaco di Pollica riterrà necessario un TSO per uno come lui. Addirittura si ricorrerà alla contenzione per uno come lui. Lacci ai polsi e alle caviglie per uno come lui. Ottantasette ore senza cibo e acqua per uno come lui.  4 agosto 2009, ospedale di San Luca, Vallo della Lucania Franco Mastrogiovanni, maestro elementare, viene sorpreso morto. La contenzione, per uno come lui, supera la vita e da morto resta legato per altre sei ore, prima che i medici si accorgano che il suo cuore ha smesso di battere. Ucciso dall’indifferenza dei camici bianchi prima, da un edema polmonare poi. Un edema da cui poteva essere salvato. Certo, se non fosse stato costretto al letto della follia. Respira – diciamo alle persone in difficoltà – l’aria è vita. Quell’aria che avrebbe potuto inspirare meglio, col solo essere seduto. Respira, l’aria è vita. Le ultime ore di Franco Mastrogiovanni in un lager psichiatrico Un quadrato nero, grate di legno e un uomo al centro. Un allarmismo rompe il silenzio: carabinieri, guarda costiera e sindaco stanno inseguendo un soggetto pericolosissimo, un mite maestro elementare che la sera prima ha guidato con eccesso di velocità. Un eccesso che l’uomo cilentano, che i suoi alunni, in omaggio ai suoi 193 cm d’altezza chiamavano il maestro più alto del mondo, paga con un TSO, trattamento sanitario obbligatorio che, come tutto ciò che deriva da un obbligo, è uno strumento esposto per natura ad abusi. Contenzione e nessuno che raccolga la sua disperata voglia di libertà. Queste sono le coordinate in cui si consumano le ultime ore di Franco Mastrogiovanni, raccontate nello spettacolo Il maestro più alto del mondo. Morte di un matto, in scena ieri alla Galleria Toledo (per la rassegna Napoli Teatro Festival), scritto e diretto da Mirko Di Martino, che, con occhio cinico e sarcastico, indaga il difficile rapporto tra cura e detenzione, salute e follia, e interpretato da Orazio Cerino.  Una storia che, inevitabilmente, conduce il pensiero a Stefano Cucchi e che, ancora più inevitabilmente, getta ombra e dubbi sulla sicurezza di cui si fa portavoce lo Stato. Uno Stato che prima fa danni e poi pretende di giudicarli e di distribuire assoluzioni e condanne. Uno Stato in cui la diversità è considerata follia e la follia un pericolo da tenere a bada. Tenere […]

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Teatro

Giulietta e le altre di Wanda Marasco: lacrime unite in una catena

Giulietta e le altre, scritto e interpretato da Wanda Marasco, che ha magistralmente vestito i panni di queste grandi donne, da Giulietta a Medea, da Antigone a Nora, è andato in scena per la prima volta, in assoluto, ieri, 13 giugno (replica stasera alle ore 19), presso la Sala Assoli, in occasione del Napoli Teatro Festival Italia, suscitando grande entusiasmo e commozione nel pubblico. Venite. Chisto è ‘o finale. ‘E llacreme hann”a cad’ ‘nterra e po’ hann”a ruciulia’ pe’ tutto ‘o munno, comme a ‘na catena… Una stanza semibuia, una donna scalza, con i capelli legati e un abito azzurro, che entra in scena bisbigliando parole tra sé e sé. Un grande tavolo di legno, vuoto, eppure pieno, imbandito di storie. Storie di donne. Storie diverse, ma tenute insieme dai fili dell’amore, della passione, della rabbia, dell’odio e di quella resilienza di cui maestro sa essere l’animo femminile. Voce narrante quella della balia, che si accinge a impastare pane per le sue bambine, donne cresciute, invecchiate, eppure mai morte. Giulietta e le altre, di e con Wanda Marasco Donne che da secoli continuano a vivere calcando tavole di teatri e che in fondo si annidano in ognuno di noi. Si raccontano, mettendo a nudo, in modo disarmante, il loro universo interiore, così complesso e per questo così affascinante. Intenso il monologo di Giulietta, simbolo di impulsività, passione e idealismo. La sua infatuazione adolescenziale viene elevata al rango di amore sacro, che la unirà al suo amante su letto di morte. Morte che toccherà anche ad Antigone, figlia di Edipo, eroina romantica e ribelle che, sola, si oppone al dominio ingiusto di un tiranno. Antigone, nata non per condividere l’odio, ma l’amore. Per lei nessuna legge umana può contrariare certi principi: nessuno può impedire la sepoltura di un corpo, nemmeno se appartiene ad un traditore, soprattutto nessuno può vietare ad una sorella di seppellire il proprio fratello. Ipnotizzante il discorso rabbioso e drammatico di Medea, la maga della Colchide tradita da Giasone in nome di leggi che, da barbara, non può capire. Furiosa, ma fin troppo razionale, si vendica del marito, macchiandosi del peggiore dei crimini: l’uccisione dei figli. Forza e disperazione, lucidità e follia, dolcezza e violenza. I toni luttuosi diventano d’improvviso festosi: è Natale e Nora gioca con i suoi bambini, lei, un giocattolo tra i giocattoli, che decide si spogliarsi del suo ruolo di bambola: grande inno alla libertà, insopprimibile, dell’essere umano. E quando tutte loro stanno per sedere a tavola, arriva a chiudere il cerchio di quel dolore, che sembra non conoscere spazio e tempo, Filomena. Filomena Marturano, che proprio non ce la fa a non iniziare il suo racconto dal vico San Liborio e proprio non ce la fa a trattenere le lacrime, quelle lacrime che per una vita intera le sono rimaste bloccate dentro.  Intanto il pane è pronto e Giulietta e le altre, queste bambine, invecchiate ma mai morte siedono a tavola e parlano e ridono, e ridono e parlano, dimenticandosi di tutto il resto, mentre il buio […]

