Faustus in Africa di William Kentridge, al Mercadante | CTF

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Il Campania Teatro Festival 2025 si apre all’internazionalità: Faustus in Africa di William Kentridge va in scena al Teatro Mercadante di Napoli il 2 e il 3 luglio.

Faustus in Africa di William Kentridge, al Mercadante | CTF
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Faustus in Africa di William Kentridge, già pluripremiato nella sua produzione del 1995, ritorna in scena come ospite del Campania Teatro Festival 2025, acclamato con grande entusiasmo. Uno spettacolo composito, che combina prosa teatrale (in lingua, con i sottotitoli videoproiettati sia in inglese sia in italiano), con le animazioni (firmate dallo stesso Kentridge), con l’arte marionettistica. Infatti, in scena si riscontra la presenza di Eben Genis, Atandwa Kani, Mongi Mthombeni, Wessel Pretorius, Asanda Rilityana, Buhle Stefane e Jennifer Steyn, insieme alle marionette della compagnia Handspring Puppet Company fondata e diretta da Adrian Kohler e Basil Jones. Con questi ultimi è stata strutturata anche una masterclass, un’occasione per incontrare e conoscere l’arte di due innovatori del teatro di figura contemporaneo.

Faustus in Africa di William Kentridge: rileggere la brama di potere del colonialismo killer

Faustus in Africa di William Kentridge, al Mercadante | CTF
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Svoltosi in memoria del compositore James Phillips, le cui musiche non a caso sono state riutilizzate durante le animazioni, Faustus in Africa di William Kentridge ripercorre il cosiddetto “patto faustiano”: una storia che da leggenda è stata rielaborata dall’estro creativo di artisti importanti, come per esempio Goethe e Thomas Mann. E lo fa costruendo un viaggio allucinato, contaminato da linguaggi e immagini, costruendosi come metafora senza tempo dei giorni nostri: l’avidità, il desiderio, il potere, «Il tradimento del proprio giudizio, in nome di un vantaggio immediato, è la tentazione che attraversa la nostra epoca — dall’emergenza climatica alle scelte politiche e sociali dettate dalla convenienza» – si legge nella sinossi dello spettacolo.

Infatti, il Faustus in Africa di William Kentridge prende la propria narrazione da un mito popolare tedesco, riletto e rielaborato anche da drammaturghi e artisti nel corso del tempo, secondo cui il Dottor Faust decide di vendere l’anima al diavolo (Mefistofele) per la sete di conoscenza. Allora, il protagonista parte per un safari di avidità, di brama di guadagno immediato, di passioni proibite e di potere smisurato. Viaggia attraverso una dimensione surreale, che, come un vortice, lo trascina nell’impeto di una brama eternamente irrisolta. In questo, la rappresentazione diventa portavoce di una denuncia tanto onirica quanto chiara e concisa nei confronti di una realtà appartenente a quel più che attuale feroce colonialismo.

Un’arte totale come denuncia poetica di una politica feroce

Faustus in Africa di William Kentridge, al Mercadante | CTF
Faustus in Africa di William Kentridge, al Mercadante | CTF

Non è un caso che Faustus in Africa di William Kentridge si compone di riferimenti – già ovviamente dal titolo, ma anche da tutto il cast – al continente africano. Quel colonialismo killer diventa il fulcro, nonché il focus tematico sul quale si concentra creativamente la pièce teatrale. Viene messa in luce attraverso metafore, suoni e immagini, quell’esigenza distruttiva di consumo, una prassi che non guarda all’umanità e nemmeno all’ambiente che la circonda, ripudiando ogni possibilità di una convivenza più pacifica. Ed è un tema che ancora oggi si ripropone con una potenza comunicativa senza precedenti, tanto più che il mondo attuale si macchia di guerre e di soppressioni verso qualsiasi forma vivente in nome di quel desiderio di potere.

Da questo ampio e crudo argomento, Faustus in Africa di William Kentridge rivela una straordinaria capacità di comunicazione che va oltre ogni mera logica lineare. Come già si è accennato, è un susseguirsi allucinato di immagini, di musiche, di coinvolgimenti attoriali e marionettistici: un progetto che trascende ogni definizione di teatro e che si fa arte totale. È esattamente in questa totalità artistica che il pubblico ha lo spazio per percepire, per sentire e, così, di assimilare. Un’idea di immense prospettive, che restituisce anche al teatro la possibilità, a suo modo, di essere resilienza attiva in una realtà che, al contrario, predica passività.

Fonte immagini e immagine di copertina: Ufficio Stampa

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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