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Eroica Fenice

Teatro

Medea di Portamedina, la Galleria Toledo si tinge di rosso

Tratta dall’omonimo romanzo di Francesco Mastriani, la Medea di Portamedina, in scena alla Galleria Toledo dal 15 al 24 novembre, regia di Laura Angiulli. Una scena quasi vuota e suppellettili di casa pendenti. Pendenti, come la verità, l’amore, le promesse, la vita. A rompere il silenzio Coletta Esposito (Alessandra D’Elia): una donna del popolo, capace di grandi sentimenti.  Coletta è infiammata dall’amore. Lei, figlia ra maronna, trascorre la sua infanzia fra le mura dell’Annunziata. Lei, figlia di nessuno, nutre nell’animo una straziante fame d’amore. E sarà tra le braccia, sulla bocca, negli occhi di Cipriano Barca (Pietro Pignatelli) che scoppia la sua passione  quasi tirannica. Amplessi su amplessi. Voglie su voglie. Ossessioni su ossessioni. Violenza su violenza. Coletta è dilaniata dalla gelosia. Dalla relazione clandestina con Cipriano (Coletta è di fatto sposata), nasce una bambina. L’attrazione di lui si affievolisce, l’amore di lei si infittisce. Ma lui di quel vicolo cieco e di quel matrimonio promesso non ne vuole sapere. Coletta, avvelenata dall’ossessione del possesso, dimentica persino di essere madre. Lei, che una madre non l’ha mai avuta, rivive le mura dell’Annunziata, il morbo dell’abbandono. Domande su domande. Attese su attese. Speranze su speranze. Manìe su manìe.  Coletta è accecata dall’odio. Il matrimonio non si compie, Cipriano ha deciso di sposare la giovane Teresina. Straziata, furente, spietata Coletta, non farlo! Ma la donna di via Portamedina, eroina tragica, Medea, ha deciso. E nel giorno del matrimonio di Cipriano e Teresina la chiesa si tinge di rosso.  Note di regia: Come in Euripide, la narrazione di Mastriani usa straordinaria acutezza a penetrare il labirinto delle emozioni e delle angosce della protagonista e delle forze oscure da quel velenoso groviglio generate e alimentate, ma quel conflitto fra razionale e irrazionale che è tra i tratti distintivi della Medea euripidea e che costituiscono la dorsale del pathos drammatico dell’evento, non trovano luogo. In Coletta nessun tentennamento interviene nella spinta verso un definitivo rituale di sangue, che è anzi inequivocabilmente cercato e compiuto in tutta lucidità. Nemmeno un tremore, un accenno di pietà, un estremo fremito d’emozione. Alla coscienza di Coletta, figlia negata e bambina malamente allevata, mancano le coordinate per una humanitas di classica memoria. 

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Teatro

L’attore napoletano Sergio Del Prete si racconta

Novembre, in un pomeriggio uggioso e una Napoli che non sa reagire alla pioggia, Eroica Fenice incontra Sergio Del Prete, giovane attore napoletano. Pantaloni grigi, maglietta bianca e una semplicità disarmante. Facile entrare in sintonia con lui, complice un caffè, come la tradizione napoletana impone. Fare l’attore è una scelta professionale o una scelta di vita? Sicuramente una scelta di vita, la scelta di un tipo di vita. Inizi, paradossalmente, in nome di un sano egoismo, facendo cose che ti danno una certa soddisfazione emotiva, ma fare l’attore è, deve essere, un lavoro di altruismo, di generosità verso quel pubblico spesso sottovalutato. Sposare questo tipo di vita inevitabilmente ti condiziona nelle scelte umane, nei rapporti personali. Il non avere programmi rende complicato affrontare l’ordinarietà.  Quando hai capito che “dovevi” fare questo? L’ho capito quando ho provato a fare altro ma la mente correva sempre al teatro. Ho iniziato, per caso, in un laboratorio teatrale a scuola. Poi nel periodo dell’Università, dove mi iscrissi forse erroneamente, più provavo a immaginarmi in altri contesti, più il mio bisogno di vita emotivo, sentimentale, mi trascinava sul palcoscenico, su quelle tavole dove ho trovato la mia forma quando non avevo ancora un’idea ben chiara di chi, cosa fossi. È lì che ho trovato me stesso, il mio posto nel mondo. Una malattia da cui, per fortuna, non sono più guarito.  E nel sorriso dei suoi occhi mentre descrive cosa prova quando si apre il sipario, che forse, come lui dice, nun se po’ capì, si legge un amore viscerale, prepotente, quasi contagioso.  Qual è il primo ruolo che hai interpretato? Quanto sei cambiato da allora? Ho iniziato vestendo i panni di Gennarino, un personaggio di De Filippo, avevo sedici anni. Fino a un attimo prima che si aprisse il sipario, non ero assolutamente consapevole di cosa stessi per fare, la prima battuta mi ha risucchiato in un vortice emotivo. A sedici anni la carica emotiva era molto forte, recitare significava per me uscire allo scoperto. Intanto sono cresciuto, cambiato, sono diventato consapevole: l’attore non deve emozionarsi, deve emozionare. Non nego che la scarica elettrica c’è sempre, ma l’emozione ha un’altra direzione: è di chi ti sta di fronte, non tua. Tra i ruoli che hai interpretato, c’è un personaggio che ti è rimasto sulla pelle? Che in qualche modo ti ha segnato?  Sicuramente il personaggio di uno spettacolo al quale sono particolarmente legato, di cui ho curato anche la regia insieme a Roberto Solofria: Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori. Un travestito che affronta un percorso quasi onirico tra personaggi che vivono nel sottosuolo. Mi ha segnato, perché ha determinato la mia personale visione del teatro, che deve essere, a mio avviso, essenziale. L’essenzialità appartiene al mio modo di vivere, di essere. Questo spettacolo ha cambiato, o meglio, ha valorizzato alcune parti di me, la mia sensibilità, cosa inevitabile quando ti trovi a scandagliare personaggi di questo tipo, messi a nudo nel loro essere persone più che personaggi. Simboli in cui ognuno può trovare qualcosa di sé, che rendono […]

