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La Locandiera, di Luca De Fusco | Recensione

La Locandiera, di luca De Fusco |Recensione

Al Teatro Sannazaro di Napoli si ritorna a viaggiare tra la prosa teatrale e le note musicali questa volta, però, con un classico capace di travalicare i confini di spazio e di tempo: La Locandiera di Goldoni, adattata e curata dalla regia di Luca De Fusco e portata in scena da una squadra spettacolare, costituita da Lara Sansone, Francesco Biscione, Vittorio Ciorcalo, Cinzia Cordella, Gennaro Di Biase, Giacinto Palmarini e Gilda Postiglione.

Il Goldoni di De Fusco viaggia nel tempo

Il regista Luca De Fusco da anni ormai porta in scena le opere goldoniane, da La bottega del caffè con Pagliai al La trilogia della villeggiatura con Lello Arena a, infine, L’impresario delle Smirne con Pagni. Dopo dieci anni, approda al Teatro Sannazzaro, cuore settecentesco di Napoli, con una rivisitazione musicale e teatrale de La Locandiera, nella quale riconosce la perfezione della drammaturgia di Goldoni in cui ogni tessera è ben congegnata con le sue vicine creando un mosaico coeso ed esemplare. E sulla scena il pubblico ha avuto sicuramente il piacere di osservare un team di attori unito da un’intesa sorprendente.

La Locandiera di De Fusco non si ripromette soltanto di creare una gradita messinscena. L’intento del regista, infatti, è anche quello di perpetuare l’eco goldoniana, dimostrandone la grandiosa capacità di essere attuale tuttora. De Fusco, allora, ambienta la sua Locandiera negli anni Cinquanta, riflettendo su una certa simbiosi tra l’entusiasmo della nascente borghesia settecentesca e quella del boom economico del secolo scorso. Ecco che giungono in soccorso le scene ed i costumi di Marta Crisolini Malatesta, che rimandano ad una dimensione temporale ibrida e, come tale, molto più ampia. In questo modo, la grande opera teatrale di Goldoni manifesta anche la sua metateatralità, ragionando sulle modalità per imporsi in un’eternità geografica – saggia è stata la scelta di mantenere una lingua dal sapore passato con un’impasse veneziana senza, però, essere inaccessibile – e secolare. Mirandolina, la protagonista de La Locandiera, si colora di mille sfumature adattandosi ad altrettanti contesti nel corso del tempo e oggi diventa una donna che al di là di tutto si arroga il diritto di fare ciò che vuole, difendendo con fermezza ed entusiasmo la sua libertà personale. Ella, insomma, agli occhi di uno spettatore contemporaneo assume le sembianze di una vera e propria eroina. Così La Locandiera di Goldoni, grazie al sapiente studio e lavoro di De Fusco con la sua squadra, vive e fa gioire anche il pubblico attuale.

La Locandiera: tra teatro e musica 

Al Teatro Sannazaro, infine, non può mai mancare un elemento fondamentale che riecheggia sempre quello stile tipico del varietà, la musica. De Fusco non manca di mantenere fede al contesto in cui sceglie di mettere in scena il suo lavoro: La Locandiera si anima con le canzoni e le musiche moderne di Paolo Coletta, che riportano Goldoni al giorno d’oggi. Non è scontata, poi, la scelta di musicare i momenti in cui compaiono Mirandolina e Fabrizio, il suo futuro sposo e l’unico che ella ama veramente, contribuendo a creare una trama fatta di imprevisti e colpi di scena, ma anche di una logica fortemente collegata: se la protagonista tesse una fitta rete di inganni tra tre personaggi, resta fermo e presente il suo legame con l’uomo che, alla fine, sceglierà veramente. 

Fonte immagine di copertina: Teatro Sannazaro  

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 14/12/2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica storica e contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, consegue la laurea in Lettere Moderne e in Discipline della Musica e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Durante la carriera accademica, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che esercita attraverso il giornalismo culturale. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questa professione, capace di generare dubbi, stimolare riflessioni e spianare la strada verso processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, identità e comprensione.

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