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Teatro

Elvira, fenomenologia della creazione di un personaggio

Elvira, al Teatro Bellini: come nasce un personaggio. Parigi, 21 febbraio 1940. Un palcoscenico, un maestro e un’allieva, una lezione di recitazione. Il Don Giovanni di Molière è l’opera da portare in scena, Elvira il personaggio da interpretare. Essere in un teatro, assistendo alla creazione di una pièce teatrale. Guardare, ascoltare un personaggio, assistendo alla creazione di quel personaggio. Trovarsi dietro le quinte di un’opera, pur stando seduti in platea. Spiare le prove, pur essendo alla prima dello spettacolo. Un’operazione di metateatro che, rompendo la barriera tra attori e spettatori, mostra cosa si cela dietro il mestiere dell’attore, che guidato da un maestro esigente, riesce, dopo tentativi, su tentativi, su tentativi, ad entrare nel corpo e nei pensieri del personaggio da interpretare. E così il maestro Louis Jouvet (Toni Servillo), spiega, insegna, corregge, dispensa consigli alla sua allieva Claudia (Petra Valentini), sgranando il rosario di tutte le difficoltà da superare per raggiungere la verità del personaggio. Difficoltà che vanno oltre la mera tecnica drammatica, insufficiente se non accompagnata dal sentimento. Un processo maieutico, uno scambio reciproco, un rapporto intimo e complice in cui anche chi insegna finisce con l’imparare.  Elvira: una lezione sul teatro e sulla nobiltà del mestiere di recitare “Elvira porta il pubblico all’interno di un teatro chiuso, quasi a spiare tra platea e proscenio, con un maestro e un’allieva impegnati – afferma Toni Servillo – in un particolare momento di una vera e propria fenomenologia della creazione del personaggio. Un’altra occasione felice, offerta dalle prove quotidiane del monologo di Donna Elvira nel quarto atto del Don Giovanni di Molière, consiste nell’opportunità di assistere a una relazione maieutica che si trasforma in uno scambio dialettico, perché il personaggio è per entrambi un territorio sconosciuto nel quale si avventurano spinti dalla necessità ossessiva della scoperta”. Una lezione sul teatro e sulla nobiltà del mestiere di recitare, che, se impartita da un gigante come Toni Servillo, assume un valore aggiunto. Parigi, settembre 1940.  E intanto fuori dal teatro, impazza la seconda guerra mondiale, con i suoi orrori e le sue bombe. E intanto Claudia, ebrea, è costretta a lasciare Parigi. E intanto Louis Jouvet parte volontario in esilio per scappare dalla guerra, per scappare dall’orrore nazista.  Elvira  (Elvire Jouvet 40) di Brigitte Jaques da Molière e la commedia classica di Louis Jouvet @ Editions Gallimard traduzione di Giuseppe Montesano con Toni Servillo                Louis Jouvet Petra Valentini           Claudia/Elvira Francesco Marino     Octave/Don Giovanni Davide Cirri                 Lèon/Sganarello regia Toni Servillo In scena al Teatro Bellini di Napoli all’8 al 20 gennaio Non mancate! [Fonte immagine: teatrobellini.it]

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Culturalmente

DSA: quali strumenti compensativi adottare?

Cosa sono i DSA?  La legge 8 ottobre 2010, n. 170, riconosce la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia come Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), assegnando al sistema nazionale di istruzione e agli atenei il compito di individuare le forme didattiche e le modalità di valutazione più adeguate, affinché alunni e studenti con DSA possano raggiungere il successo formativo. I Disturbi Specifici di Apprendimento interessano alcune specifiche abilità dell’apprendimento scolastico. Appartengono a tali disturbi: l’abilità di lettura, di scrittura, di fare calcoli. Sulla base dell’abilità interessata dal disturbo, i DSA assumono una denominazione specifica: dislessia (lettura), disgrafia e disortografia (scrittura), discalculia (calcolo). Cos’è il PDP – piano didattico personalizzato? Quando si attua?  È chiamato in questo modo il documento di programmazione con il quale la scuola definisce gli interventi che intende mettere in atto nei confronti degli alunni con esigenze didattiche particolari ma non riconducibili alla disabilità (in caso di disabilità, come è noto, il documento di programmazione si chiama PEI, Piano Didattico Individualizzato, diverso per contenuti e modalità di definizione). Per gli alunni con DSA, Disturbi Specifici di Apprendimento, un documento di programmazione personalizzato (il PDP, appunto) è di fatto obbligatorio; contenuti minimi sono indicati nelle Linee Guida del 2011, come pure i tempi massimi di definizione (entro il primo trimestre scolastico).  Tecniche di supporto per i diversi DSA (ragazzo dislessico, discalculico o disgrafico) Cosa sono gli strumenti compensativi per gli alunni con DSA?  Gli strumenti compensativi sono strumenti didattici e tecnologici che sostituiscono o facilitano la prestazione richiesta nell’abilità deficitaria. Fra i più noti per un ragazzo dislessico, discalculico o disgrafico sono:  1) la sintesi vocale, che trasforma un compito di lettura in un compito di ascolto;  2) il registratore, che consente all’alunno o allo studente di non scrivere gli appunti della lezione;  3) i programmi di video scrittura con correttore ortografico, che permettono la produzione di testi sufficientemente corretti senza l’affaticamento della rilettura e della contestuale correzione degli errori; 4) la calcolatrice, che facilita le operazioni di calcolo; 5) altri strumenti tecnologicamente meno evoluti quali tabelle, formulari, mappe concettuali, etc.  Tali strumenti sollevano l’alunno o lo studente con DSA da una prestazione resa difficoltosa dal disturbo, senza peraltro facilitargli il compito dal punto di vista cognitivo.  Quali sono le misure dispensative per gli alunni con DSA?  Le misure dispensative sono, invece, interventi che consentono all’alunno o allo studente di non svolgere alcune prestazioni che, a causa del disturbo, risultano particolarmente difficoltose e che non migliorano l’apprendimento.  In merito alle misure dispensative, lo studente dislessico è dispensato: dalla lettura a voce alta in classe; dalla lettura autonoma di brani la cui lunghezza non sia compatibile con il suo livello di abilità; da tutte quelle attività ove la lettura è la prestazione valutata. In fase di verifica e di valutazione, lo studente disgrafico o discalculico, inoltre, può usufruire per l’espletamento delle prove o, in alternativa e comunque nell’ambito degli obiettivi disciplinari previsti per la classe, di verifiche con minori richieste.  Di fondamentale importanza è la valorizzazione dei punti di […]