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Teatro

Mamma mà, il TRAM si veste di comicità

Mamma mà, in scena al TRAM dall’8 al 10 novembre  Chi te vo bene chiù d’a mamme, te n’ganne. È risaputo che, al sud, la mamma è una colonna portante, una creatura quasi mitologica. La potenza del vincolo materno è tale da diventare modo di dire: mammamà, espressione che il napoletano utilizza per indicare stupore, noia, meraviglia. Insomma, nella città partenopea ogni occasione è buona per invocare mammà. E proprio questo ruolo, croce e delizia di una donna, è al centro del monologo di Massimo Andrei, Mamma mà (regia Gennaro Silvestro). A dare voce alle battute di Andrei una meravigliosa Daniela Ioia, la cui veracità napoletana straborda prepotente, nelle movenze, nelle parole, negli sguardi. In una parola, esilarante. La vediamo ora in camice e ciabatte armata di detersivi e straccio, ora in abiti più sobri, ora in tutina attillata e tacchi vertiginosi, divise d’ordinanza di tre donne molto diverse tra loro con un comune denominatore: la maternità. C’è chi la attende con ansia, consultando medici e invocando santi. C’è chi i figli ce li ha già e con quella eccessiva premura in cui le mamme del sud sono maestre, cerca di metterli in guardia sugli errori e sulla presunta ignorantità del mondo: il fidanzato può essere pure marrò, che mica è colpa sua, l’importante è che porta i soldi a casa e che non tiene cento mogli. E poi c’è chi, abbandonata dal marito, combatte il tempo che avanza con aderenza e scollature e colma i suoi vuoti ingombrando la vita dei figli. Ansie, sfoghi, ammiccamenti, il tutto in una stanza con uno scrittoio sulla destra e una sedia di fronte: lo studio di uno psicologo. Tre napoletane. Tre donne. Tre madri. E la proiezione mentale di una donna con in mano un test di gravidanza: aspetto un bambino? Sì? Che madre sarò? Mamma, mà! Un campionario di donne napoletane, napoletanissime che Daniela Ioia interpreta con tale naturalezza, che quasi ci abbagliano i neon bianchi degli ospedali, che quasi vediamo il basso in cui qualcuno annega i suoi problemi in un secchio pieno d’acqua con una mazza in mano. Che quasi ci troviamo nella palestra in cui qualcuno ammicca cercando nello sguardo degli uomini la sicurezza di cui il marito l’ha privata.  Mamma, mà, un monologo pungente, che ironizza sui luoghi comuni in maniera mai banale. E se è vero che, De Filippo docet, far ridere è molto più difficile che far piangere, non resta che dire Chapeau a Daniela Ioia e Massimo Andrei. Andatelo a vedere! Come? Sono finite le repliche al TRAM? E cercatelo altrove, tanto che tenite ‘a fà? Mamma, mà!  Fonte immagine: www.ilmonito.it

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Teatro

Il tempo è veleno in scena al Teatro Nuovo

Il tempo è veleno | Recensione teatrale Dopo il Napoli Teatro Festival, presentata da Teatri Uniti e Fondazione Campania dei Festival, torna al Teatro Nuovo di Napoli, Il tempo è veleno, di Tony Laudadio, regia di Francesco Saponaro, in scena dal 6 novembre fino a domenica 10. Cosa accadrebbe se ci trovassimo nella stessa stanza con il nostro passato e il nostro futuro? Se d’un tratto la linea del tempo si piegasse su se stessa? E proprio ciò che accade in una Napoli degli anni ’70, in un interno che affaccia sul golfo e sul Vesuvio. Scenografia scarna, una tenda, un tavolo e bianche cornici di porte attraversate da Paco, Bianca e le loro due figlie. Protagonisti di una vicenda familiare che innesca una riflessione sul tempo che, forse, non conosce perdono, che sedimenta e torna, in un modo o nell’altro, a chiedere il conto. Sessant’anni di vita in un’ora e mezza. Sessant’anni di vita in un salone, teatro di perbenismo, menzogne, affetti, tradimenti, illusioni, disillusioni, abbandoni, dolori, ma che affaccia sul rassicurante golfo, con vista su mare. Vincente la sovrapposizione di diversi momenti temporali, la presenza nella stessa stanza di personaggi, del loro prima, del loro dopo. Camminano vicini, si incrociano, si parlano pur non sentendosi, si guardano pur non vedendosi, come fantasmi. Inevitabile non trovare in questo gioco di doppi, di specchi, di rimandi, una metafora della città di Napoli, che vive da sempre popolata dai suoi fantasmi, che in ogni sua strada, palazzo, sampietrino rivela le facce di tante epoche che l’hanno attraversata e che continueranno a farlo.  Il tempo è veleno, commedia dolce e amara  Di solito il tempo lenisce il dolore, si legge sulle note di regia, qui, invece, il tempo alimenta l’angoscia di cui si servono i ricordi, i sensi di colpa e le paure. Improvvisi turbamenti costringono i personaggi di questa commedia a ripensamenti e incertezze, a gesti di stupidità quotidiana che dietro l’illusione trasgressiva del gioco nascondono un’essenza di morte. E non c’è scampo, non c’è antidoto, non c’è redenzione, perché il tempo precipita lentamente nelle nostre vite come una goccia di inesorabile veleno. Il tempo è veleno  di e con Tony Laudadio, Teresa Saponangelo, Eva Cambiale, Andrea Renzi, Angela Fontana, Lucienne Perreca regia Francesco Saponaro Fonte immagine: https://www.facebook.com/concerteria.it/photos/gm.549464415787107/3088639761152295/?type=3&theater

