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Eroica Fenice

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Pet therapy: gli animali ci aiutano a guarire

Il termine pet therapy indica una serie complessa di utilizzi del rapporto uomo-animale in campo medico e psicologico. Nei bambini con particolari problemi, negli anziani e in alcune categorie di malati e di disabili fisici e psichici il contatto con un animale può aiutare a soddisfare certi bisogni (affetto, sicurezza, relazioni interpersonali) e recuperare alcune abilità che queste persone possono aver perduto. Fu lo psichiatra infantile, Boris Levinson, a enunciare per la prima volta, intorno al 1960, le sue teorie sui benefici della compagnia degli animali, che egli stesso applicò nella cura dei suoi pazienti. Levinson constatò che prendersi cura di un animale può calmare l’ansia, può trasmettere calore affettivo, e aiutare a superare lo stress e la depressione. La pet therapy non è quindi una terapia a sé stante, ma una co-terapia che affianca una terapia tradizionale in corso. Lo scopo di queste co-terapie è quello di facilitare l’approccio medico e terapeutico delle varie figure mediche e riabilitative soprattutto nei casi in cui il paziente non dimostra collaborazione spontanea. La presenza di un animale permette in molti casi di consolidare un rapporto emotivo con il paziente e, tramite questo rapporto, stabilire sia un canale di comunicazione paziente-animale-medico sia stimolare la partecipazione attiva del paziente. L’ intervento degli animali, scelti tra quelli con requisiti adatti a sostenere un compito così importante, è mirato a stimolare l’attenzione, a stabilire un contatto visivo e tattile, un’interazione sia dal punto di vista comunicativo che emozionale, a favorire il rilassamento e a controllare ansia ed eccitazione, ad esercitare la manualità anche per chi ha limitate capacità di movimento, a favorire la mobilitazione degli arti superiori, ad esempio accarezzando l’animale, o di quelli inferiori attraverso la deambulazione con conduzione dell’animale la cui presenza rende gli esercizi riabilitativi meno noiosi e più stimolanti. I pazienti vengono abituati a “parlare” con l’animale e ad esprimere le proprie emozioni. Al fine di realizzare una pet therapy in linea con le ricerche della zooantropologia e cioè non svincolata dalla conoscenza scientifica, si è deciso nel 2000 di realizzare un tavolo di lavoro tra tutti coloro che a vario titolo negli ultimi dieci anni si erano occupati di pet therapy. Ne è sorto un progetto definito Carta Modena, per la sede che ha ospitato i lavori, teso a sancire i principi ed i valori dell’approccio relazionale ossia dell’utilizzo della relazione uomo animale a scopo beneficiale. Anni prima, più precisamente nel 1981, è stata fondata negli Stati Uniti la Delta Society, che si occupa di studiare gli effetti terapeutici legati alla compagnia degli animali. Oggi la pet therapy, che solo recentemente ha ottenuto il giusto riconoscimento, trova ampia applicazione in svariati settori socio-assistenziali, tra i quali: case di riposo, ospedali, comunità di recupero. Pet therapy: gli animali ci aiutano a guarire

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Strage di migranti: gli orrori del Mediterraneo

Centinaia di persone, oltre 700 secondo i testimoni, oltre 900 secondo un sopravvissuto ricoverato a Catania, sono morte in un naufragio nel canale di Sicilia il 18 aprile scorso, in quello che rischia di essere la peggior tragedia di migranti di sempre. I migranti erano su un peschereccio partito da est di Tripoli, stipati come animali in una barca lunga dai 20 ai 30 metri. Secondo le prime informazioni raccolte da un superstite, un ragazzino bengalese di soli 17 anni, i migranti naufragati provenivano da diverse Nazioni. Il superstite è stato sentito dalla Squadra Mobile e ha reso dichiarazioni anche circa il numero dei migranti a bordo del peschereccio, che ha indicato in 950, tra cui circa 200 donne e tra i 40 e i 50 bambini. Molte delle vittime sarebbero state rinchiuse nella stiva dai trafficanti prima della partenza. Al momento dell’allarme il tono di voce dell’interlocutore non era concitato: “Siamo in navigazione, aiutateci“. Gli operatori, grazie al sistema satellitare di chiamata, hanno potuto rapidamente individuare le coordinate del punto dal quale è partita la chiamata e organizzare i soccorsi inviando sul posto il mercantile portoghese King Jacob. Quando l’imbarcazione si stava avvicinando al peschereccio, i migranti si sono spostati sul lato della nave, per essere salvati ma spostando il peso, questa si è ribaltata. La Guardia Costiera ha recuperato 24 cadaveri e solo 28 superstiti. Finalmente il 23 aprile, il vertice Europeo ha deciso di affrontare l’emergenza migranti riunendosi in Consiglio. In breve, elenchiamo i punti fondamentalidella riunione straordinaria del Consiglio Europeo sull’Immigrazione: • Saranno compiute azioni per individuare e distruggere le imbarcazioni dei trafficanti prima che siano usate. Queste azioni saranno in linea con il diritto internazionale e il rispetto dei diritti umani. • Saranno triplicati i finanziamenti alla missione di sorveglianza e salvataggio Triton. Il mandato di Triton non sarà modificato e continuerà a rispondere alle chiamate di soccorso dove necessario. • Sarà limitato il flusso dell’immigrazione irregolare e si eviterà che le persone mettano a rischio le loro vite attraverso la collaborazione con i paesi di origine e di transito, soprattutto i paesi attorno alla Libia. • Sarà rafforzata la protezione dei rifugiati. L’Unione europea aiuterà i paesi di arrivo dei migranti e organizzerà la ricollocazione dei migranti negli altri paesi membri su base volontaria. Chi non otterrà lo status di rifugiato sarà rimpatriato. Inutile dire che numerose sono state le polemiche in quanto il piano in dieci punti è stato considerato debole ed assolutamente vergognoso da numerose fondazioni, prima fra tutti la Cei. Parole come affondare, distruggere, respingere, senza che siano accompagnate da parole come tutelare, salvare, accogliere, non hanno prospettiva. Ancora una volta si pensa a contrastare i trafficanti e non a tutelare le persone attraverso i canali umanitari, con un piano sociale europeo nei paesi di arrivo dei profughi e migranti e con la cooperazione locale. L’Europa continua con ostinazione e miopia a rimanere nel Mediterraneo solo per difendere i suoi confini e non per salvare chi scappa da guerre e persecuzioni. […]