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Culturalmente

Il treno dei Foja continua ad andare. Intervista a Dario Sansone

E piglio ‘stu treno che va luntano ‘a tutt”e paranoie addò ‘nu biglietto nun se fa ‘nu suonn’ ‘e binari e stazioni lassamme ‘a casa tutt”e guaje cercanne chell’ ca nun saje.                                                                                                                     ‘O treno che va, terzo album dei Foja, band partenopea, è il simbolo di un viaggio in cui la lingua napoletana sposa il rock. In cui la tradizione sposa il moderno. Ogni canzone è una stazione, un pretesto per esplorare e scandagliare le passioni che abitano l’animo umano con quella foja, quella foga che li accende, e da cui è impossibile non lasciarsi accendere.   Dario Sansone, intervista al frontman dei Foja Partiamo dal titolo, ‘O treno che va. Dario Sansone, ma dove va questo treno? Lo sto ancora scoprendo: è un treno che va per andare. Quello che c’importa è la dimensione del viaggio più che l’arrivo. Il nostro treno si è fermato in varie stazioni, regalandoci tante soddisfazioni e intanto continua ad andare e, a dire il vero, non so, non sappiamo ancora dove vogliamo arrivare. Intanto, in autunno, questo treno vi porterà oltre i confini nazionali…  Esatto. Da novembre porteremo la nostra musica all’estero. Sono previste almeno dieci tappe. Sicuramente Barcellona, Parigi, Londra. Poi si vedrà. Avete scelto di cantare esclusivamente in napoletano, di rimanere ancorati alle vostre radici. Pensi che questo possa essere, in qualche modo, un limite? Tutt’altro. Credo che cantare in napoletano sia un punto di forza. Cantare in napoletano mi sembra il modo più sincero di esprimere le mie emozioni. E poi alcune parole del nostro dialetto hanno una capacità di sintesi che altre lingue non hanno. Eppure convieni con me che il napoletano è una lingua intraducibile… Come sono intraducibili molti slang americani, eppure sono cresciuto ascoltando Bob Dylan. In più il Regno di Napoli ha subito molte dominazioni, il napoletano si è miscelato con lo spagnolo, con il francese. Sono tanti i vocaboli stranieri assorbiti dal napoletano. Per dirne uno: ‘a buatt’! Abbiamo già suonato all’estero, a Londra, ed è stato bellissimo, la musica, se ha qualcosa da dire, arriva comunque. Touché. I nostri nuovi progetti sono basati proprio su scambi linguistici. Cagnasse tutto sarà tradotto in catalano; la collaborazione con la grandissima cantautrice Pauline Croze ha portato alcuni nostri pezzi, come A chi appartieni, oltre le Alpi. Napoli è da sempre una città internazionale pronta allo scambio, una città di mare aperta al dialogo con il mondo e il nostro obiettivo è proprio quello di varcare i confini. Il treno va, appunto, e deve continuare ad andare. Domanda un po’ scomoda. In un tuo pezzo bellissimo, canti Fosse pe’ me cagnasse tutto… È davvero possibile secondo te il cambiamento? In che modo? Sicuramente la chiave non […]

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Teatro

Non solo Medea di Emio Greco e Pieter C. Scholten (Recensione)