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Eventi/Mostre/Convegni

accordi @ DISACCORDI: la XVI edizione al PAN

Partita ieri, 5 novembre, al Pan, il Palazzo delle Arti Napoli, in Via dei Mille 60, la sedicesima edizione di accordi @ DISACCORDI, Festival Internazionale del Cortometraggio. Una rassegna gratuita che apre le porte a un viaggio alla scoperta della produzione cinematografica di durata breve.  Dal 5 al 9 novembre gareggeranno ottantasei cortometraggi e documentari selezionati. La giuria è presieduta da Guido Lombardi, vincitore del Leone del Futuro alla Mostra del Cinema di Venezia 2011, affiancato dal cantautore Nero Nelson, due volte premio David di Donatello, e dal regista Marcello Sannino. Il Festival, che vede la direzione artistica di Pietro Piazzamento e Fabio Gargano, presenta in gara quest’anno opere sul tema dell’ambiente, della sostenibilità ambientale e dei cambiamenti climatici e, in un’altra sezione, il rapporto tra cinema breve e migranti. Tutte le opere saranno proiettate, con accesso gratuito, al PAN, nella Sala Di Stefano e allo SMMAVE, Centro per l’Arte Contemporanea in Via dei Virgini 1. accordi @ DISACCORDI Festival Internazionale del Cortometraggio QUESTO IL PROGRAMMA DI MARTEDI 5 NOVEMBRE 2019 ore 17.00 – 19.30 PAN L’EREDITÀ – (Italia, 2019, 14’55” durata) – di Raffaele Ceriello con Massimiliano Rossi, Lucianna De Falco, Laura Borrelli, Gianni Sallustro, Nicla Tirozzi ALEKSIA – (Italia, 2018, 17’16” durata) – di Loris Di Pasquale con Maria Aliev, Karina Arutyunyan, Loris Di Pasquale, Pietro Bontempo, Lucia Rea IN HER SHOES – (Italia, 2019, 19’16” durata) – di Maria Iovine con Gabriele Sangrigoli PIZZA BOY – (Italia, 2019, 15’00” durata) – di Gianluca Zonta con Roberto Herlitzka, Giga Imedadze, Marita Iukuridze, Danilo De Summa, Cristiana Raggi LA RECITA – (Italia, 2017, 15’14” durata) – di Guido Lombardi con Myriam Kere, Grazia Nota, Fèlicitè Mbezele, Mariano Coletti, Valentina Curatoli, Pina Di Gennaro – 74.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (Venezia) / 74h Venice Film Festival – Premio MigrArti 2017 SUFFICIENTE – (Italia, 2019, 8’37” durata) – di Maddalena Stornaiuolo, Antonio Ruocco, con Alessio Conte, Agostino Chiummariello, Pina Di Gennaro – 76.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (Venezia) / 76th Venice Film Festival –Official Selection – Giornate degli Autori / Venice days BREAK – (Cina, 2018, 2’45” durata) di Riccardo Pavone – Animazione CLOSE – (Germania, 2019, 2’33” durata) di Stephanie Fischer, Bastian Brunke con Christine Göb-Kipp, Christian Schmidt,Henri Kipp THE OPEN DOOR – (India, 2019, 0’26” durata) di Suraj Pattanayak PRIMER CUENTO – (Argentina, 2018, 2’48” durata) di Mercedes Arturo con Mariana Gagliano L’evento continuerà fino al 9 Novembre, serata che si chiuderà con la proiezione dei cortometraggi vincitori e consegna, alla presenza dei giurati, dei premi come miglior cortometraggio, miglior cortometraggio campano, best international short film, migliore regia, miglior attore, miglior attrice, miglior documentario, premio del pubblico.  Qui il programma completo. Immagine: Comune di Napoli

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Eventi/Mostre/Convegni

Neapolitan Holidays, Bill Beckley allo Studio Trisorio

Cosa accadrebbe se il presente incontrasse il passato? Cosa se il moderno rispondesse all’antico? Succede proprio questo nell’ultima personale di Bill Beckley, Neapolitan Holidays, inaugurata il 29 ottobre presso lo Studio Trisorio (in Via Riviera di Chiaia, 215) che, come sempre, si distingue nel panorama artistico partenopeo per l’originalità delle sue proposte.  Una raccolta di vecchie cartoline, datate agli anni 1915/1976 e ritrovate nel baule di una famiglia napoletana: questo lo spunto narrativo da cui prende forma il progetto Neapolitan Holidays.  Neapolitan Holidays, soggiorni napoletani Fedele ai dettami della Narrative Art, corrente dell’arte concettuale degli anni ’70 che associa immagini fotografiche a testi narrativi, l’artista americano immagina che quelle antiche cartoline ricevano risposte inviate da un moderno cellulare. Alla grafia irregolare e sinuosa della penna affianca i caratteri della testiera; al fronte delle cartoline, stampe tanto più affascinanti quanto più ricoperte dalla patina del tempo trascorso, affianca fotografie scattate a Napoli nei suoi soggiorni. A colori sbiaditi Bill risponde con toni vividi e sgargianti: un cortocircuito di significato tra immagini e testi realizzati in spazi e tempi molto lontani. “Qualunque cosa possa dire, ogni cartolina proclama “Sto pensando a te”. Lo spazio è limitato, l’immagine su un lato, il testo sull’altro. Nei lavori di Beckley questi elementi si fondono sullo stesso piano. Linguaggi diversi diventano frammenti di nuove storie”. E così, il bianco delle pareti della galleria è spezzato da pannelli colorati, coloratissimi alcuni, che, se uniti all’immaginazione, diventano passepartout per mondi narrativi, contenitori di storie in cui è bello perdersi tra date, orari, lettere, scorci, immagini. Elementi eterogenei, eppure indissolubili parti di un tutto.  Un dialogo inimmaginabile che diventa possibile nell’occhio e, ancor prima, nella mente del geniale Bill Beckley, presente, martedì, all’opening della mostra, con la sua inseparabile compagna, una reflex, in spalla e quel fascino che lo contraddistingue.  La mostra sarà visitabile fino al 31 gennaio 2020. NON PERDETELA!