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Yarmouk: la distruzione di un campo profughi

Il campo profughi di Yarmouk si trova a circa 8 km di distanza da Damasco, capitale della Siria. Si tratta di un campo abitato da 18mila palestinesi che dal primo aprile è stato occupato dallo Stato Islamico (meglio conosciuto come ISIS). La vita a Yarmouk è peggiorata dopo l’inizio della guerra civile in Siria, ed in particolare da quando nel 2012 l’esercito e i ribelli hanno iniziato a contendersi la zona, ma ora è diventata “disumana”. Miliziani dell’ISIS combattono in strada contro gruppi palestinesi e ribelli siriani, mentre il governo siriano ha iniziato a bombardare il campo lanciando anche i pericolosi “barili bomba”, cilindri riempiti di materiale esplosivo e altri oggetti – chiodi o pezzi di metallo – che nella detonazione vengono sparati fuori come proiettili. Ma facciamo chiarezza: il campo profughi di Yarmouk è un campo costruito dopo la guerra tra arabi ed israeliani del 1948 ed era considerato la “capitale” dei profughi palestinesi fuggiti da Israele. Non bisogna pensare al campo di Yarmouk come un qualcosa di provvisorio bensì ad una vera città con le sue moschee, i suoi edifici pubblici, le sue scuole. C’è da dire, inoltre, che il numero dei residenti è calato a partire dal 2012 (inizio della guerra civile) ma la situazione è diventata sempre più disperata: prima della guerra il campo ospitava oltre 100mila profughi regolarmente registrati ma da oltre un anno moltissimi se ne sono andati in altre parti della Siria o all’estero oppure hanno cercato di tornare a Gaza. Secondo le Nazioni Unite, oggi a Yarmouk sono rimaste solamente 18mila persone, che si trovano in costante e grave mancanza di cibo, medicinali e altri beni di prima necessità. Il campo di Yarmouk è isolato in entrata e in uscita dal luglio scorso e solo grazie al recente accordo tra governo e ribelli è stato permesso agli operatori dell’ONU di entrare e consegnare cibo e medicinali. Nel frattempo le notizie dal campo continuano ad essere confuse. Alcuni rapporti dicono che l’ISIS ne controlla orma il 90% arrivando a minacciare la capitale Damasco, altri più cauti – come i funzionari palestinesi con cui ha parlato Al Jazeera – parlano del 60 per cento. I funzionari hanno anche detto che l’ISIS ha già piazzato sui tetti dei palazzi i cecchini e che i corpi delle persone uccise sono abbandonati nelle strade. Circa 500 famiglie sono però riuscite a scappare e si sono rifugiate nel quartiere di Yelda, assediato dal governo siriano ma non controllato dall’ISIS. Yarmouk ormai è diventata una “città-fantasma” dove le devastazioni sono incredibili e non esiste più alcun edificio che sia abitabile. E noi cosa possiamo fare? Sicuramente, abbiamo la responsabilità di non restare indifferenti al grido di dolore di un popolo allo stremo. Lavoriamo insieme per la pace perché ciascuno può fare la sua parte. I rifugiati sono qui a ricordarci che non lontano da noi ci sono paesi sotto le bombe e un’umanità che disperatamente cerca di sopravvivere. Chi rimane nei paesi in guerra è una maggioranza inerte, indifesa a […]

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Strage in Kenya: la deriva dei diritti umani

Risale a giovedì 2 aprile l’attacco ad un campus universitario di Garissa in Kenya, in cui sono morti 147 studenti per lo più di fede cristiana. L’attacco, iniziato alle cinque del mattino e durato più di 14 ore, è stato rivendicato dal gruppo terroristico di Al Shabab, che negli ultimi anni ha ripetutamente attaccato il Kenya dopo che Nairobi ha inviato l’esercito in Somalia per combattere contro i gruppi legati ad Al Qaeda. Il commando, formato da quattro terroristi rimasti uccisi nello scontro armato, si è introdotto alle prime ore dell’alba nella moschea dell’Università mescolandosi ai ragazzi che si erano lì riuniti per la preghiera del mattino. Una volta entrati, dopo aver sparato all’impazzata, hanno diviso per credo religioso gli studenti, rilasciando 15 musulmani e tenendo in ostaggio i cristiani, massacrandoli. Intanto, è esploso il dramma delle persone che non hanno più notizie dei loro cari che si trovavano all’interno del Campus al momento dell’attacco. Centinaia sono le persone che cercano notizie, scorrendo l’elenco dei superstiti o quello dei corpi che giacciono all’obitorio di Nairobi. Inutile dire che il riconoscimento delle salme, in alcuni casi, è praticamente impossibile. Le autorità hanno emesso un mandato di arresto per l’ex insegnante Mohamed Kuno, capo di una madrasa (scuola islamica) fino al 2007, che ha gestito le attività del gruppo jihadista in Kenya negli ultimi anni. Un portavoce del Ministero dell’Interno del Kenya ha dichiarato che è stato identificato uno dei quattro uomini di Al Shabab, responsabili per la strage di Garissa: si tratta di Abdirahim Abdullahi, figlio di un funzionario del governo, che si era recato in Somalia per unirsi al gruppo di Al Shabab. Strage in Kenya, il pensiero di Uhuru Kenyatta Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta ha proclamato, in un discorso alla televisione, tre giorni di lutto nazionale, promettendo di rispondere “il più severamente possibile” all’attentato del gruppo somalo di Al Shabab e assicurando che il paese non si piegherà alla minaccia dei jihadisti. Anche in questo caso, come in quello della strage di Charlie Hebdo, c’è qualcosa da difendere e si tratta sempre del medesimo valore: la libertà. È necessario, anzi obbligatorio, che questa venga difesa non solo quando si tratta di rivendicare il proprio diritto a pubblicare su una rivista la vignetta di Maometto e dei suoi rapporti sessuali con una testa di maiale, ma anche quando si tratta di difendere il sacrosanto diritto di custodire una propria fede – qualunque essa sia- e professarla su qualsiasi puntino della terra. Entrambe le cose sono degli imperativi per una società che vuole proporsi interculturale, mirando alla pace e alla tolleranza. Pertanto, questa strage non merita un silenzio raggelante poiché un silenzio assordante come questo significa qualcosa in più di una spaventosa complicità.