Ascoltate la mia voce: la voce del narratore dimenticato. In questo rumore infernale nessuno ascolta più le storie. Ascoltate! Teatro Grande di Pompei. Una donna vestita di rosso. Sette microfoni e luci intermittenti. Una voce ora forte e rabbiosa, ora flebile e timorosa. Un tempo sospeso per rivelare la modernità delle tragedie greche. Inizia così Non solo Medea, piece di Emio Greco e Pieter C. Scholten, in cui corpi, parole e musica si intrecciano per indagare la fatalità e la libertà umana di fronte alla violenza della nostra società.  L’attrice, Manuela Mandracchia, incarna, di volta in volta, diversi personaggi del teatro greco. Ora è Edipo, ora Ifigenia, ora Antigone, ora è Medea. Non solo Medea. Le sue parole dialogano con i corpi dei danzatori, tutti vestiti di bianco, creando una tensione drammatica nella quale lotta e amore riecheggiano l’uno con l’altro. Il passato e il presente si sfiorano e si urtano su uno sfondo musicale energico e potente. Voi vi siete dimenticati di me. Di me, il narratore. L’Europa ha dimenticato il suo narratore. E con me i miti dei re e dei figli dei re. Ma la nostra storia è anche la storia di un accecamento, della rabbia e delle grida di guerra, dei legami di sangue e delle vendette. Siamo nati ciechi e appena abbiamo cominciato a vedere siamo di nuovo ridiventati ciechi. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Composto di sette parti – rimpiangere, domare, accettare, ribellarsi, negare, realizzare, esodo – il flusso di parole di Medea, non solo Medea, guida gli spettatori nell’oscurità dell’esilio e di terre straniere, Rifiutarsi di aprire gli occhi. Deformare la realtà. Prendere in giro l’oracolo. Facendoti oracolo tu stesso. Perché la maggior parte delle persone apprezza le menzogne? Perché amiamo credere alle favole che rendono la realtà più bella di quella che è. O ci promettono qualcosa in cui neppure crediamo o che ci aiutano a sopportare dolorosa verità. Meglio una buona menzogna di una verità mediocre. Noi mentiamo per sentirci necessari, altri, diversi da quello che siamo. Qualcuno mente sapendo di mentire e continuerà e insisterà a farlo. Qualcun altro mente per pura ignoranza.  Medea è una straniera, una donna che, dalla Colchide barbarica, piomba in una civiltà diversa, quella greca. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Come siamo arrivati qui? Come ci siamo ritrovati in questa crisi? In questo mondo di cose? Nella crisi delle cose. Nella crisi di sempre più cose? Da una crisi all’altra? Quello che ci unisce, ci separa. Quello che ci separa ci unisce. Dove stiamo andando con tutte queste cose? Da uomini illuminati a uomini presuntuosi? Come siamo diventati quello che siamo diventati? Chi è l’uomo nuovo? Zero

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Culturalmente

24 frasi latine famose e la loro traduzione, chi l’ha detto che il Latino è una lingua morta?

Frasi latine famose, le 24 che non puoi non conoscere! Erroneamente il Latino viene definito una lingua morta. Ma quando è morto il Latino? E, soprattutto, chi l’ha detto che è morto? Nulla di più falso. Il Latino è la lingua più parlata del mondo. Certo, non quello di Cicerone, ma quello che parliamo ogni giorno, con le sue trasformazioni storiche: quello delle lingue neolatine, o romanze. Il Latino è un dispositivo della memoria culturale, come versatile interfaccia multilingue, come ponte tra le culture. Conoscere il Latino significa comprendere meglio il presente in quanto figlio di un passato, conoscere una lingua le cui parole raccontano una civiltà, l’evoluzione umana, la cultura di un popolo. Il Latino è una lingua viva, perché vive nelle lingue che parliamo. E non solo nelle sue evoluzioni. Sono tante le parole, le espressioni latine che, ancora oggi, infatti, sopravvivono nel parlato di tutti i giorni. Queste sono le nostre 24 frasi latine famose preferite, con traduzione e spiegazione. Frasi latine famose, le nostre preferite  Ad maiora/A cose più grandi. Cominciamo la nostra carrellata di citazioni latine famose con una locuzione utilizzata come formula di buon auspicio, augurando che l’obiettivo raggiunto sia un primo passo verso cose più grandi. Carpe diem/Cogli l’attimo. Tratta dalle Odi del poeta latino Orazio, letteralmente significa Cogli il giorno ed è un invito a godere in maniera equilibrata le gioie della vita, cercando di coglierne ogni sfumatura godibile. Questa è una di quelle frasi famose in latino da tenere sempre a mente. Melius abundare quam deficere/Meglio abbondare che scarseggiare. Locuzione di origine incerta, secondo la quale, piuttosto che rischiare di non raggiungere la giusta misura, è preferibile eccedere e superarla. Questa è una delle frasi latine famose più utilizzate Alea iacta est/Il dado è stato tratto. Pronunciata, a torto o a ragione, secondo Svetonio da Cesare nel passaggio del Rubicone con i suoi soldati in marcia verso Roma, indica il raggiungimento di un punto di non ritorno, che ormai si è compiuto un passo decisivo, che non si può più tornare indietro. Homo quisque faber ipse fortunae suae/Ogni uomo è artefice della propria fortuna. Attribuita ad Appio Claudio Cieco, sottolinea la capacità dell’uomo, in quanto animale razionale, di creare mezzi per adeguare e trasformare la realtà secondo le sue esigenze. Altre citazioni latine Mens sana in corpore sano/Mente sana in un corpo sano. Locuzione tratta dalle Satire di Giovenale, secondo cui l’uomo dovrebbe aspirare a due beni soltanto: la sanità dell’anima e la salute del corpo. Con il passare del tempo, l’espressione è stata intesa con il significato che corpo e anima debbano svilupparsi insieme e che vadano esercitati entrambi per assicurarsi il benessere. In medio stat virtus/La virtù sta nel mezzo. Derivata da alcune frasi dell’Etica Nicomachea di Aristotele, afferma la necessità o la convenienza della moderazione, dell’equilibrio, o come invito a evitare gli eccessi. Mater semper certa est, pater numquam/La madre è sempre certa, il padre mai. Massima di esperienza, secondo la quale se è facile individuare la madre […]