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Teatro

Le cinque rose di Jennifer in scena al Teatro Bellini

Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello, in scena al Teatro Bellini dal 25 ottobre al 10 novembre, regia di Gabriele Russo Napoli, anni ’80. Un appartamento angusto. Indumenti femminili sparsi un po’ ovunque, un tavolo ingombro dei resti di una cena, un vaso con delle rose appassite, un divano sfatto, trucchi e rotocalchi, una radio e un telefono, azzurro.  Pronto…Pronto…Pronto?! Mannaggia, hanno riattaccato! Chist’era sicuramente Franco, ovvì!…E mo’ chi ‘o ssappe se telefona nata vota… Chi non ha mai conosciuto l’impietosa attesa di una telefonata che non arriva? Quell’attesa la conosce molto bene Jennifer (Daniele Russo), un travestito, che tuttavia compare sulla scena vestendo abiti maschili, appeso al filo della cornetta e a quelle interferenzie che proprio non la vogliono finire di separarlo da Franco, il suo amore. Jennifer vive in un monolocale reso sulla scena come uno spazio circolare, un’isola, quasi a riprodurre il conformismo piccolo-borghese che considerava lei e quelli come lei un confine negativo oltre il quale non era bene spingersi. Da subito si evince un rapporto problematico con il mondo esterno desiderato, eppure temuto, che penetra in casa soltanto attraverso la radio e il telefono. Quel telefono che se per la donna di Cocteau era un’arma, uno scudo con cui difendersi, un coltello con cui ferire, per la Jennifer di Ruccello è un tramite. È l’illusione di una comunicazione impossibile, di un interlocutore al quale aggrapparsi per non cadere nel buio, nel vuoto, in quel senso di inutilità e solitudine che è capace di uccidere più dell’amore. Le cinque rose di Jennifer, universo di figure “deportate” Nell’annientarsi in un’attesa che non sarà soddisfatta, i gesti quotidiani di Jennifer, divisi tra la sua natura di uomo e la sua verità di donna, diventano spasmodici e il suo linguaggio diventa afasia in cui le pause e le movenze acquistano una potenza comunicativa pari, se non maggiore, alle sue battute. Potenza resa sulla scena da una una figura sospesa tra sogno e realtà (Sergio Del Prete), una presenza costante che incanta e atterrisce, ombra sottile e leggera, che dà espressione e forma alla fragilità intrisa di dolore di Jennifer. Ombra sottile e pesante che si trascina in un cadenzato finale passo tacco-piedescalzo, quasi una danza di morte, foriera del drammatico epilogo. Morte evocata, fin dall’inizio, dalla voce della radio che annuncia ripetutamente di un serial-killer di femminielli che firma i suoi crimini con cinque rose rosse.   Mentre Radio Cuore Libero, attraverso un continuo dialogo tra musica e vita, trasmette canzonette di Mina, Patty Pravo e Ornellina Vanoni, in quella stanza disordinata, in cui trionfa il gusto per il kitsch, quasi un’estensione mentale di Jennifer, campo di battaglia dei suoi tormenti interiori, il suo costante desiderio di fuga dalla realtà si concretizza ancora nel miraggio di un corpo altro da sé, Anna (Sergio Del Prete), un  travestito della zona. Le due intavolano un dialogo surreale, fatto di testimoni di Geova, mestruazioni e figli, che rende ancora più evidente lo stato di isolamento e di incomunicabilità. Anna si difende dalla […]

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Teatro

La Grande Magia, Lluìs Pasqual mette in scena Eduardo

La grande magia di Eduardo De Filippo in scena al San Ferdinando di Napoli, dal 17 ottobre al 10 novembre, regia di Lluìs Pasqual Cos’è la vita se non un giuoco? Si apre il sipario, in alto le luci fucsia di un neon recitano Hotel Metropole e si accende un’atmosfera che Wes Anderson non faticherebbe a sentire opera sua. É il vociare di alcuni avventori che ci presenta Calogero Di Spelta e la consorte Marta, secondo una logica del tutto pirandelliana: gli altri visti dagli altri. Geloso lui, fedifraga lei, coinvolti in un giuoco di magia. Ma cos’è la vita se non un giuoco? Si sa, la necessità aguzza l’ingegno e sarà la necessità di evadere dalle strette maglie soffocanti della famiglia, la necessità di fuggire dalla morsa di quell’uomo che ha smesso di essere marito quando è diventato marito a scomodare la magia, il professor Otto Marvuglia, mago e ciarlatano di professione, che s’ingegnerà in uno spettacolo per far “sparire” la donna e consentirle di fuggire con il suo amante. E così, davanti a uno specchio, che riflette, scompone, moltiplica la realtà, il mago, un Nando Paone che giganteggia sulle tavole del San Ferdinando, coinvolge gli Spelta in un giuoco di parti in cui si fondono comicità e tragicità. Ma cos’è la vita se non un giuoco? L’esperimento funziona così bene che Marta sparirà per quattro anni, rinchiusa in una scatola agli occhi di Calogero, a spassarsela per il mondo con l’amante agli occhi di tutti. Secca la conclusione del brigadiere: Curnuto è.  Il tempo passa e la scatola di Calogero resta chiusa, e intrappolate vi restano chiuse le illusioni di fedeltà di Marta, e il giuoco continua. Ma cos’è la vita se non un giuoco?  Un gioco nel gioco, una finzione teatrale che, come ripeteva spesso Eduardo, ha maggiore verità della vita stessa, dove spesso gli uomini sono incastrati nelle sagome delle maschere che indossano, finendo con il vivere non nell’essere, ma nell’avere. Il tempo passa e diventa bianca la nera chioma di Calogero, un istrionico Claudio Di Palma, che armato di indicibile talento, fa ridere, sorridere, piangere, riflettere, perplimere, portando il scena il poliedrico spettacolo dei sentimenti di cui un uomo sa essere capace. Quella chioma bianca che rischia di rompere l’illusione del tempo che non esiste se non nella nostra mente, l’illusione del giuoco. Ma che cos’è la vita se non un giuoco? Un Eduardo particolarmente vicino a Pirandello quello de La grande magia (regia di Lluìs Pasqual) Il tempo passa e l’immagine mnemonica di moglie che torna compare sulla scena: Marta, pentita del suo gesto è tornata da Calogero. Uno strappo nel cielo di carta, lo definirebbe Pirandello; un fantasma, lo definirebbe De Filippo. I fantasmi non esistono. I fantasmi siamo noi, ridotti così dalla società che ci vuole ambigui, ci vuole lacerati, insieme bugiardi e sinceri, generosi e vili. E così, proprio quando il giuoco sembra stia per finire, quando Marta mette a nudo se stessa e le sue colpe, Calogero rifiuta di riconoscerla, preferendo alla realtà […]