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Nirbhaya Jyoti: gli stupri in India

Si sa, le battaglie più atroci si combattono sul corpo delle donne. Ed in questo caso, di una donna vogliamo parlare: Nirbhaya Jyoti. Per molti magari un nome sconosciuto, per altri invece un nome tristemente noto. Nirbhaya Jyoti è, o meglio era, una ragazza di origine indiana che da grande voleva fare il medico e che lo voleva così tanto al punto da chiedere ai genitori di usare i soldi della dote per pagarle gli studi. In India, dove ogni 21 minuti una donna è stuprata, far studiare le figlie femmine destinate solo a fare le mogli, non è cosa comune. Eppure, i genitori di Nirbhaya avevano creduto in lei al punto da andare controcorrente e appoggiare la sua insolita decisione. Ma la scelta coraggiosa, la tenacia dimostrata da questa piccola grande donna è finita per costarle la vita: la notte del 16 dicembre del 2012 Nirbhaya non è mai tornata a casa, stuprata e ridotta a brandelli da un gruppo di sei persone, a bordo di un autobus in corsa diretto a New Delhi. Quella sera Jyoti era andata al cinema con un amico per prendersi una pausa dopo mesi sui libri e a lavorare in un call center per pagarsi gli studi. Nirbhaya Jyoti, una morte eroica Alla morte di Nirbhaya seguirono numerose manifestazioni di protesta che denunciavano la condizione di subalternità delle donne nel Paese, le condizioni in cui vengono trattate; le statistiche riportano che ben il 70% delle donne è vittima di violenze domestiche. È stata la regista Leslee Udwin, nel suo documentario “India’s daughter”, a narrare le vicende che accaddero e ad intervistare i diretti protagonisti del fatto. All’inizio del documentario, i genitori di Nirbhaya raccontano che la nascita di una figlia in India, non viene accolta con la stessa gioia riservata a quella di un figlio maschio. È difficile essere donne in India, molto più che in altre parti del mondo, e gli stupri (come in ogni società) sono solo la punta dell’iceberg che rivelano il modo in cui la figura della donna viene considerata. Il documentario da spazio anche a quegli uomini che la violenza l’hanno commessa e la cosa più agghiacciante è che quegli stessi uomini, compreso il loro avvocato, sostengono apertamente che la colpa sia del fatto che le “ragazze indiane di oggi” hanno assorbito i modelli di vita occidentali, pensando di “poter fare quello che vogliono” e abbandonando lo stile di vita tradizionale. La cosa più sconvolgente è quando Mukesh Singh, uno degli stupratori, intervistato nel carcere di massima sicurezza di Tihar dove sconta una condanna a morte in primo grado, dice che se Nirbhaya Jyoti non avesse reagito, cercando di difendersi dai suoi assalitori, gli uomini si sarebbero “accontentati” di stuprarla e non ci sarebbe stato alcun bisogno di massacrarla di botte. E prosegue affermando, con aria quasi candida, che «alle ragazze si addicono i lavori domestici, non il girovagare per discoteche e bar facendo cose sbagliate. Le brave ragazze non escono la sera». Gli fa eco l’avvocato difensore: «che cosa […]

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Nuovo Circo dei Monelli: volontariato e arti circensi

Con piacere intervisto Alessandro Corigliano, presidente dell’Associazione di Volontariato “Nuovo Circo dei Monelli” che opera in un paesino a Nord di Napoli e che rivolge le sue attività a bambini e ragazzi di età compresa tra i 6 e i 18 anni. Ciò che più mi ha colpito delle sue parole è la forte passione che lui, insieme a tutti i volontari della Onlus, mettono in quello che fanno. Il riscontro tra gli utenti, a quel punto, diventa una logica conseguenza. Ma leggiamo… Quando e come nasce l’Associazione di Volontariato “Nuovo Circo dei Monelli”? L’attuale associazione “Nuovo Circo dei Monelli” nasce il 23 gennaio 2011, opera a Grumo Nevano, piccolo paesino a Nord di Napoli, e persegue esclusivamente finalità di solidarietà sociale sul territorio. L’associazione si è dedicata al raggiungimento della sua mission soprattutto attraverso laboratori di giocoleria e clowneria da strada. Nuovo Circo dei Monelli, intervista al presidente Di cosa si occupa l’Associazione di cui sei Presidente? Il nostro intento primario è quello di coinvolgere i bambini meno abbienti e più svantaggiati, abituati a trascorrere le loro giornate per strada, senza alcun punto di riferimento, in attività alternative e nuove, quali quelle delle arti circensi e non solo. I laboratori che teniamo prevedono una sorta di recupero sociale dei soggetti in questione sotto forma di atelier d’introduzione alle forme di espressione artistica. Difatti, durante l’anno, proponiamo oggetti quali palline, kiwido, diablo aventi la funzione di stimolare la comunione tra coetanei, lezioni di clownerie capaci di sprigionare una risata liberatrice, il gioco come pratica quotidiana, l’illusione e la magia della finzioni mediante numeri di magia. Qual è lo scopo da voi perseguito? Lo scopo, come ho già detto, è sicuramente quello di creare un punto di ritrovo sereno e sicuro destinato a bambini che altrimenti potrebbero inciampare in situazioni che talvolta possono presentarsi più grandi di loro. Miriamo, mediante semplici regole, a gettare le basi per quelli che sono i fondamenti del vivere civile, del rispetto per se stessi e dunque per la propria persona e per le persone che ci sono accanto. Vi siete mai trovati di fronte a condizione di forte disagio vissute da qualche bambino in particolare? Sì, purtroppo ci siamo trovati ad affrontare situazioni complesse e delicate. Non nascondo che è stato spesso arduo riuscire ad operare e a “fare” effettivamente qualcosa per ragazzi che non hanno mai avuto validi punti di riferimento, lasciati totalmente in balìa del nulla che offre il territorio quotidianamente. Ci siamo riscoperti in molte occasioni guida ed esempio per adolescenti a cui attualmente sembra preclusa ogni possibilità di riscatto e di rivincita, a cui il mondo esterno sembra non voler riservare alcuna occasione, marchiandoli silenziosamente già da quest’età come perdenti. Noi operatori e volontari siamo solo un tramite, siamo la loro possibilità di gridare al mondo che ci sono anche loro. Com’è nata l’idea che ha portato alla nascita del “Circo”? Prima di noi, operava in maniera analoga e sullo stesso territorio, un gruppo di ragazzi che perseguiva il nostro medesimo […]