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Eventi/Mostre/Convegni

I Foja al Palazzo Reale per la rassegna Napoli Teatro Festival

Napoli Teatro Festival 2018. Piazza del Plebiscito, Palazzo reale, Cortile d’onore. E al centro del cortile un palco calcato dalla grinta di Dario sansone, che, con la sua chitarra alla mano, ha trascinato i suoi fan in un’ora e mezza di bella musica. In un’atmosfera regale protagonista la canzone napoletana dei Foja. I Foja, in occasione del Napoli Teatro Festival Italia, hanno, infatti, presentato uno spettacolo inedito in cui la parola e i testi in lingua napoletana sono stati l’anima della performance, messi a nudo da arrangiamenti in chiave acustica e concepiti ad hoc per la rassegna, rispettando la splendida cornice del Palazzo Reale di Napoli. La scaletta del concerto ha dato spazio, tra le altre, alle canzoni raramente proposte nei live della band, puntando alla verità delle liriche e all’essenza.  I Foja nascono nel 2006 dall’unione di quattro musicisti napoletani: Dario Sansone (autore e voce), Ennio Frongillo (chitarra), Gianni Schiattarella (batteria) e Giuliano Falcone (basso). Il nome della band lascia da subito intuire il loro spirito, la foja, in italiano foga. La foga è qualcosa che brucia dentro, una fiamma che tiene vivi, infervora l’anima. E ieri sera quella foja si è sentita proprio tutta.  Non hanno bisogno di tante presentazioni, soprattutto dopo il successo internazionale di Gatta Cenerentola, il film d’animazione tutto partenopeo impreziosito da un singolo, A chi appartieni, e la cui regia è curata anche da Dario Sansone. Sono sicuramente uno dei gruppi partenopei più amati degli ultimi anni, perché propongono una musica che arriva dritta al cuore e ben si avvicina a quella che è l’essenza della tradizione musicale napoletana. I loro album sono un caleidoscopio di racconti, un misto di narrazioni e di sentimenti con cui si sono conquistati un posto di riguardo nelle orecchie e nel cuore di moltissimi fan, non solo a Napoli ma in tutta Italia.  Foja, uno spettacolo tutto napoletano A fine serata Dario ha ringraziato il Napoli Teatro Festival, splendida rassegna che da anni si fregia del merito di avvicinare i giovani al teatro e si è rivolto poi ai suoi fan, ringraziandoli per essere stati i primi ad accaparrarsi i biglietti, in numero limitato per l’occasione. Ringraziandoli per il loro affetto e calore ha concluso dicendo: “perché quando mi hanno chiesto cosa sia il pubblico per i Foja, io ho risposto Una grande famiglia“. Buonanotte guagliù.   FOJA IN CONCERTO REALE con Dario Sansone (voce e chitarra), Giovanni Schiattarella (batteria e percussioni), Giuliano Falcone (basso e cori), Ennio Frongillo (chitarra), Luigi Scialdone (chitarra, corde e cori) audio Daniele Chessa luci Gianluca Sacco produzione Graf srl agenzia Arealive Cortile d’Onore 10 giugno ore 22.30

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Libri

Immaginare ripari, a cura di Tommaso Ariemma: il terremoto a Ischia

Il terremoto è un naufragio in terra. Le case diventano imbarcazioni scosse tra le onde e sbattute sugli scogli. Si perde tutto, si conserva la vita, lacera, attonita che conta gli scomparsi sul fondo delle macerie. Erri de Luca Sono tre i momenti di cui si segnano con precisione l’ora e i minuti: le nascite, le morti e le catastrofi, attimi infiniti capaci di riempire il cuore di gioia o di svuotarlo completamente. Ischia, ventuno agosto. Ore 20:57. Un enorme boato, buio, la terra trema. Trema quel suolo che per errore chiamiamo terraferma. E se quel suolo si chiama Casamicciola lo si sa molto bene. Casamicciola, un comune di Ischia nel cui nome è inciso il ricordo di quei tredici secondi che devastarono l’isola in una lontana giornta di luglio. Inciso a tal punto che è entrato nell’immagine collettiva “È successo Casamicciola”. Tredici secondi che sono potente metafora della provvisorietà dell’esistenza, della destabilizzante certezza che non vi sia nulla di certo, del dolore improvviso della perdita, di quelle crepe che non si sa più se appartengano ai cornicioni dei palazzi o all’anima.  Il terremoto, come dice Valeria Parrella, è quando non puoi più dare per sicuro nulla, quando non puoi più determinare niente, quando la madre ti abbandona e per rifondare la città, l’esistenza, il senso, vi è necessità di nuova materia. E quella nuova materia Tommaso Ariemma, eclettico docente di Storia e Filosofia del Liceo Statale Ischia, la trova tra i banchi di scuola, nelle penne e nella creatività dei suoi studenti. Liceali che, con un approccio non convenzionale alla Poetica di Aristotele, hanno scelto di misurarsi con la scrittura per esorcizzare la paura, per “immaginare ripari”.  Immaginare ripari, a cura di Tommaso Ariemma: raccontare per comprendere e superare Diciannove racconti il risultato. Diciannove racconti che sanno di dolore, di paura, di amore, di speranza, di vita. Storie che si affacciano su quella crepa che improvvisamente si apre, ma che non hanno nulla del racconto cronachistico. La fantasia vi si fonde con la realtà con toni ora amari e dolorosi, ora ironici e speranzosi. Storie in cui il sisma, comune denominatore, fa da cornice, e, spesso, da rimando a riflessioni che riguardano l’esistenza tutta, divenendo, talvolta, seppur tra le macerie, occasione di rinascita. Come scrive Pasquale Raicaldo nella prefazione:“Le storie di queste pagine sono storie di vita interrotta. Sono anche storie di resilienza. Ne abbiamo bisogno: ripartire dopo la calamità.“   Immaginare ripari Il terremoto a Ischia del 21 agosto in 19 racconti a cura di Tommaso Ariemma Valentino Editore  