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Teatro

Notturno di donna con ospiti di Annibale Ruccello

Notturno di donna con ospiti, lo spettacolo Un uomo, alla vigilia dei suoi cinquant’anni, con davanti una torta e una candelina da spegnere. Allo spegnersi delle candeline si accendono i suoi sogni e così l’uomo diventa Adriana, e così le sue labbra si tingono di rosso e l’azzurro della camicia è interrotto dalle perle rosa di una collana. Adriana è sposata con Michele, un metronotte con cui condivide la sua grigia esistenza in una casa a un’ora dal centro. Con cui condivide due figli, presenza evanescente evocata per aneddoti ripetuti quasi come un mantra: “Soltanto che sto un poco preoccupata per Alfredino…oggi teneva un poco di tosse…” Arriva la notte e Adriana, con le sue pantofole fucsia, si aggrappa a canzonette trasmesse per radio e sceneggiati televisivi, uniche ancore per salvarsi dalla monotonia di giornate ripetitive, eppure, proprio per questo, forse rassicuranti. Rassicuranti, eppure, proprio per questo asfissianti. La telefonata con ‘mammà’, la cena da preparare e pure quella tosse di Alfredino, che si sa, i bambini fanno così, corrono, sudano, cadono malati, ma poi tanto passa… Allo spegnersi delle candeline quei sogni che si erano accesi diventano incubi, la profonda solitudine di Adriana, caratteristica dei personaggi di Annibale Ruccello, è violentata da una moltitudine di persecutori, generati della sua stessa mente: l’amica di banco Rosanna, il suo primo amore Sandro, il marito, il padre, la madre, i rimpianti, i rimorsi, i sensi di colpa e quel passato che pesa come una zavorra. Tutti invitati alla stessa festa: il cinquantesimo compleanno di Adriana.  Inizia al Bellini il ciclo su Annibale Ruccello L’allestimento, in scena al Piccolo Bellini di Napoli dal 22 ottobre al 3 novembre, rappresenta uno studio realizzato dal regista Mario Scandale, su una versione non definitiva del testo Notturno di donna con ospiti di Annibale Ruccello. Una versione più onirica in cui molto labile è il confine tra sogno e realtà, tra realtà e immaginazione. Adriana non è un personaggio reale, ma un sogno e il nodo tematico centrale dei figli diventa presenza fantasmatica, emblema della nostalgia di una maternità negata e  la loro uccisione diventa impossibile in quanto essi esistono solo nella mente di un personaggio irrisolto, un uomo disperato, magistralmente interpretato da Arturo Cirillo. Un drammatico viaggio psicologico durato una notte, una festa popolata da personaggi esasperati nei modi e nei costumi, uno spettacolo che commuove, spiazza, turba, disorienta, aprendosi a molteplici forme e interpretazioni.   Notturno di donna con ospiti, studio sulla versione del 1982 di Annibale Ruccello regia Mario Scandale con Arturo Cirillo e con gli allievi diplomati dell’Accademia Massimiliano Aceti, Giulia Trippetta, Giacomo Vigentini, Giulia Gallone, Simone Borrelli Voce padre Giovanni Ludeno Voce madre Antonella Romano   Fonte immagine: https://www.teatrodellapergola.com/evento/notturno-donna-ospiti/

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Teatro

My wild love, viaggio nell’universo femminile

Napoli, Casa della Musica. 8 e 9 ottobre. My wild love di Valerio Bruner Consentitemi di immaginare, dal momento che i fatti sono così difficili a ottenere, che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, poniamo.  Un tavolo, una bottiglia di vino, un libro e qualche candela a illuminare il tutto. Una voce spezza il silenzio. La voce di Valerio Bruner, che, con una chitarra e con la complicità di grandi penne del passato, esplora un universo dolce e terribile, caldo e insidioso, avvolgente e fatale: l’universo femminile. Niente di più complesso. Un tavolo, una bottiglia di vino, un libro e qualche candela a illuminare il tutto. Lui che con le donne ha sempre vissuto. Lui che dalle donne ha imparato l’arte della vita e della resilienza, proprio a loro dedica questo viaggio, My wild love. Un viaggio le cui stazioni sono gelosia, rabbia, speranza, rassegnazione. Un viaggio le cui fermate sono amore, odio, fuga, vendetta.  Nel frattempo quella sua sorella straordinariamente dotata, immaginiamo, rimaneva in casa. Era altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo. Ma non venne mandata a scuola. Di tanto in tanto prendeva in mano un libro, magari uno di quelli di suo fratello, e ne leggeva alcune pagine.  Donne conosciute, amate, inventate, lette, immaginate si incontrano in una serata il cui fil rouge è proprio l’animo femminile, quello specchio, citando Virginia Woolf, dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali. Quello specchio, dice Valerio, senza il quale l’uomo forse non esisterebbe. Un tavolo, una bottiglia di vino, un libro e qualche candela a illuminare il tutto.  Una stanza tutta per sé, intima, in cui i versi diventano musica, le note diventano parole. Un inno alla grazia della donna, che sa essere anche ferina. Ragione, ma anche istinto; cuore, ma anche carne, sangue. Proprio come l’uomo. Non aveva ancora diciassette anni. Come suo fratello, lei possedeva il dono della più viva fantasia per la musicalità delle parole. Come lui, aveva un’inclinazione per il teatro. Si fermò davanti alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Quegli uomini le risero in faccia. L’impresario – un uomo grasso, dalle labbra carnose – scoppiò in una risata sguaiata. Urlò a proposito dei cani ballerini e delle donne che volevano recitare – nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto fare l’attrice. L’uomo fece intendere invece – vi lascio immaginare che cosa. Non avrebbe mai trovato qualcuno che le insegnasse quell’arte. Un tavolo, una bottiglia, un libro e qualche candela a illuminare il tutto. Un viaggio intimistico in cui Valerio ripercorrendo le sue canzoni, tra una poesia di Keats e una citazione di Jhonny Cash, si mette a nudo in una confessione. E seduce ciò che si intravede… Vi ho già detto, nel corso della mia conferenza, che Shakespeare aveva una sorella. Lei morì giovane, e ahimè non scrisse neanche una parola. E sepolta là dove oggi si fermano gli autobus, di […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La stanza del tempo, la mostra di Fiona Annis presso Intragallery