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Medis: una clinica mobile

Medis è un camper che girerà in lungo e in largo per tutta l’area metropolitana di Napoli con l’obiettivo di offrire un servizio di assistenza socio-sanitaria, di supporto psicologico, amministrativo e alimentare a soggetti disagiati che si trovano sotto la soglia della povertà e ai senza fissa dimora. Si tratta di un’idea di Don Gennaro Matino, socio onorario di Medis, il quale ha affermato che “Non sarà solo un servizio clinico ma anche di coordinamento dei bisogni che tenterà di fare rete tra le diverse realtà di assistenza per essere sempre più pronti a dare risposta a chi è in difficoltà” L’Associazione di volontariato Medici di Strada (questo il nome per intero) è stata presentata presso Palazzo San Giacomo in Piazza Municipio lo scorso 11 febbraio: si tratta di un esperimento meritevole di lode, che prevede l’allestimento di un camper come ambulatorio medico su ruote che, usufruendo di uno staff specializzato, supporterà gli utenti con problemi socio-sanitari garantendo un accurato servizio medico ed assistenziale di I livello finalizzato al reinserimento sociale e soprattutto alla sopravvivenza dell’assistito. Si tratta, dunque, di una nuova realtà di assistenza socio sanitaria della città di Napoli. Una novità da accogliere con la forte speranza che sia seguita da altre idee simili, idee che come questa si fondino sul pieno rispetto della dimensione umana, culturale e spirituale della persona. Gli obiettivi dichiarati dai volontari dell’Associazione sono quelli di attenuare i disagi sociali, migliorare le condizioni di salute e di vita degli utenti spesso emarginati dal mondo circostante, supportare il riequilibro delle criticità presenti nel contesto urbano, incrementare, soprattutto nei giovani, l’idea di partecipazione su temi di interesse sociale facendo leva sul concetto di cittadinanza attiva, promuovere percorsi di integrazione e reinserimento sociale per gli utenti. Insomma, si tratta di un progetto ad ampio respiro che non potrebbe esistere senza l’apporto di personale ed operatori che offrono prestazioni non occasionali nell’ambito dei settori in cui è impegnata l’associazione. Un nuovo modo di partecipare, un nuovo servizio per aiutare, mantenendo ferma la consapevolezza che sono talmente tante le esigenze che sarà sempre poco quel che concretamente si fa (non solo con le parole). Tutto questo si pone in ovvia controtendenza rispetto alle politiche dei tagli operate dal governo nazionale. Uno degli obiettivi principali di Medis è sicuramente quello di attenuare le distanze e fungere da raccordo tra le Amministrazioni locali e gli utenti, nonché da equilibratore tra domanda ed offerta di servizi sociali; difatti si tratta di un progetto in collaborazione con Comune di Napoli, Associazione Centro La Tenda Onlus, Associazione Mondo Amico, Fondazione Grimaldi Onlus, Mosi Cicala Onlus e Vegezio. Medis: una clinica mobile

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L’offerta di Mediaset per RaiWay

Risale a poche settimane fa l’annuncio di un’offerta pubblica di acquisto e scambio da parte di Mediaset per RaiWay, la società pubblica che controlla le torri di trasmissioni televisiva. La società che ha fatto l’offerta (in questo caso Ei Towers) propone ai soci della società che vuole “comprare” (RaiWay) un controvalore che è parte in contanti e parte in azioni. Se RaiWay accettasse, incasserebbe il denaro e diventerebbe azionista della società acquirente o della nuova società nata dalla fusione delle due. Ma in cosa consiste più precisamente l’offerta? Ei Towers è un’azienda controllata al 40% da Berlusconi attraverso Elettronica Industriale S.p.a., interamente detenuta da Mediaset S.p.a. La suddetta gestisce circa 3.200 infrastrutture per radio, telecomunicazioni e TV. Durante lo scorso 24 febbraio, Ei Towers ha annunciato un’offerta pubblica di acquisto e scambio su RaiWay, società omologa che possiede la rete di diffusione del segnale della Rai (si fa riferimento, dunque, non ai programmi, bensì all’infrastruttura da cui viene trasmesso il segnale televisivo). L’offerta valuta la società di trasmissione della Rai circa 1,22 miliardi di Euro. Nel comunicato del Consiglio di Amministrazione si legge esattamente così: «L’offerta è finalizzata alla creazione di un grande operatore unico nazionale nel settore delle infrastrutture destinate all’ospitalità degli apparati televisivi e radiofonici, in grado di svolgere un ruolo rilevante anche nel settore delle telecomunicazioni.» Tutto ciò mira sostanzialmente a porre fine all’inefficienza delle telecomunicazioni dovuta alle molteplici infrastrutture esistenti sul territorio; l’Italia si porrà così sullo stesso livello dei principali Paesi industrializzati dove le aziende vengono gestite a livello nazionale da un unico operatore. Tale semplificazione, secondo i più, comporterà una maggiore efficienza da cui deriverebbero benefici finanziari e vantaggi per i clienti. L’offerta pubblica di acquisto dovrebbe essere formulata entro l’estate. Dopo la pubblicazione della notizia le azioni di RaiWay hanno guadagnato oltre il 17 per cento e il titolo Ei Towers oltre il 7 per cento. Quali sono state le reazioni del governo? L’offerta è stata per lo più apprezzata dal governo italiano che ha sottolineato che RaiWay resterà comunque al 51% di proprietà pubblica, cioè di proprietà della Rai poiché, come ha affermato il premier Renzi, il governo ha posto delle regole e non intende modificarle. L’offerta di Ei Towers per RaiWay non potrà dunque andare interamente a buon fine così com’è stata formulata, e cioè con la richiesta di acquisto del 66 per cento, ma c’è chi lo mette in dubbio. Bisognerà comunque attendere il Ministero dello Sviluppo Economico che deve autorizzare la Rai a concludere l’accordo con l’offerente e l’Antitrust che deve dare il via libera al proseguimento dell’offerta. – L’offerta di Mediaset per RaiWay –

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L’avanzata dell’Isis in Libia