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Attualità

Hear my voice, Gnut al Teatro Sannazaro con il suo EP

Una camicia a quadri, un paio di jeans e un codino. Una chitarra e una voce intima, quella di Claudio Domestico, in arte Gnut. Ieri, 23 maggio, tra il velluto rosso e i palchetti dello storico Teatro Sannazaro di Napoli, si è consumata una serata interessante, che più che un concerto, sembrava una chiacchierata tra amici. A renderlo possibile la semplicità del cantautore napoletano, che, con timidezza e simpatia, impugnando la sua chitarra, Ciaccarella, che, a occhio e croce, ha cinquant’anni, non ha soltanto cantato i suoi pezzi, ma ha raccontato cosa ci fosse dietro le parole e le note che lo hanno reso noto e tanto amato tra i giovani, e non solo. E così, ci ha fatto entrare nella sua stanza, ci ha portato sul suo letto, dal quale, mentre fuori pioveva a dirotto, è dovuto scappare perchè si stava “scrivendo sotto”. Ha raccontato tanti aneddoti, storie di vita familiare, nonni “cantanti” e nonne “manager”, amicizie. Perchè è vero che l’arte e la musica nascono così, per strada, nutrite dalla vita che ci capita, mentre nemmeno ce ne accorgiamo. Gnut, chitarra e cuore sul palco La prima parte del concerto, ha visto Gnut cantare e suonare accompagnato dalla sua band, e poi, in solitaria, nei suoi “never green”. Pezzi che raccontano la nostra generazione, sogni, speranze, delusioni. Pezzi in cui è facile scorgersi e riconoscersi, in nome di quei sentimenti semplici e universali che Claudio mette in musica, come l’amore. E proprio il parlare dell’amore ha risucchiato sul palco un ospite speciale, l’amico e poeta Alessio Sollo e la sua verve inconfondibile. A ritmo di battute e risate complici su quell’amore, che, a detta di Sollo, “se l’avessa fa nu’ poco con l’amicizia e dovrebbe imparare qualcosa da questa“, è partita la canzone L’ammore over, una delle quattro perle dell’EP Hear My Voice, nato proprio dall’incontro fortunato tra la musica di Gnut e le parole di Sollo. Ambizioso progetto registrato alla fine del 2017 in uno studio a Cevennes, in Francia. Con una timbrica che rimanda a nomi come Elliot Smith e Bon Iver, vi prendono vita sono storie d’amore, tradimenti, serenate e il fascino inconfondibile di una città come Napoli che fa da irrinunciabile scenario. Immancabile la presenza di altri nomi noti agli amanti del genere, come Andrea Tartaglia e Roberto Colella, che, uniti in un abbraccio, prima ancora che in un coro, hanno chiuso una di quelle serate che dovrebbero ripetersi più spesso, che ti fanno capire quanto di bello può fare la musica quando va oltre la musica stessa. Hear My Voice, una scommessa tutta napoletana. Sicuramente vincente.

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Musica

Hear My Voice, l’ultimo lavoro di Gnut al Teatro Sannazaro

Claudio Domestico, più noto nel panorama musicale partenopeo, e non solo, come Gnut, varca i confini nazionali con un progetto intimo e poetico Hear My Voice, un mini EP di quattro brani, quattro perle cantate in napoletano e scritte in collaborazione con l’amico e poeta Alessio Sollo. Un connubio, già noto, che promette molto bene. Attivo dal 2008, dopo varie pubblicazioni in Italia, tra cui l’album Rumore della Luce (2009), prodotto da Piers Faccini, Gnut decide di guardare all’estero, registrando questo Ep alla fine del 2017 in uno studio a Cevennes, in Francia. Con una timbrica che rimanda a nomi come Elliot Smith e Bon Iver, ad essere raccontate sono storie d’amore, tradimenti, serenate e il fascino inconfondibile di una città come Napoli che fa da irrinunciabile scenario. “Sono quattro canzoni d’amore in una lingua in cui non esiste il verbo amare. In napoletano l’amore è solo un sostantivo: l’ammore. Non è possibile dire in napoletano Ti amo. Sarebbe tradotto con Te voglio ben’. Questa cosa spinge i poeti e gli autori di canzoni a cercare delle soluzioni alternative per esprimere i propri sentimenti, figure retoriche o metafore. Il poeta Alessio Sollo scrive e pubblica sui social decine di poesie al giorno, ripetendo tutti i giorni questo esercizio stilistico. Questi brani sono il mio tentativo di mettere in musica questa sua attitudine. Da questa collaborazione sono nati tutti i pezzi del disco. Dal punto di vista musicale ho cercato di fondere elementi della mia tradizione, la canzone napoletana, con altri generi più distanti dal mio mondo. Mi sono ispirato al blues, al folk inglese e alla musica africana. Per questo lavoro è stato naturale cercare un confronto con Piers Faccini, che per me resta un grandissimo punto di riferimento e di ispirazione. Un vero maestro nel miscelare sonorità geograficamente distanti nel rispetto della personalità dell’artista che produce. Per me è un grande onore”. L’Ep n.1 del progetto, Hear my voice, approderà a Napoli in versione live mercoledì, 23 maggio, al Teatro Sannazaro Non al baretto sotto casa o in piazza con la birra e la solita voglia di cantare. Stavolta in un teatro. Appuntamento davvero imperdibile: mandolino, chitarra, una delle migliori voci del cantautorato italiano e quel napoletano che, in maniera intraducibile e inconfondibile, è poesia. Quel napoletano che, in maniera ambiziosa, porta la passione nel mondo. E Claudio, o Gnut che dir si voglia, a braccetto con la penna di Sollo, saprà essere un degno ambasciatore. 