Venerdì, 27 settembre 2019, la galleria per le arti contemporanee Intragallery, ha inaugurato la stagione espositiva 2019/2020 con la mostra personale La stanza del tempo dell’artista canadese Fiona Annis. La mostra, visitabile fino al 6 novembre, è accompagnata da un testo critico di Alessandra Troncone. Nel greco antico, il verbo sapere è derivato dalla radice del verbo vedere (ὁράω) nella sua forma dell’aoristo, quindi al passato. Dunque “ho visto” (οἶδα) corrisponde a “io so“, un’equivalenza che si basa su una consecutio temporale: “so” come conseguenza del fatto che “ho visto”, a dimostrazione del fatto che la conoscenza richiede un imprescindibile momento empirico, e che rende serrata la relazione tra il sapere e il vedere. Non è un caso che gran parte delle innovazioni inventate dall’uomo si siano fondate proprio su strategia di potenziamento della vista con l’obiettivo di poter sapere di più, in particolare guardando all’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, che altrimenti sarebbero rimaste entità sconosciute. Fiona Annis, nel suo precedente soggiorno a Napoli, ha lavorato alla collezione del MuSA – Museo degli Strumenti Astronomici di Capodimonte, raccolta di strumenti che documentano la ricerca astronomica svolta presso l’Osservatorio di Napoli. Una raccolta di oggetti, stampe e disegni che accompagnano il visitatore alla scoperta delle più straordinarie intuizioni e invenzioni, mosse dal desiderio di abbracciare l’universo con lo sguardo e di trovare, proprio lì dove lo sguardo si perde, le risposte a ciò che accade nel nostro piccolo quotidiano. Fiona Annis si è avvicinata a questi preziosi dispositivi interrogandosi sul contesto mussale, quale luogo di preservazione della storia materiale, e sulla relazione tra il sapere e l’infinito, due concetti in apparente tensione laddove “conoscere” vuol appunto dire, definire, circoscrivere, incasellare e misurare, dotandosi dei giusti strumenti. Un’ambizione profondamente umana che si traduce in parametri di convenzione, a partire dalla scansione del tempo. Ed è proprio La stanza del tempo il titolo della mostra di Annis ospitata da Intragallery, in riferimento a quella stanza speciale presente in passato in molti osservatori astronomici, dove gli orologi sono accuratamente calibrati per mantenere il tempo e conservare uno standard condivisibile. “Ricorrendo a un uno inaspettato – e per certi versi improprio- della fotografia, Fiona Annis ha sottoposto gli oggetti della collezione mussale, quali telescopi celestiali, cannocchiali, globi, specchi, pendoli, a un rovesciamento di prospettiva, trasformandoli da strumenti di ricerca in oggetti di studio. Lo ha fatto puntando l’obiettivo su di loro, per ottenerne un’immagine. Ma ha importato la messa a fuoco scegliendo l’opzione “infinito”, con il risultato di perdere completamente i contorni dell’immagine, cercando il fuoco lontano, ben al di là degli oggetti stessi, e quindi in un luogo non visibile. Proiettando idealmente quegli stessi oggetti nelle galassie di cui dovrebbero restituirci la visione“. Fonte fotografia: https://www.rivistasegno.eu/events/fiona-annis-la-stanza-del-tempo/

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Cinema e Serie tv

Toni Servillo e Igort raccontano 5, il numero perfetto

Il 24 settembre, all’Istituto Francese di Napoli, in occasione della XXI edizione del Napoli Film Festival, Toni Servillo ha raccontato la genesi di 5, il numero perfetto, opera prima di Igort, maestro di fama internazionale, che gli appassionati di graphic novel conoscono molto bene. Film nato dal volume omonimo, pubblicato nel 2002. Concepito su carta prima, diretto sul grande schermo poi. Ci ha messo quasi 15 anni e più stesure Igort Tuveri per portarlo al cinema. Lui che non ci sta a vedere  il suo film ingabbiato in definizioni di genere. Un piccolo affresco napoletano nell’Italia degli anni Settanta, in una Napoli notturna, dai toni chiaroscurali, deserta e volutamente lontana da quella “livida e frontale alla Gomorra”. Un noir partenopeo i cui dialoghi e le voci fuori campo sono scritti con grande maestria. Bellissima la fotografia, ogni inquadratura potrebbe essere sostituita da una tavola, lo srotolarsi di un disegno dopo l’altro: “leggere un film sfogliando scene”. Toni Servillo in una napoli plumbea e piovosa  Semplice la trama, che ha per protagonista un uomo della mala, Peppino Lo Cicero (interpretato da Toni Servillo), pronto a scatenare l’inferno per vendicare la morte del figlio. Una storia di morte e vendetta che si snoda tra vicoli bui sotto una continua pioggia, lastricati lucidi e ombre che si allungano sui muri.  Impregnata di rancore, malinconia e pentimento, la storia di un uomo che riparte da quelle cinque cose che restano quando tutto sembra essere perduto: una faccia, due gambe e due braccia. Un racconto criminale atipico, tanto duro e violento quanto dolce e malinconico.  Parlando del film, Toni Servillo racconta dell’entusiasmo con cui ha lavorato a quest’opera prima, ambientata a Napoli, città-mondo, come lui stesso la definisce. Una chiacchierata dai toni informali in cui è venuto fuori prepotente l’amore per la città partenopea, per il calore della sua lingua, che ha il fascino di essere una e tante, che permette di dire cose e alludere ad altre. E così, tra una battuta in napoletano e una risata, sono venuti fuori aneddoti delle riprese del film, che hanno avuto come scenario zone di frontiera. Quartieri in cui esiste grande sofferenza, quartieri che, come dice Toni, ignoriamo nella comodità dei nostri salotti, ignoriamo per riuscire a sopravvivere. Case in cui vivere è difficile, difficile davvero, eppure dove ci trovi sempre qualcuno che ti offre un caffè, o addirittura da mangiare se stai lavorando da ore. Perché la solidarietà lì ci sta di casa.  Fonte immagine: https://www.facebook.com/napolifilmfestival/photos/gm.379986552678775/10156813764829007/?type=3&theater      

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Teatro

Al Maschio Angioino I guardiani di De Giovanni

Fino a dove ti puoi spingere per custodire un segreto? E fino a dove, per svelarlo? Sabato, 21 settembre, nella cornice atemporale e onirica del Maschio Angioino, è andato in scena lo spettacolo I Guardiani, inaugurando la rassegna ZùNapoli, organizzata e diretta da Inbilico Teatro & Film, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli. Quattro giorni di teatro, musica, cinema e incontri al Maschio Angioino e al Chiostro di San Domenico Maggiore, nell’ambito di Estate a Napoli 2019. Due suggestive location, quattro titoli e un unico filo conduttore: i mille volti della città di Napoli e le contraddizioni tutte che caratterizzano il capoluogo partenopeo. I guardiani, nuova sfida di Maurizio De Giovanni Nella pièce, tratta dall’omonima opera di Maurizio De Giovanni, quattro personaggi coinvolti in una catena di reati e strani eventi, sorprendendosi di far parte di un disegno che potrebbe coinvolgere l’intera umanità.  Ci sono solo tre luoghi: il qui, il sotto e il sopra. Napoli non è una città come le altre. Napoli non è neppure una città sola, perché, sotto quella che conosciamo ne esiste una sotterranea, nascosta agli occhi del mondo, con il buio al posto della luce. Marco Di Giacomo l’aveva intuito, un tempo, quando era un brillante antropologo, e aveva un talento unico nell’individuare collegamenti invisibili tra le cose. Poi, qualcosa non ha funzionato, ad appena quarant’anni, non è altro che un professore universitario collerico e introverso, con un solo amico, il suo impacciato, ma utilissimo assistente Brazo Moscati. Insieme a Ingrid, una giornalista tedesca venuta in Italia per scrivere un pezzo sensazionalistico sui luoghi simbolo dell’esoterismo, e a sua nipote Lisi, ricercatrice anche più geniale dello zio ma con una preoccupante passione per le teorie complottiste, s’imbattono in qualcosa di terribile che emerge nell’oscurità delle gallerie napoletane: cadaveri, segnali strani che conducono ad un passato mai emerso. Una verità che, forse avevamo da sempre e non abbiamo mai voluto vedere. Una avvincente vicenda i cui protagonisti si avventurano in un contesto più grande di loro, lottano contro l’intransigenza della gente e contro la cecità di chi li circonda. Complice nella riuscita la centralità di Napoli, città magica che già da sola sa creare atmosfere misteriose, abile a racchiudere il silenzio nei suoi meandri meno popolati. I guardiani   con Fulvio Sacco, Raffaele Parisi, Ramona Tripodi, Adriana D’Agostino Valeria Frallicciardi, Valentina Spagna adattamento e regia Ramona Tripodi In video e voce Maurizio de Giovanni, Raffaele Ausiello, Luciano Roffi, Letizia Vicidomini musiche originali e sonorizzazione live Marco Messina