La situazione in Libia si aggrava sempre di più. L’avanzata jihadista non si ferma e i miliziani del Califfato si sono spinti, nella notte tra giovedì e venerdì scorso, fino a Sirte, a 450 km dalla città di Tripoli, conquistandola. Si tratta di uno stato di cose che preoccupa non poco il governo italiano in quanto la minaccia terroristica è attiva a poche ore di navigazione dall’Italia. Difatti, la Libia si affaccia direttamente sul Mar Mediterraneo e da lì guarda l’Italia a cui, ormai, il “Califfo Ibrahim” ha dichiarato ufficialmente guerra. Il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, definito nelle minacce lanciate dall’Isis “ministro crociato”, a tal proposito, ha affermato che l’Italia è pronta a combattere e ad organizzare un piano efficace per contrastare tale avanzata con l’aiuto dell’Onu. Lo stesso ha invitato i connazionali a lasciare il paese africano e ha ordinato la chiusura dell’Ambasciata. Occorre analizzare la situazione più da vicino per capire la sua gravità dal momento che il Califfato è arrivato a soli 350 km dalle nostre coste. Si discute, infatti, da mesi circa un eventuale intervento dell’Italia sulle coste libiche ed ora che la minaccia si avvicina e diventa ogni giorno sempre più concreta l’intervento è diventato urgente. In una sorta di documento programmatico dell’Isis dal titolo “The Islamic State 2015”, che circola sulla rete e di cui è estremamente chiaro l’intento propagandistico, sono presenti alcune immagini allegate al testo, compresa una mappa dell’Europa con l’Italia e Roma cerchiate in rosso; in particolare, in questo testo, si prospetta un attacco da tre fonti con l’accerchiamento dell’Europa e la sua cattura da parte del “Califfato Islamico Globale”: da ovest (Spagna), dal centro (Italia, Roma) e da est (Turchia, Costantinopoli/Istanbul). I jihadisti entrati a Sirte hanno preso il controllo di una tv governativa e di due radio locali, “Radio Syrte” e “Mekmedas”, sulle cui frequenze risuonano ormai la voce ed i proclami del califfo Abu Bakr al-Baghdadi e del suo portavoce. L’Isis si starebbe, poi, spostando anche verso il confine con la Tunisia, a Surman, un’altra città a circa 60 km dalla capitale, dove gli affiliati di al-Baghdadi hanno distribuito volantini con indicazioni per le donne, minacciando il ricorso alle armi per chiunque non si adegua. Sempre gli affiliati allo Stato Islamico, che ogni giorno diventano sempre più numerosi, hanno di recente preso di mira Tripoli e rivendicato l’attacco kamikaze all’hotel Corinthia del 27 gennaio, in cui persero la vita almeno 5 stranieri. La parole chiave sembra essere diventata, a questo punto, “combattere” non solo per impegnarsi attivamente nell’addestramento dell’esercito libico, ma passare all’azione per disarmare le milizie e liberare i centri occupati dalle diramazioni dello Stato Islamico. Combattere significa, ora più che mai, preparare l’opinione pubblica a situazioni di rischio, significa prepararsi ad una guerra alle porte dell’Italia che, seppur sotto l’egida dell’Onu, è pur sempre una guerra. L’avanzata dell’Isis in Libia

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Kobane finalmente libera!

Kobane libera! Finalmente, dopo 134 giorni, di combattimenti contro l’Isis, il 27 gennaio 2015, le forze armate curde sono riuscite a liberare la città dai miliziani. I curdi hanno così innalzato le loro bandiere lì dove l’Isis qualche mese fa aveva eretto le sue. Secondo alcune fonti statunitensi, nella lunga battaglia tra curdi ed Isis ci sarebbero stati circa 18000 morti, 1200 dei quali miliziani dello Stato Islamico. Ma dove si trova esattamente la città di Kobane e perché la sua liberazione è stata accolta con tanta ilarità? Si tratta di una città situata tra il confine turco-siriano, nella zona denominata Curdistan siriano, circondata quasi interamente dall’Isis. La liberazione di questa città siriana è importante proprio per quanto simboleggia: si trattava, difatti, di un’importante prova per vagliare la validità della strategia militare adottata contro lo Stato Islamico, portata avanti dalla coalizione degli Stati Uniti. Inoltre, la liberazione di Kobane ha aiutato a gettare le “basi psicologiche” giuste per preparare l’attacco su Mosul e vincerlo. Mosul è la seconda città più grande dell’Iran e, poiché è situata vicino alla regione autonoma del Kurdistan iracheno, alcuni credono che se i curdi riusciranno veramente a liberarla dai miliziani dell’Isis non andranno più via vista la loro volontà di instaurare un proprio Stato indipendente proprio in quella regione. Ma cosa hanno ottenuto i curdi finora? La Costituzione Irachena del 2005 riconosce il Kurdistan iracheno come una zona autonoma gestita dal governo regionale del Kurdistan. Gli altri Paesi che ospitano una gran parte della popolazione curda continuano ad opporsi alla creazione di uno Stato autonomo. Le forze militari che hanno liberato Kobane, YPG e YPJ, sono direttamente affiliate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), popolare nel sudest della Turchia, area popolata in prevalenza dai curdi. Nello specifico e per fare chiarezza, c’è da dire che il PKK è un movimento politico ribelle che da diversi anni porta avanti una lotta contro la Turchia per ottenere diritti ed autonomia per i curdi turchi, che rappresentano circa il 18% della popolazione. Il PKK è riconosciuto come gruppo terroristico da parte della Turchia, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea tutta. Dopo questa parentesi esplicativa e ritornando alla liberazione di Kobane, è ovvio che ci vorranno mesi prima di entrare in città in modo sicuro perché bisognerà liberarla totalmente dalle centinaia di bombe nascoste nei palazzi e perché i campi intorno alla città sono ancora nelle loro mani. Così, mentre la lotta con l’Isis è tutt’altro che finita, come testimoniano le notizie che arrivano dalla Libia, il loro fallimento a Kobane gli ha negato uno dei principali obiettivi strategici. – Kobane finalmente libera! – 