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Teatro

Prometeo, il titano in catene che sfidò Zeus

Agli estremi confini eccoci giunti già della terra, in un deserto impervio tramite de la Scizia. Ed ora, Efesto, compier tu devi gli ordini che il padre a te commise: a queste rupi eccelse entro catene adamantine stringere quest’empio, in ceppi che non mai si frangano: ch’esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco padre d’ogni arte, t’involò, lo diede ai mortali. Ai Celesti ora la pena paghi di questa frodolenza, e apprenda a rispettar la signoria di Giove, a desister dal troppo amor degli uomini. Il mito di Prometeo si colloca agli albori del mondo, quando Chrònos e Zeus si contendevano il regno. Sopravvissuto al diluvio mandato dagli dei per punire la tracotanza dei suoi fratelli, Prometeo è accolto da Zeus sull’Olimpo. Per volontà di questo diventa demiurgo, dando origine all’uomo dal fango, nel quale instilla la vita con il fuoco divino, soffiandoci dentro. Fatali saranno la sua generosità e compartecipazione al destino umano. Fatale sarà il furto del fuoco dall’officina di Efesto per donarlo agli uomini, come mezzo di innalzamento dalla barbarie. Si scatenerà su di lui l’ira di Zeus.  Prometeo sarà, infatti, incatenato ad una roccia ai confini del mondo, sotto la custodia di Efesto, di Kratos e Bìa. Con questa scena ha inizio la tragedia eschilea. In tutta l’opera è costante la centralità del personaggio di Prometeo, un ribelle incapace di accettare l’ordine imposto da Zeus e dalle nuove divinità. Centrale è il punto di vista del protagonista, portatore di un valore che non può non suscitare simpatia nello spettatore: la solidarietà verso gli uomini e la volontà di aiutarli a progredire facendo loro conoscere il fuoco. Prometeo, dunque, come portatore di luce e di progresso, anche a costo di sfidare la volontà di Zeus, metafora del pensiero libero, svincolato dal mito e dalle false e bugiarde mitologie. È l’eroe che insegue “virtute e canoscenza”. Il dramma del titano, dopo il grande successo riscosso durante la prima edizione della rassegna Pompeii Theatrum Mundi, torna al Teatro Mercadante, dal 4 al 15 aprile, interpretato da Luca Lazzareschi, che, nei toni sofferti della sua voce, lascia ben scorgere il dolore dell’eroe solitario che, pur mostrandosi altezzoso al cospetto dei suoi torturatori, si abbandona ai lamenti quando è solo. Emerge il suo carattere ribelle nei dialoghi con Oceano (Tonino Taiuti), con Ermes (Gigi Savoia), a suo avviso, servo di Zeus. Durate la sua prigionia, incontra anche Io (Alessandra D’Elia), alla quale profetizza un futuro di  sofferenze, ma anche di riscatto. Non saranno le catene a placare la sua indole, seppur consapevole di poter nulla contro la necessità. «Tutto quanto il futuro io conosco perfettamente fin d’ora, né mi giungerà inatteso alcun dolore. Bisogna sopportare il meglio possibile la porzione di sorte che ci è assegnata, sapendo che invincibile è la forza della necessità». Prometeo, il dramma di un eroe romantico Facile per lo spettatore identificarsi in Prometeo, trascinato nel suo dolore anche dalla voce ipnotizzante del coro (Flo), in quanto il titano, come l’uomo aspira ad un di più che non gli è concesso. Prometeo appare così […]