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Teatro

Riccardo III nei meandri del Museo del Sottosuolo

La coscienza è soltanto una parola che sogliono usare i vigliacchi, ed è stata inventata apposta per tenere in soggezione i forti. (Riccardo III) Centotredici scalini. Dal cielo alla terra, dall’aria aperta ai meandri del sottosuolo. Luci calde, soffuse e personaggi immortali, figli della penna del grande William Shakespeare. Il ventre di Napoli infiammato dalla lucida e sanguinaria follia di Riccardo III, incarnazione della cupidigia di potere, rapace in mezzo ai rapaci. Giganteggia sulla scena la sua figura, interpretata con convinzione e grande carisma da Francesco Nappi,  emblema di una società, quella inglese, dilaniata, all’indomani della Guerra delle due Rose, da intrigo, ambizione, paura, sospetto, menzogna. Stratega, attore, dissipatore di menzogne vendute come verità, Riccardo parla, dichiara, convince. E’ attore e pubblico di se stesso: si guarda agire e se ne compiace. Prenderò per moglie la figlia più giovane di Warwick. Si, le ho ucciso marito e padre, ma che importa? Malvagiamente istrionico seduce le sue vittime, prima tra tutte Lady Anna (interpretata da Sara Guardascione), che cade irretita nelle maglie del suo corteggiamento. E seduce il pubblico, che, sebbene inorridito dalle sue azioni, non può non essere risucchiato dai suoi monologhi, con quell’attrazione di cui il male sa essere capace. Riccardo III, re e principi cadono nelle sue trame Ebbro di un delirio di onnipotenza, Riccardo assassina chiunque si gli si frapponga nella scalata al potere, inclusi Lord Hastings (Andrea Cioffi), l’amico Bukingham (Gabriele Formato), e addirittura sua moglie. Tutti contro tutti, senza esclusione di colpi. Crimini su crimini. Sangue su sangue.  E allora il reale si intreccia con il sovrannaturale: sogni premonitori, fantasmi che affollano la notte prima della battaglia, maledizioni profetiche. Dispera e muori, dispera e muori, dispera e muori! E così l’Inghilterra diventa un mondo gotico e inferiore. Riccardo, condannato dai suoi crimini a rimanere solo, si ritrova in mezzo al campo di battaglia, urlando sconsolato il verso tanto citato: Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo. La sua fine è nota ai più. Portare in scena un gigante come Shakespeare è sempre una scommessa rischiosa. Decisamente vincente quella degli attori della compagnia Il Demiurgo che, in una narrazione ciclica, aperta e chiusa da immagini visionarie, ben hanno reso la parabola di Riccardo III, escalation di violenza  e di delirio di grandezza fino al suo cruento epilogo. Cinque attori che raccontano una storia immortale. Riuscitissima anche la scelta della location, congeniale alla voluta immersione in una dimensione altra, onirica e atemporale: i suggestivi meandri del Museo del sottosuolo. Per maggiori informazioni: www. ildemiurgo.it

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Teatro

Paolo Cresta nei panni di Vitangelo Moscarda

Ogni realtà è un inganno.  Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila con Paolo Cresta nel ruolo di Vitangelo Moscarda. L’interno di un cortile e una seduta essenziale debolmente illuminata. Un uomo seduto, dai piedi scalzi. Sta in silenzio, ma lo si riconosce subito, è lui, Vitangelo Moscarda, figlio della meravigliosa penna di Luigi Pirandello (1867-1936), siciliano di nascita, italiano d’adozione. È lui, il protagonista del celebre Uno, nessuno e centomila, romanzo prepotente, che illumina il lettore, gettando buio sulle sue certezze, facendolo sprofondare nel baratro del suo positivismo. È un naso, sì, un naso pendente che crea uno strappo nel cielo di carta, che sveglia Gengè, così lo chiama la moglie Dida, dal sonno rassicurante delle sue convinzioni. Lui, che non sapeva di avere un naso pendente, a destra, viene risucchiato da un vortice di domande: Chi era? Come lo vedevano gli altri? Mi si fissò il pensiero ch’io ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere. Ma chi è Vitangelo Moscarda, interpretato con maestria, fascino e smisurato talento da Paolo Cresta? Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna mia realtà propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano.  Un uomo consapevole della molteplicità del suo sentire, eppure costretto in una forma, una maschera, che soffoca la vita. Un uomo in continua balia del desiderio di essere libero, senza una forma, e la consapevolezza che una vita senza forma non può essere vissuta, come Mattia Pascal, il povero bibliotecario di Miragno insegna. Uno, nessuno e centomila forme, quelle forme che con sadica voluttà inizia a distruggere, inanellando una serie di iniziative che stravolgeranno la sua vita, fino ad alienare le sue ricchezze nella costruzione di un ospizio per mendicanti, dove finisce anch’egli, uno dei tanti, con berretto, zoccoli e camiciotto turchino.  Vitangelo Moscarda potrebbe essere ognuno di noi, che, all’improvviso, scopre di non essere quello che  in realtà crede. Non una perdita d’identità, ma, al contrario, una violenta presa di coscienza, quel demone maligno che sa essere la riflessione, che smonta le immagini per cercare di capire come sono fatte e cosa c’è dietro di esse.  Ieri, 27 luglio (ma anche stasera e domani), nel Real Orto Botanico di Napoli, per la rassegna Brividi d’estate 2019, si è dipanato il turbinio delirante di Gengè, e, inevitabilmente, ognuno seduto lì, ipnotizzato e risucchiato da quel fiume in piena di parole, da quel flusso di coscienza straripante, è stato contagiato così da tanto da quella follia delirante da uscirne sano, ubriaco della genialità pirandelliana, che costringe a mettersi a nudo e riconoscersi in ogni tormento e sgomento pronunciato. Parola per parola. 