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Riflessioni culturali

Scritte sui muri: espressione di inconscia ignoranza

L’attuale condizione di alcuni monumenti nel nostro Bel Paese non è altro che testimonianza ed espressione dell’ignoranza sul passato. L’oltraggio delle scritte vandaliche sui nostri muri è spesso pari alla stupidità dei messaggi lasciati con le bombolette spray. Quando poi a essere imbrattati sono i monumenti, si percepisce un chiaro senso di violenza che può essere solo tradotta nei termini di una vera e propria sconfitta del vivere civile. Tutti i monumenti che versano in tali condizioni sono, a parer mio, diventati l’espressione dell’ignoranza sul nostro passato, dell’insensibilità verso la bruttezza estetica, della rassegnazione verso l’arroganza di qualcuno che definire “criminale” è come fargli un complimento. Tutto ciò in barba al sacrificio dei nostri padri, al senso della Patria e dell’orgoglio di una nazione. In cima a quella falesia deve ergersi l’estremo sussulto di dignità e il simbolo di una riscossa civile che non può più tardare. Episodi che si moltiplicano quando, al contrario, a diffondersi dovrebbe essere soltanto l’idea che stare insieme e vivere nella collettività significa soprattutto rispettare delle regole e chi non ha voglia di farlo è un essere non civilizzato, primitivo e barbaro. Così, mentre in Italia gruppi di giovani si organizzano per ripulire (muniti di spugnette, buona volontà e voglia di fare), ciò che la stoltezza di pochi ha tolto al suo splendore, affermando di non avere assolutamente intenzione di cedere agli sfiduciati e ai distruttivi neanche un po’, in Brasile un agente ha imbrattato due giovani vandali dalla testa ai piedi, con lo stesso spray usato da loro per fare i graffiti sui muri, facendo giurare ai ragazzi di non imbrattare più proprietà pubbliche e private. La soluzione, dunque, è applicare la legge del taglione o più semplicemente contare sul buon senso dei cittadini? A ciò, però, si aggiungono le solite contraddizioni con cui si è costretti a convivere qui in Italia e, più in particolare, a Napoli dove è circolata la notizia, poi smentita, che un gruppo di giovani volontari è stato denunciato per aver pulito a proprie spese la Fontana di Monteoliveto, deturpata da sempre nella sua bellezza dall’ignoranza e dalla noncuranza di chi mostra di non avere rispetto del territorio in cui vive. In ogni caso, i ragazzi dell’Associazione “Sii turista della tua città” hanno dichiarato di non lasciarsi intimorire da chi vuole spegnere il loro entusiasmo, che è poi l’entusiasmo di un’intera generazione che cerca di dimostrare a fatti che qualcosa sa fare, che qualcosa si può fare e che essere napoletani è meraviglioso. Certo è che non si è mai vista conciata peggio di così la città che tanto ha dato a tutti noi e che anche tanto quotidianamente ci toglie. Non aggiungiamo “munnezza” ad altra “munnezza”, non imbrattiamo monumenti che ormai rischiano di diventare il simbolo di una capitale di cultura, come Napoli, che va ricordata per ben altri motivi. Abbiamo il compito, o meglio il dovere, di cercare un domani migliore, per raccontare a chi ci governa, riferendomi a tutte le istituzioni, locali e nazionali, che quello che […]

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Attualità

Immigrazione: quando la diversità è un valore

Quanto si conosce realmente il fenomeno dell’immigrazione e la sua incidenza nella società attuale? Se si confrontano le direzioni dei flussi migratori del ‘900 si notano alcuni netti cambiamenti. Questo è quanto è accaduto in Italia, divenuta dagli anni ’80 una meta significativa di flussi africani e arabi dopo essere stata fino agli anni ’20 paese leader nelle migrazioni transoceaniche. Nel 2014, oltre 348.000 persone in tutto il mondo hanno attraversato il mare in cerca di asilo o di migliori opportunità di vita; migliaia di vite letteralmente alla deriva e a rischio nelle acque del nostro mare. Sicuramente, il compito dell’Italia e dell’Europa non dovrebbe essere quello di girarsi dall’altra parte di fronte alle crisi umanitarie e al dramma di centinaia di persone che cercano approdo e rifugio. Quel mare nostrum che dovrebbe essere ponte di civiltà, per natura e per vocazione, è invece diventato una delle più pericolose rotte migratorie. Così, per ogni persona che chiede: “Non era meglio rimanere a casa piuttosto che morire in mare?”, c’è qualcuno che risponde “Non siamo stupidi. Né pazzi. Siamo disperati e perseguitati. Restare vuol dire morte certa, partire vuol dire morte probabile”. Di fronte a ciò, fa capolino un’Europa che appare sempre più preoccupata ad alzare muri più che costruire ponti. La verità è che se nasci nel posto sbagliato e nel momento sbagliato può capitare, anche se sei un bambino, che qualcuno reclami e ti strappi alla tua vita. Da questo tragico ed involuto destino ha inizio la vita travagliata di quelli che noi definiamo immigrati ma che prima di ogni cosa sono uomini, donne e bambini e sempre da lì prende avvio l’incredibile viaggio che condurrà i più in Italia, dopo essere passati per svariati paesi. Un’odissea che mette questi essere umani come noi in contatto con la miseria e la nobiltà degli uomini e che, nonostante tutto, non riesce a far perdere loro l’ironia né a cancellare dal loro volto il sorriso. Solo alla fine, queste persone trovano un posto dove fermarsi e dove ogni bambino può finalmente riavere la sua età. Quel posto diventa così la loro scelta, una scelta importante che si rinnova ogni giorno della loro vita. Ma come si trova un posto, un luogo per crescere? Come si fa a distinguerlo da un altro? Molti ragazzi hanno risposto a questa mia domanda dicendo che si impara a riconoscere questo luogo perché da questo non ti viene più voglia di andar via. Certo, non perché sia perfetto. Non esistono posti perfetti. Ma esistono posti dove, per lo meno, nessuno cerca di farti del male. In merito a tutto questo, di fronte a queste persone, quale dovrebbe essere il nostro compito? Accoglierle, integrarle, non lasciandoci trasportare da stupidi e vacui luoghi comuni, chiusi come siamo nella convinzione che tutto il mondo si restringe al paese in cui abitiamo. No, fortunatamente non è così. Non esistono frontiere in questo mondo ma solo barriere create dalla nostra fantasia che, talvolta, ci impediscono di vedere oltre e ci rendono […]