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Cinema e Serie tv

La casa di carta, la seconda stagione dal 6 aprile su Netflix

Tokyo, Berlino, Rio, Nairobi, Denver, Mosca, Oslo ed Helsinki. Otto criminali, già braccati dalle autorità che non hanno nulla da perdere, vengono reclutati da una figura carismatica e geniale, il Professore (Alvaro Morte). Unico obiettivo svaligiare la zecca di Stato spagnola. Scavare tunnel, stampare banconote, tenere a bada numerosi ostaggi: una partita a scacchi con la polizia. È questa la trama della serie La casa de papel, La casa di carta, nata dalla penna di Alex Pina, andata in onda in Spagna la scorsa primavera e portata in Italia e nel resto del mondo da Netflix, dal 20 dicembre. Inizialmente composta da 15 episodi della durata di 75 minuti, è stata frazionata in puntate di 40 minuti e divisa in due parti: 13 episodi la prima, forse 10 la seconda. Nonostante la speranza di una terza parte della serie, Alex Pina smentisce, non ci sono intenzioni di continuare la storia per un’ulteriore stagione, facendo aggiunte superflue.  Pur partendo dal più classico dei cliché del genere, La casa di carta si distingue nel panorama serial-stream, riuscendo a trasformare un evento banale, visto e rivisto in un’occasione per delineare e mettere a fuoco i tratti spigolosi e affascinanti di chi una rapina si prepara a farla e poi la compie davvero. Numerosi i riferimenti diretti che i personaggi fanno ai film di Tarantino e gli omaggi degli sceneggiatori ai film di genere, dai poliziotti problematici alle storie d’amore inaspettate, dalle intuizioni geniali ai ribaltamenti di prospettiva. Convincenti i personaggi, che risultano veri, scandagliati nel loro passato necessario a capire cosa li ha portati a impugnare armi e assecondare le dure regole di un gioco in cui il rischio di compromettere l’intera operazione aleggia costantemente. Ognuno ha dei punti deboli, paure, ferite, speranze. Così si finisce a empatizzare con i rapinatori, stravolgendo le categorie di bene e male, giusto e ingiusto; a fare il tifo per loro, anche se mai ci sogneremmo, si spera, di rapinare una banca, figuriamoci la zecca nazionale. La casa di carta: nulla è giusto, nulla è sbagliato Dopo un intenso periodo di formazione, gli otto eccentrici artisti della rapina, mascherati da Salvador Dalì, irrompono nella zecca, lì dove pezzi di carta diventano denaro, guidati dal capo della banda, il Professore, che opera dall’esterno dell’edificio per depistare le indagini e preparare il piano di fuga. Sempre un passo avanti rispetto alle autorità. Autorità che veste i pantaloni di una donna: Raquel Murillo (Itziar Ituño), inviata sul posto come negoziatore, che resterà molto coinvolta, più del dovuto, nella vicenda. Ancora una volta nulla è giusto, nulla è sbagliato. Interessanti anche gli ostaggi e le loro diverse reazioni alla cattività e alle costrizioni fisiche e psicologiche. La scrittura della parte crime non sempre è impeccabile, troppo spesso piegata alle esigenze emotivo-sentimentali dei personaggi, richiedendo una sospensione dell’incredulità non indifferente. Eppure, se una serie può dirsi ben riuscita quando incolla lo spettatore allo schermo in attesa della prossima mossa, sicuramente Pina ha vinto questa sfida. Infatti in molti sono già partiti con il countdown… Il 6 aprile ritorna […]

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Teatro

Delitto/Castigo, lettura a due voci al Bellini con Luigi Lo Cascio e Sergio Rubini

Gli uomini si dividono in ordinari e straordinari. Quelli ordinari devono vivere nell’obbedienza e non hanno diritto di violare la legge, perché essi, vedete un po’, sono appunto ordinari. Quelli straordinari, invece, hanno il diritto di compiere delitti d’ogni specie e di violare in tutti i modi la legge, per il semplice fatto d’essere straordinari.   Delitto e castigo Una città fantasma, San Pietroburgo, e una girandola di ubriachi, pazzi, idioti, suicidi, miserabili e lussuriosi. Uno sfondo buio e un giovane studente intento a scrivere un articolo, Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov. Inizia così il viaggio nella vicenda e nel vortice delirante di ossessioni del personaggio uscito dalla penna di Fëdor Dostoevskij che ieri, al Teatro Bellini di Napoli, aveva le movenze e la voce di un incredibile Luigi Lo Cascio. L’uccisione di Alena Ivànovna, una vecchia usuraia, la premeditazione dell’omicidio, ma soprattutto gli effetti emotivi, fisici e mentali che ne seguono. Delitto/Castigo è un racconto tormentato della presa di coscienza della colpa. Un romanzo polifonico in cui ogni personaggio rappresenta in qualche modo un’idea, un’ossessione, un punto di vista. In cui la realtà, attraverso il racconto in terza persona, è continuamente interrotta e aggredita dalla voce interiore del protagonista. A un altrettanto incredibile Sergio Rubini sono affidate le voci degli altri personaggi. Lo vediamo in scena, con il suo eclettismo e inconfondibile carisma, ora come Marmeladov, ubriacone che beve per affogare i suoi dolori, ora come Aleksàndrovna Raskol’nikova, madre del protagonista, ora come Arkadij Ivanovič Svidrigajlov. Delitto/Castigo, a volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza Una riuscitissima lettura a due voci, che mette a nudo la natura dell’animo umano nei suoi istinti più estremi, eternamente in bilico fra Male e Bene, Giusto e Sbagliato, eternamente incerta fra il dubbio nichilistico e la fede. È evidente il conflitto interiore del protagonista che tenta di convincersi che l’omicidio della vecchia, con cui ha liberato dal giogo molti poveri creditori, non solo non è condannabile e non dovrebbe procurargli alcun pentimento, ma costituisce la dimostrazione della sua appartenenza a una categoria superiore, autorizzata a vivere e ad agire al di sopra della legge comune, perché le sue azioni, anche quelle condannate dalla morale, hanno come fine ultimo il bene collettivo. Eppure in lui affiorano i sensi di colpa e il terrore di essere scoperto e, infine, la rassegnazione di essere non un grande uomo, ma un pidocchio e, come tale, di meritare una punizione. Un conflitto che genera un contagioso stato febbrile, una scissione, uno sdoppiamento e forse la consapevolezza inconscia che Raskol’nikov rappresenta ognuno di noi, o meglio, è nascosto in ognuno di noi. Perdersi tra i capitoli di una delle più grandi opere letterarie mai scritte, accompagnati dalla maestria di due grandi attori, Lo Cascio e Rubini, giganti nel panorama attoriale italiano. Due ore in cui si susseguono parole e gesti, gesti e parole, che, a tratti, hanno connotati onirici, dove è l’arrivo improvviso di un suono, un rumore di passi, una lama di luce, un grido a rendere tutto reale.  Una chiave sensoriale con cui […]

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