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Il volto di Otello di Gina Merulla, al Mercadante | CTF

Il volto di Otello di Gina Merulla, al Mercadante | CTF

L’edizione 2025 del Campania Teatro Festival riporta lo sguardo su uno dei grandi classici di William Shakespeare: Il volto di Otello di Gina Merulla.

Dal classico di Shakespeare agli inferi del presente

Il volto di Otello di Gina Merulla (che ne cura la traduzione, l’adattamento e la regia) va in scena l’8 luglio al Teatro Mercadante di Napoli, con Mamadou Dioume, Fabrizio Ferrari, Lorenza Sacchetto, Andrea Vellotti e Marco Chiappini, per una produzione di Teatro Hamlet APS. Attraverso quel gioco shakespeariano di intrighi e verità ambigue, in cui le apparenze ipocrite sono costantemente svelate allo spettatore ma altrettanto capaci di generare destini tragici, lo spettacolo propone un focus sull’idea della mostruosità al giorno d’oggi.

La mostruosità come specchio della deformità? Se, fin dagli albori del pensiero, la mostruosità è stata sempre associata a qualcosa di deforme, di terrificante, Il volto di Otello di Gina Merulla spezza questo legame. L’idea di spiegare la mostruosità con qualcosa di trasfigurato risale all’esigenza da parte dell’essere umano di allontanarla da sé, di separare il bene dal male. Invece, la rappresentazione di Shakespeare nella versione della Merulla fa i conti con una consapevolezza per la quale tale dicotomia serrata non esiste, creando uno sguardo riflessivo sul presente.

Il volto di Otello di Gina Merulla, al Mercadante | CTF
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Il volto di Otello di Gina Merulla: di mostruosità e negazioni

Se vi è l’abitudine tradizionale di pensare alla mostruosità in abiti stracciati, molto spesso al contrario si veste in giacca e cravatta. Quest’ironica luce sull’attualità, insita nello spirito di Shakespeare, è bene accolta anche nel senso del lavoro svolto dalla regista Gina Merulla: i giornali sono pieni di individui dai sorrisi abbaglianti ma dalle mani sporche di atrocità. E pensare che sono quegli stessi esseri umani ad avere nelle mani le redini del mondo. Parlarne, sbugiardare tramite il teatro le maschere intrise di ipocrisia, diventa allora un atto politico e di denuncia.

A questo punto, Il volto di Otello di Gina Merulla non può che negare la realtà e fare prevaricare una prospettiva soggettiva. Nel senso che, in virtù di una verità sempre doppia, riconoscerla diventa difficile se non addirittura impossibile: i suoi contorni si sfumano, il suo significante non ha riferimenti e, perciò, il suo stesso significato si dilegua. A questo serve la scelta di coprire il volto di Desdemona, negazione del femminile, ovvero a potenziare quella visione distorta propria esclusivamente di Otello e della sua abbagliata soggettività. Ma cosa è vero, cosa è reale?

Soltanto nella danza finale Desdemona si toglie il velo, poiché è in quella conclusione di tragica morte e ironico meccanismo shakespeariano che si traduce il gioco teatrale. In virtù di ciò, nel Il volto di Otello di Gina Merulla il linguaggio non verbale è un punto di espressione fondamentale: lì dove la parola crea attese e spazi vuoti, lì dove non vi è alcuna scenografia a dare espressività ulteriore puntando tutto sull’interpretazione attorica, è la danza l’elemento salvifico a creare intensità e narrazione profonda.

Fonte immagini: Ufficio Stampa

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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