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Attualità

Il Terzo Settore: una realtà in costante evoluzione

Che cos’è il Terzo Settore di cui si sente tanto parlare oggi? Si tratta di una realtà in costante evoluzione che non può essere pertanto ricondotta a precisi schemi definitori, che comprende soggetti organizzativi di natura privata i quali si occupano però di produrre beni e servizi a destinazione pubblica o collettiva. Stiamo parlando, dunque, di associazioni di volontariato, cooperative sociali, organizzazioni non governative, ecc. In Italia, il termine si è diffuso a partire dagli anni Ottanta, catturando l’interesse di studiosi ed economisti vari che hanno cominciato ad occuparsi di questo fenomeno in evidente crescita e provveduto a conferirgli una certa dignità nell’analisi economica, studiandone il ruolo all’interno del sistema Welfare. Successivamente, è stato messo in luce un altro aspetto fondamentale di questo fenomeno: quello sociologico. Proprio attraverso la messa in evidenza dell’approccio sociologico, si evidenzia la valenza espressiva nonché l’orientamento altruistico delle relazioni che si instaurano all’interno del Terzo Settore e che implicano, conseguentemente, un coinvolgimento personale dei protagonisti. Un pilastro fondamentale su cui conta tutto il Terzo Settore è la possibilità che ha di disporre di una certa quota di lavoro volontario. Sono circa 6 milioni gli italiani che dedicano tempo agli altri e dai dati pubblicati dall’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) risulta che sono gli studenti e, più in generale i giovani, la fascia della popolazione più impegnata nel volontariato (circa il 9.5%). Molteplici sono gli effetti positivi del lavoro volontario. Difatti, dalle indagini effettuate emerge che i volontari hanno molta più fiducia negli altri, maggiore è anche il senso di fiducia nelle istituzioni, sviluppano un senso critico più acuto e sono più ottimisti. Chi sceglie di impegnarsi nel lavoro volontario, sceglie di aggiungere un’esperienza qualificante al proprio bagaglio di conoscenze, spendibile nel corso della vita lavorativa e regala a se stesso un’importante e spesso unica occasione di crescita personale, un’ opportunità di educazione alla cittadinanza attiva, un prezioso strumento per aiutare le fasce più deboli della società contribuendo allo sviluppo sociale, culturale ed economico del nostro Paese. Il Terzo Settore può essere quindi considerato un antidoto all’apatia civica e politica, valido motore di cambiamento e di trasformazione sociale, attore del risveglio della coscienza pubblica e fondamentale mezzo attraverso cui formare cittadini responsabili ed attivi. Nel nostro Paese equilibri e legami sociali si sono spezzati, è cresciuto il divario civile tra Nord e Sud, in termini di capitale sociale, accesso ai diritti, alle risorse, alla conoscenza; intere generazioni stanno mancando l’appuntamento con il mercato del lavoro e con l’intero sistema della sicurezza sociale e della partecipazione democratica nell’ottica di una redistribuzione sussidiaria. Uscire dalla crisi non vuol dire solamente superare una momentanea flessione finanziaria, ma ricomporre un orizzonte condiviso e affermare un patto di coesione fondamentale per la società. Il Terzo Settore, nella sua complessità di cittadini singoli e associati, gioca un ruolo di primo piano nelle politiche di welfare e nell’economia del Paese, per la sua rilevanza sociale, economica, produttiva. Un ruolo che deve essere quindi riconosciuto e valorizzato. Questo perché esiste un’Italia generosa e laboriosa […]

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Culturalmente

Cosa visitare a Venezia: gioiello unico al mondo

Piccola guida su cosa visitare a Venezia. Venezia: un gioiello unico al mondo, orgoglio tutto italiano. Città che affascina l’intero globo e che, sebbene nostalgica, cela in sé un fascino misterioso che ha permesso a numerosi registi e scrittori di dar sfogo alla loro fantasia. Patrimonio dell’Unesco, Venezia lotta per resistere all’andamento delle maree che talvolta raggiungono dei livelli talmente elevati che sembra vogliano rapirla e portarla sul fondo del mare per custodirla gelosamente. Vedere Venezia. Imprimere nella mente la sua inimmaginabile bellezza e portarla con sé, nel cuore. Cosa visitare a Venezia? La scelta di attrazioni è vastissima! Sembra quasi surreale, a primo impatto, l’inesistenza totale di auto ed è forse questa la prima cosa che dà la sensazione di vivere in un mondo altro, di trovarsi sospesi su un filo sottile, a metà tra magia e realtà. Camminare per le calli, muoversi per i campielli prestando attenzione a tutte le meraviglie che ammiccano ad ogni angolo, dove ogni scorcio merita uno sguardo prolungato e ammirato. Sicuramente il primo posto che viene in mente a tutti quando si parla di Venezia è piazza San Marco, il grande piazzale in cui sorge l’omonima basilica, con la pavimentazione nascosta da migliaia di grossi piccioni che attendono, non proprio pazientemente, i turisti lanciatori di semi. A pochi passi, è possibile riconoscere, dalla folla di innamorati (e non solo) che sono in fila per accaparrarsi lo scatto più bello, il Ponte dei Sospiri. Questo ponte collega il Palazzo Ducale con il Palazzo delle Prigioni e assume questo nome nel XIX secolo, durante la visita dei poeti europei che romanticamente immaginavano l’ultimo respiro dei prigionieri quando rassegnati vedono per l’ultima volta il mondo prima della loro attesa alla giustizia. Un’impressionante nonché romantica vista di tutto il Canal Grande e della vita che vi si svolge intorno, tra gondole e vaporetti che lo percorrono tutto, è possibile averla da uno dei più famosi simboli architettonici di Venezia, il Ponte di Rialto considerato la cellula germinale di Venezia. Sicuramente l’impressione di chi vi giunge per la prima volta è di una suggestione indimenticabile. La natura del sito, il suo secolare patrimonio d’arte, la sua origine e la sua stessa struttura così caratteristica fanno pensare a questa città come ad un rifugio ideale offerto alle anime dei poeti, dei sognatori, degli artisti, custodi delle sue memorie e delle sue glorie. Poche sono le città che, come Venezia, chiusa tra il litorale e la terraferma, tra acqua e cielo, e così disponibile a farsi, continuamente nel tempo, opera d’arte.