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Teatro

Perla Navarra in Edward mani di forbice

Recensione dello spettacolo Edward mani di Forbice, in scena al Maschio Angioino per la regia di Perla Navarra Una volta, tanti e tanti anni fa, viveva in quel castello un inventore, e tra le tante cose che faceva, si racconta che diede vita ad un uomo. Un uomo con tutti gli organi: un cuore, un cervello, tutto. Beh, quasi tutto. Perché vedi, l’inventore era molto vecchio, e morì prima di finire l’uomo da lui stesso creato. Da allora, l’uomo fu abbandonato, senza un papà, incompleto e tutto solo. Il suo nome era Edward. Un balcone, una nonna e una bambina avida di storie. Inizia così la piece Edward mani di forbice, andata in scena domenica, 14 luglio, nella meravigliosa cornice del Maschio Angioino, per la regia di Perla Navarra. Inizia così una delle favole meglio riuscite del regista americano Tim Burton. Il Maschio Angioino diventa il castello sulle cui scale e nelle cui ombre si nasconde Edward, un triste assemblaggio di parti umane, che si ritrova delle lame al posto delle mani. Vissuto da sempre in solitudine, viene d’improvviso catapultato tra la gente, nel mondo frivolo e conservatore della sua epoca. Edward mani di forbice, una fiaba gotica per la regia di Perla Navarra Una fiabesca, surreale commedia malincolica, fedele alla pellicola, che accende le luci sulla solitudine, sul dolore, sulla tristezza, ma soprattutto sulla bellezza che si cela nel “diverso”. Edward, come uno scrigno, mostra la sua immensa e inspiegabile bellezza solo a chi ne possiede le chiavi, solo a chi è dotato di quella sensibilità che permette di andare oltre la forma. Suscita molta curiosità, dettata dalla sua diversità: sarà prima accolto, fino quasi a diventare un mito, per poi essere ripudiato e ricacciato nel castello. Eppure lui, al quale le forbici, negano persino la possibilità dell’abbraccio, è capace di sentimenti puri, delicati, come l’amore per Kim, figlia della donna che lo ospita fuori dal castello. Estremamente attuale l’affascinante rivisitazione del tema della diversità, figlia della mente geniale di Tim Burton, e ben rappresentata dalla compagnia la Chiave di Artemysia, guidata da Perla Navarra. Estremamente attuale la critica del perbenismo borghese e dello strato superficiale che lo contraddistingue, smascherato dalla presenza di Edward che ne mostra il lato feroce e ipocrita. Estremamente attuale e necessario l’invito all’apertura verso la diversità, in un buio momento storico del nostro paese, che costruisce muri e fomenta odio verso il debole, verso il diverso, verso l’altro.   EDWARD MANI DI FORBICE REGIA Perla Navarra DRAMMATURGIA Livia Bertè IN SCENA Danilo Rovani, Livia Berté, Milena Pugliese, Diletta Acanfora, Flavio D’Alma, Annamaria Prisco, Nicola Caianiello FonteFoto:https://www.facebook.com/lachiavediartemysia/photos/p.695151167572370/695151167572370/?type=1&theater

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Teatro

Il Principe e la Luna, un viaggio onirico: a cura di Mario Autore

Il Principe e la Luna di Mario Autore: il ritorno della compagnia Teatro in Fabula al Napoli Teatro Festival. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità”. Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry Per il Napoli Teatro Festival Italia 2019, Teatro in Fabula ha presentato alla Galleria Toledo Il Principe e la Luna, uno spettacolo con Giuseppe Cerrone e Melissa Di Genova. Il progetto, le musiche originali e la regia a cura di Mario Autore, i costumi e gli elementi scenici di Federica Pirone. Protagonista del racconto è Louìs, che trascorre il suo tempo nel testardo tentativo di raggiungere la luna. Puntualmente fallisce, ma la sua aspirazione lo induce a ritentare ogni volta. L’incontro con una ragazzina di nome Lea spinge lo strampalato inventore a ripercorrere la storia dei suoi tentativi.  Chi ha detto che i sogni devono restare chiusi nel cassetto? Bisognerebbe non smettere mai di realizzare i propri sogni, o almeno provarci, perché, in fondo, anche questo è un modo di sentirsi vivi. Lo sa bene Louìs, che, dando voce al bambino che è in lui, si adopera per raggiungere la luna, di cui si scopre innamorato una sera qualunque e, affrontando peripezie di ogni genere, riesce a raggiungerla.  Louìs, interpretato con estrema bravura dall’istrionico Giuseppe Cerrone, pur con un linguaggio incomprensibile, riesce attraverso la sua mimica a far arrivare al pubblico il campionario infinito dei suoi sentimenti, tanto belli, quanto semplici e incontaminati, con la complicità di una meravigliosa Melissa Di Genova, che veste i panni di Lea.  Inevitabile non pensare al Piccolo Principe e al suo sguardo sul mondo tanto profondo, quanto lontano dalla superficialità del mondo dei grandi, ciechi verso tutto ciò che davvero conta nella vita, se è vero che l’essenziale è invisibile agli occhi. Il Principe e la Luna di Mario Autore, spettacolo decisamente sui generis Il Principe e la Luna, uno spettacolo che colpisce, rapisce, stupisce, per il suo carattere estremamente poco convenzionale, per la sua scenografia dai tratti onirici, che ricorda le tinte fiabesche delle pellicole di Wes Anderson; per i suoi personaggi che sembrano usciti da un libro di storie per bambini; per la trama, che pur nella sua semplicità, si fa portavoce di un messaggio significativo: l’importanza dei sogni e della visione incantata della vita che l’età tende a portar via, perché tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano. Note dell’Autore Lo spettacolo è concepito come una forma di pantomima, in cui la componente sonora e musicale fa da drammaturgia, sostenendo ritmicamente ed emotivamente la scena.  La lingua è un grammelot arcaico, una sorta di lingua primitiva e meticcia, un pidgin infantile. La musica riprodotta, tutta originale, ripropone in forma sonora gli ambienti immaginari dei protagonisti. I riferimenti sono il cinema muto, i personaggi anomali, buffi ed alieni, i cartoni Pixar e i maestri Charlie Chaplin e Buster Keaton, il circo teatro. Il Principe e la Luna è una ricerca sul desiderio: il desiderio quale motore […]

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