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Attualità

Bulimica e anoressica: ritratto della società d’oggi

Bulimia e anoressia, cosa ne sappiamo e come possiamo aiutare chi ne soffre. Prima di tutto, spesso si tende a cadere nell’errore di confondere, o meglio, semplificare con l’errato binomio che riguarda bulimia e anoressia con anoressica/magra, bulimica/obesa due tipologie di disordini alimentari totalmente distinti ed in forte aumento negli ultimi anni. Negli Stati Uniti si è parlato, a tal proposito, di una vera e propria “epidemia” silenziosa che attraversa tutti gli strati sociali e le diverse etnie. Ciò che non viene preso in giusta considerazione è il fatto che quando si parla di anoressia e bulimia ci troviamo di fronte a malattie complesse, determinate da condizioni di disagio psicologico ed emotivo, che quindi richiedono un trattamento sia del problema alimentare in sé che della sua natura psichica. Da cosa nasce questo tipo di disordine alimentare? Al centro di esso, c’è sicuramente da parte del paziente un’ossessiva sopravvalutazione dell’importanza della propria forma fisica, del proprio peso e del proprio corpo con la conseguente necessità di stabilire un controllo su di esso. Tra le note ragioni che portano allo sviluppo di comportamenti anoressici e bulimici, si evidenziano, oltre a una componente di familiarità, l’influenza negativa da parte di altri componenti familiari e sociali, la sensazione di essere sottoposti a un eccesso di pressione e di aspettativa, o al contrario di essere fortemente trascurati dai propri genitori, il sentirsi oggetto di derisione per la propria forma fisica o di non poter raggiungere i risultati desiderati per problemi di peso e apparenza. Per alcune persone, si tratta di una tendenza autodistruttiva che le porta ad alterare il proprio comportamento alimentare o ad abusare di alcol o droghe. Bulimia e anoressia, cosa sono Numerose sono state le ricerche in quest’ambito, così come elevato è il numero di scrittori che si sono confrontati su questo delicato argomento; a tal proposito, mi preme riportare quanto ha detto Fabiola de Clerq che scrive: «Bulimia e anoressia sono il sintomo tangibile di un dolore che non si vede, di un disagio psicologico lungamente incubato, segno di una crepa nella memoria o nella vita famigliare. La persona anoressica e la persona bulimica sono come il gatto dei cartoni animati che inseguito dal grosso cane del quartiere si arrampica velocemente in cima ad un albero, per cercare il rifugio e la protezione che non saprebbe cercare altrove. Da lassù guarda con sufficienza e sollievo ciò che dal basso lo minaccia. Da lassù è sicuro di avere un controllo totale del mondo sottostante. In più, se scendesse dovrebbe fare i conti con ciò da cui si era messo al riparo». Dunque, è possibile interpretare questi disturbi alimentari come un modo per comunicare sofferenze quali lutti, abbandoni, abusi e maltrattamenti spesso in età precoce. Così, pensare in modo ossessivo al “cibo-corpo-peso” diventa un anestetico che non permette di sentire la sofferenza. Purtroppo, l’approccio nutrizionale non permette di elaborare le autentiche cause di questa patologia che copre, come si è letto, una disperata fame d’amore. Pertanto, la bulimica prova la sensazione di avere “un […]

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Attualità

Mare Nostrum: morire di speranza si può

È questo ciò che accade nelle acque del Mediterraneo periodicamente da molti anni a questa parte. Ultimamente, però, il fenomeno ha subito un notevole incremento. Uomini, donne e bambini che, in fuga da guerre e persecuzioni, hanno trovato la morte nel tentativo di chiedere asilo in Europa.Offrire una casa, un lavoro, un posto letto, le cure mediche necessarie sono tutti diritti umani fondamentali difficili da garantire in questo momento storico particolare. La fine dell’operazione umanitaria Mare Nostrum che ha realizzato più di 500 interventi, salvando da ottobre 2013 ad oggi, oltre 100 mila vite umane e arrestato numerosi scafisti, è stata dichiarata dal Ministro dell’Interno Alfano nel corso della conferenza stampa tenutasi a Palazzo Chigi. Attualmente, poi, la sua stessa fine si pone come una vera e propria sconfitta per il diritto d’asilo. Conseguentemente, è stato annunciato l’avvio, a partire dal 1 novembre, della missione Triton gestita dall’agenzia europea “Frontex Plus”, risultato del vertice tra il Ministro Alfano e il commissario Cecilia Malmstroem, che ha come obiettivo quello di rafforzare lo sforzo europeo nel Mediterraneo, in tema di immigrazione ed emergenza sbarchi. In sostanza, cosa cambia? Le navi UE non si spingeranno in acque internazionali e avranno solo un ruolo di controllo e non di soccorso umanitario, diversamente da Mare Nostrum nata proprio in seguito alla tragedia dell’ottobre 2013 in cui persero la vita 360 migranti. La nuova operazione sarà, inoltre, finanziata da fondi europei e quindi nessuna spesa intaccherà il bilancio italiano. Dunque, ancora una volta gli interessi economici prevalgono su tutto, persino su migliaia di vite che potrebbero essere salvate. Eppure accompagnare, servire, difendere i diritti dei rifugiati e degli altri migranti sono diritti sanciti dalla stessa Costituzione Italiana che, all’articolo 10, così riporta: «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge». Inoltre, la partecipazione alla suddetta missione è lasciata alla volontà dei singoli Stati membri che, attraverso un bando, decideranno se e come contribuire. Ed è proprio la partecipazione su base volontaria che ha suscitato numerose polemiche: i paesi dell’Unione, infatti, sceglieranno se ed in che misura sostenere Triton senza alcun obbligo concreto. Si innestano , su questo punto, dinamiche alquanto complicate: molti sono i paesi dell’Ue che considerano i rifugiati soltanto un peso per la comunità e fino ad ora solo Francia, Germania e Spagna hanno confermato il sostegno all’operazione. Una caratteristica fondamentale, a parer mio, tipica del nuovo modo di legiferare pare essere la dimenticanza storica applicata alla stesura di norme che privilegino il benessere a discapito del sociale. In un mondo che pensa, o meglio, che finge di pensare, al “globale” si dovrebbe capire che le migrazioni sono il prodotto inevitabile di un “ordine”, quello appunto della globalizzazione e che l’emigrazione non è improduttiva a priori, che i sostegni economici inviati in patria dagli stranieri rappresentano un importante aiuto per chi non vuole emigrare ed infine che, senza la manodopera straniera, […]

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